martedì 10 Marzo 2026
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Gli italiani spendono oltre 5 miliardi per le cure fuori casa: è la cifra più alta di sempre

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Nel 2023 gli spostamenti interregionali per le cure hanno raggiunto il loro massimo storico, con una spesa complessiva di 5,15 miliardi di euro. Lo ha attestato il nuovo rapporto della Fondazione Gimbe, presentato in occasione dell’apertura del trentennale dell’ente, disegna una geografia sanitaria a due velocità, evidenziando le pesanti conseguenze sui bilanci familiari e sull’equità del Servizio Sanitario Nazionale. Lombardia, Emilia-Romagna e Veneto concentrano da sole il 95% del saldo attivo complessivo, mentre Calabria, Campania, Puglia, Sicilia, Lazio e Sardegna assorbono quasi l’80% del passivo. La Fondazione avverte che, ormai, per centinaia di migliaia di cittadini la mobilità sanitaria non è più una scelta, ma una necessità.

«I saldi regionali – ha dichiarato il presidente di Gimbe, Nino Cartabellotta – evidenziano un’enorme frattura strutturale tra Nord e Sud. Le sole Regioni con un saldo positivo superiore a 100 milioni si trovano tutte al Nord, mentre quelle con un saldo negativo oltre 100 milioni appartengono tutte al Mezzogiorno, con l’eccezione del Lazio. La mobilità sanitaria riguarda prevalentemente i ricoveri ospedalieri e non restituisce le diseguaglianze nell’assistenza territoriale e socio-sanitaria: il divario reale tra le Regioni è ancora più marcato». Il rapporto mostra come la mobilità attiva, ovvero i crediti vantati dalle Regioni che curano malati provenienti da altri territori, vede ai primi posti Lombardia (23,2% del totale), Emilia-Romagna (17,6%) e Veneto (11,1%). Sul fronte opposto, la mobilità passiva – i debiti contratti verso altre Regioni per far curare i propri assistiti – grava in particolare su Lazio, Campania e Lombardia, ciascuna con oltre 400 milioni di euro di esborso. In termini di saldo, spiccano i positivi rilevanti di Lombardia (645,8 milioni), Emilia-Romagna (564,9 milioni) e Veneto (212,1 milioni), mentre i passivi più pesanti toccano Calabria (-326,9 milioni), Campania (-306,3 milioni) e Puglia (-253,2 milioni).

La mobilità coinvolge per lo più ricoveri e prestazioni specialistiche: l’Agenzia per i servizi sanitari regionali, Agenas, ha rilevato che circa l’80% della mobilità per ricoveri è «effettiva», cioè dipende dalla scelta del paziente; quella legata all’urgenza o alla discrepanza di domicilio vede invece quote assai più contenute. Per quanto concerne le prestazioni ambulatoriali, la mobilità riguarda in particolare terapie, diagnostica strumentale e analisi di laboratorio. Il dato più significativo è quello che vede oltre la metà del denaro investito fuori regione finire nelle casse di strutture private accreditate: 1.966 milioni (54,5%) contro 1.643 milioni (45,5%) destinati al pubblico. In Molise, addirittura, il privato assorbe il 90,2% della mobilità attiva. Seguono Lombardia (71,1%) e Lazio (63,8%). «La quota di mobilità che confluisce verso il privato convenzionato – spiega Cartabellotta – non è omogenea in tutte le Regioni, perché dipende dall’offerta e dalle capacità attrattive di strutture private d’eccellenza».

Nelle scorse settimane, un altro importante report – pubblicato dal Centro per la Ricerca Economica Applicata in Sanità (CREA) – ha attestato come, nell’arco degli ultimi 40 anni, la spesa sanitaria privata delle famiglie italiane sia più che raddoppiata, attestandosi a una cifra pari a 43 miliardi di euro. Secondo la ricerca, nel medesimo periodo la copertura pubblica della spesa sanitaria è scesa dall’81% al 72,6%. Oltre il 70% dei nuclei familiari sostiene oggi costi di tasca propria, una quota cresciuta di 19 punti percentuali dagli anni Ottanta. L’aumento ha colpito soprattutto le famiglie più povere e meno istruite, che spendono fino al 6,8% del loro reddito in sanità, contro il 4,3% delle famiglie benestanti. La quota di spesa sanitaria privata sostenuta dal 60% delle famiglie meno abbienti è infatti cresciuta dal 27,6% al 37,6% dell’intera spesa privata, indicando un impatto regressivo.

Tornado in Michigan, almeno 4 morti e ingenti danni

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Nel pomeriggio di ieri, 6 marzo, un violento tornado ha colpito Union City, nello stato americano del Michigan, causando morti, feriti e gravi danni. Il fenomeno si è sviluppato durante una forte ondata di maltempo che ha interessato il Midwest degli USA, distruggendo abitazioni, sradicando alberi e abbattendo linee elettriche, lasciando molte persone senza corrente. Secondo le autorità locali, almeno tre persone sono morte nell’area vicino a Union Lake e diversi residenti sono rimasti feriti. Squadre di emergenza e volontari sono intervenuti per soccorrere la popolazione. Altri tornado hanno colpito il sud del Michigan, portando il bilancio complessivo ad almeno quattro vittime.

”Saluterò di nuovo il sole”, una poesia di Forugh Farrokhzād (1962)

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Saluterò di nuovo il sole
e il torrente che mi scorreva in petto,
saluterò le nuvole dei miei lunghi pensieri
e la crescita dolorosa dei pioppi in giardino
che con me hanno percorso le aride stagioni.
Saluterò gli stormi di corvi
che a sera mi portavano in dono
l’odore dei campi notturni.
Saluterò mia madre, che viveva nello specchio,
immagine della mia vecchiaia.
E saluterò la terra, il suo desiderio ardente
di ripetermi e riempire di semi verdi
il suo ventre infiammato,
sì, la saluterò
la saluterò di nuovo.
Arrivo, arrivo, arrivo,
con i miei capelli come odori
che sgorgano dal sottosuolo
e gli occhi miei, l’esperienza densa del buio.
Con gli arbusti che ho strappato ai boschi oltre il muro.
Arrivo, arrivo, arrivo,
e la soglia trabocca d’amore
ed io ad attendere quelli che amano
e la ragazza che è ancora lì,
nella soglia traboccante d’amore, io
la saluterò di nuovo.

Forugh, la giovane poetessa di Teheran, influente ma scandalosa nella sua patria perché paladina di una specifica, indipendente visione femminile, adorata prima e dopo la morte come un profeta, come chi sa abbracciare l’universale e insieme a questo l’intimità, la tenerezza e l’intransigenza, la visione e l’incantesimo.

“Salutare”, “arrivare” sono dichiarazioni prima di tutto di un esserci, questione non da poco per una donna iraniana che fa poesia prima ancora che si affermi la rivoluzione islamica guidata dall’āyatollah Khomeini. 

La sua voce poetica ha assunto una vasta fama nel suo Paese che è tanto, per tradizione, sensibile alle parole dei cantori, una voce che sa essere lirica e insieme sociale, politica, come se la poesia fosse declamata durante un comizio o una preghiera collettiva. La poesia che in Persia-Iran ha il respiro dei cori della tragedia greca, che funziona come un oracolo seducente e combattente, araldo di verità sottaciute che il potere vorrebbe amministrare come sua proprietà, schiacciandole nella obbedienza cieca a norme arcaiche.

No, no, la poetessa è seducente, non perché è donna, e le spetterebbe tale prerogativa, lei è seducente perché l’amore non è un sentimento ma una energia necessaria a ottenere una visione convincente delle cose. Fuori dall’amore, fuori dagli urti della tragedia, c’è soltanto sopravvivenza, indifferenza, apatia.

Averro è, il filosofo arabo commentatore di Aristotele, scrive intorno al 1180 d.C. sull’alternanza di finito e infinito, sui confini dell’anima e del corpo, sulla consistenza e inconsistenza della realtà. “L’esperienza densa del buio”, “il ventre infiammato” della terra, in questa poesia sembrano attinenti al clima oscuro da lei vissuto, ai contorni insicuri del quotidiano, a una vita libera – per quanto era possibile –- carica di insidie dal punto di vista di una donna. «Tutti temono,/ tutti hanno paura, ma io e te/ siamo legati alla fiamma all’acqua allo specchio/ e non temiamo nulla… parlo delle nostre mani innamorate/ che sopra le notti han costruito un ponte» (scrive in La Conquista del Giardino).

La sua  indole ‟personale, spregiudicata e ribelle’’, gli atteggiamenti anticonformisti sono ben noti alla poesia iraniana e alle sue scrittrici (si veda l’accurato studio di Nahid Norozi, La mia spada è la poesia, WriteUp, Roma 2023). «Il paradosso è che se da un lato le spinte moderniste… invitavano a sviluppare, per la prima volta nella storia della letteratura persiana,…un sentimento lirico personale, il canone socio-letterario prescriveva che il corpo della donna fosse rappresentato come unico oggetto erotizzabile», ha scritto D. Ingenito, curatore della summa della sua opera (Giunti-Bompiani).

«Quando la mia fede era impiccata/ alle fragili corde della giustizia/ e in tutta la città/ facevano a pezzi il cuore dei miei occhi» (canta Forugh in Una finestra).

Un’altra grande voce iraniana, Simin Behbahâni declamava così con passione il pianto per una giovane donna, martire della libertà: «Non era piombo che la mano della Tirannia/ aveva scaricato sulla sua veste // ma una stella che dal tetto del cosmo/ era stillata nel calice del suo corpo…» (Dodici fontane di sangue, giugno 1985). 

Risuona ancora, sempre l’urlo della poesia…

Palermo, corruzione nella sanità: 6 arresti, sequestrati 1,2 milioni

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La Squadra mobile di Palermo ha eseguito sei misure cautelari nell’ambito di un’indagine della Procura su presunti episodi di corruzione nella sanità pubblica. L’inchiesta, condotta tra il 2024 e il 2025 dalla sezione anticorruzione, riguarda reati contro la pubblica amministrazione legati al riconoscimento di stati invalidanti. Ai domiciliari è finito un 65enne ritenuto “facilitatore” delle pratiche, nel cui possesso sono stati sequestrati oltre 1,2 milioni di euro in contanti. Arresti domiciliari anche per un ortopedico dell’Azienda Sanitaria Provinciale di Palermo e per un imprenditore di forniture ortopediche. Altri tre indagati sono stati colpiti da obbligo di firma e misure interdittive.

Nelle carceri italiane il numero delle morti “da accertare” è più che triplicato

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Nei dodici mesi del 2025, il sistema penitenziario italiano ha registrato 254 decessi tra i detenuti, con un aumento rispetto ai 246 attestati nell’anno precedente. Lo attesta l’ultimo report del Garante dei Detenuti, da cui emerge però un fenomeno specifico e allarmante: a subire un’impennata, passando dai 16 casi del 2024 ai 50 dello scorso anno, sono i decessi classificati come «cause da accertare». Questo forte incremento – i casi sono più che triplicati – richiede, secondo il rapporto, «un’indagine per comprenderne le ragioni e adottare eventuali misure correttive». L’aumento dei decessi avviene in un contesto di costante crescita della popolazione carceraria, che ha raggiunto una presenza media di 62.841 unità, con un incremento che ha toccato quasi il 17% rispetto al 2021.

Nello specifico, la categoria «cause da accertare» tiene in considerazione quei decessi le cui ragioni, almeno al momento della rilevazione statistica, non sono ancora state determinate con certezza. Il report ricorda come i fattori da cui ciò può dipendere siano vari. Tra questi, ci sono ad esempio accertamenti medico-legali ancora in corso, risultati dell’autopsia non ancora disponibili, il fatto che l’evento richieda ancora ulteriori accertamenti o che l’indagine dell’evento sia stata presa in carico dall’autorità giudiziaria. Si tratta dunque di una classificazione provvisoria, destinata a essere ricondotta, una volta completati gli esami, ad altre voci, come cause naturali, suicidio o omicidio.

Nell’analisi complessiva, i 254 decessi del 2025 si suddividono in 125 per cause naturali (quasi la metà del totale) e 76 suicidi, oltre appunto ai 50 in attesa di accertamento e a 3 decessi accidentali. Il report sottolinea come il numero di suicidi, pur in calo rispetto agli 83 del 2024, resti un’emergenza, con un’incidenza maggiore tra la popolazione straniera (1,74%) rispetto a quella italiana (0,95%) e tra le donne (2,18%) rispetto agli uomini (1,15%). Tra queste, 14 morti sono state registrati come “Esterno istituto”: si riferiscono a soggetti deceduti al di fuori delle strutture carcerarie, ad esempio in occasione di trasferimenti ospedalieri, ricoveri sanitari o, in altri casi, durante permessi o misure alternative alla detenzione.

L’analisi territoriale mostra una concentrazione drammatica in alcune regioni. La Campania e la Lombardia guidano la triste classifica con 40 decessi ciascuna, seguite dal Lazio con 30. Solo in tre regioni si concentra quasi un terzo della mortalità carceraria nazionale. All’interno del rapporto si evidenzia in maniera significativa il fenomeno del sovraffollamento. I numeri sono chiari: all’interno dei 55 istituti in cui si sono verificati suicidi, l’indice medio di affollamento si attesta al 151,50%, con punte che superano il 200% in strutture come Milano San Vittore e Foggia. In media, si legge nel documento, «per ogni 100 posti regolamentari disponibili sono presenti circa 152 detenuti». Gli effetti che questa compressione comporta «in termini di spazi vitali, accesso ai servizi, possibilità di svolgere attività trattamentali e condizioni igienico-sanitarie» rappresentano fattori che incidono anche «nella considerazione del quadro delle ampi vicende suicidaria», ricorda il Garante.

Osservando le statistiche sui decessi, emerge un quadro di fragilità diffusa. Tra le persone decedute per cause naturali, l’età media è di 51 anni, significativamente inferiore all’aspettativa di vita della popolazione generale, e ben 41 detenuti (il 33% del totale) avevano una pena residua pari o inferiore ai tre anni, che avrebbe potuto consentire loro un prossimo ritorno in libertà. L’analisi dei suicidi rivela che ben 46 vittime (la maggioranza, dunque) erano state precedentemente coinvolte in eventi critici di auto-danno intenzionale; tra queste, 17 erano state protagoniste di precedenti tentativi di suicidio. In chiusura, il Garante afferma che i numeri contenuti nel rapporto «sollecitano analisi individualizzate da parte delle Amministrazioni interessate, quella penitenziaria e il servizio sanitario nelle sue articolazioni territoriali».

USA e Ecuador bombardano campo di narcos al confine con la Colombia

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Operazione congiunta tra Stati Uniti ed Ecuador contro il narcotraffico nel Paese sudamericano. Il United States Southern Command e il Ministero della Difesa ecuadoriano hanno riferito di «operazioni cinetiche letali», senza precisare se vi siano stati morti o arresti. L’azione, denominata “Sterminio totale”, ha impiegato elicotteri, aerei, battelli fluviali e droni per individuare e bombardare un campo di addestramento nel nord-est dell’Ecuador, vicino al confine con la Colombia. La struttura apparteneva ai Comandos de la Frontera, gruppo criminale formato da dissidenti delle FARC. Il presidente Daniel Noboa ha fatto della repressione militare delle organizzazioni criminali uno dei pilastri della sua politica.

Il fronte delle immagini IA: come Iran e Occidente lottano per il monopolio della “verità”

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Negli ultimi giorni, hanno iniziato a circolare fotografie di missili balistici che solcano i cieli  di Tel Aviv, pubblicate da pagine di propaganda filo-iraniane. L’obiettivo era  dimostrare che i tanto decantati sistemi di difesa israeliani non sono poi la muraglia  invalicabile che si vuole far credere. Queste immagini sono risultate successivamente generate dall’intelligenza artificiale. L’esperienza maturata con la guerra in Ucraina (il primo conflitto ampiamente documentato in tempo reale via social) ha mostrato quanto i tradizionali protocolli di  verifica fatichino a tenere il passo con la velocità della circolazione informativa. Nonostante la smentita, quelle immagini, in quanto simbolo, hanno prodotto comunque il  loro effetto psicologico, permettendo agli ambienti informativi filo-iraniani di assaporare  rappresentazione simbolica di una vendetta a lungo attesa. Quella che si va delineando è un nuovo fronte della guerra dell’informazione che mette in campo generatori di immagini false sulle sponde dei campi di battaglia.

Alla produzione di immagini artefatte – che pure esistono e vanno denunciate – ha fatto immediatamente seguito l’attivazione del meccanismo della smentita ufficiale. Esemplare, in questo senso, un contenuto della BBC che ha prontamente smascherato le immagini AI. 

Un servizio giornalisticamente ineccepibile, ma che ignora il contesto: la  BBC – e in particolare il suo World Service – è storicamente considerata uno strumento di  soft power britannico, finanziata per anni dal Foreign Office e tutt’oggi allineata con le  narrazioni occidentali e, su molti dossier, con Israele. Il fact-checking diventa così anche un atto politico: smascherare il falso iraniano significa, nel medesimo gesto, riaffermare la  superiorità informativa del proprio schieramento. In mezzo, una domanda sempre più urgente, ma che nessuno sembra volersi porre: chi decide, oggi, cos’è vero? E con quali strumenti, e soprattutto con quale autorità? 

La vicenda assume contorni paradossali se si analizza il ruolo giocato dagli stessi  strumenti di IA nella certificazione della notizia. Diverse immagini hanno superato il vaglio  di Grok, l’intelligenza artificiale integrata nella piattaforma X di Elon Musk, che le ha etichettate come reali. Un episodio che rivela una crepa fondamentale nell’architettura della verifica contemporanea: le IA, per quanto sofisticate, sono soggette a bias algoritmici e si rivelano insufficienti se usate da sole. La validazione richiede ancora  l’intervento umano, capace di andare oltre l’impressione visiva. Il fact-checking tradizionale si basa su analisi comparative: confronto tra diverse fonti, verifica della coerenza architettonica con le mappe satellitari e altri strumenti specifici per ogni situazione. In assenza di certezze, di fronte ad immagini che presentano i tipici difetti delle generazioni IA, la prassi migliore resta il beneficio del dubbio. 

Esistono poi diversi paradossi tecnologici. Alcune piattaforme hanno iniziato a sperimentare sistemi di tracciabilità come lo standard C2PA, che permette di incorporare metadati crittografici al momento della generazione dell’immagine. Si tratta però di tecnologie recenti, lungi dall’essere universali: la maggior parte delle piattaforme non è ancora attrezzata per leggerle, e si affida alle segnalazioni di fact-checker, un  processo più lento e fallibile. 

Il vero punto debole, però, è la fragilità del manufatto digitale. I metadati sono facilmente eliminabili: immagini e video che diventano virali subiscono screenshot, ricompressioni, passaggi su WhatsApp o Telegram, perdendo irrimediabilmente le informazioni di origine. Anche il sistema più avanzato si trova così di fronte a un’immagine muta, incapace di raccontare la propria provenienza. Ma questa stessa fragilità tecnica è anche ciò che permette la circolazione libera dell’informazione: se ogni foto fosse permanentemente tracciabile, sarebbe impossibile per un testimone oculare in una zona di conflitto condividere ciò che ha visto senza passare attraverso i filtri delle redazioni centralizzate. 

Questa ritrovata libertà, che restituisce pluralismo all’informazione, porta però con sé una  sfida: la frammentazione delle fonti rende oggi più difficile distinguere il reporter  indipendente dal propagandista. È il paradosso della democrazia informativa: più voci possono parlare, più è complesso orientarsi. Un prezzo da pagare, che ha come alternativa il ritorno censorio ai monopoli dell’informazione.

Il pericolo più concreto è che in tempi di escalation militari queste rappresentazioni finte  possano innescare reazioni reali da parte degli Stati. In uno scenario di tensione altissima,  dove i tempi di decisione si riducono a pochi minuti, un’immagine virale di un “attacco in  corso” potrebbe teoricamente influenzare i decisori politici o essere fraintesa dai sistemi di intelligence. Se un governo agisse sulla base di un falso credendolo vero, il confine tra simulacro e realtà verrebbe meno, con conseguenze incalcolabili. 

Quando Khamenei è stato ucciso, è diventata virale questa immagine che mostra il corpo della vecchia Guida Suprema iraniana sotto le macerie

Il problema etico sollevato da questi episodi, tuttavia, non nasce con l’avvento  dell’intelligenza artificiale, ma affonda le radici in una questione più profonda, di natura  epistemologica: come facciamo a sapere ciò che sappiamo? Chi è autorizzato a certificare la verità in un’epoca in cui la rappresentazione della realtà è divenuta tecnicamente indistinguibile dalla realtà stessa? 

L’Iran forma ogni anno centinaia di migliaia di laureati in discipline STEM, ma la macchina della delegittimazione occidentale resta più forte sul piano mediatico. Lo abbiamo già visto in passato: un meccanismo subdolo ed efficace, dove si prende un falso, lo si smaschera, e si estende il sospetto a tutto l’universo informativo dell’avversario.

Questa dinamica rivela il cuore del problema, che è anche strutturale: gli sviluppatori dei  sistemi automatizzati di tracciabilità e verifica delle immagini – dalla Content Authenticity  Initiative (CAI) di Adobe, passando per gli standard C2PA (coalizione che include Adobe,  Microsoft, Intel e la BBC) e strumenti come InVID (progetto finanziato dalla Commissione Europea nell’ambito del progetto Horizon) – così come i media che detengono successo e  riconoscimento internazionale, sono in stragrande maggioranza occidentali. Questo crea  uno scompenso epistemologico di partenza. Non esistono, al momento, sistemi di  tracciabilità sviluppati in paesi del Global South con pari diffusione e riconoscimento  internazionale. La certificazione della verità avviene quindi sempre e comunque attraverso  infrastrutture cognitive e tecnologiche che appartengono a una delle parti in conflitto. 

Le nuove tecnologie di verifica, se rimangono a disposizione esclusiva di chi detiene già l’egemonia culturale e tecnologica, rischiano così di diventare non strumenti di verità, ma armi di delegittimazione preventiva. Finché un post falso iraniano verrà smascherato da un apparato di fact-checking che vede la partecipazione attiva delle principali testate giornalistiche occidentali – non sempre semplici utilizzatrici, ma co-progettiste degli standard e delle tecnologie di verifica, mentre un post tendenzioso della controparte verrà ignorato, giustificato o semplicemente non sottoposto allo stesso vaglio, la “guerra delle immagini” rimarrà un conflitto a senso unico.  

La radice del problema resta quella di sempre: la verità non è mai stata solo una questione di fatti, ma di chi ha il potere di certificarla. Oggi, però, questo potere è  incorporato negli algoritmi, nei metadati, nei protocolli di autenticazione. E in questo nuovo campo di battaglia, vince chi riesce a stabilire non solo cosa è vero, ma chi è autorizzato a dirlo, e con quali strumenti.

La querela di Coldiretti contro un’attivista di Ultima Generazione è diventata un boomerang

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Dopo un braccio di ferro giudiziario durato due anni, la querela intentata da Coldiretti all’attivista di Ultima Generazione Miriam Falco è stata archiviata. Lo ha stabilito il giudice per le indagini preliminari (GIP) del Tribunale Ordinario di Roma, facendo crollare l’ipotesi del reato di diffamazione. L’intervento al programma televisivo Prima di domani con cui Miriam Falco ha accusato Coldiretti di concentrare nelle proprie mani i contributi europei erogati nell’ambito della crisi del settore ittico si è mosso nel perimetro del diritto di critica e di cronaca. «Sono andata in TV per raccontare onestamente come stanno le cose e sono contenta che sia stato riconosciuto», ha commentato l’attivista, aggiungendo: «Mi fa meno piacere che persone con molto potere e molti mezzi (e molto tempo libero?) si mettano a denunciare una semplice cittadina che li sta mettendo in discussione su questioni che riguardano tutte e tutti». 

Nel suo intervento, “Miriam Falco — scrive il gip romano — ha attribuito la crisi del settore ittico al fatto che gli operatori sarebbero costretti a vendere il loro prodotto alla grande distribuzione ad un prezzo non sufficiente a coprire i costi, nonché al fatto che i contributi europei sarebbero appannaggio di un’unica associazione, Coldiretti, e non sarebbero invece distribuiti agli operatori in difficoltà”. Ancora, si legge nel decreto di archiviazione: “il breve intervento dell’indagata deve essere letto come l’espressione sintetica dell’analisi di un problema e, cioè, che le piccole aziende, gli operatori non riuniti in consorzi e, in generale, tutte le realtà di piccole dimensioni, avevano avuto difficoltà ad accedere a misure di sostegno, a differenza degli operatori associati, ai quali era infine andata la gran parte dei contributi”. Era il 15 febbraio del 2024 e Miriam Falco, attivista di Ultima Generazione, muoveva “una critica lecita ed espressa in forme continenti” all’operato di Coldiretti. Di tutta risposta la maggiore organizzazione agricola in Italia, capace di contare più di 5mila associati, querelò per diffamazione l’attivista. 

Lunedì 2 marzo il giudice per le indagini preliminari (GIP) del Tribunale Ordinario di Roma ha posto fine a due anni di braccio di ferro giudiziario, archiviando la querela e ritenendo l’intervento di Miriam Falco espressione del diritto di cronaca e di critica. «Far passare la critica come calunnia è la nuova avanguardia del bavaglio?», si chiede l’attivista, commentando la sentenza di archiviazione. A farle eco è Ultima Generazione, definendo il caso un esempio di querela temeraria, «uno strumento del potere per reprimere il dissenso». Un fenomeno che spesso vede coinvolti giornalisti e attivisti, al centro di «un’azione legale infondata, presentata in malafede o con colpa grave, al solo scopo di intimidire o bloccare (SLAPP – Strategic Lawsuit Against Public Participation) il soggetto querelato». Anche concludendosi con un’archiviazione, la querela comporta spese e si traduce in una condizione di precarietà. Per questo motivo, nel 2024 il Parlamento europeo ha approvato la direttiva anti-SLAPP, che permette ai giudici di archiviare più rapidamente le cause manifestamente infondate, prevedendo anche delle sanzioni economiche per chi abusa del sistema giudiziario. L’Italia, che in Europa è maglia nera con 21 SLAPP (su 167) segnalate nel 2024, non ha ancora recepito l’atto.

In Libano 700.000 civili sono in fuga dai bombardamenti israeliani

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Il conflitto che contrapporne l’Iran all’asse israelo-statunitense in Medio Oriente si è allargato ormai da lunedì scorso al Libano, dove è in corso una vera e propria emergenza umanitaria. Giovedì, infatti, l’esercito israeliano ha ordinato l’evacuazione forzata della periferia sud di Beirut, intimando a centinaia di migliaia di residenti di «salvare le proprie vite ed evacuare immediatamente le proprie case». Secondo il capo delle Nazioni Unite per i diritti umani, Volker Turk, «ciò solleva serie preoccupazioni ai sensi del diritto internazionale umanitario». L’emittente araba Al-Jazeera riferisce che mentre le precedenti minacce di evacuazione forzata si concentravano sul Libano meridionale, a sud del fiume Litani, questo rappresenta il primo ordine di evacuazione completa per le aree vicine alla capitale da quando sono riprese le ostilità. Il che significa che circa 700.000 persone – secondo i media locali – sono in fuga da Dahiyeh, la zona sud di Beirut, dopo l’ordine impartito da Israele. In un video pubblicato sui social media, il ministro delle finanze israeliano Bezalel Smotrich ha affermato che la periferia meridionale di Beirut «somiglierà presto a Khan Younis», la città nella Striscia di Gaza meridionale, rasa quasi completamente al suolo dopo oltre due anni di offensiva israeliana contro l’enclave palestinese. Il Ministero della Salute Pubblica del Libano ha riferito giovedì che il bilancio delle vittime si attesta al momento a quota 123, con 683 feriti da lunedì.

La guerra sul fronte libanese si è riaccesa quando Hezbollah (il Partito di Dio) – l’organizzazione paramilitare sciita facente parte del cosiddetto “asse della resistenza” sostenuto dall’Iran – ha deciso di schierarsi apertamente con Teheran e di vendicare l’uccisione della Guida suprema iraniana Ali Khamenei. Il 2 marzo il gruppo ha dunque lanciato una raffica di razzi e droni verso il nord di Israele, affermando di agire per vendicare l’assassinio di Khamenei e gli attacchi quasi quotidiani di Israele contro il Libano. Israele ha risposto colpendo i sobborghi meridionali di Beirut con attacchi violenti e emettendo avvisi di evacuazione per più di 50 città, costringendo decine di migliaia di persone a lasciare le proprie case. Allo stesso tempo, il primo ministro del governo libanese, Nawaf Salam, ha annunciato il divieto delle attività militari e di sicurezza di Hezbollah: «Annunciamo il divieto delle attività militari di Hezbollah e ne limitiamo il ruolo alla sfera politica», ha dichiarato Salam in una conferenza stampa tenutasi lunedì. Secondo gli analisti locali, però, l’esercito non sarebbe entusiasta di entrare in conflitto col Partito di Dio, il che non fa altro che spaccare ulteriormente la società libanese.

Dopo l’attacco di Hezbollah, non si è fatta attendere la feroce risposta di Israele, che ha innescato la ripresa aperta delle ostilità da quando era stato sottoscritto il cessate il fuoco nel novembre del 2024: oggi i media libanesi hanno reso noto che Israele ha lanciato attacchi aerei su diverse città nel Libano meridionale. «Gli aerei da guerra nemici hanno lanciato attacchi notturni sulle città di Srifa, Aita al-Shaab, Touline, as-Sawana e Majdal Selem», ha riferito l’agenzia di stampa ufficiale National News Agency (NNA). Secondo fonti sul campo, le forze israeliane hanno continuato ad attaccare anche il Libano meridionale con incursioni nella città più grande della zona, Sidone. L’NNA ha segnalato anche la presenza di aerei da guerra israeliani sulle città meridionali di Tiro e Bint Jbeil. Da parte sua, l’esercito israeliano ha dichiarato di aver condotto 26 serie di attacchi a Dahiyeh, la zona sud di Beirut considerata la roccaforte di Hezbollah. Afferma di aver colpito diverse infrastrutture utilizzate dall’organizzazione sciita, tra cui il quartier generale del Consiglio Esecutivo del gruppo e un magazzino con droni. Hezbollah, invece, ha rivendicato la responsabilità di un’ondata di attacchi sferrati venerdì mattina contro le forze di terra israeliane, comprese quelle entrate nel territorio libanese negli ultimi giorni. Dopo l’accordo del 2024 che ha sancito il cessate il fuoco, l’esercito israeliano avrebbe dovuto ritirarsi dai territori libanesi, ma ciò non è mai avvenuto e Tel Aviv ha mantenuto il controllo di cinque punti nel sud del paese rifiutando di abbandonarli.

A pagare le conseguenze più alte del conflitto sono i civili: secondo la NNA, infatti, si è verificato un esodo di massa dalla periferia sud di Beirut che ha lasciato la zona «quasi vuota». Secondo diverse testimonianze dei residenti, la crisi umanitaria sta crescendo rapidamente: si vedono persone in cerca di rifugio ai lati delle strade, quasi a ogni angolo, e centinaia di famiglie hanno cercato riparo su una spiaggia di Beirut. Secondo alcune testimonianze raccolte da Al-Jazeera, non ci sono abbastanza scuole per dare rifugio alle centinaia di migliaia di persone che ieri sono state costrette ad abbandonare le loro case e le persone dicono «Non siamo animali, siamo esseri umani, i nostri figli hanno freddo». Intanto, oggi il capo delle Nazioni Unite per i diritti umani, Volker Turk, ha condannato gli ordini di evacuazione su larga scala emessi dall’esercito israeliano per il Libano meridionale e la periferia meridionale di Beirut. «Questi ordini di sfollamento generalizzati e massicci riguardano centinaia e migliaia di persone», ha detto Turk, aggiungendo che «Ciò solleva serie preoccupazioni ai sensi del diritto internazionale umanitario, in particolare per quanto riguarda le questioni relative ai trasferimenti forzati».

Famiglia nel bosco, Garante: no alla separazione tra madre e figli

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“Catherine è spesso ostile e squalificante, non si fida di nessuno e ciò influenza i bambini che a suo dire sono arrabbiati con tutti perché vogliono tornare a casa”. Così il Tribunale dei Minori dell’Aquila, tornato sulla questione della “famiglia nel bosco” per disporre la separazione tra la madre e i bambini che attualmente vivono in una casa famiglia. All’ordinanza si è opposta l’Autorità garante per l’Infanzia e l’Adolescenza, Marina Terragni, chiedendo la sospensione del trasferimento. Si attendono sviluppi.