giovedì 22 Gennaio 2026
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Togo: estradato ex presidente del Burkina Faso

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Il Togo ha annunciato di avere estradato l’ex presidente ad interim del Burkina Faso, Paul-Henri Sandaogo Damiba su richiesta del governo burkinabé. Ouagadougou accusa l’ex presidente di appropriazione indebita di fondi pubblici, istigazione delinquere e di avere architettato un golpe contro il Paese; il Togo ha affermato di avere ricevuto la garanzia che Damiba non sarà condannato a morte. L’ex leader del Paese si trovava in Togo dopo la sua destituzione da parte dell’attuale presidente Ibrahim Traoré col golpe del 2022; precedentemente ricopriva la carica di presidente ad interim, assunta a seguito di un altro colpo di Stato.

La Corte dei Conti UE demolisce la TAV: costi più che raddoppiati, lavori in ritardo di 18 anni

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Un aumento dei costi del 127% rispetto alle stime iniziali e un ritardo cumulato di diciotto anni nella consegna dell’opera: sono questi i dati impietosi con cui la Corte dei Conti europea ha bollato il progetto della linea ferroviaria ad alta velocità Torino-Lione. L’analisi, contenuta in un aggiornamento della relazione sulle grandi “infrastrutture-faro” dei trasporti UE, disegna un quadro di criticità condiviso da molti megaprogetti continentali, ma particolarmente problematico per il collegamento transalpino. I costi, già lievitati a 11,1 miliardi di euro in valuta 2012 (circa 14,7 miliardi a valori correnti), continuano a salire, mentre la data di inaugurazione slitta ormai al 2033, ben oltre la scadenza del 2030 fissata per il completamento della rete centrale europea.

La relazione dei revisori di Lussemburgo inserisce la Torino-Lione nel novero delle opere strategiche che hanno riscontrato le maggiori difficoltà. Rispetto all’ultimo aggiornamento del 2020, i costi sono cresciuti di un ulteriore 23% negli ultimi sei anni. Il confronto con il progetto originario degli anni ’90 è ancora più spietato: da una stima iniziale di 5,2 miliardi si è passati agli attuali 11,1 miliardi, con un incremento, appunto, del 127%. Un percorso di rincari che accomuna la TAV ad altri colossi infrastrutturali: tra i casi più emblematici, la Rail Baltica, che ha visto i costi quadruplicare (+291%), e il canale Senna-Nord Europa, che fa segnare un +225%.

Le cause di questo deterioramento finanziario e temporale sono molteplici. La Corte riconosce che i cantieri strategici “hanno dovuto affrontare ulteriori sfide legate alla pandemia di COVID-19 e alla guerra di aggressione della Russia contro l’Ucraina, a cui si sono aggiunti nuovi requisiti normativi e alcuni problemi tecnici imprevisti”. Tuttavia, il giudizio complessivo rimane severo. «Le conclusioni sono inequivocabili: l’obiettivo di completare la rete centrale Ten-T dell’Ue entro il 2030 non sarà sicuramente raggiunto», si legge nel report. Per la Torino-Lione, la data di completamento è ora il 2033, «contrariamente alla scadenza del 2015 fissata inizialmente o a quella del 2030 indicata nel calendario del 2020».

La società pubblica italo-francese Telt, responsabile della costruzione, ha replicato alle critiche, sostenendo che il paragone con le stime degli anni ’90 non sia corretto. In una nota afferma: «La Corte confronta tempi e costi attuali con quelli dell’ipotesi originaria che non è stata concretizzata. Una comparazione che non riflette la realtà». La società sottolinea come il progetto sia radicalmente mutato, passando dall’idea di una «singola galleria» a un «tunnel a doppia canna», e ricorda l’impegno formale di Italia, Francia e Commissione Ue a completare i lavori, siglato nel 2025.

Il rapporto della Corte non si limita alla Torino-Lione, ma delinea un panorama generale di ritardi e costi fuori controllo per l’intera rete transeuropea dei trasporti (TEN-T). Per i cinque megaprogetti di cui si hanno dati completi, il ritardo medio è salito a 17 anni, rispetto agli 11 stimati nel 2020. Anche il tunnel di base del Brennero, i cui costi sono lievitati del 40%, non aprirà prima del 2032, con 16 anni di ritardo. Nel complesso, gli otto progetti esaminati hanno visto l’aumento reale dei costi passare dal +47% del 2020 all’attuale +82%.Un aspetto che la Corte dei Conti europea contesta all’Esecutivo Ue è la scarsa assertività nel far rispettare le scadenze. Il rapporto rileva come la Commissione «si è avvalsa solo una volta, «e per nessuno degli otto megaprogetti esaminati, del principale (seppur limitato) strumento giuridico a sua disposizione per ottenere spiegazioni a proposito dei ritardi». Nonostante le criticità, i progetti hanno continuato a ricevere finanziamenti comunitari consistenti, con ulteriori 7,9 miliardi stanziati dal 2020, per un totale di 15,3 miliardi di euro di fondi Ue.

Nel frattempo, in Val di Susa hanno avuto inizio gli sfratti forzati per fare spazio ai cantieri. Dallo scorso 19 novembre, le forze dell’ordine hanno infatti eseguito gli ordini di rilascio per tre abitazioni a San Giuliano, dove sorgerà la stazione internazionale. L’area, oggetto di un decreto di esproprio del 2023, servirà alla logistica dello scavo e poi alla stazione stessa. Un capitolo doloroso per una comunità che da tre decenni si oppone all’opera, e che vive questi atti come una violenza. «Perdere una casa non è solo una questione economica: significa vedere cancellata una parte della propria vita», ha denunciato il Movimento No Tav. L’estensione complessiva dei terreni espropriati è di circa quattromila metri quadrati, per un totale di oltre un migliaio di proprietari. Tanti erano stati, infatti, gli attivisti che nel 2012 avevano comprato una porzione di territorio a testa, al fine di rendere più difficoltosa per le aziende l’appropriazione dei terreni.

Afghanistan, attentato dell’ISIS: 7 morti

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Il gruppo islamista dello Stato Islamico ha reclamato un attacco avvenuto nella capitale Kabul. L’attacco è stato lanciato ieri contro un ristorante cinese, e ha provocato la morte di 7 persone, tra cui un cittadino cinese. A essere bersaglio dell’attentato erano proprio i cittadini cinesi: l’ISIS accusa la Cina di discriminare le persone di fede musulmana residenti nel proprio territorio e di violare i loro diritti umani. Pechino rigetta le accuse; la Cina ha inoltre contattato le autorità di Kabul chiedendo loro di proteggere i propri cittadini. L’attentato di ieri è il quarto attacco ai danni di cittadini cinesi in Afghanistan negli ultimi tre mesi.

Fondi ad Hamas, scarcerati in tre: smontato l’impianto basato sui dossier israeliani

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Il Tribunale del Riesame di Genova ha disposto la scarcerazione di tre dei sette arrestati nell’inchiesta sui presunti finanziamenti ad Hamas, annullando le misure cautelari emesse il 27 dicembre scorso nei confronti di Adel Ibrahim Salameh Abu Rawwa, Raed Al Salahat e Khalil Abu Deiah. Restano invece in carcere Mohammad Hannoun, presidente dell’Associazione Palestinesi in Italia, accusato di essere il vertice della presunta cellula italiana e finanziatore dell’organizzazione, e altri quattro indagati, con conferma della custodia cautelare. Secondo il Riesame, parte dell’impianto probatorio – in particolare la cosiddetta “battlefield evidence”, ossia il materiale di intelligence di origine israeliana – non è stato ritenuto pienamente utilizzabile. Il Riesame ha messo in discussione l’assunto più delicato dell’inchiesta: che materiale di intelligence militare, raccolto in un contesto di guerra, possa diventare automaticamente prova processuale, riaffermando il confine tra attività bellica e garanzie dello Stato di diritto. Le motivazioni della decisione verranno depositate entro 30 giorni.

Tutti e sette gli indagati erano stati detenuti alla fine dello scorso dicembre, quando, sulla base di documentazione proveniente per la maggior parte di Israele, erano stati accusati di finanziare il gruppo di resistenza palestinese Hamas. Il gip di Genova ha deciso di procedere nonostante le accuse provenissero da uno Stato sul quale pende una causa per genocidio presso la Corte Internazionale di Giustizia e nonostante, come emerge dagli atti, non vi fossero prove schiaccianti contro Hannoun e gli altri indagati. Non vi sono nemmeno indicazioni su come l’esercito israeliano (IDF) abbia raccolto le prove delle accuse che il governo di Tel Aviv rivolge ad Hannoun e agli altri sei arrestati, nonostante sia fondamentale, ricorda l’istanza stessa del gip, che siano raccolte «in modo conforme allo Stato di diritto e ai diritti umani».

Per coloro che rimangono in carcere, il Tribunale avrebbe ritenuto di poter valutare in maniera separata l’esistenza di indizi di colpevolezza, basandosi su fonti differenti – e quindi non sulle accuse israeliane. Nel frattempo, la scarcerazione rappresenta «un risultato importante», ha commentato Nicola Canestrini, avvocato, che sottolinea come «la giustizia non può essere usata come strumento di guerra».

Come la concentrazione della ricchezza erode la democrazia: il nuovo rapporto Oxfam

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democrazia sotto attacco Oxfam

La disuguaglianza non è più soltanto una questione economica: sta diventando un problema politico, istituzionale e democratico. È questo uno dei messaggi più netti che emergono dal rapporto Nel baratro della disuguaglianza pubblicato da Oxfam in occasione del Forum di Davos 2026. Nelle pagine intitolate "Quando la disuguaglianza erode la democrazia", l’organizzazione descrive un processo ormai strutturale: l’estrema concentrazione di ricchezza sta progressivamente erodendo le fondamenta delle democrazie contemporanee, anche quella italiana. Negli ultimi anni, mentre miliardi di persone hanno a...

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Australia, allarme squali: spiagge chiuse lungo la costa orientale

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Decine di spiagge lungo la costa orientale dell’Australia, comprese quelle di Sydney, sono state chiuse dopo quattro attacchi di squali registrati in appena due giorni. Le forti piogge hanno reso l’acqua torbida, creando condizioni favorevoli alla presenza degli squali, in particolare degli squali toro. A Port Macquarie, circa 400 chilometri a nord di Sydney, un uomo è stato morso mentre faceva surf ed è ora ricoverato in condizioni stabili. Un altro attacco è avvenuto a Manly, dove un surfista è stato soccorso grazie a un laccio emostatico improvvisato. Le chiusure arrivano nel pieno dell’estate australe.

PFAS: dal Veneto parte la proposta di divieto in tutta Italia, già 129 comuni favorevoli

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Dall’epicentro del disastro ambientale causato dalla ex fabbrica Miteni, il Veneto lancia una battaglia nazionale per la messa al bando dei PFAS, le sostanze perfluoroalchiliche note come “inquinanti eterni”. Una vasta coalizione di associazioni, riunita nel coordinamento Rete Zero Pfas Veneto, sta infatti promuovendo in tutte le regioni una mozione per chiedere al Parlamento di vietare produzione, commercializzazione e uso di queste sostanze. L’iniziativa, partita due anni fa, ha già raccolto l’adesione formale di 129 amministrazioni comunali, con l’obiettivo di invertire un paradigma che troppo spesso antepone gli interessi industriali alla salute delle persone e alla tutela dell’ambiente.

La campagna, che vede in prima linea le Mamme No Pfas, Legambiente, ISDE e Italia Nostra, muove dalla drammatica esperienza del territorio veneto, dove la contaminazione della falda interessa tre province (Vicenza, Verona e Padova) coinvolgendo circa 350.000 utenti degli acquedotti. La strategia è quella di costruire un’ampia pressione dal basso, partendo proprio dai consigli comunali delle zone più colpite. L’azione si è concretizzata con l’invio di un testo di mozione ai municipi: un’opera di persuasione che nella sola provincia di Verona ha portato all’approvazione del documento in 95 comuni su 98, grazie al contatto diretto con sindaci e amministratori. Oltre ai consigli comunali, hanno aderito i consigli regionali del Veneto, del Piemonte e dell’Umbria, nonché le province di Verona e Vicenza. «Entriamo in una nuova fase, a livello nazionale, per identificare un comune in ogni regione d’Italia dove portare in approvazione la mozione», hanno annunciato i promotori, evidenziando come il problema dei PFAS sia erroneamente considerato limitato ad alcune aree, mentre la diffusione è ormai capillare in tutto il territorio.

La spinta dal basso arriva in un momento critico dal punto di vista normativo. Dal 13 gennaio 2026 sono infatti entrati in vigore i primi limiti europei sui PFAS nelle acque destinate al consumo umano. Tuttavia, come denunciano le Mamme No Pfas, «il percorso intrapreso resta estremamente lento e insufficiente». Con la Legge di Bilancio 2026, il Governo ha infatti introdotto una proroga di sei mesi per l’applicazione di due misure più restrittive: il limite di 20 ng/L per i quattro PFAS più pericolosi e il monitoraggio di sei molecole ADV associate allo stabilimento di Spinetta Marengo, in Piemonte, dove un impianto gestito per anni dalla multinazionale belga Solvay ha lasciato un’impronta tossica nelle acque e nei terreni della zona. In questo scenario, le associazioni ribadiscono con forza l’insufficienza dei soli limiti. In una nota, le Mamme No Pfas evidenziano come si stia creando un perverso meccanismo di gestione permanente: «Il principio “Chi inquina paga” viene ribaltato in “I cittadini pagano per essere stati inquinati”». E aggiungono: «Le aziende produttrici mantengono i profitti derivanti dall’uso dei PFAS, l’industria della filtrazione guadagna vendendo i sistemi per rimuoverle e il cittadino è l’unico attore che perde». La richiesta è una scelta politica chiara: vietare la produzione e l’uso dei PFAS, a partire dagli utilizzi non essenziali.

Sul fronte delle istituzioni e degli organismi tecnici si registrano iniziative parallele: i Vigili del Fuoco, attraverso il Coordinamento USB, hanno chiesto accesso agli atti relativi a studi epidemiologici e alle forniture di dispositivi e schiumogeni antincendio, per verificare la presenza di PFAS nei materiali in uso e le procedure di smaltimento adottate. Nelle richieste compaiono, tra gli altri, i protocolli di ricerca, le metodologie analitiche e i capitolati tecnici legati ai DPI e agli schiumogeni; una mossa che mira a chiarire rischi occupazionali e responsabilità amministrative.

Nel giugno 2025, una sentenza storica ha chiuso in primo grado uno dei più gravi casi di inquinamento ambientale mai registrati in Italia, con le condanne comminate a undici ex dirigenti della Miteni di Trissino (Vicenza) per il disastro provocato dai PFAS. Per decenni essi hanno contaminato le acque e i territori delle province di Vicenza, Verona e Padova, mettendo a rischio la salute di oltre 350mila persone. Le pene inflitte superano di vent’anni le richieste dell’accusa, arrivando complessivamente a 141 anni di carcere contro i 121 chiesti dalla Procura. Sono stati disposti risarcimenti a oltre 300 parti civili: 58 milioni al ministero dell’Ambiente, 6,5 milioni alla Regione Veneto, 800mila euro ad Arpav, oltre a Comuni ed enti. Nel frattempo, le aziende ritenute responsabili dell’inquinamento sono state incaricate di predisporre un piano per la messa in sicurezza del sito: il progetto dovrà assicurare che «l’acqua che uscirà dal sito avrà le stesse caratteristiche dell’acqua potabile», oltre che definire modalità e tempi delle operazioni di gestione e bonifica.

Siria, fuga di membri dell’ISIS dal carcere dopo scontri curdi-governo

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Nel nord-est della Siria sono scoppiati nelle ultime ore scontri attorno a due prigioni che ospitano migliaia di miliziani dell’ISIS, mettendo in luce la fragilità del cessate il fuoco tra governo e Forze democratiche siriane (SDF). Le parti si accusano reciprocamente di aver favorito la fuga di detenuti. Damasco sostiene che le SDF abbiano liberato prigionieri dal carcere di al Shaddadi, mentre i curdi parlano di attacchi condotti da gruppi armati legati al governo contro le prigioni di al Shaddadi e al Aqtan, a Raqqa. L’esercito ha imposto il coprifuoco e cerca i fuggitivi: ufficialmente sarebbero 120, alcuni dei quali ricatturati.

 

Davos, il World Economic Forum si apre tra tensioni geopolitiche e proteste

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Il World Economic Forum entra nel vivo della seconda giornata, in un clima carico di frizioni globali. Alla tradizionale riunione del gotha delle élite mondialiste, è la geopolitica a tenere banco: Groenlandia, Medio Oriente e Ucraina sono i dossier centrali del vertice di Davos, che quest’anno riunisce quasi 3.000 partecipanti, tra 60 capi di Stato e di governo, economisti, rappresentanti di multinazionali e organizzazioni globali. L’attesa per l’arrivo di Donald Trump ha già riscritto gli equilibri del summit, scompaginando l’agenda del Forum. La Danimarca ha deciso di disertare il meeting per la disputa sull’isola artica, mentre da domenica si susseguono manifestazioni in Svizzera, in segno di protesta contro il Forum.

L’atmosfera che si respira sulle innevate alpi Svizzere è quella di uno scontro permanente, in cui le tensioni internazionali svuotano di senso il richiamo allo “spirito del dialogo”, slogan di questa edizione, riducendolo a una formula di rito. Lo stesso Børge Brende, presidente e CEO del WEF, ha riconosciuto che l’evento si svolge «nel contesto geopolitico più complesso dal 1945», in un mondo che vede le grandi potenze agire in modo sempre più unilaterale. In questo scenario incandescente, la Cina affida la propria rappresentanza al vicepremier He Lifeng. Tra i presenti figurano il Segretario Generale dell’ONU, António Guterres, il premiercanadese Mark Carney, il presidente indonesiano Prabowo Subianto, il primo ministro del Qatar Mohammed al-Thani, il presidente polacco Karol Nawrocki, il primo ministro greco Kyriakos Mitsotakis, il presidente israeliano Isaac Herzog. Nutrita anche la partecipazione latino-americana, dal presidente argentino Javier Milei a quello dell’Ecuador, Daniel Noboa. Particolare attenzione è rivolta all’arrivo del presidente siriano Ahmad al-Sharaa e del leader ucraino Volodymyr Zelensky. I delegati mediorientali, tra i quali spicca il primo ministro dell’Autorità Nazionale Palestinese, Mohammed Mustafa, attendono ulteriori annunci di Trump sulla composizione del Board of Peace per Gaza, che continua a estendersi a nuovi leader globali, tra cui Vladimir Putin e ad Aljaksandr Lukashenko.

Il ritorno di Trump a Davos avverrà con la delegazione americana più imponente di sempre: sei ministri, tra cui il segretario di Stato Marco Rubio e il capo del Pentagono Pete Hegseth. Kevin Hasset, direttore del National Economic Council, ha dichiarato su Fox Business che il presidente americano, nel suo panel atteso per mercoledì, parlerà di come stia ponendo le basi del “nuovo ordine mondiale”, generando fermento sui social. Nei giorni scorsi, l’ipotesi di Trump di acquisire la Groenlandia ha provocato tensioni con l’Europa, mettendo in crisi equilibri commerciali e militari. Le minacce di nuovi dazi contro i Paesi contrari alla strategia di Washington hanno suscitato forti reazioni da Bruxelles, che auspica un incontro distensivo. In un’intervista alla CNN, Trump ha sbeffeggiato i leader europei, dichiarando che «Non credo che si opporranno troppo» ai piani di annessione della Groenlandia, per poi minacciare Emmanuel Macron, reo di non aver accettato l’invito al Board of Peace per Gaza, di imporre dazi “al 200%” per vini e champagne francesi. Il tycoon ha pubblicato poi su Truth i messaggi privati del numero uno dell’Eliseo e del segretario generale della NATO, Mark Rutte. In parallelo, seppure defilata rispetto ad altri dossier, rimane sul tavolo la questione della guerra in Ucraina: da segnalare la presenza dell’inviato speciale di Vladimir Putin, Kirill Dmitriev, per incontrare i membri della delegazione statunitense.

Fuori dalle sale ovattate del WEF, la tensione si riversa nelle strade. In Svizzera e oltreconfine, migliaia di persone protestano da giorni contro la presenza di Trump e contro l’indirizzo politico del summit. A Zurigo oltre duemila manifestanti hanno sfilato contro quello che definiscono “il vertice degli oligarchi”, tra slogan come “Trump non è il benvenuto” e accuse alla governance globale del Forum. Il corteo è degenerato in scontri, tra vandalismi e incendi, con lanci di petardi e fumogeni e la risposta della polizia con idranti, lacrimogeni e proiettili di gomma. Le mobilitazioni si estendono ad altre capitali europee, in solidarietà con la Groenlandia e contro quello che gli attivisti chiamano “espansionismo economico”. Un segnale eloquente per un’edizione nata sotto il vessillo, sempre più fragile, del dialogo e della cooperazione.

Rewilding, oltre lo slogan: perché lasciare spazio alla natura non basta

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Rewilding natura ritorno Abruzzo

Il rewilding è un approccio alla conservazione della natura che va oltre le semplici aree protette: mira a ripristinare processi ecologici, biodiversità, specie chiave e dinamiche naturali, con un intervento umano mirato. Il concetto viene spesso semplificato nell’idea di “lasciar andare la natura a sé stessa”, ma la realtà è molto più articolata. Questo processo, che in italiano possiamo tradurre con rinaturalizzazione, è stato definito da Rewilding Europe, organizzazione europea che guida numerosi progetti, come un processo che lavora su ampie aree di paesaggio, stimola la diversità e l’abbondanza della fauna selvatica, vede le comunità locali come parte integrante dei progetti e può integrare metodi consolidati di conservazione.

A livello ambientale gli studi pubblicati su riviste internazionali indicano che i territori sottoposti a processi di rinaturalizzazione mostrano aumento della biodiversità, miglioramento della qualità del suolo, maggior capacità di assorbimento del carbonio e una migliore gestione naturale delle risorse idriche, senza contare che il ritorno di specie chiave come grandi erbivori, predatori e impollinatori, contribuisce a rendere gli ecosistemi più stabili e adattabili ai cambiamenti climatici. A livello economico e sociale, invece, il rewilding ha favorito il ritorno di un turismo lento, lo sviluppo di nuove professionalità legate a natura e territorio e la valorizzazione di terreni abbandonati.

Il nodo più critico resta la convivenza tra fauna selvatica e attività zootecniche. Il ritorno di lupi, linci o orsi viene spesso percepito come una minaccia diretta, anche quando i dati mostrano che gli episodi di predazione sono statisticamente limitati e mitigabili. In diversi Paesi europei, le resistenze degli allevatori hanno rallentato o bloccato progetti di rewilding, alimentando un conflitto che è culturale prima ancora che economico. Alcune comunità vivono il processo come una perdita di controllo sul territorio o come una decisione “calata dall’alto”: insomma, quando mancano dialogo e coinvolgimento reale, il progetto rischia di fallire.

A livello globale uno dei progetti più citati è quello di Knepp Wildland, nel Regno Unito. Qui un’ex azienda agricola intensiva è stata trasformata in un paesaggio semi-selvaggio, lasciando che grandi erbivori e processi naturali rimodellassero il territorio. I risultati raccontano del ritorno di specie rare di uccelli e insetti, dell’aumento della complessità ecologica e di una nuova sostenibilità economica nata grazie al turismo naturalistico. Dall’altro lato non si può prescindere dal fatto che sia un’operazione che si inserisce in un territorio specifico e quindi non è automaticamente replicabile ovunque: presentarla come modello universale rischia di nascondere le differenze strutturali tra territori.

In molte aree interne italiane, il rewilding è già in corso, ma non per scelta politica: è il risultato dell’abbandono agricolo, dello spopolamento e della marginalizzazione economica. Dalle Alpi alla Sila in Calabria, il ritorno della fauna selvatica avviene spesso senza una strategia condivisa, generando conflitti che poi vengono letti come “emergenze” nella cronaca quotidiana. La sfida è trasformare un processo spontaneo in una scelta consapevole e governata, che è quello che sta accadendo ad esempio sull’Appennino, grazie al progetto Rewilding Appennines.

È uno degli 11 progetti europei di Rewilding Europe che lavorano per ripristinare la natura su larga scala. Il 2025 ha visto la nascita dell’Enterprise Network for Coexistence: 37 aziende locali tra artigiani, agricoltori, ristoratori e operatori turistici, hanno scelto di lavorare insieme, condividendo la visione di un Appennino in cui l’economia locale si rinnova e la natura è parte del futuro. Sul lato eventi, in 40 incontri pubblici, è stato celebrato il primo Bear Smart Communities Festival, che ha riunito oltre 250 persone attorno a una visione di sviluppo radicata nella coesistenza con l’animale selvatico e il KinoAppennino, che ha portato 35 artisti nel cuore dell’Appennino Centrale, oltre alla seconda edizione del Convegno Nazionale Italicus, organizzato insieme all’associazione Io non ho paura del lupo. Il 2025 ha confermato l’impegno di Rewilding Apennines per il ripristino fluviale con la rimozione dello sbarramento sul fiume Liri e il rilascio di trote e gamberi autoctoni; ma i numeri degli interventi effettuati riguardano anche l’installazione di 80 recinti elettrificati, 53 cassonetti anti-orso e il rinforzo 5 pollai. Questi strumenti sono essenziali per ridurre i danni, prevenire i conflitti ed evitare che gli orsi si abituino alla presenza umana.