Le forti piogge che stanno colpendo la provincia orientale del Nord Kivu, nella Repubblica Democratica del Congo, hanno fatto crollare una miniera di coltan, causando la morte di almeno 200 persone. Tra le vittime ci sarebbero 70 bambini. La miniera è situata nell’area di Rubaya, controllata dal movimento ribelle dell’M23. Rubaya produce circa il 15% del coltan mondiale, che viene trasformato in tantalio, metallo resistente al calore utilizzato dai produttori di telefoni, computer, componenti aerospaziali e turbine. Il sito è stato inserito nell’accordo di cessate il fuoco tra RDC e Ruanda mediato dagli USA, che tra le altre cose prevedeva anche il rilancio della cooperazione nel settore minerario tra Kinshasa e Washington.
USA: prolungato il blocco di voli commerciali per Haiti
La Federal Aviation Administration ha esteso il divieto sui voli commerciali statunitensi per la capitale di Haiti Port-au-Prince fino al 3 settembre. La FAA ha motivato tale decisione menzionando la situazione precaria del Paese sul fronte della sicurezza, parlando del possibile rischio che le bande criminali prendano di mira gli aerei. L’annuncio segue la sospensione dei voli commerciali statunitensi varata dalla FAA a novembre, dopo che un aereo della Spirit Airlines è stato colpito da colpi d’arma da fuoco durante l’atterraggio all’aeroporto internazionale Toussaint Louverture di Port-au-Prince. Esso arriva mentre il Paese sta fronteggiando un’escalation di violenza delle bande armate.
Da oltre 20 anni, un fiume alla volta: i cittadini che ripuliscono i corsi d’acqua dai rifiuti
Ogni primavera, lungo le rive del Mincio, centinaia di persone si alzano presto, infilano gli stivali e scendono al fiume per ripulirlo da plastica e rifiuti. Nessuno ha chiesto loro di farlo, nessuno li paga, semplicemente hanno compreso che quel corso d’acqua è anche loro, così come delle comunità a monte o a valle. Ecco perché, armati di guanti, pinze e sacchi, si danno appuntamento per raccogliere quello che gli altri hanno abbandonato. Sono 22 anni che non mancano un appuntamento e domenica 8 marzo saranno ancora lì per la prossima edizione.
L’iniziativa si chiama Pulimincio ed è nata dall’ostinazione silenziosa dell’associazione culturale La Luna nel pozzo, in un piccolo comune in provincia di Mantova. La presidente Elena Allegretti la porta avanti da 22 anni, costruendo una rete sempre più ampia di realtà locali, comuni, gruppi sportivi, associazioni ambientaliste e studenti. La ventunesima edizione, nel 2025, ha superato i 500 volontari distribuiti su 17 punti d’intervento, da Peschiera del Garda a Sustinente, con quasi trenta associazioni coinvolte e una decina di tonnellate di rifiuti rimossi dalle rive e dal fondale. Tra i ritrovamenti più sorprendenti, due motorini ripescati grazie ai volontari di Magnet Fishing Mantova. Il fiume restituisce tutto, prima o poi. La ventiduesima edizione si sviluppa su venti punti d’intervento e conta oltre trenta realtà coinvolte.
«Ogni anno partecipano sempre più comuni – racconta Elena Allegretti – ed è assurdo che, con tutta questa gente che aderisce al progetto, ci sia ancora qualcuno che butti dei rifiuti. Noi diciamo sempre che l’ideale sarebbe che questa manifestazione non esistesse più ma fino a quando il problema persiste troviamoci e agiamo». È una storia di comunità nel senso più concreto del termine: persone che si conoscono, si danno appuntamento e tornano. Anno dopo anno.
Mentre sul Mincio si affina un modello rodato, sul Po – il fiume più lungo d’Italia, il grande collettore di quattro Regioni – si sta costruendo qualcosa di più ambizioso. Il 4 aprile 2025 è stato lanciato ufficialmente a Torino il progetto PoSalvaMare, coordinato dall’Autorità di Bacino Distrettuale del Fiume Po e finanziato dal Ministero dell’Ambiente nell’ambito della Legge Salvamare e della missione europea “Restore our Ocean and Waters by 2030”. Partner del progetto sono l’Università di Padova, Plastic Free, Legambiente, il Consorzio Est Ticino Villoresi e altri enti tecnici. Le attività prevedono campagne di raccolta, installazione di barriere galleggianti, monitoraggio con smart-cam e dati satellitari e percorsi educativi nelle scuole, coinvolgendo Piemonte, Lombardia, Emilia-Romagna e Veneto, lungo tutto il corso del Po, fino al delta. La ragione dell’urgenza la spiega un dato del Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente (UNEP): circa l’80% dei rifiuti marini proviene da fonti terrestri, e i fiumi sono la via principale attraverso cui arrivano al mare.
«Difendere il Po significa difendere i territori che il fiume lambisce lungo il suo corso, così come il mare Adriatico in cui sfocia», ha dichiarato Luca De Gaetano, fondatore di Plastic Free, che nel solo 2025 ha mobilitato in tutta Italia oltre 53mila volontari, rimosso 575 tonnellate di rifiuti e coinvolto quasi 78mila studenti in iniziative scolastiche. Giorgio Zampetti di Legambiente ha ricordato che uno studio recente ha censito oltre 15mila rifiuti su sedici fiumi italiani, con una media di 457 oggetti ogni cento metri di sponda.
C’è un filo sottile che unisce queste esperienze, la logica del non aspettare, non delegare e del mettersi in gioco. La differenza tra Pulimincio e PoSalvaMare è solo di scala – una è nata da un’associazione di paese, l’altra da un accordo istituzionale – ma la sostanza è identica: prendersi cura di un bene comune.
Viviamo in un’epoca in cui i problemi sembrano sempre troppo grandi per essere risolti dal basso, e la distanza tra la crisi ambientale e la vita quotidiana appare spesso incolmabile. Storie come queste ricordano che non è sempre così. Che un fiume si pulisce anche un sacchetto alla volta. Che una comunità si costruisce anche tornando allo stesso posto, ogni anno, per prendersi cura dell’ambiente in cui vive. E che il cambiamento – quello vero, quello che dura – comincia quasi sempre da chi ha trovato il coraggio di agire, senza aspettare il permesso di nessuno.
Svezia: 6 caccia pattugliano l’Islanda
La Svezia ha dispiegato sei dei suoi caccia Saab Gripen per partecipare alla missione della NATO Arctic Sentry. I caccia stanno pattugliando i cieli islandesi nell’ambito di una missione volta a rafforzare la presenza della NATO nella regione artica; è la prima volta che vengono dispiegati nell’area. La missione è stata lanciata in un contesto delicato, con la guerra in Ucraina ancora in corso, mentre le tensioni tra USA e UE sulla questione groenlandese risultavano ancora elevate.
La Banca Centrale Russa ha denunciato l’UE per il congelamento dei beni russi
Il Giappone chiude la Chiesa dell’Unificazione
Un tribunale d’appello giapponese ha confermato l’ordine di sciogliere la Chiesa dell’Unificazione, organizzazione religiosa accusata di manipolare i propri fedeli per ottenere donazioni. La Chiesa era attiva da tempo, ma è finita sotto i riflettori nel 2022, quando un uomo che la accusava di avere sottratto il proprio denaro portando sul lastrico la propria famiglia ha assassinato l’ex premier Shinzo Abe, sostenitore dell’organizzazione. Nel 2023, il governo ha avanzato una richiesta per sciogliere l’Organizzazione, accolta nel 2025 da un tribunale del Paese.
Una raccolta firme per opporsi alla sorveglianza e alle deportazioni di massa
Lunedì 9 marzo il Parlamento Europeo voterà il cosiddetto “Regolamento sui ritorni”, una proposta legislativa che punta a semplificare le deportazioni dei migranti, amplificare i poteri delle autorità, rafforzare la collaborazione con aziende private e intensificare l’uso di tecnologie di sorveglianza. In risposta, numerose organizzazioni per i diritti umani e digitali sostengono la campagna #ProtectNotSurveil, promuovendo una petizione che chiede ai rappresentanti europei di intervenire ora e di rifiutare il regolamento, prima che si consolidi definitivamente un futuro in cui le garanzie fondamentali vengono sacrificate in favore di un modello di business basato sulla vulnerabilità e sulla marginalizzazione delle persone migranti.
Il pacchetto normativo, presentato l’11 marzo 2025, è stato al centro di negoziati tesi e profonde divisioni nel panorama politico europeo, soprattutto per la previsione di espellere richiedenti asilo e migranti verso Paesi terzi diversi da quelli di origine. L’obiettivo è “esternalizzare” la gestione dei flussi migratori, un approccio che richiama il controverso modello Albania promosso dal governo Meloni e che continua a sollevare critiche sul piano giuridico, politico e dei diritti umani. Il regolamento non prevede una valutazione d’impatto adeguata e contiene disposizioni che, a seconda della loro interpretazione, potrebbero persino consentire l’ingresso forzato delle forze dell’ordine in spazi privati o luoghi di culto, ampliando in modo preoccupante i margini di intervento e riducendo le garanzie per le persone coinvolte.
Le nuove tecnologie giocano un ruolo centrale in questo giro di vite, puntando sempre più sull’analisi biometrica delle persone. Sebbene l’uso commerciale di tali strumenti sia stato limitato, la normativa europea sull’intelligenza artificiale – ancora applicata solo in parte – lascia strategicamente ampi margini per gli impieghi di polizia. Ne è un esempio l’Entry/Exit System, che già oggi impone ai viaggiatori provenienti da Paesi extra‑Schengen un livello pervasivo di registrazione biometrica che solamente pochi anni fa sarebbe stato impensabile in Europa.
Partendo da questi presupposti fragili, il Regolamento Ritorni chiederebbe agli Stati membri di “dispiegare misure efficienti e proporzionate per identificare soggetti dalla nazionalità di Paesi terzi che si trattengono illegalmente nel loro territorio”, una formulazione che, di fatto, apre la strada alla legittimazione della profilazione razziale. Inoltre, considerando sia la struttura della norma sia il clima politico attuale, molti temono che questa richiesta verrà attuata replicando pratiche già viste negli Stati Uniti o, ancor prima, nei territori palestinesi occupati: l’adozione di sistemi di riconoscimento facciale e analisi biometrica direttamente sui dispositivi mobili delle forze dell’ordine, così da consentire la scansione delle persone anche negli spazi pubblici.
L’introduzione delle cosiddette “alternative alla detenzione” prevede dunque forme di monitoraggio elettronico e GPS che impongono ai migranti l’obbligo di non allontanarsi da aree designate, una dinamica che ricorda da vicino gli arresti domiciliari. Vengono inoltre sollevate serie preoccupazioni sul trattamento di questi dati, raccolti su larga scala: non solo informazioni altamente sensibili sarebbero accessibili a un ampio numero di autorità, ma con ogni probabilità sarebbero condivise anche con i Paesi terzi incaricati della gestione dei richiedenti asilo, i quali non sono soggetti agli stessi standard europei di tutela dei dati personali.
In risposta a queste insidie, realtà come Access Now, EDRi, Amnesty International, AlgorithmWatch e molte altre hanno lanciato una raccolta firme nell’ambito dell’iniziativa Protect Not Surveil per opporsi alla deportazione di massa e al consolidamento di un sistema di sorveglianza opaco, invasivo e intriso di bias culturali. La petizione ha soprattutto un valore simbolico, tuttavia rappresenta uno strumento importante per dare voce a chi rifiuta queste derive politiche e vuole mantenere alta l’attenzione sui rischi che tali soluzioni comportano per i diritti fondamentali.
L’AIEA sbugiarda di nuovo USA e Israele: nessuna prova che l’Iran stia costruendo armi nucleari
La guerra in Iran sembra star seguendo un copione già scritto e andato in scena meno di un anno fa, dagli attacchi contro Teheran giunti in un momento cruciale per i colloqui con gli USA sul nucleare, alle motivazioni che sembrano avere a che fare sopra ogni cosa con gli interessi strategici di Israele. E un dettaglio cruciale è emerso nelle scorse ore: esattamente come un anno fa, non vi sono alcune prove che l’Iran stia lavorando alla costruzione della bomba nucleare. A dirlo, di nuovo, è nientemeno che Rafael Grossi, capo dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica.
Grossi lo ha detto chiaro due volte, la prima in una intervista alla NBC: l’AIEA “non ha riscontrato elementi di un sistematico e strutturato programma di produzione di armi nucleari”. Lo ha poi ribadito chiaro in un tweet: “non vi sono prove che l’Iran stia costruendo una bomba nucleare”. Quello che preoccupa, riferisce il capo dell’AIEA, sono “le ingenti scorte di uranio arricchito“. Anche se questo “desta preoccupazioni”, non significa che l’Iran stia programmando di creare l’arma nucleare, ha specificato Grossi. Parole pressochè identiche a quelle pronunciate lo scorso giugno, quando l’agenzia smentiva l’esistenza di una minaccia reale iraniana in questo senso, contraddicendo quanto sostenuto dall’occidente – e da trent’anni di menzogne di Israele in merito.

Ma se è effettivamente l’uranio arricchito a preoccupare, c’è un ulteriore tassello da aggiungere. La sera del 27 febbraio scorso, subito prima dell’aggressione non provocata da parte di Israele e USA, il ministro degli Esteri dell’Oman, Badr Albusaid (che ha mediato i colloqui sul nucleare tra Washington e Teheran) ha dichiarato in un’intervista rilasciata a CBS che l’Iran ha accettato di non stoccare “mai e poi mai” il materiale necessario per creare una bomba nucleare. “Questo è un grande risultato, qualcosa di completamente nuovo. Se non è possibile stoccare materiale arricchito, non c’è modo di creare una bomba, indipendentemente dal fatto che si proceda o meno all’arricchimento”. Nelle parole del ministro Albusaid, insomma, l’Iran aveva accettato a rifiutare di stoccare uranio arricchito, materiale fondamentale per la creazione di una bomba nucleare. “Credo che questo sia un aspetto che è stato molto trascurato dai media e vorrei chiarirlo dal punto di vista di un mediatore”. A poche ore di distanza da questa intervista, le bombe israeliane hanno cominciato a cadere.
L’aggressione giunge di nuovo in quello che sarebbe sembrato un momento cruciale nei colloqui. D’altronde, è lo stesso segretario di Stato Marco Rubio a suggerire che gli Stati Uniti sarebbero stati costretti a colpire l’Iran per via di un imminente attacco israeliano. “C’era sicuramente una minaccia imminente – ha detto Rubio alla stampa – e la minaccia imminente era che sapevamo che se l’Iran fosse stato attaccato – e noi credevamo che sarebbe stato attaccato – ci avrebbe immediatamente dato la caccia, e noi non avevamo intenzione di stare lì a incassare il colpo prima di reagire, perché il Dipartimento della Guerra aveva valutato che se lo avessimo fatto, se avessimo aspettato che ci colpissero per primi dopo essere stati attaccati – se Israele avesse attaccato – avremmo subito più vittime e più morti”. Una difesa “proattiva e difensiva”, insomma. Negli interessi di chi, non è dato saperlo.









