sabato 29 Novembre 2025
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Dalle Ande all’Amazzonia: i popoli indigeni arrivano alla COP30 per difendere la foresta

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Oltre 60 leader indigeni hanno attraversato il Rio delle Amazzoni in barca a vela per partecipare alla COP30, la Conferenza delle Nazioni Unite sul clima. La spedizione è partita quasi un mese fa dalle Ande ecuadoregne, da dove le imbarcazioni sono salpate per affrontare un viaggio di oltre 3.000 km. La missione ha preso il nome simbolico di “Yaku Mama”, richiamando la divinità “madre delle acque” che secondo la mitologia locale abita la foresta amazzonica. I leader indigeni, provenienti da Brasile, Colombia, Ecuador, Guatemala, Indonesia, Messico, Panama e Perù, sono arrivati a Belém – sede della Conferenza – ieri, lunedì 10 novembre. Lo scopo del viaggio era quello di mettere in risalto gli effetti della deforestazione e della carbonizzazione sulle comunità, e di chiedere agli Stati il rispetto delle politiche climatiche, l’istituzione di strumenti adeguati per la lotta alla crisi ambientale, e la «piena ed effettiva partecipazione e rappresentanza» dei popoli indigeni nei processi decisionali.

La missione Yaku Mama è iniziata il 16 ottobre con lo scopo di proporre un cambio di paradigma: «Porre l’Amazzonia al centro della lotta per la giustizia climatica e promuovere la fine dell’estrazione e dell’uso di combustibili fossili». Yaku Mama ha attraversato il Rio delle Amazzoni facendo diverse tappe presso comunità e villaggi di Perù, Colombia e Brasile. A partecipare alla spedizione sono state decine di leader indigeni che hanno chiesto di venire rappresentati nei processi decisionali riguardo al cambiamento climatico e che venga garantito alle comunità «l’accesso diretto, non mediato dagli Stati, a tutte le forme di finanziamento per il clima». In un comunicato del Forum internazionale dei popoli indigeni sui cambiamenti climatici (IIPFCC), i rappresentanti indigeni chiedono che il Programma di Lavoro sulla transizione rispetti «i diritti umani, in particolare la Dichiarazione delle Nazioni Unite sui Diritti dei Popoli Indigeni». Il Forum denuncia la «colonizzazione» dei territori indigeni, attraverso le politiche di estrazione di fossili, di materiali per la transizione, ma anche mediante «il commercio di quote di emissione, l’estrazione di uranio per l’energia nucleare, la geoingegneria e progetti infrastrutturali su larga scala per le energie rinnovabili».

Oltre alle richieste e alle denunce provenienti dai rappresentanti riuniti dei popoli indigeni, alcuni gruppi di comunità provenienti dal medesimo Paese hanno rilasciato comunicati congiunti per descrivere la propria situazione. I popoli ecuadoregni, per esempio, hanno accusato il proprio governo di stare portando avanti politiche dannose per l’ambiente, aumentando le concessioni per l’estrazione mineraria e petrolifera nelle foreste, e indebolendo il quadro giuridico per il contenimento di tali attività. Nello stesso Brasile, che ospita la Conferenza, la situazione non è delle migliori, tanto che il Paese ha recentemente autorizzato nuove perforazioni petrolifere in due bacini dell’Amazzonia. In generale, i popoli denunciano un impoverimento della lotta al cambiamento climatico, che sta danneggiando, tra le varie aree globali, anche la foresta amazzonica, e precisamente le aree a controllo indigeno: secondo un rapporto di Earth Insight e Global Alliance of Territorial Communities, circa il 17% degli spazi occupati dalle comunità indigene sarebbe ora soggetto a concessioni di trivellazione petrolifera e di gas, attività minerarie e di disboscamento; un altro studio mostra invece come il 36% delle attività di estrazione di oro in Amazzonia sia avvenuta in territori indigeni.

Quello della distruzione delle foreste è uno dei temi centrali della COP30: uno dei progetti chiave promossi dalla guida brasiliana è infatti il Tropical Forest Forever Facility, un fondo da 125 miliardi di dollari destinato alla preservazione delle foreste. La Conferenza è iniziata ieri, e terminerà il 21 novembre. Gli incontri in programma in questi giorni proveranno a fare passi avanti per il raggiungimento degli obiettivi delineati dalla Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (UNFCCC) e dall’accordo di Parigi. La UNFCCC prevede di raggiungere «la stabilizzazione delle concentrazioni di gas serra nell’atmosfera a un livello tale da impedire pericolose interferenze antropiche con il sistema climatico», e di farlo «entro un lasso di tempo sufficiente a consentire agli ecosistemi di adattarsi»; l’accordo di Parigi, invece, punta a limitare il riscaldamento globale al di sotto di 1,5 °C. Durante il vertice si discuterà dei nuovi obiettivi di riduzione delle emissioni da raggiungere entro il 2035.

La guerra fa ingrassare la mafia ucraina: traffico di renitenti, armi e droga

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Quando si parla di Ucraina, l’immaginario collettivo evoca lo scenario di un Paese devastato dalla lunga guerra contro la Russia e di città ridotte in macerie. Ma dietro il fronte visibile del conflitto se ne combatte un altro, silenzioso e pervasivo: quello che vede come attore principale una criminalità organizzata radicata da decenni, che si è evoluta, adattata e persino mimetizzata nel caos della guerra. La mafia ucraina, spesso rimossa dal dibattito internazionale, rappresenta – non certo dal 2022, ma sin dalla fine della Guerra Fredda – uno dei fenomeni più complessi e sottovalutati d’Eu...

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SoftBank cede le sue azioni di Nvidia e incassa 5 miliardi

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SoftBank, il maggiore gruppo finanziario giapponese, ha ceduto tutte le sue azioni di Nvidia, la maggiore azienda di microchip al mondo, incassando circa 5 miliardi di euro dalla transazione. Il gruppo giapponese intende utilizzare quei fondi per investire maggiormente in aziende che si occupano di intelligenza artificiale come OpenAI (ideatrice del noto chatbot ChatGPT), di cui già possiede l’11% delle quote. In generale, SoftBank sta aumentando da tempo i propri investimenti nel settore delle IA.

Il Corriere e la matematica della propaganda: i conti (sbagliati) sulla guerra in Ucraina

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Il 2025 è stato l’anno più nero dell’esercito russo in Ucraina: 80.000 soldati morti in 9 mesi. Così titola Federico Fubini sul Corriere della Sera, l’8 novembre, consegnando al lettore l’immagine di una Russia esausta e sull’orlo del collasso. L’articolo prova a presentarsi come un’analisi corredata da numeri e citazioni di fonti apparentemente indipendenti come Meduza e Mediazona. In realtà, dietro la freddezza del dato, si nasconde una narrazione volta a convincere il lettore che Kiev stia vincendo, mentre Mosca sferra l’assedio a Pokrovsk: cifre decontestualizzate, stime manipolate, percentuali che non tornano. È un racconto che, evocando la nostalgia di chi ha creduto che i russi combattessero a dorso di mulo, a mani nude, senza calzini e con le pale, si allinea perfettamente alla linea atlantista dei grandi media italiani, trasformando l’informazione in uno strumento di conferma ideologica.

Fubini attribuisce a Meduza e Mediazona la stima di 65.000 morti russi tra dicembre 2024 e agosto 2025. Tuttavia, il rapporto congiunto dei due media indipendenti, pubblicato il 29 agosto 2025, basato su registri pubblici, necrologi e fonti ufficiali, riporta dati diversi. Nel testo non compare alcuna stima specifica di 65.000 morti per il periodo dicembre-agosto, né viene suggerito un incremento di 80.000 unità entro ottobre. Al contrario, gli autori precisano che le cifre più recenti sono “intrinsecamente incerte”, poiché i dati degli «ultimi sei-otto mesi» risentono dei ritardi burocratici nella registrazione dei decessi e di lacune significative nelle fonti locali. In altre parole, il rapporto non fornisce un numero “ufficiale” del governo russo, ma una stima basata su fonti indirette e analisi statistiche e invita alla prudenza: le ultime stime vanno lette come tendenze, non come numeri certi. Fubini ignora queste cautele e trasforma una stima con margini d’errore in una certezza numerica. L’effetto è potente ma ingannevole: il lettore crede di trovarsi di fronte a una verità scientifica, mentre si tratta di una proiezione arbitraria. È un classico meccanismo mediatico: prendere un dato provvisorio, decontestualizzarlo e presentarlo come prova – in questo caso della disfatta russa.

Nel tentativo di rendere più incisiva la sua analisi, Fubini cita poi l’Institute for the Study of War (ISW), sostenendo che la Russia avrebbe conquistato 2.700 chilometri quadrati di territorio ucraino in dieci mesi, equivalenti allo 0,73% del Paese. Tuttavia, nessuno di questi numeri compare nei rapporti dell’ISW. Nel suo aggiornamento del 30 agosto 2025, l’istituto statunitense stima guadagni territoriali russi pari a circa 2.300 chilometri quadrati, mentre per l’intero 2024 indica un totale di circa 4.100 chilometri quadrati. Inoltre, la percentuale indicata da Fubini è matematicamente errata: l’Ucraina ha una superficie di circa 603.700 chilometri quadrati e 2.700 corrispondono allo 0,45%, non allo 0,73%. L’ISW, nei suoi report, non traduce mai i dati territoriali in percentuali e non li collega al numero di perdite umane. Quella che ne deriva è un’elaborazione giornalistica costruita unendo categorie differenti – morti, feriti, stime OSINT e proiezioni politiche – per creare un rapporto numerico a effetto. Quella che viene presentata come un’analisi basata su dati militari è in realtà una semplificazione narrativa, dove le cifre diventano strumenti retorici per rafforzare un messaggio politico: la sproporzione tra i sacrifici russi e i risultati ottenuti sul campo.

A completare il quadro, Fubini descrive un’economia russa “ferma”, incapace di sostenere lo sforzo bellico, ma anche qui i dati lo smentiscono. Secondo l’International Monetary Fund (IMF), la crescita del PIL russo nel 2025 è stimata intorno all’1%, dopo un’espansione del 4,3% circa nel 2024. L’occupazione ufficiale mostra un tasso di disoccupazione al 2,2%–2,4% nei primi mesi del 2025, un livello storico (anche se la situazione reale del mercato del lavoro è complessa e presenta fragilità). L’economia, pur segnata dalle sanzioni e dall’aumento della spesa militare, non è dunque ferma. Non è la prima volta che Federico Fubini, oggi vicedirettore ad personam del Corriere della Sera, finisce al centro delle polemiche per il suo modo di piegare l’informazione alle logiche del potere. Nel 2019, ammise di aver taciuto la notizia dei bambini greci morti di fame per le politiche della Troika, per non offrire “una clava agli antieuropei”. Da allora, la linea non è cambiata. Di recente, in un’intervista a Roberto Cingolani, Fubini si è distinto più per il tono difensivo che per lo spirito critico. Non è nemmeno la prima volta che smentisce con foga che la Russia stia vincendo. In un confronto televisivo con Marco Travaglio a maggio 2025, Fubini aveva già sostenuto che la Russia fosse “allo stremo” nella guerra in Ucraina, citando perdite di circa 200.000 effettivi e problemi severi di reclutamento. Ora torna a recitare lo stesso copione: scegliere i numeri che servono, ignorare quelli che disturbano, vergando una pedagogia geopolitica, che confonde la verità con la versione autorizzata dei fatti.

«Questa non è pace»: intervista a Emergency, il racconto da Gaza tra bombe e fame

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Mentre il cessate il fuoco mediato dagli Stati Uniti vacilla, a causa di ripetuti attacchi e violazioni da parte di Israele, la situazione umanitaria nella Striscia di Gaza non fa altro che peggiorare. Emergency è presente a Gaza da agosto 2024 e gestisce diversi progetti, come una clinica nell’area di Khan Younis, e offre assistenza sanitaria di base nella clinica da campo che sorge nella località di al-Mawasi. Abbiamo raggiunto telefonicamente Alessandro Migliorati, capo progetto di Emergency a Gaza da marzo 2025, con cui abbiamo parlato riguardo la condizione umanitaria  in cui verte la Striscia oggi.

Quale è, dopo l’accordo di “pace”, la situazione umanitaria nella Striscia ?

C’è un 54% della Striscia tuttora occupato dall’IDF, da dove si sentono costantemente esplosioni e gli edifici vengono fatti crollare. Oltre a questo, ci sono bombardamenti aerei regolari. Dall’inizio del cessate il fuoco ci sono già state diverse giornate di maxi-escalation, in cui le attività militari si sono estese anche a quel 46% di territorio che dovrebbe essere l’area da cui l’IDF si è ritirato. In quelle occasioni ci sono stati attacchi mirati con droni, anche a un chilometro da casa nostra. Quindi chiamarla “pace” è assolutamente fuori luogo e chiamarlo “cessate il fuoco” è un’iperbole.

Nella parte sotto occupazione le azioni militari hanno come obiettivo solo la distruzione delle infrastrutture, o ci sono anche vittime civili?

Ci sono anche vittime civili. L’esercito israeliano ha tracciato una “linea gialla” per delimitare l’area dove si può stare e quella in cui non si deve entrare. Ma se un palestinese si avvicina a quella linea, viene attaccato. I civili sono morti già dal primo giorno di cessate il fuoco, quando la linea era più bassa. Venivano colpiti dai tank.  Durante l’ultima escalation, ci sono stati cento morti in ventiquattr’ore, di cui circa sessanta bambini. Questo tra la zona che dovrebbe essere “libera” e quella ancora occupata. Il punto è che non puoi proclamare un cessate il fuoco e poi sparare a vista a chi si avvicina a una linea che non è neanche chiara. La tutela dei civili non esiste.

Dall’11 ottobre, giorno successivo alla firma del cessate il fuoco, avete visto movimenti di persone verso nord, verso Gaza City? 

Nei primi giorni sì, c’è stata una prima ondata di persone che hanno provato a tornare verso Gaza City. Ma poi molti si sono fermati: hanno visto che bastava avvicinarsi alla linea gialla per essere colpiti. Adesso, dopo un mese, la maggior parte delle persone non si muove più. Non si fidano, pensano che il cessate il fuoco non reggerà. Restano nei campi, nelle tende. C’è molta attesa e poca fiducia.

Qual è la condizione nei campi profughi?

Le condizioni di vita sono pessime. I campi profughi sono sovraffollati, mancano i servizi di base, i materiali igienici. Ci sono continuamente infezioni della pelle, delle vie respiratorie e urinarie Le persone vivono in tende piccole con almeno dieci familiari, senza un tetto solido, esposti alle intemperie. Fa ancora caldo ma l’umidità è altissima e l’inverno è alle porte. È una condizione durissima.

Per quanto riguarda il cibo, avete visto più aiuti, più derrate alimentari?

Dall’inizio del cessate il fuoco sono entrati pochissimi aiuti. Dobbiamo distinguere: ci sono gli aiuti umanitari e quelli commerciali. Degli aiuti umanitari è entrato solo un sesto di quanto era stato promesso negli accordi. C’è ancora una grossa carenza di farmaci e di materiale per rifugi. Il cibo da distribuire alla popolazione è arrivato in quantità molto ridotta. Sono entrati invece più camion commerciali e nei mercati oggi si vede più cibo rispetto all’estate. Ma una grandissima fetta della popolazione non ha la capacità economica per acquistare questi beni: i prezzi non sono più altissimi come ad agosto -100 euro per un chilo di farina- ma oltre il 60% delle persone è disoccupato. Questa è la grossa pressione che fanno le ONG: la gente ha bisogno di cibo a costo zero.

Quel poco che entra, come viene gestito? Ci sono ancora episodi di saccheggi dei camion umanitari?

Sì, succede ancora. È successo anche negli scorsi giorni. Il problema è che dovrebbero entrare 300 camion e ne entrano due, le persone si organizzano per andare a prendere quello che riescono. Non è moralmente “giusto”, ma è logico: se lanci due panini in una stanza con cento persone affamate, è normale che si azzuffino per prenderli. Quando, subito dopo il cessate il fuoco, sembrava che gli aiuti sarebbero tornati regolari, i saccheggi si erano fermati. Ma dopo dieci, quindici giorni, vedendo che la situazione non cambiava, tutto è tornato come prima.

A livello medico, qual è la situazione?

Manca ancora tutto: garze, antibiotici, anestetici, materiale da sala operatoria. Non entrano camion commerciali di farmaci: è tutto mercato nero. Se una cosa in Italia costa 10, qui la paghi 1.000, se la trovi. E spesso si tratta di materiale rimasto in qualche magazzino o trafugato.

Quanti casi casi di malnutrizione grave vedete?

Ad ottobre abbiamo registrato circa 70 bambini malnutriti sotto i cinque anni. Ci occupiamo solo di quella fascia d’età. Sono soprattutto famiglie indigenti, che non possono comprare nulla. La malnutrizione richiede tempo per essere recuperata, quindi non si vedono ancora miglioramenti.

Com’è l’umore generale della popolazione?

Tutti camminano sulle uova. C’è voglia di essere ottimisti, ma anche paura di illudersi. La gente è in stand-by, osserva. Parlo soprattutto con colleghi che hanno uno stipendio, e anche loro vivono alla giornata. Si godono piccole cose: chi riesce a fumare di nuovo dopo mesi, chi trova un caffè. Non sono grandi passi — non tornano nelle loro case — ma piccoli segni di normalità. Rimane comunque una cautela estrema.  Ci tengo a dire un’altra cosa. Ho visto dall’Italia un grande movimento di protesta, e so che c’è stata molta polemica sulla sua utilità. Da qui possiamo dire che è servito. Subito dopo le proteste, il governo italiano ha ripreso i voli di evacuazione medica verso l’Italia, che erano stati sospesi. Per la popolazione palestinese sapere che la gente in Italia manifestava ha avuto un effetto enorme: molti ci hanno detto di averlo visto e si sentivano sostenuti. Non deve calare l’attenzione ora, di fronte all’idea che ci sia la pace: perché la pace non c’è, c’è un cessate il fuoco parziale, fragile. Ma c’è ancora speranza, e non è solo idealismo: in questi sei mesi ho visto persone che, nonostante tutto, continuano a vivere — giocano a carte sotto le tende, si innamorano, fanno figli, studiano per l’esame di maturità. Sono cose normali, ma importanti. Troppo spesso ci immaginiamo i palestinesi solo come vittime passive, come gente che non fa più nulla se non scappare o morire. È vero che soffrono, ma continuano a vivere. È importante raccontarlo: anche nei momenti più duri, la normalità resiste.

Alluvione a Lesbo: strade sommerse e danni

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Dalla notte di oggi l’isola greca di Lesbo, nell’Egeo nord-orientale, è colpita da una forte ondata di piogge. Le piogge si sono concentrate nella zona di Kalloni e nel villaggio costiero di Skala Kalloni, e hanno provocato allagamenti in diverse strade dell’isola. Le autorità hanno disposto la chiusura delle scuole e dispiegato le squadre di soccorso per evacuare i residenti bloccati nelle abitazioni. Sono stati inoltre segnalati danni al ponte bizantino di Kremasti.

Da “Fight the power” ai post filo-governativi: il cortocircuito del rap italiano

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L’ultimo caso in ordine di tempo è quello di Rondo da Sosa, giovane rapper milanese e idolo di migliaia di ragazzi. Rondo, all’anagrafe Mattia Barbieri, con già alcuni precedenti per rissa, guida senza patente e porto d’armi illegale, ha elogiato su X la nuova legge sulla legittima difesa, applaudendo la norma del governo e tributando il suo personale appoggio alle dichiarazioni di Giorgia Meloni. Ma a meritare un approfondimento non è tanto la vicenda di Rondo in sé, né tantomeno il tema specifico della legittima difesa, quanto una certa deriva che ha trasformato un genere nato nel Bronx come strumento di denuncia contro il potere in una musica commerciale come le altre, che non si fa problemi a flirtare con il potere e a valutare le possibili conseguenze negative in termini di fatturato prima di prendere qualsiasi posizione.

E mentre insigni giuristi ricordano alla premier e agli esponenti del governo che non è vero che “la difesa è sempre legittima”, e che la stessa legge prevede dei limiti precisi previsti nell’articolo 52 del Codice Penale, c’è un altro paradosso che non possiamo non sottolineare. Il rap, la musica che è nata per dare voce agli ultimi in Usa come in Italia, oggi viene utilizzata per far da grancassa al governo. “Complimenti a Giorgia Meloni per aver introdotto la nuova legge sulla difesa personale nella propria abitazione. Questa sì che è una legge seria”, è il tweet accompagnato dall’hashtag “se mi entrano in casa li accoppo”.

Forse in pochi di quelli che oggi ascoltano la trap, sanno che il rap è nato alla fine degli anni ’70 in quartieri come il Bronx, dove vivevano soprattutto afroamericani, latinos e immigrati. In un contesto di disuguaglianze, violenza, disoccupazione e abbandono urbano, le prime basi create mandando in loop parti di dischi allora a disposizione, erano la colonna di sonora di mega feste di quartiere, dove i giovani sparavano parole in rima per raccontare la propria realtà e ribellarsi al silenzio imposto dal sistema. L’evoluzione porta alla nascita dei primi gruppi e alle prime hit. Al grido di “Fuck tha police” degli NWA del 1988 risponde il “Fight the power” dei Public Enemy nel 1990. Il rap antisistema fa paura all’ordine precostituito perché non riesce a governarlo. Senza mettersi a fare l’esegesi della nascita del fenomeno hip-hop in Italia – per chi volesse approfondire sono stati scritti diversi ottimi libri – la miccia che accende la curiosità nel nostro Paese per questo mondo sconosciuto è la breakdance e per molti l’omonimo film del 1984 che porta anche ai primi approcci con questa nuova cultura. E quando il rap inizia a fare la sua comparsa, sul finire degli anni ’80, a fare da teatro alla nascita del futuro movimento sono i centri sociali.
Nel giugno del 1989 al Kantiere di Bologna si esibirono i New Velvet Underground, gruppo punk bolognese con un giovane batterista che si fa chiamare Jeff, ma che presto sarà conosciuto come Neffa. Tra i gruppi dell’epoca non si possono non citare gli Onda Rossa Posse (forse i primi a includere la parola posse nel nome), gli Assalti Frontali, gli Africa Unite, i Salento Posse (diventati Sud Sound System), i 99 Posse, Lou-X, i Casino Royale, Leleprox, i Radical Stuff e gli Almamegretta. E poi gli Isola Posse All Stars, dalle cui ceneri nascono i Sangue Misto che con l’album SXM segnano, sia per i suoni, sia per i contenuti, uno spartiacque con tutto ciò che era stato prima e sarà dopo.

Il rap allora è stato come il punk alla fine dei Sessanta: distruzione di regole precostituite. C’era l’indipendenza, l’onesta intellettuale e c’erano i contenuti. Le rime non erano tutte perfette, alcuni flow si potevano migliorare e per creare dei loop, campionare dei suoni e creare delle basi decenti ci si arrangiava. Ma, complici gli anni infuocati dal punto di vista politico, si dava voce a chi era contro perché i protagonisti del movimento erano contro per natura. Non ci si vergognava a essere “politicizzati”, come si dice con disprezzo oggi. Ma parlare di politica non significa solo citare partiti e correnti, vuol dire dare visibilità a questioni sociali, a ciò che ci succede intorno, per essere dei punti di riferimento per chi oggi non ne ha.

Così come Fabri Fibra – che pure è uno che si è sempre esposto – ha sbagliato a cantare “non è rap quello dei 99 Posse” in “Faccio sul serio” tanti anni fa, fa effetto leggere le dichiarazioni molto più recenti di Emis Killa, che ha detto: “Mi fa incazzare il messaggio che mi arriva spesso, quando ci sono argomenti importanti, non solo come la guerra ma di tipo politico, in cui si dice ‘voi che siete famosi dovete farvi sentire’. Faccio un ragionamento molto onesto: ma io mi devo esporre che ho tutto da perdere?”.

Posto che la risposta breve sarebbe: “Sì, esattamente”, quella un po’ più lunga dovrebbe passare da esempi del nostro passato recente che, per gli ideali in cui credevano, non solo hanno messo in discussione ciò che possedevano, ma la loro stessa vita. Immaginatevi di rivolgere la domanda di Emis Killa a personaggi come Gandhi o Mandela, come Thomas Sankara o Pepe Mujica, o ancora Thoreau o Julian Assange. Quale credete sarebbe la risposta?

Pakistan, attentato suicida a Islamabad: almeno 12 morti

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Almeno dodici persone sono rimaste uccise e 27 ferite oggi, 11 novembre, in un attentato suicida davanti a un tribunale di Islamabad, capitale del Pakistan. L’attacco, non ancora rivendicato, è avvenuto vicino a un’auto della polizia. Il ministro dell’interno Mohsin Naqvi ha dichiarato che l’attentatore si è fatto esplodere e che sono in corso le indagini per identificarlo. L’episodio segue un attacco nella provincia di Khyber Pakhtunkhwa, al confine con l’Afghanistan, che Islamabad accusa di essere «direttamente coinvolto». L’attentato riaccende la tensione tra Pakistan, Afghanistan e India, già protagonisti di recenti scontri armati.

Guerre, caro energia e fine degli aiuti: fallimenti delle imprese italiane +61% in tre anni

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Il tessuto produttivo italiano mostra segni di sofferenza sempre più evidenti, con un’impennata delle procedure concorsuali che non accenna ad arrestarsi. Nel primo semestre del 2025 le crisi d’impresa sono aumentate del 29% rispetto allo stesso periodo del 2024, passando da 5.505 a 7.116 casi. Tale incremento è solo l’ultimo capitolo di una crescita ininterrotta da quattro anni: se si proiettano i dati del primo semestre sull’intero 2025, si stima un totale di 14.232 procedure, con un aumento del 61% rispetto alle 8.828 del 2022. Alla base dello slittamento ci sono instabilità geopolitiche, i costi energetici elevati e il peso fiscale, fattori che hanno eroso la tenuta soprattutto delle realtà più piccole.

A fotografare questo quadro è il nuovo report dell’Osservatorio crisi d’impresa di Unioncamere, basato sui dati Infocamere. Le carte raccontano che, in termini assoluti, la procedura più diffusa resta la liquidazione giudiziale, la nuova denominazione per i fallimenti. Nel primo semestre del 2025 essa ha contato 5.286 avvii, pari al 74% del totale delle procedure e con un incremento del 25% sul medesimo periodo del 2024. Su base di proiezione annua, le liquidazioni sono aumentate del 53% dal 2022 al 2025, passando da 6.888 a 10.572. È un fenomeno che travolge soprattutto le micro-imprese: nel primo semestre 2025, il 61% delle aziende in liquidazione aveva un fatturato fino a un milione di euro e l’80% non superava i cinque dipendenti. Il rapporto conferma che si tratta di imprese più fragili e meno strutturate, attestando l’esistenza di un nesso diretto fra solidità e dimensione aziendale. «La ripresa delle procedure concorsuali – dice Andrea Prete, presidente di Unioncamere – mostra chiaramente che sono finiti gli effetti benefici degli interventi messi in campo a sostegno delle imprese durante la pandemia, per il caro energia e le crisi internazionali». Prete sottolinea anche come le imprese, «soprattutto quelle di piccole dimensioni, non riescano a percepire per tempo l’insorgere dei segnali di crisi».

I settori più colpiti sono il commercio e le costruzioni. Il 23,2% delle liquidazioni giudiziali interessa il commercio all’ingrosso e al dettaglio, il 22,2% l’edilizia e un ulteriore 16,3% le attività manifatturiere. Sono comparti tradizionalmente sensibili ai cicli economici e all’erosione del potere d’acquisto delle famiglie. Accanto al dato allarmante delle chiusure definitive, crescono gli strumenti di prevenzione e risanamento. La composizione negoziata, introdotta nel 2021 per far emergere precocemente le difficoltà, è in forte espansione: +75% nel primo semestre 2025. È diventata l’iter preferito dalle aziende che tentano la via del recupero, superando per numero di accessi il concordato preventivo. Negli anni, le imprese che vi fanno ricorso sono diventate progressivamente più grandi: il fatturato medio è passato da 4 milioni del 2021 a 11 milioni nel primo semestre 2025, con un numero medio di addetti salito da 26 a 38. Il lieve aumento del concordato preventivo (+4,3%) dopo anni di calo potrebbe segnare un’inversione di tendenza, mentre rimane stabile il ricorso all’accordo di ristrutturazione dei debiti. Un segnale positivo arriva dal concordato semplificato, definito dal report come una procedura «chiesta dalle aziende più sottodimensionate».

Lo scenario che emerge dalle statistiche è quello di un sistema produttivo sotto stress, dove la fine degli ammortizzatori pandemici e il protrarsi di instabilità geopolitica e costi energetici elevati stanno mettendo in ginocchio soprattutto le realtà più piccole. Se da un lato cresce la consapevolezza del valore degli strumenti extragiudiziali, dall’altro permangono fragilità strutturali e ritardi nell’adozione di assetti gestionali adeguati.

Il 90% dei petti di pollo Conad, Coop ed Esselunga presenta segni di crescita accelerata

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Un’indagine condotta dall’organizzazione Essere Animali rivela un dato allarmante: oltre il 90% dei petti di pollo venduti a marchio Conad, Coop ed Esselunga presenta i segni di una miopatia muscolare nota come “white striping”. Questo fenomeno, visibile sotto forma di striature bianche di grasso e tessuto fibroso che solcano la carne, è la diretta conseguenza dell’utilizzo di razze selezionate geneticamente per una crescita iper-accelerata. L’analisi, svolta su 619 confezioni acquistate in 48 punti vendita di dieci città italiane, dipinge un quadro preoccupante sia per il benessere animale che per la qualità del prodotto finale che finisce nel piatto dei consumatori. Non si tratta peraltro di una sorpresa: già lo scorso anno, un’importante indagine di Essere Animali aveva denunciato la presenza di “white striping” nel 90% dei petti di pollo di 38 negozi del circuito Lidl.

Il «white striping» descritto nel report non è un semplice difetto estetico, ma il segno evidente di uno squilibrio fisiologico che colpisce i polli, soprattutto quelli delle razze a rapido accrescimento come le Ross, oggi predominanti negli allevamenti intensivi. I loro muscoli pettorali, spinti a svilupparsi in tempi brevissimi, superano infatti la capacità dell’apparato circolatorio di irrorarli di sangue e ossigeno. La conseguenza è il danneggiamento delle fibre muscolari, le quali vengono sostituite da grasso e collagene. Questa alterazione ha un impatto nutrizionale significativo: «il contenuto lipidico può aumentare fino al 224%, quello del collagene crescere del 10%, mentre il contenuto proteico può risultare ridotto del 9%», si legge all’interno del rapporto.

I dati raccolti da Essere Animali – Fondazione da sempre impegnata nella battaglia contro la pratica degli allevamenti intensivi – sono inequivocabili. Il fenomeno è stato riscontrato nel 92,04% dei prodotti a marchio CONAD, nel 90,64% di quelli Coop e addirittura nel 96,40% dei campioni Esselunga. Non si tratta di casi lievi: più della metà delle confezioni analizzate di Conad (52,43%) ed Esselunga (50,93%) presentava livelli «gravi» della malattia (punteggi 2 e 3 su una scala di 3). I prodotti Coop, che a prima vista sembrerebbero avere un’incidenza e una gravità minori, nascondono in realtà una criticità ulteriore. Oltre la metà delle loro confezioni, infatti, ha una superficie traslucida o etichette voluminose che ostacolano l’ispezione visiva. Limitando l’analisi alle sole confezioni non traslucide, la percentuale di «white striping» schizza al 96,10%, con la più alta incidenza di forme gravi (55,41%) tra tutte le insegne esaminate. Una scelta di confezionamento che, secondo l’associazione, «solleva interrogativi sulla trasparenza nei confronti dei consumatori».

Questo scenario, spiega Essere Animali, è la diretta conseguenza di un sistema produttivo che privilegia l’efficienza e il basso costo. In Italia, oltre 500 milioni di polli, più del 90% del totale, sono allevati in sistemi intensivi. Rispetto a cinquant’anni fa, essi raggiungono il peso di macellazione a un ritmo quattro volte più veloce (appena 35-42 giorni). La risposta a questa «emergenza qualità» esiste e si chiama European Chicken Commitment (ECC), un insieme di criteri che, tra le altre cose, impone il passaggio a razze a crescita più lenta. Oltre 300 aziende in Europa, tra cui Carrefour Italia, Cortilia ed Eataly, lo hanno già sottoscritto. Tuttavia, nonostante le dichiarazioni pubbliche sulla sostenibilità e sul benessere animale, Conad, Coop ed Esselunga continuano a non adottare impegni concreti in questa direzione.

Lo scorso anno, aveva destato scalpore l’indagine effettuata da Essere Animali sui petti di pollo venduti sugli scaffali dei supermercati Lidl, risultati per il 90% affetti da «white striping». In totale, erano stati esaminati oltre 600 campioni di confezioni di petti di pollo in decine di punti vendita Lidl in 11 città dello Stivale, da Nord a Sud. Nonostante tutti i contenitori analizzati riportassero sull’etichetta indicazioni come “prodotto certificato”, “filiera controllata”, “uso di luce naturale”, “arricchimenti ambientali per favorire comportamenti naturali”, i risultati hanno fatto emergere come 9 prodotti su 10 presentassero le striature bianche tipiche del white striping, che corrono parallele alle fibre muscolari della carne. Oltre la metà dei campioni analizzati, peraltro, hanno mostrato livelli alti di gravità della malattia.

Aggiornamento delle 17.20 di martedì 11 novembre – In seguito alla pubblicazione dell’inchiesta di Essere Animali, di cui abbiamo pubblicato i risultati, ci è pervenuta la replica di Coop, che riportiamo di seguito integralmente:

Il fenomeno del “white striping” è da tempo conosciuto e non comporta rischi di sicurezza del prodotto, come dimostrato da autorevoli studi scientifici. Si tratta di una caratteristica visiva della carne di pollo per la quale Coop chiede una particolare attenzione nei contratti di fornitura per quanto concerne i propri prodotti a marchio. Coop definisce, infatti, rigorosi standard di sicurezza e qualità per tutti i prodotti a proprio marchio e chiede ai propri fornitori un controllo puntuale durante la lavorazione, oltre ad effettuare altri controlli direttamente nelle diverse fasi di produzione e vendita.

Relativamente al caso segnalato, i nostri controlli sistematici, effettuati con metodologie che prevedono l’apertura delle confezioni e la verifica di tutti i tagli presenti all’interno, non confermano le percentuali riportate nell’articolo: nel 2024 (ultimo dato annuale), sono state analizzate da personale esperto oltre 1500 confezioni rilevando la presenza del fenomeno ad una percentuale inferiore al 5%.

Esprimiamo inoltre dubbi sul metodo di verifica utilizzato e sul campionamento effettuato: una delle foto presenti nel Report non è un prodotto a marchio Coop, per questo non è possibile stabilire con certezza se i dati dichiarati sono effettivamente riconducibili al nostro prodotto a marchio.

Non è inoltre chiaro nell’articolo a cosa faccia riferimento la dicitura “confezione traslucida”: se è riferita alla confezione trasparente in RPET, ancora una volta Coop, a tutela della qualità e sicurezza dei propri prodotti, ha scelto un sistema di confezionamento per garantire una maggiore protezione del prodotto attraverso l’uso della tecnologia ATP (atmosfera protettiva).

Per quanto riguarda le etichette, da sempre la scelta di Coop è quella della trasparenza. Infatti, le etichette hanno le dimensioni necessarie per consentire di veicolare al consumatore tutte le informazioni necessarie per una scelta consapevole.

I capitolati siglati da Coop con i suoi fornitori di prodotto relativamente all’approvvigionamento dell’intera filiera di pollo a marchio, contemplano una serie di vincoli che includono una presenza minima accettabile del white striping. I disciplinari di filiera redatti da Coop, infatti, stabiliscono regole sulle condizioni di benessere in più rispetto a quelle previste dalla legge come, in primo luogo, il maggiore spazio richiesto negli allevamenti, condizione che migliora la vita degli animali, ne favorisce la mobilità e diminuisce quell’eccesso di stazionamento sulle lettiere. Oltre allo spazio maggiore, i capitolati richiedono la presenza di luce naturale, l’uso di balle di paglia/fieno o altri materiali becchettabili ed il non utilizzo di antibiotici durante le fasi di allevamento.

Nel chiedere simili garanzie, Coop riconosce ai produttori di pollo a marchio Coop un premio economico aggiuntivo.