lunedì 2 Febbraio 2026
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Tre detenuti si sono suicidati nelle carceri italiane in soli tre giorni

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Nell’arco di sole 72 ore, tre persone hanno deciso di porre fine alle proprie vite tra le mura di due diversi istituti penitenziari italiani. È il drammatico bilancio degli ultimi giorni, che ha visto salire a cinque il numero dei suicidi avvenuti in galera nel primo mese dell’anno. Due episodi sono avvenuti nel carcere Due Palazzi di Padova, il terzo in quello di Sollicciano a Firenze. Queste morti, che si pongono in linea di continuità con i tragici numeri registrati nell’arco di tutto il 2025, riaccendono i riflettori sulle condizioni critiche del sistema carcerario nazionale, stretto nella morsa del sovraffollamento cronico, della carenza di personale e della mancanza di percorsi efficaci per le fragilità psichiche.

A Padova, la sequenza è stata particolarmente intensa. Mercoledì 28 gennaio, un detenuto di 74 anni, in attesa di trasferimento, si è tolto la vita nella sua cella. Trentasei ore dopo, un altro uomo, di 36 anni, si è impiccato nel bagno della propria cella. Contemporaneamente, a Firenze, un ragazzo di 29 anni è morto dopo essere stato trovato in cella con un lenzuolo legato al collo. Tali eventi non sono purtroppo episodi isolati, ma il sintomo di un’emergenza da tempo strutturale. Come denunciato da varie associazioni, il carcere Due Palazzi di Padova è un esempio emblematico: 670 detenuti sono stipati in 432 posti, con un tasso di sovraffollamento del 155%. A livello nazionale, i reclusi sfiorano quota 64.000 a fronte di poco più di 46.000 posti regolari, mentre il personale di polizia penitenziaria è in calo, con un fabbisogno stimato di 20.000 unità aggiuntive. «I suicidi in carcere sono uno dei termometri dello stato del sistema penitenziario italiano», afferma Alessio Scandurra dell’associazione Antigone, «e ci dicono che c’è un’emergenza che non si sta in alcun modo affrontando».

La risposta delle istituzioni a questa crisi umanitaria appare, secondo critici e operatori, del tutto inadeguata. Al Due Palazzi, la decisione di chiudere la sezione di Alta Sorveglianza e trasferire 23 detenuti in altri istituti “nottetempo” – compreso l’uomo di 74 anni che poi si è suicidato – è stata particolarmente controversa. Questa scelta ha di fatto interrotto bruscamente i laboratori di recupero e reinserimento gestiti dalle cooperative sociali, isolando ulteriormente i detenuti. «Scelte come queste sembrano puntare più a minare un sistema positivo che governare la politica carceraria», ha commentato David Rizzo, presidente di Legacoop Veneto. La mobilitazione della società civile è cresciuta rapidamente. Davanti al carcere di Padova, i volontari hanno legato due rose rosse alla cancellata in segno di lutto e di protesta. Il centro sociale Pedro ha indetto un presidio per il 3 febbraio, a cui parteciperanno diverse associazioni, denunciando che «i responsabili hanno nomi e cognomi e sono al governo». Anche il vescovo di Padova, mons. Claudio Cipolla, è intervenuto, sottolineando come il trasferimento abbia comportato «l’interruzione di percorsi umani, lavorativi e spirituali fondamentali».

Se nel 2024 sono state accolte ben 5.837 denunce per trattamenti inumani o degradanti – il 23,4% in più rispetto all’anno precedente – come dimostrato dal report riassuntivo dell’associazione Antigone, il sistema penitenziario italiano ha chiuso il 2025 in una condizione di crisi profonda e crescente. I numeri segnalano infatti un sovraffollamento record, condizioni di detenzione spesso indegne e un tragico bilancio di suicidi dietro le sbarre. Questo affollamento estremo si traduce in violazioni quotidiane della dignità dei detenuti. «Nel 42,9% delle 120 carceri visitate, e delle 71 schede di cui sono già stati elaborati i dati – ha attestato l’analisi – non sono garantiti i 3 metri quadrati di spazio vitale per persona». Le carenze strutturali sono pervasive: nel 10% degli istituti il riscaldamento non era sempre funzionante, nel 45,1% si riscontravano problemi con l’acqua calda o condizioni igieniche inadeguate, e oltre la metà delle carceri (56,3%) presenta ancora celle prive di doccia, nonostante il regolamento del 2000 ne preveda l’obbligatorietà. Vengono meno anche gli spazi fondamentali per un trattamento rieducativo: in un’alta percentuale di istituti mancano locali per la socialità, per la scuola e per le attività lavorative. Negli istituti visitati si registrano in media 16,7 atti di autolesionismo ogni 100 detenuti, 2,6 tentati suicidi e 16,4 isolamenti disciplinari ogni 100 persone. Il dato più drammatico resta quello delle morti: nel 2025 si sono contati 238 decessi in carcere, di cui 79 suicidi.

Caso Omerovic: un agente andrà a processo per tortura

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Un poliziotto del commissariato Primavalle di Roma andrà a processo per tortura per la vicenda di Hasib Omerovic, giovane rom sordo precipitato dalla finestra di casa il 25 luglio 2022 durante una perquisizione. L’assistente capo Andrea Pellegrini è stato rinviato a giudizio per tortura e falso aggravato; un altro agente ha già patteggiato per falso. Quella mattina Pellegrini, secondo i pm, con «plurime e gravi condotte di violenza e minaccia»  cagionava ad Omerovic «un verificabile trauma psichico, in virtù del quale lo stesso precipitava nel vuoto dopo aver scavalcato il davanzale della finestra della stanza da letto nel tentativo di darsi alla fuga» per sottrarsi alle torture.

Stati Uniti: decine di migliaia sono scesi in piazza contro le violenze di polizia

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Si tratta di una delle più grandi giornate di mobilitazione e lotta sociale nella storia recente degli Stati Uniti quella che si è svolta ieri, venerdì 30 gennaio, in numerose città. Non solo a Minneapolis, ma anche a Los Angeles, New York, Chicago, Denver, Portland e molte altre. Molte le scuole rimaste chiuse per assenza di personale e studenti, centinaia le attività ferme dalle coste atlantiche a quelle pacifiche. Le proteste seguono la grande mobilitazione del 23 gennaio, quando circa 100mila cittadini avevano invaso le strade di Minneapolis, epicentro delle operazioni violente degli agenti dell’ICE (Immigration and Custom Enforcement), la polizia federale anti-immigrazione, al grido di «ICE out!» (letteralmente “fuori l’ICE”).

In migliaia hanno sfidato le temperature proibitive di Minneapolis per sfilare attraverso le strade della città, con un gruppo di persone che si è ritrovata per formare la scritta “SOS” sulla superficie del lago Bde Maka Ska, la cui superficie era completamente ghiacciata. A New York, altre migliaia di persone si sono raggruppate a Foley Square per poi marciare attraverso Manhattan. In California si sono svolti decine di presidi di fronte ai centri di detenzione dell’ICE, mentre i giornali locali parlano di migliaia di cittadini si sono riuniti per sfilare a Los Angeles, lanciando rifiuti e altri oggetti contro gli afgenti di polizia, che hanno risposto con un massiccio uso di spray urticanti. Qui è stato anche arrestato (e in seguito rilasciato) Don Lemmon, volto noto del giornalismo televisivo americano, per aver cercato di documentare la protesta. La stessa cosa è capitata a Georgia Fort, giornalista del Minnesota. «Non è un segreto che Don Lemmon sia critico di Donald Trump» ha dichiarato Karen Bass, sindaca di Los Angeles, aggiungendo che «prima, gli agenti di Trump sparano e uccidono persone che esercitano i loro diritti garantiti dal Primo Emendamento, e ora arrestiamo giornalisti che entrano in una chiesa. È un clamoroso attacco ai diritti garantiti dal Primo Emendamento, tutelati dalla Costituzione». Altre iniziative simili, insieme a veglie, presidi e cortei, sono state registrate a San Diego, Miami, Houston, Atlanta, Boston e decine di altre città e centri nevralgici in tutti gli Stati Uniti.

Secondo gli organizzatori, guidati dal movimento 50501, sarebbero previste oltre 300 manifestazioni durante il fine settimana in tutti gli Stati e le principali città del Paese, dietro lo slogan «Niente lavoro, niente scuola, niente shopping. Basta finanziare l’ICE». Hunter Dunn, coordinatore nazionale per la stampa di 50501, ha spiegato alla stampa statunitense che «la giornata nazionale di azione ha lo scopo di contrastare l’escalation di violenza che l’amministrazione Trump ha intrapreso contro il popolo americano nell’ultimo anno». La protesta si muove rapida anche sui social, nonostante i tentativi di Meta e TikTok di oscurare i contenuti delle campagne di denuncia e i video delle violenze degli agenti, con molti utenti che stanno diffondendo video per organizzare presidi, spiegare come comportarsi in caso gli agenti bussino alla propria porta o come fare pressione sui propri governatori locali per intimarli ad agire.

Le proteste di ieri sono il risultato di una rapida escalation di violenza da parte della polizia federale, che a partire dalle ultime settimane dello scorso anno ha intensificato i rastrellamenti nella città di Minneapolis per individuare ed espellere le persone migranti. Un movimento spontaneo di solidarietà si è sollevato nella città, portando i residenti ad organizzarsi per difendere i propri vicini di casa. In questo contesto, in due diverse occasioni, sono stati uccisi Renee Good e Alex Pretti, entrambe cittadini americani. A questi si aggiunge l’omicidio di Geraldo Campos, prigioniero in un centro di detenzione dell’ICE in Texas morto per asfissia. Venerdì mattina, il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti ha dichiarato di aver avviato un’indagine per la morte di Pretti, ucciso a colpi di arma da fuoco da un agente anti-immigrazione mentre diversi altri agenti lo immobilizzavano a terra. Sono tuttavia decine le morti di detenuti in custodia della polizia federale anti-immigrazione negli ultimi anni, anche se il dato è notevolmente aumentato dall’inizio del secondo mandato presidenziale di Trump.

Dal canto suo, Trump ha difeso l’operato della Sicurezza Interna e di Kristi Noem, segretaria del dipartimento, dichiarando che grazie al suo operato «il tasso degli omicidi negli Stati Uniti ha appena raggiunto il livello più basso della storia». Secondo il presidente, i democratici «stanno usando questa aggressiva protesta TRUFFALDINA per confondere, camuffare e nascondere i loro ATTI CRIMINALI di furto e insurrezione».

Indagini Crans-Montana, ok della Svizzera a partecipazione italiana

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La Svizzera ha accettato la collaborazione dell’Italia nelle indagini sull’incendio del locale Le Constellation di Crans-Montana, nel Canton Vallese, dove a Capodanno sono morte 40 persone. Lo ha annunciato l’Ufficio federale di giustizia svizzero, accogliendo la richiesta di assistenza giudiziaria presentata dalla procura di Roma, che indaga per il coinvolgimento di cittadini italiani. Le autorità italiane avranno accesso alle prove già raccolte e a metà febbraio è previsto un primo incontro bilaterale. La cooperazione, prevista dalla Convenzione europea di assistenza giudiziaria, potrebbe portare alla creazione di una squadra investigativa comune.

Rimpatri e “centri polivalenti”: l’UE presenta la nuova Strategia per i migranti

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La Commissione Europea ha presentato la prossima Strategia quinquennale per i migranti; il nuovo piano si sviluppa su cinque punti chiave, tra cui rientrano gli obiettivi di rafforzare la «diplomazia migratoria», rinsaldare le frontiere e incentivare i rimpatri. L’UE invita a sottoscrivere accordi con lo scopo di costruire «centri polivalenti» lungo le rotte migratorie per «offrire soluzioni innovative per gestire la migrazione con i Paesi partner», e a implementare strumenti digitali e di intelligenza artificiale sul confine. «Per sostenere l’attuazione della presente strategia, l’Unione farà un uso strategico dei finanziamenti, come indicato nelle proposte della Commissione per il prossimo quadro finanziario pluriennale 2028-2034», si legge nel comunicato della Commissione. «Ciò comprende una proposta di destinare un importo complessivo di almeno 81 miliardi di euro alle politiche in materia di affari interni».

La Strategia europea per la gestione dell’asilo e della migrazione «definisce gli obiettivi politici dell’UE in materia di asilo e migrazione e fungerà da bussola con priorità concrete per i prossimi cinque anni». Essa è pensata con il triplice scopo di prevenire l’immigrazione clandestina e «smantellare le reti criminali di trafficanti»; combattere «gli abusi del sistema» e «proteggere le persone in fuga da guerre e persecuzioni»; e «attrarre talenti nell’UE». Le modalità con cui la Commissione intende perseguire tali scopi sono delineate in uno schema a cinque punti, che vengono definiti «priorità». La prima è quella di «rafforzare la diplomazia migratoria», che, concretamente, significa promuovere la firma di partenariati con altri Paesi incentivando il rilascio di visti, il commercio e il sostegno finanziario, e favorendo la costruzione di centri lungo le rotte migratorie; dal comunicato non è chiaro quale sarebbero le loro funzioni. Sempre nell’ambito di questo punto, l’UE vuole potenziare il regime di controlli e lo strumento sanzionatorio e favorire rimpatri dai Paesi terzi.

Il secondo punto riguarda le frontiere. L’UE intende: «realizzare il sistema di gestione digitale delle frontiere più avanzato al mondo, con l’introduzione del sistema di ingressi/uscite e il lancio del nuovo sistema europeo di informazione e autorizzazione ai viaggi»; potenziare il monitoraggio degli arrivi irregolari; e rafforzare Frontex, l’agenzia UE per le migrazioni, cambiando il suo stesso statuto. La terza «priorità» è quella di agire sul Patto sulla migrazione e l’asilo stanziando 3 miliardi per finanziare la prevenzione di entrate irregolari, e implementando la nuova definizione di “Paese sicuro” per favorire i rimpatri. Proprio la politica dei rimpatri costituisce il quarto punto della Strategia, attraverso la promozione di un sistema comune per i rimpatri. Quinto e ultimo punto, l’accoglienza, volta a risolvere le carenze di manodopera e attirare persone con competenze tecniche nei settori chiave; anche in questo caso, la Strategia prevede di potenziare i partenariati.

Le varie «priorità» della Commissione sarebbero supportate da tecnologie IA nella gestione di asilo e migrazione e verrebbero sovvenzionate dai finanziamenti presenti nel bilancio UE. La proposta della Commissione non si discosta nei contenuti da quanto già approvato e proposto negli ultimi anni: lo scorso marzo la Commissione ha avanzato un piano per la gestione e i rimpatri dei migranti che apriva alla esternalizzazione delle frontiere permettendo ai membri di siglare accordi per costruire centri in Paesi terzi, analogamente a quanto fatto dall’Italia con i CPR in Albania. A dicembre, inoltre, altri 9 Stati sono stati inseriti nella lista dei Paesi definiti “sicuri”, permettendo di fatto di rimpatriare un maggior numero di persone; le persone migranti possono infatti venire rimpatriate con maggiore facilità se provengono dai Paesi definiti sicuri, in cui ora rientrano anche Bangladesh, Colombia, Egitto, India, Kosovo, Marocco e Tunisia. La Strategia menziona anche il Patto sui migranti approvato ad aprile 2024, che favorisce espulsioni e screening dei migranti.

Proteste contro l’ICE: arrestato giornalista Don Lemon

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“Arrestato per il coinvolgimento nelle rivolte nella chiesa di St Paul”. Così la Casa Bianca ha confermato l’arresto del giornalista ed ex anchorman della CNN Don Lemon da parte di agenti federali a Los Angeles, mentre si trovava per lavoro ai Grammy Awards. Lemon è accusato di aver violato una legge federale durante una protesta anti-ICE che lo scorso 18 gennaio ha visto manifestanti interrompere una funzione religiosa in una chiesa di St. Paul, in Minnesota. L’ex giornalista ha sempre sostenuto di essere sul posto come cronista, attività protetta dal Primo Emendamento, e il suo avvocato Abbe Lowell ha definito l’arresto un attacco senza precedenti alla libertà di stampa, annunciando che Lemon combatterà le accuse in tribunale.

Un banchiere ucraino è morto cadendo misteriosamente da una finestra a Milano

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Milano, tardo pomeriggio del 23 gennaio. Le telecamere di sorveglianza riprendono due figure che escono in fretta da un palazzo di via Nerino, a pochi passi dal Duomo. Nel cortile interno, resta un corpo senza vita sull’asfalto: un uomo precipitato dal quarto piano di un bed & breakfast. All’inizio, si parla di una caduta, poi l’ipotesi degli inquirenti cambia direzione: potrebbe trattarsi di un omicidio che si è tentato di far passare per un suicidio. A trasformare una morte apparentemente banale in un caso da spy story internazionale è l’identità della vittima: si tratta di Oleksandr Yevhenovych Adarich, 54 anni, nazionalità ucraina ma anche cittadinanza romena, ex banchiere e manager d’affari, proprietario fino al 2020 di una banca commerciale ucraina, la Fidobank, e poi con interessi recenti in società con sede in Lussemburgo.

Secondo la testimonianza della seconda moglie, residente in Spagna, l’uomo era appena arrivato a Milano e avrebbe dovuto fermarsi soltanto per un giorno. Il corpo è stato rinvenuto nelle prime ore della sera in uno dei quadrilateri più sorvegliati e frequentati della città. Adarich non risultava ospite della struttura: qualcuno gli aveva dato appuntamento lì, forse la stessa persona che aveva prenotato l’alloggio con un falso nome. Falsi risultano anche i tre documenti rinvenuti nell’appartamento con il volto della vittima. All’interno non sono emersi segni evidenti di colluttazione né messaggi di addio. Solo una finestra aperta e una caduta che, fin dalle prime verifiche, è apparsa difficile da ricondurre a un gesto volontario. La Procura ha quindi aperto un fascicolo e disposto accertamenti immediati. Gli inquirenti stanno valutando la possibilità di una messinscena costruita ad arte per far credere al suicidio. L’autopsia e gli esami tecnici saranno centrali per stabilire se Adarich fosse già privo di sensi al momento della caduta.

Sullo sfondo, si delinea il profilo di un uomo tutt’altro che marginale nel mondo degli affari: dopo l’uscita di scena dalla Fidobank, il suo nome era comparso in operazioni finanziarie internazionali e in strutture societarie con sede fuori dall’Ucraina. Nel 2013, aveva lanciato l’ambizioso progetto di una “Amazon ucraina”, presentata come il più grande negozio online del Paese. Undici anni dopo, nel 2024, era finito nel mirino della Procura di Kiev, che indagava sul fallimento di Eurobank, dichiarata insolvente dalla Banca Nazionale dell’Ucraina nel 2016. La domanda che ora guida le indagini è chi avesse interesse a ucciderlo e perché proprio a Milano.

La morte di Oleksandr Yevhenovych Adarich si colloca dentro una doppia scia di decessi che, negli ultimi anni, ha attraversato il mondo politico ed economico dell’Est europeo. Da un lato, quella che riguarda cittadini ucraini, ex funzionari e uomini di potere finiti ai margini o considerati “nemici” di Kiev. In Spagna, nel maggio 2025, Andriy Portnov, ex collaboratore del presidente filorusso Viktor Yanukovych, è stato assassinato a Madrid in un agguato in pieno giorno: il suo nome figurava nel controverso database Myrotvorets e, dopo l’esecuzione, accanto al profilo è comparsa la dicitura “eliminato”. Già nel 2015, il giornalista Oles Buzina e l’ex deputato Oleg Kalashnikov, entrambi inseriti nella stessa lista, erano stati uccisi, mentre altri casi sono stati archiviati come suicidi o incidenti mai del tutto chiariti. Dall’altro lato, la dinamica della morte di Adarich richiama con forza la lunga serie di decessi sospetti che ha colpito dirigenti e manager russi di alto profilo. Negli ultimi anni, soprattutto dal 2022, diversi membri dell’élite economica russa sono morti precipitando da finestre, balconi o edifici, in circostanze ufficialmente definite suicidi, ma giudicate sospette da osservatori internazionali. Tra questi, Ravil Maganov, presidente del colosso petrolifero Lukoil, deceduto dopo una caduta da una finestra di un ospedale di Mosca, e Andrei Badalov, vicepresidente della compagnia statale Transneft, trovato senza vita sotto la propria abitazione. Una dinamica che, per modalità e interrogativi rimasti aperti, richiama anche il caso italiano di David Rossi, il manager del Monte dei Paschi di Siena morto nel 2013 dopo una caduta dalla finestra della sede della banca: un fatto a lungo archiviato come suicidio, ma oggi riaperto nella Commissione d’inchiesta parlamentare, che sta valutando la pista dell’omicidio alla luce di nuove prove e testimonianze.

Siria, raggiunto l’accordo tra governo e curdi

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Dopo settimane di scontri, il governo siriano e le forze curde guidate dalle Syrian Democratic Forces (SDF) hanno siglato un’intesa che stabilisce un cessate il fuoco e l’avvio di un processo di integrazione militare e amministrativa nel Paese. L’accordo prevede che le unità curde vengano gradualmente assorbite nelle forze armate e nelle istituzioni statali, con la creazione di brigate miste e l’ingresso di truppe governative in città come Hasakah e Qamishli. Le autorità siriane e i curdi si impegnano inoltre a reintegrare le strutture civili curde nei ranghi dello Stato e ad assicurare diritti civili e ritorni di sfollati. Rimangono aperti i nodi su controllo territoriale e autonomia.

La repressione dei movimenti socialisti e antimilitaristi nella Russia di Putin

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In Russia, ancora oggi e tanto più oggi, esiste l’idea che Fanfani in Italia, negli anni ’70, teorizzò come quella degli “opposti estremismi”: infatti in Russia, se da una parte i gruppi neonazisti russi, in qualche caso, in passato erano in un certo senso “tollerati” (uno degli assassini degli antifascisti Markelov e Baburova, avvenuto nel 2009, in particolare Nikita Tikhonov, ricevette un certo appoggio, seppur esterno, da parte del defunto leader dei “liberal-democratici”, LDPR, Vladimir Zhirinovskij mentre lo stesso Naval’nij, il “dissidente” più noto dalle nostre parti e morto in carcere nel 2024, nei primi anni 2000 sfilava a fianco dei neonazisti russi della “Russkij Marsh”, nei primi anni 2000 permessa dalle autorità russe. Questo senza ignorare che comunque i tanti gruppi neonazisti russi, da BORN, “Organizzazione da combattimento dei nazionalisti russi” a “Russkij Obraz”, “Immagine russa”, colpevoli di gravi omicidi, venissero condannati a ergastolo o a pene pesantissime). Da un po’ di anni il Cremlino ha dato un pesante giro di vite e anche i gruppi extraparlamentari di sinistra (quelli che non aderiscono al KPRF, il Partito Comunista russo di Zjuganov, che è filo-governativo), che sono stati messi sotto indagine più volte e, in particolare, dall’inizio della “Operazione speciale militare”, come al Cremlino chiamano il conflitto russo-ucraino: vale a dire, chiunque abbia espresso, anche sui social, critiche all’operazione è caduto sotto la scure dell’FSB, il servizio segreto federale russo. Come è accaduto nel marzo del 2022 a Ufa, capitale della repubblica russa della Bashkirija quando cinque attivisti “marxisti” sono stati arrestati e condannati pochi giorni fa a pene pesantissime che vanno tra i 16 e i 22 anni di carcere duro. 

Naval’nij a fianco dei neonazisti russi della “Russkij Marsh”

«Erano tutte persone diversissime tra loro – spiega,  Andrej Demidov, attivista marxista anch’egli ed espatriato a Parigi, sindacalista e membro dell’Unione della sinistra post-sovietica che raggruppa militanti marxisti di tutti gli ex-Paesi Urss – i cinque erano un deputato locale, un medico, un pioniere (vale a dire, un uomo che da bambino, ai tempi dell’Urss, ha fatto parte dei gruppi sovietici di adolescenti, nda), un disoccupato e addirittura una guardia giurata. A capo del gruppo, un circolo di discussione marxista costituitosi nel 2016, c’era proprio il medico, Aleksej Dimitriev. Una volta alla settimana si riunivano, discutevano di varie questioni teoriche, come la dittatura del proletariato, a volte bevevano e sotto l’effetto della vodka criticavano il potere costituito, senza sapere che uno di loro, che alla fine non è stato arrestato, era già stato reclutato dai servizi segreti». I cinque, dice ancora Demidov, si erano espressi più volte contro l’Operazione militare speciale. E la polizia ci è andata giù pesante. «Cos’è stato? Una vendetta per il rifiuto di collaborare con i servizi segreti o una minaccia a tutti i russi di sinistra affinché avessero paura anche solo di discutere un’alternativa all’attuale regime? Propendo per la seconda ipotesi», dice Demidov che non esclude sia stato applicato l’uso della tortura nei confronti degli arrestati durante la detenzione. Sorprende che polizia e sistema giudiziario russi si occupino e si applichino così tanto nella repressione di gruppi, tutto sommato molto marginali, anche nella vita politica del Paese. Ma tant’è. «Subito dopo l’inizio della guerra, tutte le grandi organizzazioni “comuniste”, KPRF, RCRP e altre, hanno sostenuto le autorità russe, schierandosi dalla parte del loro governo (anche se ufficialmente questi partiti fanno parte dell’opposizione, nda).

Sergei Stanislavovich Udal’tsov, il leader del Levij Front, il Fronte della Sinistra

La sinistra antimilitarista è stata costretta ad uscire da queste organizzazioni e crearne di proprie. Al momento esistono diverse organizzazioni di sinistra non molto grandi che cercano di interagire con i lavoratori, sostengono le proteste sociali come l’aumento dei prezzi, l’ecologia ecc. e sviluppano teorie di sinistra applicate alle condizioni moderne», spiega ancora Demidov. L’esempio di Sergej Udal’tsov è addirittura paradossale: il leader del Levij Front, il Fronte della Sinistra, sono più le volte che è in carcere piuttosto che in libertà. Eppure ha sostenuto e sostiene l’intervento militare russo in Ucraina, fu favorevole all’annessione della Crimea nel 2014 (esattamente come un altro gruppo politico ricercato in Russia: gli anarco-situazionisti di “Voinà”, l’organizzazione da cui si formarono in seguito le “Pussy riot”) ma critica le disuguaglianze sociali, il carattere “borghese” del potere russo. Per questo motivo viene arrestato con ogni pretesto. Durante le manifestazioni anti-Putin del 2011 fu portato in carcere perchè aveva attraversato la strada fuori dalle strisce pedonali. “Curiosamente” si ritrovò subito dopo ricoverato in ospedale dove chi scrive tentò pure di andare a trovare (inutilmente: quando all’infermiere venne detto che Udal’tsov era un leader dell’opposizione, quelle risero in faccia all’interlocutore). 

L’edificio Lubjanka (ex quartier generale del KGB) – ora sede dell’FSB – a Mosca

Un discorso a parte lo meritano gli anarchici russi: a cominciare dagli attivisti di ‘’Avtonomnoje Deistvie’’ (‘’Azione Autonoma’’) ai gruppi più piccoli, tutti sostengono la difesa dell’Ucraina e alcuni di loro, ad esempio,  sono andati anche a combattere a fianco dei paramilitari nazisti di Azov. Una situazione, come si vede, molto complessa che in Occidente spesso è difficile da decifrare (e quando in Occidente ci provano, tagliando la realtà con l’accetta, fanno danni). «Vorrei sottolineare che esiste un altro campo – continua Demidov –  si tratta della sinistra ucraina, che ripone le sue speranze non tanto nel popolo russo quanto nella sconfitta militare della Russia da parte dell’Ucraina e della NATO. Sono militaristi. Non credo che abbiano un futuro politico». Demidov conclude: «Credo che il 100% di questi casi sia stato fabbricato dall’FSB. Ci possono essere delle discussioni, ma in uno Stato normale le discussioni non sono un reato. Si parla molto e, va detto, giustamente, di repressioni politiche, dissenso e libertà di parola, dimenticando però che qualcosa di simile sta accadendo anche nell’Occidente “democratico e libero”, dove negli ultimi anni si è assistito a un’escalation senza precedenti. Purtroppo, l’Occidente (e l’Ucraina) sta seguendo le orme della Russia in termini di censura e punizione penale dei dissidenti. In Francia possiamo ricordare la repressione del movimento dei “gilet gialli” o le repressioni contro gli attivisti filopalestinesi. Lo stesso vale per altri paesi dell’UE e per gli Stati Uniti. Questo è un chiaro segno della crisi della democrazia borghese».

Trump nomina Warsh a capo della Federal Reserve

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«Sono lieto di annunciare che nominerò Kevin Warsh presidente del Consiglio di amministrazione del Federal Reserve System». Con un messaggio pubblicato su Truth Social, Donald Trump ha reso ufficiale la nomina di Kevin Warsh alla guida della Federal Reserve. Economista di area repubblicana, Warsh è stato membro della Fed dal 2006 al 2011, dopo la designazione dell’allora presidente George W. Bush, partecipando alla gestione della crisi finanziaria globale. Secondo i media americani, la scelta del successore di Jerome Powell mira a orientare diversamente la politica monetaria in una fase delicata per inflazione e tassi. La nomina dovrà ora essere confermata dal Senato.