venerdì 4 Aprile 2025
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Perché Marte è rosso? Un nuovo studio svela uno dei misteri dell’astronomia

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Con la sua iconica tonalità ruggine, Marte è stato a lungo chiamato “pianeta rosso”, ma ora gli scienziati potrebbero aver capito perché: al contrario di quanto si pensava in precedenza, la colorazione non deriverebbe dal minerale ferroso ematite formatosi in seguito a reazioni con l’atmosfera marziana nel corso di miliardi di anni ma, piuttosto, dalla ferridrite, ovvero un ossido di ferro che si forma rapidamente in acqua fredda. È quanto emerge da un nuovo studio condotto da un team internazionale di scienziati, sottoposto a revisione paritaria e pubblicato sulla rivista scientifica Nature Communications. Analizzando e combinando i dati di diverse missioni spaziali con esperimenti di laboratorio che hanno replicato la polvere marziana, gli autori hanno effettuato scoperte che, secondo quanto riportato, potrebbero riscrivere la storia geologica di Marte, indicando che la sua colorazione rossa potrebbe essere una traccia lasciata da un passato più umido e forse più adatto alla vita. «Marte è ancora il Pianeta Rosso. È solo la nostra comprensione del perché Marte sia rosso che si è trasformata», ha commentato Adomas Valantinas, ricercatore post-dottorato del dipartimento di Scienze della Terra, ambientali e planetarie della Brown University e coautore.

Marte è tra i pianeti più studiati del nostro sistema solare grazie alla sua relativa vicinanza alla Terra e alla presenza di numerose sonde che ne hanno esaminato la superficie. La sua colorazione rossastra ha sempre incuriosito gli scienziati, i quali ipotizzavano che fosse il risultato di un lungo processo di ossidazione del ferro presente nelle rocce marziane. Si riteneva infatti che questo fenomeno fosse avvenuto dopo la scomparsa dei laghi e fiumi che un tempo solcavano la superficie del pianeta e, finora, le analisi basate sui dati delle sonde avevano suggerito che il principale responsabile fosse l’ematite, un minerale di ferro che può formarsi senza la necessità di acqua liquida. Tuttavia, la difficoltà nello studiare direttamente la polvere marziana ha lasciato aperte molte domande sulla sua reale composizione, le quali sono state indagate nel nuovo studio recentemente pubblicato su Nature Communications.

In particolare, gli scienziati hanno integrato osservazioni spaziali con simulazioni di laboratorio per verificare quale tipo di ossido di ferro sia effettivamente presente sulla superficie di Marte: sono stati analizzati dati provenienti da diverse missioni, tra cui Mars Express ed ExoMars Trace Gas Orbiter dell’Agenzia Spaziale Europea, nonché il Mars Reconnaissance Orbiter e i rover Curiosity, Pathfinder e Opportunity della NASA, ed è stata determinata la composizione e le dimensioni delle particelle di polvere. È stata poi creata una replica della polvere marziana in laboratorio, utilizzando vari tipi di ossido di ferro e riducendoli in particelle delle stesse dimensioni di quelle presenti su Marte e le analisi, effettuate con spettrometri a raggi X e strumenti di riflettanza, hanno mostrato che la ferridrite, un ossido di ferro idrato, è il miglior candidato per spiegare il colore rosso del pianeta. Si tratta di risultati che, secondo gli autori, indicherebbero che la ruggine marziana si sarebbe formata quando l’acqua era ancora presente sulla superficie, suggerendo che il pianeta si sia ossidato molto prima di quanto ipotizzato finora: «Dato che questa ruggine contenente acqua ricopre la maggior parte della superficie marziana, ciò suggerisce che l’acqua liquida nell’antico passato di Marte potrebbe essere stata più diffusa di quanto si pensasse in precedenza. Ciò suggerisce che Marte un tempo aveva un ambiente in cui era presente acqua liquida, che è un prerequisito essenziale per la vita. Il nostro studio rivela che la formazione di ferridrite su Marte richiedeva la presenza sia di ossigeno, proveniente dall’atmosfera o da altre fonti, sia di acqua in grado di reagire con il ferro», ha spiegato Valentinas, concludendo che le nuove scoperte presentano nuovi misteri che dovranno comunque essere indagati in analisi successive, come la posizione della fonte originale della ferridrite prima che venisse distribuita globalmente su Marte attraverso tempeste di polvere e l’esatta composizione chimica dell’atmosfera di Marte quando si formò la ferridrite.

[di Roberto Demaio]

Un nuovo scandalo sull’influenza delle lobby travolge il parlamento europeo

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Un’inchiesta della polizia giudiziaria belga ha fatto scoppiare un nuovo presunto scandalo di corruzione tra le mura del Parlamento Europeo. Ieri mattina, un centinaio di investigatori belgi hanno condotto perquisizioni a Bruxelles, in Vallonia e nelle Fiandre, individuando una serie di lobbisti che sarebbero legati al colosso delle telecomunicazioni Huawei. Le persone coinvolte sono accusate di aver corrotto una decina di europarlamentari ed ex europarlamentari per favorire gli interessi della multinazionale cinese presso le istituzioni europee. Tra gli indagati figura l’italo-belga Valerio Ottati, che è stato arrestato. Le accuse nei confronti dei soggetti sotto inchiesta comprendono corruzione, falsificazione e uso di documenti falsi, riciclaggio di denaro e organizzazione criminale.

Le autorità belghe hanno messo i sigilli a due uffici in cui operavano agli assistenti parlamentari, tra cui Adam Mouchtar, funzionario di lunga data e co-fondatore del gruppo EU40, organizzazione precedentemente presieduta da Eva Kaili, figura chiave nell’inchiesta sul Qatargate. L’altro ufficio sequestrato appartiene ad assistenti degli eurodeputati italiani Marco Falcone Fulvio Martusciello, entrambi di Forza Italia. Tra i nomi più rilevanti dell’indagine emerge quello di Valerio Ottati, ex assistente parlamentare e attuale direttore degli affari pubblici di Huawei per l’Unione Europea. Ottati, che ha lavorato per anni all’interno dell’Europarlamento con incarichi legati alle relazioni tra UE e Cina, è sospettato di aver orchestrato un sistema di pressioni indebite sugli europarlamentari, avvalendosi di regali di valore come smartphone, biglietti per eventi sportivi e viaggi per promuovere gli interessi di Huawei. Secondo gli inquirenti, l’attività corruttiva sarebbe stata praticata in maniera sistematica dal 2021, sotto l’apparenza di un’attività di lobbying commerciale legittima, con l’obiettivo di contrastare gli sforzi degli Stati Uniti per marginalizzare Huawei nel mercato europeo. Le indagini hanno appurato che i flussi finanziari illeciti sarebbero transitati attraverso società portoghesi, mescolando pagamenti per conferenze con operazioni di riciclaggio di denaro. Si ipotizza che siano almeno 15 gli attuali o ex eurodeputati coinvolti nella vicenda. In un comunicato, Huawei ha commentato le indagini affermando di avere «una politica di tolleranza zero verso la corruzione o altri atti illeciti», aggiungendo che collaborerà con gli inquirenti «per approfondire la situazione».

Non è certo la prima volta che un grande caso di presunte attività corruttive si abbatte sull’Eurocamera. Poco più di due anni fa, nel dicembre 2022, scoppiava l’inchiesta sul “Qatargate”, che ha rivelato un vasto sistema di tangenti e influenze illecite esercitate da Qatar e Marocco su alcuni eurodeputati e funzionari dell’UE. Tra le figure chiave c’erano anche Eva Kaili, eurodeputata greca del gruppo Socialisti & Democratici (S&D), allora vicepresidente del Parlamento europeo, e Antonio Panzeri, ex eurodeputato italiano (sempre di S&D), ritenuto uno degli organizzatori principali del sistema corruttivo. L’inchiesta ha evidenziato come questi e altri soggetti avrebbero ricevuto milioni di euro in contanti in cambio di interventi a favore del Qatar e del Marocco su questioni politiche ed economiche. Il 9 dicembre 2022, la polizia belga ha effettuato una serie di perquisizioni e arresti, trovando oltre 1,5 milioni di euro in contanti nelle case degli indagati. Nel gennaio 2023, Panzeri ha patteggiato con la giustizia belga, accettando di collaborare in cambio di una riduzione di pena.

Di fatto, l’Unione Europea legittima le lobby e le loro attività. Nel 2011, la Commissione Europea ha attivato un registro per la trasparenza che traccia tutte le lobby che vogliano poter accedere alle istituzioni europee per poterne influenzare le decisioni: eppure, a tale registro ci si iscrive su base volontaria. L’obbligatorietà a cui si fa riferimento sul sito dell’Eurocamera («la registrazione è obbligatoria per richiedere un badge di accesso al Parlamento europeo») è riferita infatti alla sola possibilità di accedere fisicamente alle istituzioni europee da parte dei lobbisti, quindi per poter entrare all’interno dei palazzi del potere: nessuno vieta che gli incontri avvengano all’esterno dei palazzi istituzionali. Inoltre, non vi è alcun divieto a carico del parlamentare europeo di svolgere egli stesso attività lobbistica a pagamento durante il mandato e non sono previsti nemmeno dei vincoli post-mandato parlamentare, nonostante sia prevista una generosa e cospicua indennità in favore del parlamentare uscente. L’organizzazione Transparency International EU (TI EU) ha spiegato che il numero di lobbisti che svolge la propria attività a Bruxelles si aggira sulle 48mila unità. Le lobby più numerose ufficialmente registrate sono legate a Organizzazioni non governative e organizzazioni no-profit (3.495), seguite da imprese e gruppi privati (3.034) e associazioni commerciali e di categoria (2.629); fette molto più piccole sono invece riferite a categorie diverse tra loro, tra cui sindacati, think thank e istituti accademici e religiosi.

[di Stefano Baudino]

“Show Israel the Red Card”: i gruppi ultras lanciano il boicottaggio contro Israele

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In una società sempre più depoliticizzata e asettica, i gradoni si confermano luogo di denuncia sociale. Gruppi di tifosi sparsi per il mondo stanno protestando contro il genocidio israeliano ai danni del popolo palestinese nonché verso la complicità delle istituzioni, nello specifico quelle calcistiche, come la FIFA e la UEFA. Così è nata “Show Israel the Red Card” (Cartellino rosso per Israele), una campagna di boicottaggio nei confronti dello Stato ebraico, che ne chiede l’esclusione da tutte le competizioni mondiali. Di settimana in settimana il movimento ha macinato numeri e chilometri, sbarcando in oltre trenta Paesi col sostegno di più di 70 tifoserie, che tra striscioni e cartellini rossi hanno usato il calcio come veicolo di denuncia, rilanciando una sua dimensione viscerale spesso trascurata, tanto dai legislatori che non vivono lo stadio quanto, purtroppo, dai tifosi stessi. 

Malesia, coreografia dei tifosi del Selangor, club della Super League.

Glasgow, 12 febbraio. Da qui, dalla curva nord del Celtic Park, inizia il viaggio della campagna “Show Israel the Red Card”, con gli ultras della Green Brigade (in copertina) che si colorano di rosso e srotolano un lungo striscione col nome del movimento. L’iniziativa si diffonde a macchia d’olio, dalla Tunisia alla Spagna, dal Marocco all’Indonesia. In Malesia i tifosi del Selangor realizzano una coreografia suggestiva, accompagnando un bandierone palestinese all’immagine di un bambino avvolto nella kefiah che sventola un cartellino rosso. L’iniziativa sbarca anche in Italia, dai campi di Serie A a quelli di provincia: durante un Empoli-Atalanta di fine febbraio, i Desperados, storica sigla ultras dei padroni di casa, si sono tinti di rosso, srotolando lo striscione della campagna. “Show Israel the Red Card” fa poi tappa a Pisa, in serie B, con i tifosi che richiamano la FIFA a rispettare l’articolo 4 del suo statuto: “Discriminazioni di ogni genere sono del tutto proibite e punibili con la sospensione o l’espulsione”. 

I tifosi hanno dato vita alla campagna a seguito dei silenzi e dei tentennamenti delle istituzioni – una su tutte la FIFA, che di volta in volta ha rimandato la decisione di sospendere la partecipazione di Israele alle competizioni mondiali, permettendo alla squadra dello Stato ebraico di giocare nonostante l’assedio della Palestina. Israele ha regolarmente preso parte alla Nations League, gestita dalla UEFA, disputando nove partite lo scorso anno, tra cui il doppio match contro l’Italia. I tifosi hanno deciso di scendere in campo contro il genocidio che le truppe sioniste stanno compiendo indisturbate, denunciando allo stesso tempo il doppio standard della massima istituzione calcistica, la FIFA, che escluse la Russia da tutte le competizioni quattro giorni dopo l’invasione dell’Ucraina. La campagna “Show Israel the Red Card” chiede lo stesso trattamento per uno Stato genocida, che quotidianamente pratica l’apartheid e il colonialismo d’insediamento.

[di Salvatore Toscano]

Toscana, promulgata la legge sul suicidio assistito

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Il governatore della Toscana, Eugenio Giani ha promulgato la legge sul suicidio assistito, rendendo così la regione la prima ad adottare una misura per regolamentare l’accesso alla pratica. La legge era stata approvata lo scorso 12 febbraio, ma era stata momentaneamente bloccata da un ricorso presentato dalla minoranza al collegio di garanzia statuaria. Ieri il ricorso è stato respinto, e ha permesso al governatore di promulgare la legge. La legge toscana sul suicidio assistito si fonda sulla sentenza della Corte Costituzionale del 2019 e garantisce l’eventuale accesso alla pratica in meno di due mesi.

Tregua in Ucraina: Putin detta le sue condizioni

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In seguito all’accordo raggiunto dagli Stati Uniti con l’Ucraina per un cessate il fuoco di 30 giorni nella guerra contro la Russia, il presidente russo Vladimir Putin ha dichiarato ieri alla stampa di essere d’accordo in linea generale con la proposta. Tuttavia, ha aggiunto che è necessario definire meglio una serie di presupposti cruciali affinché sia possibile sospendere i combattimenti, dettando così le sue condizioni. Alcune di queste corrispondono alle richieste che Mosca ha messo sul tavolo sin da prima dello scoppio del conflitto nel 2022. Il capo del Cremlino ha affermato che qualunque accordo dovrà affrontare quelle che sono le cause profonde del conflitto e dovrà garantire che l’Ucraina non usi il cessate il fuoco per riorganizzarsi: «Siamo d’accordo con le proposte di cessare le ostilità. L’idea in sé è corretta e certamente la sosteniamo», ha asserito, aggiungendo però che questa tregua «dovrebbe essere tale da condurre a una pace duratura ed eliminare le cause originarie di questa crisi». Inoltre, ha chiesto come verrà organizzato il controllo del cessate il fuoco e che garanzie ci saranno sul fatto che Kiev non si riorganizzi per proseguire il conflitto, definendo queste «tutte domande serie». In altre parole, i presupposti per raggiungere il cessate il fuoco sono ancora lontani e potrebbero richiedere più tempo di quanto Washington vorrebbe.

Le richieste di Mosca e Kiev, infatti, sono ancora distanti tra loro: Putin ha posto come condizioni fondamentali per la tregua la non adesione dell’Ucraina alla NATO, il mantenimento delle regioni ucraine (Donetsk, Luhansk, Zaporizhzhia e Kerson) che hanno aderito alla Federazione russa il 30 settembre del 2022 e il ridimensionamento dell’esercito ucraino. Inoltre, il capo del Cremlino ritiene necessario che in Ucraina si tengano le elezioni. Tutte cose su cui Kiev ha dichiarato di essere contraria: secondo il media russo, Ria Novosti, infatti, durante i negoziati con i rappresentanti degli Stati Uniti in Arabia Saudita, l’Ucraina avrebbe respinto categoricamente la richiesta del presidente degli Stati Uniti Donald Trump di non aderire alla NATO e avrebbe altresì dichiarato di essere contraria alle restrizioni sulle dimensioni dell’esercito. Nel testo della dichiarazione congiunta concordata da Stati Uniti e Ucraina dopo i colloqui in Gedda non ci sono riferimenti a condizioni particolari di cessate il fuoco, se non un generico impegno a «nominare le squadre di negoziazione e di iniziare immediatamente i negoziati per una pace duratura che garantisca la sicurezza a lungo termine dell’Ucraina». Putin ha, dunque, asserito che i termini per il cessate il fuoco necessitano di chiarimenti e ha ringraziato il presidente statunitense, con la cui amministrazione ultimamente c’è stato un riavvicinamento. Da parte sua, Donald Trump ha comunque definito le dichiarazioni di Putin «molto promettenti», dicendosi disponibile a parlare telefonicamente con il presidente russo. Ha però anche aggiunto che se la Russia non accetterà la proposta degli Stati Uniti «sarà una grande delusione per il mondo».

Il capo del Cremlino ha anche posto l’accento sulla situazione sul campo, in particolare nella regione russa di Kursk, occupata dagli ucraini: secondo lo “zar”, in quella zona la situazione sta rapidamente cambiando a favore della Russia. «Ieri, durante un rapporto, il comandante del gruppo di battaglia Nord e il suo vice mi hanno informato: Domani, Sudzha sarà nelle nostre mani. Ed è esattamente ciò che è accaduto», ha detto, aggiungendo che «il controllo delle truppe ucraine all’interno di questa zona di incursione è stato perso». Ha quindi domandato cosa implicherebbe una tregua di 30 giorni nella regione di Kursk: «Se cessiamo le ostilità per 30 giorni, cosa implica? Tutti quelli che sono all’interno se ne andranno semplicemente senza opporre resistenza? Dobbiamo permettere loro di uscire dopo che hanno commesso numerosi crimini contro i civili? O la leadership ucraina emetterà un ordine di deporre le armi? Come si svolgerà? È una questione non chiara», ha asserito. Ha poi sollevato la questione del controllo del cessate il fuoco: «Chi determinerà dove e chi ha violato un potenziale accordo di cessate il fuoco lungo una linea di 2.000 chilometri? Chi attribuirà la colpa per eventuali violazioni? Sono tutte domande che richiedono un esame approfondito da entrambe le parti». Inoltre, ha anticipato che la Russia ha iniziato a negoziare il ritorno di alcune aziende occidentali «in modalità a porte chiuse».

Sono ancora molte, dunque, le questioni che Russia, Ucraina e Stati Uniti devono affrontare per concordare un cessate il fuoco e per arrivare a una pace duratura e non è scontato che ciò possa avvenire in tempi brevi. In ultima analisi, però, la Russia determinerà i prossimi passi per risolvere il conflitto in Ucraina «in base all’evoluzione della situazione sul campo».

[di Giorgia Audiello]

Maltempo, anche in Toscana scatta l’allerta rossa

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Dopo l’Emilia-Romagna, anche la Toscana vede salire di livello l’allerta meteo in corso, che da mezzogiorno è diventata “rossa” per le province di Firenze, Prato, Pistoia e Pisa. La decisione è stata presa dalla Sala operativa unificata della Protezione civile regionale, in seguito alla riunione dell’unità di crisi. «La popolazione è invitata alla massima prudenza e a limitare i propri spostamenti fin da subito», si legge in una nota, dove si spiega che «il sorvegliato speciale di queste ore è il fiume Arno». Nelle ultime ore si sono registrati allagamenti in zona Campo di Marte, con interventi della Protezione civile alle Cascine del Riccio.

Sardegna: la questura usa il Daspo urbano contro il movimento anti-speculazione eolica

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Le autorità sarde hanno emanato due Daspo urbani, la misura di divieto di accesso al territorio comunale, nei confronti di attivisti sardi che hanno partecipato alle proteste contro la speculazione eolica. Gli attivisti, di preciso, avevano preso parte a una protesta notturna presso il porto di Oristano-Santa Giusta, con l’obiettivo di impedire il trasporto delle pale eoliche tra le strade provinciali 49 e 56. Nei prossimi giorni, ipotizzano i quotidiani locali, misure analoghe potrebbero colpire altre persone presenti alla manifestazione: i due attivisti sanzionati, infatti, si sarebbero limitati a protestare vicino ai tir, nei pressi dei quali si trovavano però altre decine di manifestanti.

Nello specifico, uno dei Daspo urbani già recapitati ha colpito un’attivista di 60 anni, Rosi Tocco, la quale avrebbe insultato con foga l’autista del tir che trasportava la pala eolica, che l’avrebbe attaccata a parole. Tramite il suo avvocato, Michele Zuddas, Tocco chiederà di essere ascoltata in Questura al fine di chiarire la sua posizione. «Ho ricevuto un procedimento amministrativo perché io e alcuni compagni di vari comitati in lotta contro la speculazione energetica, abbiamo legittimamente protestato a Santa Giusta – ha scritto Tocco in un post Facebook – Nello specifico, io ho ostacolato con veemenza l’esecuzione della manovra del mezzo pesante impedendo la prosecuzione, obbligando l’autista ad una sosta forzata, ho insultato e minacciato l’autista e un operatore a terra. Di conseguenza lorsignori ritengono che io sia una persona socialmente pericolosa. Oramai non si può più neanche dissentire con “veemenza “, avrei dovuto dire all’autista con modi gentili e per gentilezza di non trasportare quell’enorme mostro a Villacidro!». Tocco ha concluso il suo post scrivendo: «Io non mi lascio intimorire, per me è soltanto un onore essere processata per aver difeso la mia amata Terra». Un altro Daspo è stato emesso all’indirizzo di un attivista barbaricino di cui non sono state rese note le generalità, ma ci si aspetta che ne arrivino molti altri. In totale, infatti, le persone in protesta a ridosso del tir erano circa trenta, mentre altre venti dimostranti avevano fatto sentire la loro voce per le strade dello scalo portuale.

Quella notte, il grande autoarticolato posizionato nel piazzale del porto industriale, con un’enorme pala eolica caricata per il trasporto, doveva raggiungere il Comune di Villacidro. Alcune decine di militanti del Presidio del popolo sardo, giunti da ogni angolo dell’Isola, avevano inscenato una protesta davanti al mezzo in partenza, rallentando le operazioni per circa un’ora. Sotto l’attenzione controllo delle forze dell’ordine, i manifestanti avevano scandito lo slogan “Fuori la mafia dalla Sardegna!”. Tra le pale e gli agenti, di tanto in tanto, sono comparse le maschere dell’Anonymous sardo, decorate con i Quattro Mori, per richiamare l’attenzione sulla mobilitazione contro l’espansione incontrollata di impianti eolici, fotovoltaici e agrivoltaici sul territorio.

La popolazione sarda lotta da tempo contro la speculazione delle multinazionali dell’eolico. Un presidio permanente presso il porto di Oristano è iniziato nel luglio dell’anno scorso, sfociando fin dai primi giorni in tensioni con le forze dell’ordine, che hanno effettuato sgomberi, identificazioni e denunce all’indirizzo degli attivisti. Contestualmente, nell’entroterra cagliaritano, alcuni cittadini hanno dato il via alla Rivolta degli Ulivi, sollevazione popolare spontanea che risponde agli espropri coattivi dei terreni dei contadini (dove dovranno sorgere i parchi eolici) piantando ulivi e altre specie vegetali.

Nel frattempo, la vicenda ha visto negli ultimi giorni una novità importante sul versante normativo e giurisprudenziale. La Corte costituzionale ha infatti dichiarato costituzionalmente illegittimo l’articolo 3 della legge regionale della Sardegna che, lo scorso luglio, aveva introdotto una moratoria sulla realizzazione di impianti alimentati da fonti rinnovabili per un anno e mezzo, in attesa del via libera alla legge regionale per l’individuazione delle aree idonee. Contro la moratoria il governo italiano aveva subito deciso di ricorrere alla Consulta, vincendo la partita. Nel testo della sentenza si spiega infatti che le disposizioni regionali impugnate, sebbene «finalizzate alla tutela del paesaggio, nello stabilire il divieto di installare impianti alimentati da fonti rinnovabili», si pongono in contrasto con gli obiettivi di decarbonizzazione sanciti a livello europeo e recepiti a livello statale.

[di Stefano Baudino]

Repubblica Democratica del Congo, la maledizione della ricchezza

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La Repubblica Democratica del Congo (RDC) è la più grande nazione di tutta l’Africa subsahariana: da sola ha la stessa superficie dell’Europa occidentale. Rigogliosa, piena di vita e culture diverse, con diversi ambienti e migliaia di specie animali, la RDC è anche la nazione più ricca al mondo di risorse minerali: rame, tungsteno, coltan, tantalio, oro, argento e ferro. Risorse che hanno reso un luogo, sulla carta più simile all’Eden che alla Terra dei mortali, in un inferno senza fine. Dall’inizio del nuovo anno, la milizia ribelle M23, che ha incominciato la sua avanzata nelle ricche provin...

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Russia, respinto attacco ucraino con droni nel sud del Paese

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Nella notte, l’esercito ucraino ha attaccato il sud della Russia con quattro droni diretti verso Mosca, che sono stati abbattuti dai sistemi di difesa aerea. Come riportato dai media russi, vari testimoni hanno raccontato di avere «sentito delle esplosioni e di avere visto del fumo» nella regione della capitale. L’attacco ha causato un incendio in un’area di circa mille metri quadrati in un deposito di prodotti petroliferi a Tuapse, sulla costa del Mar Nero. Secondo i rapporti preliminari, non ci sono state vittime. I servizi di risposta alle emergenze stanno lavorando sul posto per domare le fiamme.

 

 

 

Una storica sentenza mette fine all’impunità delle torture di Stato in Libano

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Con una sentenza del 5 marzo, il Consiglio della Shura, il più alto organo della giustizia amministrativa libanese, ha ordinato al governo del Paese di risarcire un cittadino con una somma pari a circa 5.000 euro per non aver impedito che venisse torturato. A percepire il risarcimento sarà Ziad Itani, attore arrestato nel 2017 con una falsa accusa di spionaggio. Itani fu trattenuto in carcere per settimane, durante le quali venne segregato in isolamento, incatenato per ore e malmenato. «Questa decisione rappresenta una rara svolta per la giustizia, che deve aprire la strada alla fine della lun...

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