giovedì 26 Marzo 2026
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In Indonesia sono stati ritrovati due marsupiali ritenuti estinti da millenni

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Si conoscevamo solo attraverso frammenti fossili e ipotesi, oggi, invece, due piccoli marsupiali tornano a occupare un posto tra la biodiversità vivente. Nelle foreste remote della Nuova Guinea nord-occidentale, in Indonesia, e in particolare nella penisola di Bird’s Head, sono stati ritrovati il Dactylonax kambuayai, un opossum, e il Tous ayamaruensis, un parente del petauro planatore. Entrambe le specie si ritenevano estinte dal Pleistocene.

Questi animali appartengono a quella che gli scienziati definiscono “specie Lazzaro”: organismi creduti scomparsi e poi improvvisamente riscoperti. Nel loro caso, la sorpresa è doppia. Non solo erano dati per estinti da circa 6.000 anni, ma risultavano già rari persino nei reperti fossili, segno che la loro presenza è sempre stata elusiva. La svolta è arrivata sul campo, nel 2022, quando durante una spedizione nella Papua Occidentale un abitante locale ha recuperato un piccolo opossum con una caratteristica impossibile da ignorare: un dito anteriore lungo il doppio degli altri. Questo dettaglio anatomico, utilizzato per estrarre larve dagli alberi, ha permesso agli studiosi di collegare l’animale al misterioso Dactylonax noto solo dai fossili. Una fotografia scattata nel 2023 ha poi fornito la conferma definitiva. Parallelamente, è riemerso anche il Tous ayamaruensis, un marsupiale arboricolo dalle dimensioni simili a quelle di uno scoiattolo, dotato di grandi occhi, coda prensile e una membrana che gli consente di planare tra gli alberi. Un animale che la scienza moderna non aveva mai osservato vivo, ma che le comunità indigene conoscevano da generazioni. Ed è proprio la collaborazione con le popolazioni locali ad aver giocato un ruolo decisivo. Gli abitanti della regione, in particolare i clan indigeni della zona, non solo erano già a conoscenza di questi animali, ma hanno contribuito attivamente alla loro identificazione. Il Tous, ad esempio, deve il suo nome proprio alla tradizione locale ed è considerato sacro e associato agli spiriti degli antenati, elemento centrale nei rituali di iniziazione.

Gli studi che documentano la scoperta (uno per il Dactylonax e uno per il Tous) – pubblicati di recente nei Records of the Australian Museum – sono proprio il risultato di un lavoro di revisione tassonomica congiunto tra ricercatori internazionali e comunità indigene. Tra i protagonisti figura il biologo Tim Flannery, che ha descritto il ritrovamento come “un viaggio nel tempo”, sottolineando quanto fosse improbabile imbattersi in specie così elusive. La presenza di questi marsupiali in Nuova Guinea solleva poi anche interrogativi di natura geologica. Infatti, nessuno dei due ha parenti stretti sull’isola, suggerendo un’origine geograficamente distinta. L’ipotesi più accreditata è che siano arrivati attraverso antichi movimenti della crosta terrestre: la penisola di Bird’s Head potrebbe essere un frammento di territorio australiano che si è saldato alla Nuova Guinea milioni di anni fa, “trasportando” con sé queste specie.

Oltre al valore scientifico, la scoperta evidenzia l’importanza ecologica di queste foreste tropicali, tra le meno esplorate al mondo. Ambienti ricchi di biodiversità ma anche vulnerabili, minacciati dalla deforestazione e dallo sfruttamento delle risorse. Non a caso, i ricercatori hanno scelto di non divulgare le posizioni esatte degli avvistamenti, temendo il rischio di cattura illegale. La riscoperta di Dactylonax kambuayai e Tous ayamaruensis non è solo un evento eccezionale, ma anche un monito. Dimostra quanto ancora resti da conoscere in ecosistemi remoti e quanto sia fragile l’equilibrio che li sostiene. Secondo gli esperti, non è escluso che altre “specie Lazzaro” si nascondano tra le foreste della regione, in attesa di essere individuate. Anzi, «Ce ne sono quasi certamente altre – a detta di Flannery che ha anche fornito un’anticipazione: «ll piccolo wallaby delle foreste (Dorcopsulus) è un ottimo candidato». Nel frattempo, la priorità è comunque quella di proteggere questi habitat. Perché, dopo essere sopravvissuti nell’ombra per migliaia di anni, questi animali rischiano oggi di scomparire davvero, ma a causa dell’uomo.

Von der Leyen scavalca l’Europarlamento: il trattato Mercosur in vigore dal 1° maggio

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Dopo l’annuncio della presidente von der Leyen, la Commissione Europea ha formalizzato la ratifica: l’accordo UE-Mercosur, il gruppo economico dei Paesi del Sudamerica, entrerà in vigore in via provvisoria il prossimo 1° maggio. L’accordo costituisce una delle più ampie zone di libero scambio al mondo, azzerando o riducendo notevolmente i dazi tra i Paesi dei due blocchi. È stato ampiamente contestato da diversi Stati – come la Francia – e categorie di lavoratori, tra cui spiccano gli agricoltori, che temono che le più elastiche norme di controllo sulla produzione presenti in Sudamerica finiscano per avvantaggiare i beni provenienti da oltreoceano sul mercato domestico. L’entrata in vigore arriva dopo che tutti i Paesi del blocco Mercosur hanno ratificato l’accordo, ma non risulta definitiva: essa deve infatti venire approvata dal Parlamento Europeo, che tuttavia ha chiesto alla Corte di Giustizia europea di esprimersi sulla sua validità.

L’accordo, spiega la Commissione, sarà applicabile dal 1° maggio per tutti quei Paesi che abbiano completato le procedure di ratifica e che la abbiano notificata all’UE prima della fine di marzo – come già fatto da Argentina, Brasile e Uruguay, mentre si è in attesa della notifica del Paraguay. Secondo la Commissione, l’accordo garantirà anche “una maggiore collaborazione tra l’UE e il Mercosur su questioni globali urgenti quali i diritti dei lavoratori e i cambiamenti climatici. Creerà catene di approvvigionamento più resilienti e affidabili, fondamentali in particolare per il flusso prevedibile di materie prime critiche”.

L’applicazione provvisoria del trattato era stata annunciata da Von der Leyen già a fine febbraio: «lo avevo già detto: quando loro saranno pronti, noi saremo pronti. La Commissione procederà all’applicazione provvisoria dell’accordo», aveva dichiarato. Tuttavia, sono molti gli eurogruppi e i Paesi che si oppongono non solo all’accordo, ma anche alla modalità di applicazione scelta dalla presidente della Commissione – senza un voto dei parlamenti nazionali o del Parlamento europeo. Von der Leyen aveva infatti deciso di scavalcare l’Europarlamento dopo che questo aveva approvato la richiesta, presentata da un gruppo di eurodeputati di Sinistra, Verdi e parte dei Liberali, di rinviare alla Corte di Giustizia UE l’accordo per verificarne la compatibilità con i Trattati europei.

Ad opporsi agli accordi previsti dal Mercosur non sono tuttavia solo eurogruppi, entità del settore ed agricoltori, ma anche organizzazioni non corporative come quelle afferenti al Coordinamento Europeo della Via Campesina (ECVC), il ramo europeo del coordinamento internazionale che unisce agricoltori, allevatori, pescatori e popoli nativi di tutto il mondo che lottano per la difesa della sovranità alimentare. Secondo il Coordinamento, infatti, il Mercosur privilegia soprattutto gli interessi dell’agroindustria, intensificando la concorrenza sleale ed “esponendo gli agricoltori europei a importazioni prodotte secondo standard sociali, ambientali e sanitari che non sono equivalenti nella pratica e spesso impossibili da controllare efficacemente”.

Contrabbando tabacchi, blitz in Italia e all’estero: sequestri per 2,5 milioni

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È in corso in Italia e in alcuni paesi esteri un’operazione contro un’associazione criminale transnazionale dedita al contrabbando di tabacchi lavorati esteri. L’azione è condotta da Direzione investigativa antimafia, Guardia di finanza e Agenzia delle dogane e dei monopoli di Genova, sotto il coordinamento della Procura europea Eppo di Torino. L’intervento, con il supporto del Servizio di cooperazione internazionale di polizia, di Europol e della rete antimafia internazionale, mira all’esecuzione di misure cautelari personali e patrimoniali per circa 2,5 milioni di euro, somma ritenuta il provento dei reati contestati.

Animali selvatici, il TAR limita il piano del Governo: no ad abbattimenti indiscriminati

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Alcune delle misure più controverse del piano del Governo sulla gestione della fauna selvatica non potranno essere applicate. Il TAR del Lazio ha annullato tre parti del Piano straordinario adottato nel 2023, accogliendo il ricorso presentato da diverse associazioni ambientaliste e animaliste. La decisione riguarda aspetti che, secondo i giudici, non erano compatibili con la normativa italiana ed europea in materia di tutela degli animali.
Il piano contestato era stato presentato dal Governo con l’obiettivo di gestire e contenere alcune specie animali considerate problematiche, in particolare ...

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Referendum sulla giustizia: il NO vince con oltre il 53%

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Oggi alle 15 si sono chiusi i seggi per votare il referendum costituzionale sulla magistratura. La chiamata alle urne riguardava la legge costituzionale n. 253/2025, che intende riformare la magistratura. Il referendum è confermativo, e dunque non prevede quorum. La legge in esame istituirebbe un Consiglio Superiore dei Giudici (magistrati giudicanti) e un Consiglio Superiore dei Pubblici Ministeri (magistrati requirenti), che andrebbero a sostituire l’attuale Consiglio Superiore della Magistratura (CSM) – unificato per le due figure. L’obiettivo dichiarato è quello di evitare sovrapposizioni tra funzioni amministrative e giurisdizionali, separando le carriere dei magistrati. I Consigli sarebbero inoltre composti da giudici sorteggiati e non più eletti in maniera diretta, mentre la competenza dei provvedimenti disciplinari nei confronti dei magistrati, attualmente in mano al CSM, passerebbe a un’Alta Corte Disciplinare istituita ad hoc. Seguiremo lo spoglio delle schede in diretta su L’Indipendente.


“Prendo atto con rispetto della decisione del popolo sovrano. Non è nostra intenzione attribuire o meno a questo voto un significato politico. Ringraziamo la parte dell’elettorato che ci ha dato fiducia e comunque ci consola l’alta partecipazione al voto che conferma la solidità della nostra democrazia” ha dichiarato il ministro della Giustizia Nordio, in merito all’esito del referendum.


“La sovranità appartiene al popolo e gli italiani oggi si sono espressi con chiarezza. Il governo ha fatto quanto promesso, portare avanti una riforma della giustizia che era scritta nel nostro programma elettorale. Resta il rammarico per un’occasione persa di cambiare l’Italia”: così la premier Meloni, pochi minuti fa, in un comunicato diffuso sui social.


Tre quarti delle sezioni sono state scrutinate, e il No è avanti con il 54,13%. Ancora nessun commento dalla presidente Meloni e in generale dai leader della maggioranza.


Gli spogli non si fermano, e paiono confermare sempre più la vittoria del No, a ora avanti con il 54,25% dei voti con oltre 42mila sezioni scrutinate su 61mila. Dopo Conte, anche il leader di Italia Viva Matteo Renzi si è esposto, annunciando la vittoria del No.

“Quando il popolo parla, il Palazzo deve ascoltare. Noi dieci anni fa lo abbiamo fatto, Giorgia Meloni avrà lo stesso coraggio? Io mi sono dimesso da Premier, da Segretario, da tutto. Vedremo che farà Meloni dopo una sconfitta clamorosa“, ha scritto Renzi, chiedendo implicitamente le dimissioni della premier;


Siamo a oltre due terzi delle sezioni scrutinate, con il No avanti al 54,30%. Il leader del Movimento 5 Stelle Giuseppe Conte è il primo vertice di partito a esporsi, reclamando la vittoria del No: “Ce l’abbiamo fatta! Viva la Costituzione!” si legge in un post su X.


Intercettato dall’emittente La 7, il deputato di FdI Galeazzo Bignami ha dichiarato: “Quando gli italiani si esprimono è sempre da accettare. Era un provvedimento che avevamo nel programma elettorale e lo abbiamo sottoposto agli italiani. Sin dall’inizio abbiamo detto che in caso di vittoria del NO non ci sarebbero state ripercussioni sul governo”. I risultati sono ancora in fase di scrutinio, ma le dichiarazioni di Bignami paiono dare una prima conferma sulle proiezioni di vittoria del No.

Bignami fa riferimento alle dichiarazioni rilasciate da Giorgia Meloni prima del referendum, in cui la presidente del Consiglio aveva annunciato che in caso di vittoria del No non si sarebbe dimessa.


Con 33.379 sezioni scrutinate su 61.533, il No è al momento in vantaggio sul Sì, aggiudicandosi il 54,5% delle preferenze.


Con poco più della metà delle sezioni scrutinate (754 su 1.354), il Sì è in vantaggio al momento anche in Friuli-Venezia Giulia, registrando un 53,9% delle preferenze rispetto al No (46,08%).


In Veneto, il Sì registra per ora la maggioranza delle preferenze, aggiudicandosi il 58,35% contro il 41,65% del No, con 1.807 seggi scrutinati su 4.729.


Con poco meno della metà delle sezioni totali scrutinate (1.137 su 2.896) a Napoli il No è in netto vantaggio, segnando un 72,5% delle preferenze contro il 27,48% del Sì.


Pochi minuti dopo la chiusura dei seggi referendari è arrivata la notizia delle dimissioni di Cesare Parodi, presidente dell’ANM. La scelta sarebbe legata a “problemi personali” e non con il referendum.


Gli spogli procedono rapidamente: a ora ne sono state scrutinate 10.590 e il No risulta avanti al 54,49%. Tra gli scrutini, anche 2 delle 2.207 sezioni Esteri, in cui il No figura leggermente avanti con il 50,38%.


Iniziano a uscire i primi scrutini sul voto. A mezz’ora dalla chiusura delle urne il No figura avanti con il 53,35% delle preferenze. Per ora sono state scrutinate 1.642 sezioni su un totale di 61.533 (contando gli Esteri). Non è ancora passata al vaglio alcuna sezione Esteri.


Mentre inizia lo scrutinio delle schede, arriva il primo dato sull’affluenza: alla chiusura dei seggi, il dato si è attestato al 58,32%, in aumento rispetto all’ultimo referendum costituzionale sulla riduzione dei membri del Parlamento, arrivato a quota 51,12%. Su scala regionale, l’Emilia Romagna è la regione dove hanno votato la maggior parte degli aventi diritto, con il 65,86% dei voti, mentre all’ultimo posto figura la Sicilia con il 46,89%. I dati sull’affluenza registreranno lievi variazioni nelle prossime ore.

“Tortura e genocidio”: Francesca Albanese documenta (di nuovo) i crimini israeliani

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Francesca Albanese ha pubblicato un nuovo rapporto sui crimini israeliani in Palestina. Dopo aver svelato gli interessi economici che traggono profitto dal genocidio in corso, la relatrice speciale delle Nazioni Unite ha documentato la tortura sistematica riservata ai palestinesi dal 7 ottobre 2023, sia in carcere che fuori. Pestaggi, violenze sessuali, l’uso della fame come arma, uccisioni di massa: tutto condensato in venti pagine di rapporto, corredato da testimonianze e fonti indirette. “Quando la tortura viene perpetrata su un intero territorio — scrive Francesca Albanese — contro una popolazione in quanto tale e sostenuta attraverso politiche che distruggono le condizioni di vita, l’intento genocida risulta evidente“. Negli ultimi due anni diversi rapporti ONU, l’ultimo a settembre, hanno delineato i contorni della condotta genocida israeliana, finita anche sotto processo alla Corte Internazionale di Giustizia.

“Questo rapporto documenta come la tortura sia diventata parte integrante del dominio e della punizione inflitta a uomini, donne e bambini, sia attraverso abusi detentivi sia attraverso un’incessante campagna di sfollamenti forzati, uccisioni di massa, privazione e distruzione di tutti i mezzi di sussistenza. Il tutto per infliggere dolore e sofferenza collettivi a lungo termine”. Con queste parole Francesca Albanese apre il rapporto “Tortura e genocidio”, scritto in qualità di relatrice speciale ONU sui territori palestinesi occupati. Non si tratta di violenza accidentale, spiega la giurista italiana, bensì di un’architettura sistematica e coerente con le logiche del colonialismo di insediamento, dunque di espulsione della popolazione autoctona. Negli ultimi anni il numero di colonie illegali ai sensi del diritto internazionale è cresciuto a dismisura in Cisgiordania occupata, superando la quota dei 700mila coloni dislocati in centinaia di insediamenti. Nel pieno del genocidio a Gaza, il governo Netanyahu ha annunciato nuovi progetti coloniali, come il piano E1, che dividerà definitivamente la Cisgiordania in due tronconi, a loro volta ostacolati nella continuità territoriale dalla presenza di altri insediamenti illegali e checkpoint militari.

“L’uso della tortura contro i palestinesi come gruppo” si conferma come “un aspetto strutturale del genocidio in corso e del regime di apartheid israeliano”. Per tortura si intende “l’inflizione intenzionale di dolore o sofferenza, fisici o mentali, per scopi quali intimidazione e coercizione o per qualsiasi motivo basato sulla discriminazione”. Nonostante i tentativi di Tel Aviv di boicottare il suo lavoro, Francesca Albanese ha raccolto oltre 300 testimonianze, tra incontri telematici coi sopravvissuti e fonti indirette, quali rapporti indipendenti, relazioni ONU, dichiarazioni dei ministri israeliani e denunce delle ong. “La tortura — scrive Albanese — è sempre stata una caratteristica centrale dell’espropriazione dei palestinesi da parte di Israele. Tuttavia, dall’ottobre 2023, Israele lo ha utilizzato su una scala che suggerisce vendetta collettiva e intenti distruttivi“. A partire dalle carceri, dove il colono nonché ministro Itamar Ben-Gvir ha istituzionalizzato una vera e propria “politica del degrado”, tra pestaggi, detenuti incappucciati e costretti a terra, privazione della luce e del sonno, letti di ferro. A ciò si aggiungono gli innumerevoli casi di violenze sessuali e lo spettro della pena di morte, il cui iter legislativo procede spedito al parlamento israeliano.

La tortura israeliana verso i palestinesi non si limita ai centri detentivi. Come si legge nell’ultimo rapporto ONU, “a causa dell’impatto cumulativo di sfollamenti di massa, assedi, negazione di aiuti e cibo, violenza dei soldati e dei coloni senza freni, sorveglianza e terrore pervasivi, il territorio palestinese occupato è diventato uno spazio di punizione collettiva“. Qui “la violenza genocida ha conseguenze mentali e fisiche a lungo termine per la popolazione occupata”, sottolinea la relatrice speciale delle Nazioni Unite, inquadrando le politiche israeliane nel progetto di una nuova Nakba, dunque l’esodo forzato del popolo palestinese.

In un passaggio importante del suo rapporto, Francesca Albanese riconosce la sumud dei palestinesi, ovvero la capacità di resistere ai crimini israeliani con dignità e fermezza, frapponendosi con la vita alla conquista totale della propria terra. La tortura praticata sistematicamente da Israele punta a spezzare questa resistenza, come lasciato intendere dal colono-ministro delle Finanze Bezalel Smotrich durante il genocidio nella Striscia di Gaza: «Saranno totalmente disperati, capiranno che non c’è speranza né nulla da cercare a Gaza e cercheranno un trasferimento per iniziare una nuova vita in altri luoghi».

Richiamando le precedenti 58 raccomandazioni, la relatrice speciale dell’ONU si rivolge innanzitutto a Israele, che “dovrebbe immediatamente cessare tutti gli atti di tortura e maltrattamenti nei confronti del popolo palestinese come parte del genocidio in corso. Ciò richiede, come precondizione fondamentale, lo smantellamento del regime di apartheid che tanto la Corte Internazionale di Giustizia (CIG) quanto l’Assemblea generale ONU ritengono violare il diritto del popolo palestinese all’autodeterminazione“. Si chiede poi l’accesso, ad oggi negato, agli esperti indipendenti delle Nazioni Unite per condurre indagini approfondite sui crimini commessi. Conscia dei muri istituzionali eretti da Israele, sfociati in duri attacchi e persecuzioni perpetrati con l’alleato americano, Francesca Albanese si rivolge poi ai Paesi membri dell’ONU. L’obiettivo è fare pressione su Tel Aviv, affinché si allinei al diritto internazionale. Si tratta d’altronde di un obbligo previsto da quest’ultimo, per evitare complicità perseguibili legalmente, come ricordato dalla CIG durante il processo a Israele.

Alla fine del suo rapporto Francesca Albanese si rivolge all’altro organo giudiziario internazionale, la Corte Penale (CPI), chiedendo di spiccare mandati di arresto nei confronti dei ministri israeliani Ben-Gvir, Katz e Smotrich. A fine 2024 la CPI aveva ordinato l’arresto del premier Benjamin Netanyahu e del ministro Gallant, non trovando alcuna collaborazione tra i 120 Paesi membri. Italia inclusa, che ha permesso a Netanyahu di sorvolare i propri cieli per raggiungere Washington. D’altronde nell’attuale fase di crisi, come ricordato dal capo della Farnesina Antonio Tajani, il diritto internazionale conta, ma fino a un certo punto.

Colombia, precipita un aereo militare: almeno 80 dispersi

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Un aereo dell’Aeronautica militare colombiana è precipitato nel sud del Paese, vicino al confine con il Perù. Secondo le ricostruzioni mediatiche, a bordo dell’aereo si trovavano tra gli 80 e i 110 militari. L’aereo, un Hercules utilizzato per il trasporto truppe, è precipitato nei pressi della città di Puerto Leguízamo, nella provincia di Putumayo. Sul posto sono state spedite le squadre di soccorso, per trovare i dispersi e prestare cura agli eventuali soccorsi. Ancora ignote vittime e feriti.

Una mano nel buio, 67.800 anni fa: scoperta in Indonesia l’arte più antica del mondo

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stencil mano indonesia

C’è una macchia di pigmento rosso sbiadito su una parete rocciosa di un’isola indonesiana, che misura quattordici centimetri per dieci. A guardarla senza sapere, non sembrerebbe nulla di speciale. Eppure quella piccola traccia – il profilo di una mano umana impresso soffiando colore sulla pietra – è il gesto artistico più antico che l’umanità abbia mai lasciato e risale ad almeno 67.800 anni fa.

La scoperta, pubblicata sulla rivista Nature e condotta da un team internazionale guidato dalle università australiane Griffith University e Southern Cross University e dall’agenzia indonesiana per la ricerca BRIN, ribalta ancora una volta le mappe delle origini della nostra specie. Non in Europa, non nelle grotte di Lascaux o di Altamira: il più antico impulso umano a lasciare un segno nel mondo è nato sull’isola di Muna, nel Sulawesi sudorientale.

stencil mano indonesia

Il ritrovamento si trova nella grotta di Liang Metanduno, un sito già noto agli archeologi e persino ai turisti, le cui pareti più visibili ospitano pitture più recenti – galline, animali domestici – databili a circa 4mila anni fa. Ma nel 2015, il ricercatore indonesiano Adhi Oktaviana notò qualcosa di sbiadito dietro quelle immagini familiari. Strati più profondi, quasi invisibili. «Nessuno le aveva mai viste», ha raccontato. «Nessuno sapeva nemmeno che fossero lì».

Per datare l’opera, gli scienziati hanno sfruttato un processo naturale: nel tempo, un sottile velo di calcite, derivato dall’acqua che scorre sulla roccia, si deposita sopra le pitture. Quell’acqua contiene tracce di uranio, che decade lentamente in torio. Misurando il rapporto tra i due elementi – con una precisione oggi disponibile solo ai laboratori più avanzati – si risale all’età del deposito minerale, e quindi all’età minima del dipinto sottostante. Il risultato: 67.800 anni.

La tecnica più antica dell’arte umana è uno stencil in negativo: si appoggia la mano alla parete, si soffia il pigmento tutt’attorno, si toglie la mano e rimane il contorno. Ma questa non è una mano qualsiasi. La punta di un dito appare rastremata artificialmente, come se l’artista avesse aggiunto pigmento o mosso la mano durante l’esecuzione per trasformare un dito umano in qualcosa di diverso, forse un artiglio. Il professor Adam Brumm, co-responsabile della ricerca, lo spiega con cautela e meraviglia insieme: «Quest’arte potrebbe simboleggiare l’idea che esseri umani e animali fossero strettamente connessi, qualcosa che sembra già emergere nelle pitture più antiche di Sulawesi, con almeno un caso di scena raffigurante figure che interpretiamo come rappresentazioni di esseri in parte umani e in parte animali».

Da sinistra: professor Maxime Aubert, Budianto Hakim, professor Adam Brumm e il dottor Adhi Agus Oktaviana

Il record precedente apparteneva a uno stencil, sempre di una mano, trovato nella grotta spagnola di Maltravieso, datato a 66.700 anni fa e attribuito ai Neanderthal, unici abitanti d’Europa in quell’epoca. Il reperto indonesiano è più antico di oltre mille anni ed è certamente opera dell’Homo sapiens. Ma il dato che forse conta di più non è il primato in sé. È ciò che la grotta racconta nel suo insieme: l’attività artistica documentata a Liang Metanduno si protrasse per almeno 35mila anni, fino a circa 20mila anni fa. Un arco di tempo più lungo dell’intera storia scritta dell’umanità. Generazioni su generazioni tornarono nello stesso luogo buio, con lo stesso gesto, per lasciare un segno. Come a dire: “Sono stato qui”.

«È ora evidente», ha dichiarato il professor Maxime Aubert, archeologo e geochimico della Griffith University e co-direttore dello studio, «che Sulawesi ospitava una delle culture artistiche più ricche e durature del mondo, con origini nella storia più remota dell’occupazione umana dell’isola, almeno 67.800 anni fa».

La scoperta ha implicazioni che vanno ben oltre la storia dell’arte. Gli archeologi la usano per rileggere le rotte di migrazione dei primi esseri umani verso l’Australia: si pensava che i progenitori degli Aborigeni avessero attraversato il Sud-Est asiatico tra 50 e 65mila anni fa, ma la presenza di questa pittura suggerisce che la migrazione avvenne ancora prima, e che chi percorse quelle rotte non stava solo sopravvivendo, ma portava con sé un immaginario, una cultura, un bisogno di simboli.

Sessantasettemilaottocento anni fa, qualcuno si è inginocchiato nel buio di una grotta, ha appoggiato la mano sulla roccia e ha soffiato. Forse per magia, forse per devozione, forse semplicemente per dire al mondo che esisteva. Non sapeva che quella mano sarebbe rimasta e che avrebbe potuto riscrivere la storia per come oggi la conosciamo.

(Le foto sono presenti in questo articolo state diffuse dalla Griffith University)

Come Pokémon Go ha usato un videogame per mappare il mondo

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Molto di ciò che viene sfiorato dall’immaginario Pokémon tende a generare un certo grado di successo. Spesso basta affiggere l’immagine colorata di un Pikachu per ottenere, se non un trionfo assicurato, quantomeno l’attenzione del grande pubblico, ampliando la portata di un prodotto che, altrimenti, rischierebbe di rimanere sugli scaffali. È stato così anche per Pokémon Go, il videogioco che dieci anni fa ha scosso il settore mobile inaugurando una moda capace di convogliare desideri ludici e dinamiche comunitarie in un’esperienza virale più unica che rara. Con milioni di giocatori attivi in t...

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Zimbabwe: arrestato leader dell’opposizione

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Lo Zimbabwe ha arrestato l’ex ministro delle Finanze Tendai Biti, il principale oppositore politico degli emendamenti costituzionali con i quali verrebbe prolungato il mandato dell’attuale presidente del Paese, rendendo la carica elettiva da parte del Parlamento anziché dal popolo. Di preciso, tale modifica allungherebbe il mandato del presidente Emmerson Mnangagwa, 83 anni, in carica dal 2017, di due anni. Il mandato dovrebbe terminare nel 2028. Biti guida il Constitutional Defenders Forum (CDF), un gruppo che si batte contro gli emendamenti, ed è accusato di aver tenuto una riunione pubblica senza avvisare la polizia. Negli ultimi mesi, la polizia ha vietato le riunioni o arrestato persone che si erano riunite per contestare la misura.