giovedì 3 Aprile 2025
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Francia, Le Pen colpevole al processo per appropriazione indebita

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Si è concluso con una condanna il processo alla leader del partito Rassemblement National, Marine Le Pen, accusata di essere al centro di un ampio «sistema di appropriazione indebita» di fondi pubblici del Parlamento europeo. Le pene non sono ancora state comunicate, ma Le Pen rischia una condanna detentiva fino a 10 anni e una multa fino a 1 milione di euro. Potrebbe inoltre venirle imposto il divieto di candidarsi a una carica pubblica per cinque anni, che le impedirebbe di presentarsi alle elezioni presidenziali del 2027. Le Pen può ora presentare ricorso in appello. In tal caso, si andrà a un nuovo processo, probabilmente nel 2026.

Marcia “stop pesticidi”: in migliaia in piazza per un’agricoltura più sostenibile

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Un fiume di persone ha attraversato le colline trevigiane per l’ennesima edizione della Marcia “Stop Pesticidi”. In una domenica soleggiata, oltre 1.500 manifestanti hanno percorso la strada tra Cison di Valmarino e Follina, in provincia di Treviso, unendosi nella richiesta di un’agricoltura libera dai pesticidi di sintesi, capace di rispettare la biodiversità e la salute pubblica. Striscioni colorati, slogan e interventi hanno scandito il cammino di ambientalisti, agricoltori, cittadini e rappresentanti di numerose associazioni, con un obiettivo chiaro: riportare al centro del dibattito la necessità di politiche agricole più sostenibili.

«La nostra lotta non si ferma. Chiediamo l’adozione di misure concrete per ridurre i pesticidi e proteggere la salute dei cittadini e dell’ambiente», hanno dichiarato gli organizzatori della marcia. Tra i partecipanti spiccano le adesioni di grandi organizzazioni nazionali come Legambiente, WWF, LIPU e Navdanja, oltre a sindacati come la Flai CGIL e numerosi biodistretti. Il corteo ha ribadito con forza la necessità di una svolta politica in un momento critico per il futuro dell’agricoltura europea. La recente decisione della Commissione Europea di accantonare il Regolamento sull’uso sostenibile dei fitofarmaci (SUR), eliminando l’obiettivo di dimezzare i pesticidi entro il 2030, ha infatti generato forte preoccupazione tra gli attivisti, che temono un arresto nel percorso verso un’agricoltura più ecologica e meno dipendente dalla chimica di sintesi.

Il percorso della manifestazione si è concluso all’abbazia di Follina, dove si sono tenuti gli interventi finali. «L’Italia attende da anni un Piano di azione nazionale aggiornato per l’uso sostenibile dei pesticidi, scaduto nel 2019 e mai rinnovato con misure più stringenti – ha dichiarato Angelo Gentili, responsabile Agricoltura di Legambiente – Servono regole chiare e coraggiose, a partire dall’adozione di distanze minime di sicurezza per i trattamenti fitosanitari, ancora disattese. Il futuro del settore non può essere basato sulla chimica, ma su innovazione, agroecologia e tutela degli ecosistemi». Parallelamente alla marcia, dal 20 al 30 marzo si è svolta la Settimana per le alternative ai pesticidi, un’iniziativa internazionale per promuovere pratiche agricole più sostenibili. Legambiente ha partecipato attivamente con un webinar dedicato, ribadendo la necessità di incentivare metodi di coltivazione basati sull’agroecologia e su soluzioni naturali per la difesa delle colture.

I dati scientifici confermano le preoccupazioni dei manifestanti. Diversi studi hanno infatti evidenziato la correlazione tra l’esposizione ai fitofarmaci e l’aumento di patologie croniche, mentre la perdita di biodiversità nei territori più colpiti è ormai evidente. Il declino degli impollinatori come le api, fondamentali per la produttività agricola, è una delle conseguenze più allarmanti, così come la contaminazione delle falde acquifere e la presenza di residui di pesticidi nei cibi. Lo scorso novembre, oltre 260mila cittadini europei hanno sottoscritto una petizione indirizzata alla Commissione UE, chiedendo espressamente all’esecutivo europeo di dare priorità politica alla riduzione dell’uso dei pesticidi. La petizione è stata sostenuta da numerose organizzazioni ambientaliste e associazioni attive nel settore della protezione dell’ambiente e dell’agricoltura, ma anche da molti esperti di salute pubblica e biologi. Tre gli obiettivi fondamentali al centro dell’istanza: la reintroduzione della riduzione dei pesticidi nella politica dell’UE, il ripristino di obiettivi ambiziosi per sistemi di produzione alimentare sostenibili e la protezione della salute pubblica e dell’ambiente.

[di Stefano Baudino]

Trump senza freni minaccia dazi a Putin, bombe all’Iran e piani militari per la Groenlandia

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Donald Trump è tornato a lanciare minacce contro chiunque non si adegui alle sue decisioni. In risposta alle dichiarazioni di Putin, che ha suggerito di porre Kiev sotto un’amministrazione temporanea per svolgere nuove elezioni e siglare gli accordi di pace, Trump si è detto «molto arrabbiato» e pronto ad aumentare i dazi sul petrolio russo. Sempre a proposito di dazi, mercoledì 3 aprile dovrebbero arrivare nuovi annunci, questa volta su scala globale, contro chiunque decida di rispondere alle sue tariffe. Ancora più duro l’approccio nei confronti dell’Iran che, visto lo stallo nei dialoghi sul programma nucleare, il presidente ha minacciato senza mezzi termini di bombardare e colpire con tariffe secondarie. Trump ha detto di non escludere un intervento militare anche in Groenlandia. In generale, il magnate sembra voler applicare la logica del più forte anche sul fronte della politica interna, tanto da aver anticipato di voler correre per un terzo mandato, vietato dalla Costituzione degli Stati Uniti.

Le dichiarazioni di Trump sono arrivate una di seguito all’altra a partire da venerdì 28 marzo. Dopo aver ricucito i rapporti con Zelensky e, almeno apparentemente, riaperto la strada a un potenziale accordo sulle terre rare, Trump ha difeso la legittimità di Zelensky, messa in discussione dal presidente Putin. In un’intervista alla rete statunitense NBC, Trump ha affermato di essere «molto arrabbiato» (il termine usato è «pissed off», traducibile più letteralmente con «incazzato») con il presidente russo, con cui prevede di parlare in settimana. La dichiarazione è arrivata nella giornata di venerdì, dopo che Putin ha suggerito di porre l’Ucraina sotto una forma di amministrazione temporanea per consentire lo svolgimento di nuove elezioni e facilitare la firma di accordi definitivi per un cessate il fuoco, mettendo in discussione la credibilità del presidente ucraino. La proposta è stata ritenuta inaccettabile dal magnate, che ha così minacciato dazi fino al 50% su tutto il petrolio russo qualora ritenesse che Mosca ostacoli i suoi sforzi per porre fine alla guerra in Ucraina. Ha aggiunto che le tariffe potrebbero entrare in vigore entro un mese, a meno che non venga raggiunto un cessate il fuoco. Nell’arco di due giorni, il presidente USA ha già cambiato l’oggetto delle sue minacce, parlando direttamente a Zelensky: secondo quanto riportato dall’agenzia di stampa Reuters, domenica Trump ha dichiarato che il presidente ucraino vuole tirarsi indietro dall’accordo sui minerali critici, sottolineando che «se lo dovesse fare avrebbe dei problemi; grossi, grossi problemi».

Gli sforzi – e le minacce – di Trump sono arrivati anche in altre aree del vecchio continente, dove sono continuati tanto il braccio di ferro sui dazi quanto le pressioni in Groenlandia. Lo stesso venerdì, il vicepresidente JD Vance è arrivato sull’isola danese e ha visitato la base militare statunitense Pituffik, dove ha pronunciato un discorso per rimarcare le ambizioni statunitensi. Vance ha accusato la Danimarca di non difendere adeguatamente la Groenlandia, sostenendo che gli USA le garantirebbero maggiore tranquillità e sicurezza dalle ingerenze esterne. Il vicepresidente ha infatti sottolineato che il Paese ha bisogno dell’isola per questioni di sicurezza nazionale e internazionale e che in molti, Cina in primis, avrebbero gli occhi sulla Groenlandia. Sebbene Vance abbia tranquillizzato gli animi affermando che non crede ci sarà bisogno di un intervento militare da parte degli Stati Uniti, Trump, in occasione della visita del vicepresidente, ha sottolineato di non escludere l’opzione e che, in una forma o nell’altra, gli USA controlleranno l’isola. La Groenlandia è effettivamente una terra particolarmente strategica negli interessi di Trump, perché è dotata di diverse risorse e si colloca in un’area sensibile del Mar Artico. In generale, i leader danesi e quelli groenlandesi non hanno mai risparmiato le critiche verso le affermazioni dell’amministrazione statunitense e, anche in questa circostanza, hanno sottolineato che l’isola non è in vendita e che le pressioni e le accuse statunitensi sono da considerarsi «inaccettabili».

Spostandosi a est, e precisamente in Iran, le minacce di Trump si sono fatte molto più concrete. Il presidente lamenta lo stallo registratosi nei dialoghi sulla revisione del programma nucleare del Paese. In particolare, gli USA chiedono all’Iran di ridurre le attività nucleari e minacciano di bombardare il Paese e di introdurre nuove sanzioni e nuovi dazi. Teheran ha affermato di non voler avere colloqui diretti con Trump, ma si è detta pronta a svolgere colloqui indiretti. L’Ayatollah Khamenei ha inoltre affermato che qualsiasi attacco non avverrà senza risposta e ha smentito le accuse secondo cui l’Iran starebbe aumentando le attività nucleari per produrre armi atomiche. Questa situazione si inserisce in un contesto di crescenti tensioni tra Iran e Stati Uniti: nel 2017, durante il suo primo mandato, Trump ha ritirato gli Stati Uniti dall’accordo nucleare con l’Iran siglato nel 2015, che introduceva limitazioni sulle attività nucleari del Paese in cambio di un alleggerimento delle sanzioni. Trump ha così reintrodotto sanzioni economiche contro l’Iran, che ha ripreso le attività di arricchimento dell’uranio oltre i limiti stabiliti dall’accordo.

Nei primi due mesi e mezzo di amministrazione, Trump ha sempre portato avanti la tattica diplomatica del “bastone e della carota”, alternando, sia in faccende interne che in politiche estere, atteggiamenti gratificanti e aperti al dialogo a tecniche persuasive di stampo fortemente autoritario. Lo si è visto nella politica dei dazi, prima annunciati, poi ritirati per qualche mese, successivamente glorificati, e forse ancor di più con il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, che da solido alleato è diventato «comico mediocre e dittatore non eletto» da umiliare in mondovisione, per poi tornare a essere un partner da difendere strenuamente. In generale, l’approccio sembra essere sempre quello: avanzare grandi richieste e minacciare gravi ritorsioni per suscitare una reazione, aspettare una risposta, e riproporre la stessa logica, fino all’ottenimento del risultato sperato.

[di Dario Lucisano]

Terremoto in Birmania, i morti salgono a oltre 2.000

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Continua ad aggravarsi il bilancio delle vittime del sisma che venerdì ha colpito la Birmania e la Thailandia. Secondo quanto ha riferito la giunta militare birmana, i morti sarebbero saliti ad almeno 2.028, mentre i feriti sarebbero 3.408. Le prime stime dell’Us Geological Survey suggerivano che il numero di vittime potrebbe superare le diecimila unità. La situazione è ancora critica anche a Bangkok, dove vibrazioni e crepe si sono registrate in edifici governativi dai dipendenti rientrati oggi in ufficio dopo l’evacuazione di venerdì. Diverse strutture sono state nuovamente evacuate e migliaia di persone si sono riversate in strada.

Paesi Bassi: le proteste fermano il finto progetto “green” della centrale a biomassa

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Vattenfall, la terza più grande azienda dei Paesi Bassi nel settore dell'energia, ha abbandonato il proprio progetto di costruzione di una enorme centrale a biomassa del Paese. La decisione è stata accolta come una vittoria da parte dei comitati ambientalisti, che si opponevano al progetto sostenendo che la combustione di pellet di legno sia responsabile di più emissioni di carbonio che non la combustione del carbone. Gli scienziati stanno infatti collezionando sempre più prove del fatto che gli impianti a biomassa legnosa inquinano fino a tre volte di più rispetto a quelli che impiegano combu...

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Yemen, Houthi attaccano 3 volte in 24 ore la portaerei USA

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Nelle ultime 24 ore, i ribelli Houthi hanno attaccato per tre volte la portaerei USS Harry S. Truman nel Mar Rosso, utilizzando missili da crociera, droni e forze navali. Lo ha dichiarato il portavoce delle forze armate Houthi, Yahya Saree, sul canale televisivo yemenita Al-Masirah. Gli attacchi si inseriscono nel contesto dell’operazione militare statunitense annunciata il 15 marzo da Donald Trump contro gli Houthi, che controllano un terzo dello Yemen. Gli USA giustificano l’intervento evidenziando gli attacchi dei ribelli alle navi commerciali nel Mar Rosso e nel Golfo di Aden. La USS Harry S. Truman, base dell’operazione, continua a colpire obiettivi Houthi.

Crolla palazzina nel pavese: estratti vivi gli occupanti

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Questa mattina, poco prima delle 11, si è verificata un’esplosione in una villetta indipendente su più piani a Villanterio, in provincia di Pavia, con i muri esterni che hanno ceduto e sono crollati in strada. Sul posto sono subito intervenuti i soccorritori del 118 e i vigili del fuoco. In un primo momento, oltre a una persona estratta in vita, si cercavano tre possibili dispersi sotto le macerie, che sono poi stati individuati in forte stato di choc. Si pensa che la deflagrazione sia stata causata da una fuga di gas. L’alloggio è stato dichiarato inagibile.

Gaza: Israele lancia una nuova invasione e intanto spara a pompieri e ambulanze

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L’escalation militare israeliana nella Striscia di Gaza non si ferma. Nelle ultime ore, l’esercito di Tel Aviv ha ampliato la sua offensiva terrestre nella regione meridionale, avanzando nel quartiere di al-Jneina a Rafah, con l’obiettivo dichiarato di creare una zona cuscinetto lungo i confini. Mentre le truppe affermano di voler colpire le infrastrutture di Hamas e presunti obiettivi militari con raid aerei, gli attacchi indiscriminati bersagliano anche ambulanze e squadre di soccorso: le forze israeliane hanno infatti ammesso di aver aperto il fuoco su veicoli di emergenza, uccidendo almeno un soccorritore. Intanto, le trattative per una tregua restano incerte, con Israele che ha risposto con una controproposta alla nuova offerta di cessate il fuoco proposta dall’Egitto, già accettata da Hamas.

L’IDF ha confermato di aver intensificato le operazioni nel sud di Gaza, prendendo di mira depositi di armi, lanciarazzi ed edifici che sarebbero stati utilizzati come basi operative dai militanti. Secondo le forze israeliane, i bombardamenti e le incursioni avrebbero eliminato diversi combattenti di Hamas e della Jihad islamica. Tuttavia, il prezzo pagato dalla popolazione civile è sempre più alto: secondo le autorità sanitarie di Gaza, il bilancio delle vittime palestinesi dall’inizio dell’offensiva israeliana ha superato i 50.277 morti, con oltre 114mila feriti. Il bilancio è tornato irrimediabilmente ad aggravarsi dopo che la tregua è stata rotta unilateralmente da Tel Aviv, che non ha terminato di rispettare la prima fase del cessate il fuoco. Nel frattempo, Israele ha risposto con una propria controproposta alla nuova offerta di tregua avanzata dall’Egitto e accettata da Hamas. Secondo la proposta originale, Hamas avrebbe rilasciato cinque ostaggi, tra cui un cittadino israelo-americano, in cambio della sospensione delle operazioni israeliane per alcune settimane, dell’ingresso di aiuti umanitari nella Striscia e della liberazione di centinaia di prigionieri palestinesi. Israele, però, non ha fornito dettagli precisi sulla propria risposta, che sarebbe stata elaborata in coordinamento con gli Stati Uniti.

Tra i crimini più gravi commessi nelle ultime ore, Israele ha ammesso di aver aperto il fuoco su veicoli di soccorso. L’episodio è avvenuto nel quartiere di Tal al-Sultan, a Rafah, dove le truppe hanno colpito ambulanze e camion dei vigili del fuoco. Secondo l’esercito israeliano, i veicoli avrebbero avanzato in maniera sospetta verso le forze armate, giustificando così l’attacco. Hamas ha definito l’episodio un crimine di guerra, denunciando la morte di almeno un soccorritore e la distruzione di mezzi della protezione civile e della Mezzaluna Rossa Palestinese. Il giorno successivo all’attacco, la protezione civile di Gaza ha annunciato di aver perso i contatti con sei membri della squadra di emergenza inviata nella zona colpita. Quando finalmente sono riusciti a raggiungere il luogo dell’attacco, hanno trovato i resti carbonizzati dei mezzi di soccorso e il corpo del caposquadra. Questo attacco si inserisce in una serie di operazioni che hanno già visto ospedali, medici e strutture sanitarie diventare bersagli dei bombardamenti israeliani, suscitando l’indignazione delle organizzazioni umanitarie internazionali. Secondo le statistiche dell’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari (OCHA), almeno 1.060 operatori sanitari sono stati uccisi a Gaza dall’ottobre 2023.

Mentre l’operazione su Gaza continua, la crisi si allarga anche al confine settentrionale di Israele. L’IDF ha infatti lanciato un attacco su Beirut, la capitale libanese, per la prima volta dal novembre scorso. L’agenzia di stampa nazionale libanese ha affermato che «gli aerei da guerra israeliani hanno colpito il quartiere Hadath, nella periferia meridionale di Beirut», riferendosi a un’area densamente popolata che ospita edifici residenziali e scuole. Hezbollah ha avvertito che, se gli attacchi israeliani dovessero proseguire, il gruppo sciita si riserverà il diritto di rispondere con altri mezzi. L’equilibrio nella regione rimane precario: Israele avrebbe dovuto ritirarsi da alcune aree del Libano meridionale secondo gli accordi mediati dagli Stati Uniti, ma le sue truppe continuano a operare in almeno cinque località di confine, alimentando il rischio di un nuovo fronte di guerra.

[di Stefano Baudino]

Sisma in Birmania, sale bilancio morti: sono almeno 1.600

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Continua a salire il bilancio delle vittime del terremoto che ha colpito la Birmania. Ad oggi le autorità contano almeno 1.600 morti e 3.400 feriti nel terremoto di magnitudo 7,7 di venerdì, uno dei più forti degli ultimi cento anni nel Paese. I soccorritori continuano a scavare per trovare eventuali superstiti sotto le macerie. Due scosse di terremoto si sono susseguite nelle ultime ore nel Paese, una di magnitudo 4.2 a Shwebo, circa 70 km a nord di Mandalayuna, e una di 5.1 nei pressi della capitale Naypyidaw. Nel frattempo, è salito a 17 unità il bilancio dei morti nella capitale thailandese Bangkok a causa del sisma.

Il governo ha introdotto limiti agli PFAS nelle acque potabili, ma è una vittoria a metà

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Dopo anni di denunce da parte di comunità locali, associazioni ambientaliste e scienziati, il governo ha finalmente deciso di intervenire sulla questione PFAS, le cosiddette “sostanze chimiche eterne” che contaminano le acque potabili in tutto il Paese. Il decreto legislativo approvato il 13 marzo introduce un limite alla presenza di quattro PFAS pericolosi (PFOA, PFOS, PFNA e PFHxS) nelle acque potabili, fissato a 20 nanogrammi per litro. Per la prima volta, inoltre, viene regolamentato anche il TFA (Acido Trifluoroacetico), uno dei composti PFAS più diffusi e finora sfuggito a qualsiasi controllo normativo. Un passo avanti, certo, ma il provvedimento lascia ancora molte ombre: il limite imposto è ben lontano dagli standard più cautelativi adottati in altri Paesi europei e manca ancora una strategia complessiva per la dismissione di questi inquinanti dal sistema produttivo.

I PFAS (sostanze poli- e per-fluoroalchiliche) sono composti chimici artificiali utilizzati dagli anni ’50 per le loro straordinarie caratteristiche di resistenza all’acqua e al calore. Li troviamo ovunque: nelle padelle antiaderenti, nei tessuti impermeabili, nei prodotti per la cura della persona, e sono praticamente indistruttibili. Accumulandosi nell’organismo, sono stati associati a gravi problemi di salute, tra cui cancro, disfunzioni del sistema endocrino e malattie cardiovascolari. In Italia, il Veneto è tristemente noto per ospitare una delle aree più contaminate al mondo da questi composti, ma il problema è diffuso in tutto il territorio nazionale.

Il decreto approvato in Cdm stabilisce che la somma di quattro PFAS (PFOA, PFOS, PFNA e PFHxS) non potrà superare i 20 nanogrammi per litro nelle acque potabili. Si tratta di un valore allineato alla Germania, ma decisamente superiore ai limiti adottati da Danimarca (2 ng/L) e Svezia (4 ng/L), che si basano su standard più cautelativi per la salute pubblica. Inoltre, l’EFSA (Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare) e l’Agenzia Europea per l’Ambiente ritengono inadeguato il tetto massimo di 100 ng/L imposto dall’Unione Europea per la somma di 24 PFAS, che entrerà in vigore in Italia nel 2026. Una novità importante del decreto è l’introduzione di un limite per il TFA, fissato a 10 microgrammi per litro (10.000 nanogrammi per litro). Il TFA è una delle molecole PFAS più abbondanti sul pianeta, presente in tantissime acque potabili italiane, e finora non aveva alcuna regolamentazione. Il testo prevede anche il monitoraggio di altre sostanze della classe PFAS, come le molecole ADV prodotte in Italia dalla ex Solvay di Alessandria (ora Syensqo).

Se da un lato il decreto segna un’importante presa di coscienza del problema, dall’altro mostra i suoi limiti. Innanzitutto, il governo si è mosso con scarsa coerenza: il 26 marzo, la Camera ha approvato una mozione della maggioranza che impegna l’esecutivo a intervenire sui PFAS, quando un decreto in materia era già stato varato due settimane prima. Un disordine di metodo che rischia di minare l’efficacia dell’intervento normativo. Inoltre, il provvedimento è una soluzione parziale: imporre limiti nelle acque potabili è fondamentale, ma non basta. Come rimarcano le associazioni ambientaliste, infatti, la vera soluzione sarebbe vietare la produzione e l’uso dei PFAS nell’industria, come già fatto dalla Danimarca e, dal 2026, dalla Francia per tessuti e cosmetici contenenti questi composti. Senza un bando totale, continueranno a disperdersi nell’ambiente, rendendo vani gli sforzi di regolamentazione.

Il decreto è stato trasmesso al Senato e dovrà passare al vaglio delle commissioni parlamentari competenti. Le associazioni ambientaliste, pur sottolineando il passo in avanti, chiedono al Parlamento di intraprendere un’azione ancora più incisiva. «Se è vero che il provvedimento rappresenta un risultato importante per la tutela della salute di cittadini e cittadine, è indubbio però che debba essere ancora perfezionato – ha scritto Greenpeace in un comunicato –. Le forze politiche dovranno al più presto trovare un accordo per ridurre ancora di più i limiti consentiti avvicinandoli all’unica soglia sicura, lo zero tecnico. È fondamentale che si arrivi al più presto a una legge che vieti l’uso e la produzione dei PFAS!». Proprio Greenpeace, conducendo tra il settembre e l’ottobre 2024 un’indagine chiamata “Acqua e veleni”, ha recentemente attestato come, in Italia, il 79% dell’acqua potabile è contaminato da PFAS. I numeri descrivono uno spaccato di proporzioni preoccupanti: dei 260 campioni raccolti in 235 città di tutte le regioni e province autonome, ben 206 contengono queste sostanze tossiche.

[di Stefano Baudino]