giovedì 5 Marzo 2026
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Perché la chiusura dello Stretto di Hormuz è un problema per l’economia globale

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Con lo scoppio della guerra nella regione mediorientale, si è tornato a parlare di una possibile chiusura dello Stretto di Hormuz. I pasdaran iraniani hanno annunciato che il traffico nel bacino è «praticamente» fermo, e hanno attaccato petroliere britanniche e statunitensi che transitavano nell’area, senza tuttavia formalizzare la chiusura dello Stretto. Oggi si contano diverse petroliere ferme all’ingresso e all’uscita di Hormuz, e il passaggio di navi risulta notevolmente diminuito. Una chiusura totale dello Stretto comporterebbe effetti diretti sull’economia mondiale. Da Hormuz passa circa il 20% del petrolio globale, e il 30% di quello commerciato via mare. Le tensioni e la riduzione del traffico nel passaggio hanno fatto schizzare il prezzo del gas all’ingrosso, che in apertura ha registrato un +22%, con picchi del +50%. Le stesse quotazioni del petrolio sono salite notevolmente, toccando quota +13%.

Contrariamente a quanto riportano diversi media, lo Stretto di Hormuz non pare ancora chiuso completamente. Dando un’occhiata sul sito di monitoraggio marittimo Marine Traffic, si può notare un gran numero di navi e petroliere stazionate da una parte e dall’altra dello Stretto, ma anche qualche imbarcazione che starebbe intraprendendo tale rotta. Nonostante ciò, sabato stesso, con l’inizio della guerra dopo gli attacchi israeliano-statunitensi, i pasdaran hanno annunciato che lo Stretto è «praticamente chiuso», menzionando insicurezze da parte delle imbarcazioni e delle petroliere, che vista la situazione di tensione stavano evitando di navigare nell’area. Dopo tale annuncio, è iniziato a circolare un audio attribuito alle stesse Guardie Rivoluzionarie, che dichiaravano il passaggio chiuso. L’Indipendente non è riuscito a verificare tale audio. Tra ieri e oggi, tuttavia, l’Iran ha attaccato tre petroliere degli Stati Uniti e del Regno Unito nella regione del Golfo Persico e dello Stretto di Hormuz, confermando di stare impedendo il passaggio alle navi battenti bandiere di Paesi nemici.

In ogni caso, che lo Stretto sia stato chiuso formalmente o no, il traffico nella zona risulta pressoché fermo, e le stesse organizzazioni marittime internazionali e nazionali hanno sconsigliato alle petroliere di navigarvi: l’Organizzazione Marittima Internazionale (IMO) ha dichiarato che, «dove possibile, le imbarcazioni dovrebbero evitare di transitare nella regione interessata finché le condizioni non miglioreranno»; il Dipartimento dei Trasporti Marittimi statunitense ha raccomandato alle navi di tenersi a distanza dall’area sin da sabato; analogamente, l’omologo dipartimento britannico (UKMTO) ha chiesto alle navi di approcciare lo Stretto con cautela. Gli effetti del sostanziale blocco del traffico sullo Stretto si stanno facendo sentire: oggi QatarEnergy ha annunciato la chiusura momentanea della produzione a causa dello stop al traffico, facendo aumentare il prezzo del gas all’ingrosso in Europa del 50%; il prezzo del petrolio è invece aumentato fino al 13%. La situazione è ancora troppo fresca per incidere sui portafogli delle singole famiglie, ma se non dovesse smuoversi, potrebbero iniziare a farsi sentire effetti collaterali.

Lo Stretto di Hormuz sabato 28 febbraio; i punti rossi rappresentano le petroliere stazionate o in transito.

Lo Stretto di Hormuz si trova tra l’Iran e la Penisola arabica e separa il Golfo di Omana sud-este il Golfo Persicoad ovest. Il passaggio è largo circa 30 chilometri e presenta caratteristiche morfologiche che lo rendono adatto al transito delle grosse navi petrolifere; si colloca inoltre in un’area fortemente strategica, all’entrata del Mar Arabico: petrolio e gas naturale dei Paesi del Golfo devono infatti necessariamente passare da lì se vogliono uscire in mare e venire commerciati. Negli ultimi anni con la scoperta di nuovi giacimenti e il conseguente incremento delle attività esplorative ed estrattive nella Penisola arabica, lo Stretto ha acquisito sempre più centralità. Secondo l’ultimo rapporto del Dipartimento dell’Energia statunitense, nel 2024, il flusso di petrolio attraverso lo Stretto è stato in media di 20 milioni di barili al giorno, corrispondente a circa un quinto del consumo globale di petrolio e a un terzo del petrolio commerciato via mare. Nel 2025, secondo stime parziali, il flusso totale di petrolio attraverso lo Stretto di Hormuz sarebbe rimasto relativamente stabile rispetto all’anno precedente.

Sul versante del petrolio grezzo, il Paese esportatore che verrebbe più danneggiato da una chiusura del flusso dello Stretto è l’Arabia Saudita, che nel 2024 ha trasportato una media di 5,5 milioni di barili al giorno; seguirebbero l’Iraq, che nel 2024 vi ha fatto transitare 3,2 milioni di barili, e gli Emirati e i suoi 1,9 milioni di barili. La maggior parte di questo petrolio va alla Cina, che nel 2024 ha importato 5,4 milioni di barili al giorno, seguita dall’India, con 2,1 milioni; in Europa, nello stesso anno sono arrivati 500mila barili al giorno. Per quanto riguarda il GNL, invece, il produttore che verrebbe più danneggiato sarebbe proprio il Qatar, che risulta dopo gli USA il secondo maggiore esportatore al mondo; nel 2024 ha fatto uscire dallo Stretto 10,7 milioni di barili al giorno. Al primo posto tra gli importatori, di nuovo Cina e India, che nel 2024 hanno importato rispettivamente 2,7 milioni e 2,2 milioni di barili al girono. Anche l’Italia subirebbe l’impatto sullo stop al commercio di GNL: il Belpaese risulta infatti il sesto maggiore importatore di GNL che proviene dall’area, e nel 2024 ha importato 700mila barili al giorno, più di tutto il resto d’Europa.

PIL italiano, ISTAT rivede al ribasso le stime: +0,5% nel 2025

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L’Istat ha diffuso la stima finale del PIL italiano: nel 2025 è cresciuto dello 0,5%, in lieve calo rispetto allo 0,7% indicato a gennaio, una revisione attesa anche per il minor numero di giorni lavorativi rispetto al 2024. Il dato coincide con le previsioni del governo e segue l’aumento dello 0,7% registrato nel 2024 sul 2023. Migliora il rapporto deficit/PIL, sceso dal 3,4% al 3,1%: un segnale positivo, ma ancora sopra il limite europeo del 3%, che mantiene l’Italia nella procedura per deficit eccessivo. Il dato sarà aggiornato ad aprile.

Il Meridione è ancora vittima della morsa del voto di scambio

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L'Italia, si sa, è il Paese in cui sono nate e si sono efficacemente sviluppate le tre associazioni mafiose tradizionali, Cosa Nostra, 'ndrangheta e Camorra. Compagini criminali che, insieme a clan locali e mafie estere, hanno letteralmente colonizzato tutta la Penisola: nessuna regione può ormai dirsi immune alla loro influenza. Eppure, mentre per affari finanziari e riciclaggio le mafie investono nelle città più ricche del Nord, nel Meridione continuano a esercitare un pervasivo controllo del territorio, con un devastante impatto sociale ed economico. La manifestazione più evidente di questo...

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Ex Ilva, operaio 26enne muore dopo essere precipitato nel vuoto

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Un operaio dell’indotto siderurgico, dipendente della ditta Gea Power, è morto in un incidente sul lavoro avvenuto nello stabilimento ex Ilva di Taranto. L’uomo è precipitato da circa dodici metri dopo il cedimento improvviso di un piano di calpestio nell’area dell’agglomerato, dove si preparano i materiali per l’altoforno. Trasportato in gravi condizioni prima all’infermeria interna e poi in ospedale, è deceduto poco dopo. Acciaierie d’Italia in amministrazione straordinaria ha espresso cordoglio e annunciato verifiche immediate. Lo scorso 12 gennaio, sempre all’ex Ilva, l’operaio 46enne Claudio Salamida era deceduto in un incidente simile.

Valsusa: tra ritardi e costi sempre più alti la TAV slitta al 2034

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L’entrata in funzione della TAV Torino-Lione slitta al 2034. Lo ha reso noto la società costruttrice TELT, che soltanto pochi mesi fa aveva messo nel mirino il 2032 per la consegna dell’opera. Il ritardo rispetto alle iniziali tabelle di marcia tocca così la soglia dei vent’anni. In questo periodo, stando alle stime della Corte dei Conti Europea, i costi sono lievitati del 127%. Soltanto la tratta transfrontaliera supera gli 11 miliardi di euro, con un incremento del 23% negli ultimi anni. In Italia lo scavo del tunnel principale non è ancora iniziato. A tal proposito, si attende l’arrivo sui cantieri della Tunnel Boring Machine (TBM): la fresa scaverà la roccia e contemporaneamente rivestirà le pareti di cemento armato, preparando la posa dei binari.

A comunicare l’ulteriore slittamento è stato il direttore generale di TELT, Maurizio Bufalini, che ha dovuto correggere le precedenti rassicurazioni: «La previsione è fine Trentatré per la fine dei lavori e quindi appena sono finiti i lavori la linea viene messa in esercizio, quindi Trentaquattro». Una data che allontana definitivamente le speranze di vedere completata l’infrastruttura nei tempi promessi all’inizio degli anni Duemila, quando l’opera veniva presentata come imminente. Numerose sono le criticità che negli ultimi anni hanno segnato la realizzazione dell’opera, tra cronoprogrammi disattesi, rallentamenti burocratici e costi fuori controllo. La percentuale di avanzamento resta bassa — circa il 28% dell’opera — con 46 km di gallerie scavati finora, dei quali una ventina appartengono al tunnel del Moncenisio e sono tutti sul versante francese. Le due canne complessive misurano 57 km: la maggior parte del lavoro è stata realizzata oltralpe; sul lato italiano si procede ancora con opere preparatorie e messa in sicurezza.

A fine gennaio, la Corte dei Conti europea aveva bollato il progetto della TAV con dati impietosi, evidenziando un aumento dei costi del 127% rispetto alle stime iniziali (il progetto originario degli anni Novanta prevedeva 5,2 miliardi) e un ritardo cumulato di diciotto anni nella consegna dell’opera. L’analisi, contenuta in un aggiornamento della relazione sulle grandi “infrastrutture-faro” dei trasporti UE, ha delineato un quadro di criticità condiviso da molti megaprogetti continentali, ma particolarmente problematico per il collegamento transalpino. I costi, già lievitati a 11,1 miliardi di euro in valuta 2012 (circa 14,7 miliardi a valori correnti), salgono impietosamente. Se si considerano anche le tratte nazionali di accesso, la cifra complessiva raggiunge i 25-27 miliardi, come documentato dai rapporti della Cour des Comptes francese e dai monitoraggi dell’Osservatorio Torino-Lione. Il percorso di rincari accomuna la TAV ad altri colossi infrastrutturali: tra i casi più emblematici, la Rail Baltica, che ha visto i costi quadruplicare (+291%), e il canale Senna-Nord Europa, che fa segnare un +225%.

Intanto emergono nuove criticità legate alla gestione del territorio. Lo scalo di Orbassano, inizialmente valutato come possibile base operativa, è stato dichiarato indisponibile perché vincolato ai lavori della Torino-Lione almeno fino al 2034. Una scelta che sottrae per anni un’infrastruttura strategica a funzioni ordinarie, con ricadute sull’intero sistema ferroviario locale. A complicare il quadro si aggiunge la partita industriale tra i colossi ferroviari. Con una delibera del 19 dicembre 2025, l’Autorità di Regolazione dei Trasporti ha imposto a Rete Ferroviaria Italiana di garantire alla compagnia francese SNCF l’accesso agli impianti del nodo torinese in condizioni «eque e non discriminatorie».

Migliaia di cittadini italiani bloccati in Medio Oriente, la Farnesina attiva la Task Force del Golfo

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L’aggressione israeliano-statunitense all’Iran ha presto scatenato un conflitto su larga scala. La ritorsione iraniana si è abbattuta su tutti i Paesi del Golfo che ospitano basi USA, paralizzando il traffico aereo nella regione e lasciando decine di migliaia di cittadini italiani bloccati in Medio Oriente, tra cui anche un gruppo di 200 studenti coinvolti nel programma “L’ambasciatore del futuro”. Per gestire le richieste dei concittadini, il ministero degli Esteri ha istituito la “Task Force Golfo”, una squadra di emergenza composta da 50 persone che avrà il compito di sostenere le ambasciate e i consolati della regione. Intanto, il ministro della Difesa Guido Crosetto è rientrato in Italia, dopo essere rimasto temporaneamente intrappolato a Dubai senza che nessuno avvertisse lui e il governo italiano dell’imminente inizio di una guerra destinata a espandersi nell’intera Asia Occidentale.

La Task Force Golfo della Farnesina è stata istituita ieri, 1° marzo. In una breve intervista Tajani ha spiegato che la squadra avrà il compito di tenersi in contatto con tutte le ambasciate e i consolati della regione e di gestire le richieste degli italiani alle istituzioni rappresentative del Belpaese nella regione del Golfo e in generale nel Medio Oriente. Secondo Tajani, la situazione più «incerta» per gli italiani sarebbe negli Emirati Arabi Uniti, e specialmente ad Abu Dhabi e a Dubai. Proprio a Dubai era rimasto bloccato il ministro Crosetto, che si trovava nella metropoli finanziaria per prendere la propria famiglia e rientrare in Italia. Trovatosi improvvisamente in zona di guerra, il ministro è rimasto un giorno negli Emirati, per poi recarsi via terra a Mascate, in Oman, da dove è ripartito per l’Italia con volo militare. Ha versato sua sponte «il triplo della tariffa prevista» al Comando del 31esimo stormo di Ciampino, nel tentativo di mettere a tacere le critiche sulla sua assenza durante una delle maggiori crisi regionali degli ultimi anni. Dai banchi dell’opposizione non sono tardate ad arrivare contestazioni e battute ironiche sul fatto che il governo italiano non sapesse niente dell’attacco israeliano-statunitense che avrebbe innescato una guerra in tutto il Medio Oriente.

La Task Force risponderà allo stesso numero dell’Unità di Crisi della Farnesina, lavorando in coordinazione con essa, e smistando le migliaia di chiamate di assistenza dei cittadini italiani. Nei soli Emirati, nelle aree interessate dai bombardamenti incrociati, vivono 20mila italiani. Nella medesima Dubai sono attualmente presenti 124 studenti liceali minorenni e altri 66 maggiorenni tra studenti, docenti e personale del  Wsc World Student Connection, l’associazione che ha organizzato l’uscita “L’ambasciatore del futuro”. Qui, «sono state messe a disposizione 45 camere all’Hotel Le Meridien e ulteriori 20 camere sono invece prenotate presso un hotel a Bur Dubai», spiega il ministero. «Tutti i giovani sono affidati ai propri tutor e docenti e saranno seguiti 24 ore su 24 dallo staff del Wsc». Negli Emirati è attivo anche il consolato, a cui la Farnesina ha aggiunto cinque linee di emergenza per gestire le chiamate degli italiani. «Tutto è garantito e sostenuto anche economicamente dal governo degli Emirati Arabi Uniti», ha specificato Tajani.

Non è noto quando gli italiani bloccati nella regione potranno rientrare in Italia. Pare tuttavia che lo spazio aereo per i voli civili rimarrà chiuso anche oggi. Oggi stesso, alle 15, Tajani terrà una informativa urgente sulla crisi nel Golfo davanti alle Commissioni Esteri e Difesa del Senato ed Esteri della Camera; il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, invece, ha convocato il Comitato Nazionale per l’Ordine e la Sicurezza Pubblica al Viminale.

Myanmar, graziati 10mila detenuti prima dell’apertura del Parlamento

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Il capo della giunta militare del Myanmar, il generale Min Aung Hlaing, ha concesso l’amnistia a 10.162 detenuti in occasione del Giorno dei contadini, festività nazionale dedicata agli agricoltori. Tra i beneficiari figurano 7.337 persone condannate in base alla legge antiterrorismo. In un provvedimento separato, altre 12.487 persone perseguite o latitanti ai sensi della stessa normativa vedranno chiusi i procedimenti per istigazione. Non vi sono segnali di una possibile liberazione dell’ex leader Aung San Suu Kyi, deposta con il golpe del 2021 e da allora detenuta in isolamento. L’amnistia precede di due settimane la prima sessione parlamentare dopo oltre cinque anni, successiva a elezioni contestate.

Satelliti di legno: dal Giappone all’Europa la nuova idea per ridurre i detriti nello spazio

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satellite legno

Dopo i primi test condotti dal Giappone nel 2024, l’idea di utilizzare il legno per costruire satelliti sta iniziando a interessare anche la ricerca europea. L’obiettivo è duplice: limitare l’accumulo di detriti in orbita e ridurre l’impatto ambientale delle attività spaziali, soprattutto nella fase di rientro nell’atmosfera, quando i materiali tradizionali possono disperdere particelle e residui metallici.
Nel novembre 2024 il Giappone ha lanciato nello spazio LignoSat, considerato il primo satellite con struttura portante in legno. Si tratta di un piccolo cubo di circa dieci centimetri per l...

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La canzone più anti-Sanremo mai suonata a Sanremo

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Nel 1966 Ennio Morricone era a Marsiglia quando, improvvisamente, sentì un suono che non si aspettava. Era una normale sirena della polizia, ma, a differenza di quelle italiane, costruite su due note che si ripetono, questa era tritonale. Quel cambiamento minimo accese la sua immaginazione. Da lì nacque l’idea per una canzone fondata sullo stesso principio: tre note molto vicine tra loro, ripetute in modo ossessivo, poi un piccolo scarto di tonalità e di nuovo il ciclo che ricomincia, in un crescendo che ricorda quello di una sirena che si avvicina. Una struttura che, descritta a parole, potrebbe sembrare persino banale, ma che nella musica, grazie al genio di Morricone, si trasforma in un miracolo. Quel miracolo era Se telefonando.

Un ciclo di tre note attorno alle quali si regge un intero brano. Lo stesso principio su cui si basa, volontariamente o involontariamente, anche il pezzo scritto da un giovane cantautore napoletano che, 26 anni fa, portò sul palco di Sanremo una delle canzoni più anti-sanremesi mai ascoltate.

Siamo nel 2000. 50ª edizione del Festival. Alla conduzione, per la seconda volta consecutiva, c’è Fabio Fazio, che ha come compito principale quello di svecchiare il Festival dopo le austere gestioni di Pippo Baudo, Mike Bongiorno e Raimondo Vianello. La lista degli artisti in gara segna effettivamente un cambio di passo e la qualità delle canzoni è decisamente alta. Ci sono, tra gli altri, i Tiromancino e Riccardo Sinigallia con la bellissima Strade, Max Gazzè con Il timido ubriaco, e poi i Subsonica e Samuele Bersani con due capolavori come Tutti i miei sbagli e Replay.

Poi vabbè, c’erano pure Fabrizio Moro e un frate che suonava la chitarra elettrica e che sarebbe poi stato arrestato per truffa. Perché va bene svecchiare, ma siamo comunque a Sanremo.

Per la categoria nuove proposte c’è invece un cantante che ha portato un pezzo particolarmente strano. Alessio Bonomo, 30 anni, autore di La Croce. Una canzone decisamente fuori dai canoni anche per quella edizione del Festival, che comunque si era presa molte libertà. Il brano si apre con lo strillo di una chitarra elettrica suonata col wah. Un suono sporco e acido, che potrebbe tranquillamente arrivare da un disco di Jimi Hendrix e che infatti sembra provenire da un’altra dimensione rispetto al palco di Sanremo. È un attacco che pare quasi un errore tecnico, qualcosa che qualcuno in regia dovrebbe abbassare in fretta. E invece no: è proprio così.

A quel punto la chitarra inizia il suo riff ossessivo di tre note sul quale si regge l’intero brano. Poco dopo entra, inevitabilmente, l’orchestra. Gli archi, tuttavia, non cercano di “ripulire” quel suono, né di renderlo presentabile per la prima serata. Prima lo assecondano, poi costruiscono un crescendo che genera un vero e proprio cortocircuito: da un lato c’è la tradizione melodrammatica sanremese, dall’altro siamo quasi dalle parti dei Sonic Youth. Due stili totalmente diversi che cercano di dividere lo stesso spazio in armonia, come farebbero due coinquilini che si odiano ma che devono comunque vivere insieme perché mancano i soldi per l’affitto. In mezzo a tutto questo, immobile al centro del palco, c’è Alessio Bonomo. Che non canta. Recita. O meglio: pronuncia. La sua voce non cerca mai la melodia e non prova in alcun modo a farsi bella. Sta lì, tesa. Come il monologo di qualcuno che ha deciso di dire una cosa importante nel posto meno adatto possibile.
“E ognuno ha la sua croce, ma certe croci sono enormi”, dice nell’attacco del pezzo, e già a questo punto è chiaro che non siamo esattamente nell’universo poetico di Papaveri e papere. La canzone avanza per accumulo emotivo, come una salita continua. Parla delle croci che affliggono ognuno di noi, ma anche di come ognuno di noi sia “un falegname che costruisce nuove croci”, fino ad arrivare a chi “da questo orrendo costruire ne esce pure vincitore”. Ogni frase è un passo in più verso il cuore della canzone, che si materializza quando Bonomo lancia un urlo improvviso, evidenziato dalla musica che si blocca all’istante: “ROBA DA SPACCARGLI UN PALO IN MEZZO AGLI OCCHI!”. Sarebbe il ritornello. Sembra più una bestemmia.

Alla fine del video si sentono alcuni timidi applausi, ma è facile immaginare le espressioni perplesse del pubblico in sala. Il brano, inutile dirlo, non avrà molta fortuna. Arriverà quartultimo in classifica e non avrà, di fatto, alcuna vita commerciale. Un anno dopo, però, Alessio Bonomo pubblicherà il suo primo album, La rosa dei venti, prodotto da un altro musicista passato da quella 50ª edizione del Festival: Fausto Mesolella, chitarrista degli Avion Travel, che proprio quell’anno vinsero all’Ariston con Sentimento. Anche quello un brano totalmente fuori asse rispetto alla tradizione sanremese.

Col senno di poi, quel Sanremo del 2000 appare come un momento di equilibrio raro nella musica moderna, che poteva permettersi certe deviazioni e certi picchi di eccellenza restando comunque popolare. Intendiamoci: Sanremo, nonostante i proclami, non è mai stato lo specchio di niente. Anche oggi, nel 2026, al di là di febbraio, fuori dalla Liguria, si produce musica di ogni genere, spesso animata dal desiderio di guardare avanti e di esprimere la propria identità artistica in maniera originale. Sanremo, invece, è solamente il risultato delle scelte di qualche dirigente rincoglionito della Rai e delle case discografiche, che spingono per mettere in vetrina i loro artisti invenduti come se fossero prosciutti.

Tuttavia, se si guarda alle canzoni in gara all’Ariston negli ultimi anni, lo scarto con il passato non sembra solo stilistico, ma concettuale. Anche nel caso di quei cantanti che vorrebbero portare sul palco il proprio stile personale, bello o brutto che sia, l’azzardo creativo sembra essere stato completamente sostituito dalla ricerca della riconoscibilità immediata. Tutto deve funzionare subito, possibilmente al primo ascolto, possibilmente su TikTok. Canzoni che sembrano tutte omologate e che passano senza lasciare traccia, come sirene bitonali dirette a tutta velocità in qualche luogo dove non sta succedendo nulla di interessante. Una creazione di testi, melodie e arrangiamenti che appare più simile a una produzione industriale che a un flusso creativo personale. Basta guardare al numero degli autori necessari a comporre un singolo brano. Ci sono volute 6 persone per scrivere il pezzo che ha vinto Sanremo 2026. Una canzone, oggettivamente, davvero brutta.

La Croce di Alessio Bonomo invece, nel bene o nel male, era solo di Alessio Bonomo.

Brasile, alluvioni e frane: almeno 72 morti

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Frane e alluvioni verificatesi nello stato brasiliano di Minas Gerais hanno provocato almeno 72 vittime (65 a Juiz de Fora e 7 a Ubá). Tra le vittime si contano anche 13 bambini. La quota degli sfollati raggiunge invece le 10mila persone, costrette a lasciare la propria casa. «Aiuteremo queste persone a ricostruire la loro vita, dando loro una casa. L’unica cosa che non possiamo restituire sono le vite perdute», ha dichiarato il presidente Lula. Nelle prossime ore sono previste nuove piogge.