domenica 15 Febbraio 2026
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In Italia l’inquinamento uccide molte più persone che in tutto il resto d’Europa

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L’Italia è il Paese europeo con il più alto numero assoluto di morti attribuibili all’inquinamento atmosferico da polveri sottili PM2,5. Con 43.083 decessi stimati, il nostro Paese distanzia nettamente tutti gli altri Stati europei. Il secondo in classifica, la Polonia, si ferma a circa 25 mila morti, mentre la Germania segue con poco più di 21 mila. Un divario enorme, certificato dal rapporto Harm to human health from air pollution in Europe: burden of disease status, 2025, dell’Agenzia Europea dell’Ambiente (EEA). Il documento – come già approfondito in un precedente articolo – segnala anche che a livello europeo, dal 2005 al 2023, i decessi prematuri attribuibili al particolato fine PM2,5 si sono ridotti del 57%. Una nota positiva che tuttavia non sana la drammatica, e dai più ignorata, situazione nel nostro Paese.

Elaborazione grafica: L’Indipendente

Seppur di circa 13% punti percentuali in meno rispetto alla media UE, anche in Italia il tasso di mortalità attribuibile all’esposizione di lungo periodo al PM2,5 è diminuito del 43,4% tra il 2005 e il 2023. Ciononostante, le morti premature legate alle polveri sottili hanno raggiunto livelli non paragonabili a quelle di nessun’altro Stato. Nel complesso, secondo i dati aggiornati al 2023, nell’UE si sono registrati 182.000 decessi attribuibili all’esposizione a concentrazioni di PM2,5 superiori ai limiti raccomandati dall’Organizzazione mondiale della sanità (OMS), dei quali oltre il 23% avvenuto quindi in Italia. A questi si aggiungono, sempre a livello comunitario, 63.000 morti attribuibili all’ozono (O₃) e 34.000 al biossido di azoto (NO₂). Numeri che fotografano una realtà per cui ancora il 95% dei cittadini che vivono nelle città europee è esposto a livelli di inquinamento superiori a quelli di sicurezza. L’EEA sottolinea che se l’esposizione media della popolazione fosse stata ridotta ai livelli raccomandati dall’OMS molte delle malattie respiratorie e cardiovascolari avrebbero potuto essere evitate, così come gran parte dei decessi registrati. Il particolato fine resta infatti il principale responsabile del carico sanitario legato all’inquinamento atmosferico, con impatti particolarmente rilevanti su cardiopatie ischemiche, ictus, tumori polmonari, diabete e broncopneumopatia cronica ostruttiva.

Guardando direttamente ai centri urbani italiani, anche l’ultima analisi del Joint Research Centre dell’UE evidenzia che il margine di miglioramento nelle nostre città è ancora ampio e che le misure adottate finora non hanno prodotto una riduzione dell’impatto sanitario paragonabile a quella osservata in altri Paesi. E a confermarlo ci sono i dati raccolti in 57 stazioni di monitoraggio in 27 città italiane dal progetto Cambiamo Aria di ISDE – Medici per l’Ambiente. Nel 2025, Milano, Torino e Padova registrano medie annue ben superiori alle soglie di sicurezza: quasi il doppio del futuro limite UE di 10 µg/m³ e quattro volte quello OMS di 5 µg/m³. Ancora più grave il dato sui superamenti giornalieri: contro un massimo consentito dall’UE di 18 giorni, Milano arriva a 206 giorni oltre i 25 µg/m³, mentre Torino 106 e Padova 103. Rispetto alla raccomandazione OMS di 4 giorni oltre i 15 µg/m³, i giorni di sforamento salgono poi a 206, 173 e 165 rispettivamente per le tre città, non a caso, tutte geograficamente padane. La Pianura Padana rappresenta infatti il cuore della crisi italiana della qualità dell’aria, nonché tra le regioni cronicamente più inquinate di tutto il Vecchio Continente. In un’area che ospita circa il 30% della popolazione nazionale e una quota rilevante del PIL, si concentrano contemporaneamente traffico intenso, un’elevatissima densità industriale, riscaldamenti civili ancora largamente basati su combustibili fossili e biomasse, e un sistema agricolo-zootecnico tra i più intensivi d’Europa. A rendere il quadro particolarmente critico vi è inoltre la conformazione orografica della Pianura – con a nord e a ovest le Alpi e a sud gli Appennini, e con l’unico sbocco naturale a est – per cui nei mesi invernali le frequenti inversioni termiche intrappolano l’aria fredda vicino al suolo, stabilizzando l’atmosfera e favorendo l’accumulo di inquinanti.

Elaborazione grafica: L’Indipendente

I dati del Copernicus Atmosphere Monitoring Service mostrano come in Pianura Padana non siano rari picchi di PM2,5 superiori a 75 µg/m³, fino a cinque volte il valore giornaliero raccomandato dall’OMS. Valori esagerati, dovuti al fatto che il particolato fine, specie in tale contesto geografico, deriva anche dalla formazione secondaria in atmosfera, alimentata dall’ammoniaca rilasciata dagli allevamenti intensivi e dagli spandimenti agricoli, che reagisce con gli ossidi di azoto prodotti da veicoli e impianti industriali. Un circolo vizioso solo marginalmente e temporaneamente mitigato da interventi emergenziali quali limitazioni al traffico e agli impianti di riscaldamento. In un territorio dove fattori strutturali e produttivi si sommano, qualsiasi risposta basata solo su misure emergenziali risulta, ed è risultata, del tutto inutile, determinando un’esposizione che si traduce in un carico sanitario senza eguali (secondo altre analisi, nella solo Pianura Padana si stimano 39.000 decessi correlabili al PM2,5). Si conferma quindi la necessità, ad oggi costantemente e negligentemente rimandata, di politiche strutturali di lungo periodo su mobilità, riscaldamento, industria e agricoltura.

Il Giappone ha sequestrato un peschereccio cinese

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Le autorità giapponesi hanno annunciato di avere sequestrato un peschereccio cinese che navigava in acque giapponesi. L’imbarcazione navigava al largo della costa di Nagasaki e sarebbe stata fermata dopo che il capitano della nave si era rifiutato di fermarsi e di permettere alle autorità di condurre un’ispezione a bordo. Il capitano è stato arrestato; è la prima volta in oltre tre anni che le autorità giapponesi sequestrano un peschereccio cinese. Il sequestro arriva in un periodo teso tra i due Paesi, iniziato dopo le dichiarazioni rilasciate dalla premier giapponese Takaichi lo scorso novembre, quando aveva detto che Tokyo sarebbe intervenuta nel caso di un attacco a Taiwan.

Gaza: Israele avrebbe ucciso e dissolto 2842 palestinesi usando bombe termiche

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2.842 persone “evaporate”, dissolte nell’aria grazie all’utilizzo di armi micidiali, le cosiddette bombe termobariche: funzionano disperdendo intorno a sé una nube di combustibile che prende fuoco e crea un effetto vuoto, annientando tutto ciò che le circonda in pochi secondi. Israele ne avrebbe fatto un largo uso nel corso della sua aggressione a Gaza, anche contro la popolazione civile. Lo riporta un’approfondita inchiesta di Al Jazeera, che si è basata sul lavoro portato avanti dalla Protezione Civile. «Se una famiglia ci dice che dentro una casa c’erano cinque persone e noi recuperiamo solo tre corpi intatti, consideriamo i restanti due come ‘evaporati’ solo dopo che una ricerca approfondita non ha prodotto altro che tracce biologiche: schizzi di sangue sui muri o piccoli frammenti come scalpi» ha spiegato al quotidiano il portavoce della Protezione Civile di Gaza.

“The Rest of the Story” (Il resto della storia). Si intitola così l’inchiesta dell’emittente qatariota sul presunto utilizzo di bombe termobariche – spesso chiamate bombe a vuoto o aerosol – da parte di Israele. L’indagine è stata condotta in concerto con la Protezione Civile gazawi, e raccogliendo testimonianze locali e voci di esperti forensi, militari e legali di tutto il mondo. Il quotidiano cita Vasily Fatigarov, esperto militare russo che ha spiegato che «le termobariche non si limitano a uccidere», ma «annientano la materia». A differenza delle classiche bombe, esse «disperdono una nube di combustibile che si infiamma creando un’enorme palla di fuoco e un effetto vuoto». La miscela chimica che compone l’esplosivo, ha commentato l’esperto, è arricchita di polveri di alluminio, magnesio e titanio per aumentare la temperatura e prolungare il tempo di esplosione. L’effetto è quello di una «temperatura dell’esplosione tra 2.500 e 3.000 gradi Celsius». L’esposizione a simili temperature per il corpo umano, composto per circa l’80% da acqua, sono dirette: «Quando un corpo è esposto a un’energia superiore a 3.000 gradi, combinata con una pressione e un’ossidazione massicce, i fluidi bollono all’istante», ha spiegato il dottor Munir al-Bursh, direttore generale del Ministero della Salute palestinese a Gaza; «I tessuti vaporizzano e si trasformano in cenere. È chimicamente inevitabile».

Le bombe che Israele avrebbe utilizzato sarebbero di fabbricazione statunitense. L’indagine di Al Jazeera ne ha identificate tre: la bomba non guidata MK-84Hammer”, ordigno da 900 chilogrammi carico di tritonal (miscela composta all’80% da TNT e al 20% da alluminio) capace di toccare temperature di 3.500 gradi centigradi; la potenza distruttiva di tale bomba è tale da generare crateri ampi 15 metri di larghezza e 11 di profondità e uccidere la maggior parte delle persone entro i 35 metri di distanza, con una frammentazione letale entro un raggio di 400 metri; l’utilizzo di questa bomba da parte di Israele è ipotizzato anche dall’agenzia di stampa Reuters tramite suoi operatori sul campo e analisi di esperti. C’è poi la BLU-109 bunker buster, che sarebbe stata utilizzata – come la Mark-84 – in un attacco ad al-Mawasi, campo profughi nel sud della Striscia denominato zona sicura; l’ordigno, spiega l’inchiesta, presenta un involucro in acciaio e una miccia ritardata, che si interra prima della detonazione. Chiude la lista la bomba GBU-39, esplosivo planante di precisione progettato per «mantenere relativamente intatta la struttura dell’edificio, distruggendone al contempo tutto il contenuto», osserva Fatigarov. «Uccide attraverso un’onda di pressione che lacera i polmoni e un’onda termica che incenerisce i tessuti molli». La Protezione Civile ne ha trovato frammenti nei luoghi in cui ha rilevato la scomparsa dei corpi.

L’utilizzo delle armi termobariche è da tempo discusso in sedi istituzionali per via della loro portata distruttiva. Essendo armi di precisione, il loro utilizzo è consentito, ma secondo molti esperti dovrebbero essere limitate – se non vietate – a causa della loro composizione e dei loro effetti indiretti. Esse, rimarcano gli esperti, pongono sfide legali nell’ambito del Regolamento dell’Aja relativo alle leggi e agli usi della guerra terrestre allegato alla Convenzione dell’Aja del 1907; al Protocollo di Ginevra del 1925 sul gas; al Protocollo del 1980 sui divieti e le restrizioni all’uso di armi incendiarie; alla Convenzione sui divieti o le restrizioni all’uso di alcune armi convenzionali che possono essere considerate eccessivamente dannose o avere effetti indiscriminati sulla popolazione; e alla Convenzione sulle armi chimiche del 1993. Riguardo a quest’ultima, rischiano di rientrare in quegli ordigni «il cui effetto primario è quello di ferire mediante frammenti che nel corpo umano sfuggono al rilevamento tramite raggi X»; tali bombe possono inoltre rientrare indirettamente nella categoria di arma chimica poiché, sebbene non direttamente impiegate per soffocare o avvelenare i bersagli, esse rimuovono l’ossigeno nelle aree in cui vengono utilizzate.

Negli ultimi 30 anni più di un miliardo di persone sono uscite dalla povertà estrema

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povertà globale calo

Dall’inizio degli anni Novanta a oggi la mappa globale della povertà è cambiata in modo radicale. Secondo l’analisi dei ricercatori di Our World in Data, che commentano l’aggiornamento della Banca Mondiale sulla nuova soglia internazionale di povertà, il bilancio di lungo periodo resta straordinariamente positivo: nonostante il rallentamento registrato negli ultimi anni e le forti criticità nell’Africa subsahariana, la riduzione dell’indigenza estrema rappresenta una delle trasformazioni economiche più rilevanti della storia recente.
La International Poverty Line (IPL) – la soglia globale che ...

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Tutto quello che non torna nell’omicidio di Abderrahim Mansouri

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Nel tardo pomeriggio di lunedì 26 gennaio, nel quartiere milanese di Rogoredo, Abderrahim Mansouri è stato ucciso da un colpo d’arma da fuoco sparato da un agente di polizia. La sparatoria è avvenuta all’interno di una piccola area boschiva nei pressi della rotonda di Via Impastato, dove l’agente – volto noto nel quartiere – si era introdotto assieme a un collega. Trovato Mansouri assieme a una seconda persona, si è identificato come poliziotto, facendo fuggire quest’ultima; la vittima, invece, avrebbe  tirato fuori una pistola – poi rivelatasi essere a salve – e l’avrebbe puntata contro l’agente, che, per «paura», ha sparato, colpendolo in fronte e uccidendolo. Sono diverse le cose che non tornano da questa versione, fornita dallo stesso poliziotto: da una prima autopsia sul corpo del ragazzo, pare che egli non sia stato colpito in fronte, bensì sul lato della testa; le rilevazioni preliminari sulla sua pistola, inoltre, non presentano impronte digitali, suggerendo che Mansouri non abbia mai impugnato l’arma.

Non è ancora chiaro cosa sia esattamente successo il pomeriggio del 26 gennaio in Rogoredo. Secondo la versione fornita dall’agente, ripresa dai media, egli sarebbe arrivato sul posto in borghese dopo avere effettuato un appostamento; all’entrata del boschetto avrebbe trovato dei colleghi che avevano appena fermato un uomo e sarebbe entrato con un secondo agente nella piccola area verde, centro di spaccio della città meneghina, attraversandola con il cappuccio in testa in modo da non farsi riconoscere: «A un certo punto da lontano vedo due figure che si avvicinavano verso di noi», avrebbe messo a verbale, subito dopo la sparatoria; «uno l’ho perso di vista, mentre l’altro, inizialmente perso di vista, l’ho rivisto di nuovo avvicinarsi». Si trattava di Mansouri, già noto all’agente. «Quando siamo arrivati a venti metri, la persona si è fermata, ci siamo qualificati dicendo: ‘Fermo, polizia’ e lui ha tirato fuori dalla tasca destra un’arma puntandomela contro. Nel frattempo avevo aperto il giubbotto e avevo fatto un passo per iniziare a rincorrerlo, ho estratto la pistola dalla fascia addominale e ho esploso un colpo in direzione del soggetto».

Nel verbale si legge che l’agente avrebbe riconosciuto Zack, lo pseudonimo di Mansouri; era stato recentemente fermato, e la sua idea non appena lo ha visto era quella di rincorrerlo, sostiene il poliziotto. Dopo il colpo è morto: «Era a faccia in su sdraiato a terra con la pistola a 15 centimetri, ho sentito l’esigenza di allontanare l’arma perché la persona rantolava. Avendo questa esigenza ho chiesto di fare delle foto. Ricordo che la sicura non era inserita e ho fatto delle foto. Quando hanno fatto le foto l’arma non era stata toccata. Il Mansour non era in grado di parlare». La versione del poliziotto ha sin da subito sollevato problemi negli accertamenti a causa dell’esigua presenza di testimoni e di telecamere.

Gli avvocati che rappresentano la famiglia Mansouri hanno mostrato perplessità; intervistata da Radio Popolare pochi giorni dopo l’accaduto, l’avvocata Debora Piazza diceva: «L’ipotesi che il Mansouri avesse con sé una pistola a salve e l’abbia puntata contro un poliziotto che conosceva — perché è un dato certo e pacifico che si conoscessero, come detto anche dal poliziotto nel primo interrogatorio — sapendolo armato in quanto appartenente alle forze dell’ordine, desta in me fortissime perplessità. Se questa ricostruzione fosse vera, vorrebbe dire che quel pomeriggio Mansouri avrebbe deciso di suicidarsi». A inizio febbraio, inoltre, sono state condotte le prime analisi sul cadavere del ragazzo. Da quanto è emerso, quando è stato colpito, Mansouri avrebbe avuto la testa leggermente girata verso sinistra, elemento che suggerisce che non fosse in posizione pienamente frontale. «Il colpo era diretto, la traiettoria parallela al suolo e in quel momento [ndr. Mansouri] aveva la testa fortemente girata verso sinistra. La testa girata fa pensare che sia stato colpito mentre fuggiva» hanno spiegato i due legali della famiglia.

Alla condotta ambigua di Mansouri davanti a un noto agente delle forze dell’ordine, e alle analisi sul suo corpo si aggiunge un terzo elemento che rende ancora più oscura la vicenda: lunedì 9 febbraio, sono state condotte le prime rilevazioni sulla pistola a salve del giovane, ma non sono state trovate impronte digitali. «La pistola era sporca di fango, alcune tracce potrebbero non essere state rilevate», sottolinea tuttavia Marco Romagnoli – sempre ai microfoni di Radio Popolare, altro legale della famiglia di Mansouri; «bisogna attendere l’esito degli esami biologi. Ad aggiungere confusione, arriva il fatto che sul giubbotto di Mansouri sarebbe stata trovata una impronta di scarpa, come se il ragazzo fosse stato calpestato. A sostegno dell’agente, invece, la difesa ha rilasciato dichiarazioni sul proiettile estratto sostenendo che si possa «sospettare, vista la deformazione e le caratteristiche balistiche che prima di raggiungere il cranio abbia intercettato un bersaglio intermedio», e che esso abbia dunque colpito Mansouri dopo essere stato deviato.

Procura Europea, blitz negli uffici della Commissione

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Oggi pomeriggio, su disposizione della Procura Europea, la polizia belga ha fatto irruzione in diverse sedi della Commissione europea, nell’ambito di un’indagine sulla presunta irregolarità in una operazione di vendita di immobili risalente al 2024. La notizia è stata riportata dal quotidiano britannico Financial Times, ed è stata ripresa da diversi media, che riportano conferme tanto dalla Commissione quanto dalla Procura Europea. L’indagine, di preciso, riguarderebbe la vendita di 23 edifici alla Federal Holding and Investment Company, braccio di investimento del governo belga.

Perquisizioni nella sede italiana di Amazon

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La Guardia di Finanza ha effettuato perquisizioni nella sede italiana di Amazon nell’ambito di una indagine per presunta evasione fiscale per una somma pari ad alcune centinaia di milioni di euro che l’azienda avrebbe portato avanti tra il 2019 e il 2024. Perquisite anche le abitazioni di sette dirigenti del colosso della tecnologia e della logistica, e gli uffici della società di revisione Kpmg, che tuttavia non risulta sotto indagine. Da quanto comunicano i media, gli agenti avrebbero sequestrato computer e dispositivi informatici dei dirigenti.

La ricerca sta scoprendo che la cannabis migliora le funzioni cognitive negli anziani

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cannabis anziani adulti funzioni cognitive

Uno dei grandi temi dell’attuale ricerca scientifica sulla cannabis sono i suoi effetti sul cervello. Se per anni gli studiosi hanno cercato di analizzare cosa succede ai più giovani, con risultati spesso discordanti ma con la raccomandazione generale che il consumo di varietà con alti livelli di THC andrebbe evitato fino all’età adulta con la completa maturazione cerebrale, oggi si stanno concentrando su adulti e anziani. In questa fascia d’età infatti il consumo, spesso per uso medico, è in continuo aumento, in Italia così come nel resto del mondo. Secondo l’analisi dell’Istituto Superiore di Sanità sulle prescrizioni italiane di cannabis dal 2019 al 2024, l’età media dei 28mila pazienti è di 60 anni e il 36% dei pazienti ne ha più di 65. Dall’altro lato sono sempre di più gli studi scientifici che raccontano come gli stessi pazienti, soprattutto nel caso di patologie croniche, riportino miglioramenti significativi nella qualità della vita e nella gestione dei sintomi.

«Quando abbiamo un farmaco come la cannabis che agisce perché migliora l’ansia, riduce la depressione, migliora il sonno e riduce il dolore, il paziente si trova in una situazione in cui la qualità generale della vita è migliorata», sottolinea il dottor Marco Bertolotto, medico oggi in pensione e tra i primi prescrittori di cannabis in Italia, facendo riferimento a recenti pubblicazioni scientifiche. «Non è poca cosa», evidenzia, «è già tantissimo, perché quando non abbiamo le armi per curare – un dolore cronico, se andiamo alla causa, è irrisolvibile – nel momento in cui rendiamo la qualità della vita del paziente migliore, abbiamo fatto un grande lavoro». La cannabis è una vera e propria fucina naturale di principi attivi che agiscono in sinergia tra loro per modulare il nostro sistema endocannabinoide, e, come dicono i medici che la conoscono a fondo, ogni terapia va cucita su misura sui bisogni del paziente.

In questo quadro, uno studio appena pubblicato sul Journal of Studies on Alcohol and Drugs, dà nuovi strumenti per capire cosa accada agli adulti e anziani che utilizzano questa pianta. «I risultati evidenziano che la cannabis può influenzare la salute del cervello in modo diverso durante l’arco della vita, offrendo potenzialmente effetti protettivi in ​​età avanzata e presentando rischi nelle fasi iniziali dello sviluppo. Gli effetti protettivi possono derivare dalla modulazione mediata dagli endocannabinoidi dell’infiammazione, della funzione immunitaria e della neurodegenerazione», scrivono nelle conclusioni i ricercatori che si sono detti stupiti dai risultati ottenuti.

La cannabis per rallentare il declino cognitivo

«La scoperta più ampia e complessiva è stata che un maggiore consumo di cannabis nel corso della vita tra gli adulti di mezza età e gli anziani (un totale di 26.362 partecipanti di età compresa tra 40 e 77 anni, con un’età media di 55 anni) era generalmente associato a volumi cerebrali maggiori e a migliori funzioni cognitive», ha infatti raccontato l’autrice principale dello studio, Anika Guha, psicologa clinica e ricercatrice associata presso il Dipartimento di Psichiatria dell’Università del Colorado alla testata specializzata Medical Express. Per poi precisare: «In questo studio, abbiamo osservato che la maggior parte delle regioni cerebrali esaminate dimostrava una relazione positiva tra volume cerebrale e prestazioni cognitive. In questo senso, potremmo quindi pensare che volumi cerebrali più ampi nel contesto dell’invecchiamento riflettano il mantenimento del volume cerebrale e la preservazione delle funzioni cognitive, anziché, ad esempio, un fenomeno come l’atrofia che ci aspettiamo si verifichi con l’età».

Mentre lo studio sta attirando l’attenzione internazionale, grazie anche a testate come il New York Post, in ambito scientifico non si tratta di una novità assoluta: le evidenze sui possibili effetti benefici della cannabis e dei suoi componenti sul cervello adulto e anziano sono oggetto di studio da anni. Una delle prime prove solide in questa direzione, arriva da uno studio effettuato su cavie animali nel 2017, con una pubblicazione su Nature Medicine curata di ricercatori dell’Università di Bonn e della Hebrew University di Gerusalemme. Dopo aver somministrato basse dosi di THC su topi di diverse età, a 2 mesi, quando sono ancora giovani, a 12 mesi, quando iniziano a manifestare segni di declino cognitivo e a 18 mesi, quando sono ormai anziani, ne hanno testato le capacità mnemoniche e di apprendimento. Sia a 12 che 18 mesi di età i topi che avevano ricevuto il THC hanno mostrato funzioni cognitive paragonabili a quelle dei giovani di soli due mesi, e gli scienziati avevano messo nero su bianco che: «Qui dimostriamo che una bassa dose di Δ9-tetraidrocannabinolo (THC) ha invertito il declino cognitivo correlato all’età nei topi».

farmaci cannabis

Il doppio effetto anti-invecchiamento

Gli stessi ricercatori sono tornati sul tema nel 2024, con una pubblicazione sulla rivista Pharmacology and Translational Science che conferma ciò che avevano scoperto: «Un trattamento a lungo termine e a basso dosaggio di Δ9-THC ha ripristinato le capacità cognitive e la densità delle sinapsi nei topi anziani». Per spiegare meglio la portata della scoperta basta leggere le parole di Andras Bilkei-Gorzo, ricercatore dell’Università di Bonn e medico dell’ospedale universitario: «Abbiamo concluso che il trattamento a lungo termine con THC ha inizialmente un effetto di miglioramento della cognizione attraverso l’aumento dell’energia e della produzione di proteine sinaptiche nel cervello, seguito da un effetto anti-invecchiamento».

Nel 2024 un’altra conferma di queste potenzialità è arrivata da uno studio differente, che, a posteriori, ha analizzato i dati relativi a 4.744 adulti statunitensi di età superiore ai 45 anni, raccolti nel 2021 attraverso il Behavioral Risk Factor Surveillance System. Qui l’uso non era a scopo terapeutico, ma secondo gli scienziati ha comunque portato a una riduzione del rischio di declino cognitivo. Secondo lo studio scientifico pubblicato su Current Alzheimer Research l’uso adulto di cannabis è collegato in modo significativo a una diminuzione del 96% nella probabilità di percepire un declino cognitivo soggettivo (DCS). «La conclusione principale è che la cannabis potrebbe essere protettiva per la nostra cognizione, ma è davvero fondamentale avere studi longitudinali perché questo è solo un’istantanea del 2021», è stato il commento di Roger Wong, professore associato nel Dipartimento di Salute Pubblica & Medicina Preventiva dell’Upstate Medical University di New York.

cannabis laboratorio

CBD e CBN come neuroprotettori

In mezzo, ci sono però altri diversi lavori che attestano queste potenzialità. L’anno scorso uno studio finanziato dal governo canadese che è stato pubblicato sull’importante rivista scientifica Frontiers in Aging Neuroscience, si è concentrato su un altro cannabionide contenuto dalla pianta, il CBD (cannabidiolo), molecola non psicoattiva e dalle molteplici proprietà terapeutiche. «I risultati di questo studio mostrano che il CBD agisce sulle risposte infiammatorie nel cervello e può migliorare il declino cognitivo associato all’invecchiamento», hanno affermato gli autori, aggiungendo che è «possibile che gli effetti del trattamento con CBD possano essere potenziati se viene utilizzato un estratto con THC e terpenoidi». Anche in questo caso lo studio è stato effettuato su topi anziani e il CBD ha comportato una riduzione dell’infiammazione in alcune regioni del cervello, tra cui l’ippocampo, che svolge un ruolo chiave nella memoria e nell’apprendimento.

Gli effetti del CBD sul cervello e le sue potenzialità nella neuroprotezione sono uno dei campi di applicazione del cannabinoide al centro dell’attuale ricerca scientifica. Secondo recenti studi, infatti, sarebbe in grado di prevenire l’invecchiamento delle cellule cerebrali e proteggere il cervello dalle condizioni neurodegenerative legate all’età o a patologie come Parkinson e Alzheimer. «I nostri risultati forniscono collettivamente nuove prove che il CBD agisce come neuroprotettore nei neuroni dopaminergici, riducendo la neurotossicità e l’accumulo di α-sinucleina (una proteina che gioca un ruolo fondamentale nella comparsa e nella progressione di alcune malattie neurodegenerative, NdA)», scrivono i ricercatori in una pubblicazione su Neurochemical Research. Il CBD protegge il sistema nervoso grazie alla sua potente azione antinfiammatoria e una delle caratteristiche più comuni delle patologie neurologiche è proprio l’infiammazione cronica.

Ma anche il CBN (cannabinolo), altro cannabinoide contenuto nella pianta che non ha effetti psicoattivi, potrebbe aiutare a proteggere le nostre facoltà mentali. Questa molecola sembra agire preservando e proteggendo il funzionamento dei mitocondri, impedendo il loro danneggiamento. «Il cannabinolo protegge i neuroni da stress ossidativo e morte cellulare, due dei principali fattori che contribuiscono alla malattia di Alzheimer», ha affermato Pamela Maher, che ha guidato lo studio pubblicato su Free Radical Biology and Medicine. «Questa scoperta potrebbe un giorno portare allo sviluppo di nuove terapie per curare questa malattia e altri disturbi neurodegenerativi, come la malattia di Parkinson».

Sciopero in Germania: centinaia di voli cancellati

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Centinaia di voli della compagnia aerea tedesca Lufthansa sono stati cancellati a causa di uno sciopero dei piloti e del personale di volo. La protesta è scattata alle 00:01 di oggi, e tocca Lufthansa, Lufthansa Cityline e Lufthansa Cargo. Lo sciopero è stato indetto dal sindacato VC, che rappresenta circa 4.800 piloti, per chiedere un aumento delle pensioni aziendali. Parallelamente, il sindacato degli assistenti di volo, UFO, ha invitato i dipendenti a scioperare contro la minacciata chiusura del ramo regionale della compagnia. I disagi hanno colpito in particolare gli aeroporti di Francoforte, Berlino, Amburgo e Düsseldorf.

Prosegue il riarmo europeo: approvati i piani di 8 Paesi per 38 miliardi di euro

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I ministri della Difesa dell’Unione Europea hanno dato il via libera definitivo ai piani di finanziamento per la difesa di otto Paesi nell’ambito del fondo SAFE per il riarmo. I beneficiari sono Belgio, Bulgaria, Cipro, Croazia, Danimarca, Portogallo, Romania e Spagna, che hanno chiesto l’accesso a una somma complessiva di oltre 38 miliardi di euro. L’approvazione arriva dopo un primo parere positivo della Commissione, arrivato lo scorso 15 gennaio; ora, l’esecutivo UE potrà stringere accordi con i Paesi coinvolti e procedere all’erogazione dei pagamenti di prefinanziamento, che corrispondono a un massimo del 15% della somma richiesta. A breve, rimarca il Consiglio, dovrebbe arrivare l’approvazione dei piani di altri otto Paesi, tra i quali figura la stessa Italia, che ha chiesto l’accesso a un prestito di quasi 15 miliardi di euro.

«Il Consiglio ha adottato oggi una serie di decisioni di attuazione che rendono disponibile l’assistenza finanziaria nell’ambito del programma SAFE a otto Stati membri dell’UE». Inizia così il comunicato dei ministri della Difesa dell’UE, riunitisi in Consiglio per approvare la richiesta di prestito degli otto Paesi coinvolti. Il passaggio dal Consiglio costituiva un passaggio tecnico nell’ambito della procedura di esecuzione che precede la stipula degli accordi di prestito tra i Paesi e la Commissione, e segue l’approvazione dei piani nazionali di ciascuno Stato membro da parte dello stesso esecutivo UE. A esso, seguirà proprio la sottoscrizione degli accordi tra Commissione e governi nazionali, che aprirà la strada ai prefinanziamenti richiesti dai Paesi, dal valore complessivo di oltre 5,5 miliardi di euro. Le successive tornate di finanziamenti verranno erogate sulla base degli aggiornamenti periodici che gli Stati beneficiari dei prestiti saranno tenuti a fornire alla Commissione.

All’appello manca ancora l’analoga approvazione dei piani di altri 11 Stati membri: quelli di Francia, Repubblica Ceca e Ungheria sono ancora sotto scrutinio da parte della Commissione, mentre quelli di Estonia, Finlandia, Grecia, Italia, Lettonia, Lituania, Polonia e Slovacchia sono già stati approvati dall’esecutivo e devono ora ricevere il semaforo verde dal Consiglio. Il comunicato dei ministri della Difesa spiega che questa seconda serie di approvazioni dovrebbe arrivare formalmente il prossimo 17 febbraio. Questi secondi otto Paesi hanno chiesto l’accesso a un totale di quasi 75 miliardi di finanziamenti, di cui 8,85 miliardi verrebbero erogati sotto forma di prefinanziamenti. L’Italia, di preciso, ha chiesto un prestito di 14,9 miliardi; dalla tabella fornita dal Consiglio, pare che non sia previsto un prefinanziamento per Roma che, nel caso, dovrebbe aggirarsi a un massimo di circa 2,1 miliardi di euro.

Il fondo SAFE è uno dei due principali strumenti pensati nell’ambito del piano di riarmo dell’Unione Europea. Esso prevede lo stanziamento di 150 miliardi di prestiti diretti agli Stati che ne fanno richiesta, con lo scopo di consentire l’accesso ad appalti congiunti e semplificati; l’UE intende raccogliere tale cifra sui mercati. L’obiettivo principale del fondo è sostenere e incentivare la cooperazione industriale nel settore della difesa tra i membri. Oltre all’istituzione del fondo, il piano di riarmo prevede che i Paesi membri possano incrementare in modo significativo la spesa militare senza essere soggetti ai vincoli imposti dal Patto di stabilità e crescita, consentendo di generare fino a 650 miliardi di euro di investimenti nei prossimi quattro anni.