Oltre 60 leader indigeni hanno attraversato il Rio delle Amazzoni in barca a vela per partecipare alla COP30, la Conferenza delle Nazioni Unite sul clima. La spedizione è partita quasi un mese fa dalle Ande ecuadoregne, da dove le imbarcazioni sono salpate per affrontare un viaggio di oltre 3.000 km. La missione ha preso il nome simbolico di “Yaku Mama”, richiamando la divinità “madre delle acque” che secondo la mitologia locale abita la foresta amazzonica. I leader indigeni, provenienti da Brasile, Colombia, Ecuador, Guatemala, Indonesia, Messico, Panama e Perù, sono arrivati a Belém – sede della Conferenza – ieri, lunedì 10 novembre. Lo scopo del viaggio era quello di mettere in risalto gli effetti della deforestazione e della carbonizzazione sulle comunità, e di chiedere agli Stati il rispetto delle politiche climatiche, l’istituzione di strumenti adeguati per la lotta alla crisi ambientale, e la «piena ed effettiva partecipazione e rappresentanza» dei popoli indigeni nei processi decisionali.
La missione Yaku Mama è iniziata il 16 ottobre con lo scopo di proporre un cambio di paradigma: «Porre l’Amazzonia al centro della lotta per la giustizia climatica e promuovere la fine dell’estrazione e dell’uso di combustibili fossili». Yaku Mama ha attraversato il Rio delle Amazzoni facendo diverse tappe presso comunità e villaggi di Perù, Colombia e Brasile. A partecipare alla spedizione sono state decine di leader indigeni che hanno chiesto di venire rappresentati nei processi decisionali riguardo al cambiamento climatico e che venga garantito alle comunità «l’accesso diretto, non mediato dagli Stati, a tutte le forme di finanziamento per il clima». In un comunicato del Forum internazionale dei popoli indigeni sui cambiamenti climatici (IIPFCC), i rappresentanti indigeni chiedono che il Programma di Lavoro sulla transizione rispetti «i diritti umani, in particolare la Dichiarazione delle Nazioni Unite sui Diritti dei Popoli Indigeni». Il Forum denuncia la «colonizzazione» dei territori indigeni, attraverso le politiche di estrazione di fossili, di materiali per la transizione, ma anche mediante «il commercio di quote di emissione, l’estrazione di uranio per l’energia nucleare, la geoingegneria e progetti infrastrutturali su larga scala per le energie rinnovabili».
Oltre alle richieste e alle denunce provenienti dai rappresentanti riuniti dei popoli indigeni, alcuni gruppi di comunità provenienti dal medesimo Paese hanno rilasciato comunicati congiunti per descrivere la propria situazione. I popoli ecuadoregni, per esempio, hanno accusato il proprio governo di stare portando avanti politiche dannose per l’ambiente, aumentando le concessioni per l’estrazione mineraria e petrolifera nelle foreste, e indebolendo il quadro giuridico per il contenimento di tali attività. Nello stesso Brasile, che ospita la Conferenza, la situazione non è delle migliori, tanto che il Paese ha recentemente autorizzato nuove perforazioni petrolifere in due bacini dell’Amazzonia. In generale, i popoli denunciano un impoverimento della lotta al cambiamento climatico, che sta danneggiando, tra le varie aree globali, anche la foresta amazzonica, e precisamente le aree a controllo indigeno: secondo un rapporto di Earth Insight e Global Alliance of Territorial Communities, circa il 17% degli spazi occupati dalle comunità indigene sarebbe ora soggetto a concessioni di trivellazione petrolifera e di gas, attività minerarie e di disboscamento; un altro studio mostra invece come il 36% delle attività di estrazione di oro in Amazzonia sia avvenuta in territori indigeni.
Quello della distruzione delle foreste è uno dei temi centrali della COP30: uno dei progetti chiave promossi dalla guida brasiliana è infatti il Tropical Forest Forever Facility, un fondo da 125 miliardi di dollari destinato alla preservazione delle foreste. La Conferenza è iniziata ieri, e terminerà il 21 novembre. Gli incontri in programma in questi giorni proveranno a fare passi avanti per il raggiungimento degli obiettivi delineati dalla Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (UNFCCC) e dall’accordo di Parigi. La UNFCCC prevede di raggiungere «la stabilizzazione delle concentrazioni di gas serra nell’atmosfera a un livello tale da impedire pericolose interferenze antropiche con il sistema climatico», e di farlo «entro un lasso di tempo sufficiente a consentire agli ecosistemi di adattarsi»; l’accordo di Parigi, invece, punta a limitare il riscaldamento globale al di sotto di 1,5 °C. Durante il vertice si discuterà dei nuovi obiettivi di riduzione delle emissioni da raggiungere entro il 2035.











