lunedì 30 Marzo 2026
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Come le Isole Cayman sono diventate l’asse portante del debito statunitense

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L’architettura finanziaria globale sta attraversando una metamorfosi silenziosa ma radicale. Per decenni, il racconto geopolitico si è focalizzato sulla “guerra fredda finanziaria” tra Washington e Pechino, con la Cina nel ruolo di principale creditore degli Stati Uniti. Tuttavia, nel tempo si è verificato un cambio di paradigma: la Cina ha ridotto le sue riserve di Treasury ai minimi dal 2008, arrivando a circa 770 miliardi di dollari. Evidentemente la Cina ha adottato una politica di graduale distacco dal “paradossale” legame con gli USA. Nel frattempo un piccolo territorio britannico d’oltremare è emerso come il fulcro del debito americano: le Isole Cayman, piccole isole caraibiche, territorio britannico d’oltremare. Secondo gli analisti della FED, la posizione di credito delle Cayman sarebbe però enormemente più grande di quanto appare ufficialmente, balzando al primo posto con una cifra compresa tra 1.400 e i 1.840 miliardi di dollari.

Secondo i dati FED del gennaio 2023, il Giappone risultava primo con 1.100 miliardi di dollari, la Cina seconda con 859 miliardi e le Cayman al settimo posto con 285 miliardi di dollari, con una crescita di 12 miliardi sull’anno precedente. Come evidenziato dall’Asia Times, nel frattempo, la parabola discendente della Cina e quella ascendente delle Cayman ha continuato ad avanzare, portando la Cina a 770 miliardi e le Cayman a 427 miliardi di dollari. Tuttavia, ricercatori della Federal Reserve Board, già nel 2025, hanno pubblicato analisi che squarciano il velo su quella che sarebbe la reale entità del fenomeno. Il “custodial bias” (l’attribuzione dei titoli al luogo di deposito e non al proprietario effettivo) maschera una realtà imponente: le stime della FED indicano che gli hedge fund domiciliati nelle Cayman detengono una cifra reale compresa tra 1.400 e 1.840 miliardi di dollari. Il che renderebbe le Isole Cayman il più importante creditore di Washingotn.

Questa discrepanza è alimentata dal cosiddetto “basis trade”, una strategia speculativa dove i fondi acquistano titoli di Stato fisici vendendo simultaneamente contratti future. Secondo lo studio della FED, tra il 2022 e il 2024, questi veicoli offshore hanno assorbito circa il 37% delle nuove emissioni nette di titoli del Tesoro a medio-lungo termine. Non si tratta di ricchezza locale o di piccoli investitori, ma di giganti come BlackRock, Vanguard e State Street, che utilizzano queste giurisdizioni per ottimizzare la gestione di portafogli globali. Le organizzazioni no-profit sollevano ovvi dubbi sulla trasparenza. Il Tax Justice Network, già nel suo “State of Tax Justice Report” del 2024, sottolinea come l’opacità di queste giurisdizioni faciliti l’abuso fiscale e renda difficile per i regolatori mappare i rischi sistemici.

Se in passato il debito USA era in mano a banche centrali (attori strategici di lungo periodo), oggi una quota massiccia è gestita da algoritmi di hedge fund sensibili alle variazioni minime dei mercati. Questo sposta il baricentro del potere dalle potenze sovrane ai network privati. Perché se è vero che le Cayman sono un territorio britannico d’oltremare, il che rafforza e rinsalda il legame tra USA e Gran Bretagna, gli attori coinvolti sono soggetti privati appartenenti a quell’élite transnazionale che ha come unico e solo interesse, il proprio. La stabilità del dollaro dipenderebbe così da un arcipelago che opera fuori dai radar della trasparenza internazionale. Le autorità di regolamentazione, come la SEC (Securities and Exchange Commission), hanno iniziato a richiedere una maggiore rendicontazione per monitorare l’esposizione dei fondi privati, ma la velocità della finanza offshore supera costantemente la burocrazia normativa.

In conclusione, il declino della Cina come principale creditore non segna la fine della dipendenza estera del debito pubblico degli Stati Uniti, ma la sua trasformazione in una forma più liquida, opaca e transnazionale. Il potere economico non risiede più esclusivamente nei forzieri delle banche centrali, ma nei nodi digitali dei network internazionali, dove le Isole Cayman rappresentano un porto franco dell’economia globale guidata da coloro che scelgono l’ombra per proteggere le proprie ricchezze.

Crudeltà e rischi sanitari: la video-inchiesta in un allevamento di conigli in Veneto

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Centinaia di conigli morti lasciati nelle gabbie e soggetti malati o deboli eliminati in maniera violenta e carcasse abbandonate, in un contesto igienico-sanitario allarmante. È questo lo scenario fatto emergere da un’inchiesta realizzata dall’associazione Essere Animali, che ha documentato con immagini esclusive le condizioni dei conigli ristretti in un allevamento intensivo della provincia di Treviso. La struttura, che ospita circa 30mila animali destinati alla produzione di carne, rifornirebbe i banchi della grande distribuzione organizzata in tutto lo Stivale. Il materiale, ottenuto da un ex dipendente, fotografa una realtà fatta di presunte soppressioni irregolari, smaltimento improprio delle carcasse insieme alle deiezioni e violazioni delle procedure previste negli allevamenti animali. Un inquietante panorama già documentato in passato da altre inchieste dell’associazione sul territorio.

Le riprese mostrano i conigli rinchiusi in gabbie metalliche sospese con pavimento a rete, in uno spazio che impedisce loro qualsiasi comportamento naturale. La reclusione genera stress cronico e comportamenti stereotipati, come mordere le sbarre o muoversi senza sosta. Gli animali deceduti – anche i conigli nati morti o spirati subito dopo il parto – restano a lungo nelle gabbie accanto a quelli vivi, mentre i soggetti malati o deboli vengono uccisi con violenza, sbattuti contro le gabbie o sul pavimento, senza alcuna procedura che garantisca una morte rapida e senza sofferenza. Le operazioni di pulizia, effettuate con fiamme libere o soffiatori a scoppio, sottopongono gli animali a ulteriore terrore.

Particolarmente drammatica è la condizione delle coniglie fattrici, sottoposte a inseminazione artificiale forzata e separate dai piccoli da una lamiera metallica che viene rimossa solo una volta al giorno per l’allattamento. Già a undici giorni dal parto, mentre stanno ancora allattando, le femmine vengono nuovamente fecondate. Se due cicli consecutivi falliscono, vengono considerate «improduttive» e avviate direttamente alla macellazione. I coniglietti neonati, intanto, vengono redistribuiti tra le madri in base alla taglia.

Il quadro denunciato dall’associazione Essere Animali si inserisce in un settore che, nel nostro Paese, continua a prevedere un largo utilizzo delle gabbie: oltre il 90% dei circa 12 milioni di conigli macellati ogni anno nel Paese viene allevato in questo modo, con il Veneto in testa per numero di capi, seguito da Piemonte e Friuli-Venezia Giulia. Nel contesto comunitario, l’Italia resta tra i principali produttori insieme a Spagna e Francia, ma i consumi di carne di coniglio risultano in calo: secondo i dati ISMEA, nell’ultimo decennio la produzione nazionale è diminuita del 37%.

Nel frattempo, è stata presentata alla Corte di Cassazione una proposta di legge d’iniziativa popolare che mira a introdurre sul territorio nazionale il divieto di utilizzo delle gabbie per tutte le specie allevate. A sostenere l’iniziativa, presentata lo scorso 12 marzo insieme a The Good Lobby, è proprio Essere Animali, che con la sua campagna “Gabbie Vuote” si pone la finalità di raccogliere almeno 50.000 firme entro settembre. L’obiettivo primario è quello di chiedere formalmente al Parlamento italiano di avviare un percorso legislativo sulla materia, sulla scia di quanto già fatto da altri Stati membri dell’UE negli ultimi anni.

I dati fotografano una realtà imponente: nel nostro Paese si contano infatti oltre 40 milioni di animali rinchiusi in gabbia, tra cui più di 17 milioni di galline ovaiole, 13 milioni di conigli, quasi 600.000 scrofe, 1,5 milioni di vitelli e 8 milioni di quaglie. I promotori dell’iniziativa – appoggiata anche da varie personalità della società civile, come l’atleta olimpionico Riccardo Bugari e la fumettista Zuzu – spiegano che negli allevamenti intensivi il confinamento in spazi ristretti impedisce agli animali di esprimere comportamenti naturali fondamentali come muoversi senza costrizioni, nidificare, scavare o socializzare in modo adeguato. Ne conseguono stress cronico, frustrazione e patologie fisiche – in primis lesioni e fragilità ossea –, fenomeni ampiamente documentati dai pareri scientifici dell’Autorità per la Sicurezza Alimentare in Europa (EFSA).

Russia-Ucraina, attacchi incrociati con droni nella notte

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Nella notte si è registrato un nuovo scambio di attacchi tra Russia e Ucraina, entrambi basati sull’impiego massiccio di droni. Il ministero della Difesa di Mosca ha dichiarato che le proprie difese aeree hanno intercettato e distrutto 85 velivoli senza pilota ucraini, accusando Kiev di aver tentato attacchi contro obiettivi sul territorio della Federazione Russa. Parallelamente, l’Aeronautica militare ucraina ha riferito di aver abbattuto 93 droni lanciati dalle forze russe durante un’incursione notturna, confermando l’intensificarsi della guerra a distanza tra i due Paesi.

Gaza: quando la scuola è un obiettivo militare

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È il 2009 quando Karma Nabulsi – rappresentante dell’OLP dal ’77 al ’90 e docente a Oxford – utilizza per la prima volta il termine “scolasticidio” per indicare il sistematico abbattimento dei centri di educazione in Palestina a opera delle forze israeliane, avvenuto anche durante quest’ultimo genocidio. Tale fatto sembra non cogliere di sorpresa la popolazione gazawi. «Tutto a Gaza è un obiettivo militare, ma forse le scuole sono il bersaglio principale perché con la loro distruzione viene negata a intere generazioni la possibilità di crescere con un’istruzione, un futuro, una volontà», spiega infatti a L’Indipendente Mona Zahed, che a Gaza City, nel quartiere di Rimal, ha dato vita insieme a un gruppo di insegnanti al progetto educativo Amal Al-Mustaqbal.

Colpendo le scuole e le università, Israele sta lasciando una profonda cicatrice nella società che rischia di segnare anche le future generazioni. Questo è quello che viene spiegato nel report intitolato Our genocide di B’Tselem, un’organizzazione israeliana per i diritti umani, dove si denuncia il fatto che l’assalto all’istruzione avrà conseguenze gravi e a lungo termine sullo sviluppo emotivo, intellettuale e sociale dei bambini di Gaza, privati di qualsiasi forma di routine, delle reti di supporto e di spazi di interazione, svago e gioco con i coetanei. È sempre Zahed che ci racconta come a Gaza le bambine e i bambini hanno bisogno di condurre una vita normale come tutti, anche se in questo caso c’è pure un urgente bisogno di un sostegno psicologico: «molti hanno paura, in particolare quelli che hanno subito un trauma, come essere estratti dalle macerie o aver perso un membro della famiglia».

I numeri della distruzione

A causa della distruzione scientifica degli edifici educativi partita dall’autunno del 2023, oggi, nella Striscia di Gaza, il 98% delle scuole è stato danneggiato – o abbattuto – e non esiste un’università funzionante per mancanza di personale, di studenti e di spazi. Secondo il Ministero dell’istruzione palestinese, dal 7 ottobre a Gaza sono state rase al suolo 172 scuole governative e 63 strutture universitarie, oltre ad almeno 218 scuole bombardate o danneggiate. Secondo le statistiche diffuse da Al Jazeera, circa 638mila bambini in età scolare e 70mila bambini in età prescolare hanno perso due interi anni scolastici e ora sono entrati nel terzo anno di privazioni. Inoltre, 39mila studenti non hanno potuto sostenere l’esame di maturità. La negazione del diritto all’istruzione non è però prerogativa della Striscia di Gaza: nella Cisgiordania settentrionale, a causa degli attacchi militari israeliani, quasi 12mila bambini si trovano attualmente in centri per sfollati interni, la maggior parte dei quali senza accesso a spazi o risorse per l’apprendimento. Tale scenario è ancora più impressionante se si pensa che il sistema scolastico palestinese funzionava molto bene prima dell’inizio del genocidio. Il livello di istruzione era alto specialmente nella Striscia di Gaza i cui studenti erano quelli che prendevano i voti maggiori a livello nazionale.

Giovani come bersaglio

Ad essere prese di mira non sono però solo le costruzioni, ma anche le persone. Tra gli studenti gazawi si contano almeno 18.508 morti e 28.142 feriti, mentre tra gli insegnanti e amministratori 972 morti e 4.538 feriti, dati aggiornati ad agosto 2025, quindi, verosimilmente, oramai sottostimati. Nella guerra contro il vivente perpetrata da Israele ai danni della Palestina – ricordiamo che oltre al genocidio stiamo assistendo a un ecocidio – i giovani sono un obiettivo particolarmente importante: per Israele ogni bambino è un possibile futuro militante della resistenza; colpendo le ragazzine e i ragazzini, Israele spera di limitare la diffusione della lotta armata palestinese, perenne ostacolo alle mire coloniali sioniste.

Per il popolo palestinese l’istruzione è qualcosa di fondamentale: fa parte della vita familiare, dell’identità e della ribellione. Per i palestinesi della Cisgiordania e della Striscia di Gaza, ma anche per quelli della diaspora, la cultura ricopre un ruolo di rilievo poiché apre nuovi orizzonti di possibilità: la libertà di pensiero che si allena attraverso la conoscenza contrasta il muro dell’apartheid, si contrappone ai posti di blocco, aiuta a resistere alle soffocanti prigioni. Questo è il pensiero di Nabulsi, che sottolinea anche come, sebbene gli israeliani sappiano molto poco del popolo palestinese, siano consapevoli dell’importanza dell’educazione per la rivoluzione. Per Israele il binomio istruzione-resistenza è dunque qualcosa di insopportabile e, di conseguenza, qualcosa da distruggere.

Oltre alle scuole, manca tutto

Foto tratta dal progetto di Mona Zahed e di altri docenti di Gaza Amal Al-Mustaqbal

Come sempre, anche a settembre 2023 gli studenti gazawi avevano cominciato il nuovo anno scolastico, che non è però proseguito fino a maggio, ma si è interrotto nel mese di ottobre senza più riprendere. Ora al posto delle scuole ci sono tende che fungono da aule improvvisate finché la pioggia lo permette. La tenda dove Mona Zahed ha allestito il suo centro educativo è stata danneggiata così tanto dalle abbondanti precipitazioni di quest’autunno e inverno da dover prendere in affitto uno spazio chiuso, più idoneo ad accogliere un ambiente di apprendimento, ma molto caro. Tra gli ostacoli che la popolazione deve affrontare c’è anche quello dei costi esorbitanti della vita a Gaza oltre all’assenza di prodotti. Al di là della distruzione e del trauma, il settore dell’istruzione si trova a scontrarsi con il blocco logistico: dall’inizio del genocidio, praticamente nessun materiale didattico è stato ammesso nella Striscia.

Anche Zahed deve costantemente fare i conti con l’aspetto economico che non riguarda solo l’affitto dello spazio. Ha spiegato a L’Indipendente che chi insegna ad “Amal Al-Mustaqbal” sono docenti che hanno perso il lavoro a causa del genocidio: il loro impegno nel progetto coinvolge sia il sogno di continuare a insegnare ai bambini, sia la speranza di avere un reddito da condividere con la famiglia. Sebbene l’entusiasmo e la gioia di riuscire a offrire una forma di istruzione si scontri con i problemi pratici della vita, continua a essere ammirevole la capacità dei palestinesi di non perdersi d’animo: «il popolo palestinese a Gaza trasforma il fallimento in successo, le macerie in speranza. Abbiamo attraversato molte guerre e questa è la più feroce e difficile di tutte, ma, così come siamo, ricominceremo da capo per preservare ciò che è rimasto». Parole che riescono a spiegare il significato di Sumud.

 

Corruzione e fondi neri: 26 indagati e perquisizioni al Ministero della Difesa

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Nella mattinata di ieri, giovedì 26 marzo, la Guardia di Finanza ha eseguito una serie di perquisizioni negli uffici del ministero della Difesa, di Rete Ferroviaria Italiana, di Terna e del Polo Strategico Nazionale. L’operazione, coordinata dalla Procura di Roma, ha portato all’iscrizione nel registro degli indagati di 26 persone. Tra queste figurano alti ufficiali, dirigenti di imprese pubbliche e imprenditori privati. Le ipotesi di reato contestate, a vario titolo, sono corruzione, riciclaggio, autoriciclaggio, turbativa d’asta e traffico di influenze illecite. Una notizia dirompente, che appare però sottostimata dal mainstream mediatico, avviluppato negli ultimi giorni sulle beghe interne a governo e partiti di maggioranza dopo la vittoria del NO al referendum costituzionale.

L’inchiesta e le perquisizioni da essa sfociate rappresentano un ulteriore tassello del filone aperto nell’ottobre 2024 con l’arresto dell’ex direttore generale di Sogei, Paolino Iorio, colto in flagranza mentre intascava una tangente da 15mila euro. Da quella vicenda, gli investigatori hanno progressivamente ricostruito un presunto sistema criminale finalizzato a influenzare appalti pubblici nel settore informatico e della cybersicurezza. Secondo quanto attestato dai magistrati impegnati nell’indagine, si parlerebbe di «un articolato sistema criminale finalizzato a riciclare ingenti somme di denaro, verosimilmente derivanti da reati fiscali perpetrati per mezzo dell’emissione di fatture per operazioni inesistenti finalizzate, tra l’altro, alla creazione di ‘fondi neri’ utilizzati per il pagamento di commesse corruttive».

Al centro del sistema, affermano gli inquirenti, vi sarebbe l’imprenditore romano Francesco Dattola, amministratore di fatto della Nsr s.r.l., inquadrato come un soggetto «incline a procurarsi ingenti somme di denaro contante, attraverso il meccanismo di fatturazioni false e riciclaggio». Per monetizzare il denaro, Dattola si sarebbe avvalso della collaborazione di Stefano Tronelli, titolare della Tron Group Holding. Secondo quanto ipotizzato dalla Procura, le modalità operative prevedevano l’emissione di fatture per operazioni inesistenti, l’acquisto di orologi di lusso e la loro rivendita sul mercato parallelo al fine di trasformare i bonifici in denaro contante. Un meccanismo che avrebbe consentito di alimentare «fondi neri» destinati a corrompere funzionari pubblici e dirigenti di aziende partecipate.

Altra figura al centro dell’inchiesta è quella di Antonio Spalletta, definito dagli investigatori come un «faccendiere-imprenditore» capace di «tessere nel tempo una rete fittissima di relazioni» all’interno dell’amministrazione militare. Stando a quanto raccontano le carte, questi sarebbe stato il tramite per favorire l’ingresso delle società di Dattola in appalti strategici, intervenendo persino per «favorire la carriera di coloro i quali si sono dimostrati disponibili a porsi a disposizione degli interessi economici dello stesso Spalletta». Nella lista degli indagati ci sono poi il generale Francesco Modesto, il collega Antonio Lanzillotti, il colonnello Fabio Cesare, l’ufficiale di Marina Antonio Angelo Masala e il manager di Rfi Riccardo Barrile, il quale è accusato di aver condiviso con un imprenditore bozze di capitolati prima della pubblicazione ufficiale.

Il ministero della Difesa ha espresso «pieno supporto e massima collaborazione sin dall’avvio delle attività investigative iniziate negli anni precedenti», aggiungendo che «eventuali responsabilità accertate saranno perseguite con la massima severità, nel rispetto della legge e delle prerogative dell’Autorità giudiziaria». Le indagini, coordinate dai magistrati Giuseppe Cascini, Giuseppe De Falco, Lorenzo Del Giudice e Gianfranco Gallo, proseguiranno con l’esame della documentazione e dei dispositivi informatici sequestrati.

Francia e Filippine firmano un accordo militare

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Le Filippine e la Francia hanno firmato un accordo militare per rilanciare le visite presso le reciproche basi, e aprire alla conduzione di esercitazioni militari congiunte nei rispettivi territori. L’annuncio arriva dopo un incontro tra il segretario alla Difesa filippino Gilberto Teodoro e la ministra francese delle Forze Armate Catherine Vautrin, in un contesto di crescenti tensioni militari tra Manila e Pechino. Oltre alla Francia, le Filippine hanno siglato accordi di cooperazione militare con Stati Uniti, Australia, Giappone e Nuova Zelanda.

Patagonia, incendi e affari: la guerra di Milei al popolo Mapuche

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Mapuche significa “Gente della Terra” (Mapu sta per “terra” e Che per “persona”), ed è il nome di un popolo profondamente legato alle proprie terre ancestrali, alle foreste native e alla natura che considera sacra. Il dolore davanti alla devastazione in Patagonia è profondo e trascende la perdita materiale. Dai primi giorni dell’anno fino a febbraio, sono andati perduti tra 60 e 100mila ettari di boschi, soprattutto nelle provincie di Chubut e Rio Negro, proprio le terre abitate da questa popolazione indigena. Le fiamme si sono estese anche al parco nazionale Los Alerces, patrimonio mondiale d...

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L’UE approva l’accordo sui dazi con gli USA, ma con clausola anti-minacce

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Dopo settimane di rinvii e contestazioni, il Parlamento Europeo ha approvato l’accordo sui dazi con gli Stati Uniti. L’intesa, raggiunta lo scorso luglio dalla presidente della Commissione von der Leyen e Trump, prevede una riduzione dei dazi statunitensi verso i prodotti europei al 15% e la rimozione delle tariffe su molti dei beni USA in entrata nel mercato comunitario; impegna inoltre l’UE a investire in – e comprare beni di – diversi settori statunitensi, tra cui quello bellico. In un insolito, seppur sempre contenuto, slancio di orgoglio, gli eurodeputati hanno deciso di approvare l’accordo a una condizione: che esso salti nel caso in cui gli USA dovessero imporre nuove condizioni, violare quelle concordate o minacciare l’integrità territoriale europea anche mediante strumenti coercitivi. La clausola arriva davanti ai continui tentativi di intimidazione di Trump, che con le sue dichiarazioni altalenanti ha spesso paventato misure punitive contro coloro che non rispettano i suoi dettami. L’accordo deve ora essere firmato dai singoli membri. L’accordo sui dazi con gli USA è stato approvato dall’Eurocamera ieri, 26 marzo, mediante due atti legislativi: il primo, adottato con 417 voti a favore, 154 contrari e 71 astensioni, disciplina «l’adeguamento dei dazi doganali e l’apertura di contingenti tariffari per l’importazione di alcuni beni originari degli Stati Uniti», mentre il secondo, che ha ricevuto 437 voti a favore, 144 contrari e 60 astensioni, stabilisce la «non applicazione dei dazi doganali sulle importazioni di alcuni beni». L’intesa raggiunta da von der Leyen e Trump contempla un’aliquota doganale unica del 15% su una vasta gamma di settori chiave, tra cui automotive e semiconduttori, dimezzando la tariffa del 30% annunciata da Trump durante il cosiddetto “Liberation Day”; le tariffe sui cosiddetti «prodotti strategici», quali farmaci, e beni alimentari, invece, verrebbero completamente rimosse. L’UE, da parte sua, rimuoverebbe i dazi sulla maggior parte dei beni in entrata, e si impegnerebbe a investire e acquistare beni statunitensi provenienti da settori come l’energia e la difesa. Il Parlamento ha approvato l’accordo inserendovi tre clausole, una di entrata in vigore (clausola “sunrise” – letteralmente “alba”), una di scadenza (clausola “sunset” – “tramonto”) e una di sospensione: la prima prevede che l’accordo entri in vigore solo se gli USA rispettano i loro impegni sull’abbassamento delle tariffe al 15%, da applicare anche ai beni contenenti meno del 50% di acciaio e alluminio; la seconda fissa la data di scadenza dell’accordo al 31 marzo 2026, con possibilità di rinnovo esclusivamente su nuova proposta legislativa; la terza, e più importante, consente alla Commissione di «proporre la sospensione totale o parziale delle preferenze commerciali se gli Stati Uniti imponessero dazi aggiuntivi superiori al limite concordato del 15%, o nuovi tipi di dazi sui beni provenienti dall’UE», e si attiverebbe anche nel caso in cui gli USA finissero per «discriminare gli operatori economici dell’UE, minacciare l’integrità territoriale degli Stati membri o le loro politiche estere e di difesa, oppure ricorrere a coercizione economica». L’accordo deve essere ora approvato dai governi dei 27 Paesi dell’Unione; i negoziati tra Eurocamera e Consiglio dovrebbero iniziare il prossimo 12 aprile.

Meloni assume la guida ad interim al Turismo

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Dopo le dimissioni di Santanché la carica di ministra del Turismo verrà assunta ad interim dalla Presidente del Consiglio dei Ministri Giorgia Meloni. Meloni rimarrà al Turismo fino a che non verrà trovato un sostituto per la ministra. Ieri sera, dopo l’annuncio, è arrivata la firma del Presidente Mattarella, che ha accettato le dimissioni di Santanché e affidato la guida ad interim del dicastero alla Presidente Meloni.

UE, stop ai test sugli animali per detersivi e prodotti per la pulizia

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Per la prima volta dopo anni di confronto, l’Unione europea ha deciso di vietare la sperimentazione animale nello sviluppo di detersivi e prodotti per la pulizia. La misura, inserita nella revisione del regolamento europeo sui detergenti, stabilisce che entro l’estate del 2029 lo sviluppo e i test dovranno avvenire esclusivamente con metodi alternativi, senza ricorrere all’uso di animali. 
Detersivi e tensioattivi - le sostanze che permettono di sciogliere lo sporco - sono alla base di molti prodotti di uso quotidiano, dalle lavatrici alle lavastoviglie fino ai detergenti per la casa. Proprio ...

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