venerdì 4 Aprile 2025
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La verità sul caffè in capsule

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Da secoli quello tra italiani e caffè è un rapporto d’amore che appare inscalfibile, che riempie di ritualità i vari momenti della giornata: al mattino per svegliarsi, sul lavoro per prendere una pausa, in famiglia nei momenti di condivisione. Ma il modo in cui lo si consuma cambia nel tempo e negli ultimi anni l’uso a casa e in ufficio del caffè espresso in capsule si è diffuso rapidamente, fino a rappresentare oltre il 20% del totale dei volumi di caffè acquistati nel Paese. Un successo che dipende dalla comodità del prodotto, immediatamente pronto per l’uso, e dalle capillari strategie di marketing delle aziende produttrici, che lo hanno spinto nella consapevolezza che la sua diffusione ne avrebbe aumentato i profitti. Il costo del caffè in capsule, di circa 30 euro/kg, è infatti di molto superiore rispetto ai 9,35 euro/kg necessari in media per quello macinato venduto nelle “vecchie” confezioni da 250 grammi. Eppure, il rovescio della medaglia di questa moda non risiede solo nell’ovvio impatto ambientale (dato dalla necessità di produrre e poi smaltire milioni di capsule monouso), ma anche – come ormai è provato a livello scientifico – da alcuni rischi non trascurabili per la salute umana.

Le capsule possono essere fatte di tre materiali diversi: plastica, alluminio e plastica compostabile. Al momento, le capsule in commercio in Italia fanno riferimento alla compatibilità con due sistemi diversi di macchine da caffè: il sistema Dolce Gusto e quello Nespresso. Le macchine Nespresso sono note per il loro design elegante e compatto, ideali per chi ha spazi limitati in cucina. Offrono un sistema di estrazione a pressione elevata, garantendo una bevanda ricca e cremosa che soddisfa anche i palati più esigenti. Al contrario, le macchine Dolce Gusto presentano un design più versatile e moderno, con una gamma di colori e forme che si adattano a diversi stili di arredamento. Sono progettate per preparare una varietà di bevande, non solo caffè espresso ma anche cappuccino, caffelatte, latte macchiato, offrendo più opzioni al consumatore.

Le capsule compatibili con il sistema Dolce Gusto non sono di certo la migliore scelta per l’ambiente: sono più grandi rispetto a quelle del sistema Nespresso, pesano di più e sono solo di plastica tradizionale non compostabile. Inoltre contengono più caffè, in media 7,3 grammi rispetto ai 5,5 delle capsule Nespresso.

Una bomba ecologica

Sono tre i tipi di capsule che possiamo trovare al supermercato. In primo luogo vi sono quelle in alluminio, facilmente riconoscibili perché i produttori tendono a specificare il materiale sulle confezioni, in quanto l’alluminio è considerato il migliore per preservare l’aroma del caffè.

Poi abbiamo le capsule in plastica, che costituiscono la stragrande maggioranza ma, a differenza di quelle in alluminio, sono riconoscibili da piccole diciture poste sul retro della confezione, in quanto non sono percepite come un valore aggiunto dal consumatore. Alcuni marchi di capsule in plastica aggiungo diciture come quella di «capsule riciclabili», tuttavia, perché il loro impatto ecologico sia davvero ridotto, sarebbe necessario che tutti gli utenti seguissero la corretta procedura di riciclo – che implica l’apertura di ogni singola capsula dopo l’uso e l’eliminazione della polvere esausta del caffè, per poi differenziare la plastica negli appositi contenitori. 

Per riciclare correttamente le capsule in plastica queste andrebbero aperte e svuotate del loro contenuto

Infine ci sono le capsule compostabili, le uniche realmente ecologiche per quanto riguarda lo smaltimento: possono essere gettate dopo l’uso direttamente nel bidone dell’umido di casa in quanto soggette a biodegradabilità nell’arco di alcuni mesi. I produttori sono in questo caso molto attenti a evidenziare la qualità ambientale del prodotto, eppure in commercio ne esistono ancora pochissime. Va poi sottolineato come l’impatto ecologico, per quanto ridotto, esista comunque: le capsule sono infatti conservate in confezioni usa e getta (la cui fabbricazione non è certo a impatto zero) le quali impiegano spesso coloranti la cui tipologia non viene specificata sulla confezione.

L’impatto delle capsule sul nostro pianeta in termini di rifiuti è altissimo, a prescindere dal materiale di fabbricazione. Di quelle in plastica già abbiamo detto. Quelle in alluminio sono anche peggio, perché alle medesime difficoltà di riciclo – visto che il prodotto dovrebbe essere separato tra involucro e contenuto di caffè esausto dal consumatore dopo l’uso – si aggiunge il fatto che l’alluminio, se finisce nell’inceneritore, sprigiona sostanze tossiche come la diossina. Non dimentichiamo poi che esiste il problema ecologico anche della confezione esterna del prodotto e della frequente presenza della bustina di plastica che avvolge insensatamente ogni singola capsula. Ci sono infine i costi ambientali poco noti ai consumatori, che riguardano la produzione dell’alluminio, che si estrae dalla bauxite attraverso complessi processi chimici che producono fino a quattro tonnellate di fanghi nocivi di scarto per ogni tonnellata di prodotto finito.

Da qualunque punto di vista, quindi, non bisogna mai credere alla retorica green della comunicazione pubblicitaria nel caso delle capsule: di qualsiasi materiale siano composte, sono insostenibili dal punto di vista ambientale. La capsula, in quanto prodotto usa e getta, è per definizione insostenibile rispetto al consumo di caffè fatto con la moka o espresso erogato dalle macchinette “vecchia maniera” che lavorano direttamente il caffè in polvere.

Un espresso di sostanze tossiche?

A preoccupare i consumatori rispetto all’uso di caffè in capsule non devono essere solo i risvolti ambientali. Il quadro, infatti, è piuttosto fosco anche per la salute umana. Nel caffè in plastica troviamo gli ftalati, sostanze classificate scientificamente come interferenti endocrini (ovvero in grado di interferire e alterare il funzionamento di alcune ghiandole responsabili della produzione degli ormoni nel nostro organismo, come la tiroide, il seno, i testicoli). Gli ftalati sono prodotti a livello industriale in grandi quantità e vengono comunemente utilizzati come emollienti e additivi plastici, trovando impiego in numerose applicazioni industriali e prodotti di largo consumo. Si aggiungono ai materiali plastici, in lattice, o nei cosmetici di bellezza, per vari scopi come conferire flessibilità, garantire la stabilità del colore o la resistenza. Particolarità dell’utilizzo degli ftalati è che essi non vengono legati alla plastica alla quale sono aggiunti, potendo quindi percolare o essere rilasciati nel tempo e a seguito di stress termici. Numerosi studi hanno riportato un’ampia e diffusa esposizione ambientale dell’uomo agli ftalati, identificando l’ingestione/alimentazione come principale via di assunzione di questi composti. 

Sebbene la compatibilità di tali capsule di caffè con l’uso preposto sia dichiarata dalle aziende produttrici, a oggi la quantità effettiva di sostanze contaminanti rilasciate (e in particolare di interferenti endocrini come gli ftalati) nella bevanda finale non è nota e non viene comunicata dalle aziende produttrici. Gli ftalati vengono rilasciati dalla plastica delle capsule, quando esse entrano in contatto con l’acqua riscaldata a circa 90°C, per ottenere la percolazione del caffè. Invece le capsule in alluminio rilasciano durante la perforazione microparticelle metalliche di vari metalli tossici come vanadio, cadmio, ferro, piombo e titanio. Tutte queste sostanze (ftalati e/o metalli tossici) entrano pertanto nel caffè e, una volta ingerite, svolgono nell’organismo un’azione simil-estrogenica, andando a interferire e a “disturbare” alcune ghiandole normalmente soggette al funzionamento e regolamento di determinati ormoni. Così, ad esempio, la Lega Italiana per la Lotta contro i Tumori (LILIT) riferisce che «nei testicoli svolgono una funzione anti-androgenica, potendo causare infertilità; mentre nelle donne, in virtù della loro azione simil-estrogenica, a lungo andare possono essere all’origine di patologie (anche neoplastiche) del seno, organo bersaglio tra i principali di quegli ormoni».

La tolleranza al caffè dipende dai geni: i metabolizzatori rapidi ne traggono benefici, mentre per altri può essere rischioso

I produttori di capsule dichiarano che il rilascio di queste sostanze tossiche è ben al di sotto dei limiti di legge fissati dalla normativa europea, ma questo non è un aspetto che deve rassicurare più di tanto, in quanto molti studiosi di tossicologia avvertono che esiste la tossicità da «effetto accumulo»: essendo sia le plastiche che i metalli pesanti sostanze che il corpo non riesce a espellere e smaltire facilmente, essi si accumulano e si depositano in vari organi e tessuti, causando nel tempo danni e l’innesco di patologie di vario tipo, come quelle neurologiche. Se si tiene conto, poi, che oltre all’assunzione di caffè i consumatori hanno a che fare quotidianamente con numerosi altri alimenti confezionati o cucinati in contenitori di plastica o alluminio, si comprende facilmente come si vada inevitabilmente incontro a un subdolo, quasi inosservato effetto di accumulo, con gravi ripercussioni sulla salute. Nel 2019, il programma Report della RAI ha fatto analizzare in laboratorio i quantitativi di alluminio, ftalati e altri metalli tossici rilasciati nel caffè a seguito dell’uso delle capsule di caffè e i risultati sono stati mostrati ad alcuni esperti tossicologi come la dottoressa Belpoggi dell’Istituto Ramazzini di Bologna o il professor Carlo Foresta dell’Università di Padova. Entrambi gli esperti hanno espresso forti preoccupazioni sulla ingestione di queste sostanze in via quotidiana parlando di effetto tossico da accumulo che, come detto, è indeterminato e ignoto alla scienza allo stato attuale delle cose. Il prof. Foresta ad esempio ha affermato che «l’Europa ha dato questo limite e quindi dobbiamo attenerci a questo. Io sono un po’ scettico su questa faccenda perché a dire il vero [gli ftalati, ndr] sono presenti in tante altre condizioni, nei rivestimenti alimentari, negli abiti, nelle sostanze di plastica, sono in giro dappertutto. La sommatoria di tutte queste contaminazioni potrebbe essere superiore al limite consentito». 

Un’altra sostanza molto tossica che è stata ritrovata nel caffè delle capsule è il furano. Uno studio realizzato dall’Università di Barcellona e pubblicato sulla rivista scientifica Journal of Agricultural and Food Chemistry mostra che il caffè preparato con le macchine a capsula contiene una concentrazione di furano da due a tre volte superiore di quella contenuta nel caffè delle caffettiere tradizionali o del caffè istantaneo. Il furano è un composto tossico e classificato come cancerogeno, al pari dell’acrilammide, che compare quando un alimento o una bevanda sono esposti a temperature elevate. Pertanto già la torrefazione, cioè la tostatura dei chicchi di caffè, produce furano che poi si ritrova in parte nella bevanda (una parte evapora, essendo un composto volatile). Il fatto che nel caffè in capsule sia rilevata una maggior quantità di furano rispetto al caffè prodotto con la caffettiera tradizionale potrebbe essere dovuto al fatto che la tostatura del caffè in capsula avviene a temperature molto più alte rispetto a quello in polvere o destinato ad altri usi. Questo da un lato consente ai produttori di tostare e avere il caffè pronto all’uso in tempi molto brevi, dall’altro fa sviluppare livelli maggiori di furano rispetto alla tostatura con temperature più basse. Un’altra ipotesi avanzata dagli esperti sostiene che la chiusura ermetica delle capsule impedisca al furano, che è particolarmente volatile, di fuoriuscire quando la pressione e l’acqua calda fanno penetrare la sostanza nella bevanda.

Il caffè fa bene o fa male?

Secondo i numerosi studi disponibili, sembra che il consumo abituale di caffè abbia un effetto protettivo verso alcune malattie. Ma la questione è più complessa e meno scontata di quello che sembra e in realtà il consumo di caffè è benefico per alcuni individui ma potrebbe essere nocivo e pericoloso per altri. Gli studi più recenti indicano infatti che esiste una diversa predisposizione genetica alla tolleranza della caffeina a seconda degli individui. Uno studio condotto all’Università di Toronto ha scoperto che alcuni individui possiedono una variante di un gene, chiamata CYP1A21A, che scompone la caffeina presente nell’organismo con una velocità 4 volte maggiore rispetto agli individui che invece possiedono il gene CYP1A21F. Per chi appartiene al primo gruppo, bere 2-3 tazzine di caffè al giorno diminuisce del 22% il rischio di infarto. «Il pericolo di infarto cresce del 36% nei metabolizzatori lenti che bevono due o tre tazze di caffè al giorno e si arriva fino al 64% per i forti consumatori di caffè, ossia coloro che ne consumano quattro o più tazze al dì», concludono i ricercatori.

[di Gianpaolo Usai]

Corea del Sud, presidente Yoon rilasciato dal carcere

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Il presidente della Corea del Sud Yoon Suk Yeol, sottoposto a impeachment, è stato rilasciato dalla prigione oggi, sabato 8 marzo, dopo che una sentenza ha stabilito che potrà affrontare il processo per il fallito tentativo di imporre la legge marziale senza detenzione fisica. Lo riportano le agenzie di stampa locali come Yonhap, la quale sottolinea che il provvedimento segue la decisione del procuratore generale Shim Woo-jung di non presentare ricorso contro la sentenza della Corte che aveva disposto il rilascio del presidente sospeso. «Apprezzo il coraggio e la determinazione della Corte nel correggere l’illegalità», ha commentato Yoon Suk Yeol.

Addio alle armi

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Addio alle armi (‘A Farewell to Arms’), il romanzo di Ernest Hemingway, uscito a puntate sullo Scribner’s Magazine nel settembre 1929, sorprese e incantò subito il pubblico per la sua carica “romantica e modernista”, come ricorda Fernanda Pivano nel suo appassionato libro sullo scrittore americano. Alternare, anzi fondere, guerra ed amore, trasfigurando le esperienze personali in una speciale visione tragica, mostra ancora più in profondo gli orrori della guerra, quando va a coincidere con la vita stessa e lascia del tutto abbandonati i sopravvissuti.

Ne deriva una solitudine di massa che coincide con l’idea di trovarsi in un fantascientifico tempo senza tempo, soggetto a perenne transizione, in un’epoca che non si sa dove porterà. Questa  sensazione è stata avvertita anche dopo la seconda guerra mondiale. Prima che Marshall McLuhan parlasse della necessità di una visione cosmica, di una prossima «interpenetrazione galattica» e della nascita di una nuova coscienza, un grande filologo tedesco, Erich Auerbach, a metà degli anni Cinquanta, scrisse che la civiltà europea era oramai alla fine della sua esistenza, pronta ad essere inghiottita in un’altra entità storica.

L’idea di crisi e di transizione, chissà verso dove, è stata una ossessione della modernità che la post-modernità ha creduto bene di superare polverizzandola in una miriade di problemi, creando una matassa di nodi difficili da sciogliere, perché la moltiplicazione delle questioni da affrontare e la simultanea perdita di orizzonti di valori non è gestibile, se non in una dimensione rinunciataria, falsamente libera.

L’idea di guerra – e quella collaterale di pace costruita sulla deterrenza o paura reciproca – nasce proprio da qui, dalla incapacità, da parte di chi governa, di individuare priorità, di metterle a regime per un po’ di anni, di condividere le difficoltà, di cercare competenze appropriate. La guerra, di difesa o di offesa non importa, taglia tutti i nodi, rende inutile qualsiasi forma di intelligenza, tranne quella primordiale e irresponsabile della sfida. 

Questa attuale idea malsana del riarmo, fondata sulla misera fandonia della sicurezza, lascia ancora una volta l’umanità isolata, come il protagonista di Addio alle armi, che alla fine, rimasto solo, torna in albergo sotto la pioggia. Egli, tuttavia, qualche tempo prima, era stato testimone di un’atmosfera di liberazione. Una liberazione però passata attraverso l’idea di morte, come nella immortale fine dell’Elettra di Sofocle. «“La guerra non continua” disse un soldato. “Stiamo andando a casa. La guerra è finita.” “Stiamo tutti andando a casa.” “Venga, Tenente…” “Chi è un tenente? Abbasso gli ufficiali…” “Credono tutti che sia finita, ma non ci credo.” “Viva la pace” gridò un soldato. “Andiamo a casa.”… “Di che brigata siete?” gridò un ufficiale. “Brigata di pace” gridò qualcuno. “Brigata della pace.” L’ufficiale non disse niente.» (Addio alle armi, Mondadori 1965, pp. 166-67).

Il giovane Hemingway in uniforme, 1918

Per di più, non riusciamo ad abbandonare una volta vecchi tabù. Prendiamo la questione territoriale, che è la causa scatenante di una infinità di battaglie e di guerre per la delimitazione dei confini. Non c’è bisogno di esperti per capire che la divisione territoriale del 1947 imposta nel Medio Oriente, producendo una serie di enclave, avrebbe generato inadempienze e invasioni. E poi anche per l’Ucraina, dove Kiev ebbe nel Medioevo un ruolo di grande capitale di quella che poi abbiamo chiamato Russia, si devono gestire tematiche plurisecolari di invasioni e di opposte identità religiose. Ma perché dev’essere la guerra a gestirle? Se inevitabile è stata la guerra ancora più inevitabile deve risultare la pace.

Tuttavia nemmeno la consapevolezza, la cultura bastano: possono servire a capire ma non risolvono. Le scelte devono venire dalla politica. I veri nemici sono i problemi lasciati aperti, mai le persone e meno che mai le altre nazioni e gli altri Stati. 

La vita è risoluzione di problemi, la vita sociale esige una tradizione, depurata dai suoi tabù, affermava Karl R. Popper. In Europa l’accantonamento della identità e della eredità cristiana non ha comportato soltanto conseguenze di tipo religioso. Ha comportato ad esempio la cancellazione del concetto della responsabilità personale, edificato dalla nostra ricerca filosofica. Il fraintendimento dei valori della tradizione laica ha portato, a sua volta, l’idea di tolleranza delle diversità a confondersi con la resa a forme culturali e religiose importate, per cui l’idea di libertà ci si è capovolta addosso portandoci a dover sostenere la legittimità di qualsiasi opzione, anche distruttiva. 

Scriveva don Primo Mazzolari, nel 1945, mentre stava finendo la guerra in Europa:«il fascismo è caduto, ma il suo metodo è purtroppo ancora vivo presso tanti antifascisti….Se non si capisce che ci si può accordare sul bene del Paese pur avendo opinioni diverse su molte questioni, vuol dire che c’è l’uomo da rifare prima del Paese». Sono questi i valori da trasmettere ai nuovi cittadini che entrano o che passano in Italia.

Ancora l’etica, dunque. E allora facciamo un altro tipo di guerra, armiamoci per differenti vittorie: per rendere efficiente e all’avanguardia la nostra sanità pubblica, per fare delle nostre scuole luoghi di apprendimento di contenuti importanti, di modalità di relazioni aperte e produttive, come occasioni per crescere come vera comunità. Battiamoci contro la mancanza di risorse fondamentali della vita che troppe donne e troppi uomini, troppe famiglie conoscono ogni giorno.

Ci vuole volontà e intelligenza da parte di chi governa, ci vogliono sacrifici, molti consistenti sacrifici da parte di chi è più fortunato. Lo Stato però deve esserne amministratore non detentore, deve fare circolare le nuove risorse canalizzandole nelle necessarie direzioni.

Ma forse le armi continuano ad essere la scorciatoia di chi non ha coraggio, di chi ha paura di perdere qualcosa, di chi non accetta che sia un altro a vincere. La vera sfida, per chi governa con senso di giustizia è quella di accettare che i beneficiari degli interventi nella buona direzione non siano comunque contenti. E che quindi sia necessario fare di più: cioè costruire armi per il benessere sociale sempre più sofisticate, sempre più intelligenti, sempre più potenti. 

[di Gian Paolo Caprettini]

In Siria riesplode la violenza: centinaia di morti negli scontri tra militari e alawiti

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Sono entrati nel terzo giorno gli scontri tra i gruppi alawiti sostenitori dell’ex regime di Bashar al-Assad e le forze militari del nuovo governo in carica. Secondo alcune fonti, sono centinaia i civili massacrati nelle campagne di Homs e in quelle tra Latakia e Tartus, nell’ovest della Siria, a forte maggioranza alawita. L’Osservatorio Siriano per i Diritti Umani (SOHR) riporta come siano almeno 340 alawiti uccisi durante gli scontri, ma che il numero di civili massacrati potrebbe superare il migliaio. A questi si aggiungerebbero almeno 120 membri dei ministeri della Difesa e dell’Interno, dei quali 89 uccisi solamente nelle ultime ore. Le forze siriane starebbero portando avanti rastrellamenti e uccisioni senza sosta. Il presidente siriano ad interim, al-Jolani, ha chiesto ai ribelli di deporre le armi e arrendersi «prima che sia troppo tardi».

La presenza di forze armate del regime siriano si era intensificata nelle zone costiere occidentali dopo le proteste antigovernative registrate lo scorso dicembre. Proprio qui, i gruppi alawiti fedeli all’ex presidente Assad hanno organizzato attacchi contro le milizie al comando di al-Jolani. La risposta non si è fatta attendere, dando luogo ai più gravi scontri dalla caduta dell’ex regime. Solamente ieri sarebbe stato compiuto un massacro nella città di Al-Mukhtareyah e nei villaggi a nord di Latakia, dove 52 alawiti sarebbero stati uccisi, menre a Banias 60 persone sono state uccise. 31 vittime si conterebbero ad al-Tuwaima, insieme ad altre decine nella campagna di Jablah: molti, tra questi, sarebbero donne e bambini. Sui numeri non vi è ancora conferma ufficiale da parte delle autorità siriane. Sono numerosi i video che circolano in rete che mostrano i corpi ammassati per le strade, esecuzioni sommarie di massa e sparatorie contro edifici.

Ieri, il portavoce del ministero della Difesa, Hassan Abdul Ghani, citato dall’agenzia di stampa statale SANA, ha riferito che sono stati compiuti rapidi progressi sul campo ed è stato ristabilito il controllo del governo su vaste aree prese di mira dalle milizie. «Abbiamo condotto rigorose operazioni di accerchiamento, stringendo il cappio sui resti del defunto regime, mentre le forze continuano ad avanzare secondo i piani operativi approvati». Ghani ha anche invitato le persone che sono accorse in aiuto delle zone sotto attacco a rientrare nelle proprie case, in quanto la situazione è «sotto completo controllo» e sta proseguendo «secondo il piano preciso» del governo, minacciando «terribili conseguenze» per chiunque tra i seguaci di Assad non si arrenda allo Stato. Dal canto suo, al-Jolani si è rivolto alle milizie alawite dicendo che «con il vostro atto atroce di uccidere coloro che proteggono la Siria e rimangono in piedi per servirla, assaltando ospedali e terrorizzando gli innocenti, avete attaccato tutti i siriani», intimandoli a gettare le armi e arrendersi «prima che sia troppo tardi».

Il nuovo regime siriano, guidato dal gruppo jihadista Hay’at Tahrir al-Sham (HTS), ha condotto attacchi e rastrellamenti contro le minoranze sin dal giorno del suo insediamento. Nelle città di Tartus e Latakia, a maggioranza alawita, le proteste contro il regime di al-Jolani sono state soffocate nel sangue da HTS e SNA (Esercito Nazionale Siriano) e con l’aumento di miliziani nella regione costiera. Al momento, la situazione è in rapido aggiornamento e tenere la conta precisa delle vittime è impossibile. Tuttavia, sembra chiaro che per il regime di al-Jolani questa si sia dimostrata l’occasione perfetta per fare strage degli oppositori tra le minoranze che mettono in discussione la legittimità del suo governo.

[di Valeria Casolaro]

Paragon, Procura di Roma apre fascicolo contro ignoti

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In seguito all’esposto presentato dalla Federazione nazionale della stampa, anche la Procura di Roma ha aperto un fascicolo sul caso di giornalisti e attivisti controllati con lo spyware Graphite, creato dalla società israeliana Paragon. Il fascicolo è contro ignoti. L’ipotesi di reato è quella di intercettazioni abusive e il fascicolo è stato aperto contro ignoti. Sul caso sono già attive le Procure di Napoli, Bologna e Palermo dopo le denunce presentate da alcune delle vittime di spionaggio. Tra loro figurano il direttore di Fanpage Francesco Cancellato, il capomissione di Mediterranea Luca Casarini e il cappellano di bordo Mattia Ferrari.

Negli USA la metà dei consumi sono in mano al 10% più ricco della popolazione

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Negli Stati Uniti d’America, la disuguaglianza economica ha raggiunto nuovi livelli record: oggi il 10% più ricco della popolazione è responsabile di quasi la metà della spesa per i consumi. Il dato, evidenziato da un’analisi della società specializzata in ricerche economiche e finanziarie Moody’s Analytics, mostra come la quota di spesa di questa élite sia passata dal 36% del 1989 al 49,7% attuale, segnando un livello senza precedenti. Tra il 2023 e il 2024, infatti, il 10% più ricco ha aumentato la propria spesa del 58%, mentre l’80% meno abbiente ha incrementato i consumi di appena il 25%, superando di poco il tasso di inflazione del 21% nello stesso periodo.

Le statistiche, riportate dal Wall Street Journal, dimostrano che le famiglie americane più ricche non solo spendono di più, ma accumulano anche più risparmi. Durante la pandemia, l’80% dei cittadini statunitensi ha usato i propri risparmi extra per affrontare l’aumento delle bollette, mentre il 10% più ricco ha conservato e accresciuto il proprio patrimonio grazie a investimenti in borsa e nel mercato immobiliare. Secondo la Federal Reserve, il patrimonio netto del 20% più ricco è aumentato di oltre 35 trilioni di dollari dal 2019, mentre l’80% meno abbiente ha visto un incremento di appena 14 trilioni. Questa differenza si riflette anche nei modelli di spesa: il 5% più ricco ha aumentato del 10% le spese per beni di lusso all’estero, mentre le famiglie con redditi più bassi faticano ad acquistare beni essenziali.

La crescita economica americana è insomma ormai strettamente legata alla capacità di spesa dei più abbienti. Secondo Mark Zandi, capo economista di Moody’s Analytics, la spesa del 10% più ricco rappresenta quasi un terzo del PIL statunitense. Questo perché, mentre la maggior parte della popolazione è costretta a contenere le proprie uscite a causa dell’inflazione e del costo della vita in aumento, i più ricchi continuano a spendere senza freni, sostenuti da asset finanziari e immobiliari in forte crescita. Una dinamica che sta tangibilmente trasformando il mercato: le aziende si concentrano sempre più su beni e servizi di lusso, riducendo l’offerta per le fasce di reddito medio-basse. Case automobilistiche e marchi di moda stanno puntando su modelli premium, rendendo l’accesso ai beni di consumo più difficile per la classe media.

Questa concentrazione della ricchezza e della capacità di spesa nelle mani di pochi apre dunque al rischio di una lesione della stabilità economica della popolazione. Se la crescita economica dipende così tanto da un’élite ristretta, una crisi finanziaria che colpisca i loro patrimoni potrebbe avere un impatto devastante sull’intera economia, frenando bruscamente i consumi e trascinare il paese in recessione. Il dramma non si ferma solo all’ambito strettamente economico. L’accumulo di ricchezza nelle mani di pochi rischia infatti di minare anche la coesione sociale. Come sottolineato proprio da Zandi, quando le risorse economiche si concentrano in modo così sproporzionato, cresce fisiologicamente la sfiducia nelle istituzioni e aumenta il senso di esclusione tra le fasce di popolazione meno abbienti. Una società in cui la classe media si restringe e il divario tra ricchi e poveri si allarga è più vulnerabile a instabilità politica e tensioni sociali.

Allargando lo sguardo sul mondo, un dettagliato rapporto pubblicato da Oxfam e intitolato “Takers, not Makers” (“Prenditori, non produttori”) ha recentemente fatto emergere che, nel 2024, la ricchezza dei miliardari è cresciuta in termini reali di 2mila miliardi di dollari, pari a circa 5,7 miliardi di dollari al giorno. Il documento evidenzia chiaramente come un ristretto gruppo di persone, definito “aristocrazia”, detenga una ricchezza sproporzionata rispetto al resto della popolazione mondiale. Questa ricchezza, in molti casi, è il risultato di eredità intergenerazionali, pratiche colonialiste o di un sistema basato su monopoli e distorsioni del mercato capitalista, piegato al loro volere grazie all’enorme potere economico e politico che esercitano. Nonostante i tassi di povertà complessivi siano diminuiti nel mondo, il numero di persone che vivono al di sotto della soglia di povertà rimane invariato rispetto al 1990, rappresentando ancora il 44% della popolazione globale. Nel frattempo, l’1% delle persone più ricche possiede circa il 45% dell’intera ricchezza mondiale.

[di Stefano Baudino]

Trasporti, in corso lo sciopero generale: disagi per chi viaggia

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Dalle 21 di ieri è in corso uno sciopero generale nazionale dei trasporti che coinvolge sia il settore pubblico che il privato. A incrociare le braccia sono i sindacati autonomi, tra cui Usi-Cit, Slai-Cobas, Cub, Usb e Adl Cobas. I treni potranno subire variazioni o cancellazioni per lo sciopero nazionale del personale del gruppo Fs, Trenitalia, Trenitalia Tper e Trenord. A rischio anche il traffico aereo, sebbene nelle fasce orarie di tutela – dalle 7 alle 10 e dalle 18 alle 21 – i voli debbano essere comunque effettuati. Disagi anche in autostrada, con possibili ritardi ai caselli e code.

 

Sul TikTok israeliano è virale fare video per ridicolizzare i bambini orfani di Gaza

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Dopo gli innumerevoli video di soldati che umiliano i prigionieri e i morti palestinesi, sui social israeliani è scoppiata una nuova moda: creare contenuti che deridono i bambini di Gaza che hanno perso i genitori sotto le bombe. A rendere il tutto ancora più macabro è il fatto che gli autori di questi video siano ragazzi e adolescenti israeliani “comuni”. Questi contenuti, divenuti virali su TikTok, consistono nel fare uno scherzo telefonico ai propri parenti – generalmente i padri – fingendo di essere membri di un’organizzazione umanitaria che offre aiuto ai bambini palestinesi rimasti senza casa e senza genitori. Il lato goliardico, secondo gli autori del video, starebbe nelle reazioni scandalizzate dei propri padri, spesso confusi, arrabbiati o stizziti: «Dovremmo distruggere anche casa tua», risponde una delle persone raggiunte al telefono; «Ospiterò volentieri i bambini di Gaza», si sente dire da un altro, «li legherò a un palo». Questa nuova tendenza non fa che confermare quanto spesso denunciato da molti: il razzismo e l’arabofobia permeano profondamente una consistente parte della società israeliana.

La nuova tendenza sui social israeliani sembra essere comparsa nei primi giorni di marzo, ma, come spesso accade con questo genere di fenomeno, è difficile rintracciarne l’origine. Un’ipotesi avanzata dai quotidiani arabi è che a lanciare la moda sia stato un influencer israeliano particolarmente noto tra i giovani su TikTok, Yakir Bar Zohar, con un video in cui ferma i passanti per strada fingendosi un operatore umanitario e chiedendo loro di donare per i bambini di Gaza. In un estratto del video, un ragazzo reagisce positivamente alla richiesta del finto attivista, il quale, confuso dall’inaspettata risposta, afferma che quei bambini potrebbero in futuro diventare membri di Hamas. I commenti sotto il video riflettono lo stesso tono dell’influencer: «Non posso credere ci sia ancora chi pensa che Gaza abbia bambini innocenti», scrive un utente; «Chi è questo ragazzo delirante?», chiede un altro. La maggior parte dei commenti di sostegno al passante, invece, mantiene la stessa linea di pensiero del creatore di contenuti, dipingendo il ragazzo interrogato dall’influencer come una persona «buona, ma ingenua».

Non si sa se a lanciare la tendenza sia stato il video di Yakir Bar Zohar, ma nei giorni successivi hanno iniziato a circolare numerosi video di giovani israeliani che chiamano i propri genitori per chiedere di donare a Gaza, ridendo per le loro reazioni esagerate. In un video, una delle persone raggiunte risponde: «Lasciamoli andare all’Inferno; loro e tutti coloro che li aiutano». Spesso questi “scherzi” sono accompagnati da provocazioni mirate a scatenare reazioni ancora più forti, tra le risate incontrollate dei presenti e i commenti di approvazione degli utenti. In un filmato, pubblicato con la scritta in sovrimpressione «Abbiamo chiamato nostro padre per chiedergli se voleva donare ai bambini di Gaza», il genitore reagisce stizzito alla richiesta di donazione. A quel punto, la ragazza al telefono gli dice, trattenendo le risate, che «alla fine i bambini non c’entrano niente con Hamas», attirando gli insulti del padre. Un’altra ragazza, dopo la reazione incredula del padre, lo provoca ulteriormente: «Visto che abbiamo distrutto le loro case, dovremmo ricostruirle», dice. «Certo, verrò io stesso di persona», risponde ironicamente lui. «Dovremmo distruggere anche la tua, di casa». I commenti degli utenti e l’uso provocatorio di certe frasi sembrano indicare che le affermazioni sull’innocenza dei bambini gazawi e sulla distruzione di Gaza vengano presentate al pubblico israeliano come contenuti di stampo propagandistico.

Dopo essere diventati virali, i video sono stati ripresi dai quotidiani arabi, che ne hanno diffuso il contenuto, scatenando una reazione di condanna nei confronti degli autori e spingendoli a cancellarli dai propri profili. Questa tendenza, comunque, dimostra come il razzismo e l’odio verso i palestinesi coinvolgano una parte ampia e trasversale della società israeliana, toccando soldati e civili, adulti e ragazzi. Dopo il 7 ottobre, durante la campagna di distruzione di Gaza, i soldati israeliani hanno più volte pubblicato video in cui ridicolizzavano la popolazione palestinese, scherzando sulle macerie delle loro case o con i vestiti delle donne uccise. Dal 7 ottobre, rapporti e fonti palestinesi indicano che almeno 14.500 bambini sono stati uccisi, migliaia feriti, circa 17.000 sono stati lasciati soli o separati dai genitori, 35.000 resi orfani e quasi un milione costretti a fuggire dalle proprie case.

[di Dario Lucisano]

Nasce in Italia il primo comprensorio sciistico europeo senza impianti di risalita

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Nella frazione di Montespluga, in provincia di Sondrio, ha preso il via il progetto Homeland, un centro che promuove attività montane all’aperto a impatto ambientale zero. L’offerta è ampia e include escursioni, corsi formativi e scialpinismo. Il comprensorio, privo di impianti di risalita, si compone di 11 percorsi e 36 chilometri di tracciati e sorge a circa 2800 metri sul livello del mare. Stiamo parlando di un progetto avanguardistico, messo in piedi da un gruppo di giovani che ha immaginato e concretizzato il futuro dello sci. La parola chiave è “adattamento“, l’unica via per adeguare gli sport di montagna alla necessità di conservare la natura delle montagne senza stravolgerne i connotati e per adeguare lo sport invernale agli effetti del cambiamento climatico che stanno rendendo sempre più scarse le precipitazioni nevose.
Il direttore, Walter Bossi, 27 anni, ha spiegato che «durante la pandemia da Covid-19 lo scialpinismo è esploso. Molti sciatori tradizionali si sono avvicinati allo skialp, così il nostro centro si rivolge sia a chi vuole cominciare da zero sia a chi è già esperto. È un format che ha successo, i numeri sono in crescita, specialmente a livello europeo. Ci sono persone che vengono dalla Francia, dalla Polonia, dal Regno Unito». Niente impianti e niente piste attrezzate, quindi. «Noi creiamo l’alternativa in un momento in cui è necessario diversificare – ha aggiunto Bossi – i cambiamenti climatici ci stanno mostrando che non è sempre tutto possibile. E che la soluzione, oltre alla mitigazione, è il sapersi adattare».
Adattamento, ma anche diversificazione, perché, come la natura insegna, tanto più un (eco)sistema è diverso, tanto più questo sarà resistente e resiliente al disturbo. Le attività proposte di Homeland vanno proprio in questa direzione e non si limitano alla stagione invernale. In cantiere c’è infatti anche l’ipotesi di avviare attività nel periodo estivo, con trekking, guide e mini-spedizioni con campeggio notturno. «Siamo diventati un punto di riferimento, e vogliamo che il nostro progetto sia replicabile, perché è la risposta alla siccità, alla carenza di neve, agli elevati costi necessari per mantenere un comprensorio di sci tradizionale, specialmente a bassa quota».
Che la strada percorsa da Homeland sia quella giusta lo ribadiscono in tanti già da molto tempo. Conti alla mano, la stessa Banca d’Italia ha sottolineato che non conviene più fare investimenti nello sci alpino sotto i 2mila metri di quota. La neve è sempre più scarsa sotto certe quote e il ricorso al costosissimo e impattante innevamento artificiale sarebbe inevitabile. Ciononostante, la politica italiana va esattamente nella direzione opposta. Anziché destinare soldi per diversificare le attività, e aumentare la capacità delle economie di montagna di adattarsi alle mutate condizioni climatiche, si perpetra l’accanimento terapeutico sullo sci di massa. Solo alla fine del 2023, il governo ha stanziato 200 milioni di euro per stazioni a bassa quota, mentre si moltiplicano progetti di nuovi impianti e nuove piste decisamente anacronistici. Secondo il rapporto Nevediversa 2024 di Legambiente, si registrano 177 impianti temporaneamente chiusi, con una crescita di 39 unità rispetto all’anno precedente, mentre quelli aperti a singhiozzo sono saliti dagli 84 della valutazione passata a 93. I dismessi sono 260, a fronte dei 249 del Rapporto 2023, e gli impianti segnalati come sottoposti a “accanimenti terapeutici” sono 214, 33 in più in un anno. Smantellamenti e riutilizzi, passando da 16 a 31, sono invece praticamente raddoppiati.
Secondo un recente studio pubblicato sulla rivista Nature Climate Change, il manto nevoso sulle Alpi non è mai stato effimero come oggi in almeno seicento anni e, nell’ultimo secolo, la sua durata si è accorciata in media di un mese. Per non parlare degli Appennini, dove ormai, salvo brevi e centellinate finestre temporali, fa troppo caldo persino per la neve artificiale. Allo stesso tempo, i finanziamenti pubblici per l’innevamento artificiale continuano però a crescere. A livello nazionale il Ministero del Turismo ha stanziato di recente 148 milioni di euro per l’ammodernamento degli impianti sciistici, mentre appena 4 milioni sono stati destinati all’ecoturismo. Una strategia insostenibile da ogni punto la si guardi. La neve artificiale ha infatti un impatto ambientale ed economico elevatissimo, con costi energetici e idrici crescenti. Nel complesso, nel tentativo di prolungare la vita dello sci di massa, ogni anno vengono impiegati circa 95 milioni di metri cubi d’acqua e una spesa di 136 mila euro per ettaro di pista. A questo punto perché continuare ad investire miliardi nel mantenere in vita un modello turistico dal destino segnato anziché avviare una transizione verso un nuovo approccio alla montagna, più sostenibile e diversificato?
[di Simone Valeri]

Corea del Sud, cancellato l’ordine di arresto per il presidente Yoon

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La Corte Distrettuale Centrale di Seoul, capitale della Corea del Sud, ha annullato il mandato di arresto nei confronti del presidente Yoon Suk Yeol, accusato di insurrezione. La decisione della Corte potrebbe portare al suo rilascio dal carcere, in cui si trova dallo scorso 15 gennaio. La Corte ha spiegato la sua decisione facendo riferimento a problemi di tempistiche nell’emissione del mandato e ha rilevato «questioni sulla legalità» del processo di indagine. Nessuna delle accuse contro Yoon è caduta. Lo scorso 3 dicembre, il presidente Yoon ha provato a imporre la legge marziale, tentativo che gli è costato un impeachment, ora sotto analisi della Corte Costituzionale, e l’arresto.