martedì 17 Marzo 2026
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Una petroliera russa, senza equipaggio, è alla deriva nel Mediterraneo

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La petroliera russa Arctic Metagaz si trova alla deriva nelle acque del Mediterraneo e, dopo giorni di navigazione incontrollata, si sta avvicinando pericolosamente alle coste italiane. Dopo l’attacco subito il 3 marzo attraverso l’utilizzo di droni mentre si trovava al largo della Libia, l’imbarcazione, che trasporta 900 tonnellate di gasolio e 60mila tonnellate di gas naturale liquefatto (GNL), può diventare una bomba a orologeria e causare un disastro ecologico.

Mosca avrebbe accusato l’Ucraina, attribuendole la responsabilità dell’azione militare, mentre da Kiev non sono ancora arrivate spiegazioni né commenti a riguardo. Non sarebbe in ogni caso la prima volta che si verifica un attacco ucraino ai danni di un’imbarcazione russa, come nel caso della petroliera Qendil nel dicembre del 2025. La Metagaz è soggetta a sanzioni e, come in altri casi, è considerata parte della cosiddetta “flotta ombra” del Cremlino.

Se le responsabilità dell’accaduto sono incerte, il futuro della nave e gli effetti della sua permanenza nel Mediterraneo restano gravemente precari. Secondo le analisi dei siti specializzati in traffico navale, il 3 gennaio la nave si trovava nel porto di Tieshan nella provincia del Guangxi, nel sud della Cina, per poi ritrovarsi il 27 gennaio a Port Said, in Egitto. Le autorità egiziane negano ogni relazione con la metaniera e alcun tipo di contratto per la fornitura o la ricezione di GNL. L’attacco è avvenuto a centocinquanta miglia nautiche dalla città di Sirte, in Libia, e le stesse autorità libiche hanno affermato che la nave proveniva dal porto russo di Murmansk, nel mare di Barents. Le autorità maltesi, dopo essere venute a conoscenza della presenza di una nave colpita nella propria zona di Ricerca e Soccorso (SAR, Search and Rescue), hanno soccorso celermente l’equipaggio, dimostrando indubbiamente una rapidità d’azione poco usuale rispetto a situazioni simili, ma che hanno visto nel corso degli anni protagoniste imbarcazioni di migranti alla deriva.

In seguito all’operazione di salvataggio dell’equipaggio russo, la nave, inizialmente considerata affondata dalle testimonianze libiche, si trova alla deriva da più di dieci giorni. Lunga 277 metri e gravemente danneggiata da uno squarcio sul lato sinistro e nella zona della poppa dall’incendio provocato dall’esplosione del drone, la metaniera rischia di sversare tonnellate di petrolio e gas liquefatto in mare elevando la possibilità di recare un danno ambientale in un’area ricca di biodiversità.

Nella giornata di venerdì 13 marzo, a Palazzo Chigi si è svolta una riunione tra la premier Giorgia Meloni e i ministri Guido Crosetto, Antonio Tajani, Nello Musumeci e Gilberto Pichetto Fratin con il fine di monitorare la questione. Secondo il rapporto del governo maltese, l’imbarcazione si trova ancora nella zona SAR dell’isola ed è stato stabilito l’obbligo di mantenere una distanza di almeno cinque miglia nautiche. Attraverso la nota di Palazzo Chigi il governo italiano assicura la collaborazione con le autorità maltesi. Secondo quanto affermato dal sindaco di Lampedusa, Filippo Mannino, la metaniera sarebbe sotto il controllo della Marina Militare italiana, di un rimorchiatore e di una nave finalizzata ad interventi ambientali. La condizione precaria dell’imbarcazione, però, aumenta il livello di incertezza sui prossimi passi da compiere per risolvere il problema. Difatti la nave, che si sta allontanando gradualmente dalle coste maltesi per avvicinarsi con tutta probabilità alle coste dell’isola di Linosa, potrebbe necessitare di azioni di rimorchio o di traino estremamente complesse. Se da un lato si è esclusa l’opzione dell’affondamento attraverso l’utilizzo di cariche esplosive per ragioni di sicurezza, non è ancora chiaro cosa abbia intenzione di fare il governo italiano oltre alle operazioni di monitoraggio.

Questa situazione si somma all’attuale vulnerabilità del traffico petrolifero navale in seguito alla guerra e alla conseguente chiusura dello stretto di Hormuz. Se l’attacco con droni è la causa dell’incidente, i gravi ritardi dei nostri governi nei confronti di una transizione ecologica reale sono la radice di quello che rischia di diventare uno dei più gravi disastri ambientali del Mediterraneo.

La guerra all’Iran sta mettendo la Cina in una situazione molto delicata

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L’attuale escalation bellica che coinvolge l’Iran ha senz’altro un sapore amaro per Pechino. Per la Cina, l’Iran non è solo un partner commerciale, ma un alleato geopolitico importante nel quadro del grande scontro tra Occidente e “sud globale”. Integrato ufficialmente nei BRICS e snodo cruciale della Belt and Road Initiative (BRI), l’Iran rappresenta per Xi Jinping il principale bastione anti-egemonico in una regione storicamente dominata da Washington. Mentre Teheran porta avanti la sua strategia di guerra asimmetrica di saturazione, tanto militare quanto economica, Pechino vede il conflitto come una minaccia per i suoi piani economici che necessitano di stabilità energetica e mercati aperti.

rapporti tra Cina e Iran sono molto buoni e dal 2016 i due Paesi hanno elevato la propria collaborazione al rango di partnership strategica globale. Come riportato da Reuters, la Cina, primo importatore mondiale di greggio, lo scorso hanno ha acquistato quasi il 90% di tutto il petrolio iraniano esportato. Si tratta di 1,38 milioni di barili al giorno di petrolio iraniano, su un totale di 10,27 milioni di barili che importa via mare al giorno. Questo significa che la Cina ha acquistato dall’Iran il 13,4% del totale di greggio importato via mare. Numeri significativi, seppur gestibili per un gigante come la Cina. Oltre le rotte marittime del greggio e di varie altre sostanze chimiche che rientrano nel progetto BRI, ci sono anche le rotte terrestri, come il treno merci che collega Yiwu, importante hub commerciale nella provincia cinese dello Zhejiang, con Qom, in Iran. Il treno attraversa l’Asia centrale prima di raggiungere l’Iran dopo un viaggio lungo 4.000 chilometri.

Questa tratta ferroviaria permette di compiere in 15 giorni un viaggio che ne richiederebbe 40 con le rotte marittime. Questo corridoio permette alla Cina, e anche all’Iran, di aggirare lo Stretto di Malacca. Quest’ultimo, collo di bottiglia marittimo che collega l’Oceano Indiano al Pacifico, è da decenni il tallone d’Achille della Cina. Attraverso questo passaggio transita circa l’80% delle importazioni di petrolio cinese via mare e il 60% del suo commercio marittimo totale, rendendo Pechino vulnerabile a un potenziale blocco navale da parte degli Stati Uniti o dei loro alleati. Nonostante il corridoio terrestre, la chiusura dello Stretto di Hormuz da parte dell’Iran, che ha causato la paralisi del commercio di gas, greggio e della logistica in generale del Golfo Persico, dovrebbe risultare molto svantaggiosa per la Cina.

Oltretutto la navigazione nello Stretto non sarebbe completamente interrotta. Seppur ridotto ai minimi termini, secondo quanto riferito dal South China Morning, le navi legate alla Cina avrebbero via libera al passaggio. Tanto che diverse navi avrebbero cambiato i loro dati di tracciamento per tentare il transito. La cosa certa è che la chiusura di Hormuz fa male alla Cina ma ancor di più all’Occidente, Europa in particolare. Tuttavia, la sfida per Xi Jinping non è solo logistica o energetica, ma profondamente politica. L’accordo di cooperazione strategica della durata di 25 anni firmato nel 2021, che prevede investimenti cinesi in Iran per decine di miliardi di dollari in settori chiave come telecomunicazioni, porti e ferrovie, rischia di vedere gli investimenti cinesi vanificati dal cadere delle bombe e dei missili. Le infrastrutture possono dunque essere distrutte ancora prima che vengano completate.

C’è poi la questione del delicatissimo equilibrio con le monarchie del Golfo, in primis l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti. Questi Paesi, pur essendo rivali storici dell’Iran, sono diventati partner economici vitali per Pechino. Il commercio bilaterale della Cina con il Consiglio di cooperazione del Golfo e l’Iran è stato di oltre 300 miliardi di dollari nel 2023, con un aumento del 48% rispetto al 2019. Un appoggio troppo esplicito a Teheran potrebbe alienare le monarchie del Golfo, spingendole nuovamente, e in modo definitivo, tra le braccia del sistema di sicurezza americano, proprio mentre Pechino stava cercando di scalfirne l’egemonia. Proprio in quest’ottica, nel 2023, la Cina aveva mediato il processo di normalizzazione tra Arabia Saudita e Iran, col fine di pacificare la regione a spese dei piani statunitensi e israeliani (che hanno in mente il loro piano di “pace”).

Insomma, la Cina si trova in una posizione scomoda. La sua politica della non interferenza rimane al momento ferrea e si concentra invece sulla diplomazia. Il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, intervistato nel programma statunitense NBC Nightly News ha comunque detto che Russia e Cina stanno dando il proprio supporto, anche se meno visibile. E visti i danni prodotti dalla controffensiva iraniana, potremmo dedurre un supporto nel lavoro d’intelligence.

Napoli, rider in piazza per migliori condizioni lavorative

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Ci sono anche CGIL Napoli e Campania, NIDIL, FILCAMS e FILT in piazza oggi con i rider in presidio nel capoluogo campano per chiedere migliori condizioni contrattuali e lavorative. Presenti soprattutto collaboratori di Deliveroo e Glovo, recentemente sottoposte ad amministrazione giudiziaria per lo sfruttamento dei propri fattorini. “Non si possono dare paghe di 3/4 euro a consegna” ha commentato Nicola Ricci, segretario generale di CGIL Napoli, “il contratto nazionale che chiediamo va riconosciuto in tutto il territorio nazionale”.

Il “tribunale” del sogno

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Una nuova geografia dell’anima: questo, secondo Frédéric Lenoir, è l’orizzonte che C.G. Jung ha esplorato, questo il continente profondo da lui scandagliato: l’Io è un aggregato complesso di sensazioni, percezioni, affetti, pensieri, ricordi. La coscienza di noi stessi passa attraverso sensazioni ed emozioni che poi il sogno mette in azione, lasciando meravigliosamente in sospeso una loro interpretazione. 

Mauro Mancia parlava del sogno come ricerca delle radici, come esperienza reale e nello stesso tempo come linguaggio poetico che narra il mondo interno, dando quindi piena dignità a quel continente la cui geografia compete a ciascuno di noi, verso la scoperta transitoria dell’insondabile. Il sogno è lontano parente di quello “schema di civiltà” che il mondo antico attribuiva allo sfondo teatrale e religioso dell’attività onirica, distinguendo la realtà ùpar, quella della veglia, dal dominio ònar, quello del sogno: la dura, lucida consistenza delle cose a confronto con l’evanescenza pulsante del desiderio. 

Gerolamo Cardano, celebre astrologo e ingegnere del Cinquecento, nel suo trattato sui sogni, metteva in guardia perché, scriveva, «tutti i sogni provengono da una conoscenza imperfetta, dalla trasposizione e commistione delle cose viste», tanto che si può parlare non di verità assoluta ma di «gradi di verità», sia per le difficoltà con cui il materiale della vita emerge nel sogno, sia perché «il medesimo sogno non ha lo stesso significato per tutti, in base alle cose specifiche che appaiono in esso». Si tratta dunque non soltanto di conoscere il sogno ma soprattutto di conoscere il sognatore

Ma allora: riusciamo davvero a sognare qualcosa che non abbiamo mai visto o di cui non abbiamo sentito parlare, di cui insomma non “sappiamo” nulla? 

Il problema forse non sta in ciò che sogniamo ma in ciò che riusciamo a dirne: il che, come si sa, è potentemente controllato dall’esperienza e irrigidito dalle varie convenzioni. Che cosa davvero ci sia nel sogno forse lo sappiamo soltanto mentre sogniamo. Anche se allora non ne sappiamo il significato, perché il saperne qualcosa comporterebbe allora una mente esterna, un’osservatività che non si può dare. 

Ecco allora che il sogno si presta, quasi come un delitto, a un processo indiziario, al far emergere le contraddizioni e le allusioni, gli alibi e le complicità. Così le cose significano fuori dei sogni, nel discorso che ne parla, come nelle dichiarazioni che rilasciano i testimoni e i presunti colpevoli. Il sogno, insomma, è il dominio che vorrebbe sfuggire alla coscienza diurna e vigile, luogo dove tutto è per ora disperso e che va riscritto perché nelle ore diurne possa essere ritrovato. 

Il sogno forse ancora sede di quella attività religiosa (etimologicamente, da “legare”) in cui pazientemente, ma anche in maniera folgorante, inattesa, vengono rimesse insieme le parti del giorno. 

Passare dalla maschera, da un sistema di adattamento comunicativo a uno svelamento totale. Uno svelamento che ci possa rendere veramente “rei confessi”, sottraendo le profondità, motivazioni e orizzonti coscienti dalla totalità anche inconscia a cui appartengono. 

Si potrebbe dunque concludere paradossalmente che, a qualche titolo, il sogno andrebbe portato nelle aule dei tribunali. 

Ricordiamo Il nome della rosa, dove Umberto Eco contamina il giovane benedettino Adso da Melk con Sherlock Holmes (su cui Eco, io e altri avremmo scritto insieme qualche anno dopo): «Tu hai inserito persone e avvenimenti di questi giorni in un quadro che tu conoscevi già, perché la trama del sogno l’hai già letta da qualche parte…». Adso credeva che i sogni fossero messaggi divini, invece: «Mi avvedevo ora che si possono sognare anche dei libri, e dunque si possono sognare dei sogni». Insomma, in tribunale, in qualità di esperto meglio non portare Umberto Eco o Jorge Luis Borges: diventerebbe possibile qualsiasi cosa. A malincuore, meglio convocare Sherlock Holmes o Carl Gustav Jung. 

Cuba avvia dialoghi con gli USA, ma avverte: “non rinunceremo alla nostra sovranità”

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«In linea con la politica coerente che la Rivoluzione cubana ha sempre sostenuto nel corso della sua storia, funzionari cubani hanno recentemente tenuto colloqui con rappresentanti del governo degli Stati Uniti»: inizia così l’annuncio del presidente cubano Miguel Díaz-Canel, che conferma l’apertura di una linea di dialogo tra i due Paesi. Significativo che i colloqui siano avvenuti «sotto la guida del Generale dell’Esercito Raúl Castro Ruz in qualità di leader della Rivoluzione», scelta che delinea una precisa politica da parte di L’Avana, la quale non intende rinunciare alla propria sovranità e autodeterminazione. Cuba mantiene insomma la propria apertura a una soluzione diplomatica, come già affermato in passato, senza tuttavia piegarsi alle condizioni che il governo statunitense sta cercando a tutti i costi di imporre al Paese.

L’obiettivo dei dialoghi, spiega il presidente, è cercare «soluzioni, attraverso il dialogo, alle divergenze bilaterali». La crisi economica del Paese castrista, dovuta a sessant’anni di embargo economico imposto dagli USA, è entrata in una fase disastrosa dal golpe statunitense in Venezuela. Dopo la rimozione forzata del presidente Maduro da parte di Washington, infatti, non è più entrata una sola imbarcazione di combustibile sull’isola, come confermato dallo stesso presidente. Queste condizioni stanno avendo un «impatto incommensurabile sulla vita del nostro popolo», ha dichiarato Díaz-Canel. Di fatto, tale blocco era proprio una delle conseguenze con le quali Trump aveva sperato di piegare l’isola castrista, evitando per il momento un intervento militare. Questo tuttavia non è accaduto e L’Avana ha comunque insistito nel lasciare aperta la via della diplomazia e del dialogo (purchè questo avvenisse senza «ricatti politici, minacce e imposizioni»). «Non è la prima volta che si conducono colloqui di questo genere», ricorda Díaz-Canel, aggiungendo che è sempre stata parte della politica della rivoluzione cubana quella di mantenere aperta la via del dialogo.

«Negli scambi che si sono tenuti, la parte cubana ha espresso la volontà di portare avanti questo processo, su basi di uguaglianza e rispetto dei sistemi politici di entrambe gli Stati, della sovranità e dell’autodeterminazione dei nostri governi», ha riferito Díaz-Canel, confermando l’apertura di «spazi di intesa» tra le due parti. Fondamentale, in tal senso, la presenza del generale Raúl Castro, ex presidente del Paese e leader della rivoluzione. Il messaggio mandato dall’isola è chiaro: aperti al dialogo, ma senza piegarsi.

Díaz-Canel ha ribadito che «su questo processo sono esistite molte speculazioni e campagne di manipolazione, alle quali noi non abbiamo mai risposto, come è sempre stata prassi della rivoluzione». Il processo, avverte, sarà «molto lungo» e lo scopo sarà «determinare i problemi bilaterali che necessitano soluzioni; in che modo risolverli; capire se c’è volontà di mettere in pratica azioni a beneficio dei nostri popoli da entrambe le parti. Questo significa trovare ambiti di cooperazione nei quali si può affrontare le minacce e garantire la sicurezza e la pace di entrambe i Paesi e della nostra regione».

Gli ultimi colloqui significativi tra le due parti si sono svolti nel 2016, sotto l’amministrazione Obama, la quale avviò una normalizzazione parziale delle relazioni diplomatiche tra le due parti ma senza rimuovere l’embargo economico, misura che non aveva ottenuto il voto favorevole del Congresso americano. L’embargo fu rinnovato dalla prima amministrazione Trump, che ora sta cercando in tutti i modi di aumentare la pressione sull’isola. Soltanto nell’ultimo anno, le pressioni statunitensi avrebbero comportato un danno da 7,5 miliardi di dollari all’economia cubana, attraverso blocchi commerciali diretti e pressioni a Paesi terzi. Solamente poche settimane fa, nel lanciare un appello al Sud Globale, Díaz-Canel aveva dichiarato: «so che vivremo tempi difficili ma li supereremo con il nostro talento». Lo stesso presidente aveva lasciato intendere l’esistenza di una rete informale con Paesi come Messico, Russia e Cina – che ha recentemente donato all’isola cinquemila sistemi fotovoltaici per mitigare gli effetti della crisi energetica.

Mutui e prestiti: in Italia tassi sopra la media UE

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Un tasso medio del 3,55%, superiore a quello di Francia (3,06%), Spagna (2,49%) e, in generale, della media UE, che si attesta intorno al 3,23%: nel 2026, le banche italiane sono ancora quelle che impongono la tassazione maggiore sui mutui. Il dato è stato diffuso dal sindacato bancario FABI, che specifica come a imporre tassi superiori ai nostri vi sia solamente la Germania (3,84%). Secondo il sindacato, il divario “è ancora più marcato sul credito al consumo: i prestiti personali in Italia viaggiano all’8,11%, ben al di sopra della media europea del 7,51%”.

In Madagascar le proteste dei giovani hanno causato la caduta del governo

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La generazione Z continua a essere protagonista nel mondo. Dopo il successo registrato alle urne in Nepal, i giovani malgasci hanno causato, attraverso un’intensa ondata di proteste, la caduta del governo. Il presidente ad interim del Madagascar Michael Randrianirina ha infatti destituito il primo ministro Herintsalama Rajaonarivelo e l’intera squadra di governo, annunciando che sceglierà presto un nuovo premier. Restano in allerta i giovani malgasci, che dopo aver protestato contro la carenza di acqua ed elettricità vedono erosa la legittimità nei confronti della nuova leadership. In tal senso, la misura di Randrianirina può essere vista come un (ultimo) tentativo di tenere sotto controllo la situazione e rafforzare la propria autorità dopo mesi difficili, nonostante gli entusiasmi iniziali.

Continua la fase di turbolenze politiche del Madagascar, aperta con le proteste della generazione Z che nel settembre dello scorso anno portarono alle dimissioni del primo ministro Christian Ntsay. Pochi giorni dopo il presidente Andy Rajoelina scelse come capo del governo il generale Ruphin Zafisambo. Le proteste si intensificarono, fino a diventare rivolta e a sfociare nel colpo di Stato condotto dal colonnello Randrianirina, schieratosi al fianco dei manifestanti. Randrianirina è così diventato presidente ad interim, promettendo elezioni entro due anni e nominando Herintsalama Rajaonarivelo come nuovo primo ministro. Il mandato di Rajaonarivelo è durato appena 5 mesi, finendo ben presto sotto la lente critica dei giovani malgasci che hanno manifestato contro la carenza diffusa di acqua ed elettricità.

Le autorità ad interim sono state poi accusate di governare con poca trasparenza, escludendo i protagonisti della transizione politica dai suoi sviluppi. Randrianirina è corso dunque ai ripari, sollevando Rajaonarivelo dal suo incarico e inviando un segnale di apertura ai manifestanti. Questo potrebbe non bastare: i giovani infatti chiedono misure concrete per una gestione condivisa della nuova fase politica nazionale. Alcuni gruppi hanno inviato un vero e proprio ultimatum al presidente, pretendendo un cambio di rotta, pena l’intensificazione delle proteste. I prossimi mesi saranno cruciali per capire gli equilibri di forza politici in vista del 2027, anno in cui dovrebbe chiudersi il periodo di transizione con la stesura della nuova Costituzione e l’elezione di un nuovo presidente. Appuntamenti a cui i giovani malgasci, protagonisti delle rivolte, pretendono di partecipare con un ruolo primario, dando continuità al protagonismo che la generazione Z sta riportando nel mondo.

Dei ricercatori sono riusciti a coltivare ceci su un simulacro della Luna

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ceci luna

Immaginate un pugno di polvere. Non quella morbida e arruffata che si accumula sui nostri pavimenti: questa è diversa, tagliente come vetro, sterile, satura di metalli pesanti, priva di qualunque traccia di vita. È regolite lunare e da miliardi di anni ricopre la superficie della Luna come una coltre ostile, mai toccata da una radice. Eppure, in quella polvere, un cece ha germogliato, radicato, è cresciuto e ha prodotto semi. Per la prima volta nella storia. Questo racconto è racchiuso in uno studio pubblicato su Scientific Reports, frutto di una collaborazione tra l’Università del Texas ad Austin e la Texas A&M University. A guidarlo Jessica Atkin, dottoranda in Scienze del suolo, e Sara Oliveira Santos, ricercatrice della University of Texas Institute for Geophysics. Due donne, un laboratorio, una domanda che sembrava fantascienza: si può coltivare cibo sulla Luna?

Per capire la portata di quello che è successo, bisogna sapere cosa rende la regolite così ostile. Non è solo questione di composizione chimica. Il problema è più profondo: a differenza del suolo terrestre, la regolite non contiene microorganismi né materia organica. È roccia frantumata. Inoltre le particelle non trattengono l’acqua, che viene drenata senza lasciare traccia, privando la pianta di ogni idratazione.

Per aggirare questi ostacoli, le ricercatrici hanno costruito la loro ricetta dell’impossibile con tre ingredienti. Il primo: il vermicompost, i rifiuti digeriti dai lombrichi della specie Eisenia fetida, che è un fertilizzante ricchissimo ricavabile dagli scarti organici di una missione spaziale. Un ciclo virtuoso: i rifiuti degli astronauti diventano nutrimento per le piante che li sfamano. Il secondo: le micorrize arbuscolari, funghi simbiotici con cui le radici formano un’alleanza antichissima. Sono stati loro, miliardi di anni fa, a permettere alle prime piante di colonizzare la terraferma. Ora, forse, toccherà a un altro mondo. I funghi aiutano ad assorbire i nutrienti e fungono da scudo contro i metalli pesanti. Il terzo: un sistema di irrigazione a stoppino di cotone, per portare l’acqua direttamente alle radici senza affidarsi al suolo.

I risultati hanno confermato insieme la speranza e i suoi limiti. Miscele fino al 75% di simulante lunare hanno consentito la produzione di ceci raccoglibili. Oltre quella soglia, le piante cedevano: foglie ingiallite, crescita stentata, fioritura mancata. Nel 100% di regolite, i semi sono morti. Ma le piante trattate con i funghi sono sopravvissute molto più a lungo. E i funghi si sono insediati nel substrato, aprendo la strada a un ecosistema potenzialmente autosufficiente.

Una domanda però resta aperta, e non è secondaria: quei ceci si possono mangiare? I chicchi sono in fase di analisi per verificare l’accumulo di metalli pesanti. Finché i test non saranno completati, nessuno li assaggerà. Tutto questo accade mentre la NASA prepara la missione Artemis e mentre Stati Uniti e Cina progettano basi permanenti sulla Luna. Nutrire chi ci vivrà è urgente quanto sapere come respirare, anche perché ogni chilo di cibo lanciato dalla Terra costa migliaia di dollari. Una fattoria lunare che rappresenta una infrastruttura vitale per i futuri piani di inviare nuove missioni umane sul satellite terrestre, che questa volta potrebbero avere l’obiettivo di avviarne la colonizzazione e lo sfruttamento estrattivo.

*Foto della University of Texas Institute for Geophysics

“Non siamo zona di guerra”: a Pisa i manifestanti bloccano un treno carico di armi

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C’è ancora chi si oppone ai sempre più forti venti di guerra. A Pisa centinaia di manifestanti hanno invaso i binari della stazione, bloccando un treno che dopo aver attraversato l’hub militare toscano era diretto a Udine. Il convoglio, carico di munizioni e mezzi, è stato rispedito indietro dopo sei ore di presidio al binario 3. «La guerra non passa sui nostri territori e sulle nostre vite», ha dichiarato il Movimento No Base, da anni schierato contro la militarizzazione della Toscana. Le persone mobilitatesi a Pisa danno continuità al fermento dal basso nato contro minacce e complicità belliche, che negli ultimi anni ha potuto contare su migliaia di solidali, tra lavoratori dissidenti e iniziative della società civile.

Si è concluso con una vittoria il presidio creatosi ieri pomeriggio alla stazione di Pisa. «Dopo sei ore di blocco dei binari il treno è tornato indietro da dove è venuto», commentano le sigle promotrici: Movimento No Base, Collettivo di fabbrica GKN, Gruppo Autonomo Portuali Livorno e Rete Libere/i di lottare. Il convoglio composto da 32 vagoni carichi di munizioni, esplosivi e veicoli militari era partito dalle acciaierie Jindal Steel Work di Piombino, in direzione Udine. Dopo aver attraversato l’hub militare toscano — diffuso tra Pisa, Livorno e Pontedera — il treno è stato prima rallentato da un presidio dell’Unione Sindacale di Base (USB), per poi essere bloccato definitivamente nella stazione di Pisa. Si tratta di «un risultato decisivo della determinazione e la resistenza di tutti», dichiarano le sigle promotrici, lanciando un messaggio chiaro contro i sempre più forti venti di guerra: «Ovunque possiamo fermarli, in ogni città e in ogni paese. Oggi un primo passo, la pace si può realizzare con la lotta e la lotta continua».

In Toscana, tra basi italiane e americane, la militarizzazione è diventata una costante. Il porto di Livorno, benché civile, è ad esempio attraversato con continuità da armi e merci militari, per lo più provenienti dagli Stati Uniti e diretti alla base di Camp Darby. La mozione contro il transito delle armi, approvata dal Comune di Livorno nel 2021, resta dunque lettera morta. A tenere in vita la mobilitazione antimilitarista sono le migliaia di attivisti dislocati nella regione, a partire dal Movimento No Base, che ha guidato l’iniziativa pisana di ieri pomeriggio. La rete di associazioni ha preso forma contro la costruzione di una base militare a San Piero a Grado, nel Parco naturale di San Rossore, e delle nuove aree addestrative a Pontedera, radicandosi poi sul territorio ed estendendo il raggio d’azione all’intero hub militare toscano.

Per la guerra in Iran, Palantir è pronta a distruggere la democrazia

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Palantir è un’azienda specializzata nell’analisi avanzata dei dati che è ormai posta da anni al centro delle operazioni militari e dei sistemi di sorveglianza di numerosi governi nel mondo. La natura dei suoi impieghi l’ha resa per forza di cose un’impresa estremamente controversa, una percezione ulteriormente alimentata dal suo CEO, Alex Karp, il quale adotta regolarmente e strategicamente toni ostili nei confronti dei principi democratici e della tutela dei diritti civili. In una recente intervista, Karp ha gettato definitivamente la maschera, dichiarando senza ambiguità che le intelligenze artificiali sviluppate dalla sua azienda influenzeranno il valore del voto dei cittadini, spostando potere politico verso la parte elettorale più allineata ai suoi obiettivi.

Nell’intervista rilasciata giovedì 12 marzo alla CNBC, Karp non ha chiarito se i servizi di Palantir abbiano avuto un ruolo nell’assassinio dell’Ayatollah Ali Khamenei, ma ha ammesso che le tecnologie dell’azienda stiano comunque contribuendo al conflitto in Medio Oriente. Questa ambiguità non è insolita: il silenzio selettivo è parte di una strategia comunicativa che mira anche a costruire un’aura di mistero attorno a un prodotto che, secondo alcune ricostruzioni, sarebbe meno efficace di quanto pubblicizzato. Anche l’enfasi sul fronte bellico, però, non è affatto casuale. Molte aziende civili tenderebbero a minimizzare il proprio coinvolgimento in operazioni che comportano la morte di civili, mentre Palantir sceglie di accentuarlo per veicolare un messaggio preciso: la guerra è ormai inseparabile dalle intelligenze artificiali e gli Stati Uniti – e con essi l’intero Occidente – devono accettare determinati rischi pur di garantirne lo sviluppo e l’impiego.

“Queste tecnologie sono pericolose per la società”, ha dichiarato il CEO. “L’unica giustificazione possibile per continuare a svilupparle è che, se non lo facciamo noi, lo faranno i nostri avversari, e finiremmo soggetti alle loro regole”. Secondo Karp, occorre quindi trovare un compromesso: muoversi rapidamente, anche a costo di provocare danni, ma in nome di un obiettivo superiore. Dopotutto, sostiene, quale sarebbe il senso di assumersi “il rischio di distruggere ogni fibra della nostra società, incluse le sue componenti più potenti, se non per preservare la nostra capacità di essere americani nel prossimo futuro e in quello più lontano?”

La natura dei rischi, per Karp, è del tutto evidente. “Questa tecnologia stravolge gli elettori con formazione umanistica – perlopiù Democratici – e riduce il loro potere economico, aumentando invece quello della classe lavoratrice, tipicamente maschile”. In altre parole, a subire maggiormente l’impatto delle intelligenze artificiali immaginate dal CEO sarebbero proprio i gruppi sociali più distanti dalle politiche dell’attuale governo statunitense, nonché dalle sue stesse posizioni. “Questi sconvolgimenti investiranno ogni aspetto della nostra società”, prosegue, “e perché il sistema regga dobbiamo trovare un punto di incontro su come intendiamo usare questa tecnologia e su come spiegheremo alle persone che probabilmente avranno meno beni e meno accesso a lavori interessanti”. Un sacrificio che, vale la pena ricordarlo, serve ad alimentare strumenti che vengono tra le altre usati in contesti bellici per meglio selezionare i bersagli da colpire e che, con tutta probabilitá, hanno avuto un ruolo nel bombardamento della scuola femminile di Minab.

Il sospetto, però, é che la distruzione del tessuto sociale non sia un contrappasso, ma l’obbiettivo principale dell’intera operazione. Nel 2009, Peter Thiel, fondatore di Palantir, sosteneva apertamente che aver concesso il voto alle donne abbia danneggiato la democrazia di matrice capitalista. Nel 2010, in occasione di una conferenza nota come Liberopia, Thiel è stato poi esplicito nell’esporre le sue idee politiche. “L’idea di base era che non avremmo mai potuto vincere un’elezione su certi argomenti perché eravamo una minoranza minuscola, ma forse, attraverso la tecnologia, possiamo cambiare unilateralmente il mondo senza dover costantemente convincere, pregare e trattare con persone che non saranno mai d’accordo”, aveva dichiarato all’epoca. “Ed è per questo che ritengo che la tecnologia sia un’incredibile alternativa alla politica“.