Dopo i primi test condotti dal Giappone nel 2024, l’idea di utilizzare il legno per costruire satelliti sta iniziando a interessare anche la ricerca europea. L’obiettivo è duplice: limitare l’accumulo di detriti in orbita e ridurre l’impatto ambientale delle attività spaziali, soprattutto nella fase di rientro nell’atmosfera, quando i materiali tradizionali possono disperdere particelle e residui metallici.
Nel novembre 2024 il Giappone ha lanciato nello spazio LignoSat, considerato il primo satellite con struttura portante in legno. Si tratta di un piccolo cubo di circa dieci centimetri per l...
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Nel 1966 Ennio Morricone era a Marsiglia quando, improvvisamente, sentì un suono che non si aspettava. Era una normale sirena della polizia, ma, a differenza di quelle italiane, costruite su due note che si ripetono, questa era tritonale. Quel cambiamento minimo accese la sua immaginazione. Da lì nacque l’idea per una canzone fondata sullo stesso principio: tre note molto vicine tra loro, ripetute in modo ossessivo, poi un piccolo scarto di tonalità e di nuovo il ciclo che ricomincia, in un crescendo che ricorda quello di una sirena che si avvicina. Una struttura che, descritta a parole, potrebbe sembrare persino banale, ma che nella musica, grazie al genio di Morricone, si trasforma in un miracolo. Quel miracolo era Se telefonando.
Un ciclo di tre note attorno alle quali si regge un intero brano. Lo stesso principio su cui si basa, volontariamente o involontariamente, anche il pezzo scritto da un giovane cantautore napoletano che, 26 anni fa, portò sul palco di Sanremo una delle canzoni più anti-sanremesi mai ascoltate.
Siamo nel 2000. 50ª edizione del Festival. Alla conduzione, per la seconda volta consecutiva, c’è Fabio Fazio, che ha come compito principale quello di svecchiare il Festival dopo le austere gestioni di Pippo Baudo, Mike Bongiorno e Raimondo Vianello. La lista degli artisti in gara segna effettivamente un cambio di passo e la qualità delle canzoni è decisamente alta. Ci sono, tra gli altri, i Tiromancino e Riccardo Sinigallia con la bellissima Strade, Max Gazzè con Il timido ubriaco, e poi i Subsonica e Samuele Bersani con due capolavori come Tutti i miei sbagli e Replay.
Poi vabbè, c’erano pure Fabrizio Moro e un frate che suonava la chitarra elettrica e che sarebbe poi stato arrestato per truffa. Perché va bene svecchiare, ma siamo comunque a Sanremo.
Per la categoria nuove proposte c’è invece un cantante che ha portato un pezzo particolarmente strano. Alessio Bonomo, 30 anni, autore di La Croce. Una canzone decisamente fuori dai canoni anche per quella edizione del Festival, che comunque si era presa molte libertà. Il brano si apre con lo strillo di una chitarra elettrica suonata col wah. Un suono sporco e acido, che potrebbe tranquillamente arrivare da un disco di Jimi Hendrix e che infatti sembra provenire da un’altra dimensione rispetto al palco di Sanremo. È un attacco che pare quasi un errore tecnico, qualcosa che qualcuno in regia dovrebbe abbassare in fretta. E invece no: è proprio così.
A quel punto la chitarra inizia il suo riff ossessivo di tre note sul quale si regge l’intero brano. Poco dopo entra, inevitabilmente, l’orchestra. Gli archi, tuttavia, non cercano di “ripulire” quel suono, né di renderlo presentabile per la prima serata. Prima lo assecondano, poi costruiscono un crescendo che genera un vero e proprio cortocircuito: da un lato c’è la tradizione melodrammatica sanremese, dall’altro siamo quasi dalle parti dei Sonic Youth. Due stili totalmente diversi che cercano di dividere lo stesso spazio in armonia, come farebbero due coinquilini che si odiano ma che devono comunque vivere insieme perché mancano i soldi per l’affitto. In mezzo a tutto questo, immobile al centro del palco, c’è Alessio Bonomo. Che non canta. Recita. O meglio: pronuncia. La sua voce non cerca mai la melodia e non prova in alcun modo a farsi bella. Sta lì, tesa. Come il monologo di qualcuno che ha deciso di dire una cosa importante nel posto meno adatto possibile.
“E ognuno ha la sua croce, ma certe croci sono enormi”, dice nell’attacco del pezzo, e già a questo punto è chiaro che non siamo esattamente nell’universo poetico di Papaveri e papere. La canzone avanza per accumulo emotivo, come una salita continua. Parla delle croci che affliggono ognuno di noi, ma anche di come ognuno di noi sia “un falegname che costruisce nuove croci”, fino ad arrivare a chi “da questo orrendo costruire ne esce pure vincitore”. Ogni frase è un passo in più verso il cuore della canzone, che si materializza quando Bonomo lancia un urlo improvviso, evidenziato dalla musica che si blocca all’istante: “ROBA DA SPACCARGLI UN PALO IN MEZZO AGLI OCCHI!”. Sarebbe il ritornello. Sembra più una bestemmia.
Alla fine del video si sentono alcuni timidi applausi, ma è facile immaginare le espressioni perplesse del pubblico in sala. Il brano, inutile dirlo, non avrà molta fortuna. Arriverà quartultimo in classifica e non avrà, di fatto, alcuna vita commerciale. Un anno dopo, però, Alessio Bonomo pubblicherà il suo primo album, La rosa dei venti, prodotto da un altro musicista passato da quella 50ª edizione del Festival: Fausto Mesolella, chitarrista degli Avion Travel, che proprio quell’anno vinsero all’Ariston con Sentimento. Anche quello un brano totalmente fuori asse rispetto alla tradizione sanremese.
Col senno di poi, quel Sanremo del 2000 appare come un momento di equilibrio raro nella musica moderna, che poteva permettersi certe deviazioni e certi picchi di eccellenza restando comunque popolare. Intendiamoci: Sanremo, nonostante i proclami, non è mai stato lo specchio di niente. Anche oggi, nel 2026, al di là di febbraio, fuori dalla Liguria, si produce musica di ogni genere, spesso animata dal desiderio di guardare avanti e di esprimere la propria identità artistica in maniera originale. Sanremo, invece, è solamente il risultato delle scelte di qualche dirigente rincoglionito della Rai e delle case discografiche, che spingono per mettere in vetrina i loro artisti invenduti come se fossero prosciutti.
Tuttavia, se si guarda alle canzoni in gara all’Ariston negli ultimi anni, lo scarto con il passato non sembra solo stilistico, ma concettuale. Anche nel caso di quei cantanti che vorrebbero portare sul palco il proprio stile personale, bello o brutto che sia, l’azzardo creativo sembra essere stato completamente sostituito dalla ricerca della riconoscibilità immediata. Tutto deve funzionare subito, possibilmente al primo ascolto, possibilmente su TikTok. Canzoni che sembrano tutte omologate e che passano senza lasciare traccia, come sirene bitonali dirette a tutta velocità in qualche luogo dove non sta succedendo nulla di interessante. Una creazione di testi, melodie e arrangiamenti che appare più simile a una produzione industriale che a un flusso creativo personale. Basta guardare al numero degli autori necessari a comporre un singolo brano. Ci sono volute 6 persone per scrivere il pezzo che ha vinto Sanremo 2026. Una canzone, oggettivamente, davvero brutta.
La Croce di Alessio Bonomo invece, nel bene o nel male, era solo di Alessio Bonomo.
Frane e alluvioni verificatesi nello stato brasiliano di Minas Gerais hanno provocato almeno 72 vittime (65 a Juiz de Fora e 7 a Ubá). Tra le vittime si contano anche 13 bambini. La quota degli sfollati raggiunge invece le 10mila persone, costrette a lasciare la propria casa. «Aiuteremo queste persone a ricostruire la loro vita, dando loro una casa. L’unica cosa che non possiamo restituire sono le vite perdute», ha dichiarato il presidente Lula. Nelle prossime ore sono previste nuove piogge.
«Khamenei, una delle persone più malvagie della storia, è morto». Così il presidente degli Stati Uniti ha annunciato la morte della Guida Suprema iraniana Ali Khamenei, ucciso dai bombardamenti israeliano-statunitensi di ieri, 28 febbraio. La conferma della sua morte è arrivata nella notte dai media ufficiali di Teheran. Tutti i maggiori rappresentanti del Paese hanno annunciato una risposta ancora più dura contro gli Stati Uniti e Israele, che si sta realizzando in questo stesso momento, con bombardamenti in tutta la regione; intanto, studiano i prossimi passi: il Rahbar, o appunto “Guida Suprema”, è la figura più importante dell’ordinamento iraniano, e rappresenta il collante tra il potere religioso e quello politico. Con la morte di Khamenei terminano 37 anni di leadership segnati dalla repressione, dalla tessitura di alleanze interne ed estere, e dall’ascesa dei pasdaran, e si genera un vuoto di potere al vertice della catena iraniana che rende ignoto il destino del Paese nel lungo periodo.
Ali Khamenei: la carriera politica
Ali Khamenei nacque il 19 aprile 1939 a Mashdad, importante città di fede per i musulmani di culto sciita. Proveniva da una famiglia azera, in quello che risulta un Paese fortemente multietnico – l’Iran, dove la comunità azera rappresenta una consistente percentuale della popolazione. Iniziò a studiare dagli ayatollah – massimi esponenti del clero sciita – sin da ragazzo, negli anni ’50, viaggiando tra Mashdad, Najaf e Qom; proprio a Qom seguì le lezioni dell’ayatollah Ruhollah Khomeyni, ispiratore della rivoluzione islamica e primo Rahbar dell’Iran. Durante il decennio successivo, fu un fervente oppositore dello scià, e si rese protagonista di un moto di dissenso politico che gli valse sei arresti. Nel 1979, anno della rivoluzione islamica, si era ritagliato uno spazio tra le figure politiche chiave del neonato regime. Al fianco di Khomeyni fu nominato imam della preghiera del venerdì a Teheran, portando avanti una modesta carriera clericale.
I veri compiti che gli vennero affidati, tuttavia, furono quelli politici: tra il 1980 e il 1981 ricoprì il ruolo di viceministro della Difesa e di supervisore dei pasdaran– le Guardie della Rivoluzione Islamica – per volere dello stesso Khomeyni, e rappresentò il Rahbar presso l’Alto Consiglio di Difesa. Verso la fine del 1981 divenne Presidente, la massima carica esecutiva del Paese, subentrando a Muhammad Ali Rajai, assassinato da un oppositore politico; diventò così il primo esponente del clero a ricoprire tale carica. Fu riconfermato nel 1985, e lungo tutta la sua carriera da Presidente seguì da vicino la linea di Khomeyni. Il salto di qualità avvenne nel 1989, con la morte del primo Rahbar. Khomeyni aveva designato come suo successore il Grande Ayatollah Hossein-Ali Montazeri, che tuttavia cadde in disgrazia dopo avere criticato le politiche repressive del governo e il massacro degli oppositori politici. Per un breve periodo, al vertice della catena di comando si creò un vuoto di potere: nel Paese non c’era nessuna figura capace di ereditare il ruolo Khomeyni, ed emerse il nome di Khamenei.
L’ascesa a Guida Suprema
Un giovane Khamenei (a sinistra) con la prima Guida Suprema, Khomeyni.
La candidatura di Khamenei era invisa ai membri di alto rango del clero iraniano perché l’allora presidente non aveva una carica religiosa abbastanza elevata per ricoprire il ruolo di Rahbar, come richiesto dalla Costituzione iraniana: uno dei principi alla base del diritto iraniano è quello del wilayat al-Faqih, in italiano traducibile come “tutela del giurisperito”, secondo il quale in attesa del ritorno dell’imam il giurista ha la facoltà di tutelare gli interessi della comunità; in uno Stato fondato sul testo sacro, questo implica direttamente che a ricoprire la carica più elevata debba essere un religioso di alto rango e prestigio, con riconosciute capacità di interpretazione del Corano tali da venire emulato, cosa che Khamenei non era. Per permettere la sua nomina a Rahbar venne dunque portata avanti una revisione costituzionale e nel frattempo gli venne affidato l’incarico temporaneamente; questa nomina gli valse il soprannome di “ayatollah in una notte”, affibbiatogli dai suoi detrattori per schernire la sua repentina ascesa nelle gerarchie religiose.
Per bilanciare l’iniziale opposizione del clero, Khamenei tesse una fitta rete di interessi interni volta a garantirsi l’appoggio necessario a ricoprire il ruolo di Rahbar. Costituì quello che è stato definito “stato profondo dell’Iran”, un sistema di alleanze per spartire il potere nel Paese in cambio di un riconoscimento politico e religioso. A beneficiare di questo meccanismo furono i pasdaran, che iniziarono a mettere le mani nella maggior parte dei settori economici del Paese; oggi amministrano una buona fetta delle infrastrutture energetiche, dell’edilizia, oltre che parte del settore militare. Altro elemento portante dell’agenda di Khamenei fu quello di indebolire le strutture elettive del Paese, dando sempre più centralità agli organi di nomina della Guida Suprema; tale indirizzo portò a un conseguente tentativo di rinsaldare il sistema repressivo. A chiudere il cerchio, la costituzione del cosiddetto “asse della resistenza”, il sistema di alleanze con i gruppi armati esteri – come il libanese Hezbollah – che ha favorito la legittimazione interna rafforzando l’influenza e la rete di sicurezza del defunto Rahbar.
Cosa succede ora? L’ordinamento dell’Iran
Con la morte di Khamenei si crea un vuoto di potere al vertice della catena di comando iraniana. L’Articolo 11 della Costituzione prevede che «in caso di morte, dimissioni o destituzione della Guida», si formi – in attesa della nomina del suo successore – «un Consiglio composto dal Presidente, dal Capo del potere giudiziario e da uno dei giuristi del Consiglio dei Guardiani». L’ordinamento iraniano è parecchio intricato: il potere legislativo è in mano al Parlamento (il Majles) e quello esecutivo al Presidente, entrambi eletti dal popolo. Accanto a queste istituzioni vi è il Consiglio dei Guardiani, un organo collegiale non elettivo composto da 12 membri, di cui la metà nominata dal Parlamento e la metà dal Rahbar; il Consiglio dei Guardiani ha il compito di valutare che le leggi – verso cui può esercitare diritto di veto – siano conformi al diritto islamico e alla Costituzione, e passa al vaglio le candidature a Presidente. Vi è poi l’Assemblea degli Esperti, composta da 88 membri eletti a suffragio universale (con il lasciapassare del Consiglio dei Guardiani) che nominano la Guida Suprema e – almeno in teoria – vegliano sulla sua condotta; durante il suo mandato, Khamenei ha indebolito il potere di controllo di tale organismo. Al vertice di tutto vi è, appunto, la Guida Suprema.
In attesa che l’Assemblea degli Esperti nomini il prossimo Rahbar, il potere è dunque in mano al Presidente Pezeshkian, al Capo della Magistratura Gholamhossein Mohseni Ejei, e all’Ayatollah Arafi, eletto oggi come rappresentante del Consiglio dei Guardiani dal Consiglio per il Discernimento, istituzione creata per gestire le dispute tra il Parlamento e il Consiglio dei Guardiani i cui membri sono nominati dal Rahbar. L’uccisione di Khamenei solleva una incognita sul suo successore; fino al 2024 in tanti reputavano l’ex presidente Ebrahim Raisi il più probabile candidato come terza Guida Suprema, ma nel maggio dello stesso anno morì in un incidente in elicottero. L’attuale lista dei potenziali successori di Khamenei è lunga e comprende il figlio Mojtaba, da anni suo consigliere informale; ci sono poi Hassan Khomeyni, nipote del fondatore della Repubblica Islamica, e Hassan Rouhani, ex presidente e religioso moderato. A oggi, tuttavia, non vi è un nome che spicca più di un altro come potenziale nuovo Rahbar.
Nonostante l’assenza di un immediato successore, quella fitta rete di alleanze forgiata negli anni da Khamenei rende la Repubblica Islamica capace – almeno dal punto di vista puramente strutturale – di reggere il colpo della scomparsa del Rahbar. Va inoltre rilevato che Khamenei era in età avanzata e che è molto probabile che i vertici del Paese fossero già preparati alla sua morte, come del resto dichiarato dallo stesso presidente del Parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf. È ancora troppo presto per provare a fare previsioni sul futuro: se da un punto di vista materiale le istituzioni dovrebbero riuscire a tenere, non è detto che ce la facciano sul piano ideologico, e che il popolo non scenda in piazza a chiedere la caduta del regime; resta inoltre da considerare il ruolo dell’esercito (l’artesh) e soprattutto dei pasdaran, che sul lungo periodo – in virtù della loro influenza – potrebbero reclamare maggiore spazio all’interno degli organi politici della Repubblica, e causare una potenziale crisi istituzionale.
RAMALLAH, CISGIORDANIA OCCUPATA – Una sirena improvvisa dal telefono, un messaggio in solo ebraico che sa di allarme. Il rombo dei jet militari che si dirigono verso l’Iran. È così che, per molti, la guerra è cominciata. Sono circa le 8.30 del mattino di sabato 28 febbraio: la Cisgiordania si stava svegliando, quando Israele e gli Stati uniti hanno dato il via all’offensiva militare che potrebbe scatenare una guerra regionale in Medio Oriente.
Il rumore degli arei militari non ha più smesso, e ha accompagnato – invadente sottofondo – tutti i palestinesi in questa prima giornata di guerra. Mentre le bombe iniziavano a cadere, e il sistema Iron Dome provava a intercettare le decine di missili iraniani creando forti esplosioni che si tramutavano in boati, la Cisgiordania è stata blindata. In nome di chissà quale “sicurezza”, l’esercito d Tel Aviv ha ristretto ancora di più i movimenti dei palestinesi nel Paese, creando forti disagi. Code infinite ai check-point, mentre molti dei circa 288 “gates”, i cancelli di metallo posti sulle strade tra le città e i paesini palestinesi, sono stati chiusi.
Ramallah e Gerico sono state blindate, ma anche a Hebron, Betlemme, Tulkarem, Nablus, Jenin, Gerusalemme gli spostamenti erano quasi impossibili. Bloccati in coda a pochi metri dal muro dell’apartheid fuori Ramallah, il suono delle sirene di Gerusalemme si sentiva forte e chiaro. Quel lamento lugubre che invita i cittadini – israeliani – a mettersi al sicuro nei bunker, si alternava all’allarme improvviso emesso dai telefoni con sim israeliane che suonavano a ogni attacco. La maggior parte dei palestinesi – con sim palestinese – guardavano invece una app che descrive tutte le aree interessate dal lancio dei missili, avvisando quando entrare e uscire dalle “zone sicure”. Che in Cisgiordania occupata, non esistono.
L’offensiva israeliana, mascherata da “attacco preventivo”, non sarà breve e i palestinesi si preparano. In molti ieri sono andati a comprare scorte di cibo, riempiendo le dispense delle case. Le incognite, sono troppe: la limitazione degli spostamenti, l’aumento dei check-point. La probabile chiusura delle frontiere. I gruppi Telegram sono una delle forme principali con la quale i palestinesi si tengono aggiornati e seguono gli eventi; guardano i video degli attacchi in Iran, le studentesse morte e la devastazione del complesso di Ali Khamenei dove la Guida Suprema dell’Iran è rimasta uccisa, ma anche i bombardamenti iraniani contro gli stati arabi in risposta, i missili intercettati e i missili che invece hanno raggiunto gli obbiettivi in tutto il Medio Oriente.
La sera, per Ramallah si vedono gruppetti di persone riunite ad osservare il cielo. Le famiglie e gli amici si riuniscono sui tetti o negli spiazzi aperti a guardare le scie infuocate causate dai missili iraniani e dal sistema di difeso israeliano che li prova a intercettare. Non c’è tristezza, anzi. Per molti i missili iraniani sono benvenuti. Mentre la guerra a Gaza continua e Israele chiude nuovamente il valico di Rafah, la Cisgiordania sta venendo serrata sempre di più in una morsa che ha il sapore dell’annessione. Nonostante la guerra, i coloni illegali non fermano i continui attacchi verso la popolazione e le incursioni dei militari continuano. I movimenti sono tuttora ristretti, e il numero dei cancelli chiusi è oggi aumentato. I missili iraniani non possono che essere visti come una flebile speranza che qualcosa cambi; e che la pressione sofferta dalla popolazione palestinese, si alleggerisca.
Decine di migliaia di persone sono scese in strada ad Atene, capitale greca, per ricordare l’incidente ferroviario di Tebi, avvenuto il 28 febbraio 2023. Cortei e scioperi anche a Salonicco, Patrasso e Iraklion. I manifestanti hanno chiesto giustizia, puntando ad aumentare la pressione pubblica, dal momento che le indagini non hanno ancora individuato i responsabili dell’incidente costato la vita a 57 persone, principalmente studenti.
Migliaia di persone sono scese in piazza a Roma per protestare contro il cosiddetto ddl Stupro, il cui testo è stato recentemente stravolto dalla senatrice leghista Bongiorno eliminando la parola “consenso” e sostituendola con una più generica espressione “volontà contraria all’atto sessuale”. Alla manifestazione hanno aderito oltre mille realtà, tra le quali varie sigle sindacali e associazioni quali Amnesty International. In testa al corteo i gruppi antiviolenza, tra i quali Non Una di Meno, i quali si oppongono al testo del ddl “senza possibilità di alcuna mediazione”.
Il Ministero della Salute gli dovrà elargire un assegno bimestrale a vita per danni causati alla vaccinazione anti-Covid. È questa la decisione del giudice della sezione Lavoro del tribunale di Agrigento in relazione al caso di un 55enne di Agrigento che, dopo circa tre mesi dalla somministrazione della seconda dose di vaccino Pfizer-BioNTech, oltre a patire dolori al braccio sinistro, ha subito una amiotrofia nevralgica o sindrome di Parsonage-Turner, che ha comportato una quasi paralisi dell’arto. La pronuncia è arrivata grazie a un ricorso del legale dell’uomo, in seguito al rifiuto del riconoscimento da parte del dicastero.
L’inoculazione in questione risale al mese di marzo del 2021. In seguito ai dolori e all’amiotrofia nevralgica riscontrata, il 55enne aveva segnalato all’AIFA la sospetta reazione avversa al vaccino, ottenendo dalla commissione aziendale dell’ASP agrigentina l’esenzione dalla terza dose. Successivamente, il suo avvocato, Angelo Farruggia, ha richiesto la corresponsione dell’indennizzo previsto dalla legge 210/92 in favore dei soggetti danneggiati da vaccinazione al Ministero della Salute, che si è messo però di traverso, negando il nesso di casualità tra la vaccinazione e l’infermità. In ultimo è però arrivata la sentenza del tribunale del Lavoro, che – come pochi mesi fa aveva già fatto il tribunale di Asti – ha dato ragione all’agrigentino. «Non è condivisibile l’atteggiamento del ministero della Salute che, attraverso formule generiche e il vago richiamo a non aggiornati rapporti dell’Aifa, nega il nesso di causalità tra la somministrazione dei vaccini anti-Covid e le reazioni avverse di cui sono rimasti vittima alcuni soggetti», ha dichiarato Farruggia.
Negli ultimi anni, sono fioccati i casi di riconoscimenti giudiziali e amministrativi rispetto a danni gravi e permanenti, da paralisi a miocarditi fino a decessi, correlati alla campagna vaccinale. Si tratta di pronunce che pongono interrogativi assai significativi sugli effetti collaterali dei vaccini e sul dovere dello Stato di tutelare chi subisce danni da misure di profilassi pubbliche. Lo scorso ottobre, il Tribunale di Asti ha stabilito in primo grado il nesso causale tra il vaccino anti-Covid Pfizer e una grave mielite che ha reso invalida una tabaccheria di 52 anni, condannando il Ministero della Salute a versarle un indennizzo permanente. A marzo la stessa decisione era arrivata per una donna di Terni di 67 anni, ad aprile per un’altra di 60 anni di La Spezia, a luglio per una terza di Pescara, 70 anni. Nel gennaio 2023, una donna italiana di 67 anni, rimasta semiparalizzata dopo la somministrazione del vaccino anti-Covid (AstraZeneca) aveva ottenuto dall’ente pubblico un indennizzo mensile di 913 euro come «equa indennità». Nel gennaio 2024, una commissione medica di Messina aveva riconosciuto a una donna di 36 anni un indennizzo a vita per «danni irreversibili» da vaccino anti-Covid. Nel febbraio 2024, a Colletorto, in Molise, era stato riconosciuto il nesso causale tra la somministrazione del vaccino anti-Covid a un uomo di 72 anni e il suo decesso, avvenuto circa venti giorni dopo l’inoculazione.
È in corso dalle 21 di ieri lo sciopero del trasporto ferroviario proclamato da Sgb e Cub Trasporti, che terminerà alle 20.59 di oggi. Si è invece conclusa alle 5.59 l’agitazione indetta da Usb, iniziata alle 22 di ieri. Trattandosi di un giorno festivo, non sono previste fasce di garanzia. Trenitalia avverte che i treni possono subire cancellazioni o variazioni, anche prima e dopo l’orario ufficiale dello sciopero. I passeggeri possono chiedere il rimborso o riprogrammare il viaggio. I convogli già in viaggio all’inizio dell’agitazione raggiungeranno la destinazione solo se entro un’ora; altrimenti potranno fermarsi prima.
Virginia Woolf oggi viene spesso confinata in una categoria rassicurante: icona del femminismo, intellettuale sensibile, voce fragile. Una scrittrice segnata dalla malattia mentale e da un destino tragico. Ma questa lettura non è solo riduttiva ma fuorviante. Leggerla come scrittrice femminista è diventato un modo elegante per neutralizzarne la portata.
Virginia Woolf, infatti, non fu soltanto una delle più importanti scrittrici del Novecento. Fu una pensatrice capace di mettere in discussione i presupposti stessi su cui si reggeva la cultura occidentale: l’idea di autorità e di normalità. La sua rivoluzione non riguarda solo le donne, riguarda invece il modo in cui una società costruisce i suoi valori. Ci ha mostrato come il potere agisca sulle menti prima ancora che sui corpi.
Centrale è l’esperienza della guerra. Nei suoi romanzi, come Mrs Dalloway, e nei saggi, come Le tre ghinee, la guerra penetra nei corpi, nelle menti, nelle istituzioni. La violenza dei bombardamenti e delle guerre mondiali non era solo sul campo; era nei rapporti di potere, nei linguaggi dominanti, negli schemi di normalità che definivano chi poteva essere ascoltato e chi doveva essere silenziato.
Ma facciamo un passo indietro. L’Inghilterra in cui nasce Virginia Woolf è una società che si percepisce come stabile, razionale, moralmente superiore. Woolf cresce all’interno di un ambiente colto e benestante. La casa dei Stephen è frequentata da scrittori, critici, storici. I libri sono ovunque, la conversazione è continua. Eppure il sapere che la circonda non le appartiene del tutto: è un sapere che seleziona, che gerarchizza, che decide chi può parlare e chi no.
I suoi fratelli vanno a Cambridge. Lei invece resta confinata in casa. La sua formazione è frammentaria, domestica, indiretta. Quest’esperienza la spinge a domandarsi: che cos’è l’autorità intellettuale? Dipende davvero dal valore delle idee, o dalle strutture che ne permettono la legittimazione? Domande che trascendono la condizione femminile e che sono appunto universali.
Tra il 1895 e il 1904 la vita di Virginia viene segnata da una serie di lutti: la morte della madre Julia, poi quella della sorellastra Stella, infine il padre Leslie Stephen. Dopo la morte del padre, si trasferisce nel quartiere di Bloomsbury. Qui nasce il gruppo che prenderà lo stesso nome: un ambiente sperimentale e anticonformista.
Il flusso di coscienza per cui la Woolf diventerà celebre non è solo una scelta estetica, ma è una presa di posizione. Perché raccontare il mondo attraverso una voce unica, lineare, onnisciente? Perché fingere che la realtà sia coerente, quando l’esperienza umana non lo è? In Mrs Dalloway, una giornata ordinaria diventa il luogo in cui emergono fratture profonde: guerra, trauma, solitudine, disconnessione. Mrs Dalloway, infatti, racconta, almeno in apparenza, la giornata di una donna londinese, presa da occupazioni mondane e piccoli drammi sociali.
In realtà questo è un romanzo sulla guerra e contro la guerra. Virginia Woolf ci mostra la devastazione psichica che produce e lo fa attraverso il personaggio di Septimus, un reduce che fatica a riadattarsi alla normalità della vita civile. Woolf ci mostra che le guerre non finiscono mai davvero per chi le ha vissute.
Clarissa e Septimus non si incontrano mai, eppure sono due facce della stessa medaglia. Clarissa ha imparato a vivere all’interno delle convenzioni, a muoversi nello spazio sociale senza romperlo. Septimus no: perseguitato dalla morte dell’amico Evans rappresenta il lato oscuro e tragico del dopoguerra. Ne incarna la ferita mai risolta.
«Bellissima! esclamava in un soffio, dando di gomito a Septimus, perché l’ammirasse. Ma la bellezza stava al di là di una lastra di vetro. Persino le cose golose (a Lucrezia piacevano i gelati, la cioccolata, i dolciumi in genere) non avevano gusto per lui. Guardava i passanti, là fuori: felici, sembravano, assiepati in mezzo alla strada, a ridere, a gridare, a litigare per nonnulla. Ma lui non provava alcun gusto, non riusciva a sentire niente. Nella sala da té, fra i tavolini e i loquaci camerieri, quell’orrenda paura lo riprendeva: non provava alcuna sensazione».
Septimus pensa, ricorda, rielabora esperienze che non riesce però a tradurre in linguaggio condiviso. Il suo trauma è anche un problema di comunicazione. La società che ha prodotto la guerra non possiede le parole per raccontarne gli effetti reali. Ecco perché Septimus viene etichettato come folle.
La scrittrice Virginia Woolf
Quando il suo trauma emerge, il sistema non lo riconosce come conseguenza della violenza collettiva, ma lo imputa a un difetto individuale, a una debolezza caratteriale. I medici che incontrano Septimus rappresentano un sapere che non ascolta, ma classifica. Il Dottor Holmes, il medico di base, sminuisce la gravità dei traumi di Septimus, e gli consiglia di dedicarsi a hobby, passatempi costruttivi, divertimenti. Sir William Bradshaw, invece, un eminente psichiatra, impone al suo paziente una cura fatta di «riposo e isolamento».
La loro ossessione non è il benessere del paziente, ma la sua capacità di tornare a essere funzionale. La sofferenza estrema di Septimus in fondo mette in crisi la narrazione ufficiale che vede nella guerra un’esperienza nobile e necessaria. La psichiatria, come aveva espresso magnificamente Foucault ne La società disciplinare, non è soltanto una disciplina medica ma un dispositivo di controllo sociale. Chi non riesce ad adattarsi al sistema di valori di una determinata società viene isolato, marginalizzato, escluso.
Quando il dottor Holmes tenta di forzare la porta della stanza di Septimus per internarlo, Septimus si toglie la vita, lanciandosi da una finestra. Di fronte all’imposizione di una cura coercitiva, Septimus sceglie di non consegnarsi, non accetta cioè di essere ridotto a caso clinico.
Mrs Dalloway solleva una domanda che ancora oggi è come una bomba:chi decide cosa è sano? Cos’è normale e cosa non lo è?E se la follia non fosse solo una patologia individuale, ma una reazione a un mondo che non ammette deviazioni?
Virginia Woolf mostra una straordinaria consapevolezza di questo meccanismo: in tutti i suoi romanzi la follia non è mai solo disfunzione individuale, ma è una rottura tra l’individuo e un determinato ordine sociale. Il trauma individuale è il riflesso di strutture sociali incapaci di riconoscere la sofferenza che hanno prodotto.
La mente del cosiddetto folle è una mente che entra in conflitto con norme rigide, ruoli imposti, linguaggi insufficienti. Septimus Smith, ad esempio, è schiacciato da un sistema che non concede spazio a chi dà voce a idee e sentimenti che incrinino la narrazione nobilitante della guerra.
Lo stesso accadde alla Woolf. La medicina dell’epoca parla di instabilità, isteria, esaurimento nervoso. Le sue crisi però coincidono sempre con momenti di forte pressione: lutti, difficoltà economiche, sovraccarico emotivo.
Negli anni Trenta Woolf è all’apice della sua maturità intellettuale. Scrive Le onde, Una stanza tutta per sé, Le tre ghinee. Ma il contesto storico in cui vive è soffocante: l’ascesa dei totalitarismi, le crisi economiche, la minaccia di una nuova guerra mondiale all’orizzonte. Quando la Gran Bretagna entra in guerra, le sue crisi si fanno sempre più violente e logoranti.
La psichiatria dell’epoca parlò di «fobie», di paure irrazionali e incontrollabili, anche se verrebbe da chiedersi quanto e come in un contesto simile la paura sia davvero una reazione emotiva ingiustificata a un clima di terrore e violenza e quanto invece la capacità di adattarsi a un simile contesto non possa essere letto come un sintomo di malattia. Alla fine comunque, all’età di cinquantanove anni, Virginia Woolf si toglie la vita.
Il suo suicidio è stato spesso romanticizzato o patologizzato. La sua morte invece ci spinge a chiederci: chi paga il prezzo della lucidità in un sistema che premia la conformità e l’obbedienza?
Raccontare la vita e l’opera di Virginia Woolf non significa dunque celebrare un’icona letteraria o commemorare una tragedia individuale. Significa interrogarsi sul costo umano di un sistema che tollera il dissenso solo finché non ne mette in discussione le fondamenta. E significa anche chiedersi se le domande che Woolf ha posto sulla guerra, sulla follia e la normalità, abbiano davvero trovato risposta o se continuino a restare irrisolte.
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