giovedì 3 Aprile 2025
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Cina e Vietnam rafforzano gli accordi di sicurezza

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I governi di Cina e Vietnam hanno dichiarato che rafforzeranno la cooperazione in materia di difesa e sicurezza tra i due Paesi. Nello specifico, Pechino e Hanoi si impegnano a consolidare «sei obiettivi principali»: una maggiore fiducia politica reciproca, una cooperazione più sostanziale in materia di sicurezza, una cooperazione pratica più profonda, una base popolare più solida, un coordinamento e una collaborazione multilaterale più stretti, e una gestione più adeguata delle differenze. Le autorità hanno inoltre dichiarato che le parti promuoveranno la «connettività dura» delle infrastrutture ferroviarie, autostradali e portuali e la «connettività morbida» delle dogane, per facilitare il commercio.

Il Nicaragua rompe le relazioni diplomatiche con Israele

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Il governo della Repubblica del Nicaragua ha ufficialmente rotto le relazioni diplomatiche con il «governo fascista di Israele». Lo riporta una nota diffusa dal governo e citata dalle agenzie di stampa come La Prensa, dove si legge: «Condanniamo ancora una volta questo genocidio, l’occupazione e l’aggressione permanente contro la vita e la dignità del popolo palestinese, che si sta diffondendo contro il popolo libanese e minaccia gravemente la Siria, lo Yemen e l’Iran, mettendo in pericolo la pace e la sicurezza. della Regione e del Mondo».

12 ottobre, scoperta dell’America o conquista genocida?

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Manifestazione anticolonialista a Barcellona

Oggi, 12 ottobre 2024, si svolgono in Spagna, come ogni anno, le celebrazioni del Día de la Hispanidad, la giornata nella quale si commemora la diffusione della «spagnolità» nel mondo sudamericano. Alla tradizionale parata militare di Madrid, ha presenziato, oltre alla famiglia reale borbonica, il presidente Pedro Sánchez e le ministre e i ministri del governo. In molte città spagnole, però, avranno luogo numerose manifestazioni in appoggio alla causa anticolonialista, che riconosce nell’istituzione monarchica spagnola la responsabilità non solo del saccheggio economico e culturale del contine...

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“No al Ddl sicurezza”: oggi la protesta diffusa

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Oggi, sabato 12 ottobre 2024, è la giornata della protesta diffusa in tutto il Paese contro il Ddl 1660 che, secondo gli organizzatori, con la scusa della «sicurezza» colpisce il diritto al dissenso. Previste proteste, flash mob e assemblee in tutto il territorio – tra cui a Milano, Bologna, Parma, Roma, e Salerno – che coinvolgeranno anche sindacati, comitati e cittadini. Questa mattina, a Roma, un gruppo di attivisti della Rete no Ddl Sicurezza si è riunito in via Cristoforo Colombo lanciando vernice lavabile sulla facciata del ministero dell’Ambiente dopo aver bloccato il traffico. «Attiviste e attivisti, alcuni con maschere di animali, hanno dato un primo segnale di opposizione al ‘decreto Ungheria’», hanno riferito i manifestanti.

I grandi Paesi europei forse si stanno muovendo per fermare Israele

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Dopo i recenti attacchi alle postazioni della missione internazionale UNIFIL, i grandi leader europei si sono resi conto che, forse, Israele andrebbe fermato. Ieri, in occasione dell’undicesimo summit dei Paesi meridionali europei “MED9”, i vertici di Croazia, Cipro, Francia, Grecia, Italia, Malta, Slovenia e Spagna, e il Ministro degli Esteri portoghese hanno chiesto l’implementazione di un urgente cessate il fuoco in Libano e a Gaza. Parallelamente, Francia, Spagna e Italia hanno rilasciato una dichiarazione congiunta sulla stessa questione, mentre le voci di condanna aumentano sempre di più. Capofila, come al solito, sono Irlanda e Spagna: «La logica è semplice. Senza armi, non c’è guerra», ha dichiarato il primo ministro spagnolo, Pedro Sánchez, suggerendo un embargo di armi nei confronti dello Stato ebraico. All’appello di Sánchez si è unito, a suo modo, anche il Presidente francese Macron, sebbene limitando la propria condanna agli attacchi all’UNIFIL. Mentre l’Europa si focalizza sul ferimento di due caschi blu, Israele continua i propri massacri in Palestina e in Libano, dove il numero di morti aumenta di giorno in giorno.

Nelle ultime settimane, le voci europee contro le decisioni dello Stato ebraico si stanno sollevando sempre di più. Oltre alle già schierate Spagna e Irlanda, ultimamente, anche la Francia di Macron sta iniziando a prendere una posizione più netta. Sebbene più tiepida della postura del premier spagnolo, la richiesta di fermare l’invio di armi nei confronti di Israele si configura indubbiamente come un cambio di prospettiva, e, quanto meno, apre alla possibilità di riconsiderare i rapporti con Tel Aviv. Nella dichiarazione congiunta con Francia e Spagna, l’Italia usa per la prima volta parole di forte condanna nei confronti delle azioni israeliane, accusando Tel Aviv di avere violato la legge internazionale. Lo stesso ministro della Difesa italiano, Guido Crosetto, ha espresso dure parole contro lo Stato israeliano, tanto da parlare di «crimini di guerra»; a tali dichiarazioni, si è poco dopo aggiunta anche Giorgia Meloni, che si è accodata all’aperta condanna di Israele.

Nel rilevare il manifesto cambio di paradigma nelle dichiarazioni dei grandi vertici europei, non può passare inosservato come queste prime accuse di “crimini di guerra” e di “violazione della legge internazionale” siano relative ai recenti e ripetuti attacchi alle postazioni dell’UNIFIL (la missione ONU in Libano) condotti dall’esercito israeliano. Per tale motivo, la forte presa di posizione dei leader europei sembrerebbe derivare da elementi di natura esclusivamente politica, più che da un’improvvisa vocazione umanitaria e di solidarietà verso la popolazione araba del Medio Oriente. Come da manuale della diplomazia, a un’offesa deve seguire, nel più debole degli scenari, una ferma condanna. Tale ipotesi sarebbe rafforzata da quell’alone di timidezza che circonda la maggior parte delle inedite dichiarazioni europee: è vero, Macron ha lanciato un appello per fermare l’invio di armi a Israele, ma ciò che ha chiesto, di preciso, è «un blocco all’esportazione delle armi usate a Gaza e in Libano», e non un vero e proprio embargo sulla vendita di equipaggiamento militare; Crosetto ha condannato le azioni israeliane, ma nel parlare di «crimini di guerra» ha usato tutti i condizionali dovuti al caso, e, poco dopo, ci ha tenuto a rimarcare pubblicamente che la sua «ferma e durissima condanna di quanto è accaduto contro il contingente UNIFIL in Libano non sarà mai disgiunta dalla costante azione mia, della Difesa e dell’intero governo contro ogni rigurgito di antisemitismo, sia palese che strisciante», come se una più ampia condanna delle azioni israeliane a Gaza o in Libano possa in verità celare uno «strisciante rigurgito di antisemitismo».

Per ora, gli unici Paesi a non limitarsi alle sole parole rimangono, come ormai da mesi, Spagna e Irlanda. Sánchez ha effettivamente fermato l’esportazione di armi spagnole allo Stato ebraico, e il suo omologo Simon Harris si è opposto alle richieste israeliane di spostare i contingenti dell’UNIFIL dal Libano. Madrid e Dublino, oltre ad avere ratificato il riconoscimento dello Stato palestinese, hanno chiesto alla Commissione Europea di «constatare che se non si rispettano il diritto internazionale e i diritti umani, contenuti essenziali dell’accordo di associazione tra UE e Israele, c’è solo un cammino: rivedere questo accordo», suggerendo, insomma, di interrompere tutte le relazioni e gli scambi con lo Stato ebraico. Non è ancora dato sapere se tutte queste discussioni sortiranno davvero effetti. In ogni caso, il fatto che le condanne lanciate dalla maggior parte dei Paesi europei siano ancora parecchio conservative e di natura politica, non cancella il fatto che, per una volta, esse abbiano introdotto nuovi temi sul piatto, che stanno iniziando a venire discussi pubblicamente.

Nel mentre non sono certo le discussioni a frenare la furia di Israele. In Libano, le Forze di Difesa Israeliane (IDF) continuano la propria invasione, ormai estesasi anche alle aree occidentali della Linea Blu (il confine che separa i due Paesi); nella giornata di oggi, l’aviazione israeliana ha completamente distrutto un edificio di tre piani nella città di Nabatiye, nel sud del Paese; attacchi aerei sono stati segnalati anche nelle città di al-Bazuriyya, Zibqin, e Sidone, dove sono state uccise almeno quattro persone. Secondo l’emittente qatariota Al Jazeera, inoltre, le IDF avrebbero minacciato di attaccare le ambulanze, accusandole di trasportare armi ed equipaggiamento per Hezbollah. Nel nord della Striscia di Gaza continua l’assedio di Jabalia, dove solo tra ieri e oggi sono state uccise 42 persone. Dall’escalation del 7 ottobre, l’esercito israeliano ha ucciso per via diretta almeno 42.175, anche se il numero di morti totale potrebbe superare le centinaia di migliaia di persone, come sostenuto da un articolo della rivista scientifica The Lancet, e dalla recente lettera di medici volontari nella Striscia.

[di Dario Lucisano]

Il Kenya manderà 600 poliziotti ad Haiti per la lotta alle gang

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Il Presidente del Kenya, William Ruto, ha annunciato che invierà altri 600 agenti di polizia ad Haiti, per aiutare il Paese a fare fronte alla grave crisi interna, iniziata quando bande violente hanno preso il controllo di gran parte della capitale, Port-au-Prince, per poi espandersi nelle regioni limitrofe. Fino a oggi, ad Haiti è stato promesso l’invio di 2.900 agenti internazionali, provenienti da tutto il mondo, ma solo 430 sono arrivati a destinazione. Di questi ultimi, 400 provengono proprio dal Kenya. I nuovi agenti verranno inviati il prossimo mese, al termine di un periodo di addestramento tuttora in corso.

Silenzio per Gaza, una poesia di Mahmud Darwish (1973)

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Il tempo a Gaza non è relax, 
ma un assalto di calura cocente.

Perché i valori a Gaza sono diversi, 
completamente diversi.

L’unico valore di chi vive sotto occupazione è il grado di 
resistenza all’occupante.

Questa è l’unica competizione in corso laggiù. 

E Gaza è dedita all’esercizio di questo insigne e crudele 
valore che non ha imparato dai libri 
o dai corsi accelerati per corrispondenza, né dalle fanfare
spiegate della propaganda
o dalle canzoni patriottiche.

L’ha imparato soltanto dall’esperienza e dal duro lavoro 
che non è svolto in funzione della pubblicità 
o del ritorno d’immagine.

Gaza non si vanta delle sue armi, 
né del suo spirito rivoluzionario, né del suo bilancio.

Lei offre la sua pellaccia dura, 
agisce di spontanea volontà e offre il suo sangue.

Gaza non è un fine oratore, non ha gola.

È la sua pelle a parlare attraverso il sangue, il sudore, le fiamme.

Per questo, il nemico la odia fino alla morte, la teme fino al punto di commettere crimini e cerca di affogarla nel mare, nel deserto, nel sangue. 

Per questo, gli amici e i suoi cari la amano con un pudore che sfiora quasi la gelosia e talvolta la paura, perché Gaza è barbara lezione e luminoso esempio sia per i nemici che per gli amici. […] 

La resistenza a Gaza non si è trasformata in 
un’istituzione.

Non ha accettato ordini da nessuno, non ha affidato il 
proprio destino alla firma né al marchio di nessuno. 

Non le importa affatto se ne conosciamo o meno il nome, l’immagine, l’eloquenza. 

Non ha mai creduto di essere fotogenica, né tantomeno di essere un evento mediatico. 

Non si è mai messa in posa davanti alle telecamere 
sfoderando un sorriso stampato. 

Lei non vuole questo, noi nemmeno. 

La ferita di Gaza non è stata trasformata in pulpito per le prediche.

La cosa bella di Gaza è che noi non ne parliamo molto, né incensiamo i suoi sogni con la fragranza femminile delle nostre canzoni. 

Per questo Gaza sarà un pessimo affare per gli allibratori.

Per questo, sarà un tesoro etico e morale inestimabile per tutti gli arabi. 

La cosa bella di Gaza è che le nostre voci non la 
raggiungono, niente la distoglie. 

Niente allontana il suo pugno dalla faccia del nemico. 

Né il modo di spartire le poltrone del Consiglio Nazionale, né la forma di governo palestinese che fonderemo dalla parte est della Luna o nella parte ovest di Marte, quando sarà completamente esplorato. 

Niente la distoglie. 

È dedita al dissenso: fame e dissenso, sete e dissenso, 
diaspora e dissenso, tortura e dissenso, assedio e dissenso, morte e dissenso. 

I nemici possono avere la meglio su Gaza. 

(Il mare grosso può avere la meglio su una piccola isola.) 

Possono tagliarle tutti gli alberi. 

Possono spezzarle le ossa. 

Possono piantare carri armati nelle budella delle sue 
donne e dei suoi bambini. 

Possono gettarla a mare, nella sabbia o nel sangue. 
Ma lei: non ripeterà le bugie. 

Non dirà sì agli invasori. 

Continuerà a farsi esplodere.

Non si tratta di morte, non si tratta di suicidio. 

Ma è il modo in cui Gaza dichiara che merita di vivere.

[di Mahmud Darwish]

Gaza, esercito israeliano ordina evacuazione dal Nord

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L’esercito israeliano ha ordinato ai residenti di una zona nel Nord di Gaza di evacuare, spostandosi a Sud. Il portavoce militare Avichay Adraee si è rivolto agli abitanti della “zona D5” con un messaggio pubblicato su X in lingua araba, in cui ha sottolineato che «l’area designata, compresi i rifugi ivi situati, è considerata zona di combattimento pericolosa» e deve quindi «essere evacuata immediatamente». Le forze armate israeliane hanno lanciato da oltre una settimana un’operazione nel Nord dell’enclave, in particolare a Jabaliya.

Ansia, tristezza, stanchezza: i disturbi post-pandemici non abbandonano i ragazzi

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In Italia un ragazzo su due soffre frequentemente di stati d’ansia o di tristezza prolungata. A interrogarsi sulla salute dei più giovani è stata l’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza con una consultazione pubblica capace di coinvolgere circa 7500 studenti delle scuole superiori. L’obiettivo del questionario era indagare sui disturbi frequenti post-pandemia di Covid-19. «Vorrei che si prestasse maggiore attenzione a come si sentono i ragazzi e a come è cambiata la loro vita dopo la pandemia, anche se il ricordo di essa può apparirci affievolito», ha dichiarato l’Autorità garante Carla Garlatti. Oltre agli stati di ansia e di tristezza prolungata, la ricerca ha evidenziato come un giovane italiano su due lamenti un eccesso di stanchezza, il 29 per cento soffra di frequenti mal di testa e il 25 per cento sostenga di non dormire bene. Tutti allarmi che risuonano oggi dopo cinque anni di politiche giovanili insufficienti e inidonee, come più volte sottolineato dagli esperti o dai ragazzi stessi.

Interrogati sul proprio stato d’animo, il 35 per cento dei giovani si è detto sereno. Il 24 per cento si è invece definito ansioso e il 6 per cento solo. Circa un ragazzo su sei non ha invece saputo descriverlo. Si tratta di un dato sulla conoscenza di sé non trascurabile, legato evidentemente all’assenza di politiche educative in tale direzione, per un modello scolastico aziendalista sempre più incentrato sull’ipercompetitività. Non a caso, ricordando il periodo pandemico, uno studente su quattro ha riferito di essersi trovato di fronte insegnanti disinteressati ai ragazzi e attenti solo ai risultati. L’anno scorso gli studenti hanno fatto sentire la propria voce, presentando alla Camera dei Deputati un disegno di legge per istituire presidi psicologici in tutte le scuole e università. L’atto, inseritosi in un’ampia mobilitazione a tutela della salute mentale portata avanti in tutta Italia, è stato tuttavia messo in soffitta dalla maggioranza, che a discapito delle (poche) promesse ha poi remato contro la volontà degli studenti depotenziando ad esempio il già esiguo bonus psicologo. Per il 2024 sono stati infatti stanziati 10 milioni di euro, che non sono riusciti a coprire neanche l’1 per cento delle 400mila richieste avanzate, fermandosi a circa 3000. Non contenta, la maggioranza ha aumentato il fondo di appena 2 milioni con il decreto omnibus, in quella che appare, visti i dati, l’ennesima misura di facciata.

La ricerca condotta dall’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza sottolinea come il 31,8 per cento dei giovani italiani faccia poca attività fisica. Una tendenza che colpisce non solo gli adolescenti ma anche i più piccoli: l’Italia è infatti il Paese europeo con più bambini che non fanno alcuna attività fisica. Osservando i dati relativi alla sedentarietà, l’Italia si posiziona come peggior Paese OCSE: il 94,5 per cento di bambini tra gli 11 e i 15 anni non raggiunge un adeguato livello di attività fisica. Un fenomeno negativo con cui l’Italia fa i conti da tempo e che oggi risulta peggiorato a causa della pandemia da Covid-19 e delle relative strette repressive. Le tendenze sedentarie del periodo pandemico, influenzate da divieti e pressioni psicologiche (ricordiamo come la narrazione dominante individuava nei più giovani i vettori del contagio e dunque un pericolo per i più anziani), si sono cementificate. “Desta preoccupazione che alcune abitudini emerse durante la pandemia siano state mantenute anche successivamente come lo studiare meno o in maniera discontinua e il mangiare troppo o troppo poco”, si legge nel rapporto. Tutto ciò, unitamente a un modello scolastico iperperformativo, contribuisce a generare e alimentare quella situazione di malessere generalizzato che colpisce sempre più giovani nel nostro Paese.

[di Salvatore Toscano]

USA, Boeing licenzierà il 10% del personale

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Una nota firmata da Kelly Ortberg, Amministratore Delegato di Boeing, la principale azienda statunitense produttrice di aeroplani, annuncia un taglio del 10% del personale, pari a circa 17.000 dipendenti. I licenziamenti seguono le perdite degli ultimi anni, aumentate dallo sciopero dei macchinisti nella regione di Seattle, lanciato all’ inizio di settembre. I tagli coinvolgeranno tutti i livelli dell’azienda, dai dirigenti agli operai. Nell’ultimo periodo Boeing era finita sotto i riflettori a causa di vari incidenti che hanno coinvolto i suoi aerei, nonché della falsificazione di alcuni report di manutenzione.