martedì 27 Gennaio 2026
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Venezuela, il governo cede a Trump: revocata la nazionalizzazione del petrolio

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«Le compagnie private domiciliate nella Repubblica Bolivariana del Venezuela potranno sfruttare il petrolio dopo aver firmato i contratti». Con questa formula, l’Assemblea Nazionale venezuelana ha approvato in prima lettura una riforma della Legge sugli Idrocarburi organici che abolisce il monopolio statale sull’oro nero. La gestione e la commercializzazione del greggio saranno affidate alle imprese private e straniere, con riduzioni di royalties e nuovi modelli contrattuali più flessibili rispetto al passato. Il voto arriva tre settimane dopo l’intervento militare statunitense che ha portato al sequestro di Nicolás Maduro e alla nomina della vicepresidente Delcy Rodríguez come presidente ad interim. L’emendamento traduce in norme un progetto più ampio: riportare sotto l’ombrello di Washington il controllo delle risorse energetiche venezuelane.

La giustificazione del raid USA in Venezuela, fornita dal presidente Donald Trump in conferenza stampa il 3 gennaio, si era già spostata dalla retorica sulla democrazia e la lotta al narcotraffico al dominio delle vaste riserve di petrolio della nazione. «Comandiamo noi», aveva rimarcato il presidente statunitense ai giornalisti, aggiungendo: «Controlleremo tutto noi». L’indomani, il segretario USA all’Energia, Chris Wright, aveva annunciato che Washington avrebbe gestito le vendite di petrolio venezuelano «a tempo indefinito». L’attuale legge ne è la traduzione normativa: un corridoio giuridico per l’ingresso delle compagnie estere. La revisione, infatti, segue il maxi-accordo di fornitura di 50 milioni di barili di greggio tra Caracas e Washington venduti a prezzo di mercato per un valore di 2,4 miliardi di dollari ed era una delle priorità richieste dalle aziende petrolifere per dare il via a investimenti in Venezuela. Dopo anni di sequestri, contenziosi e crollo produttivo, le compagnie hanno preteso regole “occidentali”: certezza del diritto, libertà operativa, ritorni garantiti. In un incontro alla Casa Bianca con i rappresentanti delle Big Oil, compresa ENI, Trump aveva assicurato che gli Stati Uniti avrebbero garantito loro “sicurezza totale” e nuove opportunità di sviluppo in Venezuela.

La riforma della Legge sugli idrocarburi segna una brusca inversione di rotta rispetto al nazionalismo delle risorse, pilastri della rivoluzione venezuelana di ispirazione socialista. Nel 2007, Hugo Chávez consolidò il controllo statale sui pozzi petroliferi, imponendo a Petróleos de Venezuela, S.A., la compagnia petrolifera statale venezuelana (PDVSA), il controllo maggioritario dei giacimenti dell’Orinoco per riappropriarsi delle rendite e finanziare la rivoluzione bolivariana. Ora, il quadro cambia: la riforma apre alla possibilità che imprese locali e straniere gestiscano direttamente i giacimenti con nuovi modelli contrattuali, assumano la gestione completa dei progetti «a proprio costo, spesa e rischio», vendano autonomamente il petrolio e incassino i ricavi anche quando operano come partner di minoranza della compagnia statale PDVSA. Una quota dei volumi potrà essere commercializzata direttamente, una volta assolti gli obblighi verso lo Stato. Viene introdotto l’arbitrato internazionale per le controversie, sottraendole ai tribunali locali. Il governo potrà ridurre le royalties e le relative tasse dal 33% fino al 15% e modulare le imposte di estrazione per rendere appetibili giacimenti complessi e aree sottosviluppate. I contratti di production sharing sostituiscono l’impianto statalista: PDVSA, non è più perno obbligato, ma partner eventuale. È un cambio di paradigma che allinea il Venezuela ai modelli richiesti dal capitale globale, con tutele giuridiche e margini che il Paese non aveva mai concesso. La riforma, inoltre, richiede l’abrogazione di molte leggi correlate, approvate sotto Chávez e Maduro.

Ufficialmente, l’operazione dovrebbe risollevare PDVSA e rimettere in moto una produzione ridotta ai minimi storici e aggravata dalle sanzioni USA. In realtà, il nodo è politico: trasformare la compagnia nazionale in un attore marginale sotto tutela esterna significa scambiare l’emergenza economica con una dipendenza permanente. Le grandi compagnie osservano con prudenza, pretendendo scudi giuridici, arbitrati internazionali e la fine delle sanzioni prima di impegnare capitali. Washington, intanto, detta tempi e condizioni, riscrivendo dall’esterno l’architettura energetica del Paese. Caracas cammina su una linea sottile: sopravvivere grazie al capitale straniero, senza ammettere che questa “apertura” non nasce da una scelta sovrana, ma da una pressione geopolitica che ha sostituito il voto con la forza.

Torture in carcere, a Firenze condannati un’ispettrice e otto agenti

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Con una verdetto che ha ribaltato la pronuncia di primo grado, la Corte d’Appello di Firenze ha riconosciuto il reato di tortura per le violenze inflitte a due detenuti nel carcere di Sollicciano tra il 2018 e il 2019. Nove funzionari – un’ispettrice e otto agenti – sono stati condannati a pene fino a 5 anni e 4 mesi di carcere. La Corte, presieduta dalla giudice Silvia Mugnaini, ha riscritto la qualificazione giuridica degli episodi, precedentemente considerati “lesioni gravi”, accogliendo le richieste del procuratore generale Ettore Squillace Greco. La ricostruzione processuale ha dipinto un quadro di violenze sistematiche, umiliazioni e una tentata copertura attraverso false denunce.

Le vicende, emerse da un’inchiesta della pm Christine von Borries con il nucleo investigativo della polizia penitenziaria, ruotano attorno a due diversi pestaggi. L’episodio più grave risale al 2019 e ha per vittima un detenuto di origine marocchina. L’uomo, che protestò insultando un agente dopo il diniego a una richiesta di telefonare ai parenti, fu condotto nell’ufficio dell’ispettrice capo Elena Viligiardi. Qui, secondo l’accusa, su un suo cenno o ordine, fu aggredito da sette agenti. «Il detenuto marocchino dopo il diverbio con l’assistente Sarno — aveva ripercorso il procuratore generale Squillace Greco in requisitoria — venne portato nell’ufficio dell’ispettrice e venne colpito con pugni e calci. Gli agenti gli hanno anche messo un piede sul collo. Uno gli è salito sulla schiena schiacciandolo a terra tanto da rendere difficoltoso il respiro».

La violenza, come raccontato dalla vittima, avvenne sotto gli occhi dell’ispettrice: «L’ispettrice vedeva che mi picchiavano e rideva». Al termine del pestaggio, che gli provocò la frattura di due costole, l’uomo fu ammanettato, portato in una cella di isolamento e costretto a spogliarsi. Restò nudo per due o tre minuti, esposto allo scherno degli agenti, uno dei quali gli disse: «Hai visto la fine di chi vuole fare il duro…». Rivestito con i suoi stessi indumenti sporchi, fu poi condotto in infermeria. La dinamica venne confermata anche da intercettazioni ambientali in cui gli stessi agenti commentavano: «Gli hanno dato delle mazzate talmente forti che gli hanno rotto due costole». Questo episodio era stato originariamente coperto da una falsa denuncia della stessa ispettrice Viligiardi, la quale aveva dichiarato di aver subito un’aggressione sessuale proprio dal detenuto marocchino. Le indagini smontarono completamente quella versione, rivelando che la relazione era un tentativo di giustificare l’uso della violenza e portando all’accusa di calunnia.

L’altro episodio di violenza oggetto del processo risale al maggio 2018 e coinvolse un detenuto italiano che si era lamentato per non aver usufruito interamente dell’ora d’aria. Anche in questo caso, su sollecitazione dell’ispettrice, l’uomo fu immobilizzato da diversi agenti. Uno gli strinse un braccio attorno al collo impedendogli di respirare, mentre un altro lo colpì provocandogli la perforazione del timpano. In seguito, l’ispettrice redasse un verbale in cui sosteneva che il detenuto, in stato di agitazione, aveva aggredito un agente ed era caduto a terra accidentalmente.

In primo grado, il gip Silvia Romeo aveva escluso il reato di tortura per entrambi i casi, ritenendo non dimostrata la sofferenza fisica aggiuntiva, e aveva condannato solo per lesioni gravi, assolvendo inoltre dall’accusa di falso e calunnia. In appello, la Corte ha invece completamente ribaltato questa impostazione. La pm von Borries, nel chiedere la riqualificazione a tortura, aveva sottolineato «la crudeltà della condotta, produttiva di sofferenze aggiuntive nella vittima» e «l’esistenza di elementi sintomatici di un atteggiamento interiore particolarmente riprovevole degli imputati». La Corte ha dato ragione al pm, riconoscendo il risarcimento dei danni alle parti civili, che includevano i due detenuti, l’associazione L’Altro diritto e il Garante nazionale dei detenuti, stabilendo una provvisionale di 20mila euro per ciascuna vittima.

La casa circondariale di Sollicciano è da anni al centro delle polemiche per il contesto di forte degrado che, secondo le persone recluse e le organizzazioni che le assistono, la caratterizza. Nell’estate del 2024 i detenuti avevano inoltrato un centinaio di ricorsi per le condizioni inumane all’interno del penitenziario, tra cimici, caldo soffocante e pareti coperte di muffa. A sostenerli vi è da anni l’associazione L’Altro Diritto (ADIR), che più volte ha denunciato la situazione «degradante» all’interno del carcere. Qui, nel luglio 2023, un’ispezione dell’Ufficio di Igiene aveva rilevato «infiltrazioni di acqua in molte zone a comune all’interno delle sezioni, muffe nelle docce, alcune celle inagibili per perdite d’acqua e in alcuni casi con pareti annerite, insufficiente aerazione degli ambienti, finestre bloccate per la presenza di nidi di vespe, la presenza di volatili “possibili vettori di zecche”, carenze strutturali nei locali cucina e in quelli di approvvigionamento del vitto». Condizioni che erano valse a un detenuto assistito da ADIR uno sconto di pena di 312 giorni.

Indonesia, frana causa almeno 7 morti e 82 dispersi

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Sette persone sono morte e almeno 82 risultano disperse a causa di una frana che ha colpito un villaggio nella regione di Bandung occidentale, nella provincia indonesiana di Giava Occidentale. Lo ha reso noto l’agenzia nazionale per la mitigazione dei disastri, spiegando che l’evento è stato provocato da forti piogge che hanno interessato l’area. Le operazioni di ricerca e soccorso sono in corso e, secondo il portavoce Abdul Muhari, gli sforzi verranno intensificati per rintracciare i dispersi. L’agenzia meteorologica aveva già diramato un’allerta per condizioni meteo estreme, valide per l’intera settimana.

Qualsiasi presente è tempo della memoria

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«Lo stile del desiderio è l’eternità»: ha scritto così, splendidamente, Jorge Luis Borges e ora, nel ricorrente Giorno della Memoria, dovremmo anzitutto compiere quella sintesi a cui allude lo scrittore argentino. Ottenere la convergenza dei tre tempi: passato, presente e futuro. Orientarci a una simultaneità: dare sì contenuti a questa memoria, ricordare i popoli umiliati, i piccoli perseguitati, gli innocenti torturati senza chiederci se quelli o altri, e senza nascondere il dato storico con i suoi orrori, che ci dice di quella oscenità nazista contro gli Ebrei che ha attraversato l’Europa.

Il presente, ogni presente, anche quello che stiamo vivendo, «contiene integralmente la storia», scrive Borges, il presente non è avaro, è sempre generoso nel farci capire che cosa era successo allora, chi è caduto, chi sono stati gli assassini. Nel presente tutto deve e può stare davanti ai nostri occhi, essere presente.

Il presente ci dice dove cercarli adesso, perché le donne e gli uomini, i bambini e le bambine sono morti, perché i vecchi hanno pianto forse invano, e ora li cercheremo anche in altre parti, anche in altre contrade e apparterranno ad altri popoli, avranno la pelle dei più differenti colori ma ci spingeranno tutti a una idea di eternità, cioè a una memoria plurima, corale come quegli spettacoli di anime e insieme di corpi che popolano la Divina Commedia di Dante.

Il nostro Virgilio e la nostra Beatrice, le guide del viaggio, chi sono ora? I giornalisti trucidati in Africa, in Palestina, in Afghanistan, i testimoni falciati mentre cercano di portarci la loro verità come, con altri accenti e altra visione, facevano apostoli e pellegrini sui loro cammini accidentati, oggi o molti secoli fa non importa.

Ognuno di noi, paradossalmente, con cattiveria ma insieme con lucidità, in occasioni come questa, vuole convocare altre etnie, altra gente del passato soffocata dal desiderio di potenza in questo catalogo degli orrori. L’elenco è sterminato, lo sappiamo, intercetta i movimenti rivoluzionari come le ondate colonialiste, le prigionie degli schiavi e le catene quotidiane di chi ha patito in silenzio e all’oscuro.

Scriveva Marco Aurelio – lo ricorda Borges in Storia dell’eternità: «Ricorda che nessuno perde altra vita se non quella che vive ora e non ne vive altra se non quella che perde». Luigi Pareyson, filosofo cristiano, scriveva, nella linea di sant’Agostino, che ogni istante che viviamo è una ricapitolazione della nostra vita e contiene il destino della nostra anima. Esistere ci impone una volontà, un desiderio.

Stiamo dunque – e resistiamo! – in una memoria permanente. Non c’è bisogno di volersi mettere a ricordare, un’azione inutile come quella contraria di decidere di dimenticare.

Bisogna invece stare nella memoria come si sta su una barca sapendo che il mare non sarà sempre calmo e che i fantasmi sorvegliano. Fare come diceva Primo Levi in una sua poesia: «fuori al freddo vi aspetteremo noi, /l’esercito dei morti invano,/ noi di Treblinka, di Dresda e di Hiroshima… /Saranno con noi gli scomparsi di Buenos Aires, gl’innocenti straziati a  Bologna…».

Restiamo vigili in questa “memoria al presente”, titolo questo di un bel libro di Jean Daniel, ebreo parigino, che ci metteva in guardia sul fatto che le vittime potrebbero diventare carnefici.  In ogni caso, «La musulmana che avevo incontrato e la nonna ebrea del ritratto – scrive Daniel –  avevano esattamente lo stesso copricapo, la stessa forma del volto, le stesse rughe, lo stesso sguardo delle donne con cui la sorte non è stata  benigna, pronte a dispensare compassione a chiunque lo desiderasse…».

Tutto vero, ma non riesco a nascondere un unico disgusto: quello che provo per chi fa le statistiche dei peggiori, quello per chi ci vuole dividere.

Minneapolis, decine di migliaia in piazza contro le violenze di polizia

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Migliaia di persone hanno manifestato a Minneapolis contro la repressione dell’immigrazione dell’amministrazione Trump, sfidando temperature fino a –29 gradi. La protesta, denominata “ICE OUT!”, è stata presentata come uno sciopero generale: secondo gli organizzatori fino a 50mila partecipanti, dato non verificato dalla polizia. Decine di attività in Minnesota hanno chiuso e molti lavoratori si sono uniti ai cortei. Le mobilitazioni seguono settimane di tensioni tra agenti ICE e manifestanti. Alla vigilia il vicepresidente JD Vance aveva difeso l’operato dell’ICE. Durante una protesta all’aeroporto, la polizia ha arrestato decine di religiosi in preghiera.

In Italia l’emergenza abitativa è sempre più strutturale

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Sull’emergenza casa in Italia si è passati dalla mobilitazione contro gli sfratti direttamente al suicidio per disperazione, di fronte al rischio di essere cacciati da casa. È accaduto recentemente almeno in due occasioni: lo scorso novembre a Grosseto dove un uomo si è impiccato e ancora prima, a ottobre, nei pressi di Milano dove un 71enne si è lanciato dal balcone uccidendosi piuttosto che finire per strada. Non che negli anni precedenti queste tragedie non accadessero. Negli ultimi tempi, però, succede sempre più spesso. Ci mancava, in tutto questo, anche la recente proposta di legge prese...

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Trilaterale USA-Russia-Ucraina, concluso primo round colloqui

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Ad Abu Dhabi proseguono i colloqui tra Russia, Ucraina e Stati Uniti per cercare una via d’uscita al conflitto tra Mosca e Kiev, scoppiato ormai quasi quattro anni fa. Dopo lunghi colloqui al Cremlino tra Putin e inviati americani, definiti “sostanziali” dai russi, il nodo centrale resta quello territoriale: per il Cremlino Kiev deve lasciare il Donbass, mentre Zelensky ribadisce che l’Est è la questione chiave. Il presidente ucraino ha annunciato nuovi missili Patriot dagli USA e criticato un’Europa divisa, incassando reazioni contrastanti. I colloqui proseguono, mentre l’UE stima 800 miliardi per la ricostruzione dell’Ucraina.

Seicentomila ucraini, solo nell’ultimo mese, hanno abbandonato Kiev

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Solo nel mese di gennaio, 600.000 persone hanno abbandonato la capitale ucraina su una popolazione prebellica totale di circa tre milioni: lo ha dichiarato il sindaco di Kiev Vitali Klitschko in un’intervista rilasciata recentemente al Times. Il sindaco ha spiegato che gli attacchi russi alle infrastrutture energetiche e di riscaldamento stanno spingendo la principale città ucraina verso il disastro umanitario. «La situazione dei servizi di base – riscaldamento, acqua ed elettricità – è critica. Attualmente, 5.600 condomini rimangono senza riscaldamento» ha affermato Klitschko, il quale ha anche esortato i residenti rimasti ad andarsene, se possibile, mentre le squadre di emergenza lavorano per ripristinare l’erogazione di energia elettrica e riscaldamento. La protezione civile ha dovuto intervenire drenando l’acqua dagli impianti centralizzati di riscaldamento e di approvvigionamento idrico per evitare che le tubature si congelassero e scoppiassero a causa delle rigide temperature che hanno raggiunto anche i meno diciotto gradi.

Il sindaco di Kiev ha poi denunciato un contrasto con il governo centrale ucraino, criticando duramente il suo operato e spiegando che, invece di unirsi di fronte all’emergenza, l’esecutivo ucraino starebbe alimentando un conflitto politico proprio in un momento di massima criticità. Ha anche rivelato al Times di aver chiesto un incontro per discutere della situazione e trovare delle soluzioni, vedendosi però negare la richiesta, nonostante le questioni legate all’energia e alla difesa aerea siano di competenza diretta del governo.

La denuncia del primo cittadino della capitale ucraina avviene all’indomani di poderosi attacchi russi al sistema energetico di Kiev e altre città ucraine: giovedì il ministro dell’Energia ucraino Denys Shmyhal ha dichiarato che è stato «il giorno più difficile per il sistema elettrico dal blackout del novembre 2022», aggiungendo che «La situazione è estremamente difficile. Gli equipaggi sono stati costretti a ricorrere continuamente a chiusure di emergenza». Ha spiegato che le condizioni più difficili si sono verificate a Kiev e nella regione circostante, nonché nella regione sud-orientale di Dnipropetrovsk. Dopo l’attacco avvenuto nella notte tra martedì e mercoledì con centinaia di droni e missili che hanno preso di mira le strutture energetiche in tutta l’Ucraina, anche ieri Mosca ha colpito pesantemente i sistemi ucraini, insieme alle infrastrutture energetiche utilizzate dall’esercito ucraino e le aree di schieramento dei soldati: «Aerei operativi/tattici, veicoli aerei d’attacco senza pilota, truppe missilistiche e artiglieria dei gruppi di forze russe hanno colpito infrastrutture energetiche utilizzate per supportare le operazioni dell’esercito ucraino, depositi di munizioni e anche aree di dispiegamento temporaneo di formazioni armate ucraine e mercenari stranieri in 142 località», ha affermato il ministero della Difesa russo in una nota.

Lo svuotamento di fatto delle città ucraine – compresa la capitale – non è l’unico problema che l’Ucraina si trova ad affrontare: insieme all’abbandono crescente dei principali centri abitati, infatti, l’ex Stato sovietico è afflitto dal punto più basso di natalità mai raggiunto e da un numero sempre più consistente di giovani ucraini che fuggono dal Paese per non arruolarsi nell’esercito. Secondo l’istituto demografico dell’Accademia nazionale delle scienze dell’Ucraina, la popolazione, che prima prima della guerra, nel febbraio 2022, era di 42 milioni, si è già ridotta a meno di 36 milioni, compresi diversi milioni di persone residenti nelle aree conquistate dalla Russia. Allo stesso tempo, si stima che entro il 2051 la cifra scenderà a 25 milioni, mentre le proiezioni del 2024 del CIA World Factbook indicano che il Paese ha sia il tasso di mortalità più alto che quello di natalità più basso al mondo: per ogni nascita si verificano circa tre decessi. Per quanto riguarda l’abbandono del Paese da parte dei giovani ucraini, invece, il giornale statunitense Politico aveva riferito come nei mesi di settembre e ottobre 2025 quasi 100.000 ragazzi ucraini di età compresa tra i 18 e i 22 anni avessero lasciato il loro Paese per rifugiarsi negli Stati vicini o confinanti, in particolare Germania e Polonia.

Inoltre, i massicci attacchi russi e la grave situazione umanitaria in cui versa la popolazione ucraina, che deve affrontare temperature molto rigide, si verificano dopo uno scandalo che coinvolge una parte importante della politica ucraina, per il quale circa 100 milioni di dollari destinati a proteggere le centrali elettriche dal sabotaggio russo sarebbero stati in realtà sottratti da alcuni funzionari a partire dal 2022, secondo quanto emerso dalle indagini dell’Ufficio nazionale anticorruzione (NABU).

Indipendentemente dalla situazione sul campo, dunque, dal quadro delineato emerge una nazione in buona parte distrutta e sempre più svuotata della sua popolazione, sia a causa delle massicce partenze e diserzioni, sia a causa della bassa natalità. Il tutto mentre l’Ucraina deve affrontare divisioni politiche e incertezze imputabili ai mutevoli equilibri dell’assetto internazionale.

Incidenti sul lavoro: morti 3 operai

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A poche ore di distanza, tre operai hanno perso la vita in incidenti distinti. Venerdì mattina a Livorno un uomo di 51 anni è morto schiacciato dalla benna di una gru mentre scaricava materiale edile nel quartiere Shangai. Nelle stesse ore, in Abruzzo a Petrella Liri (L’Aquila), un operaio di 59 anni è deceduto dopo essere rimasto gravemente ferito in un incidente con un mezzo meccanico in un cantiere per una centrale idroelettrica. Nel pomeriggio, a Palermo, ha perso la vita un operaio di 40 anni, Alessio La Targia, cadendo da un’impalcatura, mentre stava eseguendo alcuni lavori di riparazione. I tre incidenti sul lavoro si sommano a quelli registrati giovedì in Piemonte e in Abruzzo: un operaio di 25 anni morto in un’azienda agricola del Torinese e un 66enne deceduto in un cantiere edile nel Teramano.

Una class action sfida la selezione di lavoro via intelligenza artificiale

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L’impiego di strumenti di intelligenza artificiale nei processi di selezione del personale, pur restando oggetto di accesi dibattiti, è ormai diventato una pratica radicata e trasversale che tocca una varietà di settori. Inoltre coinvolge tanto le aziende, quanto i candidati. Per chi invia un curriculum, la frustrazione nasce soprattutto dall’opacità dei criteri con cui le IA valutano i profili, nonché dall’impossibilità di conoscere le ragioni di un eventuale scarto. Una class action avviata in California potrebbe però cambiare radicalmente questo scenario, imponendo ai gestori di tali sistemi una serie di nuovi obblighi che vadano a garantire un minimo di trasparenza.

L’azienda finita sotto i riflettori della magistratura è Eightfold AI, una realtà poco conosciuta dal grande pubblico, ma che è ampiamente utilizzata da numerose corporazioni di primo piano. Dai colossi tecnologici come Microsoft, Ubisoft e PayPal fino a gruppi globali come Vodafone e Bayer, molte imprese si affidano alla sua piattaforma di intelligenza artificiale per valutare e selezionare i candidati. Secondo l’accusa, però, questo processo si fonderebbe su pratiche assimilabili a un vero e proprio dossieraggio.

I promotori dell’azione legale, Erin Kistler e Sruti Bhowmik, sostengono che l’azienda abbia raccolto su di loro — e su milioni di altri lavoratori — una mole di dati personali che va ben oltre quanto indicato nei curriculum: dai contenuti pubblicati sui social media alla geolocalizzazione dei loro device, dai cookie di navigazione alle informazioni acquistate da terze parti. Una pratica resa possibile da un sistema di valutazione che non offre ai candidati una reale possibilità di negare il consenso all’uso dei dati. L’impressione è che ci si debba sottomettere alle richieste di Eightfold AI per non essere automaticamente esclusi dal processo di selezione. “Non facciamo esfiltrazione sui social media e simili”, sostiene il portavoce di Eightup, Kurt Foeller. ”Siamo profondamente impegnati nell’IA responsabile, nella trasparenza e nella conformità con la protezione dei dati e le leggi sul lavoro applicabili”.

La causa, depositata martedì 20 gennaio, si fonda sul Fair Credit Reporting Act e sul California Investigative Consumer Reporting Agencies Act, leggi federali nate originariamente per tutelare i cittadini dall’inserimento volontario o negligente di informazioni inesatte nei rapporti di credito e nelle assunzioni. La norma mira a impedire che la presenza di dati errati produca conseguenze dannose e riconosce alle persone il diritto di reclamare le ragioni alla base delle decisioni che le riguardano. In assenza di regolamentazioni specifiche sull’IA, insomma, gli avvocati dell’accusa puntano ad applicare questo quadro giuridico preesistente a un contesto che, altrimenti, potrebbe essere identificato come perlopiù inedito.

”Questo caso riguarda un mercato distopico che viene guidato dall’IA, dove alcuni robot che operano dietro le quinte finiscono con il prendere decisioni su alcune delle cose più importanti della nostra vita: se troviamo un lavoro, una casa o l’assistenza sanitaria”, contestualizza sui X David Seligman, direttore esecutivo di Towards Justice, gruppo no-profit che rappresenta i querelanti. “Ma ecco il punto chiave: questo NON è il selvaggio West. Non esiste un’eccezione per l’IA alla legge – a prescindere da quanto la tecnologia possa sembrare sofisticata o quanto capitale vi venga riversato dietro”.

Il destino di questo procedimento resta altamente incerto. Guardando ai precedenti storici, è altamente probabile che la battaglia legale finirà con il trascinarsi per anni. Ciononostante, l’iniziativa appare come uno degli interventi più significativi nel tentativo di fare chiarezza su un tema che sobbolle ormai da oltre un decennio: l’impiego dell’IA nei processi di selezione del personale, un’attività che si può far risalire a quando le attuali “intelligenze artificiali” erano ancora etichettate semplicemente “algoritmi”.