Il ministro degli Interni, Matteo Piantedosi, ha annunciato l’apertura in Italia di cinque nuovi Centri di permanenza per i rimpatri in Italia e di un altro centro di trattenimento. Piantedosi non ha dato informazioni precise riguardo a dove dovrebbero essere costruite le nuove strutture, ma ha reso noto che per due di esse sono già stati effettuati gli studi preliminari e che «l’affidamento della realizzazione» dovrebbe partire «entro primavera». Oltre a ciò, Piantedosi ha annunciato la riapertura del CPR di Torino e l’intenzione del governo di mantenere la propria linea riguardo ai centri in Albania. Con tali annunci, l’esecutivo italiano insiste nel proporre modelli condannati da diversi rapporti internazionali per la loro potenziale violazione dei diritti umani e che, tra l’altro, dati alla mano, non fanno che rivelarsi fallimentari: negli ultimi sei mesi del 2024, a fronte di 40.941 arrivi, sono state rimpatriate 2.445 persone, meno del 6% sulle persone sbarcate.
L’annuncio di Piantedosi è arrivato in risposta a una domanda durante un’intervista uscita su La Repubblica, poi ripubblicata dai siti governativi. Il ministro ha detto che i progetti per i nuovi CPR sono già avviati e che per qualcuno le carte sarebbero addirittura quasi terminate. Piantedosi non ha dato indicazioni circa l’ubicazione dei nuovi CPR, ma, stando a un’intervista uscita l’anno scorso su Il Messaggero, anch’essa ripubblicata sul sito del Viminale, aveva fatto riferimento proprio a nuovi progetti per CPR e strutture di trattenimento. Anche in quell’occasione il ministro aveva fornito informazioni generiche sugli eventuali luoghi in cui situare le strutture, ma aveva fatto riferimento a un possibile sito a Castel Volturno, in Campania, e ad altri in non meglio specificati luoghi di Sicilia e Calabria. Le notizie degli ultimi mesi parlano di possibili progetti da avviare anche a Ventimiglia, in Liguria, a Ferrara, in Emilia, e a Falconara Marittima, nelle Marche. Secondo ipotesi non confermate, le strutture avrebbero una capienza compresa tra le 50 e le 200 persone, da trattenere per un massimo di 18 mesi.
Il ministro sostiene di avere dato istruzioni chiare alle strutture territoriali per ciò che concerne l’approccio governativo alla questione migratoria: «L’indicazione è che migranti irregolari con precedenti e pericolosi per la sicurezza dei cittadini vanno rimpatriati», ha spiegato Piantedosi, celebrando l’aumento dei rimpatri: «Siamo già a un più 35% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno, che pure aveva fatto registrare una crescita». Presa isolatamente, la percentuale del ministro restituisce un quadro poco chiaro. Per comprendere davvero se il modello dei CPR svolga adeguatamente il proprio lavoro, si dovrebbero guardare anche i numeri assoluti e, soprattutto, mettere a confronto i vari dati. Nel 2024, a fronte di 66.617 arrivi (dati provenienti dallo stesso Viminale), sono state presentate 27.975 richieste di rimpatrio (fonte Eurostat), di cui 14.645 nel secondo semestre. Di queste ultime (non sono disponibili i dati del primo semestre), ne sono state accolte 2.445 (Eurostat), poco più – in riferimento allo stesso periodo – del 16% delle richiestee meno del 6% degli arrivi. In generale, ogni trimestre, le espulsioni si aggirano attorno alle 1.000 persone. Questo significa che un aumento del 35% corrisponde a circa 350 persone in più, che sono meno di quelle arrivate il solo 25 febbraio 2025, e meno della metà di quelle sbarcate il 30 dicembre 2024.
A confermare i dubbi sul funzionamento del modello CPR arrivano i tre tentativi di spedire i migranti in Albania, tutti terminati in un nulla di fatto. Non solo: già a novembre, Medihospes, l’ente che gestisce i centri in Albania, ha fatto sapere che i propri operatori sociali sarebbero rientrati in Italia perché privi di lavoro. Successivamente, sono rientrati anche gli agenti delle forze dell’ordine e il personale mandato dalla stessa Italia. I modelli di esternalizzazione e quello dei CPR, insomma, non sembrano affatto sostenibili, anche perché per metterli in piedi c’è bisogno di parecchio denaro: solo i centri albanesi sono costati quasi un miliardo di euro.
A tutto ciò si aggiungono gli innumerevoli rapporti che denunciano i diritti negati e le condizioni disumane riservate ai migranti in Italia: il Comitato Europeo per la Prevenzione della Tortura o dei Trattamenti o Punizioni Inumani e Degradanti parla di maltrattamenti fisici, nessuna assistenza sanitaria adeguata, somministrazione in segreto di quantità ingenti di psicofarmaci e nessun monitoraggio «rigoroso e indipendente» degli interventi delle forze dell’ordine; la procura di Potenza, invece, indaga su possibili reati di maltrattamento e, di nuovo, di somministrazione di farmaci, ed è sorta l’ipotesi che il CPR potentino sia stato utilizzato come una vera e propria macchina per produrre soldi e guadagni per alcuni, a discapito degli immigrati trattenuti, reclusi e sedati per mesi.
La Corte europea dei diritti umani ha rigettato un ricorso che chiedeva di rivedere l’annullamento delle elezioni presidenziali da parte della Corte Costituzionale. Il ricorso era stato presentato dal candidato indipendente Calin Georgescu, risultato vincitore al primo turno del 24 novembre. All’inizio di dicembre, tuttavia, la Corte romena aveva annullato il risultato e lo svolgimento del ballottaggio, facendo ripartire il processo elettorale. La decisione è stata motivata con presunte interferenze russe; il 26 febbraio Georgescu è stato arrestato con l’accusa di aver minato l’ordine costituzionale e promosso un’organizzazione di stampo fascista. Ora si trova sotto osservazione giudiziaria. Oggi sono state arrestate altre sei persone nell’ambito della stessa inchiesta.
Negli Stati Uniti, molte aziende, banche e fondi di investimento hanno cambiato le proprie strategie e politiche in merito a questioni cruciali, come quella climatica non appena è cambiata la direzione politica alla Casa Bianca. Ora, qualcosa di simile sta avvenendo anche per ciò che riguarda le politiche di inclusione e la diversità. Alcune delle maggiori aziende statunitensi hanno infatti abbandonato le loro politiche DEI (Diversità, Equità e Inclusione) a seguito dell’ordine esecutivo emanato da Trump nei suoi primi giorni di amministrazione, in cui le definiva contrarie al Civil Rights Act del 1964. Google, Meta, Amazon, McDonald’s, Walmart sono solo alcune delle aziende che hanno esplicitamente rinunciato ai loro programmi DEI, compiendo la giravolta politica.
«Fine della discriminazione illegale e ripristino delle opportunità basate sul merito» era il titolo dell’ordine esecutivo emanato da Trump il 21 gennaio di quest’anno, il giorno successivo al suo insediamento, con cui dichiarava la fine alle politiche DEI messe in atto da numerose aziende ma, soprattutto, dalla stessa amministrazione federale. Il presidente statunitense ha scritto che «leggi federali sui diritti civili di lunga data proteggono i singoli americani dalla discriminazione basata su razza, colore, religione, sesso o origine nazionale. Queste protezioni dei diritti civili servono come fondamento a sostegno delle pari opportunità per tutti gli americani». In altre parole, secondo Trump esistono già le leggi che garantiscono il rispetto delle diversità, quindi imporne di nuove significa andare a ricreare disparità e discriminazione. All’inizio di febbraio, il Dipartimento di Giustizia ha fatto sapere che avrebbe incaricato i pubblici ministeri di penalizzare ed eliminare i mandati «illegali DEI» in tutto il settore privato, specie per quelle aziende che hanno appalti federali, come spiegato anche nell’ordine esecutivo emanato da Trump.
Vi abbiamo già raccontato della processione degli oligarchi delle Big Tech da Trump, come a voler omaggiare e giurare fedeltà al nuovo re. E proprio alcune di queste multinazionali hanno rinunciato in maniera esplicita ai loro programmi interni DEI. Google sta scartando alcuni dei suoi obiettivi di assunzione in base alla diversità e la sua azienda madre, Alphabet, ha già cambiato le proprie linee guida in materia, eliminando dal suo report annuale 10-K, depositato presso la Securities and Exchange Commission, la frase che spiegava come l’azienda fosse «impegnata a rendere la diversità, l’equità e l’inclusione parte di tutto ciò che facciamo e a far crescere una forza lavoro che sia rappresentativa degli utenti che serviamo».
Meta aveva iniziato il processo di riallineamento quando Trump non si era ancora insediato alla Casa Bianca. Già nella prima metà di gennaio Mark Zuckerberg aveva annunciato la fine dei programmi di fact-checking nelle sue piattaforme social, così come la fine delle politiche DEI all’interno delle proprie aziende, come riportato da Axios.
Stessa cosa è accaduta dentro Amazon di Jeffrey Bezos, così come nelle stesse produzioni cinematografiche degli Amazon Studios. «Abbiamo detto fin dall’inizio che i nostri sforzi per garantire una narrazione diversificata e inclusiva sarebbero stati fluidi e sarebbero cambiati nel tempo», ha detto un portavoce di Amazon Studios a The Hollywood Reporter. Per gli oligarchi, insomma, non c’è ideologia che tenga, tutto è in funzione dell’unica cosa che conta: il profitto.
Anche McDonald’s, già ad inizio anno, ha deciso di abbandonare i programmi DEI. Nonostante nel suo comunicato rivendichi il raggiungimento di importanti obiettivi per quanto concerne l’inclusione, l’azienda spiega come e perché i suoi programmi subiranno cambiamenti. Tra le varie cose, McDonald’s ha sospeso la sua partecipazione a un sondaggio annuale della Human Rights Campaign che misura l’inclusione sul posto di lavoro per i dipendenti LGBTQ+ e ha dato vita al Global Inclusion Team, il quale rispecchierebbe al meglio il mutamento politico ai massimi vertici del governo federale.
Walmart, il più grande rivenditore del mondo, addirittura già alla fine di novembre scorso, aveva annunciato la sua intenzione di annullare le sue politiche di diversità, equità e inclusione. Adesso il colosso statunitense sta anche rischiando cause milionarie da parte degli azionisti che si sono sentiti danneggiati e fuorviati rispetto alla decisione di terminare bruscamente le politiche DEI. Recentemente è addirittura iniziata una campagna di boicottaggio contro Walmart, il cui inizio è fissato per il 28 febbraio. Questi movimenti oscillatori da parte dell’azienda, così come di tutte le altre, hanno infatti indispettito (e non poco i consumatori), da una parte e dall’altra, i quali si sono sentiti presi in giro. Ancora una volta, la dimostrazione di come queste politiche fossero del tutto strumentali al fine supremo: l’accumulazione di capitale.
Insomma, è del tutto evidente come alle grandi aziende non importi niente dei diritti civili, così come dell’ambiente, o di qualsiasi altra cosa che non sia l’aumentare del proprio profitto, il quale permette di accrescere il proprio potere che a sua volta porta altro profitto e altro potere, nel girare della ruota infernale dell’estrazione della ricchezza e dell’accumulazione del capitale.
È ufficialmente iniziato: la presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, ha messo su nero su bianco il suo piano per riarmare l’Europa. Dopo gli scontri turbolenti avvenuti tra Trump e Zelensky nello studio ovale, e la rottura tra USA e Ucraina, l’Europa si è scoperta improvvisamente sola nell’onere di sostenere finanziariamente l’Ucraina. Onere che anziché tradursi in una ricerca di vie diplomatiche, mai realmente percorse in questi anni perché per l’Europa la pace con la Russia «non s’ha da fare», ha semmai esacerbato ancor di più il bellicismo delle élite europee. Tanto che ormai si parla ufficialmente di corsa al riarmo.
«Dobbiamo davvero intensificare in modo massiccio la produzione militare e gli investimenti,» scrive la von der Leyen su X, anticipando quella che sarà l’agenda del Consiglio Europeo straordinario in programma il 6 marzo a Bruxelles. «La forza è la via della pace. Una pace duratura può essere costruita solo con la forza».
Quando lessi per la prima volta queste parole, per un attimo pensai a un’allucinazione. Ho chiuso gli occhi e poi li ho riaperti, ma niente, quelle parole stavano ancora lì, scritte nero su bianco. «La forza è la via della pace», ossia «la guerra è pace». Lo aveva scritto Orwell in quel romanzo da incubo che è 1984, romanzo distopico, dove la verità viene deformata grazie a una massiccia e pervasiva opera di propaganda che ha il potere di convincere le persone a pensare tutto ciò che il Partito vuole. Le parole vengono svuotate di senso, significato e valore; private della loro essenza semantica assumono il significato opposto di quello che dovrebbero significare. Ecco perché nel mondo di Orwell la «guerra» diventa «pace», e «l’ignoranza» diventa forza. Eppure perfino in un’epoca come la nostra in cui le armi di distruzione di massa prendono il nome di «missili intelligenti» e le vittime di guerra il nome di «danni collaterali», avrei mai immaginato di assistere a una tale stupro della lingua e della logica e della semantica. Mai avrei immaginato di poter assistere a una nuova corsa agli armamenti, che in passato fu il segnale che preparò il terreno alla Prima guerra mondiale. E di conseguenza alla Seconda.
Donald Trump incontra alla Casa Bianca il Presidente ucraino Volodymyr Zelensky [28 Febbraio 2025]«Lungo le sponde del mio torrente» cantava un uomo, «voglio che scendano i lucci argentati, non più i cadaveri dei soldati portati in braccio dalla corrente». Parole, parole al vento. Parole che oggi evidentemente non valgono più nulla. Erodoto, uno dei più grandi storici del mondo antico, scriveva: «non esiste uomo folle al punto di preferire la guerra alla pace. In pace i figli seppelliscono i padri, in guerra sono invece i padri a seppellire i figli.» Altre parole vuote. Gandhi si domandava: «La guerra non è forse un crimine contro Dio e l’umanità? E dunque, coloro che dichiarano, progettano e conducono delle guerre non sono tutti dei criminali di guerra?»Dello stesso parere era il giurista statunitense Charles Evans Hughes che sosteneva che coloro «che la istigano dovrebbero essere puniti come criminali». I passi contro la guerra, di denuncia alla brutalità, all’inutilità della guerra ad opera di artisti, pittori, filosofi, politici, soldati che la guerra l’hanno vissuta e sanno esattamente cosa sia, sarebbero infiniti. Meritano di essere citate però le parole pronunciate da Albert Einstein all’indomani della seconda guerra mondiale: «Non so con quali armi si combatterà la terza guerra mondiale, ma so che la quarta si farà con pietre e bastoni».
Anche se mettessimo da parte qualsiasi obiezione di natura morale, dal punto di vista economico la guerra e più nello specifico la corsa agli armamenti è una follia. La von der Leyen vuole «intensificare in modo massiccio la produzione militare e gli investimenti nell’apparato bellico». Tradotto: 250 miliardi di spesa annua da dirottare verso la difesa e la produzione di armi. E 300.000 mila soldati europei, cioè italiani, francesi, tedeschi, etc da mobilitare e spedire dove riterranno più opportuno. Tanto per darvi un’idea: con i soldi di un solo caccia bombardiere si potrebbero creare 143 asili nido e dare lavoro ad oltre 2150 persone. Si potrebbero creare ospedali, scuole, biblioteche. E invece verranno usati per fabbricare armi.
Eppure l’inizio di quella che passerà alla storia come «la corsa al riarmo» è passato quasi in sordina e anzi è stato accolto con favore dagli esponenti dei maggiori partiti politici italiani che hanno scelto o di ignorarlo o di manifestare il loro supporto tramite una generica mobilitazione delle piazze in favore proprio di quell’Europa della Von der Leyen che parla di corsa al riarmo. Se il filosofo Massimo Cacciari critica e condanna fermamente la «la retorica bellicista di chi vuole partire e fare la guerra insieme all’Ucraina,» la sua resta una voce isolata. Assieme a quella di Giuseppe Conte, leader del Movimento Cinque Stelle, e di un sempre più camaleontico Matteo Salvini che forse cerca di riguadagnare consensi agli occhi del suo elettorato mescolando, non si capisce bene il perché, la «pace» alla «rottamazione delle cartelle esattoriali».
Naturalmente coloro che parlano di corsa al riarmo e della necessità di una «difesa comune» evocano lo spettro di un’invasione russa. Argomentano questa follia parlando della necessità di difendersi ora dalla Russia ora dalla Cina ora dall’Iran. La minaccia dell’invasione russa in effetti ha dominato la gran parte delle discussioni riguardanti la guerra in Ucraina. Eppure guardando alla Storia, alla nostra storia, la Russia non ha mai invaso l’Europa. Semmai è stato il contrario: la Russia è stata invasa due volte dall’Europa, dalle truppe napoleoniche prima, e dalle truppe tedesche poi.
La NATO a cui l’Ucraina ambisce di entrare non è certamente un’associazione neutrale ma venne creata appositamente e dichiaratamente alla fine della seconda guerra mondiale in funzione antisovietica. Con il crollo e il disfacimento dell’Unione Sovietica il motivo alla base della nascita della NATO venne meno, ma non venne meno l’organizzazione stessa che venne tenuta in vita e mutò almeno parzialmente i suoi obiettivi primari, spostando il suo focus nel contenere la minaccia rappresentata da altri possibili Stati che avrebbero potuto minacciare l’Occidente. Minaccia che di fatto almeno fino ad oggi non si è mai concretizzata.
Sempre guardando alla nostra storia, nessun paese, nessuno stato è stato esente da guerre di conquista, da annessioni forzate di terre e regioni e paesi confinanti in una politica di espansione territoriale che ha caratterizzato l’ultimo millennio. Ma nessun continente, nessuno, ha mai manifestato la belligeranza, la ferocia, la sete di predominio globale che ha mostrato la piccola Europa, il più piccolo dei continenti, ad esclusione dell’Oceania, ma che è effettivamente riuscita nell’intento di conquistare il mondo, realizzando il sogno di Cesare, Carlo Magno, Napoleone e Alessandro Magno.
Il Presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen
Gli europei non sono mai stati invasi dalle Americhe ma hanno invaso le Americhe, trucidando, schiavizzando e sterminando le popolazioni autoctone. Stesso destino è toccato all’Oceania, che nacque inizialmente come discarica e colonia penale oltreoceano di quegli individui che l’Europa riteneva indesiderabili. L’Europa ha trasformato l’Africa nella sua personale riserva di schiavi, avviando una tratta di dimensioni secolari che ha estinto la capacità del continente di poter anche solo avvicinarsi a una qualche parvenza di prosperità. Sul versante asiatico non vi è traccia di invasioni da parte di Cina, India, Iran o Corea ai danni dell’Europa, ma tutti gli stati asiatici finirono per diventare colonie ora britanniche, ora francesi, ora spagnole, laddove i vari stati europei finanziavano guerre, sottomettevano governi e popolazioni locali, seminando morte, violenza e distruzione.
Ci fu un periodo che prese il nome di Colonialismo in cui effettivamente tutto il mondo era controllato e dominato dalla piccola ma aggressiva Europa. E che in molti stati extraeuropei perdura tuttora attraverso un neo-colonialismo che non prevede una dominazione diretta ma una sfera indiretta d’influenza. Influenza che garantisce all’Europa e agli Stati Uniti, figli ed eredi della mentalità imperialistica europea, il controllo e il primato assoluto su buona parte del mondo. Andrebbe aperto un capitolo a parte sulla scia di sangue, devastazione e morte che gli USA, dalla fine della seconda guerra mondiale ad oggi, hanno seminato, rovesciando governi, avviando guerre e finanziandone altre. Se Hitler che meriterebbe una damnatio memoriae era tedesco, coloro che materialmente idearono e costruirono la bomba atomica erano europei. Invenzione che ha spinto altri paesi a dotarsi a loro volta di apparati nucleari che se utilizzati provocherebbe la fine della vita sulla terra per come la conosciamo oggi.
In definitiva la nostra storia passata e presente è intrisa di sangue, guerre, invasioni ai danni di altri e violenza, laddove i progressi fatti in ambito civile e sociale riescono a malapena a coprire il carico di morte e distruzione di cui l’Europa si è fatta complice e che ha causato in ogni luogo e in ogni dove. Va ricordato che con la prima e con la seconda guerra mondiale il bellicismo europeo raggiunse tali proporzioni catastrofiche, un numero talmente impressionanti di morti, da spingere le élite e i governi delle nazioni europee al disarmo. Una scelta che ha donato, per la prima volta in tutta la storia dell’umanità, ottant’anni di relativa pace alla gente comune fino ad allora usata come carne da cannone. Rotta che oggi la Von der Leyen, sostenuta dalle elitè, chiede di interrompere in nome della «pace» e della «sicurezza». Parole che a me personalmente danno i brividi dette in quel contesto e che l’Europa non dovrebbe neanche azzardarsi a pronunciare, dimenticando che fino ad ora la più grande minaccia alla pace e alla sicurezza globale è stata proprio l’Europa stessa.
Dopo oltre quattro decenni di inchieste giudiziarie, rogatorie internazionali e testimonianze incomplete e contraddittorie, la strage di Ustica rischia di restare impunita. La Procura di Roma ha infatti chiesto l’archiviazione delle ultime indagini sul disastro del DC-9 Itavia, il volo partito da Bologna e diretto a Palermo che la sera del 27 giugno 1980 si inabissò nel mar Tirreno, causando la morte di 81 persone. L’ipotesi della bomba a bordo è stata definitivamente scartata, mentre quella della battaglia aerea resta confermata, senza però essere sfociata nell’individuazione di responsabili. Un possibile finale che lascia sgomenti i familiari delle vittime, costringendo ancora una volta l’opinione pubblica a fare i conti con un mistero che rischia di restare tale per sempre.
Il mancato supporto alleato
Nello specifico, la richiesta di archiviazione riguarda due distinti procedimenti: il primo, aperto nel 2008, si basava sulle dichiarazioni dell’ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga, il quale indicò nei francesi i responsabili del lancio del missile che avrebbe abbattuto l’aereo; il secondo, avviato nel 2022, era scaturito da un esposto dell’Associazione per la verità su Ustica. Entrambe le indagini hanno confermato lo scenario della battaglia aerea, ma non sono riuscite a identificare gli autori del disastro. La Procura ha dovuto prendere atto della mancanza di prove inconfutabili, aggravata da una collaborazione internazionale definita insufficiente e, in alcuni casi, addirittura fuorviante. Nonostante anni di pressioni diplomatiche e richieste ufficiali, gli Stati coinvolti hanno infatti mantenuto un atteggiamento reticente. Francia, Stati Uniti e altri Paesi europei non hanno fornito risposte esaustive alle numerose rogatorie italiane, lasciando inevase domande cruciali sui caccia militari in volo quella notte nei cieli di Ustica. I magistrati romani hanno dunque dovuto prendere atto dell’impossibilità di ricostruire con certezza l’identità dei responsabili, chiudendo l’ultimo spiraglio giudiziario rimasto aperto sulla tragedia. La notizia ha suscitato profonda amarezza tra i familiari delle vittime. «Dolore per i nostri morti, che ancora non hanno avuto giustizia, e delusione per decenni di indagini senza risposte definitive – ha detto Daria Bonfietti, presidente dell’Associazione dei familiari, manifestando grande amarezza –. L’Italia deve continuare a chiedere collaborazione agli Stati alleati, per la propria dignità nazionale e per la verità su Ustica». Ora spetterà al GIP valutare se accogliere la richiesta di archiviazione o se invece proseguire nella ricerca della verità.
Le parole di Amato
La strage di Ustica rappresenta uno dei principali episodi irrisolti della storia italiana. Quel giorno di giugno, in piena Guerra Fredda, un aereo DC9 Itavia partito da Bologna alla volta di Palermo, arrivato nei pressi dell’isola, scomparve misteriosamente dai radar. Il giorno seguente, riaffiorarono in mare i detriti del velivolo insieme ai corpi di alcuni passeggeri. Erano in tutto 81: nessuno si salvò. In un primo momento si parlò di un cedimento strutturale del mezzo Itavia, poi di un attentato, infine di una bomba nascosta nella toilette del velivolo ed esplosa durante il viaggio. Tre settimane dopo, il 8 luglio 1980, verrà ritrovata sui monti della Sila, in Calabria, la carcassa di un caccia militare libico. Nel settembre del 2023, avevano destato scalpore le parole espresse in un’intervista a Repubblica sul tema dall’ex premier Giuliano Amato, il quale si disse convinto che la versione più credibile indicasse nell’aviazione francese la responsabile dell’abbattimento del DC9, con la complicità degli USA. L’aeronautica francese avrebbe infatti avuto l’obiettivo di colpire un Mig libico su cui avrebbe dovuto essere presente la massima autorità libica Muammar Gheddafi, che sarebbe stato convinto a non salire sul suo aereo dal leader socialista Bettino Craxi. Il quale, a detta di Amato, non rese pubblica la verità perché «sarebbe stato incolpato di infedeltà alla Nato» e di «spionaggio in favore dell’avversario». Secondo Amato, sia la tesi del cedimento strutturale dell’aeromobile, sia quella del cedimento interno a causa di un ordigno riferita dalle alte gerarchie militari italiani allo stesso Amato quando, da Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, fu investito della questione, sarebbero solo «falsità». Insomma, la nostra aeronautica sarebbe stata «schierata in difesa della menzogna», perché dietro alla tragedia vi sarebbe stato «un segreto che riguardava la Nato».
Le morti sospette
Un capitolo assai oscuro si è rivelato nel tempo quello delle morti sospette di personaggi in qualche modo legati alla vicenda di Ustica. Uno dei casi più emblematici è quello del tenente colonnello Sandro Marcucci, il quale morì il 2 febbraio 1992 in un incidente aereo sulle Alpi Apuane attribuito a un errore di pilotaggio e a condizioni meteorologiche avverse, sebbene non ci fosse vento quel giorno. Marcucci, ex pilota dell’Aeronautica, era noto per la sua esperienza e aveva raccolto documenti sulla strage di Ustica. Il sopralluogo nel bosco dove cadde il Piper pilotato da Marcucci non fu fatto immediatamente, come è prassi e regola in questi casi, ma solamente nei giorni successivi alla rimozione del cadavere e dei rottami dell’aereo. Il maresciallo Mario Alberto Dettori, in servizio nella notte di Ustica al centro radar di Poggio Ballone, fu invece trovato impiccato nel 1987 dopo aver manifestato a familiari e colleghi forte preoccupazione e timore per quanto accaduto. Il master controller del 21° CRAM in servizio quella notte a Poggio Ballone era il capitano Maurizio Gari, stroncato da infarto il 9 maggio 1981, nemmeno un anno dopo l’abbattimento del DC9. Venne trovato impiccato, il 21 dicembre 1995, anche il maresciallo Franco Parisi, controllore di sala operativa di centro radar. Era di turno la mattina del 18 luglio 1980, quando venne rinvenuto il Mig libico precipitato sulla Sila. Convocato in Tribunale come testimone, morì pochi giorni dopo. A perdere la vita furono anche i piloti Ivo Nutarelli e Mario Naldini, che la notte della strage volavano nella stessa zona su uno degli F-104 che lanciarono l’allarme di emergenza generale. Ciò avvenne nel disastro di Ramstein nel 1988, durante un’esibizione delle Frecce Tricolori, poche settimane prima di comparire davanti al giudice.
In seguito al discorso televisivo pronunciato ieri dal presidente francese Macron, il quale ha denunciato una minaccia russa all’Europa intera e ha proposto di estendere l’ombrello nucleare francese al continente, Mosca ha reagito affermando che le sue parole costituiscono una «minaccia alla Russia». Il Cremlino ha infatti accusato Macron, che ha tenuto il suo discorso in vista del consiglio straordinario sulla difesa che si terrà oggi a Bruxelles tra i leader europei, di volere «la continuazione della guerra». Il portavoce del governo russo ha affermato che si tratta di una «rivendicazione di leadership nucleare in Europa molto conflittuale».
Alcuni aerei da combattimento sudcoreani hanno sganciato oggi accidentalmente otto bombe su un quartiere civile, ferendo 15 persone e danneggiando abitazioni e una chiesa durante delle esercitazioni militari a Pocheon, a circa 40 chilometri dalla capitale Seul. Lo hanno riferito l’aeronautica militare e i vigili del fuoco coreani. L’aeronautica ha dichiarato che otto bombe Mk82 da 500 libbre (225 kg) lanciate da due jet KF-16 sono cadute fuori dal poligono di tiro durante esercitazioni. Un funzionario militare, che ha voluto rimanere anonimo, ha dichiarato che l’incidente sarebbe stato causato dall’errore di un pilota, che avrebbe inserito coordinate errate.
Un’analisi di Influence Map ha rivelato che la metà delle emissioni globali di anidride carbonica deriva dai combustibili fossili prodotti da sole 36 aziende. Lo studio prende in considerazione le emissioni dirette e indirette delle maggiori compagnie del settore fossile e, nello specifico, rivela che le 36 principali aziende hanno prodotto carbone, petrolio e gas responsabili di oltre 20 miliardi di tonnellate di CO2 nel 2023. Se Saudi Aramco, la compagnia più impattante, fosse un Paese, sarebbe il quarto più emissivo al mondo dopo Cina, Stati Uniti e India. I dati aggiornati al 2023, sostengono i ricercatori, rafforzano la necessità di chiedere conto alle compagnie fossili per il loro ruolo nella crisi climatica e potrebbero essere utilizzati in cause legali contro aziende e investitori, come già avvenuto con le versioni precedenti del rapporto.
Lo studio di Influence Map costituisce un aggiornamento del database Carbon Majors, una banca dati che raccoglie i numeri relativi alla produzione delle 169 maggiori compagnie attive nei settori di petrolio, gas, carbone e cemento, oltre a quelli di 11 entità non più operative. I dati raccolti vengono utilizzati per quantificare sia le emissioni operative dirette legate alla produzione, sia quelle derivanti dalla combustione dei prodotti commercializzati. L’aggiornamento del 2023 compie un passo avanti nell’individuazione delle maggiori compagnie impattanti del mondo: il nuovo studio, infatti, disaggrega i dati delle emissioni di carbone provenienti da Cina, Federazione Russa, Repubblica Ceca, Polonia, Ucraina e Kazakistan, attribuendoli alle singole aziende dei rispettivi Paesi. I nuovi dati rivelano che le aziende a proprietà statale risultano le più impattanti. Secondo il database, nel 2023, 68 entità statali avrebbero emesso 22,5 miliardi di tonnellate di CO2, pari al 52% delle emissioni globali di CO2.
Nel 2023, Carbon Majors ha tracciato un totale di 33,9 miliardi di tonnellate di emissioni provenienti dai 169 gruppi attivi, di cui il 78,4% derivante da combustibili fossili e cemento e la metà esatta attribuibile alle prime 36 entità; tra di esse figura anche l’italiana Eni che ricopre proprio la trentaseiesima posizione con 257 milioni di tonnellate di CO2 di emissioni, lo 0,56% delle emissioni totali per il settore. A livello storico, dal 1854 al 2023, Eni si colloca al trentaquattresimo posto tra le aziende del settore più impattanti. Lo studio si concentra sulle prime 20 entità produttrici di carbonio, responsabili collettivamente di 17,5 miliardi di tonnellate di CO2, pari al 40,8% delle emissioni globali. L’elenco, si legge nel rapporto, è dominato da entità statali, che costituiscono 16 delle prime 20, con una forte presenza delle aziende cinesi, otto delle quali hanno generato il 17,3% delle emissioni globali di CO2 da combustibili fossili e cemento. «Anche le aziende del carbone sono in primo piano, con sette nella top 20, di cui sei cinesi e una indiana», scrive il gruppo.
Proprio riguardo al carbone, lo studio rileva che nel 2023 esso sarebbe rimasto la principale fonte di emissioni, contribuendo per il 41,1% alle emissioni del database. Mentre le emissioni di carbone sono cresciute dell’1,9% su base annua, il cemento ha registrato il maggiore aumento relativo, pari al 6,5%. Al contrario, le emissioni di gas naturale sono diminuite del 3,7%, mentre il petrolio è rimasto stabile con un aumento minimo dello 0,3%. Complessivamente, le emissioni sono aumentate dello 0,7%.
La rivista economica britannica The Economist ha rilasciato il nuovo Global Democracy Index, l’indicatore sui livelli di democrazia globale, dove appare lo status aggiornato della Romania: il Paese è diventato il primo membro dell’UE a essere inserito nella lista dei “regimi ibridi”, con elementi tanto democratici quanto autoritari. L’aggiornamento arriva da uno dei giornali più noti e citati al mondo e dai media mainstream e segue le vicende che interessano il Paese dalle elezioni presidenziali dello scorso novembre. Il primo turno elettorale era stato vinto da Calin Georgescu, candidato indipendente accusato di essere filo-russo, ma pochi giorni dopo il risultato è stato annullato dalla Corte Costituzionale per presunte interferenze da parte della Russia. Il 26 febbraio, inoltre, Georgescu è stato arrestato con l’accusa di aver tentato di sovvertire l’ordine costituzionale e di aver promosso un’organizzazione a carattere fascista. Si trova ora sotto osservazione giudiziaria.
Il rapporto dell’Economist è stato pubblicato il 27 febbraio e denuncia una generale tendenza alla degradazione delle istituzioni democratiche. Esso si basa su 60 indicatori, raggruppati in cinque categorie: processo elettorale e pluralismo; libertà civili; funzionamento del governo; partecipazione politica; e cultura politica. Ogni categoria ha una valutazione su una scala da 0 a 10 e il punteggio complessivo è dato dalla media aritmetica dei cinque indici di categoria; a tale punteggio vengono apportati eventuali piccoli aggiustamenti sulla base di ulteriori fattori, quali lo svolgimento di elezioni, le eventuali influenze esterne e il funzionamento della rete civile. Sulla base dei punteggi, l’indice classifica poi i Paesi in quattro categorie: “piene democrazie” (Paesi con un punteggio superiore a 8), “democrazie imperfette” (punteggio compreso tra 6 e 8), “regimi ibridi” (da 4 a 6), “regimi autoritari” (meno di 4). L’Italia è classificata come democrazia imperfetta e occupa la trentasettesima posizione globale.
La Romania, si legge nel rapporto dell’Economist, è stata declassata da “democrazia imperfetta” a “regime ibrido”, dopo aver percorso per alcuni anni una traiettoria discendente. Il Paese, di preciso, è sceso di 12 posizioni in classifica «dopo aver annullato in modo controverso le elezioni presidenziali», arrivando a un punteggio di 5,99. A causare il tracollo del Paese nell’indice del settimanale britannico è stata dunque la decisione della Corte Costituzionale di annullare il primo turno delle elezioni presidenziali del 24 novembre, cancellare il ballottaggio previsto per l’8 dicembre e fare ripartire da zero il processo elettorale. La sentenza del massimo tribunale romeno viene definita «inconsistente»: la Corte, infatti, aveva motivato tale scelta facendo riferimento a una presunta campagna russa filo-Georgescu sui social network, e in particolare a video comparsi sulla piattaforma di TikTok.
«Le prove erano, nella migliore delle ipotesi, discutibili», scrive l’Economist, anche perché, se si considera l’età media degli elettori di Georgescu, per lo più «anziani che consumano le loro notizie dalla televisione», è difficile immaginare che dei video su TikTok abbiano avuto un peso tanto importante. L’indice ci tiene comunque a precisare che «l’annullamento delle elezioni ha influito negativamente sul punteggio del Paese in termini di processo elettorale e pluralismo, ma i declassamenti ad altri punteggi si sarebbero verificati anche senza la debacle di fine anno». Insomma, tra livelli di corruzione in peggioramento e controverse pratiche governative, il Paese sarebbe comunque sceso di parecchie posizioni. «Esiste», inoltre, «il rischio che il punteggio della Romania possa scendere ulteriormente nel 2025», specialmente visto il riavvio del processo elettorale.
È interessante rilevare come questo rapporto sia stato redatto da uno dei media più noti e citati al mondo, particolarmente apprezzato dallo stesso panorama mainstream che ha applaudito la scelta della Corte romena, e non da una fonte giudicata “filorussa”. L’analisi, inoltre, si basa sui soli fatti di fine 2024 e non tiene in considerazione lo sviluppo della vicenda in Romania. Il 26 febbraio, la polizia del Paese ha arrestato Georgescu mentre si trovava in auto per andare a presentare la sua nuova candidatura alla presidenza. Dopo essere stato prelevato, Georgescu è stato interrogato e ora si trova sotto controllo giudiziario, con il divieto di lasciare il Paese. Un comunicato stampa della polizia romena riporta che il politico, assieme ad altre 26 persone, è al centro di un procedimento penale «che indaga sui reati di iniziativa o creazione di un’organizzazione a carattere fascista, razzista o xenofobo» e di sovvertimento dell’ordine costituzionale.
La portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, ha confermato che gli Stati Uniti stanno interloquendo direttamente con rappresentanti di Hamas. Il contenuto dei colloqui è ancora ignoto. Sebbene informati, i rappresentanti israeliani non partecipano al tavolo dei colloqui. Hamas non ha confermato la notizia. Questi colloqui rappresenterebbero i primi dialoghi diretti tra Hamas e gli USA da quando l’organizzazione è stata designata come terroristica nel 1997, malgrado i funzionari statunitensi siedano al tavolo delle trattative da mesi. Nel frattempo, Trump è tornato a minacciare Hamas, lanciando un ultimatum al gruppo: «Rilasciate tutti gli ostaggi ora, o per voi è finita», si legge in un post pubblicato sul social Truth.
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