La Procura di Roma ha chiesto il rinvio a giudizio per l’imprenditore Mirko Pellegrini, detto “Mister Asfalto”, e altre 37 persone e società, nell’ambito di un’inchiesta su un presunto sistema corruttivo legato agli appalti per la manutenzione stradale. L’indagine, coordinata dall’aggiunto Giuseppe Cascini e dal pm Lorenzo Del Giudice, ipotizza un’associazione per delinquere finalizzata a pilotare gare pubbliche attraverso società intestate a prestanome. Contestati, a vario titolo, corruzione, turbativa d’asta, frode, bancarotta e trasferimento fraudolento di valori. Pellegrini è accusato anche di finanziamento illecito ai partiti. Parti offese risultano Roma Capitale, Astral, Banca d’Italia e Polizia di Stato.
Raid pakistani in Afghanistan: almeno 42 morti
Dopo i raid pakistani contro l’Afghanistan, sarebbero almeno 42 i civili uccisi mentre altri 104 sarebbero rimasti feriti. Il bilancio si riferisce agli scontri scoppiati tra il 26 febbraio e il 2 marzo, ed è stato fornito dalla Missione di assistenza delle Nazioni Unite in Afghanistan (UNAMA). La comunicazione dell’UNAMA arriva in un momento di tensione per i due Paesi, mentre il confronto militare tra Kabul e Islamabad entra nel sesto giorno: i talebani hanno dichiarato di avere conquistato un avamposto militare nella regione di Kandahar, mentre il Pakistan continua i suoi attacchi sul confine.
Ex Ilva: sindacati proclamano 24 ore di sciopero dopo morte operaio
Dopo la morte di un operaio avvenuta ieri all’ex Ilva di Taranto nell’ennesimo incidente sul lavoro, è arrivata reazione di operai e sindacati. Fim Cisl, Fiom Cgil, Uilm Uil e Usb hanno infatti occupato la sede della direzione aziendale, proclamando uno sciopero di 24 ore. Loris Costantino è precipitato da circa dieci metri dopo il cedimento improvviso di un piano di calpestio nell’area dell’agglomerato, morendo dopo il trasporto in ospedale. La Procura di Taranto ha aperto un’indagine per omicidio colposo, sequestrando l’area dell’incidente. Il 12 gennaio scorso, sempre all’ex Ilva e in un incidente simile, era morto un altro operaio.
La Francia approfitta della guerra per accelerare sulla deterrenza nucleare UE
«Aumenteremo il numero di testate nucleari, ma non comunicheremo i dettagli». Così il presidente Emmanuel Macron, ha annunciato il potenziamento dell’arsenale nucleare francese. L’annuncio, in contrasto con i principi delineati dai trattati internazionali sulle armi atomiche, arriva nel bel mezzo della guerra in Iran scatenata dall’aggressione israeliano-statunitense (i cui sviluppi possono essere seguiti nella diretta de L’Indipendente). Secondo le ultime cifre pubblicate dall’Istituto internazionale di ricerca sulla pace di Stoccolma (SIPRI), la Francia possiede circa 290 armi atomiche e rappresenta, insieme al Regno Unito, la deterrenza nucleare europea. Con la Germania è stato istituito un “gruppo direttivo nucleare di alto livello», che permetterà alle truppe tedesche di unirsi a quelle francesi nelle esercitazioni nucleari, già a partire da quest’anno. Parigi e Berlino lavoreranno poi insieme al Regno Unito su progetti missilistici a lungo raggio.
L’annuncio di Macron è arrivato ieri, 2 marzo, in un discorso tenuto presso la base militare sottomarina di Île Longue a Brest, in Bretagna. Il presidente francese ha fatto esplicito riferimento alla situazione di tensione che in questi ultimi giorni è esplosa con lo scoppio della guerra nella regione mediorientale: «Visto il crescente e proliferante ambiente pericoloso che ho appena menzionato, la mia responsabilità è quella di assicurare che la nostra dissuasione mantenga nel futuro il suo potenziale distruttivo» ha detto Macron. «Ecco perché ho ordinato di aumentare il numero delle testate nucleari del nostro arsenale. Per tagliare alla radice tutte le possibili speculazioni, non comunicheremo più le cifre del nostro arsenale nucleare, contrariamente a ciò avremmo fatto nel quadro passato». Su quest’ultimo punto Macron si è appellato alla Costituzione, sostenendo che la scelta di diffondere dati e numeri del programma nucleare parigino appartenga al solo presidente della Repubblica, «responsabile davanti al popolo francese». Macron ha aggiunto che non condividerà alcun dettaglio, né riguardante la pianificazione, né concernente la messa in opera del nuovo piano nucleare francese. L’obiettivo è quello di costruire quella che egli stesso ha definito «dissuasione avanzata».
I dettagli del piano francese, insomma, sono in larga parte ignoti; il primo sottomarino atomico del progetto di riarmo sarebbe attivo dal 2036 e si chiamerà L’Invincible. Il piano di «dissuasione avanzata» includerà discussioni con gli alleati per estendere la deterrenza al continente europeo, pur sempre lasciando alla Francia l’ultima parola. In tale cornice, prevedrebbe «dispiegamenti circostanziali tra i nostri alleati europei». Macron ha affermato che otto Paesi sarebbero già interessati al programma, affermando che essi potrebbero ospitare «forze aeree strategiche» dell’aeronautica francese, nell’ottica di una loro «diffusione in tutto il continente europeo»: si tratta di Regno Unito, Germania, Polonia, Paesi Bassi, Belgio, Grecia, Svezia e Danimarca. Poco dopo l’annuncio di Macron, Francia e Germania hanno rilasciato una dichiarazione congiunta annunciando la formazione di un «gruppo direttivo nucleare di alto rango» tra i due Paesi: «Abbiamo istituito un gruppo direttivo nucleare in cui coordineremo le questioni relative alla deterrenza. Intendiamo adottare misure concrete entro la fine dell’anno, tra cui la partecipazione convenzionale tedesca alle esercitazioni nucleari francesi»; Merz ha parlato anche di visite congiunte a siti strategici e di aumentare lo sviluppo di armi convenzionali, in collaborazione con gli altri partner europei. Tra queste ultime iniziative, lo sviluppo di un missile a lunga gittata con la stessa Parigi e con Londra, nell’ambito del programma European Long-range Strike Approach (ELSA).
Le dichiarazioni di Macron hanno trovato una modesta apertura in patria: la leader della destra Marine Le Pen ha criticato l’ipotesi di condividere le testate nucleari con i partner europei, affermando che la strategia di deterrenza nucleare francese dovrebbe rivolgersi alla sola Francia, ma si è mostrata in linea con il discorso del riarmo; il capo della coalizione di sinistra Jean-Luc Mélenchon, invece, ha detto che la proposta di Macron richiede ulteriori analisi, pur definendola «una buona decisione». L’Italia, invece, non si è ancora espressa a riguardo, ma non figura tra i Paesi che hanno aderito al piano elencato da Macron. Non sembrano inoltre essere state rilasciate dichiarazioni dall’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica o dal suo presidente Rafael Grossi, nonostante la scelta di aumentare le testate nucleari da parte di Macron vada contro i principi del Trattato di non proliferazione nucleare (TNP). Il TNP, nonostante non vieti l’ampliamento dell’arsenale atomico dei Paesi aderenti, impegna gli Stati a portare avanti le discussioni diplomatiche per il disarmo nucleare; vieta, inoltre, il trasferimento di armi ad altri Paesi, punto che pare andare contro la dottrina «di dissuasione avanzata» macroniana.
Cosa Nostra, morto il boss Nitto Santapaola
Nitto Santapaola è morto a Milano, nel carcere di Opera. Il boss di Cosa Nostra aveva 87 anni ed era detenuto al regime del 41bis. Disposta l’autopsia dalla Procura meneghina. In carcere dal 1993, Santapaola è ritenuto il mandante di diversi omicidi e stragi, incluso l’attentato di Capaci del maggio 1992 in cui morirono Giovanni Falcone, la moglie e gli agenti della scorta.
La campagna elettorale per il referendum è la peggiore di sempre
«Abbiamo tutti esagerato con i toni». Così il ministro della Giustizia Carlo Nordio ha riconosciuto che entrambe le parti coinvolte nella campagna referendaria sulla separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri hanno oltrepassato il limite nel dibattito sul voto del 22-23 marzo. Un’ammissione che fotografa il clima: scontro permanente, linguaggio divisivo, insulti reciproci. Se la destra insiste nel denunciare una magistratura politicizzata, arrivando a evocare fatti di cronaca come gli scontri di Torino, la sinistra concentra la propria offensiva contro il governo, più che sui contenuti tecnici dei quesiti. Ne deriva un conflitto di legittimazioni tra poteri che oscura la sostanza della riforma e si riflette anche nei media, spesso schierati pro o contro l’esecutivo.
Il confronto tra Nordio e Giuseppe Conte, andato in scena a Palermo, è stato emblematico di questo clima di polarizzazione. L’ex premier ha accusato l’esecutivo di voler “addomesticare la giustizia”, evocando il rischio di un controllo politico sulle toghe e parlando di un disegno volto a riequilibrare i rapporti tra poteri a vantaggio dell’esecutivo. Il ministro ha replicato definendo le critiche ideologiche e prive di fondamento giuridico, sostenendo che la separazione delle carriere rappresenterebbe un adeguamento ai princìpi del giusto processo. La diatriba che si è consumata non è stata un confronto tecnico su CSM, valutazioni di professionalità o assetto costituzionale, ma una mera contrapposizione frontale, tradotta in botta e risposta pubblico. Il referendum si è così trasformato in un banco di prova identitario: garantisti contro giustizialisti, riformatori contro difensori dello status quo.
A inasprire il clima già di per sé rovente sono intervenute le dichiarazioni del procuratore di Napoli Nicola Gratteri, che in un’intervista ha affermato che tra coloro che voteranno “Sì” vi sarebbero «indagati, imputati e la cosiddetta massoneria deviata». Gratteri ha poi parlato di frasi estrapolate dal contesto, ma il danno mediatico era fatto. Giorgio Mulè, vicepresidente della Camera, ha provocatoriamente invitato: «Arrestateci tutti», mentre il vicepremier Matteo Salvini, su X ha minacciato di “denunciare” il procuratore. Nordio ha definito “inaccettabile” il livello dello scontro, chiedendo «test psico attitudinali» a fine carriera per i magistrati. Nei giorni successivi, il sostituto procuratore presso la Direzione nazionale antimafia, Nino Di Matteo, ha rilanciato la posizione di Gratteri, spiegando che la mafia ha bisogno che agli occhi del popolo la magistratura risulti delegittimata. Anche in questo caso, il merito della riforma è rimasto sullo sfondo, coperto dal rumore della zuffa politica.
Parallelamente, la campagna referendaria è stata attraversata da una narrazione securitaria che ha utilizzato episodi di cronaca come leva retorica. Gli scontri di Torino durante lo sgombero del centro sociale Askatasuna sono stati evocati nel dibattito pubblico come simbolo di un sistema giudiziario incapace di garantire certezza della pena. Pur non avendo un legame diretto con il quesito referendario, l’episodio è entrato nella discussione come argomento politico. La destra lo ha utilizzato per rafforzare la richiesta di riforma e maggiore fermezza, mentre la sinistra ha denunciato la strumentalizzazione di fatti di piazza per influenzare il voto. Il dibattito si è così spostato su un terreno emotivo, fatto di simboli e paure, anziché su un’analisi puntuale delle conseguenze istituzionali della riforma.
A infiammare ulteriormente lo scontro è arrivata la punzecchiatura del sottosegretario alla presidenza del Consiglio Giovanbattista Fazzolari. A chi gli ha chiesta cosa voterebbe Vladimir Putin al referendum, ha risposto: «In Russia non c’è la separazione delle carriere, quindi, probabilmente voterebbe no». «Una battuta in una chiacchierata informale con i cronisti», ha precisato poco dopo, ma tanto è bastato per suscitare la dura reazione della segretaria del PD Elly Schlein, che sul palco di Latina ha lanciato la controffensiva, accusando il governo di non avere “molti argomenti”.
Il paradosso è evidente: un referendum costituzionale che imporrebbe rigore, chiarezza e spiegazioni puntuali sugli effetti della separazione delle carriere è stato inghiottito da una guerra di slogan e accuse incrociate. Invece di spiegare cosa cambierà nell’architettura costituzionale, le parti hanno preferito evocare scenari apocalittici o rassicurazioni generiche. In questo clima di delegittimazione reciproca, l’elettore resta disorientato, mentre la consultazione si trasforma in una resa dei conti tra poteri. In questo modo, la consultazione popolare perde la sua funzione deliberativa e si riduce a plebiscito simbolico. Se questa è la peggiore campagna referendaria di sempre, non lo è per l’esistenza del conflitto, fisiologico in democrazia, ma per la qualità del confronto, che si riduce a un’occasione mancata di discutere seriamente di giustizia.
L’isola di Sumatra sperimenta le miniere comunitarie contro la devastazione ambientale
Nell’Isola di Sumatra, in Indonesia, il governo locale sta puntando a trasformare centinaia di miniere illegali in attività comunitarie autorizzate. L’obiettivo dichiarato è ridurre i danni ambientali e riportare sotto controllo un’economia da centinaia di milioni di dollari che, tuttavia, oggi è in mano all’illegalità. Scettici diversi ambientalisti e alcuni scienziati, i quali avvertono che legalizzare le attività non significa salvare la foresta. Nella provincia di Sumatra Occidentale, la maggior parte delle miniere si trova nelle aree montuose e boscose che si estendono dalla costa occidentale verso la catena dei Monti Barisan, uno degli ultimi habitat della tigre di Sumatra, specie in pericolo critico.
Negli ultimi due anni il prezzo internazionale dell’oro è salito di oltre il 70%, spinto dall’incertezza geopolitica e dall’inflazione. Il risultato è stato una nuova corsa al metallo prezioso. Nella provincia di Sumatra occidentale, dove vivono 5,8 milioni di persone, tra le 200 e le 300 miniere d’oro operano senza licenza, spesso scavate sui pendii montani o lungo i letti dei fiumi. Il metodo più diffuso utilizza il mercurio per separare l’oro dal minerale, un metallo pesante altamente tossico – vietato da accordi internazionali come la Convenzione di Minamata – responsabile di gravi danni neurologici nell’uomo e di contaminazione permanente delle acque. Intere comunità rurali vi sono esposte, con i fiumi che diventano inutilizzabili per l’agricoltura e altri usi. Secondo le autorità locali, l’estrazione illegale costa allo Stato circa 360 milioni di dollari solo in questa provincia. Il governatore Mahyeldi Ansarullah ha annunciato quindi un nuovo piano: proporre al governo centrale la creazione di oltre 300 “zone minerarie comunitarie” distribuite in nove distretti. Si tratta di aree in cui i residenti potrebbero ottenere permessi legali per estrarre oro o sabbia, seguendo un modello, già adottato in altre regioni indonesiane e in Paesi come Perù e Tanzania, che mira a formalizzare l’attività invece di reprimerla. «Il danno ambientale crea problemi a lungo termine, ma dobbiamo anche garantire mezzi di sussistenza legali alle persone», ha dichiarato il governatore. La legalizzazione dovrebbe comunque consentire controlli più severi sulla sicurezza e sull’impatto ambientale, almeno sulla carta.
In tutta l’Indonesia esistono già più di 1.200 zone minerarie comunitarie distribuite in 19 province su 38, ma solo 82 hanno ricevuto permessi operativi concreti. Nella provincia di Sumatra occidentale, finora, nessuna zona mineraria comunitaria è stata attivata. Nonostante i propositi dichiarati, le misure in questione sono tutt’altro che esenti da critiche poiché, ad esempio, non chiariscono come verrà affrontato l’uso del mercurio, punto cruciale per garantire la tutela ambientale e delle comunità. Senza un divieto effettivo e controlli rigorosi, avvertono gli esperti, la formalizzazione potrebbe infatti semplicemente rendere legali pratiche altamente inquinanti. «Il problema principale resta il danno ecologico: trasformare miniere illegali in legali non lo elimina», spiega Diki Rafiqi, esponente del Legal Aid Institute locale, organizzazione che fornisce assistenza legale gratuita o sovvenzionata e sostegno alle comunità povere, emarginate e vulnerabili. Altri critici temono poi che élite politiche o imprenditori possano usare cooperative comunitarie come copertura per continuare l’estrazione su larga scala.
Certo è che la pressione sull’ambiente da parte delle attività estrattive ha già avuto conseguenze drammatiche. Nel novembre 2025 il ciclone Senyar ha colpito Sumatra provocando frane e inondazioni che hanno ucciso circa 1.200 persone. Studi indipendenti e lo stesso governo indonesiano hanno collegato la gravità del disastro alla deforestazione e alle attività minerarie, che destabilizzano i versanti montani e aumentano il rischio di smottamenti. In risposta, Jakarta ha revocato le licenze a 28 aziende accusate di violazioni ambientali, per un’area complessiva pari a circa un milione di ettari. Il provvedimento segna un cambio di approccio per cui le le autorizzazioni non vengono più revocate solo per irregolarità amministrative, ma anche per la responsabilità nei disastri naturali. In questo contesto, le istituzioni difendono la strategia delle “miniere comunitarie” come una forma di “riduzione del danno” finalizzata a controllare ciò che non si è riusciti a fermare. Ma per le organizzazioni ambientaliste il rischio resta comunque quello di normalizzare l’impatto sull’ambiente. Il futuro delle foreste di Sumatra dipenderà, in ogni caso, dall’applicazione concreta delle regole. Senza divieti sulle sostanze tossiche, programmi di riforestazione e controlli indipendenti, le miniere comunitarie potrebbero diventare solo un nuovo volto della stessa economia estrattiva che ha già trasformato intere montagne ricche di biodiversità in paesaggi erosi.









