sabato 28 Marzo 2026
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L’Iran e il delirio di onnipotenza dell’Occidente

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Nelle ultime settimane l’Iran è tornato ad essere il centro del dibattito internazionale. Ma più l’attenzione cresce, e le tensioni aumentano, più il racconto sull’Iran diventa narrazione e propaganda spicciola. Per capire fino in fondo la portata di ciò che sta accadendo, e le sue implicazioni, dobbiamo innanzitutto chiederci: perché? Come il potere iraniano è diventato quello che è oggi? Come si è arrivati a quel governo teocratico che prende il nome di Repubblica Islamica? E perché, ovviamente, l’Iran sia divenuta una nazione radicalmente avversa all’Occidente e, in particolar modo, agli Stati Uniti. Per rispondere a questa domanda bisogna fare un passo indietro. Negli anni ’50 il primo ministro iraniano Mohammad Mossadeq mette in atto un’azione che avrebbe cambiato per sempre la storia del paese: la nazionalizzazione del petrolio che fino ad allora era stata sotto il controllo del Regno Unito.

L’obiettivo era restituire al popolo iraniano il controllo sulle proprie risorse, dopo decenni di sfruttamento da parte dei governi europei. Il progetto di Mossadeq ebbe vita breve: l’Occidente orchestrò un colpo di Stato, la celebre Operazione Ajax del 1953, che portò alla destituzione di Mossadeq e al ritorno al potere dello Scià Reza Pahlavi. I dissidenti politici e i sostenitori della democrazia furono fucilati. E così l’Iran tornò ad essere una monarchia autocratica

Il regno della Scià Reza Pahlavi fu caratterizzato da una modernizzazione forzata del paese. Certo, su pressione Occidentale istituì il diritto di voto per le donne, promulgò delle leggi che cercarono di rendere possibile l’emancipazione femminile, ma ignorò le tensioni sociali del paese, alimentando il malcontento di ampi settori della popolazione. 

E così si arrivò a un nuovo colpo di Stato. E alla Rivoluzione del 1979 che permise la nascita della Repubblica Islamica. 

La Rivoluzione, occorre ricordarlo, fu ai suoi albori un movimento che nacque dal basso, sostenuta e voluta dal popolo iraniano, in particolare dai giovani. Gli studenti universitari fecero la Rivoluzione per cacciare lo Scià, sottomesso all’odiato dominatore straniero. Poco dopo il governo rivoluzionario divenne un regime teocratico, ma la nascita del regime iraniano fu il frutto di un processo storico segnato da oppressione, contraddizioni ideologiche e una percezione diffusa di ingerenza straniera. E ponendosi in netta contrapposizione al governo precedente non poteva che aborrire tutto quello che lo Scià aveva approvato: ecco allora che i libri, i film e la cultura occidentale divennero il male assoluto.

Nella dolorosa storia dell’Iran, l’Occidente è, ed è sempre stato, la causa del problema. 

Quando finalmente dopo quarant’anni di oppressione e negazione di qualsiasi libertà civile, il regime stava incominciando ad essere messo in discussione dal popolo iraniano, quando le proteste nelle piazze, represse sanguinosamente certo, stavano operando un cambiamento nella coscienza collettiva del paese, ecco che Stati Uniti e Israele intervengono. 

Con bombardamenti a raffica che distruggono ospedali, scuole, infrastrutture e impianti petroliferi, tanto da rendere l’aria di Teheran tossica e irrespirabile. Un disastro ambientale di tale portata da aver distrutto la speranza di vita dei suoi abitanti. E quando un paese sprofonda nel caos, quando crollano le infrastrutture, l’economia e la vita è si riduce a una mera lotta per la sopravvivenza, chi ha più il tempo, la voglia o il desiderio di discutere di diritti civili, emancipazione e istruzione? Sofferenza, morte e distruzione sono da sempre il terreno da cui nascono i fondamentalismi e gli estremismi. 

«Trump e Netanyahu hanno vanificato venticinque anni di mobilitazione della società civile», commenta Taghi Rahmani, attivista e giornalista iraniano, la cui moglie ancora langue nelle carceri del regime. La guerra, infatti, ha rafforzato e rivitalizzato il regime, come dimostra la nomina di Khamenei figlio, a nuova Guida suprema dell’Iran. «Una scelta che sarebbe stata molto difficile senza una situazione di conflitto». 

Il generale britannico Shirreff usa parole ancora più dure: «L’unica strategia di Trump è bombardare senza pietà. Ridurre l’Iran in macerie. Nessuno scopo militare chiaro. Così rafforza la teocrazia iraniana. Altro che cambiamento di regime».

L’unico obiettivo raggiunto da Stati Uniti e Israele non è stato un cambio di regime, ma quello di provocare solo ed esclusivamente morte e distruzione ai danni del popolo iraniano

In effetti l’unico risultato ottenuto fino ad ora è stata la morte di Khamenei, leader teocratico del regime iraniano, un uomo di 86 anni, che a voler essere realistici, aveva già un piede nella fossa. L’attacco congiunto dell’intelligence israeliana e statunitense, invece, ha dato a Khamenei, una morte gloriosa, una morte da martire e così verrà ricordato: come l’uomo che aveva fatto della resistenza contro l’Occidente la sua ragione di vita e che è stato assassinato per questo.

Ma ciò che è davvero aberrante è la narrazione costruita sull’Iran e attorno all’Iran, una narrazione che mescola i diritti delle donne, la lotta e le manifestazioni degli iraniani con l’intervento di Usa e Israele. Una narrazione dove emerge non tanto la cecità occidentale difronte alle reali conseguenze della guerra quanto la sua follia.

Prendiamo in esame proprio la questione dei diritti delle donne. In Occidente la donna è stata oppressa, sfruttata e vessata per millenni e solo nell’ultimo secolo ha conquistato finalmente l’emancipazione. Nel 1945 le donne italiane ottengono il diritto di voto. Nel 1970 viene approvata la legge sul divorzio. Ma bisognerà attendere il 1981 per ottenere finalmente l’abolizione del delitto d’onore. Quante generazioni, quante lotte, quante battaglie sono state necessarie affinché una donna potesse votare, accedere all’istruzione, lavorare liberamente? 

Oppure pensiamo agli Stati Uniti, una società che aveva costruito gran parte della propria potenza economica grazie allo sfruttamento degli schiavi nelle piantagioni e attraversata perciò, molto più della nostra, da tensioni razziali che ancora oggi tornano ad esplodere ciclicamente. La liberazione degli schiavi, le battaglie per i diritti civili, l’abolizione delle discriminazioni sono esempi di processi che hanno richiesto secoli, o addirittura millenni, per giungere al loro compimento. 

Ogni società, cioè, ha un suo divenire storico, nasce e si evolve attraverso una dialettica interna dei ceti sociali che la compongono, attraverso i conflitti, le lotte e i compromessi che riesce ad elaborare. Se la donna iraniana vive in una sorta di Medioevo dei costumi, pensare di poter accelerare e comprimere i secoli che separano il Medioevo dall’età contemporanea con la caduta di un regime è delirante.

La morte di Khamenei sarà anche stata accolta con grida di giubilo e i festeggiamenti di una parte della popolazione iraniana, ma la rapida nomina di Khamenei figlio conferma quella verità che sinteticamente potremmo riassumere con «è morto il Re. Viva il nuovo Re».

Ipotizzare che il paese potesse, dietro pressione straniera, cambiare radicalmente faccia, non è altro che la proiezione dell’arroganza dell’Occidente e della sua ignoranza. L’idea che una società possa essere “aggiustata” dall’alto, come se bastasse portarle conoscenza, tecnologia, valori civili, perché improvvisamente diventi libera, moderna è figlia della mentalità coloniale, ancora oggi più viva che mai.

Sono chiacchiere oziose che servono a tenere vivi i dibattuti mediatici e ad alimentare gli scontri politici. Dibattiti che ci proteggono dalla consapevolezza della nostra impotenza. 

Con lo scoppio della guerra in Iran, infatti, di nuovo si torna a parlare di diritto internazionale, di aggressioni ingiustificate, e ancora l’ONU, la NATO, la mancanza di rispetto degli USA nei confronti dei partner europei e via dicendo…

Una manifestazione del 9 marzo 2026 a supporto della nuova Guida Suprema iraniana, Mojtaba Ali Khamenei

Nel 1992 il politologo Fukuyama pubblicò un saggio dal titolo emblematico: La fine della storia e l’ultimo uomo. L’idea che si è radicata profondamente in noi europei è che l’evoluzione scientifica, tecnologica, culturale dell’Occidente avesse messo fine, o avrebbe presto messo fine, al ciclo di guerre-violenze-stragi che aveva caratterizzato la Storia dell’Uomo. Pace perpetua, democrazia, diplomazia, rispetto del diritto internazionale sono i valori di cui noi europei andiamo orgogliosi. E non è che questo mondo non sia mai esistito. È esistito, sì, ma solo nella nostra fantasia. 

Il mondo oggi è violento, cruento e sanguinoso tanto quello di ieri, e l’unica legge che regola i rapporti tra gli Stati è la legge del più forte. L’esistenza dell’ONU e degli altri organismi internazionali, inutili quando si tratta di far rispettare i loro stessi emendamenti, rivela appunto il bisogno di tenere in piedi quest’illusione. Illusione puntualmente smascherata, negli ultimi cinquant’anni, dalla politica imperialista di Stati Uniti e Israele. Non è neanche pensabile o realistico, ad oggi, interrompere i nostri legami con gli Stati Uniti, ai quali siamo legati da vincoli economici, politici, storici e militari; basti pensare alla semplice portata delle importazioni e delle esportazioni che ci legano agli USA. 

Costruire un mondo differente non è un’utopia in senso assoluto. L’Europa potrebbe ancora imprimere al tessuto della Storia una diversa direzione, ma per farlo deve innanzitutto prendere coscienza della propria impotenza nei confronti di un partner aggressivo e fuori controllo, come sono appunto gli Stati Uniti, e iniziare a gettare le basi, oggi, di un progressivo smarcamento dagli USA, Israele e dalla loro violenta orbita. Invece si discute dell’Iran e della caduta fantasmagorica del regime iraniano grazie alla guerra made in USA (o made in Israele, poco importa) e della presunta legittimità di tale azione, perdendo ancora una volta la possibilità di prendere per lo meno atto della nuda realtà. In cui viviamo e continueremo a vivere per i prossimi secoli, se nessuno avrà il coraggio di guardarla davvero in faccia.

Nuova batosta per il governo: l’Europa chiede di reintrodurre il reato di abuso d’ufficio

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Dopo la vittoria del NO al referendum sulla giustizia che portava il suo nome e le dimissioni della sua capo di gabinetto Giusi Bartolozzi, il Guardasigilli Carlo Nordio incassa un nuovo pesante colpo dall’Unione europea. L’Europarlamento ha infatti approvato la direttiva anticorruzione, che introduce una fattispecie comune sull’esercizio illecito di funzioni pubbliche, concetto che in Italia richiama da vicino il reato di abuso d’ufficio, cancellato un anno e mezzo fa dalla riforma voluta dallo stesso ministro. Il testo dovrà ora essere formalmente adottato dal Consiglio e, una volta pubblicato, entrerà in vigore dopo 20 giorni. Da quel momento, l’Italia avrà 24 mesi per recepire la direttiva nel proprio ordinamento; in caso di mancato o incompleto adeguamento, la Commissione europea potrà avviare una procedura d’infrazione.

A questo proposito, la parte politicamente più saliente e potenzialmente impattante del provvedimento approvato dal Parlamento Europeo è la fattispecie che, all’art. 13ter, viene inquadrata come “Misconduct in public office” (“Condotta illecita nell’esercizio di funzioni pubbliche”). Nello specifico, essa stabilisce che «gli Stati membri adottano le misure necessarie affinché sia punibile come reato la violazione colpevole, da parte di un funzionario pubblico, delle sue funzioni ufficiali, non svolgendo tali funzioni o svolgendole in modo non corretto, e causando danni sostanziali o ledendo i diritti o gli interessi legittimi di una persona fisica o giuridica». Si tratta, insomma, della traduzione europea di una condotta che, nel contesto giuridico italiano, risulta sostanzialmente sovrapponibile al perimetro dell’ex reato di abuso d’ufficio.

Il testo europeo copre reati come corruzione, appropriazione indebita, traffico di influenze, ostacolo alla giustizia, arricchimento da corruzione e occultamento dei proventi illeciti, con l’obiettivo dichiarato di rendere omogenee definizioni e sanzioni minime nei diversi Stati membri, imponendo un sistema strutturato di prevenzione. Tra gli obblighi previsti, spicca la richiesta di rendere pubbliche le dichiarazioni patrimoniali dei funzionari, nazionali ed europei, «soggette a verifica e rese sotto sanzioni penali». Viene inoltre richiesto di istituire organismi specializzati nella prevenzione e nella repressione della corruzione, con competenze che includano la valutazione delle dichiarazioni e il monitoraggio delle norme sui conflitti di interessi. Come evidenziato all’interno dei documenti preparatori, l’assenza di strutture specializzate rappresenterebbe una regressione rispetto agli standard internazionali.

L’eurodeputato del Movimento 5 Stelle Giuseppe Antoci, che ha seguito la procedura in qualità di relatore, aveva commentato ieri con durezza: «La corruzione è uno dei principali strumenti attraverso cui il crimine organizzato si infiltra nelle istituzioni, nell’economia, nella vita democratica di ogni Paese. Ma c’è un punto che più di tutti definisce il senso politico del voto di domani nella plenaria del Parlamento europeo, quello che prevede l’obbligatorietà dell’abuso d’ufficio, il punto cruciale del negoziato, il cuore della direttiva. Abuso d’ufficio che il governo italiano ha ostinatamente cercato di bloccare in sede di negoziato europeo tentando di salvare la legge Nordio che nel 2024 lo aveva cancellato dall’ordinamento italiano». Antoci ha concluso: «Con l’approvazione di questa direttiva vogliamo affermare che in Europa non esisteranno più zone franche e questo varrà anche per l’Italia. Rimargineremo, così, una ferita profonda pensando anche a tutti coloro che in questi anni hanno dato la loro vita per la legalità e la giustizia».

Il ddl Nordio che conteneva l’abolizione del reato di abuso di ufficio, ossia l’articolo specifico con cui si sanzionava «un pubblico ufficiale o un incaricato di pubblico servizio che, nello svolgimento delle sue funzioni, compie un atto in violazione di leggi o regolamenti, con l’intenzione di procurare a sé o ad altri un ingiusto vantaggio patrimoniale oppure di arrecare ad altri un danno ingiusto», aveva ottenuto l’ok definitivo del Parlamento nel luglio 2024. Nel 2020 il testo era già stato livellato al ribasso, con la specificazione che il reato non si potesse configurare ove sussistessero margini di discrezionalità amministrativa nell’adozione di un provvedimento. Ora, con le novità dall’Eurocamera, tutto potrebbe cambiare. Tecnicamente, si può dire che l’Italia dovrà assicurare una fattispecie penale che copra la condotta richiesta dalla direttiva. Non per forza dovrà reintrodurre in modo identico il vecchio articolo 323 c.p., ma magari una norma dal contenuto sostanzialmente equivalente e di nuova formulazione. A ogni modo, quello che conta, per Bruxelles, è che il risultato normativo sia coerente con il nuovo testo europeo.

Perquisizioni in corso al ministero della Difesa

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L’agenzia di stampa Ansa ha reso noto che sono attualmente in corso perquisizioni presso gli uffici del ministero della Difesa. A finire sotto indagine 26 persone, tra cui generali della Difesa, dirigenti di imprese pubbliche e imprenditori, accusate a vario titolo di corruzione, riciclaggio e turbativa d’asta; analoghe perquisizioni stanno venendo effettuate presso gli uffici RFI, Terna e Polo Strategico Nazionale. L’indagine riguarda presunte irregolarità negli appalti legati al settore informatico e costituisce un nuovo filone dell’inchiesta contro Sogei, azienda controllata al 100% dal ministero dell’Economia il cui direttore generale è stato colto in flagranza di reato mentre riceveva una tangente di circa 15mila euro.

La Cassazione ferma il pm che voleva sequestrare un’azienda di canapa: “Il fiore non è prova di reato”

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Un pubblico ministero sequestra un’azienda agricola e una florovivaistica in Sardegna perché coltivano canapa, il tribunale annulla il sequestro, il pm ricorre in Cassazione sostenendo che il fiore di cannabis è prova di reato di per sé, automaticamente, a prescindere da qualsiasi analisi. La parola fine la mette la Corte di Cassazione che risponde, con sentenza depositata il 24 marzo 2026: ricorso inammissibile. È una storia che sembra tecnica e invece racconta qualcosa di molto più ampio: lo stato di un settore intero – tremila aziende, 15mila lavoratori a tempo pieno, due miliardi di giro economico l’anno – tenuto in scacco da una norma controversa, contestata da giudici, associazioni di categoria e Regioni.

La sentenza e cosa dice davvero

La Terza Sezione penale della Cassazione, con sentenza n. 11058/2026, ha dichiarato inammissibile il ricorso del Procuratore della Repubblica di Sassari contro l’ordinanza con cui il Tribunale locale aveva annullato il sequestro di un’azienda agricola e una florovivaistica, difese dall’avvocato Lorenzo Simonetti, riconoscendone la coltivazione pienamente lecita ai sensi della legge 242/2016 sulla filiera agroindustriale della canapa.

Il punto centrale riguarda la tesi del pm: basta l’esistenza delle infiorescenze di canapa per configurare un reato, a prescindere dal contenuto di THC. La Corte ha rigettato questa impostazione, richiamando una sentenza delle Sezioni Unite (30475/2019): ciò che conta non è la presenza del fiore, ma la sua concreta efficacia drogante, la sua reale capacità di produrre effetti psicotropi, e quindi il quantitativo di THC contenuto. Fuori da quel perimetro, non c’è reato. Come ha dichiarato Canapa Sativa Italia, associazione che riunisce le aziende di settore: «Non è la sola esistenza del fiore, né la sua naturale ricavabilità dalla fisiologia della pianta, a determinare automaticamente la rilevanza penale. Ciò che conta è se quel prodotto sia concretamente idoneo a produrre effetti droganti, e quale sia la sua destinazione».

Il contesto: un settore assediato

Per capire il peso di questa sentenza bisogna sapere cosa è successo nell’aprile 2025. Il governo ha inserito nel decreto sicurezza (DL 48/2025, convertito in legge 80/2025) l’articolo 18 che ha introdotto un divieto penale generalizzato su tutta la filiera delle infiorescenze di canapa industriale: importazione, lavorazione, detenzione, commercio, vendita, considerando il fiore come uno stupefacente, a prescindere dal contenuto di THC. Le reazioni sono state immediate e trasversali. Tutte le Regioni italiane, comprese le 14 guidate dal centrodestra, si sono schierate contro la norma mentre venivano effettuati i primi sequestri preventivi, sospensioni di ordini, chiusure di conti correnti e anche arresti di agricoltori, prontamente scarcerati dai tribunali, con un effetto domino che ha spinto diverse imprese a delocalizzare all’estero.

La norma è oggi sotto esame di due Corti supreme. Il Consiglio di Stato ha rimesso alla Corte di Giustizia dell’Unione Europea la questione se il divieto italiano su foglie e infiorescenze di Cannabis sativa L. da varietà certificate sia compatibile con la libera circolazione delle merci e con la politica agricola comune. Il GIP di Brindisi ha sollevato questione di legittimità costituzionale davanti alla Consulta, contestando che si possa trasformare in reato qualsiasi attività sulle infiorescenze senza verificare l’effettiva psicoattività del prodotto.

Per Canapa Sativa Italia questa sentenza non è una vittoria isolata ma un tassello in un mosaico più ampio: «La repressione non può fondarsi su automatismi. La canapa industriale lecita non coincide automaticamente con il reato».

In Italia si coltiva canapa da secoli. La si è quasi dimenticata nel dopoguerra, poi riscoperta come coltura sostenibile, capace di assorbire carbonio, rigenerare i suoli, dar vita a bioplastiche degradabili e mattoni per case salubri e a bolletta zero. Oggi, per una norma inserita in un decreto sulla sicurezza pubblica, un agricoltore che ne vede sbocciare i fiori rischia di trovarsi con i carabinieri in azienda. La Cassazione, per ora, dice che un fiore non è una prova. L’ultima parola, nel lassismo istituzionale, arriverà dai tribunali.

 

Maurizio Gasparri si dimette da capogruppo di Forza Italia

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Maurizio Gasparri, storico dirigente di Forza Italia, si dimetterà da capogruppo del partito al Senato, decisione che sarà formalizzata oggi pomeriggio in un’assemblea del gruppo. La richiesta di rimozione, firmata da oltre metà dei 20 senatori, tra cui i ministri Elisabetta Casellati e Paolo Zangrillo, era stata promossa da Claudio Lotito, senatore e presidente della Lazio. Gasparri lascia anche per la volontà di Marina Berlusconi e dopo la sconfitta del governo al referendum sulla giustizia, tema caro al partito. Probabile successore è Stefania Craxi, figlia dell’ex premier Bettino Craxi, alla guida del gruppo parlamentare.

Anche l’Anticorruzione contro il Ponte sullo Stretto: “Serve una nuova gara d’appalto”

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È ancora scontro sul Ponte sullo Stretto. Il presidente dell’Autorità Nazionale Anticorruzione, Giuseppe Busia, ha infatti aperto un nuovo fronte sulla sua realizzazione in audizione davanti alla commissione Ambiente del Senato, sostenendo che l’opera, così come oggi configurata, richiederebbe una nuova gara d’appalto per allinearsi alle regole europee. Il nodo riguarda il radicale mutamento dello schema finanziario – da un iniziale coinvolgimento del capitale privato al 60% a un finanziamento oggi interamente pubblico – e la lievitazione dei costi, passati dai circa 4 miliardi posti a base di gara agli attuali 13,5. La società Stretto di Messina, attraverso il suo amministratore delegato Pietro Ciucci, ha invece difeso l’iter avviato, ribadendo che i cantieri potranno aprire entro l’anno. Ma tutto sembra suggerire che così non sarà.

Secondo Busia, le modifiche intervenute nel tempo sono così significative e sostanziali da imporre una nuova procedura. «Il tema principale della nuova gara non è risolto dal decreto», ha spiegato il presidente dell’Anac, evidenziando come «l’assenza di una gara» comporti che «il passaggio da un progetto in cui il privato era chiamato a sostenere gran parte dei costi, il 60%, a una decisione politicamente diversa di garantire un finanziamento integralmente pubblico cambia completamente il quadro e quindi richiede una nuova gara». Il riferimento è all’articolo 72 della direttiva europea sugli appalti, che disciplina le modifiche sostanziali dei contratti in corso. Sul tema dei costi legati all’opera, Busia ha ricordato che la base originaria era intorno ai 4 miliardi, mentre oggi il valore complessivo è indicato in circa 13,5 miliardi: una cifra che, a suo avviso, rende quantomeno necessario un confronto con Bruxelles per verificare la compatibilità con la normativa. Non solo: «La costruzione del Ponte sullo Stretto attirerà appetiti della criminalità organizzata», ha avvertito Busia, chiedendo controlli rafforzati e vincoli al subappalto.

Alla lettura di Busia ha reagito Pietro Ciucci, amministratore delegato della Stretto di Messina Spa, che ha illustrato una visione alternativa dal punto di vista giuridico ed economico. «C’è un perfetto rispetto da parte del nostro progetto delle disposizioni dell’articolo 72 della direttiva europea in materia di contratti e di corrispettivo», ha dichiarato, affermando che l’aggiornamento del corrispettivo del contraente generale – passato da 3,9 miliardi nel 2006 a 10,5 miliardi oggi – è «pressoché esclusivamente il risultato dell’applicazione di clausole di indicizzazione dei prezzi» e non di varianti progettuali sostanziali. Quanto al cronoprogramma, Ciucci sostiene che «l’iter approvativo possa essere completato entro la fine dell’estate 2026, potendo così avviare la fase realizzativa nell’ultimo trimestre dell’anno».

L’iter del Ponte è, da mesi, oltremodo frastagliato. A fine ottobre, la Corte dei Conti aveva bocciato il progetto dell’opera, respingendo la delibera del Comitato interministeriale per la programmazione economica e lo sviluppo sostenibile (Cipess) con motivazioni collegate a documentazione carente, calcoli poco chiari, e mancato rispetto delle norme ambientali. A metà novembre, la Sezione centrale di controllo di legittimità della Corte dei Conti ha inferto un secondo colpo al progetto, non concedendo il visto di legittimità al terzo atto aggiuntivo della convenzione tra il Ministero delle Infrastrutture e la società concessionaria Stretto di Messina Spa, ampliando la crisi amministrativa aperta dal precedente rifiuto e bloccando, di fatto, la definizione degli impegni amministrativi e finanziari necessari per la progettazione e costruzione dell’opera. A inizio febbraio, il Consiglio dei Ministri ha dato il via libera a un nuovo provvedimento sul Ponte sullo Stretto di Messina. Si tratta di un decreto approvato in risposta ai rilievi avanzati dalla Corte dei Conti, con l’obiettivo di sbloccare l’iter per l’opera. A marzo, l’esecutivo ha allungato i tempi per la realizzazione del Ponte, fissando la nuova data della messa in funzione al 2034: un anno in più rispetto alle ultime stime.

L’UE sposta 12 miliardi dai fondi di coesione alla difesa

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Il vicepresidente esecutivo della Commissione europea Raffaele Fitto ha reso note le cifre della revisione di medio termine della programmazione dei fondi di Coesione per il periodo 2021-2027. Dagli Stati membri è arrivata la modifica di 186 programmi nazionali e regionali, che hanno riorientato 34,6 miliardi di euro verso quelle che sono state definite nuove priorità: alla competitività sono andati oltre 15 miliardi, alla difesa circa 12. Il resto è stato distribuito tra emergenza abitativa, resilienza idrica e sicurezza energetica. Il reindirizzamento dei fondi di coesione verso la difesa è una delle tante politiche pensate dalla Commissione nell’ambito del piano di riarmo, che prevede di mobilitare circa 800 miliardi di euro.

Coltivare per resistere: le comunità che sfidano il monopolio del cibo

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Civiltà Contadina è un’organizzazione che opera come una rete di seed savers che sfida le “zone grigie” della normativa, rivendicando il diritto millenario allo scambio di semi fuori dai cataloghi ufficiali, spesso ostacolati da barriere burocratiche pensate per le sementi industriali. «Seminano, coltivano, selezionano, scambiano e poi ricominciano da capo. In altre parole, niente di nuovo o di speciale, solo quello che l’uomo come specie ha fatto per millenni. Ma forse, in questo mondo alla rovescia, avere delle radici e conservare la propria identità individuale e comunitaria - e i semi ne s...

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Alcuni attivisti della Flotilla per Cuba sono stati sequestrati

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«La solidarietà non è un crimine»: così alcuni attivisti del Nuestra América Convoy, la Flotilla internazionale per Cuba, hanno annunciato di essere stati arrestati e interrogati. Gli attivisti avevano raggiunto L’Avana via nave e via aereo, consegnando tonnellate di aiuti umanitari tra pannelli solari, biciclette, cibo e medicine. La missione umanitaria è stata lanciata in risposta al rinnovato embargo statunitense su Cuba, con lo scopo di rompere l’assedio sull’isola, che ha innescato una grave crisi energetica nel Paese. Al rientro nei propri Paesi, alcuni di loro sono stati fermati negli aeroporti di Miami e di Panama e interrogati per ore dalle autorità, prima di essere rilasciati. A Panama è stato fermato Thiago Avila, attivista noto per la partecipazione alla missione della Global Sumud Flotilla, che aveva cercato di consegnare aiuti umanitari a Gaza prima che l’intero equipaggio (oltre quattrocento persone) fosse sequestrato dall’esercito israeliano. Proprio il team di comunicazione dell’attivista aveva fatto sapere sui social che Avila era stato arrestato e interrogato per sei ore nell’aeroporto di Panama, mentre la stessa cosa era successa ad oltre una dozzina di membri del convoglio a Miami. “Nessuna spiegazione per ore, nessuna trasparenza e nessun rispetto per un’azione umanitaria” denuncia il suo team sui social, aggiungendo: “non possiamo normalizzare l’intimidazione di chi lotta per giustizia, diritti umani e dignità”. Katie Halper, altra attivista arrestata e trattenuta a Miami, ha scritto sui propri social “Non inviatemi messaggi di testo, su Signal, su WhatsApp e non ditemi nulla al telefono in questo momento che non vorreste che il governo vedesse”, come a suggerire che il poprio telefono sia stato messo sotto controllo dal governo USA. Gli attivisti stessi avevano denunciato che i propri telefoni erano stati sequestrati e analizzati, così come i computer. “Stanno attivamente cercando di metterci paura”, hanno dichiarato i fermati. La Flotilla era partita a metà marzo con l’obiettivo di rompere l’assedio statunitense sull’isola, distribuendo aiuti umanitari e prestando soccorso alla popolazione soffocata dal recente inasprimento del bloqueo imposto dagli USA. A fine gennaio, infatti, Trump ha imposto il divieto di scaricare carburante sull’isola, A bordo delle imbarcazioni vi erano un centinaio di persone, tra politici, infermieri, medici e studenti, e un totale di 20 tonnellate di aiuti tra cibo e medicinali. Anche la società civile italiana ha contribuito alla missione, con oltre 45 mila euro di donazioni e 5 tonnellate di medicinali raccolte – inclusi costosissimi farmaci antitumorali.

Bangladesh, bus precipita in un fiume a Daulatdia: almeno 24 morti

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Almeno 24 persone sono morte in Bangladesh dopo che un autobus con circa 40 passeggeri è precipitato nel fiume Padma mentre cercava di imbarcarsi su un traghetto a Daulatdia, nel distretto di Rajbari, a circa 100 km da Dhaka. Il mezzo ha perso il controllo, si è ribaltato ed è affondato a circa 9 metri di profondità. I soccorritori hanno recuperato 22 corpi, tra cui uomini, donne e bambini; altre due persone sono morte dopo il salvataggio. Le operazioni, condotte da vigili del fuoco, sommozzatori e forze di sicurezza, proseguono: si teme che vi siano ancora dispersi.