giovedì 3 Aprile 2025
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La Groenlandia alle urne sceglie l’indipendenza graduale del centrodestra

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Con il 99% dei voti scrutinati, il partito dei Democratici (Demokraatit) ha vinto le elezioni in Groenlandia, ottenendo oltre il 30% dei suffragi e triplicando ampiamente i suoi consensi rispetto al 2021, quando ottenne solo il 9% dei voti. I democratici, guidati da Jens Frederik Nielsen, già ministro dell’Industria e delle Materie Prime tra il 2020 e il 2021, hanno ottenuto 10 seggi su 31 nel Parlamento di Nuuk e sostengono un’indipendenza graduale dal Regno di Danimarca, di cui la Groenlandia fa parte, pur avendo ampie autonomie di governo dal 1979. Si tratta di un risultato elettorale inaspettato che ribalta lo scenario politico dell’isola di 57 mila abitanti, proprio alla luce della questione dell’indipendenza, tornata al centro della discussione, dopo le dichiarate mire imperialistiche di Donald Trump:  «Certamente per noi è una sorpresa, siamo felici e sento che le nostre parole hanno aiutato la gente, ma non ci aspettavamo che le elezioni cambiassero così tanto», ha detto Nielsen in un’intervista a KNR TV, aggiungendo che «Il Paese ha bisogno che ci uniamo in un momento di interessi stranieri. Dobbiamo essere uniti, quindi negozieremo con tutti».

Il partito vincitore è sostenitore di un’indipendenza graduale, risultando più cauto rispetto ai suoi avversari politici, anche per proteggersi dalle mire di Trump, e proprio questo approccio gli ha permesso di prevalere sulle altre formazioni, tra cui quelle appartenenti alla coalizione uscente, che hanno registrato un netto crollo: la sinistra di Inuit Ataqatigiit del premier uscente Mute Egede, è scesa dal 36 al 21,62%, e i socialdemocratici di Siumut, sono in calo dal 30 a poco meno del 15%.  Il secondo partito più votato, invece, è stato il partito populista Naleraq, che ha ottenuto il 25% dei consensi, in decisa crescita rispetto ai soli 12% dei voti registrati nel 2021. Il capo del partito social-liberale vincitore alle urne, Nielsen, è schierato su posizioni apertamente anti Trumpiane, nazionaliste e identitarie. Prima delle elezioni, infatti, ha affermato che i progetti espansionistici del presidente statunitense sono «una minaccia alla nostra indipendenza politica», aggiungendo che «Non vogliamo essere americani. No, non vogliamo essere danesi. Vogliamo essere groenlandesi. E vogliamo la nostra indipendenza in futuro. E vogliamo costruire il nostro paese da soli, non con la sua speranza». La gradualità dell’indipendenza dalla Danimarca è vista anche in funzione di difesa rispetto alle ingerenze statunitensi: «Perché Trump sostiene l’indipendenza? Perché può rivolgersi direttamente a noi, evitando la Danimarca, e spera che così saremo facili da influenzare» ha spiegato al quotidiano Sermisiaq.

La Groenlandia, solitamente poco attenzionata dai media, ha conquistato la scena negli ultimi mesi soprattutto per la centralità geopolitica che ha assunto negli ultimi anni la regione artica, al centro delle ambizioni commerciali e strategiche di Russia, USA e Cina, e per la sua ricchezza dei giacimenti di uranio e metalli rari, ragioni che spingono gli USA di Donald Trump ad annettere l’isola, contro la volontà dei suoi abitanti. Secondo l’Economist, dei 50 materiali che il Dipartimento di Stato statunitense considera critici, la Groenlandia ne possiede circa 43. Nel sottosuolo dell’isola ci sono, fra gli altri, il molibdeno, un metallo che fuso in piccole dosi con l’acciaio ne migliora diverse qualità, e il terbio, essenziale per produrre magneti utilizzabili nel settore della difesa.

Con le ultime elezioni, i groenlandesi hanno manifestato la volontà di mantenere la loro autonomia sia da Washington che da Copenaghen, adottando un approccio moderato verso l’indipendenza e continuando quindi a restare una Nazione con piena sovranità all’interno del Regno di Danimarca, da cui Nuuk riceve ogni anno 580 milioni di euro, corrispondenti a circa metà delle entrate di bilancio.

[di Giorgia Audiello]

L’Europa presenta il nuovo piano per gestione e rimpatrio dei migranti

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La Commissione Europea ha presentato il nuovo piano per favorire il rimpatrio dei migranti irregolari, aprendo alla possibilità di trasferirli in Paesi terzi. Definite «return hub», le strutture esterne all’UE ospiterebbero i migranti per cui è già in vigore un decreto di espulsione, senza necessariamente rispettare l’obbligo di consenso sancito dall’attuale regolamento. Il piano dell’UE prevede inoltre l’istituzione di una sorta di ordine di espulsione comune, che permetterebbe agli Stati membri di allontanare migranti già respinti da un altro Paese comunitario. In generale, la nuova proposta prevede una deregolamentazione delle procedure e un inasprimento delle politiche migratorie comunitarie, muovendosi in direzione di una progressiva esternalizzazione delle frontiere. Il piano deve ora essere discusso e approvato da Parlamento Europeo e Consiglio dell’Unione Europea.

La nuova proposta della Commissione è stata presentata ieri, martedì 11 marzo, dalla vicepresidente della Commissione Europea Henna Virkkunen. Il piano prevede una semplificazione delle norme per il rimpatrio dei migranti da accompagnare a un generale inasprimento delle condizioni di espulsione, che vengono definite in maniera molto più netta. L’obiettivo sembra essere quello di fornire un quadro legale ai vari Paesi per aprire la strada all’introduzione di nuove procedure definite solo nei termini generali. Le misure più importanti che introdurrebbe sono due: il trasferimento dei migranti in Paesi terzi e la possibilità di riconoscere l’ordine di espulsione di uno Stato membro. Questa seconda misura non sarebbe obbligatoria, ma permetterebbe ai Paesi di ordinare l’espulsione di un migrante senza passare dalle procedure interne. Se per esempio una persona soggetta a ordine di espulsione in Italia dovesse spostarsi in Francia, quest’ultima potrebbe emanare un ordine senza dovere ripetere le verifiche.

Il trasferimento in Paesi terzi, invece, è definito in maniera molto vaga e nella sostanza permette agli Stati membri di siglare accordi bilaterali per esternalizzare le frontiere, rispettando una serie di condizioni basilari. «Un tale accordo o intesa», si legge, «può essere concluso solo con un Paese terzo in cui siano rispettati gli standard e i principi internazionali sui diritti umani in conformità al diritto internazionale, incluso il principio di non respingimento». Oltre a ciò l’accordo con un Paese terzo deve istituire un organismo di controllo che monitori «l’applicazione effettiva dell’accordo o dell’intesa», e può essere siglato solo dopo avere avvisato le istituzioni comunitarie. La struttura, infine, non può ospitare minori e famiglie con minori. Il resto delle regole viene lasciato in mano allo Stato membro: non viene per esempio stabilito alcun criterio minimo riguardo al limite di persone che possono venire ospitate, ai servizi da garantire ai migranti, o al personale specializzato che dovrebbe operare nelle strutture. Il trasferimento in Paesi terzi diversi da quelli di origine dei migranti, inoltre, non prevede più l’obbligo di consenso sancito dagli attuali regolamenti. Saranno insomma i singoli Stati a decidere dove spedire i migranti.

Il piano della commissione prevede anche l’introduzione di norme alternative alla detenzione più severe per i migranti irregolari, tra cui figurano l’obbligo di presentarsi regolarmente alle autorità competenti, l’obbligo di consegnare i documenti di identità o di viaggio, l’obbligo di risiedere in un luogo designato dalle autorità, il deposito di «un’adeguata garanzia finanziaria», e l’assoggettamento al monitoraggio elettronico. In generale, la nuova proposta della Commissione viaggia in parallelo al patto sui migranti approvato lo scorso aprile, confermando l’impostazione securitaria e accelerando l’imposizione del modello di esternalizzazione delle frontiere.

[di Dario Lucisano]

Georgia, ex presidente Saakashvili condannato ad altri 9 anni di carcere

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L’ex presidente georgiano Mikheil Saakashvili è stato condannato a nove anni di carcere, poiché riconosciuto colpevole di appropriazione indebita. Lo ha riferito l’agenzia di stampa Interpress. Saakashvili, presidente dal 2004 al 2013, era già stato condannato a sei anni per abuso di potere dopo essere tornato in Georgia nel 2021 dopo un periodo all’estero. Ha trascorso gran parte di quella condanna in un ospedale carcerario. Nel 2012 aveva perso le elezioni contro una coalizione guidata da Bidzina Ivanishvili, ancora oggi leader de facto della Georgia. Lasciato l’incarico, Saakashvili si era trasferito in Ucraina, dove ha ricoperto per un breve periodo la carica di governatore della regione di Odessa.

Portogallo, cade il governo Montenegro

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Il governo di minoranza del Portogallo, guidato da Luís Montenegro del Partito Socialdemocratico, è crollato dopo aver perso un voto di fiducia. Durante le votazioni, 142 parlamentari hanno respinto la fiducia, mentre 88 l’hanno approvata. La richiesta di fiducia era stata avanzata lo scorso giovedì dallo stesso esecutivo, dopo che Montenegro era stato accusato dalle opposizioni di avere conflitti di interesse. Nello specifico, il premier è accusato di aver favorito una società da lui fondata, di proprietà della sua famiglia, stipulando contratti con aziende private dotate di concessioni rilasciate dallo Stato. Ora il Paese potrebbe andare a elezioni anticipate.

La ricerca sulla cannabis terapeutica fa un nuovo, importante, passo avanti

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Imitare le molecole naturali presenti nella pianta di cannabis sfruttandone le proprietà antidolorifiche ma senza causare effetti che alterano lo stato psicofisico: è quanto riuscito ad un team di ricercatori della Washington University School of Medicine di St. Louis e della Stanford University, i quali hanno sviluppato un composto studiato nei topi e dettagliato in un nuovo studio sottoposto a revisione paritaria e pubblicato sulla rivista scientifica Nature. La sostanza è stata chiamata VIP36 e, secondo gli autori, sebbene necessiti di ulteriori studi, potrebbe presto dare una svolta signif...

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Colloqui USA-Ucraina: sì di Kiev a proposta tregua di 30 giorni

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L’Ucraina sostiene la proposta degli USA di 30 giorni di cessate il fuoco nel conflitto contro la Russia. È quanto riferito da una nota congiunta sfociata dall’incontro tra le delegazioni di Washington e Kiev a Gedda, in Arabia Saudita. Il presidente ucraino Zelensky ha ringraziato Trump per «il carattere costruttivo del dialogo» tra le due squadre, affermando che ora «gli Stati Uniti devono convincere la Russia a fare questo passo». Il Consigliere per la Sicurezza nazionale USA, Mike Waltz, ha dichiarato che gli USA parleranno con Mosca «attraverso diversi canali per raggiungere la tregua». «Si spera che Putin sia d’accordo con il piano», ha detto Trump.

Romania, Corte Costituzionale esclude Georgescu dalle elezioni

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Calin Georgescu non sarà candidato alle presidenziali in Romania a maggio, dopo l’annullamento del primo turno di novembre che lo aveva visto vincitore. La Corte costituzionale ha infatti respinto all’unanimità il suo ricorso contro l’esclusione decisa dall’Ufficio elettorale. Indagato per finanziamenti illeciti, il politico – considerato filorusso e di estrema destra – è anche accusato di aver creato un’organizzazione fascista. Georgescu aveva vinto a sorpresa le elezioni presidenziali di novembre, annullate poi dalla Corte Costituzionale per presunti sospetti di ingerenze russe sul voto.

Il nuovo governo siriano annuncia uno storico accordo di pace coi ribelli curdi

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Il nuovo regime siriano ha annunciato di aver raggiunto un accordo di pacificazione con le Forze Democratiche Siriane (SDF), guidate dai curdi, al fine di integrare queste ultime con le istituzioni dello Stato centrale. Ad annunciarlo è stato l’ufficio della presidenza siriana, che ha rilasciato le immagini dell’incontro tra il presidente ad interim Al-Sharaa (precedentemente noto come Al-Julani) e il capo delle SDF, Mazloum Abdi. L’accordo, suddiviso in otto punti chiave, darà il via a un processo politico che dovrebbe terminare entro la fine di quest’anno. Il cessate il fuoco tra le due parti sarà il punto di partenza per l’attuazione della transizione e l’integrazione militare, politica ed economica della regione controllata dai curdi con il nuovo regime siriano guidato dagli jihadisti. Al contempo, il nuovo Stato siriano dichiara di riconoscere la comunità curda e di assicurarne la protezione.

Con la firma dell’accordo, dunque, la comunità curda viene riconosciuta come parte integrante dello Stato siriano, con i suoi diritti protetti dalla cittadinanza e dalla Costituzione. Viene così meno ogni tentativo di autonomia o indipendenza della regione del nord-est della Siria, nota anche come Rojava o Kurdistan siriano. Obiettivo che peraltro non è mai stato alla base dell’ideologia dei curdi, basata sui principi di autonomia e municipalismo del “confederalismo democratico” teorizzati dal leader del PKK (Partito dei Lavoratori del Kurdistan), Abdullah Ocalan. Contrariamente a quanto comunemente creduto, il confederalismo democratico del Rojava non ricerca l’indipendentismo, ma l’autonomia amministrativa, senza che i confini statali siano modificati. L’idea è, di fatto, il superamento dell’istituzione statale in quanto intimamente collegata – nell’analisi di Ocalan – con la struttura capitalistica dell’economia moderna e le logiche di sfruttamento.

L’accordo giunge a meno di due settimane dallo storico annuncio del leader curdo del PKK, Abdullah Ocalan, con il quale questi invitava alla dissoluzione dell’organizzazione politico-militare e alla riappacificazione con lo Stato turco. Proprio questo annuncio potrebbe aver avuto un certo peso nell’arrivare alla firma dell’accordo di pacificazione. Le informazioni sul contenuto dell’accordo sono ancora poche e le forze curde non l’hanno ancora commentato pubblicamente. Secondo quanto anticipato dall’agenzia di stampa siriana SANA, l’accordo integrerebbe «tutte le istituzioni civili e militari nel nord-est della Siria nell’amministrazione dello Stato siriano, compresi i varchi di frontiera, gli aeroporti e i giacimenti di petrolio e gas». Rimane tuttavia non chiaro quale status e quale reale grado di autonomia otterranno i curdi in cambio della rinuncia alla lotta armata.

La storia è quindi ancora tutta da scrivere, e i curdi hanno dimostrato più volte nella loro storia di essere pronti a riprendere le armi per rivendicare quelli che considerano propri diritti come comunità nazionale. Di certo le basi dell’accordo potrebbero avere punti in grado di soddisfare tutti: i curdi otterranno l’autonomia necessaria per proseguire il loro esperimento di socialismo e auto-organizzazione municipale, il nuovo regime siriano farà un passo deciso verso la pacificazione del territorio e, il terzo incomodo dell’accordo, ossia la Turchia di Erdogan (sponsor principale del governo siriano), compirà un altro passo verso la pacificazione della questione curda.

Nella nuova Siria rimangono diversi i fronti aperti. L’accordo tra governo e curdi siriani arriva mentre nella provincia di Latakia e dintorni si aggrava la persecuzione contro gli alauiti, presi di mira dal nuovo regime fin dal suo insediamento, con oltre un migliaio di vittime registrate solamente negli ultimi giorni. Mentre nel sud crescono le tensioni con la minoranza drusa, utilizzata da Israele come pretesto per mantenere e allargare la propria presenza militare nel Paese.

[di Michele Manfrin]

Trump ritira i fondi alla Columbia University e arresta gli studenti pro-Palestina

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L’amministrazione Trump ha annunciato il ritiro di 400 milioni di dollari destinati alla Columbia University, una delle istituzioni accademiche più prestigiose degli Stati Uniti e protagonista negli scorsi mesi di ampie proteste studentesche in favore del popolo palestinese. Il provvedimento, che comporta la cancellazione di sovvenzioni e contratti federali, è stato giustificato con l’accusa rivolta all’università di non aver contrastato adeguatamente episodi di antisemitismo all’interno del campus. La decisione arriva negli stessi giorni dell’arresto, da parte delle autorità federali per l’immigrazione, di un attivista palestinese che ha avuto un ruolo centrale nelle proteste contro Israele all’interno dell’ateneo. Un chiaro segnale dell’inizio della politica di repressione annunciata da Trump contro gli studenti che denunciano il genocidio israeliano.

“La Columbia University, come tutte le altre istituzioni, deve rispettare le leggi federali antidiscriminazione se vuole continuare a ricevere finanziamenti pubblici. Per troppo tempo ha ignorato questo obbligo nei confronti degli studenti ebrei”, ha dichiarato la Segretaria all’Istruzione Linda McMahon in un comunicato.

Già lo scorso giugno, nel pieno delle diffuse manifestazioni in ateneo, in solidarietà con il popolo palestinese, l’università aveva istituito una task force incaricata di ridefinire il concetto di “fanatismo” e di chiarire la definizione di “antisemitismo”. La decisione aveva suscitato polemiche tra studenti e docenti, convinti che l’ateneo stesse tentando di criminalizzare le manifestazioni a favore di Gaza. Infatti, nonostante le proteste, l’organizzazione era riuscita a pubblicare un documento in cui ridefiniva l’antisemitismo, includendo al suo interno anche l’antisionismo, ovvero la negazione del diritto all’esistenza dello Stato di Israele. Linee guida che, di fatto, hanno reso la critica all’esistenza dello Stato di Israele equiparabile ad un atto di antisemitismo, con possibili ripercussioni disciplinari e legali per gli studenti.

A dimostrarlo è il caso di Mahmoud Khalil. Laureato alla Columbia in Affari Internazionali, l’attivista palestinese è stato arrestato nel suo appartamento di proprietà dell’università dagli agenti dell’Immigration and Customs Enforcement (ICE). Questi ultimi hanno fatto irruzione nell’edificio prendendolo in custodia, segnando la prima operazione di “deportazione” pubblicamente nota nell’ambito della stretta annunciata da Trump contro gli studenti coinvolti nelle proteste per Gaza. Un’operazione che l’amministrazione ha giustificato sostenendo che i partecipanti alle manifestazioni abbiano perso il diritto di rimanere nel Paese per aver sostenuto Hamas. Il Segretario di Stato Marco Rubio ha infatti specificato che il governo procederà con la revoca dei visti e delle carte verdi per i “sostenitori di Hamas” negli Stati Uniti, al fine di espellerli.

John McLaughlin, consigliere presidenziale per la sicurezza nazionale, ha confermato che l’arresto di Khalil è direttamente collegato alla sua attività politica nel campus. “Ha guidato iniziative allineate con Hamas, un’organizzazione terroristica designata”, ha riferito in una nota ufficiale. Khalil era stato tra i principali negoziatori degli studenti nelle trattative con l’amministrazione universitaria per lo smantellamento dell’accampamento di tende eretto nel campus durante le proteste della scorsa primavera. Il suo ruolo di primo piano lo aveva reso un bersaglio, e nelle ultime settimane gli attivisti filo-israeliani avevano chiesto a gran voce che venisse espulso dal Paese. 

Un’intervento dunque con cui l’amministrazione Trump dimostra ufficialmente di voler reprimere le proteste studentesche, trasformando la solidarietà nei confronti del popolo palestinese in un rischio politico e legale per chiunque decida di esprimersi apertamente.

[di Gloria Ferrari]

USA: Trump impone nuovi dazi al Canada

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Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha annunciato un aumento dei dazi sui prodotti in acciaio e alluminio importati dal Canada, che passeranno dal 25% al 50%. L’annuncio è arrivato oggi, martedì 11 marzo, in un post sul social Truth Social. Trump ha spiegato che la mossa è una risposta ai dazi canadesi sui prodotti agricoli statunitensi e alle analoghe tariffe imposte dalla provincia canadese dell’Ontario sull’elettricità in uscita verso Washington. I nuovi dazi statunitensi entreranno in vigore domani. Trump ha poi ribadito le sue intenzioni di rendere il Canada il 51esimo Stato degli USA.