venerdì 27 Marzo 2026
Home Blog Pagina 4

Si è dimessa Santanché

0

Dopo le richieste di Giorgia Meloni, la ministra del Turismo Daniela Santanché ha annunciato le proprie dimissioni: «Non ti nascondo un po’ di amarezza per l’esito del mio percorso ministeriale ma nella mia vita sono abituata a pagare i miei conti e spesso anche quelli degli altri», si legge in una nota di Santanché diffusa dai media. Le dimissioni di Santanché seguono quelle del Sottosegretario alla Giustizia Dalmastro, arrivate dopo uno scandalo relativo alla costituzione di una società con la figlia di Mario Caroccia, condannato in via definitiva come prestanome del clan camorristico Senese, e della Capa Gabinetto di Bartolozzi, giunte dopo la vittoria del No al referendum sulla magistratura.

USA: 3 milioni di ricompensa per info sui gruppi criminali di Haiti

0

Gli Stati Uniti hanno offerto una ricompensa fino a 3 milioni di dollari e la possibilità di trasferimento in cambio di informazioni sulle attività finanziarie dei gruppi criminali di Haiti. La ricompensa riguarda i gruppi Viv Ansanm e Gran Grif, entrambi designati come organizzazione terroristiche da Washington; Viv Ansanm e Gran Grif riuniscono centinaia di bande armate attive nella capitale haitiana Port-au-Prince, da tempo alle prese con una insurrezione da parte dei gruppi criminali. L’annuncio degli Stati Uniti segna un cambio di tattica nella ricerca di informazioni sulle bande, posto che le precedenti ricompense si concentravano sui singoli capi dei gruppi, e arriva in un momento critico per il Paese.

Zecche tutto l’anno e sempre più in quota: perché sono aumentate e come proteggersi

1
zecche rimuoverle proteggersi

Nove zecche addosso il primo giorno. Quindici il secondo. Quota mille metri, inizio marzo, sulle Dolomiti. Chi ha raccontato l’episodio non è un escursionista sprovveduto: frequenta la montagna da anni e non ne trovava così tante da tempo. Un caso personale, certo, ma che fotografa qualcosa che i ricercatori monitorano da anni: le zecche non sono più un problema estivo. Sono diventate un problema quasi tutto l’anno.

Cosa sta succedendo

La specie responsabile della maggior parte delle punture in Italia è Ixodes ricinus, la zecca dei boschi. Predilige zone umide, radure, bordi dei sentieri e tradizionalmente era attiva da primavera ad autunno, difficilmente presente oltre i 1.500 metri. Quel confine si sta spostando.

Le zecche non muoiono in inverno: vanno in quiescenza, rallentano il metabolismo. Ma se le temperature non scendono abbastanza a lungo – e negli ultimi anni al Nord Italia questo accade sempre più di rado – riprendono a essere attive con mesi di anticipo. Non è un caso che le zone più colpite siano Trentino, Veneto e Friuli Venezia Giulia: territori di confine con l’Europa centrale e orientale, dove la presenza di zecche è storicamente più alta e dove i movimenti di animali selvatici come cervi, caprioli e uccelli migratori, contribuiscono a spostare le popolazioni verso ovest e verso quote più elevate.

I rischi: non solo un fastidio

Una puntura di zecca, nella grande maggioranza dei casi, non provoca nulla di grave. Ma alcune zecche sono vettori di patogeni seri. La malattia di Lyme (borreliosi) è la più diffusa: si manifesta inizialmente con un eritema a forma di alone intorno alla puntura, che può comparire tra i 4 e i 60 giorni dal morso. Se non trattata, può coinvolgere articolazioni, sistema nervoso e cuore. La terapia antibiotica è efficace, ma richiede diagnosi tempestiva.

L’altra patologia da conoscere è la TBE (Tick-Borne Encephalitis), un’encefalite virale che evolve in due fasi: prima simil-influenzale, poi, in circa un terzo dei pazienti, con coinvolgimento neurologico e possibili sequele permanenti. Per la TBE esiste un vaccino, consigliato a chi frequenta abitualmente boschi nelle zone endemiche del Nord-Est.

Come proteggersi: cosa funziona davvero

L’abbigliamento è la prima linea di difesa. Pantaloni lunghi chiari – per individuare prima le zecche – con il fondo infilato dentro i calzini o un elastico che li tenga fermi: le zecche si arrampicano dal basso, bloccare i punti di ingresso dalla caviglia in su riduce il rischio in modo significativo. E poi evitare di sedersi nell’erba alta.

I repellenti chimici funzionano se scelti bene. Il principio attivo più studiato è il DEET, ad alte concentrazioni fino al 50%, da applicare su pelle e abiti. L’Icaridin è un’alternativa più tollerata dalla pelle. La Permetrina va applicata solo sui vestiti prima di uscire, non sulla pelle, ed è attiva per diverse ore.

Una nota sui dispositivi a ultrasuoni, spesso pubblicizzati come alternativa naturale ai repellenti chimici: la letteratura scientifica non supporta questa promessa. Il dottor Fabrizio Montarsi, dell’Istituto Zooprofilattico Sperimentale delle Venezie, è netto: gli ultrasuoni non funzionano molto neanche contro le zanzare, e contro le zecche ancora meno. Meglio investire in un repellente registrato.

Come rimuoverle

Se ci si trova addosso una zecca, va tolta il prima possibile: il rischio di trasmissione di eventuali patologie aumenta con le ore. Lo strumento giusto sono delle pinzette apposite, a punta fine, che si trovano facilmente in farmacia. La zecca va afferrata più in profondità possibile, esercitando una trazione lenta e costante verso l’alto; alcuni esperti consigliano anche una leggera rotazione antioraria, ma l’indicazione più diffusa è evitare torsioni brusche che potrebbero “rompere” il parassita, senza riuscire ad estrarlo completamente.

Da non fare: niente olio, acetone, calore, creme o alcol sulla zecca mentre è ancora attaccata: la irritano e la inducono a rigurgitare saliva, aumentando il rischio di contagio. Dopo la rimozione, disinfettare e annotare data e sede e del morso. Se nelle settimane successive compare un alone rossastro, è il momento di andare dal medico.

La montagna resta uno dei luoghi più belli dove stare. Le zecche, che esistono da prima di noi e continueranno a farlo, più che il problema in sé, sono il segnale di un cambiamento. Conoscerle e sapere come si muovono, come si diffondono e soprattutto come si evitano, è il modo più efficace per non sottovalutare il problema, anche perché ignorarlo non le farà sparire.

Caso Epstein: perquisita una sede bancaria della famiglia Rothschild

1

Il caso Epstein torna a scuotere i centri nevralgici del potere europeo. A Parigi, una sede bancaria del gruppo Edmond de Rothschild è stata perquisita martedì, alla presenza della direttrice generale, Ariane de Rothschild, nell’ambito di un’indagine preliminare, avviata il mese scorso. Gli inquirenti stanno approfondendo ipotesi di corruzione legate a un pubblico ufficiale straniero, nonché possibili profili di complicità riconducibili all’ex diplomatico francese Fabrice Aidan. Le autorità francesi cercano ora di capire se, e fino a che punto, Jeffrey Epstein abbia potuto contare su sponde operative anche nel cuore della finanza europea.

Il gruppo Edmond de Rothschild ha dichiarato di collaborare pienamente con gli inquirenti, sottolineando la propria estraneità a qualsiasi attività illecita. Sebbene Epstein non avesse una rappresentanza formale o legale ufficiale della famiglia Rothschild, e-mail e documenti risalenti al periodo compreso tra il 2013 e il 2019 mostrano che mantenne rapporti regolari con Ariane de Rothschild. In una mail del 28 febbraio 2016, Epstein scrisse al cofondatore di PayPal e di Palantir Peter Thiel, vantandosi di essere l’intermediario della famiglia Rothschild. I documenti rilasciati il 30 gennaio scorso dal Dipartimento di Stato americano attestano decine di messaggi e numerosi incontri, alcuni avvenuti nelle residenze del finanziere a New York e Parigi, con scambi che assumono spesso toni informali e personali, più intensi di quanto inizialmente riconosciuto dalla banca. Ariane de Rothschild ha dichiarato che i suoi incontri con il finanziere americano si sono svolti «nell’ambito normale delle sue funzioni all’interno del gruppo» e che non aveva «alcuna conoscenza della condotta e del comportamento personale» di Epstein. Parallelamente, la dirigente ha inviato un messaggio diretto a clienti e dipendenti per rassicurare sulla solidità finanziaria del gruppo. Un passaggio chiave della vicenda che ha portato alla perquisizione della sede parigine risale, però, al gennaio 2014, quando il diplomatico francese Fabrice Aidan entrò come lobbista internazionale nel gruppo, con un distacco autorizzato dal ministero degli Esteri francese. Poche settimane dopo, il 13 febbraio, partecipò a un pranzo a Parigi con Ariane de Rothschild, Terje Rød-Larsen, ex alto funzionario ONU, marito di Mona Juul, e lo stesso Epstein.

Il cuore dello scandalo riguarda, infatti, Aidan. L’11 febbraio 2026, il ministro degli Esteri Jean-Noël Barrot aveva annunciato su X di aver deferito il caso alla magistratura ai sensi dell’articolo 40 del Codice di procedura penale, avviando contestualmente un’indagine amministrativa e un procedimento disciplinare. «Sono rimasto inorridito», aveva dichiarato il ministro, dopo aver letto i documenti che riguardavano l’ex diplomatico. Aidan, segretario principale degli Affari esteri in congedo per motivi personali, continuava a essere vincolato agli obblighi di lealtà verso lo Stato, pur lavorando nel privato per un grande gruppo energetico Engie.

Le accuse vanno oltre il piano disciplinare. Secondo un’inchiesta di Radio France e Mediapart, i rapporti tra Aidan ed Epstein risalgono almeno al 2010, quando il diplomatico operava presso le Nazioni Unite come assistente di Terje Rød-Larsen. In quel contesto, Aidan divenne un canale privilegiato per Epstein all’interno dell’ONU e dell’International Peace Institute. Le e-mail mostrano scambi su dossier sensibili: nel gennaio 2011 organizzò una cena con Epstein, lo sceicco Abdullah bin Zayed e Bill Gates; nell’agosto dello stesso anno, una trascrizione riservata di una telefonata tra Ban Ki-moon e il ministro degli Esteri turco finì nella casella del finanziere in meno di 24 ore. I rapporti non erano solo professionali: Epstein metteva a disposizione il suo appartamento parigino al 22 di Avenue Foch per i soggiorni di Rød-Larsen; Aidan ne conosceva il codice di accesso e diverse e-mail suggeriscono sue visite. In quello stesso periodo, Aidan fungeva da intermediario in trasferimenti di denaro: nel febbraio 2014 segnalò che una banca norvegese era «estremamente cauta» per «importi superiori a 50.000 dollari» in un pagamento da 130.000 dollari destinato a Epstein; il 15 dicembre 2015 inviò a Rød-Larsen i «dati bancari per il trasferimento» relativi a un’operazione da 250.000 dollari proveniente da una società di Epstein.

Nel 2016, un articolo intitolato “Uno scandalo di pedofilia insabbiato dal Quai d’Orsay” venne inoltrato a Epstein e da lui immediatamente girato a Rød-Larsen e ad Aidan. Il testo riprendeva rivelazioni del giornalista Vincent Jauvert su un diplomatico francese indagato dall’FBI nel 2013 e licenziato dall’ONU: una fonte governativa, contattata da Radio France, ha confermato che quel diplomatico era proprio Fabrice Aidan, aggiungendo che «la priorità del ministro degli Esteri e del suo ispettore generale è capire perché queste informazioni siano andate perse» e che i rappresentanti francesi negli Stati Uniti dell’epoca «saranno interrogati».

Incendio in un hotel a Parigi: 400 evacuati

0

Oggi è scoppiato un incendio presso l’hotel Le Bristol di Parigi, che ha costretto le autorità a evacuare l’edificio. Di preciso, il rogo è esploso nella cucina dell’albergo, situata nel piano interrato del palazzo; l’hotel è una struttura di ricezione di lusso, spesso frequentata da esponenti della politica internazionale. Due membri dello staff sono rimasti feriti cercando di domare le fiamme, che sono state spente nel pomeriggio dai vigili del fuoco.

30 tonnellate di aiuti: a Cuba sono arrivate le navi della solidarietà internazionale

1

È stata rallentata dal maltempo ma alla fine ce l’ha fatta. La nave principale della Nuestra América Flotilla è arrivata a Cuba, carica di circa 30 tonnellate di aiuti umanitari, tra medicine, pannelli solari e cibo. In queste ore sono attese anche altre due imbarcazioni, in una sorta di staffetta umanitaria col convoglio europeo, ripartito oggi da Cuba dopo una settimana di permanenza. Salpato dal Messico, il peschereggio Maguro non ha incontrato la resistenza militare della Marina USA — schierata ormai da mesi nei Caraibi — e si è ricongiunto col resto degli attivisti. La missione umanitaria aiuterà la popolazione cubana assediata dall’embargo statunitense, in attesa di sviluppi sulla scena internazionale, a partire dai colloqui tra il governo e la Casa Bianca. La quasi totalità dei Paesi non ha preso una posizione sostanziale nei confronti dell’embargo illegale rafforzato di recente da Washington, limitandosi a delle dichiarazioni. Dal Messico sono arrivate delle navi militari cariche di cibo e medicine, mentre la Cina ha inviato 5mila sistemi fotovoltaici all’Avana. La Russia non si sbottona invece sull’invio di petrolio all’isola.

La bandiera palestinese accompagna quella cubana sul peschereggio Maguro, presto ribattezzato Granma 2.0 in riferimento allo sbarco di Fidel Castro nel 1956. La nave, parte di un convoglio più ampio, dà continuità materiale e simbolica alle missioni umanitarie salpate nei mesi scorsi in direzione Palestina. Proprio in queste ore una nuova flotilla si sta preparando per tentare di rompere l’assedio israeliano sulla Striscia di Gaza. Una missione di certo rinfrancata nello spirito dal successo nei Caraibi, dove non si escludeva un intervento della Marina militare USA. La prima nave salpata dal Messico ha invece raggiunto Cuba, portando con sé decine di tonnellate di aiuti umanitari, un numero destinato a crescere con l’arrivo delle altre imbarcazioni. Tra l’equipaggio del Maguro erano presenti anche quattro italiani: Martina Steinwurzel, Umberto Cerutti e Paolo Tangari, oltre a José Nivoi, volto noto dei portuali di Genova, in prima linea sul fronte del boicottaggio a Israele.

Gli aiuti del convoglio marittimo si uniranno a quelli giunti dall’Europa, provando ad alleviare, almeno nel breve periodo, le sofferenze del popolo cubano, finito nella sempre più stretta morsa del bloqueo americano. «Queste navi sono una goccia in un oceano di bisogno, ma allo stesso tempo, sono un gesto di solidarietà», dice Thiago Ávila, attivista brasiliano e portavoce della flotilla. Una chiamata umanitaria di fronte alla carenza di carburante imposta da Washington, che ha messo in ginocchio anche i servizi più basilari, come gli ospedali e i trasporti. Decine di migliaia di donne incinte rischiano la vita, così come oltre 60mila neonati. Sono migliaia le operazioni rinviate a causa dei frequenti blackout: soltanto negli ultimi 7 giorni se ne registrano due generalizzati. Continua poi la pressione di Washington in giro per il mondo, affinché cessino i programmi in collaborazione coi medici cubani, che assicurano all’Avana fondi vitali. In Calabria il presidente Occhiuto ha respinto l’ipotesi, sottolineando la natura solidale e umanitaria del progetto, diventato ormai un pilastro per la sanità locale.

Se i popoli stanno facendo la propria parte, nella comunità internazionale latitano piano diffusi, nonostante le innumerevoli risoluzioni ONU contro l’embargo USA. Le due petroliere russe dirette secondo diverse fonti a Cuba non sono ancora arrivate sull’isola, virando invece verso il Venezuela. Restano poco chiare le intenzioni del Cremlino, che potrebbe sfruttare la crisi cubana per strappare delle concessioni a Washington sulla guerra in Ucraina. Nelle scorse settimane sono invece arrivati da Pechino 5mila sistemi fotovoltaici, mentre il Messico ha inviato delle navi militari cariche di medicinali e cibo, lasciando a terra il carburante per paura di ripercussioni americane. Nel frattempo starebbero continuando i dialoghi tra il governo cubano e quello statunitense, anche se i segnali non sono incoraggianti: il viceministro degli Esteri Carlos Fernández de Cossío ha detto che l’isola è pronta a difendersi militarmente da un’invasione USA.

Raccolta batterie esauste: l’Italia è lontana dagli obiettivi UE

0

Il sistema italiano di recupero delle batterie portatili resta sotto le attese europee, con una raccolta che nel 2025 si ferma al 31% del totale. Secondo il Centro di coordinamento nazionale pile e accumulatori, sono stati raccolti circa 8,9 milioni di chili. Un calo del 14,6% rispetto al 2024, da attribuire soprattutto a nuove regole europee che hanno ridefinito la categoria. La rete di raccolta comunque cresce a oltre 15mila punti, con espansione più rapida nel Sud, mentre il Nord resta dominante nei volumi. Il settore è in transizione verso norme più stringenti e punta a colmare il divario con gli obiettivi europei.

OpenAI chiude con Sora, il suo generatore di video

0

Dal debutto di ChatGPT, OpenAI sembrava avviata a un dominio incontrastato nel campo dell’intelligenza artificiale generativa. Dopo aver conquistato il grande pubblico con il suo chatbot, l’azienda aveva continuato a sorprendere con il generatore di immagini DALL·E e, nel 2024, con il modello video Sora. Eppure, senza preavviso, un post su X annuncia ora la fine del progetto: a soli due anni dal lancio, Sora è ufficialmente morto. OpenAI ha promesso chiarimenti a breve, tuttavia molti osservatori suggeriscono che l’azienda stia ripiegando per concentrarsi sulle attività che hanno maggiori possibilità di essere monetizzate.

L’arrivo di Sora aveva segnato un momento di svolta per il settore delle GenAI. Il debutto di un generatore video è sempre un evento spettacolare: l’azienda diffonde alcune clip dimostrative, il pubblico rimane incantato e, nel giro di poche ore, la rete si riempie di esperimenti creativi che alimentano un tam‑tam virale sui social. Con Sora 2 questo effetto si era amplificato ulteriormente: la piattaforma era stata sommersa da video sempre più caotici e surreali. Primo tra tutti quello in cui Spongebob fugge dalla polizia in un inseguimento automobilistico, spezzone allucinato che ha immediatamente ottenuto lo status di meme.

Il fatto è che Sora 2, insieme all’app a esso dedicata, era stato lanciato da OpenAI il 30 settembre 2025. Appena pochi mesi fa. Non solo: l’azienda sembrava aver investito con decisione in questa direzione, siglando accordi di alto profilo per servizi e joint venture. Complice la tendenza degli utenti a generare brevi video in cui personaggi coperti da copyright venivano catapultati in contesti surreali, uno dei partner più rilevanti era diventato la Disney Corporation. Il colosso dell’intrattenimento aveva stretto un patto di sangue con OpenAI: l’accesso contingentato ai propri marchi in cambio della possibilità di utilizzarne i risultati, nonché il diritto di sperimentare con i modelli di generazione video dell’azienda.

L’abbandono del progetto è arrivato dunque come un fulmine a ciel sereno, in barba ai contratti miliardari già in essere e senza fornire – almeno per ora – alcuna spiegazione effettiva. Solo scuse di circostanza e la promessa che gli utenti riceveranno a breve indicazioni su come salvare i lavori realizzati con Sora 2. In mancanza di giustificazioni ufficiali, resta spazio soltanto per ipotesi e speculazioni. Tuttavia, non serve molta immaginazione per intuire che il principale motore di una svolta così drastica sia con ogni probabilità di natura economica.

Le piattaforme generative di OpenAI sono estremamente costose da mantenere e, allo stato attuale, operano tutte in perdita. Nel caso specifico di Sora, le stime indicano che la generazione di una clip di 10 secondi costasse all’azienda tra 1,30 e 5 dollari, per un passivo complessivo che avrebbe raggiunto i 15 milioni di dollari al giorno. Un’emorragia economica difficilmente giustificabile dalle prospettive di crescita del servizio. Perché sì, generare un video può essere divertente e appagante… ma solo sul breve periodo. Secondo i dati riportati da TechCrunch, sia il numero di download dell’app sia la spesa degli utenti al suo interno hanno registrato negli ultimi mesi un crollo compreso tra il 32% e il 45%. Una vera e propria desertificazione dell’interesse.

Sora 2, come molti suoi omologhi, mostra inoltre limiti evidenti nell’impiego professionale: le sue clip possono essere spettacolari, ma gli utenti dispongono di margini di controllo molto ridotti, soprattutto quando l’obiettivo finale è quello di produrre filmati coerenti che – tramite montaggio – si estendano per diversi minuti di ripresa. In sostanza, manca una reale destinazione d’uso capace di giustificare l’enorme dispendio di risorse richiesto a OpenAI, la quale sarebbe peraltro arrivata a comunicare internamente l’intenzione di non dedicarsi più a “missioni secondarie”. Mentre la competizione di Anthropic si sta progressivamente focalizzando su strumenti corporate, OpenAI avrebbe imboccato una molteplicità di direzioni, dissipando il suo vantaggio iniziale nella ricerca di un caso applicativo che, però, continua a eludere le sue strategie di marketing. Alcuni esperti hanno recentemente stimato che, in assenza di una svolta significativa, l’azienda potrebbe trovarsi a toccare la bancarotta già a metà del 2027. La chiusura di Sora si pone dunque come il primo passo strategico per scongiurare la concretizzazione di quanto profetizzato.

Effetto referendum: Meloni abbandona Delmastro, Bartolozzi e Santanché per limitare i danni

3

La sconfitta al referendum produce i primi effetti nella maggioranza. Nonostante tutte le premesse e le mani avanti, un segnale andava dato ai cittadini: la scelta è ricaduta su Giusi Bartolozzi, capo di gabinetto, e Andrea Delmastro, il sottosegretario travolto di recente da uno scandalo giudiziario. Bartolozzi e Dalmastro, spinti da Fratelli d’Italia, hanno rassegnato le dimissioni, ben accolte dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Quest’ultima ha poi auspicato la stessa «sensibilità istituzionale» per la Ministra del Turismo Daniela Santanché, rinviata a giudizio per truffa aggravata, che da Milano leva gli scudi e prova a resistere, sfruttando l’amicizia col presidente del Senato Ignazio La Russa. Le opposizioni presentano nel frattempo una mozione di sfiducia, su cui Fratelli d’Italia potrebbe astenersi nel tentativo estremo di cacciare la propria ministra, restituendo uno scenario surreale alla politica italiana. Nel frattempo il guardasigilli Carlo Nordio, promotore della fallita riforma della magistratura, resta in bilico.

Doveva essere un referendum “tecnico”, almeno negli auspici della maggioranza, che sperava di evitare qualsivoglia ripercussione politica. Poi la sconfitta con 2 milioni di voti di scarto, i primi malumori e le intenzioni di voto che rivelano come una preferenza su dieci per il no sia arrivata dal centrodestra. Le dichiarazioni pacate, da vecchia scuola democristiana, rilasciate subito dopo l’esito referendario hanno presto ceduto il passo alle tensioni, che ora potrebbero trasformarsi in un vero e proprio terremoto politico per la maggioranza. Il primo capro espiatorio è stato Andrea Delmastro, il sottosegretario alla Giustizia finito al centro di diverse critiche durante il mandato: prima la diffusione di alcune conversazioni di Alfredo Cospito coperte dal segreto d’ufficio, costata 8 mesi al militante di Fratelli d’Italia, poi la società aperta con la giovane figlia di Mario Caroccia, condannato in via definitiva come prestanome della camorra.

Le dimissioni di Delmastro sono state subito seguite da quelle di Giusi Bartolozzi, la forzista capo di gabinetto. È diventata famosa per aver definito i magistrati dei plotoni d’esecuzione durante le ultime battute della campagna referendaria, arricchita da una dichiarazione rivelatasi poi dai toni semiprofetici: «se vince il no vado via dall’Italia». A febbraio Bartolozzi era stata raggiunta da un avviso di conclusione delle indagini, con la Procura di Roma che le contesta il rilascio di dichiarazioni false nel caso Almasri, il generale libico perseguitato dalla Corte Penale Internazionale che l’Italia ha deciso di rimettere a piede libero, fino a casa sua con un volo di stato.

A giocare un ruolo cruciale nel caso Almasri è stato il Ministro della Giustizia Carlo Nordio.  Per difendere la scarcerazione del torturatore libico ha stravolto le carte della Corte Penale Internazionale (CPI), che ne chiedeva l’arresto. Essendo Nordio anche il promotore della riforma della magistratura, bocciata due giorni fa dal popolo, si comprende la precarietà che al momento avvolge Palazzo Piacentini, soprattutto intorno alla figura del guardasigilli.

Se Nordio resta in bilico, la collega di partito Daniela Santanché sembra avere un destino politico già scritto. L’anno scorso, di fronte agli scandali giudiziari, la Ministra del Turismo si era detta pronta alle dimissioni solo in caso di una richiesta proveniente direttamente da Giorgia Meloni. Ora che questa è arrivata, l’ex proprietaria del Twiga prende tempo, aggrappandosi all’amicizia con La Russa. All’orizzonte si staglia il voto di sfiducia depositato dalle opposizioni in Parlamento, che a questo punto potrebbe passare con l’astensione di Fratelli d’Italia. Tutto per lasciarsi alle spalle il caso di insubordinazione, provare a limitare i danni del referendum e tirare avanti, almeno fino all’approvazione della legge elettorale che a fine mese inizierà il suo iter in commissione.

Ivrea, violenze in carcere: 8 agenti condannati per falso

0

Un anno e sei mesi (otto, in un caso) di reclusione per falsità in atti nell’ambito del procedimento per le violenze avvenute nel carcere di Ivrea nel 2016: questa la pena decretata dai giudici per otto agenti della polizia penitenziaria, che avrebbero coperto quanto stava avvenendo contro i detenuti con falsi rapporti che citavano cadute e altri “incidenti”. Patrizio Gonnella, presidente di Antigone, ha definito “fondamentale” il ruolo dell’associazione e della società civile nella vicenda. I reati contestati agli autori delle violenze (accusati di lesioni, in quanto all’epoca dei fatti non esisteva ancora il reato di tortura) sono andati in prescrizione.