L’Afghanistan ha accusato il Pakistan di aver effettuato un attacco aereo contro un ospedale di riabilitazione per tossicodipendenti a Kabul. Le autorità locali, citate da Reuters, parlano di almeno 400 persone uccise e 250 feriti. Il Pakistan ha respinto le accuse, spiegando di aver attaccato esclusivamente avamposti militari dei talebani. L’agenzia francese Afp presente sul posto ha invece confermato la distruzione del centro riabilitativo, riportando l’estrazione di decine di corpi dalle macerie.
La storica libreria Hoepli di Milano è stata messa in liquidazione
Era il 1870 quando Ulrico Hoepli rilevava la piccola libreria di Theodor Laengner presso la Galleria De Cristoforis di Milano. Negli anni, il punto vendita si è spostato, fino ad arrivare – nel 1958 – in una via a due passi dal Duomo che di lì a breve avrebbe preso il nome dell’editore italo-svizzero. Oggi la libreria internazionale Hoepli ospita centinaia di migliaia di volumi ed è un pezzo della storia di Milano; l’ennesimo che rischia di venire smantellato. L’assemblea dei soci ha infatti annunciato la messa in liquidazione dello storico punto vendita meneghino, mettendo a rischio il futuro di 89 dipendenti, per i quali si prospetta la cassa integrazione a zero ore. Negli ultimi giorni, i lavoratori hanno organizzato scioperi e flash mob, trovando un ampio sostegno da parte della cittadinanza, che ha lanciato una petizione per salvare la storica libreria. Il pericolo è quello di perdere un simbolo della città, in una Milano sempre più priva di spazi culturali.
La libreria Hoepli e l’omonima casa editrice sono in crisi da tempo. Le prime notizie su una sua possibile messa in liquidazione erano emerse lo scorso febbraio, quando sui giornali erano stati resi noti diverbi e tensioni interni alla società scaturiti dalla crisi del settore librario. L’editore è riuscito a crearsi uno spazio nel settore tecnico-scientifico con la produzione di manuali e di testi con fini scolastici. Proprio questi, secondo ricostruzioni mediatiche, avrebbero stuzzicato l’interesse del Gruppo Mondadori – della famiglia Berlusconi, che nel 2025 avrebbe contattato i vertici societari per acquistare tanto l’editore quanto il punto vendita in via Hoepli. I proprietari, eredi di Ulrico Hoepli, si sarebbero divisi sulla vendita, impedendo l’acquisizione del 100% della società. Pare che anche Feltrinelli sia interessata a una sua parziale acquisizione, e il rischio concreto è quello di disperdere l’archivio e il catalogo editoriale.
Dello storico palazzo in cui ha sede la libreria, invece, si sa poco. Realizzato nel 1958 su un progetto dei noti architetti Figini e Pollini, l’edificio ospita una delle più grandi e storiche librerie di Milano, ed è diviso su cinque piani, con un assortimento di circa mezzo milione di volumi. A febbraio l’azienda aveva contattato i sindacati per avviare una procedura di cassa integrazione per gli 89 dipendenti; i sindacati Slc-Cgil, Fistel-Cisl e Uilcom-Uil hanno denunciato l’assenza di un piano industriale che delineasse le future prospettive sulla libreria. Martedì 10 marzo, invece, ha annunciato la messa in liquidazione e la cassa integrazione a zero ore per i dipendenti. Il medesimo giorno, i lavoratori hanno organizzato uno sciopero di un’ora sotto il motto «la cultura non si liquida». Sabato 14, invece, è stato messo in piedi un flash mob aperto anche alla cittadinanza, a cui hanno partecipato diversi milanesi, e i lavoratori hanno incrociato le braccia per due ore. Il prossimo venerdì, il Comune terrà un tavolo con i sindacati per parlare della libreria.
La libreria Hoepli è un’istituzione del capoluogo meneghino; il punto vendita è ormai quasi settantenne e l’editore è stato testimone di oltre 150 anni di storia italiana. L’edificio si trova sul fianco destro del Duomo, a due passi da quella Piazza Meda dove – da quasi un secolo – ha sede la Banca Popolare di Milano, e alle spalle dello storico forno di Luini, classe 1888. Negli ultimi vent’anni, a Milano – specie in quella zona – sono stati chiusi o trasformati diverse realtà ed edifici storici. È il caso, per esempio, del cinema Apollo, situato sotto l’area di Piazza Liberty, oggi circondata da un’ampia area pedonale al centro di cui si trova una sede della società di tecnologia Apple; o dello storico edificio delle Poste, Palazzo Broggi, che nel tempo è finito a ospitare la nota catena di caffetteria Starbucks e uffici di multinazionali della finanza; e ancora, qualche chilometro più a nord, in Porta Garibaldi, del Teatro Smeraldo, trasformato in un maxi-centro commerciale a marchio Eataly.
È anche per questo che, con l’annuncio della messa in liquidazione volontaria, dal basso si è sollevato un forte grido di solidarietà ai lavoratori. «Hoepli è più di una semplice libreria», si legge a tal proposito sulla petizione pubblicata su change.org dalla cittadinanza. I milanesi chiedono che il Comune riconosca al punto vendita lo status di “bottega storica” per inquadrarne il valore storico-culturale. «Questo riconoscimento potrebbe non solo evitare la sua chiusura, ma anche attrarre supporto sia economico che comunitario per garantirne la sostenibilità nel lungo periodo», scrivono i cittadini. «Per proteggere Hoepli, il Comune potrebbe considerare incentivi fiscali, supporto governativo o collaborazioni con istituzioni culturali o aprire un dialogo con i proprietari per valutare come tenerla viva. Alla luce della crisi economica attuale, tali misure non solo conserveranno uno spazio di cultura ma rafforzeranno il tessuto sociale e culturale della nostra città».
Sicilia, maxi tamponamento sull’A20: diversi feriti
Nella galleria Villafranca sull’A20, la linea che collega Messina e Palermo, si è verificato un maxi tamponamento a catena. Coinvolti quasi cento mezzi, automobili, furgoni e mezzi pesanti. La circolazione autostradale risulta bloccata per consentire l’evacuazione delle persone e dei mezzi coinvolti all’interno della galleria, all’altezza di Milazzo. Riscontrata la presenza di gasolio sulla carreggiata. Si registrano diverse persone ferite nell’incidente.
Eni, l’apartheid israeliano e l’oscuro affare del gas a Gaza
Continua a essere molto opaco, e a dir poco ambiguo, l’annunciato disimpegno di ENI dalla partita del gas nelle acque profonde di Gaza. Così come resta complice il rapporto del cane a sei zampe con l’israeliana Delek, che sostiene le colonie illegali in Cisgiordania. A distanza di due mesi e mezzo dal proclama di ritiro dalle attività di esplorazione nelle acque palestinesi alla ricerca di gas – rilasciato per iscritto alla trasmissione Report del 14 dicembre scorso – ENI non ha intrapreso «alcuna azione concreta per uscire dall’alleanza a tre, da lei guidata». Né ha mai «smentito l’aggiudicazione delle licenze». La multinazionale italiana resta cioè ancorata al consorzio che aveva vinto le licenze esplorative nel mare di Gaza il 29 ottobre 2023, assieme alla scozzese Dana Petroleum e all’israeliana Ratio Energies. A dirlo non sono (solo) gli attivisti dei diritti umani come ReCommon, ma una delle “compagne di cordata” di ENI: la coreana KNOC, che di fatto controlla la compagnia scozzese Dana Petroleum, parte integrante del progetto illegale di sfruttamento del gas al largo delle coste palestinesi, in stallo. ENI è ancora «consortium partner» per l’esplorazione del gas sul territorio palestinese: questo afferma un portavoce della KNOC, citato da Middle East Monitor.
«Dopo la fine della guerra israelo-palestinese la compagnia (KNOC, nda) esaminerà se procedere o meno con l’esplorazione (del gas offshore, nda) assieme ai partner del consorzio, tra cui ENI». Si tratta di un’affermazione forte di KNOC, in risposta agli attivisti del Paese asiatico, che rimescola le carte e smentisce un’altra dichiarazione fornita da ENI stessa, che non prevede un «coinvolgimento nell’area in futuro».

Friends of the Earth Scozia, da mesi alle calcagna di Dana Petroleum per chiederne il ritiro dal progetto, in uno scambio di mail privato ci scrive: «Non siamo ancora in condizione di confermare o smentire se ENI si sia ritirata o meno». Tuttavia è noto che la stessa Dana Petroleum, sollecitata più volte dai deputati scozzesi, non abbia rinunciato alla partita. Difficile immaginare che possa farlo ENI, che di quel consorzio è capofila, osservano gli attivisti.
«Mi auguro che questi piani siano urgentemente fermati», dice il deputato scozzese Patrick Harvie, che aggiunge: «Il nostro Parlamento ha promosso una mozione dei Verdi per unirsi al movimento globale BDS: è tempo di fare passi reali per mettere fine ai rapporti con il regime dell’apartheid israeliano».
L’opacità è la cifra di tutta questa vicenda oscura che ha “per sfondo” un genocidio. E lo si intuisce meglio considerando che il progetto di estrazione di gas nell’area, per ENI, è molto più vasto e ghiotto di quanto sembri. «Per ENI – ipotizza persino Milano Finanza – già attiva in Egitto con Zohr e Damietta Lng, l’ingresso in Israele conclude il corridoio del gas mediterraneo, che collega il Nord Africa al Levantino e all’Europa». «Una stabilità politica potrebbe riaprire anche queste aree all’esplorazione» e portare le risorse complessive del bacino oltre i 1300 miliardi di metri cubi di gas, sostiene la testata. Eppure a dicembre scorso, come accennato, il capo delle relazioni con i media del cane a sei zampe comunicava alla redazione di Report: «ENI non prevede di essere coinvolta in attività nell’area nel futuro». Una vera e propria notizia, se fosse vera.
L’azienda non ha mai «smentito l’aggiudicazione delle licenze e non ha comunicato di avervi rinunciato o di volerlo fare», replica ReCommon in risposta alla diffida inviata da ENI ai suoi attivisti. È più probabile invece, aggiunge l’associazione, che abbia «nei piani futuri l’intenzione di portare avanti le attività esplorative in zona economica palestinese». Entrando più nel dettaglio dell’affaire Gaza: il consorzio a tre aveva visto ENI protagonista (e vincitrice) il 29 ottobre 2023, in pieno genocidio, delle gare d’appalto per sei nuove licenze di esplorazione di gas offshore nel mar Mediterraneo; il 62% delle quali nella Zona Economica Esclusiva palestinese. A guerra avviata, dunque, e con un bilancio di migliaia di civili palestinesi uccisi dall’IDF, la “nostra” multinazionale, controllata al 31% dal Ministero dell’Economia e delle Finanze e da Cassa Depositi e Prestiti, partecipava a una “gara” di fatto illegale. E la vinceva.
Da dicembre a oggi un silenzio improbabile è calato su quella gara, eccetto che per le scarne parole inviate alla Rai. Troppo poco, dicono i promotori dei diritti umani. Per tutte queste ragioni (e per diverse altre) il movimento BDS Italia lancia in questi giorni una nuova campagna di boicottaggio: nel mirino ci sono le complicità della multinazionale con il regime di apartheid israeliano.

«ENI non ha solo ottenuto da Israele licenze di esplorazione in aree di competenza palestinese – ribadisce BDS – ma è legata a doppio filo a imprese energetiche israeliane coinvolte nello sfruttamento di risorse nei Territori Palestinesi Occupati». Qui il riferimento è all’azienda israeliana Delek. Parallelamente alla incresciosa storia delle licenze in acque palestinesi, va avanti in effetti un’altra alleanza societaria equivoca, chiamata da ENI in gergo business combination: quella con la britannica Ithaca Energy. Nell’aprile del 2024 ENI avvia e completa l’acquisizione del 38,7% dell’azienda inglese che estrae petrolio nel Mare del Nord.
La “versione UK” del cane a sei zampe riceve azioni ordinarie di Ithaca: fin qui le solite operazioni di business se non fosse che Ithaca Energy è posseduta a maggioranza dal gruppo Delek, una delle più grandi società energetiche di Israele, inserita nella black list delle Nazioni Unite. Rifornisce infatti di benzina e gasolio le forze armate israeliane e attraverso una sua controllata gestisce stazioni e minimarket all’interno delle colonie in Cisgiordania e a Gerusalemme Est. Eppure la multinazionale italiana ritiene di non dover dar conto delle alleanze stipulate dal suo “alter ego” londinese. Insiste invece sul fatto che «l’operazione è stata negoziata, eseguita e conclusa direttamente tra ENI UK e Ithaca, gruppo indipendente e quotato a Londra».
Scrive Greenpeace che: «Una delle principali responsabilità di ENI è di non aver svolto, o di aver svolto in maniera inadeguata, la due diligence richiesta dai princìpi generali, contribuendo di fatto al proseguimento di un impatto negativo sui diritti umani anche solo attraverso il pagamento di dividendi al socio Delek». Dietro l’occupazione militare della Palestina c’è dunque una «joint criminal enterprise», come la chiama Francesca Albanese nel più letto dei sui report: un sistema economico-finanziario complesso orientato alla distruzione dei palestinesi, di cui ENI è parte integrante.
Esiste infine un terzo elemento non meno importante che rende ENI complice: la società avrebbe venduto 30mila tonnellate di greggio allo Stato ebraico, estraendolo da un impianto in Basilicata: il Centro Olio in Val D’Agri. «Anche questa affermazione è falsa», smentisce ENI. Perché il greggio ENI prodotto lì «viene interamente destinato alla raffineria di Taranto per essere lavorato nei propri impianti». Eppure l’accusa si basa su dati piuttosto incontrovertibili, citati da ReCommon: l’analisi condotta da Oil Change International e Data Desk, contenuta nel report “Behind the Barrell”.
E a questo proposito BDS Italia denuncia con forza il fatto che ENI «rifornisce direttamente Israele di carburante proveniente dall’impianto di Val D’Agri, tramite il porto di Taranto e queste esportazioni di greggio rappresentano una complicità materiale di estrema gravità». Il 54% delle spedizioni di carburante verso Israele nel 2024 sarebbe avvenuto dopo la raccomandazione della Corte Internazionale di Giustizia del 26 gennaio, che ha richiamato gli Stati all’obbligo di prevenire il genocidio.
La Cina sonda i presupposti delle basi lunari costruite da robot umanoidi
La nuova corsa alla Luna è alimentata da ambizioni sempre più alte, con le principali potenze spaziali che si dicono tutte intenzionate a costruire una propria base sulla superficie del satellite terrestre. Tra queste non poteva mancare la Cina, la quale ha appena svelato i dettagli del robot umanoide che sarà incaricato di contribuire alla realizzazione della stazione scientifica che Pechino punta a edificare entro il 2035.
A rivelarlo è uno studio pubblicato sul Journal of Deep Space Exploration dal Beijing Institute of Spacecraft System Engineering, intitolato Attrezzature chiave per la costruzione e il funzionamento della Stazione di Ricerca Lunare. Il documento, come appare evidente sin dalle prime pagine, non è un manifesto programmatico, ma una rapida rassegna tecnica delle tecnologie considerate indispensabili per consolidare un avamposto sul suolo lunare. Gli autori descrivono un ecosistema di dispositivi progettati per operare in modo sinergico e affrontare le criticità previste nelle fasi di costruzione e gestione della base: dalla logistica alla manutenzione, dall’approvvigionamento energetico all’utilizzo in situ delle risorse. L’elenco parte comprensibilmente da una piattaforma di atterraggio che, dotata di sei gambe, è concepita per massimizzare la stabilità durante le fasi di touchdown e trasporto dei carichi ed è pertanto destinata a diventare l’infrastruttura cardine per la movimentazione dei moduli e delle attrezzature.
Altrettanto cruciale è il tema della trasmissione energetica tra le diverse strutture della futura base. Nelle fasi iniziali, la Cina non sembra intenzionata a realizzare una rete di cablaggi sulla superficie lunare; allo stesso tempo, installare centrali solari direttamente accanto alle attrezzature da alimentare risulta complesso. Il motivo è semplice: Pechino punta a insediarsi nelle regioni permanentemente in ombra del polo sud – le aree più promettenti per la presenza di ghiaccio – dove la luce solare non arriva mai. La soluzione proposta dagli ingegneri è semplice: “apparecchiature ottiche per focalizzare la luce solare”, ovvero grandi specchi installati sul bordo delle zone illuminate, capaci di intercettare i raggi del Sole e rifletterli verso gli strumenti scientifici e i moduli operativi situati nell’oscurità.

A catalizzare l’attenzione sono però i robot operativi, macchinari progettati con una configurazione semi‑umanoide, busti antropomorfi montati su un sistema di locomozione su ruote. La scelta di evitare le gambe è facilmente comprensibile: garantisce maggiore stabilità, riduce la complessità meccanica e permette di sfruttare una matrice di movimento già ampiamente collaudata da decenni di missioni lunari e marziane. Molto più eclettica è invece la parte superiore del robot, la quale è teoricamente concepita per offrire la massima versatilità d’azione. Questi droidi dovranno infatti occuparsi utopisticamente di una gamma di compiti estremamente eterogenea: attività edilizie, manutenzione delle attrezzature, movimentazione dei materiali, campionamento scientifico e operazioni di ricerca. Un ventaglio di mansioni che richiede flessibilità, precisione e una buona dose di destrezza.
I droidi possono muovere la testa per ampliare il campo visivo e ruotare il busto fino a 180°, oltre a flettersi di circa 90° per raggiungere oggetti posati al suolo – o il suolo stesso. Per evitare che questa ampia mobilità comprometta la stabilità del sistema, batterie, processori e altri componenti pesanti sono alloggiati all’interno del corpo del veicolo, così da abbassare sensibilmente il baricentro dell’intera macchina. Per orientarsi e navigare il terreno irregolare della superficie lunare, i ricercatori prevedono invece di affidarsi a una combinazione di telecamere e sensori LiDAR, una soluzione già consolidata nell’esplorazione planetaria e particolarmente adatta a gestire ostacoli, pendenze e scarsa visibilità.
Inchiesta Rogoredo: gli agenti indagati salgono a 7
Altri due agenti, un uomo e una donna, sono indagati nell’ambito dell’inchiesta sull’omicidio di Abderrahim Mansouri, il 28enne ucciso dal carabiniere Carmelo Cinturrino nel boschetto di Rogoredo. I due agenti sono indagati rispettivamente di arresto illegale e falso. Salgono così a 7 i membri delle forze dell’ordine sotto indagine. Oltre a Cinturrino, sotto accusa per omicidio, altri quattro colleghi sono finiti sotto le lenti della procura per i reati di favoreggiamento e omissione di soccorso.
Nigeria, attacchi con droni suicidi, almeno 23 morti
Trump sta cercando di trascinare i Paesi europei nella guerra contro l’Iran
Nonostante continui a sostenere di avere annichilito flotta e capacità belliche di Teheran, Trump sembra avere fatto esplodere un conflitto da cui non sa più come uscire. Entrato nella terza settimana di guerra, il presidente degli Stati Uniti ha lanciato diffusi appelli per formare una “Coalizione Hormuz” con lo scopo di scortare le navi dallo Stretto centrale nel traffico marittimo di idrocarburi, chiedendo aiuto a Paesi amici e nemici. Se la NATO non partecipa andrà incontro a «un futuro molto negativo», gli Stati che acquistano il proprio petrolio dal Golfo Persico «devono occuparsi del passaggio», e le potenze che hanno interessi nella zona, «si spera», aderiranno all’iniziativa. Sfortunatamente per Trump, la chiamata alle armi non è andata come sperava: gli alleati statunitensi nella regione dell’Indopacifico hanno rifiutato la proposta, mentre dai rappresentanti europei di Germania, Francia, Regno Unito e Spagna si è sollevato un coro di voci contro l’iniziativa, bocciata anche dai rappresentanti diplomatici dell’UE e dalla stessa Italia.
L’annuncio della formazione della Coalizione Hormuz è arrivato ieri, 16 marzo. In un post sulla sua piattaforma social Truth, Trump ha affermato senza mezzi termini che «molti Paesi, soprattutto quelli colpiti dal tentativo iraniano di chiudere lo Stretto di Hormuz, invieranno navi da guerra, in collaborazione con gli Stati Uniti d’America, per mantenere lo Stretto aperto e sicuro», salvo poi ritrattare qualche riga dopo scrivendo che «si spera» che i Paesi più colpiti dal blocco iraniano collaborino con Washington. Gli Stati individuati da Trump sono quelli con maggiori interessi – economici e politici – in Asia Occidentale: si tratta di Corea del Sud, Francia, Giappone, Regno Unito e Cina, rivale degli USA nella corsa al primato economico globale. Nel corso della giornata Trump è stato scostante e contraddittorio: ha prima detto di avere chiesto a sette Paesi di partecipare alla Coalizione Hormuz, per poi lanciare appelli diretti e indiretti ai membri della NATO e agli alleati europei.
In ogni caso, l’appello ha collezionato rifiuti: la Cina, come prevedibile, ha rilasciato una dichiarazione in cui «esorta nuovamente tutte le parti a interrompere immediatamente le operazioni militari e ad evitare un’ulteriore escalation delle tensioni, al fine di impedire che l’instabilità regionale abbia un impatto ancora maggiore sull’economia globale»; a rilasciare tali dichiarazioni è stato il ministro degli Esteri di Pechino, rispondendo a una domanda sul possibile coinvolgimento del Paese nella Coalizione Hormuz. Col passare delle ore, sono arrivati i rifiuti di Australia e Giappone, tra i principali alleati degli USA nell’Indopacifico, e sono iniziate a farsi sentire le voci degli europei. Nelle sue prime dichiarazioni, l’Alta Rappresentante per gli Affari Esteri UE, Kaja Kallas, è rimasta sul vago, sostenendo che avrebbe parlato coi Paesi di un possibile ampliamento delle missioni Aspides e Atalanta attive rispettivamente sul Mar Rosso – per contrastare il passato blocco dello Stretto di Bab el Mandeb imposto dalla milizia yemenita Ansar Allah, meglio nota con il nome di Houthi, in supporto al popolo palestinese e contro il genocidio – e contro il fenomeno della pirateria lungo le coste della Somalia. A tal proposito, il ministro degli Esteri italiano Tajani ha affermato che l’Italia appoggerebbe una estensione delle missioni attive, ma che queste non potrebbero arrivare a toccare lo Stretto di Hormuz.
Altri leader europei hanno sin da subito condannato l’iniziativa di Trump. Il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha detto che non invierà navi sullo Stretto e che la questione di Hormuz non può coinvolgere la NATO, che – almeno in teoria – sarebbe un’alleanza di tipo difensivo, non offensivo. Il presidente francese Emmanuel Macron, rappresentante di uno dei Paesi europei con più interessi nell’Asia Occidentale, si è mostrato dai primi momenti scettico, per poi cassare la missione. Analoghi rifiuti sono arrivati dal premier britannico Keir Starmer, anch’egli alla guida di un Paese dagli ampi interessi nella regione, e dal gabinetto estero della Spagna. Nel pomeriggio, la stessa Kallas ha affermato che lo Stretto di Hormuz è fuori dalle competenze della NATO. Dopo una sequela di due di picche, Trump è corso ai ripari, dichiarando che «numerosi Paesi mi hanno detto che potrebbero partecipare. Alcuni ne sono molto entusiasti, altri no», senza tuttavia specificare chi avrebbe aderito all’iniziativa.
Le rotte che attraversano lo Stretto di Hormuz risultano cruciali nel traffico mondiale di idrocarburi. Dal passaggio, l’unico sbocco sul mare per la maggior parte dei Paesi del Golfo, transita circa il 20% del petrolio globale, e il 30% di quello commerciato via mare. L’Alta Rappresentante Kallas ha affermato di avere discusso con il Segretario Generale dell’ONU Antonio Guterres per trovare modi alternativi per garantire il flusso di barili da Hormuz, avanzando l’ipotesi di una soluzione analoga a quella presa nel 2022 con la cosiddetta “Black Sea initiative”, in Italia nota come “accordo sul grano”, l’intesa siglata tra Russia, Ucraina, Turchia e ONU per consentire l’esportazione sicura di grano dai tre porti ucraini di Odessa, Chornomorsk e Yuzhny per stabilizzare i prezzi. In ogni caso, i Paesi europei, compresi quelli più coinvolti come la Francia, che ha inviato molteplici risorse belliche nella regione, non paiono intenzionati a entrare in guerra. Gli appelli di Trump davanti a un tale numero di rifiuti, in questo, paiono – almeno per il momento – confermare i dubbi che molti commentatori statunitensi esprimono sin dall’inizio del conflitto, ormai convinti che il presidente si sia lasciato trascinare in un conflitto per accontentare le aspirazioni di Netanyahu.









