giovedì 8 Gennaio 2026
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Quando lo sport è una minaccia: la storia del campetto di Betlemme che Israele vuole demolire

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BETLEMME, PALESTINA OCCUPATA – Un muro alto circa 8 metri. Torrette militari, telecamere, soldati israeliani. È all’ombra del famoso “muro dell’apartheid” che separa la Cisgiordania dall’altra parte di Palestina occupata nel 1948 che sorge il campo da calcio del campo profughi di Aida, nella periferia di Betlemme. Un campo da calcio pieno di vita, dove centinaia di ragazzi e giovani si incontrano, si allenano, giocano; uno dei pochi luoghi di socialità in quel campo profughi famoso per essere stato nominato “il luogo più esposto ai lacrimogeni del mondo” a causa dei costanti gas lanciati dall’esercito per reprimere manifestazioni o proteste. Ma che ora Israele vuole demolire. «Il 31 dicembre ci hanno consegnato il secondo ordine di demolizione» dice Munther Amira a L’Indipendente. Cinquantacinque anni, è uno dei referenti dell’Aida Youth Center, uno dei centri giovanili del campo rifugiati. «Il primo ordine l’hanno consegnato il 3 novembre. Questo è il secondo. Ci hanno dato una settimana. Ma la demolizione può arrivare anche a fine mese», dice.

Il campo da calcio è stato costruito nel 2020. Sono centinaia i giovani che lo usano, comprese le ragazze del campo profughi di Aida che hanno fatto parte delle squadra nazionale femminile palestinese a livello giovanile. Secondo Tel Aviv, il campo da calcio è stato costruito senza permesso e viola le norme di sicurezza militari. Pretende che venga smantellato dagli stessi abitanti, oppure lo distruggeranno coi bulldozer israeliani e presenteranno il conto.

Foto di Moira Amargi

«Il campo da calcio è situato in area A, teoricamente sotto la giurisdizione, l’amministrazione, e la sicurezza palestinese», ribadisce Mohammah Abu Srour, volontario dello Youth center e responsabile dello sport club, a L’Indipendente. «La terra è stata data dal comune di Betlemme al “popular committee” di Aida tramite la chiesa armena, a cui affittano i terreni. Tutti i procedimenti legali e amministrativi sono stati rispettati, quindi Israele non ha nessuna motivazione per demolire il campo». Non sono i soli spazi che rischiano la demolizione. Un teatro e un giardino hanno ricevuto un primo avviso simile e la popolazione locale denuncia che molte delle strutture vicine al muro di apartheid saranno soggette allo stesso destino.

Foto di Moira Amargi

Il campo profughi di Aida è uno dei tre campi per rifugiati istituiti a Betlemme dalle Nazioni Unite per i palestinesi mandati via dalle proprie terre durante la Nakba, la “catastrofe” dei palestinesi. Tra il 1948 e il 1950 migliaia di persone sfollate dai futuri israeliani hanno trovato rifugio qui, per scampare ai massacri dell’invasione che ha portato alla formazione dello Stato di Israele nel 1948. I nipoti di quei rifugiati vivono tuttora nei campi profughi; Aida Camp è un fazzoletto di terra che ospita attualmente circa 7000 persone in circa mezzo chilometro quadrato. 2500 di esse sono bambini, che vivono in condizioni di sovraffollamento e di repressione costante a causa dei frequenti raid militari israeliani. Qui, solamente nella giornata di oggi, lunedì 5 gennaio, i coloni hanno fatto irruzione in diverse abitazioni per arrestare e interrogare almeno 25 palestinesi, successivamente rilasciati.

All’ingresso del campo si trova un cancello con una scultura raffigurante una grande chiave, simbolo del diritto dei palestinesi di tornare nelle terre da cui sono stati espulsi.
«Crediamo che Israele voglia demolire e portare via le nostre ambizioni, speranze, e vogliono distruggere lo sport in tutti i campi profughi in Palestina. Tutte le loro politiche hanno un solo obbiettivo, ed è di obbligare i palestinesi a lasciare la propria terra», continua Mohammah.

«Prima della seconda Intifada giocavamo nel nostro campo da calcio dietro il muro; poi gli israeliani hanno installato il muro nel 2022, e si sono annessi il nostro terreno», ricorda. «Così abbiamo costruito questo campo da calcio cinque anni fa. E ora vogliono portarci via anche questo». Mohammah sottolinea come questa è la dura realtà a cui i rifugiati palestinesi e tutti i palestinesi sono costretti: «Israele ci sta restringendo il nostro diritto al movimento, ci reprime in tutti gli aspetti della nostra vita, per obbligarci ad andarcene e a lasciare la Palestina», dice.

Foto di Moira Amargi

«La nostra squadra da calcio rappresenta i rifugiati palestinesi di Betlemme; noi crediamo ancora e abbiamo fede di tornare alle nostre terre [sottratte nel 1948, ndr]. Lo scopo del campo da calcio non è solo di praticare lo spot, ma è anche un messaggio politico per dire che ancora crediamo e vogliamo praticare i nostri diritti». I giovani del campo hanno anche lanciato una petizione chiamata FiFA: Save our pitch per bloccare la demolizione. «Il nostro messaggio per le persone fuori dalla Palestina, per la FIFA, per tutte le squadre di calcio, in Italia, Spagna, ovunque, è di supportare la nostra causa, di difenderla, di non lasciare demolire il nostro spazio».

Svizzera: congelati i beni di Maduro

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La Svizzera ha congelato tutti i beni del presidente venezuelano Nicolas Maduro e dei suoi collaboratori nel Paese. A dare la notizia è il Consiglio federale del Paese, che ha specificato che la misura avrà effetto immediato e sarà valida per quattro anni; essa, continua il Consiglio, mira a preservare beni potenzialmente «acquisiti illecitamente» e si aggiunge alle sanzioni imposte al Venezuela dal 2018.

Abruzzo: il governo approva le trivelle nonostante frane, dighe e rischi sismici

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Il governo ha espresso un primo parere favorevole al progetto di estrazione di gas a Bomba, nella provincia abruzzese di Chieti, presentato da LnEnergy. La società con sede a Londra e guidata da Mark Frascogna ha ottenuto il giudizio positivo dal Comitato Pnrr-Pniec del Ministero dell’Ambiente, che riconosce però gravi criticità: rischio di subsidenza, riattivazione di faglie, sismicità indotta e possibili effetti sulla stabilità della diga del lago artificiale di Bomba, che contiene 83 milioni di metri cubi d’acqua. Manca ancora il nulla osta del Ministero della Cultura. La riproposizione dell’istanza ha riacceso la protesta dei cittadini che da oltre 15 anni lottano contro il progetto, che era già stato bocciato in passato, anche dal Consiglio di Stato nel maggio 2015, richiamando il principio di precauzione.

Nell’alta Val di Sangro, i sindaci locali, incluso quello di Bomba, Raffaele Nasuti, hanno annunciato l’intenzione di presentare ricorso al TAR non appena il decreto ministeriale sarà pubblicato, evidenziando presunti «vizi di forma e difetti sostanziali» nella procedura autorizzativa. La Commissione VIA nazionale ha espresso un giudizio positivo sulla compatibilità ambientale, condizionando l’ok all’istituzione di un Osservatorio ambientale per monitorare gli impatti e alla successiva approvazione del Ministero della Cultura. Tuttavia, tecnici e amministratori locali rilevano che il comitato nazionale non ha competenza specifica sulle fasi operative di estrazione e raffinazione degli idrocarburi e che le criticità tecniche non sono state risolte. Nel novembre 2018 la Commissione nazionale VIA aveva espresso parere negativo al progetto di estrazione di gas proposto dalla Cmi Energia, ritenendo insufficiente la documentazione tecnica presentata e troppo elevati i rischi per la sicurezza, evidenziando gravi criticità idrogeologiche e la presenza di decine di frane attive attorno al lago e sulla sponda del monte Tutoglio. Gli esperti regionali avevano parlato di oltre 80 “movimenti di massa” nella zona, segno di una morfologia instabile e sensibile anche a piccoli cambiamenti geomorfologici. Sembrava una guerra vinta per Bomba, che invece oggi si ritrova a combattere. Gli oppositori al progetto di estrazione del gas sottolineano che l’applicazione del principio di precauzione – invocato nel 2015 dal Consiglio di Stato – implicherebbe un blocco preventivo di attività potenzialmente dannose fino al consolidamento scientifico dei rischi; la mera istituzione di un osservatorio ambientale non è considerata adeguata a prevenire possibili eventi irreversibili.

Negli ultimi decenni la Val di Sangro ha subito trasformazioni infrastrutturali che hanno lasciato segni profondi sul territorio e sulle comunità locali. La costruzione della diga di Bomba, tra il 1955 e il 1960, ha contribuito allo spopolamento dei paesi e fu accompagnata da numerose frane: durante i lavori una vasta massa di terreno crollò sul lato destro della diga, evitando una tragedia solo perché l’evento avvenne di notte. Anche il versante del Monte Tutoglio dovette essere rinforzato con ingenti colate di cemento, mentre entrambe le sponde del lago restano tuttora interessate da movimenti franosi, peggiorati nel tempo. A distanza di anni, la realizzazione della strada di fondovalle confermò la fragilità dell’area: il viadotto di Bomba, costruito nonostante i timori degli abitanti, iniziò a sprofondare subito dopo il completamento a causa del terreno instabile. L’opera non entrò mai in funzione e venne abbandonata, diventando nel tempo il simbolo di un’infrastruttura concepita senza un’adeguata valutazione delle condizioni geologiche del territorio.

La decisione del governo ha riacceso la mobilitazione popolare. Il 27 dicembre 2025 si è tenuta una fiaccolata di protesta con la partecipazione di cittadini, amministratori locali, associazioni e comitati ambientalisti contrari al progetto. La manifestazione, organizzata dal comitato “Gestione partecipata del territorio”, ha messo in evidenza la contrarietà diffusa all’idea di trasformare un’area agricola e naturale in un sito industriale di estrazione e trasformazione di gas, richiamando la memoria storica dei dissesti e invocando alternative energetiche sostenibili. Le opposizioni, infatti, non si limitano a denunciare le criticità geologiche, ma propongono di inserire il lago e l’area circostante in una riserva naturale protetta come strumento di tutela ambientale a lungo termine.

Nel cuore di X prosperano violenza sessuale e pedopornografia

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In questi giorni è esploso uno scandalo attorno al chatbot della piattaforma X, Grok, a seguito dell’introduzione di un aggiornamento al sistema di modifica delle immagini che permette di creare con estrema facilità deepfake in cui le persone ritratte vengono spogliate e messe in bikini. La funzione è stata immediatamente impiegata in modo non consensuale, coinvolgendo anche VIP e minorenni. Tuttavia, questo “incidente” rappresenta solo la punta dell’iceberg, è semplicemente un episodio particolarmente visibile e pop che evidenzia l’atteggiamento complessivo di un social che da tempo offre terreno fertile per abusi e contenuti pedopornografici.

Il nuovo strumento di editing introdotto su Grok è stato progettato senza espressi fini erotici, ma per modificare con estrema rapidità qualsiasi immagine caricata sulla piattaforma. Questi però non richiede alcuna autorizzazione preventiva e gli utenti non hanno la possibilità di disattivarlo per proteggere le proprie foto. L’obiettivo è evidente: spingere le persone a effettuare le modifiche direttamente all’interno di X, evitando che si rivolgano a servizi di intelligenza artificiale concorrenti. Come spesso accade con gli strumenti di IA generativa facilmente accessibili e privi di controlli adeguati, un simile potere sull’informazioni visiva è defluito rapidamente in trend in cui vengono fatti circolare contenuti sviluppati senza il consenso dei soggetti coinvolti. Nel giro di pochi giorni sono dunque emersi post goliardici, di propaganda politica e moltissime immagini di natura sessuale.

Il contesto non è nuovo. Da mesi diverse organizzazioni civili chiedono che X venga indagata per violazioni delle norme sui contenuti non consensuali, quest’ultimo episodio si limita a riportare l’attenzione sulle già note criticità strutturali della piattaforma, in particolare sulla gestione dei suoi sforzi di moderazione. Non bisogna fraintendere, X non è un territorio digitale anarchico: pur avendo drasticamente ridotto i suoi sforzi di controllo, continua a esercitare un forte potere decisionale ed è spesso accusata di manipolare i propri algoritmi per amplificare la visibilità di determinati utenti, se non addirittura per oscurare interi argomenti poco graditi al proprietario, Elon Musk. Nonostante sia dunque presente una forma di censura, la violenza sessuale e la pedopornografia continuano a trovare spazio su questa piattaforma di massa.

Le immagini allegate all’articolo sono state sfocate dalla redazione.

Essendo X il social d’alto profilo più permissivo nei confronti dei contenuti di natura sessuale, non sorprende che sia diventato una vetrina per la vendita di materiale erotico alimentata da modelle‑influencer e da gruppi tematici. Si tratta di un sottobosco totalmente legittimo, che tuttavia rappresenta una complessità manageriale che richiede da parte dei fornitori estrema cautela: consentire la presenza di un mercato del sesso sul proprio portale va a rendere impossibile l’eliminazione automatica di ogni contenuto rappresentante scene di nudo, con il risultato che diventa più che mai necessario vigilare attivamente perché non si verifichino abusi. X, evidentemente, si dimostra lassista.

La piattaforma ospita infatti una quantità notevole di profili effimeri che rimangono attivi per pochi giorni e che promettono accesso a foto e video di adolescenti e bambini tramite canali criptati o servizi di hosting esterni. Non è da escludere che molti di questi account siano semplici truffe rivolte a predatori sessuali, ma resta il fatto che X consenta la circolazione di anteprime di tali materiali, le quali sono spesso già di per sé estremamente esplicite. Vengono messe in bella mostra preview di cartelle e di file, nonché brevi clip che offrono un “assaggio” del prodotto umano che viene mercificato. 

La tendenza di spogliare persone inconsapevoli e bambini su X non rappresenta dunque un’eccezione, bensì accomuna molteplici fenomeni che non sono altro che la conseguenza di scelte deliberate. Fughe di informazioni e ricerche accademiche indicano infatti che i principali modelli di IA sono stati addestrati impiegando anche ampi archivi pornografici, alcuni dei quali includevano migliaia di scatti di minori. A questo si somma la decisione di Musk di compromettere l’infrastruttura di moderazione del fu-Twitter per favorire, almeno ufficialmente, la “libertà di parola”; una decisione che ha ridotto i costi di gestione del servizio e gli ha consentito di determinare con maggiore agilità quali fossero le informazioni da divulgare, ma che ha minato la possibilità di tutelare le vittime di violenza. Digitale e non. Questi scandali non sono pertanto il sottoprodotto imprevedibile di un servizio, ma la conseguenza di una progettazione consapevole che, deresponsabilizzata, si può permettere di fare ciò che vuole.

Ucraina, si dimette il capo dei servizi segreti Vasyl Malyuk

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Vasyl Malyuk ha annunciato le dimissioni da capo del Servizio di Sicurezza dell’Ucraina (Sbu), incarico ricoperto dal luglio 2022. La notizia è stata diffusa dal canale Telegram dell’Sbu e rilanciata da Rbc Ukraina. In un messaggio ufficiale, Malyuk ha spiegato di lasciare la guida dell’agenzia ma di restare all’interno della struttura per occuparsi di operazioni speciali asimmetriche, con l’obiettivo di infliggere il massimo danno al nemico. Secondo i media ucraini, il presidente Zelensky gli avrebbe proposto altri incarichi istituzionali, offerta che Malyuk avrebbe rifiutato.

Stragi di Capaci e via D’Amelio, si riapre tutto: nuova indagine sui mandanti

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Sulle stragi del 1992 si riapre per l’ennesima volta la partita, all’insegna di uno scontro istituzionale senza precedenti. Per la seconda volta dal 2022, il gip di Caltanissetta, Graziella Luparello, ha infatti deciso di opporsi alla richiesta di archiviazione della Procura nissena sui mandanti esterni degli attentati, ordinando ulteriori indagini. I pm hanno però reagito ricorrendo in Cassazione contro il provvedimento, giudicato “abnorme”, rifiutandosi di porre in essere attività urgenti. Sullo sfondo, gli elementi sempre più centrali sul possibile ruolo dell’eversione di destra e dei servizi deviati dietro la pianificazione e l’esecuzione degli attentati di Capaci e via D’Amelio.

Nel suo provvedimento, tra le altre indagini, la gip Luparello ordinava anche «attività a sorpresa», dunque connotate da forte urgenza, che però i magistrati non hanno eseguito, avendo preferito presentare ricorso alla Suprema Corte contro il rigetto della stessa Luparello. Chiaro il rischio: bruciare indagini che potrebbero essere essenziali – attraverso atti non ripetibili – per avvicinarsi alla verità. In seguito alla richiesta di archiviazione da parte della Procura, Luparello in estate aveva riaperto la camera di Consiglio su richiesta dell’avvocato di Salvatore Borsellino, Fabio Repici, che aveva depositato una nota in cui si evinceva che Paolo Borsellino fosse interessato al collaboratore Alberto Lo Cicero, braccio destro del boss di San Lorenzo Mariano Tullio Troia – condannato per l’attentato del 23 maggio ’92, detto “‘U Mussolini” per le sue simpatie di estrema destra e, a detta di Lo Cicero, legato al capo di Avanguardia Nazionale Stefano Delle Chiaie. A provarlo sarebbe infatti un verbale, risalente a una riunione andata in scena a Palermo il 15 giugno 1992, alla quale presero parte cinque magistrati, tra cui Borsellino. Dal documento si evidenzia come i giudici presenti si scambiarono informazioni legate alla strage di Capaci e alle intercettazioni disposte nei confronti di Lo Cicero

Inoltre, nella puntata andata in onda ieri sera, la trasmissione Report ha trasmesso un audio inedito di un interrogatorio del 5 giugno 2007, in cui Lo Cicero racconta al pm Gianfranco Donadio i sopralluoghi attribuiti a Stefano Delle Chiaie sui luoghi della strage di Capaci. Lo Cicero ha affermato di aver visto Delle Chiaie a Palermo nel ’92, in contatto con ambienti mafiosi e con il boss Mariano Troia, e di aver riferito sospetti e movimenti anomali a Paolo Borsellino. A rispondere alle domande del pm c’è anche Maria Romeo, compagna di Lo Cicero e sorella dell’autista di Delle Chiaie. Il 9 dicembre scorso, audito in Commissione Antimafia, il Procuratore di Caltanissetta, Raffaele De Luca, aveva affermato che «l’ipotesi della pista nera per quanto riguarda le stragi di mafia del 1992, legata al terrorista Stefano delle Chiaie, vale zero tagliato». Evidentemente, la gip non la pensa così.

Nel frattempo, è arrivata un’altra notizia: il 2 gennaio Fabio Repici ha diffidato i pm nisseni a «eseguire senza indugio» le indagini, in particolare «l’attività a sorpresa». «La Procura, con iniziativa inusitata, ha proposto ricorso per Cassazione», ha scritto l’avvocato nella diffida, ma «non esiste alcuna possibilità per cui la Procura della Repubblica possa omettere l’espletamento delle ulteriori indagini ordinate dal Giudice». Addirittura, secondo Repici, «l’eventuale inazione del pm integrerebbe le fattispecie delittuose di cui agli artt. 328 e 378 cp», ovvero rifiuto di atti di ufficio e favoreggiamento. «A fronte di quanto ascoltato nella puntata di Report, per quanto portato avanti dalla Procura di Caltanissetta non si può più parlare di depistaggio ma di vero e proprio occultamento delle prove – ha scritto in un comunicato Salvatore Borsellino –. E la deposizione del Procuratore De Luca alla Commissione Parlamentare Antimafia, non secretata, si configura come un atto pubblico di sottomissione ai voleri del Governo di eliminare e nascondere la partecipazione dell’eversione di destra alle stragi di Capaci e di Via D’Amelio». Il clima, dunque, si fa sempre più rovente.

Nel maggio del 2022, respingendo la prima richiesta di archiviazione avanzata dalla Procura, Luparello aveva dato impulso a nuove indagini ed esplicitato anche i “binari” sui quali far convogliare le energie investigative dei pm: la possibile rilevanza della «pista ‘istituzionale’», incentrata sul «concorso nelle stragi di personaggi delle istituzioni deviate, eventualmente organizzati in organismi paramilitari», quella della «pista nera», che evidenzi le possibili «collusioni tra mafia siciliana ed esponenti di destra eversiva» nell’ambito della «lettura coordinata dei diversi delitti eccellenti degli anni ’80-’90», ma anche quella dell’eventuale presenza «di un anello di carattere politico individuabile in un personaggio o in un partito politico che potrebbe aver concorso a definire la strategia della tensione, allo scopo di legarsi, in un reciproco ‘do ut des’, a Cosa Nostra».

Chieti, assalto a portavalori: chiuso tratto Ortona-Pescara Sud

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Questa mattina, sull’autostrada A14, nei pressi di Ortona (Chieti), un furgone portavalori diretto verso Pescara è stato assaltato da un commando armato. I rapinatori hanno bloccato il mezzo con un’auto di traverso e chiodi sull’asfalto, sparando colpi d’arma da fuoco e usando esplosivo per aprire il portavalori. Il bottino ammonterebbe a circa 400mila euro. Non si registrano feriti. Durante l’azione sono state incendiate alcune auto: in totale risultano coinvolti tre veicoli e un camion. Per il fumo due persone sono state soccorse dal 118. Il tratto Ortona–Pescara Sud è stato chiuso, causando lunghe code.

Lavoratore morto per amianto: una sentenza storica condanna le Ferrovie dello Stato

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La sezione lavoro del Tribunale di Messina ha condannato Rete Ferroviaria Italiana spa (RFI), la società che ha ereditato le infrastrutture dalle storiche Ferrovie dello Stato, per la morte di un suo ex dipendente. Quest’ultimo è deceduto a causa di un mesotelioma pleurico attribuito all’esposizione professionale all’amianto. La sentenza ha accolto il ricorso degli eredi e disposto un risarcimento complessivo di circa 1,2 milioni di euro per danni patrimoniali e non patrimoniali. L’uomo, elettricista e addetto alla manutenzione, aveva prestato servizio sui traghetti e negli impianti elettrici delle Ferrovie dello Stato dal 1977 al 2001; la diagnosi risale al 2014 e il decesso al 15 aprile 2015, a 68 anni.

Il quadro evidenziato dai giudici del Tribunale si fonda su rilievi tecnici e dichiarazioni di servizio: l’attività dell’elettricista si svolgeva quotidianamente in ambienti tecnici delle unità navali, dove pannellature, coibentazioni e impianti contenevano amianto. Il documento giudiziario parla di esposizione che è stata «prolungata, significativa e non adeguatamente prevenuta», nonostante la conoscenza progressiva dei danni legati all’inalazione delle fibre di asbesto. Il carattere latente delle patologie asbesto-correlate – con intervalli di latenza che possono durare decenni – rende le responsabilità aziendali particolarmente pregnanti e difficilmente superabili con valutazioni meramente formali. «Questa sentenza segna un passaggio fondamentale nella verità giudiziaria sull’amianto nelle Ferrovie dello Stato – dichiara Ezio Bonanni, avvocato, presidente dell’Osservatorio Nazionale Amianto, che ha assistito i familiari della vittima – perché accerta in modo inequivocabile l’uso di amianto nei traghetti ferroviari e ne individua le responsabilità». Per i giudici, la mancata prevenzione configura una violazione degli obblighi in capo al datore di lavoro, in linea con la giurisprudenza consolidata sulla tutela dei lavoratori esposti a sostanze cancerogene.

Per la famiglia, che vive a Messina, il risarcimento rappresenta un riconoscimento tanto atteso quanto doloroso. Oltre che dall’Osservatorio Nazionale Amianto, le parti civili sono state assistite da avvocati specializzati, i quali hanno raccolto elementi documentali e testimonianze sul contesto di lavoro a bordo dei traghetti e negli impianti ferroviari locali. Sul piano sociale e giuridico, la pronuncia costituisce un ulteriore tassello nel lungo contenzioso italiano sull’amianto, che ha coinvolto imprese pubbliche e private, flotte navali e impianti industriali. «Parliamo – ha aggiunto Bonanni – di una tragedia tutt’altro che isolata: abbiamo già censito almeno altri dieci casi di mesototelioma tra i lavoratori impiegati nei traghetti FS. A Reggio Calabria e Messina il fenomeno è ancora più grave, anche per la presenza delle Officine di Manutenzione e delle OGR di Saline Joniche. Dopo otto anni di battaglie giudiziarie, questa decisione restituisce finalmente giustizia alle vittime e ai loro familiari e rappresenta una speranza concreta per tutti coloro che attendono il riconoscimento dei propri diritti».

Tra il 2010 e il 2020 in Italia si sono registrate in media 1.545 morti annue per mesotelioma: 1.116 uomini e 429 donne, di cui circa 25 (1,7%) con età inferiore ai 50 anni. Sono i dati del rapporto Istisan 24|18 “Impatto dell’amianto sulla mortalità. Italia, 2010-2020”, pubblicato nel 2024 dall’Istituto Superiore di Sanità, che ha segnalato una riduzione dei decessi tra gli under-50 negli anni recenti, primo effetto della legge 257/92 che nel 1992 vietò l’amianto in Italia. Il mesotelioma è un tumore altamente letale, con latenza di 30–40 anni, e nell’80% dei casi è attribuibile all’esposizione ad amianto.

Ucraina: raid russo su Kiev, almeno 2 morti

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È di due morti e di almeno quattro feriti il bilancio di un raid russo condotto nella notte in Ucraina. A Kiev un raid ha colpito aree residenziali, colpendo anche un centro medico privato nel distretto di Obolonskyi, dove due persone sono rimaste gravemente ferite. Danni sono stati registrati anche nella regione circostante la capitale, dove infrastrutture civili e abitazioni sono state interessate dagli attacchi. Le difese aeree ucraine sono entrate in funzione per intercettare parte dei missili e dei droni lanciati da Mosca. Le autorità invitano la popolazione a restare nei rifugi, mentre il bilancio potrebbe aggravarsi nelle prossime ore.

Trump, imperialismo senza freni: vuole anche Cuba, Colombia e Groenlandia

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«L’America può proiettare la propria volontà ovunque, in qualsiasi momento». La frase pronunciata dal capo del Pentagono Pete Hegseth il 3 gennaio in conferenza stampa fotografa senza ambiguità il nuovo corso dell’imperialismo trumpiano. Il Venezuela non è un’eccezione, ma un ritorno all’origine: la riaffermazione della dottrina Monroe in versione aggiornata: “Le Americhe agli americani” diventa un principio operativo che ridefinisce l’America Latina come “cortile di casa”, spazio naturale di influenza e intervento di Washington. In questo quadro, la cattura di Maduro assume un valore soprattutto simbolico, mentre l’asse della pressione si sposta anche su Cuba e Colombia. A questi si aggiunge la Groenlandia, rivendicata da Trump come necessità strategica per la sicurezza USA, nonostante il secco no di Copenaghen.

A fare da megafono alle ambizioni neoimperialiste di Washington è Marco Rubio che ha difeso l’operazione in Venezuela chiarendo che: «Questo è il nostro emisfero». Parole che demarcano la politica muscolare della Casa Bianca ed evocano una memoria storica tutt’altro che sepolta. Il linguaggio dell’“amministrazione temporanea”, già ascoltato a Panama e poi in Iraq, oggi viene riproposto in forma quasi identica con Caracas, confermando come la promessa di gestione responsabile si traduca spesso in puro dominio. E proprio nelle ultime ore, il Segretario di Stato, figlio di emigranti controrivoluzionari cubani, durante una intervista alla NBC, ha parlato apertamente di “preoccupazione” per i vertici dell’Avana, lasciando intendere scenari di regime change, affermando che il governo cubano «è un enorme problema» ed è «in grossi guai». «Non penso che sia un mistero il fatto che non siamo dei grandi fan del regime cubano», ha ricordato Rubio.

L’attacco frontale più netto è, però, quello contro la Colombia. Trump ha accusato il governo di Bogotá di non affrontare adeguatamente il narcotraffico e ha lasciato intendere possibili misure severe, includendo la minaccia di intervento militare. Vittima degli strali è il presidente Gustavo Petro, che secondo il tycoon «produce cocaina, la manda negli Stati Uniti, quindi stia attento a non farsi beccare». Petro ha respinto le accuse su X, definendole infondate e strumentali, ha rivendicato la sovranità della Colombia e avvertito che il suo Paese non accetterà pressioni, minacce o ingerenze esterne. Anche il Messico è finito nel mirino di Washington: «Dobbiamo fare qualcosa con il Messico, il Messico deve darsi una regolata» ha dichiarato Trump sull’aereo presidenziale. In una intervista a Fox News, il tycoon ha sostenuto che la presidente messicana Claudia Sheinbaum non stia realmente governando il suo Paese, ma che siano invece i cartelli della droga a controllare la nazione: «Quindi dobbiamo fare qualcosa», ha concluso Trump.

Dopo aver rilanciato le minacce in America Latina, Trump ha posto al centro dell’agenda anche la Groenlandia, definendola “necessaria” agli Stati Uniti: «Abbiamo bisogno della Groenlandia dal punto di vista della sicurezza nazionale, e la Danimarca non sarà in grado di occuparsene». Il presidente USA ha collegato la posizione artica del territorio alla crescente presenza di navi russe e cinesi, sostenendo che Washington deve avere un ruolo maggiore nel controllo dell’isola autonoma e che ciò sarebbe anche nell’interesse europeo: «L’UE ha bisogno che noi abbiamo la Groenlandia». In un’intervista all’Atlantic, il presidente ha ribadito che l’obiettivo è «Prendere il controllo fino a quando non ci sarà una transizione ordinata». Le tensioni sono aumentate dopo un post della podcaster Katie Miller, moglie di Stephen Miller, uno dei più stretti collaboratori di Trump, che ha pubblicato un’immagine della Groenlandia coperta dalla bandiera USA con la scritta «Presto». La reazione di Copenaghen è stata netta: la premier danese Mette Frederiksen ha respinto al mittente ogni ipotesi di annessione o di minacce, affermando che gli Stati Uniti non hanno alcun diritto di prendere il controllo della Groenlandia e invitando Washington a cessare ogni pressione su un alleato storico.

Dalle Ande all’Artico emerge una strategia coerente di Washington: colpire i governi non allineati, ridisegnare rapporti di forza e imporre interessi strategici in nome della sicurezza. È un neoimperialismo senza freni, che cambia linguaggio rispetto al passato ma non natura, mentre guerra e violazione della sovranità rimangono prassi ordinaria.