mercoledì 4 Febbraio 2026
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Germania, maxi sciopero dei trasporti paralizza città e pendolari

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Pendolari bloccati e banchine vuote in gran parte della Germania, dove oggi, lunedì 2 febbraio, decine di migliaia di lavoratori del trasporto pubblico hanno aderito a uno sciopero indetto dal sindacato Ver.di, paralizzando autobus e tram in molte città. La protesta segue lo stallo dei negoziati con i datori di lavoro municipali e statali sulle condizioni di lavoro. Il sindacato, che rappresenta circa 100.000 addetti, chiede turni più brevi, pause più lunghe e salari più alti per il lavoro notturno e festivo. Lo sciopero coinvolge circa 150 aziende, incluse Berlino, Amburgo e Brema, ed è tra le maggiori azioni coordinate degli ultimi anni.

Torino: le violenze della polizia che i media non vogliono vedere

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«Attacco allo Stato» (Il Messaggero); «La guerriglia di Torino» (la Repubblica); «Ferocia Askatasuna» (il Giornale); «Cercano il morto» (Il Tempo); «Ora basta, arrestateli tutti» (Libero). I titoli dei quotidiani all’indomani della manifestazione nazionale in solidarietà ad Askatasuna parlano una sola lingua: un lessico ossessivo e compatto – «guerriglia urbana», «tentato omicidio», «città sotto assedio», «blitz premeditato», «agente massacrato», «martellate a un poliziotto» – che riduce il corteo con 50mila manifestanti agli scontri del tardo pomeriggio. La cronaca dominante impone un frame univoco: la violenza “rossa” contro lo Stato. La piazza è ridotta a minaccia criminale, l’ordine pubblico a vittima assoluta. Le violenze attribuite agli “antagonisti” saturano lo spazio mediatico; cariche, manganellate, lacrimogeni e idranti scompaiono o vengono derubricati a legittima “reazione” delle forze dell’ordine. In questo articolo, vi proponiamo alcune delle immagini che la politica si è ben guardata dal diffondere e che mostrano l’altra faccia di quanto accaduto al corteo dello scorso 31 gennaio.

Il bilancio ufficiale parla di 103 agenti feriti, di cui circa una trentina ricoverati e poi dimessi domenica; delle decine di manifestanti contusi, nella cronaca mainstream resta appena traccia. Così, la selezione di immagini e parole produce un vuoto informativo: per chi guarda solo i telegiornali, la violenza appare a senso unico. Video e fotografie diffuse da reporter indipendenti e collettivi documentano scontri durissimi e feriti da entrambe le parti, ma le immagini di attivisti spinti e percossi durante le fasi di deflusso, le cariche improvvise e gli scontri generalizzati, i pestaggi a terra rimangono marginali rispetto alla narrazione dominante. I media hanno amplificato il pestaggio di Alessandro Calista, un agente isolato del Reparto Mobile di Padova, trasmesso in loop e qualificato come “tentato omicidio”. Attorno a quell’episodio – innegabile nella sua brutalità – si è costruito un repertorio visivo selezionato: un blindato incendiato, cassonetti in fiamme, estintori lanciati, petardi, l’aggressione a una troupe televisiva. Come già avvenuto per le manifestazioni a sostegno della Palestina, il contesto è rimasto sullo sfondo: uno sgombero vissuto come atto repressivo, un corteo spezzato da cariche e sbarramenti, una piazza composita che includeva famiglie, studenti, sindacalisti e artisti – da Zerocalcare a Willy Peyote, dai Subsonica a dirigenti della CGIL – scesi in strada contro le politiche del governo Meloni e l’attacco agli spazi sociali.

Un’altra sequenza di fatti circola altrove, lontano dai canali dell’informazione mainstream. Le immagini mostrano un uso della forza che va oltre la gestione dell’ordine pubblico, ma questi episodi trovano spazio quasi esclusivamente su piattaforme digitali e testate indipendenti. Emblematico il caso di un fotografo, picchiato e poi allontanato con forza dagli agenti anche dopo l’identificazione. Il Quotidiano Piemontese ha diffuso un filmato in cui si vede un manifestante a terra colpito ripetutamente a manganellate da un agente.

La stessa scena è stata rilanciata dai vari account, come No Justice No Peace Italy, che documenta anche altre scene di violenze: un uomo ferito lasciato solo e disorientato per terra dalle forze dell’ordine, un altro che non viene soccorso e un gruppo di poliziotti che accerchia violentemente due persone che cercano di scappare dai lacrimogeni. Su X, altri video mostrano cariche con manganelli e spinte durante le fasi di arretramento, con la polizia che alterna ritirate e contrattacchi, ricorrendo anche agli idranti contro gruppi compatti ma non offensivi.

Un altro filmato, diffuso da Local Team, documenta l’uso degli idranti e dei lacrimogeni su manifestanti pacifici. Materiali analoghi sono disponibili anche su Radio Onda d’Urto, tra cui un video in cui un manifestante, già a terra, viene colpito da una quindicina di manganellate da parte di un agente in assetto antisommossa.

La polarizzazione degli eventi non è casuale: serve a legittimare la linea della “tolleranza zero” e a preparare il terreno al nuovo pacchetto sicurezza del governo, in modo da silenziare gli spazi che portano avanti un’opposizione contro il governo. La narrazione binaria – delinquenti contro eroi in divisa – trasforma una protesta sociale in una minaccia allo Stato. Non a caso, la premier Giorgia Meloni ha promesso che il suo governo ripristinerà «le regole in questa Nazione», invitando i magistrati a “non esitare”, il vicepremier Matteo Salvini ha chiesto di accelerare l’approvazione del nuovo decreto sicurezza, mentre il ministro Guido Crosetto ha parlato di «guerriglieri» e «bande armate» da «combattere come le Brigate Rosse», assimilando gli scontri del 31 gennaio al terrorismo e rendendo accettabile un ulteriore irrigidimento repressivo. Così la “guerriglia” diventa un’etichetta politica utile al potere più che una descrizione fedele di quanto accaduto.

La scalata del grattacielo senza corde: il rischio come prodotto da vendere

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Alex Honnold grattacielo

La fama di Alex Honnold è deflagrata in tutto il mondo nel 2018, quando uscì il film che raccontava la sua impresa al limite della follia: la scalata in free solo – e cioè a mani nude, senza corde né protezioni di alcun tipo – del monolite di roccia alto 914 metri di El Capitan, nel parco nazionale di Yosemite, in California. La pellicola, oltre ad aver vinto l’Oscar come miglior documentario, ha conquistato tutti: dai semplici appassionati di arrampicata passando per i puristi, per arrivare anche chi una mano su una roccia, non l’aveva mai posata prima in vita sua. E i motivi sono diversi. Alex appare come un ragazzo umile e schivo, disinteressato a qualsiasi cosa che non sia l’arrampicata e con un unico obiettivo: quello di spostare sempre più in là i limiti sulle pareti verticali che per gli altri esseri umani erano invalicabili. Oggi, nel momento in cui l’arrampicata in free solo si diffonde sempre di più, per capire la portata dell’impresa di Honnold basti sapere che nessuno è riuscito e ripeterla, tanto che sul suo sito viene scritto con orgoglio che sono di più le persone ad aver messo piede sulla luna, rispetto a quelle che hanno scalato El Capitan in free solo.

Tre anni prima, era il 2015, insieme a Tommy Caldwell, ne aveva realizzata un’altra: la traversata integrale del Gruppo del Fitzroy in Patagonia, una catena di grandi picchi rocciosi tra Argentina e Cile. Furono premiati con il prestigioso Piolet d’Or, uno dei riconoscimenti più importanti nell’alpinismo mondiale. Questa traversata, quella più alpinistica tra le sue imprese, è lontana dal gesto estremo del free solo ma non meno radicale per visione e impegno, perché si è trattato di affrontare una sequenza di guglie iconiche, affilate e isolate, immerse in uno degli ambienti più ostili del pianeta.

Nel 2010 aveva fatto parlare di sé per aver completato il Triple Climb di Yosemite, in meno di 24 ore. Riuscì a concatenare tre delle grandi pareti simbolo della valle – Mount Watkins, Half Dome ed El Capitan – affrontando oltre 2mila metri di arrampicata continua, questa volta con corde e imbragatura, su enormi pareti profondamente diverse tra loro. Ogni movimento era calibrato, ogni sosta ridotta all’essenziale: la velocità non nasceva dall’azzardo, ma da una conoscenza profonda delle vie e da una lucidità mantenuta per un’intera giornata. Il Triple Climb segnò un passaggio chiave nella carriera di Honnold, mostrando come la sua radicalità potesse esprimersi anche nella continuità dello sforzo e nella precisione, non solo nell’esposizione estrema. Un alpinismo asciutto, funzionale, dove l’ambizione non era sfidare il vuoto, ma portare a termine ascensioni complesse con il minimo spreco di energia.

Alex Honnold è diventato famoso perché ha rivoluzionato l’arrampicata estrema: ha scalato senza corde alcune delle pareti naturali più difficili al mondo, trasformando gesti potenzialmente mortali in un racconto di autocontrollo, rigore e rifiuto dello spettacolo fine a sé stesso. La sua fama si è costruita sull’idea che quelle imprese non fossero show, ma una ricerca personale al rischio della propria vita.

L’ultima impresa, la scalata in free solo di un grattacielo a Taipei, rompe però questo patto simbolico. Non c’è esplorazione naturale né intima, solo un contesto artificiale progettato per essere visto e monetizzato. La cifra economica ricevuta è stata da lui stesso definita imbarazzante. Ma, aggiungiamo noi, non tanto per la sua entità, quanto per quello che con quei soldi è stato comprato. Per quanto il compenso fosse altissimo, e quindi difficile da rifiutare, il significato si ribalta: non più il rischio come necessità interiore, ma come prodotto da vendere. È così che il mito di Honnold, fondato sull’autenticità, finisce per incrinarsi.

Reinhold Messner, intervistato sull’accaduto da Montagna.tv, alla domanda se la scalata del grattacielo fosse paragonabile a quella dei grandi 8mila, ha risposto così: «E’ stato soltanto un grande spettacolo». Poi aggiunge che ha fatto bene a farlo e, pur spiegando che per uno come Honnold salire su un grattacielo dove «ogni pochi metri aveva un gradino su cui poggiare tutto il piede» è tecnicamente «facile», ne esalta le abilità di alpinista e arrampicatore. Ma la verità profonda traspare dalla domanda successiva, quando l’intervistatore gli chiede se, nel caso l’avessero proposto a lui anni fa, avrebbe accettato, magari per finanziare qualche spedizione successiva. «Lo escludo, nel modo più assoluto», è la risposta, lapidaria, di Messner.

Forse è proprio qui il punto: l’alpinismo non è mai stato solo una questione di “cosa” si scala, una parte preponderante l’ha sempre avuta il “perché”. Finché il rischio è il linguaggio di una ricerca interiore, resta comprensibile e coerente, per alcuni persino necessario. Quando diventa scenografia, perde spessore e si svuota. Honnold non smette di essere uno dei più grandi arrampicatori della storia, ma con quel gesto sposta il baricentro: dalla montagna come spazio di verità, al verticale come superficie pubblicitaria. E allora forse non è il grattacielo a essere fuori luogo nell’alpinismo, è l’alpinismo a essere fuori posto quando accetta di diventare intrattenimento.

Gaza, raid israeliano contro campo profughi: morto bimbo di 3 anni

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Un bambino palestinese di tre anni è morto questa mattina in seguito a un attacco delle forze israeliane nel sud della Striscia di Gaza. Secondo Al Jazeera, il raid ha colpito la tendopoli di al-Mawasi, un campo profughi costiero vicino a Khan Younis che Israele aveva definito «zona di sicurezza umanitaria». Il ministero della Salute di Gaza, controllato da Hamas, riferisce che dal cessate il fuoco del 10 ottobre 2025 oltre 500 palestinesi sono stati uccisi e 1.400 feriti. Intanto è stato riaperto con traffico limitato il valico di Rafah con l’Egitto.

Il governo Meloni usa gli scontri di Torino come scusa per il nuovo Decreto sicurezza

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«Faremo quello che serve per ripristinare le regole in questa Nazione»: l’aria di Torino era ancora irrespirabile nel raggio di un chilometro dalla zona degli scontri di sabato 31 gennaio, ma la campagna politica del governo Meloni era già in moto. La premier non ha infatti esitato a sfruttare quanto accaduto al termine della manifestazione nazionale in solidarietà con Askatasuna per rilanciare il nuovo Decreto Sicurezza, la cui bozza è attualmente in discussione, oltre alla consueta polemica con la magistratura – sempre più calcata in vista del referendum di marzo. A sostenere le sue posizioni vi sono in prima linea tutti i rappresentanti di governo, dal ministro della Difesa Guido Crosetto, che ha paragonato i gruppi presenti alle Brigate Rosse, a Matteo Salvini, che ha rilanciato l’originale proposta della Lega di inserire la norma dell’obbligo di cauzione per chi manifesta in piazza.

A fare da chiosa, le prime pagine dei giornali (di area e non solo) del giorno successivo, che tengono tutti un tono monocorde: I nuovi terroristi, titola Il GiornaleOra basta, arrestateli tutti, tuona LiberoAskatasuna fa paura, secondo Libero. E poi Il Corriere della Sera (Torino: assalto choc a un agente); La Repubblica (La guerriglia di Torino); La Stampa (La ferita di Torino). «Non siamo di fronte a manifestanti, ma a soggetti che agiscono come nemici dello Stato» scrive la premier, che nel giro di 12 ore era già volata a Torino per «portare solidarietà» agli agenti rimasti feriti negli scontri. «Mi aspetto che la magistratura valuti questi episodi per quello che sono, senza esitazioni, applicando le norme che già ci sono e consentono di rispondere in modo fermo, perché non si ripeta che alla denuncia dei responsabili non segua nulla, come purtroppo è accaduto troppe volte» commenta. Un’affermazione forse azzardata da avanzare in un contesto come quello torinese, dove sono decine i manifestanti e gli attivisti sottoposti a misure cautelari e in attesa di processo.

Ad accompagnare la premier vi era anche il ministro della Difesa Guido Crosetto, che ha incontrato alcuni dei carabinieri presenti in piazza e coinvolti nella «guerriglia urbana» scatenata da «oltre mille persone organizzate militarmente» e, secondo il ministro, con una precisa «strategia». Crosetto arriva a parlare di «bande armate che hanno l’obiettivo di colpire lo Stato e chi lo serve», che devono essere combattute «come sono state combattute le Brigate Rosse». «Il giudizio di fronte a questi fatti deve vederci tutti uniti come lo furono le forze politiche negli anni del terrorismo», tuona Crosetto, aggiungendo: «non è in gioco una parte politica, ma la Repubblica Italiana». D’altronde, quanto accaduto fornisce un assist notevole al governo per accelerare sul nuovo Decreto Sicurezza, che tra le misure centrali vede proprio una stretta sulla partecipazione alle manifestazioni di piazza. Gli ultimi dettagli verranno discussi nel corso di una riunione della maggioranza prevista per questa mattina a Palazzo Chigi, cui seguirà domani, martedì 3 febbraio, l’informativa di Piantedosi alle Camere su quanto avvenuto a Torino e un Consiglio dei Ministri il prossimo mercoledì 4 febbraio. Proprio in quest’ultima sede, l’esecutivo potrebbe già annunciare il nuovo pacchetto di misure. In particolare, il testo dovrebbe aumentare la possibilità per gli agenti di effettuare controlli “preventivi” (compreso il fermo per 12 ore di persone “sospette” per impedirne la partecipazione agli eventi di piazza), mentre lo scudo penale nei confronti della polizia potrebbe essere ulteriormente esteso.

Anche il ministro dei Trasporti Matteo Salvini non ha perso occasione di condannare l’accaduto, rilanciando la proposta già avanzata in passato di introdurre «l’obbligo di una cauzione per chi scende in piazza». Da capire come organizzarne la realizzazione, soprattutto in caso di manifestazioni partecipate come quella di sabato, che ha visto la presenza di decine di migliaia di persone (cinquantamila secondo gli organizzatori, quindicimila, secondo la Questura) provenienti da tutta Italia. Dal canto suo, il ministro dell’Interno Piantedosi rilancia le notizie fake diffuse anche da Giorgia Meloni, accusando non meglio specificati «antagonisti ospiti dei centri sociali occupati abusivamente». Curioso, in questo frangente, che l’unica persona attualmente identificata nell’aggressione al poliziotto non sia un militante torinese, ma un ragazzo 22enne proveniente da Grosseto.

Tra tutti i rappresentanti di governo che hanno ricondiviso lo stesso video dell’aggressione al poliziotto (già dimesso dall’ospedale con prognosi di 20 giorni, disposta in caso di lesioni lievissime), non uno si è sbilanciato a commentare le molteplici violenze messe in campo dalle forze di polizia col favore della nebbia dei lacrimogeni, seppur anche quelle ben documentate da decine di video circolanti online – dalle immagini del fotografo circondato e picchiato da numerosi agenti, a quelle del poliziotto che si accanisce con un manganello su di un manifestante disteso in terra in una nube di lacrimogeni, fino a quella di una dozzina di agenti che circondano e picchiano con violenza due manifestanti che cercavano di scappare da corso Regina. Nè alcuno cita la testimonianza della giornalista del Manifesto, Rita Rapisardi, testimone oculare dell’aggressione al poliziotto, che descrive come questo fino a pochi secondi prima di cadere in terra stesse inseguendo e manganellando un gruppo di attivisti.

Dalla produzione alla condivisione, Rimini sperimenta la comunità energetica urbana

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Il Comune di Rimini ha avviato il percorso che porterà alla nascita della prima Comunità Energetica Rinnovabile (CER) cittadina, un sistema che consente a cittadini, imprese ed enti locali di produrre e condividere energia da fonti rinnovabili, riducendo i costi e redistribuendo i benefici sul territorio. Con particolare attenzione alle famiglie più fragili e al tessuto produttivo locale. Il progetto è già operativo sul piano organizzativo e infrastrutturale e si presenta come uno dei più strutturati a livello urbano in Italia.
A differenza di molte esperienze ancora in fase sperimentale, la C...

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Rogoredo, nuova sparatoria: polizia ferisce gravemente un uomo

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A pochi giorni dall’uccisione di un 28enne marocchino, colpito da un poliziotto in borghese ora indagato per omicidio volontario, Rogoredo torna al centro della cronaca nera con un nuovo intervento armato delle forze dell’ordine. Domenica, a Milano, un uomo ha sottratto una pistola a una guardia giurata e, durante la fuga tra via Caviglia e via Cassinis, ha sparato contro la polizia. Gli agenti hanno risposto al fuoco, ferendolo gravemente. Il sospetto è stato soccorso e ricoverato in ospedale in codice rosso, mentre l’arma è stata recuperata. Le indagini sono in corso per ricostruire l’esatta dinamica dei fatti.

Liriche oscene al computer: Frank Zappa contro l’intelligenza artificiale

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«Le cose in America stanno diventando infernali. Abbiamo un presidente infernale e un consiglio di sicurezza infernale, quindi ho deciso di intitolare il mio nuovo album Jazz from Hell». Queste le parole con cui un celebre musicista ha presentato alla stampa il suo nuovo disco, interamente eseguito da una macchina che ha sostituito tutti i musicisti nell’esecuzione dei brani. Sembra che si parli di Trump e dell’intelligenza artificiale, e invece siamo nel 1986. L’artista in questione era Frank Zappa che, dopo essersela presa con l’allora presidente Ronald Reagan, annunciava l’addio alla sua band e l’uscita di un disco interamente realizzato con un computer di ultima generazione: il Synclavier.

Nel 1986 Zappa era stanco dei limiti umani. Aveva guidato decine di formazioni, sottoponendo i musicisti a prove estenuanti affinché ogni nota delle sue, spesso deliranti, composizioni, fosse eseguita con precisione assoluta. Ma non era mai pienamente soddisfatto. Il computer divenne così la soluzione: «Il vantaggio principale del Synclavier è che posso immaginare ritmi che gli esseri umani hanno difficoltà persino a contemplare, figuriamoci a eseguire… Perché sottoporre un musicista a quella tortura quando puoi semplicemente digitare tutto e ottenere un risultato matematicamente esatto?».

Niente di così nuovo, in verità. Nel 1914 Stravinskij vide per la prima volta a Londra una pianola meccanica e pensò subito di usarla per rimpiazzare i musicisti. Dopo di lui, tanti altri avrebbero usato la tecnologia per sopperire ai limiti umani. Nel caso di Jazz From Hell, tuttavia, era la prima volta che la versione ancora primordiale di un computer veniva usata per creare melodie e composizioni così complesse.

Complesse o deliranti, a seconda dei punti di vista: 

Immaginare il Synclavier come un computer moderno con schermo e tastiera potrebbe essere fuorviante. Lo strumento con cui Zappa compose il disco assomigliava molto di più a un armadio: un pesante mobile in legno dal quale spuntavano leve, fili e schede, collegato a un terminale che mostrava righe di codice e parametri numerici. Invece di “suonare” nel senso classico del termine, Zappa passò ore a inserire i dati nota per nota, battuta per battuta, utilizzando un linguaggio di programmazione. Un lavoro maniacale che però gli permise di controllare l’esecuzione con una precisione che nessun orecchio umano avrebbe potuto mai raggiungere. In un certo senso, il Synclavier fu per Zappa il musicista definitivo. Un lavoratore instancabile dalla precisione assoluta che, sempre per citare il maestro: «non arriva in ritardo alle prove, non si droga e non ha problemi di ego».

Il Synclavier utilizzato da Frank Zappa per il suo Jazz From Hell

Non il miglior disco di Frank Zappa, bisogna ammetterlo. Anche se riuscì comunque nel capolavoro di ottenere il bollino con cui la censura americana segnalava i testi espliciti (Parental Advisory: Explicit Content), nonostante l’album fosse interamente strumentale.

Stacco. Salto nel presente.

Pochi giorni fa una canzone di enorme successo è stata esclusa dalla classifica ufficiale svedese dopo che si è scoperto che era stata creata con l’Intelligenza Artificiale. Il brano si intitola I Know, You’re Not Mine ed è “cantato” da un certo “Jacob”. Le virgolette non sono casuali.

La canzone aveva superato i 5 milioni di streaming nel mondo e aveva raggiunto il primo posto nella classifica svedese di Spotify, prima che l’ente nazionale per il commercio musicale (IFPI) decidesse di farla sparire dalla lista dei brani più venduti. L’intervento dell’IFPI è arrivato dopo l’indagine di un giornalista investigativo, Emanuel Karlsten, che ha scoperto come il brano fosse stato registrato a nome di un imprenditore danese chiamato Stellar e accreditato a due dipendenti del reparto AI della sua azienda. Jacob, in sostanza, non esiste.

«La voce dell’artista Jacob e parti della musica sono generate con l’aiuto dell’intelligenza artificiale come strumento nel nostro processo creativo – ha spiegato Stellar – Siamo professionisti della musica che hanno investito molto tempo, energia e dedizione nella scrittura e nella produzione di questa uscita, guidati da una chiara visione artistica». Una posizione che, tutto sommato, non è troppo distante da quella sostenuta da Frank Zappa nel lontano 1986. Con una differenza non proprio trascurabile: allora nessuno aveva avuto nulla da ridire sulla genuinità delle sue creazioni al computer.

Certo, una distinzione andrebbe fatta. Jazz From Hell, del musicista Frank Zappa, era, pur con tutti i suoi limiti, un tentativo di spingersi oltre i livelli standard e di creare qualcosa di nuovo al fine di raggiungere un livello compositivo superiore. I Know, You’re Not Mine, parto della visione artistica denominata “Jacob”, è invece quanto di più mediocre si possa chiedere a una canzone folk: banale, innocua e perfettamente dimenticabile.

Il Synclavier di Frank Zappa superava le capacità umane. L’Intelligenza Artificiale, in questo caso, sembra piuttosto rivederle al ribasso. Ma il punto non è la tecnologia in sé. Il fatto che questa canzone abbia raggiunto i vertici delle classifiche non solleva tanti dubbi sulla capacità dell’AI di fare musica, quanto piuttosto sul nostro gusto come ascoltatori. O perlomeno come ascoltatori svedesi.

Gaza: Israele riapre parzialmente il valico di Rafah

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Ambulanze, camion di aiuti umanitari e mezzi pesanti hanno attraversato domenica il valico di Rafah dal lato egiziano verso la Striscia di Gaza, nell’ambito di una riapertura parziale del confine decisa da Israele per prove tecniche. La riattivazione del valico ha carattere sperimentale e serve a testare i meccanismi concordati per il transito di merci e soccorsi, in attesa dell’avvio ufficiale del passaggio a partire dal 2 febbraio. Il movimento dei civili palestinesi non è ancora autorizzato e potrebbe iniziare nei prossimi giorni.

Terra dei Fuochi: cos’è cambiato a un anno dalla sentenza CEDU

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Esattamente un anno fa, la Corte europea dei diritti dell’uomo (CEDU) condannava l’Italia per non aver tutelato il diritto alla vita dei suoi cittadini. La CEDU, con una sentenza storica, ha certificato l’abbandono istituzionale nei confronti degli abitanti della Terra dei Fuochi. Contestualmente, i giudici europei hanno imposto allo Stato italiano di mettere in campo, nel giro di due anni, una strategia volta alla bonifica di un’area comprendente 90 comuni campani, con l’obiettivo di salvaguardare la salute di quasi 3 milioni di persone. Al primo giro di boa, l’azione istituzionale risulta non essere decollata del tutto, tra interventi limitati e risorse insufficienti, come certificato dal Comitato per la dignità e per la vita. Quest’ultimo, nato a luglio a seguito della sentenza CEDU, si è posto a guida del fermento dal basso che anima la società civile campana, a cui i giudici europei hanno riservato un ruolo centrale, affidando loro il monitoraggio dell’esecuzione della sentenza.

Le colpe dell’Italia e la sentenza CEDU

Negli anni ’80, il sodalizio tra classe imprenditoriale, massoneria, politica e camorra trasformò l’area della Campania felix in Malaterra, sversando milioni di tonnellate di rifiuti ovunque fosse possibile: corsi d’acqua, terreni, strade. I rifiuti venivano poi dati alle fiamme, moltiplicando i tassi di inquinamento. Per indicare tale schema di distruzione sistematica della vita umana e dell’ambiente è stato scelto il termine biocidio.

Per i primi anni, il fenomeno criminale è andato avanti a fari spenti, all’ombra dell’interesse mediatico. Poi si sono susseguite le prime confessioni dei pentiti (Carmine Schiavone su tutti), gli studi scientifici e rilevazioni varie. Come riportato dalla sentenza n. 51567/14 del 2025 della CEDU, le autorità erano a conoscenza dello sversamento illegale dei rifiuti almeno dal 1988 ma le risposte sono tardate ad arrivare.

Nel corso degli anni, sia i governi sia gli enti locali non hanno messo in campo una strategia efficace, esponendo circa 3 milioni di persone a inquinamento ambientale e dunque a elevati rischi per la salute. Nello specifico, la CEDU — l’organo che giudica il rispetto della Convenzione europea dei diritti dell’uomo — ha condannato l’Italia per aver violato l’articolo 2 del trattato, relativo al diritto alla vita. I giudici europei hanno così messo nero su bianco una verità che gli abitanti della Terra dei Fuochi conoscevano da anni, perché vissuta sulla propria pelle, tra malattie e morti premature. La sentenza ha, in altre parole, coronato la lotta dei cittadini contro il negazionismo e le accuse di allarmismo.

Preso atto dell’inerzia italiana, la CEDU ha disposto diverse misure vincolanti, come la bonifica del territorio, il monitoraggio costante e indipendente, la trasparenza sulle informazioni ambientali e sanitarie. Per adeguarsi alle prescrizioni, sono stati dati all’Italia due anni di tempo, a partire da maggio 2025, quando la sentenza del 30 gennaio è diventata definitiva. A un anno di distanza dall’intervento dei giudici europei è possibile tracciare un primo bilancio — non troppo confortante — della risposta messa in campo dalle istituzioni nella Terra dei Fuochi.

La Terra dei Fuochi un anno dopo

«Il bilancio non sta a 0 ma a -1. Serve un deciso cambio di rotta per adeguarci alla sentenza europea», dice Raniero Madonna, membro del Comitato per la dignità e per la vita. Quest’ultimo ha organizzato a Napoli una conferenza stampa per fare il punto della situazione a un anno esatto dall’intervento della CEDU. Nella stessa giornata è stato lanciato il Forum civico che, proprio come il comitato, avrà il compito di vegliare sull’attuazione della sentenza, facendo da raccordo tra società civile e istituzioni, a partire dal livello più prossimo, quello locale. Il forum continuerà dunque il lavoro condotto dal comitato (e dalle tante associazioni che lo hanno preceduto) con l’obiettivo di raccogliere segnalazioni di roghi e sversamenti, così come delle criticità sul territorio, monitorando lo stato delle bonifiche. A ciò si affianca l’elaborazione di proposte volte alla cura e alla rigenerazione di un’area vasta 1076 km², comprendente 90 comuni campani.

Durante la conferenza stampa del 30 gennaio, i cittadini riunitisi nel Comitato per la dignità e per la vita hanno ribadito le responsabilità delle istituzioni verso il fenomeno Terra dei Fuochi. Sono state poi contestate tanto l’inerzia storica quanto le risposte recenti, a partire dal commissariamento. Poco dopo la sentenza CEDU, il governo Meloni ha infatti nominato il generale Giuseppe Vadalà commissario straordinario per la bonifica della Terra dei Fuochi. Il comitato ha riconosciuto a Vadalà l’impegno nella mappatura dei siti contaminati così come per la rimozione superficiale dei rifiuti (pari a 1700 tonnellate sulle 2700 previste). Tali operazioni hanno impegnato quasi la metà degli appena 60 milioni di euro stanziati dal governo, 45 provenienti dal Ministero dell’Ambiente e 15 previsti dal decreto-legge n. 116/2025 approvato ad agosto. Nei prossimi mesi, buona parte dei fondi rimanenti (circa 23 milioni) dovrebbero essere assegnati per completare la rimozione dei rifiuti in superficie, all’interno dei siti mappati.

Le cifre in ballo, però, sono ben più alte. Secondo le stime prodotte da Vadalà, infatti, servirebbero almeno 2,5 miliardi di euro soltanto per completare la bonifica di 81 siti di competenza pubblica, attraverso interventi spalmati su 10 anni. 14 di questi 81 siti sono aree di interesse primario, ma lo stato complessivo dell’avanzamento degli interventi di bonifica è fermo al 35%. Su 826 ettari di terreno analizzati, 110 sono stati dichiarati inidonei alla coltivazione e dunque interdetti. 

Pur riconoscendo l’impegno del commissario Vadalà, che ha elaborato mensilmente dei rapporti sulle attività svolte, il Comitato per la dignità e per la vita rigetta la narrazione emergenziale che accompagna il commissariamento. I cittadini puntano piuttosto sulla gestione del fenomeno attraverso gli organi democratici ordinari. A Palazzo Chigi, così come per enti locali e agenzie specializzate – gli abitanti chiedono comunque un netto cambio di passo. 

L’organizzazione in comitati e forum permette ai singoli di ottenere maggiore forza contrattuale, al fine di richiamare le istituzioni alle proprie responsabilità, da assolvere in proprio e, almeno per un altro anno, in sinergia col commissario straordinario. Il comitato denuncia carenze su entrambe i profili; ai vari comuni della Terra dei Fuochi è stato chiesto di prendere formalmente atto dell’intervento giudiziario europeo, agendo così per la tutela effettiva del diritto alla vita. «In questo quadro, procedimenti autorizzativi relativi a nuovi impianti e il persistente ricorso alla combustione dolosa come forma sistemica di smaltimento illegale stanno determinando forti preoccupazioni e mobilitazioni civiche in diverse aree del territorio, tra cui l’area industriale di Aversa e, in modo particolarmente critico, l’agro caleno», scrivono i cittadini. Pur non avendo ancora dati definitivi sui roghi verificatisi nel 2025, è certa la loro persistenza, tanto da essere una costante nella vita di milioni di persone. In diversi casi, a bruciare sono gli impianti deputati allo smaltimento rifiuti. Quest’estate gli incendi di Teano e Pastorano sono risultati tra i più devastanti, con migliaia di tonnellate di rifiuti in fiamme e diossine sprigionate nell’aria. 

Nella lettera inviata ai comuni, i cittadini riprendono i passaggi della sentenza CEDU, pretendendo «sorveglianza sanitaria delle fasce più vulnerabili della popolazione, in particolare di quella pediatrica». «La piena attuazione di tale sorveglianza — continuano — richiede che i dati ambientali e sanitari siano resi disponibili in modo trasparente, accessibile e verificabile, attraverso strumenti di accesso pubblico». 

La via tracciata dalla CEDU e rivendicata dai cittadini è quella di una collaborazione multilivello tra autorità e società civile. A tal proposito, un segnale incoraggiante proviene da Caserta, dove a ottobre è stata attivata la Conferenza dei servizi, quale «sede di confronto e coordinamento tra enti locali e territoriali, istituzioni sanitarie, tecnico-amministrative e soggetti portatori di interessi civici qualificati». 

L’interfaccia continua tra cittadini e istituzioni, intuita dalla CEDU, è un primo passo per ricomporre il danno decennale causato agli abitanti della Terra dei Fuochi. «Qui non ci sono vittime — dice Enzo Tosti, storico volto delle lotte ambientaliste campane – ma persone che rivendicano sulla propria terra diritti che nessuno può più mettere in discussione». Per farlo, la logica dell’emergenzialità deve cedere il passo a quella della gestione globale, che metta insieme cura, sostenibilità ambientale, opportunità sociali e lavorative.