venerdì 4 Aprile 2025
Home Blog Pagina 33

Attacco in Pakistan: 12 morti

0

Nella notte tra ieri e oggi, mercoledì 5 marzo, in Pakistan, c’è stato un attacco contro un’infrastruttura militare nella provincia nordorientale di Khyber Pakhtunkhwa, vicino al confine con il Pakistan, in seguito al quale sono state uccise 12 persone. Ancora ignote le dinamiche dell’attacco. Secondo una fonte militare ripresa dall’Associated Press, due individui avrebbero guidato dei veicoli pieni di esplosivi contro l’edificio, schiantandovisi contro, mentre altri attentatori vi facevano irruzione armati. L’attacco è stato rivendicato da Jaish al-Fursan, gruppo legato ai talebani pakistani; si tratta del terzo scontro tra talebani e forze pakistane negli ultimi giorni.

L’Uganda rimuove i monumenti legati alla dominazione britannica

1
uganda

La Corte Suprema dell’Uganda ha ordinato la rimozione dei monumenti coloniali britannici da Kampala, la capitale, e la ridenominazione delle strade che ancora portano il nome di personaggi legati al dominio europeo. La decisione, emessa dal giudice Musa Ssekaana, arriva al culmine di una battaglia portata avanti da attivisti e cittadini del Paese dell'Africa centro-orientale che, da cinque anni, chiedono attraverso petizioni e cause legali di liberare la capitale dall’eredità coloniale che continua a farsi sentire nei luoghi pubblici e nei simboli della città. Nel 2020 più di 5.800 persone fir...

Questo è un articolo di approfondimento riservato ai nostri abbonati.
Scegli l'abbonamento che preferisci 
(al costo di un caffè la settimana) e prosegui con la lettura dell'articolo.

Se sei già abbonato effettua l'accesso qui sotto o utilizza il pulsante "accedi" in alto a destra.

ABBONATI / SOSTIENI

L'Indipendente non ha alcuna pubblicità né riceve alcun contributo pubblico. E nemmeno alcun contatto con partiti politici. Esiste solo grazie ai suoi abbonati. Solo così possiamo garantire ai nostri lettori un'informazione veramente libera, imparziale ma soprattutto senza padroni.
Grazie se vorrai aiutarci in questo progetto ambizioso.

Gli indigeni Inuit del Canada hanno ottenuto il diritto alla conservazione del loro habitat

0

Il governo canadese ha annunciato un accordo da 270 milioni di dollari per sostenere la conservazione ambientale guidata dagli Inuit nella regione di Qikiqtani, nel Nunavut. L'accordo prevede un investimento di 200 milioni di dollari da parte del governo federale, a cui si aggiungono 70 milioni provenienti da donatori privati canadesi e internazionali. Si tratta di una importante vittoria per le popolazioni indigene, che da tempo reclamavano il controllo delle terre ancestrali, denunciandone la devastazione ambientale con conseguenze pesanti sulle possibilità di vita dei nativi.
Secondo le sti...

Questo è un articolo di approfondimento riservato ai nostri abbonati.
Scegli l'abbonamento che preferisci 
(al costo di un caffè la settimana) e prosegui con la lettura dell'articolo.

Se sei già abbonato effettua l'accesso qui sotto o utilizza il pulsante "accedi" in alto a destra.

ABBONATI / SOSTIENI

L'Indipendente non ha alcuna pubblicità né riceve alcun contributo pubblico. E nemmeno alcun contatto con partiti politici. Esiste solo grazie ai suoi abbonati. Solo così possiamo garantire ai nostri lettori un'informazione veramente libera, imparziale ma soprattutto senza padroni.
Grazie se vorrai aiutarci in questo progetto ambizioso.

Indonesia, inondazioni causano migliaia di sfollati a Giacarta

0
Migliaia di persone sono state evacuate oggi nella capitale indonesiana Giacarta dopo che le inondazioni hanno travolto la regione. Lo ha reso noto l’agenzia nazionale per le calamità naturali dell’Indonesia in una nota. Le piogge torrenziali cadute ieri hanno infatti provocato inondazioni fino a 3 metri di altezza a Giacarta e nei dintorni, bloccando molte strade e sommergendo oltre mille abitazioni. Le inondazioni hanno sommerso anche un ospedale nella città orientale di Bekasi: l’acqua è penetrata in alcuni reparti e si sono verificate  interruzioni di corrente. Il governatore di Giacarta, Pramono Anung, ha innalzato l’allerta al secondo livello più alto tra quelli critici.

Bruxelles, transizione indietro tutta: la fine delle auto endotermiche può attendere

7

Durante il secondo dialogo strategico per il futuro dell’industria automobilistica, la presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, ha teso la mano alle cause automobilistiche per affrontare quello che ha definito come un periodo di forte incertezza e di grande competizione a livello mondiale. Von der Leyen ha così presentato una proposta per l’industria dell’automotive, basata su tre punti: innovazione tecnologica della guida autonoma; allentamento dei tempi di esame (ed eventuali sanzioni) per i produttori di auto rispetto alle emissioni di CO2 e accelerazione dei lavori di revisione per lo stop ai motori endotermici previsto per i 2035; competitività in materia di produzione di batterie per auto elettriche. In questo modo, la presidente della Commissione UE conferma il rimodernamento del Green Deal e delle stesse politiche europee in materia di transizione, sconfessando di fatto l’agenda “green” dai lei stessa promossa durante la precedente legislatura. Una retromarcia dettata sia dalla crisi che investe il settore automobilistico in Europa, sia dai nuovi equilibri politici europei che hanno visto il forte rafforzamento dei gruppi conservatori che difendono lo status quo industriale.

Accelerare il processo di revisione (inizialmente previsto per il 2026) sullo stop ai motori convenzionali dal 2035 e congelamento delle multe per tre anni per i produttori che non soddisfano i criteri di sostenibilità stabiliti dall’Unione Europea. Questo è uno dei tre punti su cui la Presidente della Commissione UE, Ursula von der Leyen, basa la nuova strategia europea per il futuro dell’industria automobilistica. I nuovi requisiti anti-emissione per le case automobilistiche, già in vigore quest’anno, prevedono una soglia di 95 grammi di CO2 per chilometro guidato. Le sanzioni per chi disattende questa soglia limite vengono però congelate per tre anni, nel tentativo di dare maggior respiro al settore. Quindi, secondo il principio del banking and loan, invece della conformità esaminata su base annuale, le aziende avranno tre anni di tempo per mettersi in regola. Nonostante questa decisione sconfessi in parte le stesse politiche, e gli stessi standard, di cui von der Leyen si è fatta promotrice, la presidente della Commissione Europea ha affermato che «la piena neutralità tecnologica rimane il principio fondamentale».

Von der Leyen ha poi affermato la necessità di una grande spinta nella produzione europea di software e hardware per le auto a guida autonoma. «Sappiamo che la concorrenza globale è feroce. Quindi dobbiamo agire in grande e dobbiamo essere grandi», ha detto. Per questo, sostiene, le aziende dovranno essere in grado di mettere in comune le risorse. L’Unione Europea, dal canto suo, dovrà essere di aiuto nel lanciare progetti pilota su larga scala per la guida autonoma. «Perché l’obiettivo è molto semplice: dobbiamo portare i veicoli autonomi sulle strade europee più velocemente», ha detto von der Leyen.

Infine, la produzione di batterie per veicoli elettrici e l’enorme competizione da parte di produttori stranieri. Senza essere citata direttamente, è chiaro che qui ci si riferisce alla Cina e alla sua capacità di produrre batterie a costi di molto inferiori rispetto ai produttori europei. Nel tentativo di mantenere i costi bassi, così da poter fornire veicoli che non costino troppo rispetto al resto del mercato mondiale, von der Leyen annuncia aiuti diretti da parte delle istituzioni europee. Tradotto, l’Europa darà soldi pubblici alle case automobilistiche per abbassare i costi delle batterie e quindi per mantenere competitivi sul mercato mondiale i veicoli elettrici europei. Insomma, i tanto odiati aiuti di Stato che i neoliberisti rifiutano e che denigrano quando si devono mettere in altri settori dell’economia o quando sono altri Paesi a farlo. Per arrivare a questo obiettivo, spiega von der Leyen, verrà continuato il processo di semplificazione normativa e di riduzione burocratica già annunciato dalla stessa presidente della Commissione quando, di fatto, ha rivisto e rimodellato pesantemente il Green Deal che lei stessa ha tanto voluto.

Insomma, nel tentativo di salvare il settore automobilistico in forte difficoltà, von der Leyen rivede i suoi stessi piani inerenti l’Agenda verde e la transizione Green, promettendo meno burocrazia e, soprattutto, enormi quantità di soldi pubblici alle case automobilistiche per mantenere la loro competitività sul mercato mondiale.

[di Michele Manfrin]

Programma Alimentare Mondiale: chiusi gli uffici in Africa meridionale

0

Il Programma Alimentare Mondiale ha annunciato la chiusura degli uffici in Africa Meridionale, in seguito al taglio dei finanziamenti statunitensi provenienti dalla piattaforma USAID. L’annuncio è arrivato oggi, martedì 4 marzo, e riguarda l’ufficio regionale di Johannesburg, in Sudafrica. Un portavoce dell’ufficio ha affermato che, d’ora in poi, le operazioni di assistenza per la regione meridionale saranno accentrate nell’ufficio di Nairobi, in Kenya. La scorsa settimana, l’amministrazione Trump ha dichiarato che avrebbe rescisso il 90% dei contratti di aiuti esteri di USAID perché non promuovevano gli interessi nazionali dell’America. In totale, si stima siano stati bloccati circa 60 miliardi di dollari in progetti umanitari in tutto il mondo.

Trump avrebbe sospeso tutti gli aiuti militari a Kiev

3

Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, avrebbe sospeso l’invio di tutti gli aiuti militari all’Ucraina. La notizia è apparsa sulla maggior parte dei quotidiani statunitensi, che avrebbero ricevuto conferma da fonti anonime interne alla Casa Bianca, ma non è ancora stata confermata da fonti ufficiali. Secondo quanto riportato dall’emittente statunitense Fox News, particolarmente vicina all’amministrazione Trump, la decisione sarebbe stata presa in seguito alla «condotta» del presidente ucraino durante l’incontro del 28 febbraio presso lo Studio Ovale, giudicata da Trump «irrispettosa» e prova del fatto che Zelensky non sarebbe «pronto alla pace». La sospensione avrebbe lo scopo di costringere Zelensky a trattare; secondo Fox News, sarebbe una soluzione temporanea e riguarderebbe tutti gli aiuti. L’indiscrezione stampa ha sollevato un polverone in tutte le istituzioni del mondo, e ha costretto Zelensky a correre ai ripari e ad annunciare la propria volontà di sedersi a un tavolo di pace.

La notizia dell’eventuale sospensione degli aiuti militari a Kiev gira su tutti i quotidiani e i siti di informazione dalla mattina di oggi, martedì 4 marzo, e in molti la stanno dando praticamente per certa. Dopo aver adeguatamente verificato le varie fonti, si può sostenere che, per il momento, si tratta solo di indiscrezioni apparse sulla stampa. Esse, inoltre, non solo non sono ancora confermate, ma sono anche abbastanza confuse nei dettagli: non è infatti chiaro se lo stop agli aiuti includa tutti i programmi, o solo quelli che devono venire attivati; Fox News sostiene che a venire inclusi sarebbero «tutti» gli aiuti. I giornali statunitensi sembrano però d’accordo sul fatto che la sospensione avrà effetto immediato, e che dunque sarà avviata non appena uscirà la notizia ufficiale. Si tratterebbe, comunque, di una soluzione temporanea, ma non è chiaro fino a quando dovrebbe restare in vigore.

La mancata conferma della notizia non ha impedito ai Paesi di tutto il mondo di esprimersi sulla vicenda. Zelensky ha affermato di essere pronto a parlare di pace, mentre il consigliere presidenziale ucraino Mykhailo Podolyak ha pubblicato una dichiarazione sul social X in cui invita alla calma: «Innanzitutto è necessario valutare quali specifici programmi cesseranno di funzionare, considerando che molti erano già nella fase finale», scrive Podolyak; «non dimentichiamo che l’Ucraina ha già sperimentato sospensioni prolungate dei programmi di aiuto militare degli Stati Uniti e ha imparato ad adattarsi a tali situazioni». Nel suo post, Podolyak parla anche di «cercare alternative per acquistare o acquisire equivalenti dai nostri partner europei», tenendo inoltre aperta l’opzione di «negoziare» con gli USA, riferendosi probabilmente all’accordo sulle terre rare. Malgrado le parole di Podolyak, RBC Ukraine scrive che il deputato ucraino Fedor Venislavsky avrebbe dichiarato che, in assenza del sostegno statunitense, l’Ucraina avrebbe sei mesi di autonomia sul fronte bellico. Il Guardian, invece, riporta che il primo ministro ucraino Denys Shmyhal avrebbe mostrato preoccupazioni circa il mantenimento del sistema aereo di difesa Patriot.

In Russia si respira tutta un’altra aria. Il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov ha parlato di un «grande contributo per la pace», mentre il vertice del comitato per gli affari internazionali della Duma, Leonid Slutsky, ha affermato che la decisione di Trump metterebbe per l’ennesima volta Zelensky in una situazione critica. In Europa, la notizia sta venendo condannata da quasi tutto il panorama politico. Il primo ministro polacco, riportato dai media nazionali, Donald Tusk, sembra aver dato per certa la decisione di Trump, e ha affermato che lo stop agli aiuti all’Ucraina mette l’Europa in uno «stato di emergenza». Il premier ha poi rilanciato le discussioni sul riarmo, ricordando il vertice di Londra, e i recenti annunci militaristi che hanno fatto schizzare le azioni delle maggiori aziende belliche europee. Anche in Francia c’è stata una condanna generale della presunta scelta di Trump, arrivata anche, riporta Le Figaro, da Marine Le Pen. In generale, insomma, la notizia ha scatenato il panico in tutto il Vecchio Continente, che è rapidamente corso a parlare di riarmo e alternative su come continuare a portare avanti la guerra.

[di Dario Lucisano]

L’UE accelera l’avvio del sistema di controllo biometrico alle frontiere

0

Il 2022 avrebbe dovuto segnare l’inizio del grande lancio europeo dell’Entry/Exit System (EES), il sistema di monitoraggio dei confini concepito per registrare i dati biometrici di tutti i viaggiatori provenienti da Paesi esterni allo Spazio Economico Europeo. Nonostante l’implementazione sia stata ripetutamente rinviata per limiti tecnici e le pressioni provenienti dal Regno Unito, il Consiglio Europeo sembra volere più che mai sbloccare la situazione, orientandosi verso l’approvazione di deroghe che consentiranno l’avvio dell’EES già a partire da ottobre 2025.

A seguito della pubblicazione di una proposta normativa datata 28 febbraio, il Consiglio ha avanzato l’idea di procedere con un’implementazione “progressiva” del sistema, una strategia che mira a superare gli ostacoli attuali tramite future negoziazioni, presumibilmente nell’arco di sei mesi. Secondo quanto riportato dalla testata francese The Connexion, discussioni interne alla Commissione per le Libertà civili, la Giustizia e gli Affari interni del Parlamento europeo (LIBE) hanno ipotizzato come data papabile per il lancio l’inizio di novembre, se non addirittura la fine di ottobre.

Le ragioni dei continui rinvii sono molteplici, ma possono essere sintetizzate in tre criticità principali: in primo luogo, non tutte le nazioni europee sono adeguatamente pronte a introdurre il sistema; in secondo luogo, il Regno Unito esprime attraverso attività di lobby un notevole malcontento per il fatto che i suoi cittadini dovranno sottoporsi a controlli più stringenti quando viaggiano verso l’Unione Europea; infine, permangono dubbi sulla capacità dell’infrastruttura digitale di essere resiliente quanto basta per sostenere un’iniziativa così ambiziosa. Per quanto riguarda l’Italia, alcuni aeroporti nazionali hanno acquisito già da tempo i dispositivi per la registrazione biometrica, i quali sono tuttavia rimasti inattivi, in attesa dell’effettiva attuazione dell’EES.

L’obiettivo primario dell’Entry/Exit System consiste nella creazione di un archivio centrale europeo che raccolga, in maniera sistematica, i dati relativi ai passeggeri provenienti da paesi esterni all’area Schengen – dalle generalità fino alle informazioni derivanti dal riconoscimento facciale – al fine di monitorarne identità e movimenti. Pur rappresentando una proposta audace, l’iniziativa rischia di compromettere i diritti fondamentali degli extracomunitari se non adeguatamente regolata, soprattutto in un contesto in cui le situazioni di frontiera sono spesso insufficientemente tutelate, come evidenziato anche dalle criticità del neonato AI Act.

L’interdipendenza tra l’EES e il Sistema europeo di informazione e autorizzazione ai viaggi (ETIAS) evidenzia la complessità della gestione dei flussi migratori e delle misure di sicurezza a livello continentale. ETIAS, che prevede l’introduzione di requisiti di ingresso per i viaggiatori, mira – secondo la Commissione europea – a “identificare i rischi per la sicurezza, la migrazione irregolare e la propagazione di pericoli epidemici posti dai visitatori esenti dall’obbligo del visto“. L’attivazione di ETIAS è prevista a circa sei mesi di distanza dall’effettiva messa in opera dell’Entry/Exit System.

[di Walter Ferri]

Le riforme di Milei: soldi dall’FMI e legge per incatenare l’Argentina all’austerità

1

Con l’avvio dell’attività legislativa del Paese, il presidente argentino Javier Milei ha annunciato nuove misure per rendere ancora più solide le politiche di austerità. Nel suo discorso di apertura delle sessioni ordinarie del Congresso, Milei ha annunciato di aver firmato un nuovo accordo con il Fondo Monetario Internazionale, che prevederebbe l’erogazione di fondi da utilizzare per rimborsare il debito del Paese con la Banca Centrale. Questa strategia, sostiene il presidente, fornirebbe maggiore stabilità finanziaria al Paese, aprendo la strada all’eliminazione dei controlli valutari da parte della banca e attirando gli investitori. Milei, inoltre, ha annunciato ulteriori ridimensionamenti della spesa pubblica e una proposta di legge per rendere obbligatorio il mantenimento del surplus fiscale: lo scopo di tale legge sembrerebbe quello di impedire ai governi successivi di generare nuovo deficit e rendere più difficile l’aumento degli investimenti statali.

Gli annunci di Milei sono arrivati durante l’inaugurazione delle attività parlamentari del Paese, che si tiene ogni anno il 1° marzo. Durante questa occasione, il presidente tiene un discorso davanti ai parlamentari, in cui traccia un bilancio della situazione del Paese e annuncia le priorità e le iniziative del governo per l’anno legislativo, che si estende fino al 30 novembre. In un discorso di circa un’ora, Milei ha annunciato diverse misure per rilanciare la propria politica di tagli alla spesa pubblica. Il presidente ha ipotizzato una misura per «convertire in legge una verità indiscutibile dell’economia argentina: il deficit fiscale è la madre di tutti i mali della storia del Paese». Quello che ha in mente Milei è «rendere obbligatorio l’equilibrio fiscale per qualsiasi bilancio statale, sia nazionale che subnazionale», blindando il surplus fiscale, o, alla peggio, pareggiando il bilancio statale. Il presidente, insomma, propone una legge che impedisca alle politiche economiche statali su tutti i livelli di spendere più di quanto incassano. «Tuttavia, l’equilibrio fiscale non è sufficiente», continua Milei: «È necessario accompagnarlo con una forte riduzione della spesa pubblica per restituire alla società ciò che lo Stato oggi confisca attraverso le tasse».

Proprio riguardo a questi ultimi punti, Milei ha annunciato di avere in programma una serie di riforme strutturali per semplificare l’imposizione delle imposte e tagliare la spesa pubblica, raggiungendo la soglia limite del 25% del PIL. In conclusione al suo discorso, il presidente argentino ha annunciato di aver trovato un accordo con l’FMI che sottoporrà al Parlamento per l’approvazione. Il valore del finanziamento è ignoto, ma i giornali sudamericani lo stimano a 11 miliardi di dollari; a oggi, l’Argentina deve all’FMI oltre 40 miliardi di dollari ed è il più grande debitore del Fondo. Questo nuovo finanziamento dell’FMI servirebbe a pagare il debito dell’Argentina nei confronti della Banca Centrale, in modo da tagliare le eventuali limitazioni che potrebbero venire imposte dall’istituto finanziario e dare un’immagine di maggiore stabilità agli investitori esteri.

Da quando è al governo, Milei ha diminuito drasticamente la spesa pubblica, come annunciato nel cosiddetto “Patto di Maggio”, che, tra le altre cose, prevede un taglio della spesa pubblica fino a raggiungere il 25% del PIL, la riduzione della pressione fiscale e incentivi al commercio, il tutto da portare avanti mediante una massiccia deregolamentazione e privatizzazione delle società statali e a partecipazione statale. Questa soluzione ha raggiunto risultati a livello macroeconomico, diminuendo drasticamente l’inflazione e rafforzando il peso argentino, ma sembra gravare sulle fasce medie e basse della popolazione. Nel primo semestre del 2024, l’Argentina ha registrato un aumento del prezzo del paniere e un’impennata negli indici di povertà. Secondo studi indipendenti, tuttavia, i livelli di indigenza sembrano iniziare a diminuire; non è ancora disponibile il dato ufficiale, se non una breve anticipazione. Anche il prezzo delle abitazioni sono lievitati: gli affitti, malgrado l’introduzione di una legge per calmierarne i prezzi, che ha alleggerito il carico dei nuovi contratti, sono aumentati del 253% su base annuale. Inoltre, alcuni degli stessi risultati macroeconomici sono messi in discussione da diversi economisti: il debito pubblico complessivo, infatti, è diminuito di 38,8 miliardi, ma c’è chi – come lo stesso ministero delle Finanze argentino – ritiene sarebbe più corretto guardare il debito della sola Amministrazione Centrale in rapporto al PIL; in  tal caso esso risulta aumentato di 41 miliardi.

[di Dario Lucisano]

Serbia, granate fumogene in parlamento contro il governo: due feriti

0
Oggi alcuni parlamentari dell’opposizione serba hanno lanciato granate fumogene e gas lacrimogeni all’interno del parlamento per protestare contro il governo e sostenere le proteste studentesche, che scendono in piazza da mesi accusando l’esecutivo di corruzione e incompetenza. Durante il caos, un parlamentare è rimasto ferito e un altro è stato colpito da ictus. Oggi il Parlamento avrebbe dovuto approvare una legge volta ad aumentare i fondi per le università, una delle principali richieste degli studenti che bloccano le facoltà da dicembre, ma altri punti inseriti nell’agenda dalla coalizione al governo hanno fatto infuriare l’opposizione e scoppiare il caos in aula.