sabato 29 Novembre 2025
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Milano, affitti fuori controllo, +102% per le Olimpiadi invernali

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+102% in media a settimana per un appartamento da quattro persone in una delle zone centrali di Milano. +153% ad Assago, dove si trovano gli impianti sportivi. Sono i dati dell’incredibile aumento del prezzo degli affitti brevi a Milano durante il periodo delle Olimpiadi invernali. I Giochi inizieranno tra tre mesi – la cerimonia di apertura è prevista per il 6 febbraio – ma già è partita l’ennesima corsa all’oro immobiliare, in una città dove il diritto all’abitare sembra ormai un ricordo lontano.

Secondo l’analisi di Abitare Co., società specializzata nell’intermediazione immobiliare, i prezzi degli affitti brevi per un appartamento da massimo quattro persone nelle aree centrali e nei quartieri olimpici aumenteranno in media del più del doppio rispetto a una settimana senza eventi. Siamo ancora lontani dagli aumenti vertiginosi che si registrano durante la settimana della moda, quando un affitto più anche quadruplicare, ma il dato è in ogni caso significativo.

Nel Centro Storico, l’area più cara, si toccano i 2.800 euro a settimana (contro i 1.700 euro del resto dell’anno), mentre a Brera si sale a 2.500 euro (+67%) e a Porta Nuova a 2.200 euro (+83%). CityLife (1.900 euro, +73%) e Porta Romana (1.950 euro, +63%) seguono da vicino, confermando la tendenza: chi vuole restare a Milano durante le Olimpiadi dovrà pagare cifre fuori portata per la maggior parte dei residenti.

Le impennate più forti si registrano nelle aree che ospiteranno le gare e gli impianti principali. Ad Assago, sede della Milano Ice Skating Arena, il prezzo medio settimanale balza del +153%, arrivando a 1.900 euro. A Santa Giulia, dove sorgerà la Milano Santa Giulia Ice Hockey Arena, gli affitti crescono del +147%, toccando i 2.100 euro a settimana. A San Siro, che ospiterà la cerimonia di apertura, il prezzo medio è di 2.200 euro (+144%), mentre a Rho, sede del Milano Ice Park, si arriva a 1.500 euro a settimana (+130%). Nel complesso, le aree olimpiche registrano un incremento medio del +144%, con canoni che passano da 788 euro a 1.925 euro a settimana. Numeri che fotografano un mercato in cui la logica dell’evento straordinario diventa la giustificazione per un’escalation di prezzi senza limiti né regole.

Ma la corsa dei prezzi non riguarda solo gli affitti brevi. Secondo gli ultimi dati del portale Immobiliare.it, a settembre 2025 il costo medio di un affitto a lungo termine a Milano ha superato i 24 euro al metro quadrato, con punte di 35-40 euro nelle zone più centrali e richieste come Brera, Porta Nuova e CityLife. In media, un bilocale di 60 metri quadrati costa oltre 1.400 euro al mese, ma nei quartieri centrali si arriva facilmente a 2.000 euro. Nel 2018 la media era di 17 euro al metro quadrato: in sette anni l’aumento è stato di oltre il 40%, mentre i salari reali, nello stesso periodo, sono rimasti pressoché fermi.

Eppure, anche questi numeri ufficiali non riescono a restituire fino in fondo la realtà di un mercato ormai completamente sfuggito al controllo. Le statistiche, infatti, si basano sugli annunci pubblicati e non tengono conto del numero crescente di abitazioni ritirate dal mercato tradizionale per essere destinate agli affitti brevi o turistici.

Il risultato è che l’offerta di case in affitto a lungo termine continua a ridursi, rendendo la ricerca di un appartamento stabile un’impresa quasi impossibile. Negli ultimi due anni, secondo diverse agenzie immobiliari, gli annunci di locazioni residenziali a Milano sarebbero diminuiti di oltre il 20%.

Il quadro si aggrava se si considerano i costi delle stanze singole, sempre più spesso l’unica opzione accessibile per studenti e lavoratori. Secondo gli ultimi rilievi, una stanza a Milano costa in media oltre 730 euro al mese, con picchi che superano gli 850 euro nelle zone centrali o vicine alle università. Nel 2019, la stessa stanza costava circa 500 euro.

La trasformazione del capoluogo lombardo in una città sempre più orientata al turismo, agli investitori e agli affitti brevi sta così spingendo fuori i residenti e i lavoratori, in particolare i giovani, gli studenti e le famiglie a reddito medio. Nei quartieri un tempo popolari – come Porta Venezia, Isola o Lambrate – gli affitti a lungo termine sono ormai un miraggio, e la quota di abitazioni dedicate ad Airbnb o piattaforme simili ha superato in alcuni casi il 25%. Una città che produce ricchezza, ma dove vivere è diventato un lusso, e dove la casa – più che un diritto – si è trasformata in un bene speculativo, oggetto di rendita e non più di vita quotidiana.

A fare da sfondo a questa corsa al mattone c’è la recente inchiesta sull’urbanistica milanese, che ha scoperchiato una rete di rapporti opachi tra costruttori, intermediari e funzionari pubblici. L’indagine – avviata dalla Procura questa estate – ipotizza pressioni e agevolazioni nella gestione di alcune aree di trasformazione urbana, tra cui proprio quelle destinate a ospitare infrastrutture olimpiche e nuovi complessi residenziali di lusso. Un sistema che, secondo gli inquirenti, avrebbe favorito la logica del profitto a breve termine a scapito dell’interesse pubblico e della pianificazione sostenibile. Mentre il Comune tenta di correre ai ripari con un nuovo regolamento per gli affitti brevi – ancora fermo in Consiglio – e mentre il governo discute di una nuova legge per rendere più facili gli sfratti, gli operatori immobiliari fanno affari d’oro. L’Olimpiade diventa così l’occasione perfetta per rilanciare l’ennesima stagione di rendite e speculazioni, in una città dove l’abitare, invece di restare un diritto, diventa sempre più una competizione.

Colombia sospende la condivisione d’intelligence con gli USA

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Il presidente Gustavo Petro ha ordinato alle forze di sicurezza colombiane di interrompere lo scambio di informazioni con le agenzie statunitensi fino a quando Washington non fermerà le operazioni militari contro imbarcazioni sospette di traffico di droga nei Caraibi. “La lotta alla droga deve essere subordinata ai diritti umani della popolazione caraibica”, ha scritto Petro su X, evidenziando che le recenti azioni statunitensi, tra cui raid marittimi, hanno generato morti e messo in discussione la cooperazione storica tra i due Paesi.

Golpe Borghese: quando in Italia ci fu la dittatura per una notte

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Era già tutto pronto: i mafiosi per sistemare il capo della polizia, i soldati e i paracadutisti per tenere buona la gente, con le buone o con le meno buone, i carabinieri per i politici ed eventuali giornalisti renitenti e perfino i forestali, che hanno dato il nome – o meglio, il nomignolo – a questo colpo di Stato. Proprio loro sarebbero dovuti arrivare con le camionette in colonna in via Teulada, a Roma, per tappare la bocca alla RAI. L’invincibile armata dell’autoritarismo era stata messa in piedi meticolosamente, con grande rigore e precisione: tutto si sarebbe dovuto svolgere in 12 ore,...

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Donbass: la Russia avanza nella città di Pokrovsk, esercito ucraino in ritirata

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La situazione per l’Ucraina si fa sempre più difficile nelle regioni del Donetsk e di Zaporizhzhia, dove gli attacchi russi stanno aumentando di intensità, costringendo gli ucraini alla ritirata in vari punti. In particolare, l’esercito russo è riuscito a entrare nella città di Pokrovsk, secondo gli ucraini grazie alla fitta nebbia calata sulla città e i suoi dintorni, mentre nell’oblast di Zaporizhzhia l’esercito di Kiev è stato costretto alla ritirata in cinque insediamenti. I guai per Zelensky non finiscono però qui: oltre alle perdite sul campo, il suo governo è stato travolto da un grande scandalo per corruzione, che ha visto l’arresto di cinque persone tra dirigenti e persone d’affari e che vede coinvolti anche ministri e persone molto vicine al presidente. Il comandante capo delle forze ucraine, Oleksandr Syrskyi, ha riferito che i russi si trovano in condizione «dominante», ammettendo che la situazione è «notevolmente peggiorata nelle direzioni di Oleksandrivsky e Gulyaipol», dove i russi, in vantaggio tanto numerico quanto di mezzi, hanno preso possesso di tre insediamenti. Combattimenti si sono svolti anche a Rivnopillia e Yablukove, dove «il fuoco incrociato dell’aggressore ha causato perdite significative». Il fronte più difficile rimane quello di Pokrovsk, dove, secondo quanto riferito dall’esercito ucraino, la vittoria del nemico è stata favorita dalle «condizioni meteo avverse» (ovvero da una fitta nebbia), che avrebbe favorito l’ingresso di trecento soldati russi. Secondo l’esercito russo, inoltre, la situazione per gli ucraini sarebbe difficile anche nella città di Kupyansk (regione di Kharkiv), la cui parte orientale sarebbe stata «completamente liberata». «Il nemico non tenta in alcun modo di sfondare le unità circondate», riporta il ministero russo, che riferisce anche della distruzione di vari depositi di munizioni e di materiali. Oltre alle perdite sul campo, Zelensky si trova anche a dover fare i conti con lo scandalo che ha travolto il suo governo – in particolare, il ministero dell’Energia. L’anticorruzione ha infatti reso noto di aver arrestato cinque persone, tra le quali un uomo d’affari, un ex consigliere del ministro dell’Energia e un dirigente della società nazionale per l’energia atomica Energoatom. Le persone coinvolte avrebbero intascato tangenti dal valore complessivo di circa 100 milioni di dollari, dirottando i fondi che sarebbero serviti a tutelare i civili dai blackout del Paese dovuti anche agli attacchi contro le infrastrutture energetiche condotte dall’esercito russo. Nell’indagine risulterebbero coinvolti anche il ministro della Giustizia ed ex ministro dell’Energia, Herman Galushchenko, e l’imprenditore Timur Mindich, ex socio di Zelensky nella società di produzione televisiva Kvartal 95. Secondo quanto riferito dai media, nelle scorse ore Mindich sarebbe fuggito in Israele, prima che l’Anticorruzione bussasse alla sua porta, facendo perdere le proprie tracce.

Ex Ilva: sindacati sospendono il confronto col Governo

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Nel corso dell’incontro di ieri con il Governo sulla vertenza Ex Ilva, i sindacati hanno deciso di interrompere il tavolo di trattativa, accusando l’esecutivo di proporre soluzioni «inaccettabili» che scaricherebbero il costo sui lavoratori. Il Governo, attraverso una nota di Palazzo Chigi, ha espresso rammarico per la rottura e ha ribadito la disponibilità al dialogo. Nel frattempo, il ministro Adolfo Urso ha anticipato che la cassa integrazione per i lavoratori dello stabilimento potrebbe salire a circa 5.700 unità entro dicembre. Attualmente, secondo quanto riferiscono i sindacati, l’organico effettivo dello stabilimento Taranto è di 7.938 unità, di cui 5.371 operai, 1.704 quadri, 863 equiparati.

Australia, primo trattato con i popoli indigeni: riconosciuto il diritto all’autogoverno

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Per la prima volta, in Australia è stato approvato un trattato che riconosce formalmente il diritto all’autogoverno delle popolazioni native. È successo nello Stato federale di Victoria, nel sud-est del continente, dove il parlamento ha dato il via libera a un testo di 34 pagine che definisce nuove modalità di relazione tra le istituzioni e i popoli originari del continente.
L’accordo, sostenuto dal governo statale di centrosinistra, istituisce un organismo permanente chiamato Gellung Warl, espressione che in una lingua locale significa “punta di lancia”, con il compito di rappresentare in mod...

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Un aereo militare turco si schianta in Georgia: 20 dispersi

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Nel pomeriggio di oggi, 11 novembre, un aereo militare turco si è schiantato in Georgia. A bordo dell’aereo, un cargo C-130 erano presenti 20 militari turchi e azeri, che risultano ancora dispersi. Il velivolo era partito proprio dall’Azerbaijan, dalla città di Ganja, e si è schiantato al confine del Paese con la Georgia. Squadre georgiane stanno cercando eventuali superstiti. Non sono ancora note le cause dell’incidente.

Dalle Ande all’Amazzonia: i popoli indigeni arrivano alla COP30 per difendere la foresta

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Oltre 60 leader indigeni hanno attraversato il Rio delle Amazzoni in barca a vela per partecipare alla COP30, la Conferenza delle Nazioni Unite sul clima. La spedizione è partita quasi un mese fa dalle Ande ecuadoregne, da dove le imbarcazioni sono salpate per affrontare un viaggio di oltre 3.000 km. La missione ha preso il nome simbolico di “Yaku Mama”, richiamando la divinità “madre delle acque” che secondo la mitologia locale abita la foresta amazzonica. I leader indigeni, provenienti da Brasile, Colombia, Ecuador, Guatemala, Indonesia, Messico, Panama e Perù, sono arrivati a Belém – sede della Conferenza – ieri, lunedì 10 novembre. Lo scopo del viaggio era quello di mettere in risalto gli effetti della deforestazione e della carbonizzazione sulle comunità, e di chiedere agli Stati il rispetto delle politiche climatiche, l’istituzione di strumenti adeguati per la lotta alla crisi ambientale, e la «piena ed effettiva partecipazione e rappresentanza» dei popoli indigeni nei processi decisionali.

La missione Yaku Mama è iniziata il 16 ottobre con lo scopo di proporre un cambio di paradigma: «Porre l’Amazzonia al centro della lotta per la giustizia climatica e promuovere la fine dell’estrazione e dell’uso di combustibili fossili». Yaku Mama ha attraversato il Rio delle Amazzoni facendo diverse tappe presso comunità e villaggi di Perù, Colombia e Brasile. A partecipare alla spedizione sono state decine di leader indigeni che hanno chiesto di venire rappresentati nei processi decisionali riguardo al cambiamento climatico e che venga garantito alle comunità «l’accesso diretto, non mediato dagli Stati, a tutte le forme di finanziamento per il clima». In un comunicato del Forum internazionale dei popoli indigeni sui cambiamenti climatici (IIPFCC), i rappresentanti indigeni chiedono che il Programma di Lavoro sulla transizione rispetti «i diritti umani, in particolare la Dichiarazione delle Nazioni Unite sui Diritti dei Popoli Indigeni». Il Forum denuncia la «colonizzazione» dei territori indigeni, attraverso le politiche di estrazione di fossili, di materiali per la transizione, ma anche mediante «il commercio di quote di emissione, l’estrazione di uranio per l’energia nucleare, la geoingegneria e progetti infrastrutturali su larga scala per le energie rinnovabili».

Oltre alle richieste e alle denunce provenienti dai rappresentanti riuniti dei popoli indigeni, alcuni gruppi di comunità provenienti dal medesimo Paese hanno rilasciato comunicati congiunti per descrivere la propria situazione. I popoli ecuadoregni, per esempio, hanno accusato il proprio governo di stare portando avanti politiche dannose per l’ambiente, aumentando le concessioni per l’estrazione mineraria e petrolifera nelle foreste, e indebolendo il quadro giuridico per il contenimento di tali attività. Nello stesso Brasile, che ospita la Conferenza, la situazione non è delle migliori, tanto che il Paese ha recentemente autorizzato nuove perforazioni petrolifere in due bacini dell’Amazzonia. In generale, i popoli denunciano un impoverimento della lotta al cambiamento climatico, che sta danneggiando, tra le varie aree globali, anche la foresta amazzonica, e precisamente le aree a controllo indigeno: secondo un rapporto di Earth Insight e Global Alliance of Territorial Communities, circa il 17% degli spazi occupati dalle comunità indigene sarebbe ora soggetto a concessioni di trivellazione petrolifera e di gas, attività minerarie e di disboscamento; un altro studio mostra invece come il 36% delle attività di estrazione di oro in Amazzonia sia avvenuta in territori indigeni.

Quello della distruzione delle foreste è uno dei temi centrali della COP30: uno dei progetti chiave promossi dalla guida brasiliana è infatti il Tropical Forest Forever Facility, un fondo da 125 miliardi di dollari destinato alla preservazione delle foreste. La Conferenza è iniziata ieri, e terminerà il 21 novembre. Gli incontri in programma in questi giorni proveranno a fare passi avanti per il raggiungimento degli obiettivi delineati dalla Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (UNFCCC) e dall’accordo di Parigi. La UNFCCC prevede di raggiungere «la stabilizzazione delle concentrazioni di gas serra nell’atmosfera a un livello tale da impedire pericolose interferenze antropiche con il sistema climatico», e di farlo «entro un lasso di tempo sufficiente a consentire agli ecosistemi di adattarsi»; l’accordo di Parigi, invece, punta a limitare il riscaldamento globale al di sotto di 1,5 °C. Durante il vertice si discuterà dei nuovi obiettivi di riduzione delle emissioni da raggiungere entro il 2035.

La guerra fa ingrassare la mafia ucraina: traffico di renitenti, armi e droga

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Quando si parla di Ucraina, l’immaginario collettivo evoca lo scenario di un Paese devastato dalla lunga guerra contro la Russia e di città ridotte in macerie. Ma dietro il fronte visibile del conflitto se ne combatte un altro, silenzioso e pervasivo: quello che vede come attore principale una criminalità organizzata radicata da decenni, che si è evoluta, adattata e persino mimetizzata nel caos della guerra. La mafia ucraina, spesso rimossa dal dibattito internazionale, rappresenta – non certo dal 2022, ma sin dalla fine della Guerra Fredda – uno dei fenomeni più complessi e sottovalutati d’Eu...

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SoftBank cede le sue azioni di Nvidia e incassa 5 miliardi

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SoftBank, il maggiore gruppo finanziario giapponese, ha ceduto tutte le sue azioni di Nvidia, la maggiore azienda di microchip al mondo, incassando circa 5 miliardi di euro dalla transazione. Il gruppo giapponese intende utilizzare quei fondi per investire maggiormente in aziende che si occupano di intelligenza artificiale come OpenAI (ideatrice del noto chatbot ChatGPT), di cui già possiede l’11% delle quote. In generale, SoftBank sta aumentando da tempo i propri investimenti nel settore delle IA.