Forti piogge e raffiche violente hanno colpito l’Isola del Nord della Nuova Zelanda, causando gravi disagi a trasporti ed energia. Oggi, lunedì 16 febbraio, sono stati sospesi numerosi voli, treni e traghetti, con strade chiuse e circa 30mila case rimaste senza luce. All’aeroporto di Wellington alcune partenze sono riprese nel pomeriggio, ma le cancellazioni restano diffuse. Air New Zealand ha bloccato le operazioni a Wellington, Napier e Palmerston North, auspicando una ripresa con il miglioramento del meteo. Le immagini mostrano allagamenti, case invase dall’acqua, alberi abbattuti e strade danneggiate. Residenti parlano di condizioni «terrificanti».
Corruzione in Ucraina: ex ministro dell’Energia arrestato mentre scappava in treno
Nuovi sviluppi nell’inchiesta «Midas» scuotono il vertice politico di Kiev. Nella notte tra il 14 e il 15 febbraio l’ex ministro dell’Energia German Galushchenko è infatti stato fermato mentre tentava di lasciare il Paese attraversando il confine in treno. A renderlo noto è stata la National Anti-Corruption Bureau of Ukraine (NABU), che coordina le indagini su un presunto sistema corruttivo radicato nel settore energetico. Galushchenko, dimessosi a novembre dopo l’emersione dello scandalo, avrebbe provato a espatriare richiamando il proprio status familiare. Gli investigatori ipotizzano un giro complessivo di tangenti da circa 100 milioni di dollari, con vantaggi personali per l’ex ministro, maturati mentre il Paese affrontava blackout legati agli attacchi russi. L’inchiesta lambisce anche ambienti vicini al presidente Volodymyr Zelensky e altri funzionari che hanno già lasciato l’incarico.
L’operazione è scattata grazie a un meccanismo di allerta preventiva: le autorità di frontiera avevano ricevuto una richiesta di segnalazione dalla NABU e dalla Procura speciale anticorruzione (SAPO), una procedura standard per chi è coinvolto in procedimenti penali. È stato così possibile bloccare il treno su cui viaggiava l’ex ministro e farlo scendere. La conferma ufficiale dell’arresto è arrivata direttamente dall’ufficio anticorruzione: «Oggi, mentre attraversava il confine di Stato, gli investigatori della Nabu hanno arrestato l’ex ministro dell’Energia nell’ambito del caso ‘Midas’. Le prime indagini sono in corso in conformità con i requisiti di legge e un ordine del tribunale». Testimonianze giornalistiche e fonti investigative hanno collegato l’operazione ai provvedimenti disposti lo scorso novembre, quando gli inquirenti effettuarono perquisizioni nelle abitazioni dell’imprenditore Timur Mindich e in uffici ministeriali, episodi che segnarono l’inizio del clamore pubblico attorno al caso. All’epoca, Volodymyr Zelensky intervenne pubblicamente per chiedere la testa dei ministri coinvolti. Galushchenko, che aveva sempre respinto le accuse, fu sollevato dall’incarico pochi giorni dopo quelle dichiarazioni.
Secondo quanto emerso lo scorso novembre dall’indagine dell’Ufficio nazionale anticorruzione dell’Ucraina (la NABU), durata 15 mesi, circa 100 milioni di dollari destinati a proteggere le centrali elettriche dal sabotaggio russo sarebbero stati in realtà sottratti da alcuni funzionari a partire dal 2022. La NABU ha soprannominato l’inchiesta operazione “Midas” e ha raccolto prove secondo cui i funzionari corrotti chiedevano una tangente tra il 10 e il 15 per cento ai fornitori dell’Energoatom, l’azienda statale dell’energia nucleare, in cambio della possibilità di concludere affari senza subire blocchi interni. I nastri diffusi dalla NABU affermano che circa 1,2 milioni di dollari sono andati nelle tasche di un ex vice primo ministro (Oleksiy Chernyshov), che gli indagati chiamavano “Che Guevara”.
Sebbene Zelensky abbia promesso di riorganizzare il settore energetico ucraino accogliendo con favore l’indagine dell’Agenzia anticorruzione e sostenendo le dimissioni dei ministri coinvolti, solo la scorsa estate il presidente ucraino aveva tentato di smantellare gli uffici anticorruzione della nazione (la NABU e la SAPO, la Procura speciale anticorruzione). Solo le veementi proteste popolari lo costrinsero, suo malgrado, a fare marcia indietro. Alla fine del mese, poi, Andriy Yermak – consigliere presidenziale e stretto alleato di Zelensky – si è dimesso dopo la perquisizione del suo appartamento nell’ambito della medesima inchiesta. Zelensky lo ha lodato, dichiarando però che «non ci dovrebbe essere motivo di essere distratti da nient’altro che dalla difesa dell’Ucraina». Secondo indiscrezioni, Yermak sarebbe stato in procinto di partire per gli USA per colloqui di pace con figure legate a Donald Trump, tra cui Jared Kushner e Steve Witkoff.
Iran: “l’AIEA potrà ispezionare i nostri siti nucleari”
Cortina ’26, commesso dice “Palestina libera” ai tifosi israeliani: licenziato
Ha fatto il giro del web il video ritraente Ali Mohamed Hassan, commesso in un negozio delle Olimpiadi, impegnato in un acceso confronto con un gruppo di israeliani che ha poi diffuso le immagini. «Dillo di nuovo», dice una sostenitrice della spedizione israeliana a Milano-Cortina mentre impugna il cellulare: «Free Palestine» è la risposta pronunciata più volte da Hassan. Nessun insulto o atteggiamento offensivo, neanche a telecamere spente, secondo quanto emerso. Poche ore dopo la diffusione del video, Ali Mohamed Hassan è stato licenziato. Gli organizzatori hanno giustificato il provvedimento con un richiamo al divieto di manifestare “opinioni politiche personali” sul posto di lavoro. Nel frattempo si è messa in moto la macchina della solidarietà dal basso, con migliaia di persone che hanno mostrato vicinanza ad Hassan, annunciando la volontà di lanciare una raccolta fondi.
«Free Palestine» sono le due parole ripetute da Hassan nel confronto con un gruppo di tifosi israeliani, i quali sarebbero entrati nel negozio brandendo provocatoriamente le proprie bandiere davanti al personale. «Bravo, ce l’hai fatta, hai liberato la Palestina», dice una donna con tono sarcastico. Il gruppo rivendica poi il diritto di Israele a partecipare alle Olimpiadi «come qualsiasi altro Paese». Non proprio tutti, vista l’esclusione della Russia e della Bielorussia per la guerra in Ucraina e la disparità di trattamento per l’appunto con Israele che nonostante il genocidio a Gaza ha potuto suonare il proprio inno, sfilare e gareggiare con la propria bandiera. Chi accenna una protesta e pronuncia due parole viene invece licenziato, con i datori di lavoro che liquidano diritto internazionale e posizioni umanitarie parlando di “opinioni politiche personali”.
Quello andato in scena nel negozio di Milano-Cortina ’26 è uno schema già visto. Prima il confronto a telecamere spente, poi il telefono impugnato per registrare e infine la diffusione del video con l’obiettivo di denunciare presunti attacchi antisemiti. È successo la primavera scorsa a Napoli, dove due turisti israeliani — Geula e Raul Moses — hanno difeso i crimini del proprio Paese, dipingendolo come un’oasi di pace e trovando la reazione di Nives Monda, ristoratrice della Taverna Santa Chiara. Quando Monda ha ribadito la posizione di condanna verso il genocidio palestinese in atto, Geula e Raul Moses hanno iniziato a riprendere col proprio smartphone, accusando ripetutamente la titolare di antisemitismo e di «supportare i terroristi». Anche in quel caso il confronto ha fatto il giro del web. Vedendo le immagini del caso mediatico, il gruppo barese Donne in nero ha riconosciuto Geula Moses come la donna che il 26 aprile scorso «si è fermata davanti a noi e iniziato a provocare apostrofandoci con offese e parolacce. Ci ha chiamate terroriste e amiche di Hamas. Noi abbiamo mantenuto il silenzio ma non è servito a fermarla. Lo schema è lo stesso: lei provoca e il marito riprende col telefono».
Proprio come successo in passato, anche con Ali Mohamed Hassan si è messa in moto la macchina della solidarietà dal basso. Migliaia di commenti e messaggi di supporto hanno inondato il giovane, che in poche ore si è ritrovato senza lavoro. I solidali hanno manifestato la volontà di lanciare una raccolta fondi e di strutturare un supporto legale di fronte a quello che viene bollato come un licenziamento illegittimo, affiancando il ragazzo nella ricerca di un nuovo lavoro.
È morto Michele Albanese, giornalista anti-‘ndrangheta sotto scorta
È morto a 66 anni, all’ospedale di Cosenza, il giornalista Michele Albanese, ricoverato da mesi in Rianimazione dopo un infarto. Nato a Cinquefrondi (Reggio Calabria), era una firma storica del Quotidiano del Sud, nella redazione di Gioia Tauro, e collaboratore dell’Ansa. Per anni ha raccontato le infiltrazioni della ’ndrangheta nella Piana, firmando inchieste rilevanti, tra cui quella sull’“inchino” della Madonna di Polsi davanti alla casa di un boss. Dal 2014 viveva sotto scorta per le minacce ricevute dagli ‘ndranghetisti. Lascia la moglie e due figlie.
Ucraina, scandalo corruzione: arrestato ex ministro dell’Energia
Il sito pirata che ha rubato tutte le canzoni di Spotify
«Il furto sfacciato di milioni di file, contenenti la quasi totalità delle registrazioni sonore commerciali del mondo, ad opera di un gruppo di pirati informatici anonimi privi di alcuno scrupolo nei confronti della legge».
Si apre così il documento con cui Spotify ha formalmente accusato il sito pirata Anna’s Archive di aver rubato dal proprio database una quantità impressionante di musica. 86 milioni di brani, per la precisione.
La vicenda è emersa ufficialmente nel dicembre scorso, quando i gestori del sito, già noto per ospitare la più grande “biblioteca ombra” del mondo digitale, hanno annunciato l’intenzione di creare un “archivio di conservazione” musicale accessibile a tutti. Secondo quanto dichiarato, l’archivio includerebbe la stragrande maggioranza delle tracce presenti su Spotify, complete di album, copertine, metadati e informazioni sugli artisti. In pratica tutto, tranne la pubblicità. La risposta di Spotify è stata immediata. Insieme ai tre principali gruppi discografici statunitensi, Warner Music Group, Sony Music Entertainment e Universal Music Group, la piattaforma ha presentato una denuncia presso la corte distrettuale di New York. Il primo risultato è stato che a gennaio il giudice ha emesso un’ingiunzione preliminare che ha bloccato il dominio principale di Anna’s Archive, rendendolo di fatto inaccessibile. Un problema che in realtà è stato risolto rapidamente dagli amministratori del sito, che hanno creato nuovi domini appoggiandosi a server collocati fuori dagli Stati Uniti e sono tornati online nel giro di pochi giorni. D’altronde, come già detto da Spotify, sono “pirati informatici”.
La più grande piattaforma di streaming al mondo è quindi passata alle maniere forti, chiedendo come risarcimento una cifra vagamente intimidatoria: 13mila miliardi di dollari.
Forse è il caso di scriverlo due volte: 13MILA MILIARDI di dollari.
I responsabili di Anna’s Archive non hanno fornito alcuna risposta formale alla denuncia (d’altronde sono “anonimi”) e nei primi giorni di febbraio hanno rilanciato rendendo disponibile su torrent un primo blocco di 2,8 milioni di brani sottratti a Spotify (d’altronde, sono “privi di alcuno scrupolo”).

Case discografiche e tribunali contro il web che ruba le canzoni e le distribuisce gratis: sembra di essere tornati di colpo nel 2001.
A luglio di quell’anno una sentenza federale aveva obbligato Napster, il principale portale per lo scambio di musica online, a chiudere i battenti, segnando di fatto la fine della prima grande battaglia legale sul tema della protezione del diritto d’autore sul web. Proprio in quel periodo, negli Stati Uniti, i membri di una band allora semisconosciuta chiamata Wilco stavano completando la registrazione del loro quarto disco in studio, Yankee Hotel Foxtrot, ma avevano un problema: la loro casa discografica non voleva pubblicarlo. Il motivo era ancora una volta legato alla pirateria online. Le etichette avevano perso moltissimi soldi da quando Napster era entrata in attività e, di conseguenza, erano diventate molto più prudenti nella pubblicazione dei dischi. Il nuovo lavoro dei Wilco, che sperimentava sonorità diverse rispetto al passato, non era considerato commercialmente interessante e la loro casa discografica, la Reprise Records, temeva che non sarebbe stato un buon affare. A complicare le cose è arrivato l’11 settembre e il crollo delle Torri Gemelle. In quel clima da psicodramma collettivo, nessuno negli uffici della Reprise riteneva saggio far uscire un disco che includeva una traccia dal titolo “Ashes of American Flags”.
A quel punto, i Wilco decisero di lasciare la loro casa discografica per tentare di pubblicare il disco da soli, ma si trovarono in trappola: le canzoni, registrate a spese della Reprise, non erano legalmente di loro proprietà, bensì della etichetta. In pratica erano una band che voleva pubblicare un album che non possedeva. La salvezza arrivò inaspettatamente dal web. Jeff Tweedy, il leader della band, raccontò pubblicamente tutta la vicenda, condividendo con i fan i retroscena del rifiuto dell’etichetta e della battaglia legale. In poco tempo si formò online un ampio movimento di protesta che chiedeva alla Reprise di restituire i brani ai Wilco, in modo che potessero finalmente pubblicarli. In pratica una delle prime shitstorm della storia della musica. Alla fine l’etichetta cedette alle pressioni e rinunciò ai diritti sul disco. I Wilco a quel punto fecero un’altra mossa inaspettata: misero l’album in ascolto gratuito sul loro sito web, come modo per ringraziare tutti i fan che li avevano sostenuti nella loro battaglia.
Fu probabilmente la scelta che cambiò per sempre la carriera dei Wilco.
In pochi giorni, centinaia di migliaia di persone si collegarono al sito per ascoltare il disco in streaming, creando una promozione senza precedenti. Poche settimane dopo, i Wilco trovarono un accordo con una nuova casa discografica, la Nonesuch Records, e diedero finalmente l’album alle stampe. Nonostante molti lo avessero già ascoltato gratuitamente, Yankee Hotel Foxtrot fu anche un successo commerciale, arrivando al 13° posto nella classifica degli album più venduti. Nel 2020, la rivista Rolling Stone lo ha inserito al 225° posto nella classifica dei 500 dischi più belli di tutti i tempi, consacrandolo come uno degli album più influenti della musica americana contemporanea.
Ora siamo nel 2026. L’industria musicale non ha più nulla a che vedere con quella del 2001. Sono cambiate le regole, i modelli di vendita, le modalità di ascolto. Eppure certe tensioni restano le stesse. Spotify ha intentato una causa contro un sito pirata chiedendo un risarcimento di 13mila miliardi di dollari. Una cifra che fa girare la testa. Come ci sono arrivati? Stimando un valore di 150 mila dollari per ogni singola traccia e moltiplicandolo per il numero totale dei brani sottratti: 86 milioni. Viene da chiedersi se nei calcoli ci siano finite anche le tracce di Yankee Hotel Foxtrot. E cosa ne pensano i Wilco, che crearono il loro successo proprio grazie alla distribuzione gratuita delle loro canzoni.
Una di queste in particolare, uscita poco dopo l’11 settembre e giudicata dalla Reprise Records “non abbastanza forte” per essere un singolo, parla di torri che tremano.









