Ambulanze, camion di aiuti umanitari e mezzi pesanti hanno attraversato domenica il valico di Rafah dal lato egiziano verso la Striscia di Gaza, nell’ambito di una riapertura parziale del confine decisa da Israele per prove tecniche. La riattivazione del valico ha carattere sperimentale e serve a testare i meccanismi concordati per il transito di merci e soccorsi, in attesa dell’avvio ufficiale del passaggio a partire dal 2 febbraio. Il movimento dei civili palestinesi non è ancora autorizzato e potrebbe iniziare nei prossimi giorni.
Terra dei Fuochi: cos’è cambiato a un anno dalla sentenza CEDU
Esattamente un anno fa, la Corte europea dei diritti dell’uomo (CEDU) condannava l’Italia per non aver tutelato il diritto alla vita dei suoi cittadini. La CEDU, con una sentenza storica, ha certificato l’abbandono istituzionale nei confronti degli abitanti della Terra dei Fuochi. Contestualmente, i giudici europei hanno imposto allo Stato italiano di mettere in campo, nel giro di due anni, una strategia volta alla bonifica di un’area comprendente 90 comuni campani, con l’obiettivo di salvaguardare la salute di quasi 3 milioni di persone. Al primo giro di boa, l’azione istituzionale risulta non essere decollata del tutto, tra interventi limitati e risorse insufficienti, come certificato dal Comitato per la dignità e per la vita. Quest’ultimo, nato a luglio a seguito della sentenza CEDU, si è posto a guida del fermento dal basso che anima la società civile campana, a cui i giudici europei hanno riservato un ruolo centrale, affidando loro il monitoraggio dell’esecuzione della sentenza.
Le colpe dell’Italia e la sentenza CEDU
Negli anni ’80, il sodalizio tra classe imprenditoriale, massoneria, politica e camorra trasformò l’area della Campania felix in Malaterra, sversando milioni di tonnellate di rifiuti ovunque fosse possibile: corsi d’acqua, terreni, strade. I rifiuti venivano poi dati alle fiamme, moltiplicando i tassi di inquinamento. Per indicare tale schema di distruzione sistematica della vita umana e dell’ambiente è stato scelto il termine biocidio.
Per i primi anni, il fenomeno criminale è andato avanti a fari spenti, all’ombra dell’interesse mediatico. Poi si sono susseguite le prime confessioni dei pentiti (Carmine Schiavone su tutti), gli studi scientifici e rilevazioni varie. Come riportato dalla sentenza n. 51567/14 del 2025 della CEDU, le autorità erano a conoscenza dello sversamento illegale dei rifiuti almeno dal 1988 ma le risposte sono tardate ad arrivare.
Nel corso degli anni, sia i governi sia gli enti locali non hanno messo in campo una strategia efficace, esponendo circa 3 milioni di persone a inquinamento ambientale e dunque a elevati rischi per la salute. Nello specifico, la CEDU — l’organo che giudica il rispetto della Convenzione europea dei diritti dell’uomo — ha condannato l’Italia per aver violato l’articolo 2 del trattato, relativo al diritto alla vita. I giudici europei hanno così messo nero su bianco una verità che gli abitanti della Terra dei Fuochi conoscevano da anni, perché vissuta sulla propria pelle, tra malattie e morti premature. La sentenza ha, in altre parole, coronato la lotta dei cittadini contro il negazionismo e le accuse di allarmismo.
Preso atto dell’inerzia italiana, la CEDU ha disposto diverse misure vincolanti, come la bonifica del territorio, il monitoraggio costante e indipendente, la trasparenza sulle informazioni ambientali e sanitarie. Per adeguarsi alle prescrizioni, sono stati dati all’Italia due anni di tempo, a partire da maggio 2025, quando la sentenza del 30 gennaio è diventata definitiva. A un anno di distanza dall’intervento dei giudici europei è possibile tracciare un primo bilancio — non troppo confortante — della risposta messa in campo dalle istituzioni nella Terra dei Fuochi.
La Terra dei Fuochi un anno dopo
«Il bilancio non sta a 0 ma a -1. Serve un deciso cambio di rotta per adeguarci alla sentenza europea», dice Raniero Madonna, membro del Comitato per la dignità e per la vita. Quest’ultimo ha organizzato a Napoli una conferenza stampa per fare il punto della situazione a un anno esatto dall’intervento della CEDU. Nella stessa giornata è stato lanciato il Forum civico che, proprio come il comitato, avrà il compito di vegliare sull’attuazione della sentenza, facendo da raccordo tra società civile e istituzioni, a partire dal livello più prossimo, quello locale. Il forum continuerà dunque il lavoro condotto dal comitato (e dalle tante associazioni che lo hanno preceduto) con l’obiettivo di raccogliere segnalazioni di roghi e sversamenti, così come delle criticità sul territorio, monitorando lo stato delle bonifiche. A ciò si affianca l’elaborazione di proposte volte alla cura e alla rigenerazione di un’area vasta 1076 km², comprendente 90 comuni campani.
Durante la conferenza stampa del 30 gennaio, i cittadini riunitisi nel Comitato per la dignità e per la vita hanno ribadito le responsabilità delle istituzioni verso il fenomeno Terra dei Fuochi. Sono state poi contestate tanto l’inerzia storica quanto le risposte recenti, a partire dal commissariamento. Poco dopo la sentenza CEDU, il governo Meloni ha infatti nominato il generale Giuseppe Vadalà commissario straordinario per la bonifica della Terra dei Fuochi. Il comitato ha riconosciuto a Vadalà l’impegno nella mappatura dei siti contaminati così come per la rimozione superficiale dei rifiuti (pari a 1700 tonnellate sulle 2700 previste). Tali operazioni hanno impegnato quasi la metà degli appena 60 milioni di euro stanziati dal governo, 45 provenienti dal Ministero dell’Ambiente e 15 previsti dal decreto-legge n. 116/2025 approvato ad agosto. Nei prossimi mesi, buona parte dei fondi rimanenti (circa 23 milioni) dovrebbero essere assegnati per completare la rimozione dei rifiuti in superficie, all’interno dei siti mappati.
Le cifre in ballo, però, sono ben più alte. Secondo le stime prodotte da Vadalà, infatti, servirebbero almeno 2,5 miliardi di euro soltanto per completare la bonifica di 81 siti di competenza pubblica, attraverso interventi spalmati su 10 anni. 14 di questi 81 siti sono aree di interesse primario, ma lo stato complessivo dell’avanzamento degli interventi di bonifica è fermo al 35%. Su 826 ettari di terreno analizzati, 110 sono stati dichiarati inidonei alla coltivazione e dunque interdetti.
Pur riconoscendo l’impegno del commissario Vadalà, che ha elaborato mensilmente dei rapporti sulle attività svolte, il Comitato per la dignità e per la vita rigetta la narrazione emergenziale che accompagna il commissariamento. I cittadini puntano piuttosto sulla gestione del fenomeno attraverso gli organi democratici ordinari. A Palazzo Chigi, così come per enti locali e agenzie specializzate – gli abitanti chiedono comunque un netto cambio di passo.
L’organizzazione in comitati e forum permette ai singoli di ottenere maggiore forza contrattuale, al fine di richiamare le istituzioni alle proprie responsabilità, da assolvere in proprio e, almeno per un altro anno, in sinergia col commissario straordinario. Il comitato denuncia carenze su entrambe i profili; ai vari comuni della Terra dei Fuochi è stato chiesto di prendere formalmente atto dell’intervento giudiziario europeo, agendo così per la tutela effettiva del diritto alla vita. «In questo quadro, procedimenti autorizzativi relativi a nuovi impianti e il persistente ricorso alla combustione dolosa come forma sistemica di smaltimento illegale stanno determinando forti preoccupazioni e mobilitazioni civiche in diverse aree del territorio, tra cui l’area industriale di Aversa e, in modo particolarmente critico, l’agro caleno», scrivono i cittadini. Pur non avendo ancora dati definitivi sui roghi verificatisi nel 2025, è certa la loro persistenza, tanto da essere una costante nella vita di milioni di persone. In diversi casi, a bruciare sono gli impianti deputati allo smaltimento rifiuti. Quest’estate gli incendi di Teano e Pastorano sono risultati tra i più devastanti, con migliaia di tonnellate di rifiuti in fiamme e diossine sprigionate nell’aria.
Nella lettera inviata ai comuni, i cittadini riprendono i passaggi della sentenza CEDU, pretendendo «sorveglianza sanitaria delle fasce più vulnerabili della popolazione, in particolare di quella pediatrica». «La piena attuazione di tale sorveglianza — continuano — richiede che i dati ambientali e sanitari siano resi disponibili in modo trasparente, accessibile e verificabile, attraverso strumenti di accesso pubblico».
La via tracciata dalla CEDU e rivendicata dai cittadini è quella di una collaborazione multilivello tra autorità e società civile. A tal proposito, un segnale incoraggiante proviene da Caserta, dove a ottobre è stata attivata la Conferenza dei servizi, quale «sede di confronto e coordinamento tra enti locali e territoriali, istituzioni sanitarie, tecnico-amministrative e soggetti portatori di interessi civici qualificati».
L’interfaccia continua tra cittadini e istituzioni, intuita dalla CEDU, è un primo passo per ricomporre il danno decennale causato agli abitanti della Terra dei Fuochi. «Qui non ci sono vittime — dice Enzo Tosti, storico volto delle lotte ambientaliste campane – ma persone che rivendicano sulla propria terra diritti che nessuno può più mettere in discussione». Per farlo, la logica dell’emergenzialità deve cedere il passo a quella della gestione globale, che metta insieme cura, sostenibilità ambientale, opportunità sociali e lavorative.
L’Iran dichiara ufficialmente gli eserciti europei come “terroristi”
«Sulla base di una risoluzione dell’Assemblea consultiva islamica, gli eserciti dei Paesi coinvolti nella recente risoluzione UE contro i pasdaran sono considerati terroristi». Con questa motivazione Teheran ha dichiarato ufficialmente “terroristi” gli eserciti europei, in risposta alla designazione delle Guardie della Rivoluzione islamica come organizzazione terroristica da parte dell’Unione europea. La misura era stata anticipata dal segretario del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale, Ali Larijani, che aveva accusato Bruxelles di agire “obbedendo ciecamente” a Stati Uniti e Israele. L’annuncio è arrivato dal presidente del Parlamento iraniano, Mohammad-Bagher Ghalibaf, che ha spiegato come la decisione si basi su una risoluzione parlamentare e sull’articolo 7 della legge iraniana sulle contromisure.
Ucraina: raid russo a Dnipro, 2 morti
Proseguono gli attacchi contro l’Ucraina nonostante l’appello del presidente USA Donald Trump a Vladimir Putin per una pausa durante i giorni di gelo. Due persone sono morte nella notte a Dnipro, nell’Ucraina orientale, in seguito a un attacco con drone russo contro un’abitazione privata. Lo ha reso noto su Telegram Oleksandr Ganja, capo dell’amministrazione regionale di Dnipropetrovsk, precisando che le vittime sono un uomo e una donna. Nell’impatto sono stati distrutti anche altri due edifici. Dal lato russo, le forze di difesa aerea hanno riferito di aver intercettato e abbattuto 21 droni ucraini in diverse regioni durante la notte.
Bari, crolla palazzina dopo esplosione: 2 persone sotto le macerie
In 4 anni l’Europa ha sostituto la dipendenza dal gas russo con quella dal GNL statunitense
La sostituzione del gas russo con il GNL (gas naturale liquefatto) americano, incominciata nel 2022 in seguito allo scoppio del conflitto in Ucraina, non ha affatto risolto i problemi energetici del Vecchio continente, ma ha reso l’UE ancora più vulnerabile e dipendente da un attore geopolitico oggi più che mai imprevedibile: gli Stati Uniti d’America. Si è creata così una nuova dipendenza strategica che lega ulteriormente l’Ue alle azioni e ai voleri di Washington. In quattro anni, infatti, il GNL statunitense è passato dal rappresentare il 5% delle importazioni nel 2021 al 27% di oggi, mentre allo stesso tempo il gas naturale russo è sceso dal 50% delle importazioni totali al 12%, secondo i dati di Bruegel, un think tank economico con sede a Bruxelles. I maggiori importatori di GNL americano risultano Francia, Spagna, Italia, Paesi Bassi e Belgio, insieme al Regno Unito. In futuro è addirittura previsto un incremento di tale legame energetico: secondo Politico, infatti, una serie di nuovi accordi con le società energetiche statunitensi potrebbe far crescere le importazioni di gas da oltreoceano fino al 40% del totale di gas entro il 2030 e a circa l’80% delle importazioni complessive di GNL nel blocco, secondo i dati di IEEFA, organizzazione no-profit statunitense che promuove l’energia pulita.
La crescente dipendenza dal GNL americano rappresenta una criticità non solo nella misura in cui tale fonte energetica ha costi più elevati e un maggiore impatto ambientale rispetto al gas naturale, ma anche dal momento che le relazioni tra le due sponde dell’Atlantico sono radialmente cambiate con l’amministrazione di Donald Trump: gli USA si stanno sempre più allontanando politicamente e strategicamente dal Vecchio continente e non esitano a minacciare le relazioni commerciali con i Paesi un tempo stretti alleati di Washington. La crescente dipendenza dell’UE dalle importazioni di gas naturale liquefatto degli Stati Uniti «ha creato una nuova dipendenza geopolitica potenzialmente ad alto rischio», ha affermato Ana Maria Jaller-Makarewicz, analista energetico presso il gruppo di studio che ha condotto la ricerca sulle importazioni energetiche dell’UE, l’Institute for Energy Economics and Financial Analysis. La stessa ha aggiunto che «Un eccesso di dipendenza dal gas degli Stati Uniti contraddice la [politica dell’UE] di migliorare la sicurezza energetica dell’UE attraverso la diversificazione, la riduzione della domanda e l’aumento dell’offerta di energie rinnovabili». Similmente, un alto diplomatico dell’Ue ha detto a Politico che il rischio che Trump tagli le forniture all’Europa sulla scia di un’incursione in Groenlandia «dovrebbe essere preso in considerazione».
Nonostante i Paesi UE siano impegnati a diversificare le importazioni in base a nuove leggi approvate lo scorso anno, la cosa potrebbe essere difficile da realizzare nel breve termine, in quanto l’offerta globale di GNL è limitata a pochi Paesi, tra cui Qatar e Emirati Arabi Uniti che hanno avviato un’estensione della produzione. In particolare, il Qatar ha aumentato nel 2024 la produzione del più grande giacimento di gas naturale del mondo, il North Field, con l’obiettivo di aggiungere 16 milioni di tonnellate all’anno, come dichiarato dal ministro dell’Energia Saad Sherida al-Kaabi. Tuttavia, le difficoltà logistiche e politiche fanno sì che diversificare le fonti di importazione non sia né semplice né immediato: per questo, l’Ue rimane oggi fortemente dipendente dal GNL statunitense. Cosa che è confermata dall’impegno della Commissione europea di acquistare 750 miliardi di prodotti energetici statunitensi come parte dell’accordo commerciale firmato nel 2025 con gli USA, ma anche dalla disponibilità a rinforzare e estendere le infrastrutture energetiche europee: per esempio, Bruxelles ha ribadito l’attenzione nei confronti di due importanti gasdotti che collegheranno Malta e Cipro all’Europa continentale, facilitando ancora di più i flussi di gas americano.
Nel frattempo, gli alti costi energetici del GNL importato dagli USA hanno comportato un brusco declino dell’industria europea e in particolare dell’industria chimica, uno dei settori chiave dell’economia tedesca: secondo i dati del Cefic – European Chemical Industry Council, la principale associazione che rappresenta l’industria chimica europea – il tasso di chiusure di impianti chimici in Europa è aumentato di sei volte dal 2022, facendo perdere il 9% della capacità produttiva e 20.000 posti di lavoro, con la previsione di 89.000 posti a rischio nell’indotto nei prossimi anni.
Abbandonando le forniture di gas russo, l’UE ha perso una fonte energetica a basso conto fondamentale per la sua economia: allo stesso tempo, da un lato, è stata incapace di accelerare la sua transizione verso le rinnovabili – cosa che peraltro costituiva il pilastro della politica del precedente mandato di Ursula von der Leyen – dall’altro, si è legata apparentemente senza alternative agli Stati Uniti. In questo modo ha accentuato quella sottomissione alla potenza a stelle e strisce che da tempo caratterizza il Vecchio continente, proprio in un momento in cui Washington potrebbe sfruttare la vulnerabilità energetica europea come leva per portare avanti la sua riorganizzazione dello scacchiere internazionale, mentre l’UE appare sempre meno centrale.
Gaza, raid israeliani a Gaza City e Khan Younis: almeno 23 morti
Gli ospedali della Striscia di Gaza hanno riferito che almeno 23 palestinesi sono stati uccisi oggi, sabato 31 gennaio, in attacchi israeliani, uno dei bilanci più gravi dall’entrata in vigore del cessate il fuoco di ottobre. Secondo fonti sanitarie locali, i bombardamenti hanno colpito varie aree, tra cui un condominio a Gaza City e un campo tendato nella città di Khan Younis. Tra le vittime si contano anche due donne e sei bambini di due diverse famiglie. Un altro attacco ha colpito una stazione di polizia, causando almeno 11 morti e diversi feriti, ha dichiarato il direttore dell’ospedale Shifa.










