martedì 24 Marzo 2026
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Tra genio e follia: Alda Merini, la poetessa dei Navigli

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Il 21 marzo 1931, in un appartamento di Milano, nasceva Alda Merini. Oggi il suo nome è diventato quasi un simbolo: la poetessa dei Navigli, la poetessa della follia, una donna che ha trasformato il dolore in poesia. Ma raccontare la sua vita non significa soltanto ripercorrere la storia di una grande poetessa, ma camminare sul confine incerto tra normalità e follia. Chi stabilisce, infatti, dove passa quel confine? La medicina? Le istituzioni? O il potere culturale di un’epoca?

La storia di Alda Merini è la storia di una donna che ha trascorso anni dentro un’istituzione pensata per separare i normali da coloro che non lo erano. Per capire fino in fondo Alda Merini bisogna partire dal sistema che per anni ha tentato di definirla, classificarla, contenerla: il manicomio. Ma facciamo un passo indietro.

Fin da giovanissima Alda Merini dimostra un talento fuori dal comune. Ben presto attira l’attenzione di alcuni importanti critici dell’epoca. Nel 1953 pubblica la sua prima raccolta, La presenza di Orfeo. Non è ancora una poetessa famosa, ma la sua voce è già riconoscibile: visionaria, intensa, attraversata da una tensione che mescola eros e sofferenza.

Nei suoi versi, brevi e taglienti, il linguaggio non descrive soltanto il mondo: lo attraversa. Il dolore, l’amore, il desiderio, la solitudine diventano materia viva. Sempre negli anni Cinquanta si sposa con Ettore Carniti. Per un periodo relativamente breve le incombenze della vita familiare convivono con l’attività letteraria. Ma a metà degli anni Sessanta qualcosa si rompe.

Le ragioni che portarono all’internamento di Alda Merini non possono essere ridotte soltanto a una diagnosi clinica. Certo, la poetessa attraversò momenti di forte instabilità psichica, con crisi e stati di agitazione che la psichiatria dell’epoca interpretò come disturbo mentale. 

Ma limitarsi a questa spiegazione significa ignorare il contesto culturale e umano in cui quelle crisi maturarono. Alda era una donna estremamente sensibile, dotata di un’intensità emotiva fuori dal comune, capace di percepire con una profondità quasi dolorosa tutto ciò che la circondava. Questa ipersensibilità, che alimentava la sua poesia, venne spesso letta invece come un segno di squilibrio. 

A ciò si aggiungeva una situazione familiare complessa: il rapporto con il marito Ettore Carniti, infatti, era segnato da incomprensioni profonde. Carniti era un uomo estraneo al mondo letterario e faticava a comprendere l’urgenza creativa della moglie. In una società che ancora faticava ad accettare l’autonomia femminile, una donna appassionata, visionaria, attraversata da slanci mistici e da improvvise cadute emotive poteva facilmente essere percepita come eccessiva.  Così quella che era anche una sensibilità artistica radicale finì progressivamente per essere medicalizzata. 

Nel 1965 Merini viene ricoverata nell’ospedale psichiatrico Paolo Pini di Milano. Inizia così una lunga stagione di internamenti che durerà, con brevi interruzioni, oltre un decennio. Bisogna ricordare che prima del 1978, l’anno della riforma promossa da Franco Basaglia, i manicomi italiani non erano strutture pensate per curare. Il loro compito non era comprendere la sofferenza psichica quanto gestire la devianza. Isolare ciò che disturbava l’ordine sociale. 

Alda Merini negli anni Ottanta

Nel manicomio le persone entrano persone e «diventano cose», scriverà poi nel suo libro L’altra verità. Diario di una diversa un racconto-testimonianza della vita manicomiale. Se il manicomio aveva tentato di privarla dell’identità, della voce, di quella che potremmo definire banalmente la sua essenza o più poeticamente la sua anima, con la sua scrittura, invece, Alda, inverte questo paradigma e si riappropria di tutto ciò che le era stato rubato: complessità, voce, identità.

In questo senso la scrittura di Alda Merini non è soltanto letteratura. È anche una testimonianza. Racconta dall’interno ciò che è stato il sistema manicomiale italiano per gran parte del Novecento. Non un luogo di cura, ma una macchina che produce silenzio. E che produce invisibilità, perché il folle è colui che, una volta emarginato dal consorzio civile, diventa invisibile, inascoltato. 

Ciò che è interessante di questo sistema è che oggi si ripete, non soltanto nelle così dette case di cure, ma in ogni aspetto della società, laddove viene operata una separazione tra chi è considerato degno di parola, voce e attenzione e chi puntualmente viene emarginato, escluso o addirittura criminalizzato, se esprime un pensiero diverso o poco conforme al sentire comune.

Ma per tornare alla vita di Alda Merini… durante gli anni di internamento, sottoposta a un ciclo continuo di elettroshock, la sua produzione poetica si interrompe quasi completamente. È una frattura profonda, eppure proprio da questa frattura nascerà una nuova fase della sua poesia.

Quando negli anni Ottanta torna finalmente alla scrittura, pubblica La Terra Santa. Il titolo è paradossale: la terra santa, infatti, è il manicomio. Ma perché chiamare così un luogo di dolore? Perché la follia non è soltanto una perdita, ma è anche una forma di conoscenza. La mente del folle vede ciò che la normalità spesso non riesce a percepire o preferisce ignorare. 

L’idea che la follia possa contenere una forma di verità non nasce con Alda Merini. È una tensione che attraversa tutta la cultura occidentale. Già nel 1509, nel suo celebre Elogio della follia, Erasmo di Rotterdam scriveva che: «La vita degli uomini non sarebbe vita se non fosse temperata da un po’ di follia.»

Senza illusioni, senza passioni irrazionali, senza quella scintilla di disordine che rompe la rigidità della ragione, la vita diventerebbe insopportabile. La follia, per Erasmo, è ciò che rende possibile l’amore, l’arte, l’entusiasmo. 

Tutta la letteratura, in realtà, è popolata da personaggi apparentemente folli che vedono più lontano degli uomini normali. Pensiamo ad Amleto, il principe di Danimarca che si finge pazzo zia per smascherare la corruzione del potere; o a Don Chisciotte, il cavaliere creato da Miguel de Cervantes, che agli occhi del mondo appare come un pazzo visionario mentre in realtà è l’unico a difendere, fino all’estremo, l’idea di giustizia in un mondo ormai dominato dal cinismo. 

La poetessa dei Navigli, Alda Merini

O ancora al principe Myškin de L’idiota di Dostoevskij, un uomo che proprio per la sua purezza e per la sua incapacità di adattarsi alle logiche dell’opportunismo viene stupidamente giudicato idiota dalla società che lo circonda.

Nelle opere di Pirandello, invece, il folle è l’unico a intravedere l’assurdità delle convenzioni sociali. 

In uno dei suoi drammi più belli, l’Enrico IV, un uomo, dopo una caduta da cavallo perde la ragione e si auto convince di essere un imperatore. Ma quando, anni dopo, riacquista la lucidità, sceglie consapevolmente di continuare a fingersi pazzo. Perché ha capito che la follia, in fondo, è una maschera più onesta di quelle che indossano ogni giorno gli uomini normali.

È proprio questa intuizione che attraversa anche la poesia di Alda Merini: la mente ferita non è soltanto una mente fragile, ma una mente che ha visto qualcosa che gli altri non vogliono vedere. In uno dei passi più intensi del suo Diario di una diversa, Alda confessa: «Ero matta in mezzo ai matti. (…) Sono nate lì le mie più belle amicizie. I matti sono simpatici, non come i dementi, che sono tutti fuori, nel mondo».

Negli anni Novanta la sua figura diventa sempre più conosciuta. Vive in una casa sui Navigli di Milano e intorno a lei si crea una sorta di mito. Giornalisti, studenti, artisti la incontrano, la intervistano, la ascoltano, si abbeverano delle sue parole. Nasce così l’immagine della poetessa dei Navigli, una figura carismatica e affascinante. Ma bisogna fare attenzione, perché il rischio è di trasformare la sua vita in una leggenda romantica.

La poesia di Alda Merini nasce da un’esperienza concreta di esclusione, perdita e resistenza. È una poesia che parla di amore, di Dio, di desiderio, ma anche di dolore, lutto e sofferenza. Nei suoi versi convivono eros e spiritualità, passione e dolore. Sono la testimonianza, in forma poetica, dell’odissea vissuta da una donna che ha attraversato un sistema istituzionale durissimo. Di una madre che ha visto le proprie figlie allontanarsi durante gli anni di internamento. Di una scrittrice che ha dovuto riconquistare lentamente la propria voce.

Alla fine, Alda Merini, si spegne a Milano il 1 novembre 2009. La sua poesia, ancora oggi, continua a essere letta, citata, amata. Ma forse il suo lascito più importante non riguarda soltanto la letteratura. Riguarda la domanda che la sua vita continua a porre: che cos’è davvero la follia? Una patologia individuale? Una fragilità della mente? O forse la conseguenza di un sistema incapace di accogliere ciò che non comprende?Alda Merini ci ricorda che il confine tra normalità e follia non è mai soltanto una questione medica. È anche una questione di potere.

Buona parte del movimento MAGA non ne può più di Israele e di Donald Trump

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Non è più soltanto un malumore carsico, ma una frattura che emerge apertamente, tra accuse pubbliche e retromarce a mezzo social: il fronte MAGA (“Make America Great Again”) che contribuì a riportare alla presidenza Donald Trump appena 16 mesi fa, scricchiola pesantemente. Le dimissioni del capo dell’Antiterrorismo USA, Joe Kent, in dissenso sulla guerra in Iran, segnalano l’aggravarsi di una crisi profonda che investe l’intero universo trumpiano. Con la guerra in Medio Oriente, Donald Trump incassa una serie di abiure: gli alleati storici si sfilano, mentre la base più radicale denuncia quella che percepisce come una resa all’establishment. Il Partito repubblicano appare lacerato tra i neocon come Marco Rubio e l’ala MAGA originaria, incarnata da JD Vance – sempre più defilato – e da Tucker Carlson. Il nodo del dissenso è Israele e la gestione del conflitto che rischia di trascinare Washington in una nuova guerra mediorientale. Ma non solo.

Le voci un tempo allineate alla narrazione trumpiana hanno iniziato a vacillare da qualche mese. Se l’operazione in Iran ha segnato il punto di non ritorno, la malagestione del caso Epstein e le giravolte di Trump avevano già deluso e spaccato a metà la base MAGA, che sulla lotta contro il Deep State e le élite corrotte e “pedofile” aveva costruito la propria mitologia di riferimento. Ora, la fronda dei “disobbedienti” si fa più ampia e, nel tentativo di smarcarsi, cerca al contempo di riequilibrare il potere del tycoon. Le crepe attraversano anche il vertice. Kent non ha usato giri di parole: in un’intervista con Tucker Carlson ha accusato Israele di aver spinto Washington verso il conflitto e ha collegato l’assassinio di Charlie Kirk, il fondatore di Turning Point USA ucciso nel settembre 2025, alla sua opposizione alla guerra all’Iran e al suo desiderio di «ripensare il rapporto con gli israeliani». Con le sue dimissioni, Kent non si è attirato soltanto l’ostilità dell’intero complesso militar-industriale, ma sarebbe finito anche nel mirino dell’FBI con l’accusa di aver diffuso informazioni classificate. Fatto sta che, secondo Kent, non esisteva alcuna prova che indicasse un pericolo imminente di attacco iraniano agli USA, né un programma nucleare iraniano sul punto di completarsi, come peraltro ammesso anche da Tulsi Gabbard. In un primo momento, la direttrice dell’intelligence nazionale statunitense ha escluso che Teheran rappresentasse una minaccia nucleare imminente, prendendo così le distanze dai toni più allarmistici attribuiti a Trump. Una posizione che sembrava parlare alla base isolazionista del MAGA. In audizione davanti alla commissione ristretta per l’intelligence del Senato, però, ha letto una testimonianza scritta, evitando un passaggio in cui sottolineava il fatto che il materiale nucleare iraniano non costituisce una minaccia agli Stati Uniti. Una retromarcia che ha irritato i “disobbedienti”, convinti che anche le figure più autonome finiscano per piegarsi alle pressioni del cerchio magico trumpiano.

Il dissenso non nasce nel vuoto. Da tempo, seguendo l’esempio dello stesso Kirk, una parte del movimento MAGA contesta l’allineamento automatico a Israele e l’ipotesi di un coinvolgimento diretto degli Stati Uniti contro l’Iran. L’idea di una guerra percepita come estranea agli interessi nazionali ha riattivato l’istinto isolazionista che aveva alimentato l’ascesa trumpiana. Secondo alcuni esponenti, Israele avrebbe trascinato gli USA in guerra, chi sostiene per le pressioni delle lobby sioniste attraverso il genero di Trump, Jared Kushner, chi per eventuali ricatti personali nei confronti del presidente USA, sulla base di materiale scottante contenuto negli Epstein Files. Letta in questi termini, non si tratta solo di politica estera, ma di una questione identitaria, in quanto il MAGA nasce come rifiuto della politica rapace e neocolonialista statunitense e delle élite globaliste. Ora, per una parte della base, Trump starebbe tradendo proprio quella promessa originaria. Da qui, la frattura divenuta strutturale, che vede in Tucker Carlson il simbolo di questa opposizione. Proprio l’ex volto di Fox News ha denunciato un presunto tentativo della CIA di voler spingere il Dipartimento di Giustizia a incriminarlo per aver avuto contatti con interlocutori iraniani ben prima dello scoppio della guerra.

Il risultato è un movimento in fermento, attraversato da tensioni che potrebbero ridefinire gli equilibri dell’ecosistema MAGA. La leadership di colui che veniva acclamato con toni quasi messianici, ora viene rinegoziata e messa alla prova. La questione israeliana diventa così il detonatore di una crisi più ampia: quella tra la fedeltà al presidente e la coerenza ideologica. Se la frattura dovesse ampliarsi, il rischio è una diaspora politica capace di indebolire l’intero fronte e di pesare sulle prospettive elettorali, fino a una possibile battuta d’arresto alle elezioni di metà mandato.

Corea del Sud, vasto incendio in fabbrica a Daejeon: almeno 11 morti

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Almeno 11 persone sono morte in un grave incendio scoppiato in uno stabilimento di componenti auto a Daejeon, in Corea del Sud. Altre quattro risultano disperse e 59 sono rimaste ferite. Le fiamme sono divampate nella giornata di ieri, quando all’interno della fabbrica si trovavano circa 170 lavoratori, e sono state domate solo dopo oltre dieci ore di intervento. Le cause dell’incendio restano sconosciute: secondo i vigili del fuoco, il rogo si è diffuso rapidamente, compromettendo la struttura e impedendo per ore l’accesso ad alcune aree. Testimoni riferiscono anche di un’esplosione iniziale.

Tunisia, l’attivista Saadia Mosbah condannata a 8 anni di carcere

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Saadia Mosbah, attivista per i diritti dei migranti, è stata condannata a 8 anni di carcere da un tribunale tunisino. I giudici hanno applicato la stretta governativa che criminalizza le realtà impegnate nell’assistenza ai migranti, culminata nella sospensione di diverse organizzazioni. Mosbah è stata così condannata per riciclaggio di denaro e arricchimento illecito. La Tunisia viene considerata dall’Italia come un porto sicuro e un partner cruciale nella gestione del fenomeno migratorio.

La Russia avrebbe inviato petrolio e diesel verso Cuba, sfidando l’embargo USA

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A fine gennaio gli Stati Uniti hanno inasprito l’embargo verso Cuba, minacciando di sanzionare i Paesi intenzionati a esportare carburante sull’isola. La voce grossa di Donald Trump ha funzionato, facendo sprofondare l’Avana in una pesante crisi energetica. A mettersi in moto è stata presto la macchina della solidarietà dal basso con l’organizzazione della Nuestra América Flotilla, il cui arrivo a Cuba è previsto proprio in queste ore. La risposta della comunità internazionale è stata invece debole, nonostante le diverse risoluzioni ONU che condannano da anni l’embargo statunitense. A prendere posizione, prima con le dichiarazioni e poi con i fatti, sono state Cina e Russia. Pechino ha spedito 5mila sistemi fotovoltaici all’Avana, mentre Mosca starebbe sfidando le sanzioni americane con l’invio di due navi petroliere, con a bordo circa 900mila barili di greggio e diesel. In precedenza il Cremlino aveva minimizzato i rischi delle sanzioni americane, alla luce dell’attuale raffreddamento commerciale tra i due Paesi scaturito dalla guerra in Ucraina. Resta da scoprire la reazione di Washington alla sfida mossa dalla Russia al suo embargo.

A fornire i dettagli dell’intervento di Mosca è stata l’agenzia di analisi marittima Kpler, ripresi e verificati da diversi media internazionali, dal País al Guardian. Secondo i dati messi a disposizione, la nave petrolifera Sea Horse, battente bandiera di Hong Kong, starebbe trasportando verso Cuba circa 190mila barili di diesel russo, caricato da un’altra nave a fine gennaio al largo di Cipro. In effetti, verificando la rotta della Sea Horse su Vessel Finder, l’ultima posizione tracciata risulta nella zona occidentale dell’Oceano Atlantico, nei pressi dei Caraibi. Il suo arrivo sulle coste cubane è dunque atteso per il 23 marzo.

La Sea Horse non sarebbe sola. Stando alle informazioni fornite da Kpler, anche la petroliera russa Anatoly Kolodkin — al momento sotto sanzioni internazionali — starebbe navigando verso l’Avana, con a bordo oltre 700mila barili di petrolio. L’ultima posizione su Vessel Finder risale a 48 ore fa, nel Mar Baltico, in direzione Oceano Atlantico.

A dare peso ai dati forniti da Kpler ai media internazionali, così come alla ricostruzione effettuata da L’Indipendente con l’ausilio del tracciamento marittimo, è il recente intervento dell’amministrazione Trump in materia economica. Nelle scorse ore il Dipartimento del Tesoro USA ha messo mano alla licenza che autorizzava fino a metà aprile la vendita di petrolio russo, vietando le transazioni verso diversi Paesi, tra cui Cuba. Soltanto la scorsa settimana Washington aveva ammorbidito le sanzioni al Cremlino per far fronte alla crisi energetica scoppiata in Asia Occidentale con l’aggressione all’Iran. Ora, con la notizia di due navi petrolifere in rotta verso l’Avana, la Casa Bianca aggiusta il tiro e alza il livello della minaccia. Non va infatti trascurata la presenza della flotta militare USA nel Mar dei Caraibi, così come non vanno dimenticati i sequestri alle petroliere venezuelane effettuate da Washington nel pieno della crisi aperta a Caracas col rapimento del presidente Maduro.

L’aggressione militare al Venezuela, a spregio del diritto internazionale, si è abbattuta con un effetto domino su Cuba, che trovava nel governo Maduro uno dei principali partner commerciali, soprattutto in ambito energetico. L’altro, il Messico, ha abbandonato le esportazioni di carburante a seguito delle minacce di Washington. Come risultato, Cuba è scivolata nell’isolamento internazionale, sprofondando in una crisi che oggi mette a rischio la vita di milioni di persone, tra blackout, servizi a singhiozzo e penuria di beni di prima necessità. Con l’obiettivo di rompere l’isolamento e dunque l’assedio USA è nata la Nuestra América Flotilla, attesa in queste ore con più di 20 tonnellate di medicinali al seguito. Le navi partite dai Caraibi si ricongiungeranno col Convoglio europeo, arrivato nei giorni scorsi sull’isola, per implementare diversi programmi umanitari.

Le prossime ore saranno cruciali per capire gli sviluppi delle forniture russe all’Avana, che potrebbero da un lato aprire un nuovo fronte nelle tensioni tra Mosca e Washington, dall’altro garantire un’autonomia energetica a Cuba per almeno un mese, ripristinando l’erogazione di beni e servizi. Le esportazioni di petrolio si unirebbero agli sforzi di Pechino, che nel tentativo di mitigare la crisi in corso e rompere l’isolamento della comunità internazionale ha inviato a Cuba migliaia di sistemi fotovoltaici.

Cinema: è morto Chuck Norris

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Chuck Norris è morto all’età di 86 anni. L’attore statunitense, nonché ex campione del mondo di karate, era uno dei volti più noti del cinema d’azione, famoso soprattutto per il ruolo da protagonista in Walker Texas Ranger. La morte di Chuck Norris è stata annunciata dalla famiglia, a seguito di un malore che lo aveva colpito nei giorni scorsi mentre si trovava alle Hawaii.

Vaccini Covid, nuove indicazioni OMS: dosi semestrali ai fragili e lotta alla “disinformazione”

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L’OMS (Organizzazione mondiale per la sanità) ha recentemente aggiornato le linee guida per la somministrazione dei vaccini contro il Covid-19, il tifo e la polio: il Gruppo Strategico Consultivo di Esperti (Sage) sull’immunizzazione dell’Agenzia ha raccomandato due dosi di vaccino anti Covid all’anno per i gruppi considerati “fragili”, insieme all’introduzione dei vaccini contro il tifo nei contesti ad alta o molto alta incidenza a partire dai cinque anni di età e ha dato il via libera alla possibilità di ridurre le dosi di vaccino antipolio nei Paesi a basso rischio. Gli aggiornamenti arrivano dopo un calo dell’adesione alla vaccinazione anti-Covid-19 registrato in buona parte d’Europa. Secondo i dati dell’Ecdc, tra l’agosto 2024 e il gennaio 2025, l’Italia ha registrato un tasso di copertura vaccinale contro il Covid sotto la media europea, sia nella fascia over 60 che in quella over 80, con dati che avvicinano la Penisola a quelli dell’Europa dell’Est. Se la copertura vaccinale contro il Covid-19 nella fascia “over 60” in venti Paesi europei ha registrato un tasso pari al 7,4 per cento, in Italia si è attestata all’uno per cento.

L’Agenzia per la salute delle Nazioni Unite ha, dunque, ribadito la volontà di rilanciare le vaccinazioni tra le categorie considerate più vulnerabili, anche per contrastare le presunte «informazioni distorte che erodono la fiducia pubblica nei vaccini» e ponendosi come obiettivo centrale del 2026 quello di contrastare la «disinformazione». In particolare, il Sage consiglia alle nazioni di considerare la vaccinazione anti-Covid-19 in base all’epidemiologia locale, alle caratteristiche della popolazione, all’accesso ai vaccini, al rapporto costo-efficacia, all’accettabilità e alla fattibilità dei programmi. Particolare enfasi è posta sulle categorie a rischio di malattia grave: anziani con comorbilità, residenti in strutture assistenziali e bambini moderatamente o gravemente immunocompromessi. Per questi gruppi, sia non vaccinati sia già vaccinati (con ultima dose da oltre sei mesi), sono indicate due dosi all’anno a distanza di sei mesi. Inoltre, il gruppo dell’Oms invita a considerare la vaccinazione routinaria di altri gruppi, tra cui anziani senza comorbidità, adulti, adolescenti e bambini con comorbidità rilevanti o obesità grave, e operatori sanitari e dell’assistenza – con almeno una dose all’anno – sulla base del contesto locale e della sostenibilità.

Per quanto riguarda le donne incinta, sia non vaccinate sia già vaccinate (ultima dose da oltre sei mesi), è consigliata una dose per ogni gravidanza, in qualsiasi momento (idealmente nel secondo trimestre), con l’obiettivo di proteggere la madre, prevenire esiti avversi della gravidanza e proteggere il neonato nei primi mesi di vita. Non c’è, invece, una raccomandazione di vaccinazione routinaria per i bambini sani di età compresa tra i 6 e i 23 mesi. Per questa categoria la vaccinazione è indicata solo nei Paesi con un carico significativo documentato in questa fascia d’età. Sul fronte del vaccino contro il tifo, invece, il Sage ha raccomandato l’introduzione del vaccino coniugato contro il tifo (TCV) nei Paesi o contesti con incidenza alta o molto alta di febbre tifoide o con un elevato carico di Salmonella Typhi resistente agli antimicrobici. In questi contesti, i Paesi dovrebbero considerare una dose di richiamo intorno ai 5 anni per i bambini vaccinati tra 9 e 24 mesi. Rispetto alla poliomielite, il Sage conferma la strategia di progressiva eliminazione dei vaccini orali, ma introduce una possibile riduzione delle dosi nei contesti a basso rischio.

L’elemento più innovativo su cui ha posto l’accento il gruppo dell’OMS riguarda però la sostenibilità economica: i Paesi si trovano sempre più spesso a dover operare scelte di priorità tra diversi interventi vaccinali, così il Sage ha proposto un approccio di ottimizzazione del portafoglio vaccinale (VPOP) come strumento per massimizzare l’impatto sanitario in condizioni di risorse limitate. Nulla, invece, viene detto sulle segnalazioni avverse dei vaccini anti Covid-19 né viene incoraggiata una più efficiente attività di farmacovigilanza attiva nei vari Paesi a tutela dei cittadini e dei pazienti: secondo il 14° Rapporto sulla Sorveglianza dei vaccini anti-Covid-19, al 26 dicembre 2022 sono state inserite 97 segnalazioni ogni 100.000 dosi somministrate, indipendentemente dal vaccino e dalla dose. Su 144.354.770 dosi somministrate sono state segnalate 140.595 sospette reazioni avverse, soprattutto nelle fasce d’età più giovani (20-29; 30-39 e 40-49), di cui il 18,7 per cento gravi e l’81,3 percento classificate come “non gravi”. Considerato che non c’è stata un’informazione massiccia sulla possibilità e le modalità con cui segnalare gli eventi avversi, i dati potrebbero essere sottostimati. La minore adesione alle campagne vaccinali, sia per quanto riguarda i vaccini anti Covid che quelli antinfluenzali o di altro tipo, anche nelle fasce d’età over 60, soprattutto in Italia, viene semplicemente ridotta a conseguenza di una non meglio specificata e generica «disinformazione».

Meta dice addio al Metaverso in favore di smart glasses a riconoscimento facciale

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Nell’ottobre 2021 Facebook formalizzó il cambio di nome in Meta, una mossa che – almeno ufficialmente – voleva chiarire sin da subito l’ambizione del CEO Mark Zuckerberg: archiviare progressivamente i social “statici” per costruire un universo virtuale in cui socializzare, lavorare e giocare, il cosiddetto metaverso. A meno di cinque anni di distanza, quel progetto si è però completamente sgonfiato. L’idea di un mondo digitale immersivo targato Meta è naufragata e lo stesso Zuckerberg ha tirato i remi in barca per concentrare gli sforzi sull’intelligenza artificiale e negli accessori indossabili, le nuove pentole d’oro verso cui stanno convergendo tutte le grandi aziende del digitale.

Più che un commiato, quello di Meta nei confronti di Horizon Worlds somiglia a un vero e proprio post‑mortem lapidario. In una nota  di poche righe pubblicata sul blog ufficiale, l’azienda ha comunicato l’intenzione di separare i progetti di realtà virtuale (VR) dalla piattaforma dedicata al metaverso, confinando questa al solo ecosistema mobile. Horizon Worlds continuerà dunque a esistere – almeno per ora – sullo schermo di uno smartphone, ma rinuncia alla dimensione immersiva delle tre dimensioni vissute attraverso le lenti di un visore: proprio la modalità di fruizione che Meta ha cercato disperatamente di imporre per anni. 

Il CTO Andrew Bosworth ha rassicurato i pochi fan rimasti spiegando che il sistema resterà operativo per gli utenti già iscritti. Ha però ammesso che lo sviluppo non proseguirà con nuovi contenuti poiché l’azienda ha deciso di concentrare le proprie energie altrove. In sostanza, è un morto che cammina – una condizione che riassume bene l’intera parabola di quella che era stata presentata come “la nuova frontiera” dei social. All’epoca l’idea aveva persino trovato terreno fertile: si usciva dalle quarantene pandemiche, la digitalizzazione correva veloce e lo smart working stava entrando nella coscienza collettiva. Ma da allora le persone hanno ricominciato a incontrarsi dal vivo e molte aziende, comprese le Big Tech, hanno rivisto le loro politiche sul lavoro da remoto. Alla fine, Horizon Worlds era così poco popolare che Meta si era persino trovata a imporre contrattualmente ai propri dipendenti l’uso della versione aziendale del metaverso.

La corsa al metaverso immaginata da Zuckerberg era probabilmente condannata al fallimento sin dai primissimi passi. Per accedere al servizio, infatti, un utente doveva dotarsi di un visore VR costoso e di un computer sufficientemente potente da supportarlo: un investimento da migliaia di euro per un prodotto di cui, in fondo, nessuno sentiva davvero la necessità. Le campagne di promozione di Horizon Worlds non hanno aiutato. Gli avatar e gli ambienti apparivano come simulacri senz’anima, lontani anni luce dall’idea di un mondo digitale vibrante e coinvolgente. E non che ci si aspettasse molto di meglio da Zuckerberg, lo stesso che nel 2017 aveva promosso la sua realtà virtuale inviando una versione digitale e sorridente di sé a “visitare” le strade di una Puerto Rico devastata da un uragano.

I social in realtà virtuale esistevano ben prima di Horizon Worlds e certamente gli sopravviveranno. Restano però fenomeni di nicchia, incapaci di soddisfare le ambizioni di Zuckerberg, che puntava verosimilmente a costruire un proprio “App Store” del metaverso, applicando commissioni a chiunque volesse partecipare all’ecosistema. In altre parole, replicare il duopolio Android‑Apple nel mobile, ma proiettato in un territorio ancora inesplorato. Dire che la scommessa non abbia funzionato è un eufemismo. Lo scorso gennaio la divisione aziendale dedicata al progetto ha registrato una perdita operativa di sei miliardi di dollari, la quale si aggiunge ai salassi passati per raggiungere la cifra stimata di 80 miliardi di dollari. Pochi giorni dopo è trapelata la notizia del licenziamento del 10% del personale del settore.

Meta, ormai, non parla quasi più del metaverso. Zuckerberg rilancia sull’intelligenza artificiale, dichiarandosi disposto a sperperare fino a 200 miliardi di dollari pur di sviluppare un prodotto capace di reggere la competizione e, magari, avvicinarsi alla cosiddetta “superintelligenza artificiale”. Parallelamente, la Big Tech sta ottenendo risultati ben più concreti con la collaborazione con EssilorLuxottica: gli smart glasses stanno conquistando gli appassionati grazie a un prezzo più accessibile e a una praticità che nessun visore VR è mai riuscito a garantire. Detto questo, anche questi occhiali non sono esenti da criticitá notevoli.

Dal punto di vista aziendale, gli smart glasses raccolgono una quantità di dati difficilmente immaginabile; dall’altro, non mancano esempi di utenti che sfruttano la possibilità di registrare video in modo discreto per attività che vanno dallo spionaggio alle molestie sessuali. Non solo. Secondo quanto riportato dal New York Times, Meta starebbe valutando di spingere ulteriormente lo sviluppo del dispositivo verso tecnologie di riconoscimento facciale, approfittando di quello che l’azienda avrebbe definito “un contesto politico dinamico, in cui molti gruppi della società civile da cui ci aspetteremmo di essere attaccati hanno investito le loro risorse in altre battaglie”. Una direzione talmente distopica da aver allarmato persino il Senato statunitense.

Milano, incendio alla Torre del Moro del 2021: 9 condanne

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Il tribunale di Milano ha condannato nove persone per l’incendio della Torre dei Moro del 29 agosto 2021, con pene tra 8 mesi e 3 anni per disastro colposo, mentre quattro imputati sono stati assolti. Le condanne più alte hanno riguardato responsabili legati alla produzione e commercializzazione dei pannelli della facciata, ritenuti tra le cause del rogo. Altri imputati, tra tecnici e dirigenti coinvolti nel progetto e nella sicurezza, hanno ricevuto pene minori, spesso sospese. L’incendio non causò vittime tra i circa 150 residenti, evacuati in tempo, ma evidenziò gravi criticità nei materiali e nella progettazione dell’edificio.

ENI festeggia la guerra: balzo in borsa e cedola straordinaria per gli azionisti

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La guerra in Iran sta causando una delle crisi energetiche maggiori degli ultimi anni, ma – come in ogni crisi – c’è sempre chi festeggia. A farlo sono le aziende collegate al settore dell’energia, tra cui spicca l’italiana ENI. Quest’ultima, il giorno dopo essersi assicurata contratti in Venezuela, Indonesia e Libia, ha presentato il nuovo piano strategico per il prossimo quinquennio, che prevede investimenti per 5 miliardi l’anno. Per il 2026, l’azienda proporrà un dividendo di 1,10 euro, in aumento di circa il 5%, e un programma di riacquisto di azioni proprie inizialmente fissato a 1,5 miliardi di euro. Se inoltre, sulla scia della guerra in Iran, il prezzo del petrolio rimarrà superiore a 90 dollari al barile, l’azienda distribuirà sotto forma di dividendo straordinario il 100% del flusso di cassa aggiuntivo. Una decisione che segue l’andamento delle azioni del colosso energetico, cresciute del 26% nell’ultimo mese, prima sulla scia dell’azione militare americana in Venezuela e poi del balzo del prezzo del petrolio inaugurato dall’aggressione all’Iran.

Alla base del piano strategico, illustrato dall’ad Claudio Descalzi alla comunità finanziaria, c’è il «migliore portafoglio di progetti Exploration & Production (E&P) nella storia della Società», capace di garantire una crescita della produzione del 3-4% annuo fino al 2030. «Non siamo mai stati così forti», ha affermato Descalzi, spiegando come la strategia sia fondata sulla «coerenza» nel quadro di un «contesto di mercato incerto e volatile». Grazie al controllo dei costi e a un programma di investimenti ridotto rispetto al passato, il gruppo prevede di generare un flusso di cassa operativo di 71 miliardi nell’arco del piano, con un tasso di crescita medio per azione del 14% fino al 2030. L’indebitamento finanziario, misurato dal rapporto tra debito e capitale, è atteso tra il 10 e il 15%, sui minimi storici.

La novità più importante è costituita dal potenziamento della remunerazione degli azionisti. Oltre al dividendo ordinario in crescita e al buyback (riacquisto di azioni proprie) da 1,5 miliardi, ENI ha introdotto un meccanismo che lega i profitti all’andamento del mercato. «Per scenari di prezzo del greggio particolarmente elevati (cioè superiori a 90 dollari al barile, oppure per incrementi del 50% del prezzo del gas o del margine di raffinazione) – ha continuato l’amministratore delegato – prevediamo di distribuire il 100% del cash flow addizionale in forma di dividendo straordinario», che sarà corrisposto nell’ultimo trimestre dell’anno. Un «chiaro segnale della nostra coerenza nella politica dei dividendi e nella remunerazione», ha detto Descalzi.

L’esecuzione del piano, ha spiegato il numero uno di ENI, ha già prodotto «performance eccezionali nel 2025» e si avvale di operazioni di portafoglio come quella in Indonesia, dove la joint venture Searah con Petronas unisce asset upstream in Malesia e Indonesia, e quella in Venezuela, dove il gruppo ha recentemente stretto un accordo per lo sfruttamento di giacimenti di gas. «In Venezuela ci sono opportunità nel gas. Abbiamo recentemente stretto un accordo che include anche l’opportunità di esportazione di una parte consistente di questo gas», ha affermato Guido Brusco, Chief Operating Officer Global Natural Resources di ENI. In contemporanea, si assiste a una valorizzazione delle società satellite: Plenitude, che sarà deconsolidata dai conti con l’ingresso di Ares Management, mira a raggiungere 15 gigawatt di rinnovabili al 2030; Enilive punta a triplicare l’Ebitda nello stesso periodo.

Interpellato sugli effetti della guerra in Medio Oriente, Descalzi ha minimizzato la portata delle potenziali conseguenze su ENI, dichiarando che l’esposizione allo Stretto di Hormuz, punto nevralgico per il trasporto petrolifero, è «marginale, tra il 2‑3% della nostra produzione, e in termini di cash flow ed Ebit abbiamo più progetti in sviluppo che in produzione». Insieme ai numeri del piano, tale comunicazione ha prodotto il decollo del titolo in borsa, che ha registrato un rialzo del 2,5%. Così, mentre i cittadini italiani si trovano alle prese con l’aumento dei costi dell’energia – in particolare il caro carburante – e il governo italiano cerca modalità per ridurre i prezzi alla pompa, la principale azienda estrattiva italiana, proprietaria dello Stato stesso, canta vittoria, preparandosi a distribuire ai suoi azionisti utili record.