lunedì 12 Gennaio 2026
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Gaza, le immagini satellitari che mostrano l’occupazione permanente di Israele

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Dal cessate il fuoco del 10 ottobre, Israele ha costruito almeno 13 nuovi avamposti militari all’interno della Striscia di Gaza, situati principalmente lungo la linea gialla, nella parte orientale di Khan Younis e vicino al confine, ampliando i 48 già esistenti. Sono state poi costruite nuove strade e ampliate le infrastrutture militari, sottraendo ulteriori proprietà ai palestinesi. Lo rivelano le immagini satellitari analizzate da Forensic Architecture e pubblicate da Drop Site News. L’inchiesta documenta una sistematica riorganizzazione della geografia di Gaza, volta a consolidare la presenza militare israeliana a lungo termine. Così, mentre la fase 2 della tregua stenta a decollare, Tel Aviv contraddice gli impegni di ritiro dichiarati a ottobre, affiancando l’occupazione permanente alle continue violazioni del cessate il fuoco.

Israele mantiene attualmente 48 avamposti militari a est della linea gialla. Immagine di Forensic Architecture.

Le fotografie dallo spazio fornite da satelliti commerciali e analizzate da Forensic Architecture mostrano una graduale e incessante trasformazione del paesaggio gazawo. Oltre alla costruzione di nuovi avamposti, sono state identificate reti stradali che attraversano l’area orientale della Striscia, collegando i punti di controllo interni a infrastrutture israeliane al di fuori dei confini. Queste vie non seguono percorsi precedenti, ma sembrano progettate per un uso prolungato e consolidato. Nell’area di Khan Younis, proseguono i lavori di costruzione, iniziati nel settembre 2025, di una nuova strada che devia il corridoio di Magen Oz per farlo passare all’interno dell’area sotto il controllo di Israele. Le immagini satellitari mostrano lo spostamento di materiali, la creazione di strutture difensive e di nuovi avamposti militari e la demolizione sistematica di edifici residenziali palestinesi, spesso non precedentemente danneggiati dai combattimenti. La risultante rete fisica delinea un controllo che va oltre la semplice sicurezza militare di breve periodo.

Immagine satellitare del 7 novembre 2025, che mostra la distanza dei blocchi gialli dalla “linea gialla” nel quartiere Sheikh Nasser, Khan Younis. Fonte: Planet Labs LBC.

Come parte della fase iniziale dell’accordo di cessate il fuoco, l’esercito israeliano si è ritirato solo parzialmente lungo la cosiddetta “linea gialla”, mantenendo il controllo di oltre metà della Striscia di Gaza. La linea, prevista dal piano in 20 punti di Donald Trump, avrebbe dovuto segnare un ritiro graduale. Il punto 16 del piano americano afferma esplicitamente che «Israele non occuperà né annetterà Gaza. Man mano che la [Forza Internazionale di Stabilizzazione (ISF)] stabilirà il controllo e la stabilità, le Forze di Difesa Israeliane (IDF) si ritireranno in base a standard, traguardi e tempistiche legate alla smilitarizzazione». Il presidente americano aveva pubblicato una mappa che mostrava la linea di ritiro iniziale, che lasciava a Israele il controllo del 58% di Gaza. Dopo l’entrata in vigore del cessate il fuoco, un portavoce militare israeliano ha pubblicato un’altra mappa con la linea gialla che mostrava Israele con il controllo del 53% di Gaza.

La mappa originale del ritiro secondo il piano in 20 punti del presidente Trump per Gaza.

L’analisi delle immagini satellitari e i riscontri sul terreno indicano che la linea di controllo è stata progressivamente spinta più a ovest rispetto agli accordi iniziali, attraverso l’installazione di 27 blocchi di cemento gialli e nuovi posti di controllo a ovest, oltre il tracciato previsto. A Jabaliya un nuovo avamposto militare è sorto dopo lo smantellamento di un’area di tende sovraffollata e la demolizione degli edifici vicini. Al loro posto sono state scavate strade, realizzati terrapieni e costruite strutture militari, con berme fino a 75 per 65 metri. L’avamposto, edificato su un’altura, è visibile da ovest della linea gialla, oltre una fascia di territorio devastato da cui i palestinesi sono stati forzatamente allontanati. Questi elementi materiali di separazione, accompagnati da sbancamenti e lavori di ingegneria militare, mostrano come una linea dichiarata provvisoria stia di fatto assumendo il ruolo di confine stabile, con oltre la metà della Striscia sottoposta a controllo diretto israeliano.

Distruzione nell'est di Khan Younis. L'espansione militare procede parallelamente alla continua distruzione a est della "linea gialla".
Distruzione nell’est di Khan Younis. L’espansione militare procede parallelamente alla continua distruzione a est della “linea gialla”. Immagine di Forensic Architecture.

Parallelamente, migliaia di palestinesi restano esclusi dal rientro nei propri quartieri, in particolare nelle aree orientali e meridionali, dove si concentra l’espansione delle infrastrutture militari. In questo contesto, si inseriscono i piani dell’amministrazione Trump per la creazione di “comunità alternative sicure” a est della linea gialla, destinate ad accogliere decine di migliaia di persone, mentre a ovest ogni nuova costruzione verrebbe interdetta. Una strategia che non solo cristallizza la frammentazione interna di Gaza, ma normalizza un’occupazione che si sta trasformando apertamente in un progetto di controllo permanente e neocoloniale.

Mosca, generale di Stato Maggiore russo ucciso in attentato

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Il tenente generale Fanil Sarvarov, capo del dipartimento di addestramento operativo dello Stato maggiore delle Forze armate russe, è morto nell’esplosione dell’auto su cui viaggiava a Mosca. Secondo il Comitato investigativo della Federazione Russa, l’ordigno era installato sotto il pianale del veicolo ed è stato fatto detonare alle 7.00 locali del 22 dicembre in via Yaseneva. Sarvarov è morto per le gravi ferite riportate. Una delle ipotesi al vaglio è che la bomba sia stata piazzata dai servizi speciali ucraini.

Glifosato: lo studio che lo scagionava è stato ritirato dopo 25 anni

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glifosato

Dopo 25 anni dalla sua pubblicazione, crolla uno dei pilastri che per decenni hanno contribuito a presentare come “sicuro” il glifosato, una sostanza da tempo al centro di accuse, controversie scientifiche e sospetti di grave dannosità per la salute e l’ambiente. La rivista scientifica Regulatory Toxicology and Pharmacology ha infatti deciso di ritirare ufficialmente uno degli studi più citati a livello internazionale sulla presunta innocuità del pesticida, cancellando dal proprio archivio l’articolo del 2000 che per anni aveva sostenuto la sicurezza della molecola più utilizzata al mondo nei ...

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USA, nuova operazione contro petroliera del Venezuela

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Gli Stati Uniti starebbero conducendo una nuova operazione contro una petroliera venezuelana, secondo quanto riferito da alcuni funzionari di governo all’agenzia di stampa Reuters. La Guardia Costiera USA starebbe inseguendo la nave nelle acque internazionali vicino al Venezuela, in quella che sarebbe la terza operazione di questo genere in meno di una settimana. Negli scorsi giorni, Trump aveva annunciato il blocco di tutte le petroliere in entrata e uscita dal Venezuela come forma di pressione sul governo Maduro.

In Bolivia i lavoratori hanno proclamato lo sciopero a oltranza contro il governo

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Screenshot

«Annunciamo lo sciopero generale a oltranza e chiediamo al popolo boliviano di unirsi alla protesta». Queste le parole di Andrés Paye, segretario della Federazione Sindacale dei Minatori della Bolivia (FSTMB), con cui ha dato inizio alla mobilitazione del settore. Poco dopo si è aggiunta anche la Centrale Operaia Boliviana (COB), il principale sindacato del Paese, che riunisce al suo interno diverse sigle, tra cui la FSTMB. I lavoratori si sono schierati contro il presidente Rodrigo Paz Pereira, la cui elezione, avvenuta lo scorso ottobre, ha interrotto 20 anni di socialismo boliviano, segnando la svolta a destra per il Paese. A finire nel mirino dei lavoratori sono state le misure approvate dal nuovo governo — in particolare il decreto supremo 5503 — accusate di favorire gruppi privilegiati e lobby a discapito della maggioranza della popolazione.

«Vogliamo dire alla comunità internazionale che tutto ciò che accadrà a partire da ora sarà responsabilità del governo», ha dichiarato Andrés Paye al culmine del discorso che ha dato inizio allo sciopero dei minatori boliviani, un settore chiave per l’economia del Paese. Poche ore dopo, la protesta è stata rilanciata anche dalla Centrale Operaia Boliviana, rinsaldando il carattere generale dello sciopero. Tra giovedì e venerdì scorso si sono registrati i primi disservizi, con diverse città boliviane rimaste senza trasporto pubblico. Contestualmente, i lavoratori hanno effettuato dei blocchi autostradali. Contromisure che i sindacati minacciano di riproporre fino all’abrogazione delle ultime leggi approvate in materia economica dal governo di Rodrigo Paz Pereira. La Federazione Sindacale dei Minatori della Bolivia rilancia, facendo sapere che il suo sciopero continuerà fino alle dimissioni del nuovo presidente.

Per ridurre il deficit fiscale, il decreto supremo 5503 ha eliminato la sovvenzione statale sui carburanti, facendone raddoppiare il prezzo per i consumatori finali. Ciò avrà conseguenze sul lungo termine, riguardando soprattutto trasporti e beni di prima necessità, per un generale aumento del costo della vita. Nella capitale La Paz, i costi del trasporto pubblico dovrebbero ad esempio crescere del 100% nei prossimi giorni.

I sindacati hanno bollato la riforma economica come un attacco alla classe lavoratrice, a tutto vantaggio di poche oligarchie industriali, a partire da quelle del carburante. Il risentimento popolare è alimentato dall’eliminazione delle tasse ai grandi patrimoni e alle transazioni finanziarie, decisa dal governo pochi giorni fa. Lo schema realizzato dal neopresidente boliviano Paz si inquadra nei canoni neoliberisti: di fronte alle crisi economiche si procede con i tagli alla spesa sociale, non curandosi delle conseguenze per le classi meno abbienti — lavoratori, contadini, poveri — su cui viene anzi fatto ricadere tutto il peso della crisi.

Guerrieri digitali per una causa: morte e resurrezione dell’attivismo hacker

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Nei notiziari del 2008 non era raro imbattersi in un’immagine ricorrente: gruppi di persone con il volto coperto da una maschera bianca, il ghigno rigido e inquieto di un’espressione umana privata di ogni gioia. Era l’effigie di Guy Fawkes così come l’aveva immaginata l’illustratore David Lloyd nella visual novel V per Vendetta, immagine poi rielaborata in chiave cinematografica dalle registe Lana e Lili Wachowski. Quella maschera era diventata un simbolo di ribellione, resistenza, partecipazione e, soprattutto, il volto ufficiale del movimento decentralizzato di hacktivismo noto come Anonymou...

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Sudafrica, 9 uccisi e 10 feriti in una sparatoria

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Almeno 9 persone sono rimaste uccise e altre 10 ferite in una sparatoria avvenuta nelle prime ore di questa mattina in una città a sudovest di Johannesburg, in Sudafrica. Sarebbero almeno una decina gli assalitori armati giunti a bordo di due veicoli che hanno aperto il fuoco in una taverna di Bekkersdal, uccidendo clienti e passanti. Al momento è in corso una caccia all’uomo da parte delle forze dell’ordine. Si tratta della seconda sparatoria di massa avvenuta nel Paese nel mese di dicembre.

Al-Mughayyir, famiglie sgomberate e attivisti espulsi: così Israele crea gli avamposti illegali

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AL-MUGHAYYIR, CISGIORDANIA OCCUPATA – Sono state rimpatriate pochi giorni fa due cittadine americane, dopo una settimana di detenzione nel carcere di Givon, in Israele. Avevano rifiutato di lasciare una famiglia palestinese alla mercé di coloni e militari, dopo una settimana di aggressioni che quotidianamente la comunità alla periferia di Al-Mughayyir stava subendo. Irene Cho e Trudi Frost sono state arrestate il 12 dicembre; poco prima, i soldati avevano presentato un ordine militare della durata di un mese che sigillava l’area, impedendo di fatto a ogni persona esterna alla famiglia di poter attraversare quel luogo.

Una mossa esplicitamente fatta per impedire agli attivisti internazionali di essere presenti tra quelle colline, un luogo strategico per i coloni, che vogliono creare una linea di insediamenti da Ramallah alla zona sud di Nablus e da lì fino alla Valle del Giordano. L’obbiettivo dei settlers, è la continuità territoriale per connettere i loro avamposti illegali che vanno moltiplicandosi dal 7 di ottobre. E la casa della famiglia di Abu Hamam, nella zona di al-Khalaye, si trova proprio sulla linea di fuoco.

La casa della famiglia di Abu Hamam. Foto di Moira Amargi

«I coloni vengono ogni giorno» racconta la padrona di casa, Fadda Abu Naim, 59 anni. «Ci rubano le pecore, ci minacciano, cercano di spaventarci. Vogliono mandarci via, così questa terra rimane a loro», dice a L’Indipendente. La sua famiglia vive lì da cinque anni. Dalla casa dove abitava prima, nella Valle del Giordano, erano stati mandati via dai militari, che avevano decretato che quell’area era una “zona vietata” ai civili. Per qualche mese si erano stanziati ad Al-Qaboun, ma poi avevano dovuto spostarsi nuovamente a causa della loro vicinanza a una colonia. Approdati a Turmus Ayya, dopo tre anni avevano deciso di trasferirsi ad al-Mughayyir a seguito dell’escalation delle aggressioni da parte dei coloni nel Paese.

Ora, rischiano nuovamente di essere mandati via. Coloni e militari sono uniti nel comune intento di sfollamento forzato: a volte sono i settlers a disturbare la tranquillità di quel manipolo di case dove abita anche la famiglia Hamam; altre volte, sono i militari in divisa. Ma, ultimamente, la coordinazione tra le due forze israeliane è così esplicita che è difficile da negare.

Fino a due anni fa in tutta la zona vi erano almeno sei famiglie. Gli attacchi dei coloni hanno iniziato a intensificarsi, grazie anche alla costruzione di un nuovo avamposto dall’altra parte della collina. Piano piano, varie famiglie hanno scelto di andarsene, estenuate dalla paura delle aggressioni e delle molestie sistematiche, mentre una è stata sgomberata dall’esercito. L’ultima ha lasciato la casa circa due mesi fa, dopo che uno dei figli, un bambino di 12 anni, era stato quasi strangolato da un colono. Ora ne rimangono solo due.

Foto di Moira Amargi

Fadda Abu Naim, detta Umm Hamam (“Mamma Hamam”), è diventata famosa sui social per un video in cui tiene testa a un colono che cerca di spaventarla. Nel video, la donna non abbassa lo sguardo e non si allontana dal giovane israeliano, forse uno degli stessi coloni che meno di due settimane fa si è introdotto nella sua abitazione di notte e l’ha picchiata insieme al nipote di tredici anni e a quattro attivisti internazionali di ISM (International Solidarity Movment).

Era la notte del 7 dicembre quando 8 coloni mascherati armati di bastoni e mazze si sono introdotti nella tenda dove dormiva insieme ai nipoti. «Hanno iniziato a colpirmi sulla testa, sulle gambe, sulle braccia. È la prima volta che picchiano una donna», racconta, mentre il nipote Riziq, 13 anni, ci mostra dove l’hanno colpito sulla nuca. I coloni hanno poi minacciato la famiglia, dicendo che sarebbero tornati a bruciare le case con loro dentro se non se ne fossero andati entro due giorni. L’attacco dei coloni è avvenuto in coordinamento con un raid militare sul villaggio, che ha impedito ai residenti e ai medici di soccorrere la famiglia.

L’attivista britannica Phoebe Smith, anche lei ferita nell’aggressione e trasportata insieme agli altri all’ospedale di Ramallah, ha dichiarato: «L’attacco fa parte del tentativo in corso da parte delle autorità israeliane e dei coloni di allontanare le famiglie palestinesi dalle loro terre. I coloni e l’esercito lavorano in tandem per creare una realtà che costringerà la famiglia Abu Hamam ad abbandonare la propria terra, e lo fanno con totale impunità e con ogni mezzo necessario».

Riziq, 13 anni. Il nipote di Fadda Abu Naim. Foto di Moira Amargi

Ma la storia, non è finita qui. Il giorno seguente, lunedì 8 dicembre, i coloni, sotto la protezione dell’esercito, hanno smantellato dei capannoni di lamiera ondulata appartenenti a una famiglia che da poco aveva lasciato il territorio nella stessa zona. Mercoledì 10 dicembre, coloni e militari insieme hanno cercato di intimidire i solidali e i palestinesi residenti ad al-Mughayyir giunti in soccorso alla famiglia, sparandole contro pallottole vere. Nelle ore successive una ventina di militari ha fatto irruzione nella proprietà dei Hamam, presentando un ordine di zona militare di 24 ore, e ha detenuto per qualche ora un cittadino statunitense e uno australiano.

Due giorni dopo, i soldati si sono ripresentati alla casa della famiglia per notificare un nuovo ordine di installazione di una zona militare “chiusa”, questa volta per un mese. Gli agenti della polizia di frontiera hanno informato i residenti che agli attivisti solidali è vietato rimanere lì perché “causano problemi”. È in quel momento che l’esercito ha arrestato le cittadine americane Cho e Frost, poi rimpatriate.

Se rimanesse sola, la famiglia se ne andrebbe. I solidali internazionali sono presenti da un anno e mezzo nella casa Hamam. Già dopo l’ultima aggressione Fathma, una donna incinta di otto mesi ha lasciato la famiglia e non vive più lì. A resistere, rimangono i genitori, che non vorrebbero andarsene di nuovo dalla propria terra. I solidali internazionali di ISM li accompagnano, così come alcuni ragazzi del paese che vengono a dormire insieme alla famiglia per proteggerla da eventuali attacchi notturni.

Foto di Moira Amargi

La zona in cui si situa al-Mughayyir è strategica. Gli avamposti si stanno allargando, e gli israeliani vogliono costruire una linea di colonie che dividerà la Cisgiordania orizzontalmente, isolando molte comunità palestinesi e rendendo ancora più difficili gli spostamenti. Insieme al villaggio di Turmus Ayya, poco lontano, le due comunità palestinesi hanno subito ripetuti attacchi negli ultimi mesi: oltre a danneggiamenti alle proprietà e aggressioni fisiche, ad agosto è stato l’esercito a sradicare migliaia di ulivi nella parte orientale di al- Mughayyir, su ordine diretto del maggiore generale Avi Bluth, capo del Comando Centrale israeliano. A Turmus Ayya invece sono stati i coloni a tagliare altre migliaia di piante, nella stessa logica di eliminare ogni forma di sostentamento delle famiglie palestinesi per costringerle ad andarsene.

La storia della famiglia di Abu Hamam è solo una tra tante. Ma un buon esempio che racconta la vita di una comunità palestinese che cerca di resistere allo sfollamento forzato nonostante le pressioni di coloni ed esercito, mentre vive sulla propria pelle la velocizzazione del processo di annessione territoriale della Cisgiordania.

Cambogia-Thailandia, ancora scontri: 500mila sfollati

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Non si arrestano gli scontri lungo il confine tra Cambogia e Thailandia, ricominciati la prima settimana di dicembre a due mesi dalla pace annunciata da Trump a Kuala Lumpur. Secondo il ministero dell’interno di Phnom Penh, citato dai media, sono almeno mezzo milione le persone costrette ad abbandonare le loro case «per sfuggire ai bombardamenti di artiglieria, razzi e bombardamenti aerei effettuati dagli aerei F16 thailandesi».

Sgombero Askatasuna, Torino come la Valsusa: la polizia blinda il quartiere e carica il corteo

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TORINO – Almeno quattrocento poliziotti mobilitati solamente per la giornata di oggi, un intero quartiere militarizzato, il traffico di una grossa parte della città interdetto. Così si presenta Torino a 48 ore dallo sgombero del centro sociale Askatasuna, avvenuto nella mattina del 18 dicembre scorso. Le scuole in zona sono chiuse da tre giorni e anche i negozi oggi hanno le saracinesche abbassate. Per impedire l’avvicinarsi al centro sociale, le forze dell’ordine hanno installato barriere in cemento armato e ferro. Le stesse utilizzate in Val di Susa, per proteggere i cantieri della TAV, per lo più pieni solamente di agenti. Un intero quartiere stretto nella morsa di un’operazione di polizia, culminata nelle cariche alla manifestazione di oggi. Alle 15 circa, infatti, migliaia di cittadini si sono messi in marcia a partire dall’università di Palazzo Nuovo per protestare contro la decisione del governo. Mentre l’amministrazione comunale sembra ancora indecisa sulla direzione da prendere, col sindaco Lorusso che prima ha dichiarato nullo il patto tra il centro e il Comune ma che in un video messaggio diffuso stamattina ha detto di “guardare al futuro di corso Regina 47”, la cittadinanza è scesa in piazza per far sentire il proprio dissenso. Incontrando, durante il percorso, i lacrimogeni e i manganelli della polizia.

“Stanno facendo controlli a manetta” mi racconta un militante, mentre seguiamo il percorso del corteo tra giovani, anziani e famiglie. “All’altezza di Porta Palazzo [il mercato centrale di Torino, a pochi km dal centro sociale, ndr] gli agenti in borghese sono saliti sui tram, hanno fatto chiudere le porte e hanno chiesto i documenti a tutti, indiscriminatamente. Stessa cosa con le persone in arrivo alla stazione di Porta Nuova”. Ogni accesso alle vie del quartiere Vanchiglia è bloccato da due camionette e da qualche decina di agenti in tenuta antisommossa. Le principali arterie di questa zona della città – corso Regina, corso San Maurizio, via Vanchiglia e tutte le strade circostanti – sono bloccate da agenti, camionette e, in qualche punto, anche camion-idranti. Molta è la rabbia tra gli esercenti: “Questore, viene lei a distribuire tutti i pacchi che ho da consegnare in negozio?” chiede qualcuno sui social.

Le barriere installate dalla polizia intorno al centro sociale Askatasuna

“Quello che non dicono è che Meloni ha avuto paura delle milioni di persone in piazza per la Palestina” urla l’altoparlante che anticipa il corteo. E del movimento per la Palestina, Askatasuna è stato un punto di riferimento, a Torino e non solo. Tanto che dopo lo sgombero del 18 dicembre, rivendicato con orgoglio dal ministro dell’Interno Piantedosi sui social, nei confronti del centro sociale si è sollevata un’ondata di solidarietà da tutta Italia. L’amministrazione comunale, invece, sembra non saper bene che direzione prendere. Solamente due giorni fa, il sindaco di Torino, Stefano Lo Russo, aveva annullato il patto di collaborazione tra Askatasuna e Comune, che trasformava il centro sociale in bene comune in cambio di un profondo lavoro di riqualificazione e ristrutturazione, tutto a carico dei militanti. Questa mattina, in un video messaggio, il sindaco ha rivendicato il percorso costruito con Askatasuna: “La nostra amministrazione, sul patto di collaborazione di corso Regina, si è fatta interprete di una linea di dialogo con la società e con i movimenti sociali che da sempre è nelle corde di una città come la nostra, profondamente democratica e antifascista” ha dichiarato. Definendo il centro uno spazio “importante, non solo per il quartiere di Vanchiglia”, il sindaco ha dichiarato che “i procedimenti giudiziari faranno sempre comunque il loro corso”, mentre “la tutela di un bene comune risponde ad altre logiche: politiche e amministrative”. Le responsabilità penali, sottolinea il sindaco, “sono e restano sempre personali: questo è un principio cardine dello Stato di diritto”. Come a dire: i problemi con la giustizia di alcuni non possono determinare la cancellazione di un’intera realtà. “Non intendiamo cambiare approccio”, conclude il sindaco, “neanche nei confronti di corso Regina 47”. Un messaggio che ha lasciato l’amaro in bocca a molti tra i membri di Askatasuna, che ritengono che l’ambiguità politica del sindaco altro non sia se non una strategia in vista delle elezioni del 2026.

Il percorso del corteo è breve. Non appena svolta in corso Regina, percorse le poche centinaia di metri che separano via Vanchiglia dal civico 47 (dove ha sede l’Askatasuna), la polizia carica: manganelli, idranti e una pioggia di lacrimogeni sparati ad altezza uomo, che colpiscono la parte anteriore e posteriore del corteo, oltre alle vie laterali. L’aria si fa irrespirabile, ma il corteo non si disperde e in pochi minuti erge barricate che rallentano l’avanzata della polizia. Per fermare l’avanzata delle camionette, i manifestanti danno fuoco ad alcuni bidoni della spazzatura. Poi il percorso del corteo devia, allontanandosi dalla sede dell’Askatasuna e la polizia non si avvicina più.

Il fatto ha immediatamente scatenato la reazione delle destre, da Salvini che invoca le “ruspe sui centri sociali” a Tajani che definisce i manifestanti “figli di papà che se la prendono con i figli del popolo”. Come se quelle migliaia di persone in corteo oggi a Torino non costituissero una fetta sostanziosa del popolo stesso. D’altronde, la politica del governo segue una linea ben precisa: dall’attacco al Forte Prenestino allo sgombero di Leoncavallo, passando per le richieste di sgomberi dell’ex OPG occupato di Napoli e di altre realtà, i partiti di governo hanno fatto della crociata contro i centri sociali un perno della propria politica.

“Saremo dove siamo sempre stati: nelle università, nelle scuole, in Val di Susa, coi popoli che lottano” urla il megafono ai presenti che sfilano per le vie del centro. E convoca, per il 31 gennaio prossimo, una grande manifestazione nazionale.