All’età di 89 anni si è spento l’attore Robert Redford, icona del cinema americano e vincitore di numerosi premi, tra i quali due premi Oscar (per Gente Comune, nel 1981, e per la carriera, nel 2002) e tre Golden Globe. Classe 1936, la sua carriera inizia nel 1959 a Broadway e nel 1962 sul grande schermo. Fu protagonista di innumerevoli pellicole celebri del cinema americano, tra le quali A piedi nudi nel parco, Come eravamo, Il Grande Gatsby, I tre giorni del Condor, Tutti gli uomini del presidente, La mia Africa e Proposta indecente.
Claudio Citro, 41 anni, è il terzo ucciso in un mese dal taser della polizia italiana
Un uomo di 41 anni è deceduto all’ospedale di Reggio Emilia dopo essere stato colpito con un taser dalla polizia durante un intervento avvenuto alle prime ore del mattino di ieri, lunedì 15 settembre, a Massenzatico. La vittima, descritta come in stato di forte stato di agitazione al momento del fermo, è stata soccorsa ma non ha superato la crisi. La Procura ha aperto un’inchiesta per chiarire le circostanze. Si tratta del terzo decesso in meno di un mese legato all’uso della pistola elettrica, dopo quelli di Gianpaolo Demartis a Olbia ed Elton Bani nell’hinterland genovese. Il taser, ufficialmente strumento di dissuasione, è stato già associato ad altri casi mortali in Italia, sollevando polemiche sulla sua pericolosità: tra il 2024 e i primi mesi del 2025, si contano altri cinque decessi avvenuti dopo il suo utilizzo da parte delle forze dell’ordine.
«Il taser resta uno strumento necessario per contenere soggetti violenti evitando il ricorso al contatto fisico o all’uso di armi letali» ha dichiarato Giuseppe Tiani, segretario generale del SIAP (Sindacato Italiano Appartenenti Polizia). Le polemiche al riguardo «non possono diventare un pretesto per attaccare strumentalmente le forze di polizia», riferisce Tiani, che definisce «infondato, offensivo e irresponsabile» paragonare il taser alla tortura. Era stata Irene Testa, garante dei detenuti della Sardegna, l’ultima a definire il taser uno strumento di tortura all’indomani della morte di Gianpaolo Demartis, bloccato con un taser dalle forze dell’ordine lo scorso agosto e successivamente deceduto a bordo dell’ambulanza intervenuta per soccorrerlo.
I decessi sempre più numerosi legati all’utilizzo della pistola a impulsi elettrici rendono la definizione di «arma non letale» sempre meno calzante. Se utilizzato su persone cardiopatiche, o con attività cardiaca alterata dall’uso di droghe, il taser (che a contatto col bersaglio libera onde da 50 mila volt) può infatti portare al decesso del soggetto colpito. Proprio per questo motivo, una settimana fa è stata presentata un’interrogazione parlamentare al ministro dell’Interno Piantedosi, nella quale il deputato Magi (+Europa) ha ricordato l’esistenza di una «ampia letteratura» sulla pericolosità dell’arma, anche alla luce dei decessi recenti. Piantedosi ha tuttavia escluso che gli ultimi eventi letali di cronaca siano collegati all’uso del taser – nonostante le indagini siano ancora in corso – e ha definito la pistola a impulsi elettrici un «elemento imprescindibile» per gli agenti. In quanto «strumento difensivo e non offensivo, dissuasivo e non repressivo, non deve essere oggetto di polemiche ideologiche, pretestuose e infondate nei confronti dell’operato delle Forze di Polizia».
Negli Stati Uniti, dove viene impiegato fin dagli inizi degli anni 2000, dal 2001 al 2018 sono stati oltre mille i casi di decesso legati all’utilizzo del taser, come ricorda Amnesty International. «Gli studi medici a disposizione sono concordi nel ritenere che l’uso delle Taser abbia avuto conseguenze mortali su soggetti con disturbi cardiaci o le cui funzioni, nel momento in cui erano stati colpiti dalla Taser, erano compromesse da alcool o droga o, ancora, che erano sotto sforzo, ad esempio al termine di una colluttazione o di una corsa». A questo, si aggiungono i potenziali danni permanenti a cuore e sistema respiratorio che possono seguire alle scariche multiple. Nonostante ciò, il governo attuale punta a estenderne sempre più l’utilizzo anche in Italia.
Minneapolis, sparatoria in accampamento di senzatetto: 8 feriti
Otto persone sono rimaste ferite la scorsa notte in una sparatoria avvenuta in un accampamento di senza tetto a Minneapolis. L’episodio è avvenuto meno di 12 ore dopo un altra sparatoria, a due miglia di distanza, dove erano rimaste ferite cinque persone. Il sindaco Jacob Frey ha detto che le forze dell’ordine stanno valutando un possibile collegamento tra i fatti. Quattro dei feriti nell’ultimo episodio hanno lesioni potenzialmente letali e due sono stati colpiti alla testa. Gli investigatori ritengono che si sia trattato di un attacco mirato, con testimoni che riferiscono di oltre 30 colpi sparati.
Israele ha lanciato l’invasione di Gaza City
Nella notte, l’esercito israeliano ha lanciato una massiccia invasione di Gaza City con raid aerei, droni, elicotteri e mezzi corazzati. I tank e le unità speciali hanno raggiunto il centro urbano. Washington ha ribadito il sostegno a Israele, con Trump che ha avvertito Hamas di non usare i prigionieri come scudi umani. Su X, il portavoce per i media arabi delle Forze di difesa israeliane (Idf), il colonnello Adraee, ha invitato i residenti a evacuare «il più rapidamente possibile». L’Idf sostiene di controllare già il 40% della città. Nel frattempo, le famiglie degli ostaggi israeliani protestano davanti alla residenza del premier Netanyahu.
La morte di Charlie Kirk come scusa per rastrellare la rete
Il 10 settembre, Charlie Kirk, influencer e attivista di spicco del movimento MAGA statunitense, è stato assassinato in un campus dello Utah, ucciso da un colpo d’arma da fuoco al collo. Prima ancora che venisse confermato il decesso o identificato il colpevole, i principali volti dell’estrema destra hanno indirizzato accuse alla “sinistra”, al mondo “woke”, alle persone trans e ai movimenti antifa. In breve tempo, questa narrativa si è tradotta in una campagna di doxing contro chiunque avesse espresso opinioni sulla vittima che potessero essere intese in chiave negativa.
Figura divisiva per eccellenza, Kirk era noto per le sue posizioni controverse: antiabortista, negazionista del cambiamento climatico, sostenitore dell’idea che le donne dovessero privilegiare la maternità rispetto al lavoro. Era un megafono della disinformazione trumpiana e un fervente difensore del diritto a possedere armi. A suo dire, “valeva la pena” accettare qualche vittima in sparatorie pur di difendere la sacralità del Secondo Emendamento. Non sorprende quindi che il suo omicidio abbia suscitato reazioni polarizzate, incluse esternazioni apertamente celebrative.
Le motivazioni dell’attentato restano ancora oggi oscure e non sembrano riconducibili a uno schema politico lineare. Nei giorni successivi all’attentato è stato arrestato un sospetto, Tyler Robinson, 22 anni, il quale non sta però collaborando con gli inquirenti. Quel poco che è emerso dal profilo pubblico del giovane lascia intendere che le sue visioni politiche siano incoerenti, che integrino al loro interno elementi appartenenti all’intero spettro ideologico. Ciò non ha impedito al presidente Donald Trump di attribuire la responsabilità alla “sinistra radicale”, rea di equiparare le idee di Kirk alla dottrina nazista. “Questa retorica è direttamente responsabile del terrorismo che stiamo vedendo oggi nella nazione e deve essere fermata immediatamente”, ha dichiarato in conferenza stampa.
L’alt-right si è rapidamente mobilitata. “Se siete così malati da celebrare la sua morte, preparatevi a vedere distrutte le vostre aspirazioni professionali”, ha scritto su X Laura Loomer, influencer vicina all’amministrazione Trump e una delle celebrità che han deciso di indurre i propri follower a segnalare ai datori di lavoro chiunque avesse reagito positivamente all’assassinio di Kirk. Intorno a questa “missione” è sorto addirittura un portale, charliesmurderers, il quale raccoglieva e pubblicava le informazioni pubbliche di tutti coloro che venivano considerati colpevoli di odio.
Il sito, lanciato in forma anonima, ospitava screenshot di profili social e ha innescato ondate di cyberbullismo contro i soggetti che sono stati esposti. La definizione di contenuto celebrativo si è dimostrata peraltro estremamente elastica: la giornalista Rachel Gilmore, ad esempio, è stata presa di mira per un messaggio che, letto oggi, appare più premonitore che aggressivo. “Sono terrorizzata all’idea che i fan di estrema destra di Kirk possano trasformare questo lutto in un’occasione di ulteriore radicalizzazione”, aveva scritto su X. “Finiranno con il credere che le loro paure sono state confermate e penseranno di avere il diritto di ‘vendicarsi’ a prescindere da chi ci sia veramente dietro alla sparatoria?”.

Un tuo dipendente o studente sta supportando la violenza politica online? Cercali su questo sito web».
Oggi charliesmurderers risulta inaccessibile (ma non cancellato) e l’iniziativa è confluita in un sito meno esplicito e compromettente, gestito da un account denominato Charlie Kirk Data Foundation. Nel frattempo, le campagne di denuncia mosse dall’alt-right hanno già avuto conseguenze tangibili: oltre alle numerose molestie ricevute dai bersagli, secondo un’inchiesta di Al Jazeera, almeno 15 persone sono state licenziate per le opinioni espresse nei confronti dell’attentato. Una statistica in progressiva crescita. L’attività di denuncia assumerebbe una proporzione ancora più importante qualora si realizzassero le intenzioni del Segretario di Stato Marco Rubio, il quale sostiene che bisognerebbe revocare il visto a tutti coloro che celebrano l’assassinio di un personaggio politico. “Perché mai dovremmo voler portare nel nostro Paese persone che adotteranno comportamenti negativi e distruttivi?”, ha dichiarato ai microfoni di Fox News.
L’incontro tra politica e doxing non è un fenomeno inedito. Già all’indomani dell’assalto al Campidoglio era comparso il controverso sito Faces of the Riot, il quale raccoglieva immagini e video caricati su social Parler dai manifestanti, facilitandone l’identificazione attraverso il crowdsourcing. Nel 2018, una strategia simile era stata adottata dall’artista Kyle McDonald per individuare i funzionari dell’agenzia di immigrazione statunitense. Ciò che avviene oggi non è quindi un episodio isolato, ma l’ennesimo passo in un’escalation che vede il web trasformarsi in strumento di sorveglianza partecipata. Una deriva degna d’attenzione, soprattutto perché non si limita a colpire chi compie azioni illegali, ma tende a criminalizzare la parola stessa.
USA, Trump fa causa al New York Times per diffamazione: vuole 15 miliardi
Donald Trump ha avviato una causa per diffamazione da 15 miliardi di dollari contro il New York Times e quattro giornalisti, accusandoli di aver diffuso dichiarazioni false e dannose. Il procedimento, presentato in Florida, fa riferimento a articoli e un libro pubblicati in vista delle elezioni del 2024, descritti come parte di una campagna decennale di diffamazione deliberata. In un post su Truth Social, Trump ha accusato il quotidiano di essere diventato «portavoce» dei Democratici. Il tycoon ha già intrapreso azioni simili, tra cui una causa da 10 miliardi contro il Wall Street Journal e Rupert Murdoch.
Gli USA continuano ad aumentare le provocazioni militari contro il Venezuela
Si intensifica lo scontro tra Stati Uniti e Venezuela, con un’escalation di provocazioni militari da parte di Washington e una scambio di accuse incrociate. Caracas denuncia una serie di azioni militari statunitensi, definite “illegittime” e imputa alla marina statunitense di aver assassinato undici civili, identificati da Washington come narcotrafficanti del gruppo denominato Tren de Aragua. Secondo il ministro degli Interni venezuelano, Diosdado Cabello, nessuna delle vittime apparteneva all’organizzazione e ciò che si contesta è l’assenza di indagini trasparenti o di una regolare procedura di arresto, sostituite da un uso immediato e letale della forza. Parallelamente, venerdì 12 settembre un episodio che il ministro degli Esteri Yván Gilun ha definito un “atto ostile e illegale” è avvenuto in acque territoriale del Venezuela: il cacciatorpediniere USS Jason Dunham avrebbe intercettato il peschereccio venezuelano Carmen Rosa con nove pescatori e lo avrebbe occupato per otto ore impedendo comunicazioni e attività normali. Il governo USA non ha confermato l’operazione. A ciò si aggiunge l’invio di jet F-35 a Porto Rico e l’ammassamento di navi da guerra e sottomarini al largo delle coste venezuelane, come parte del dispiegamento ordinato dal presidente Donald Trump nei Caraibi per rafforzare le operazioni contro il traffico di droga. La presenza militare statunitense nei Caraibi non è limitata a operazioni antinarcotici: assume una dimensione strategica, che il governo venezuelano considera una istigazione calibrata per mettere alla prova la risolutezza di Caracas e preparare il terreno per una escalation.
Il Ministero della Difesa venezuelano denuncia, inoltre, che le operazioni di intelligence statunitense sono triplicate in agosto e avvengono ormai quotidianamente, anche di notte, violando lo spazio aereo della Regione di Informazione di Volo (FIR, Flight Information Region) di Caracas. Sono segnalati voli non autorizzati da parte di aerei spia USA (come RC-135, E-3 Sentry, KC-135), che operano fino a 200 miglia all’interno del territorio venezuelano. Caracas accusa Washington di voler costruire una narrazione che giustifichi una minaccia militare e un futuro intervento e assicura che proteggerà i suoi pescatori e respingerà ogni attacco. In risposta a queste ripetute provocazioni, infatti, il presidente Nicolás Maduro ha avviato il “Plan Independencia 200”, che contempla l’attivazione di 284 “fronti di battaglia” in punti strategici del Paese, con l’obiettivo dichiarato di preservare la sovranità nazionale. Il Piano prevede l’arruolamento nella Milizia Bolivariana, addestramento territoriale e fasi di lotta disarmata e armata, affidando a ogni cittadino un ruolo nella difesa nazionale. Con oltre 15.000 unità popolari coordinate dai Consigli Comunali, l’iniziativa mira a proteggere il Paese, mantenendo «le coste libere da imperialisti, invasori e gruppi di violenza». Le accuse venezuelane puntano anche a evidenziare la discrepanza tra le affermazioni di Washington e i fatti documentati da Caracas. Sui casi recenti si notano analogie con operazioni passate in cui gli Stati Uniti hanno giustificato interventi navali, attacchi o addirittura golpe nel contesto della lotta al narcotraffico, senza fornire prove concrete o trasparenti che potessero giustificare tali azioni. Per il Venezuela ciò rappresenta non solo una violazione del diritto internazionale – in particolare della zona economica esclusiva che garantisce diritti sovrani al Paese fino a 200 miglia nautiche dalla costa – ma un uso strumentale della lotta alla droga per coprire obiettivi geopolitici.
Un tema centrale della critica venezuelana riguarda, infatti, la narrazione che Washington utilizza per giustificare queste operazioni. Il governo statunitense bolla come “terroristi” o “narcotrafficanti” le persone coinvolte in questi fatti di cronaca e accusa il presidente Maduro di connivenza o controllo criminale. Un contributo significativo alla difesa dell’immagine venezuelana in campo internazionale arriva dall’ex vicesegretario generale dell’ONU, Pino Arlacchi, e che ha definito come «una grande bufala geopolitica» l’impostazione secondo la quale il Venezuela sarebbe un narco-Stato: i dati del Rapporto Mondiale sulle Droghe 2025 dell’UNODC smentiscono, infatti, che il Venezuela sia un centro significativo di produzione o smistamento internazionale della cocaina, indicando che solo una frazione marginale della droga colombiana transita attraverso il suo territorio, e che non esistono prove credibili che colleghino lo Stato venezuelano al fantasioso Cartel de los Soles, come entità centrale del narcotraffico. Le rotte della droga seguono logiche precise: vicinanza ai centri di produzione, facilità di trasporto, corruzione delle autorità locali, presenza di reti criminali consolidate: criteri che il Venezuela non soddisfa del tutto. Per questo motivo, Caracas respinge le accuse americane, affermando che la designazione di narco-Stato sia parte di una strategia di “cambio di regime” attuata attraverso pressioni esterne, sanzioni, attacchi militari indiretti e propaganda.









