La polizia francese ha perquisito gli uffici del social network X, di proprietà del magnate Elon Musk. Le operazioni sono state lanciate nell’ambito di un’inchiesta aperta dalla procura di Parigi nel gennaio dello scorso anno, per indagare sull’algoritmo di X, accusato di promuovere notizie false e di parte; sono scattate in un periodo denso di contestazioni contro X e la sua intelligenza artificiale Grok, scoppiate dopo che la piattaforma è stata utilizzata per “spogliare” immagini raffiguranti personalità pubbliche, generando materiale di natura pornografica. La procura di Parigi ha spiegato che col tempo sono arrivate ulteriori segnalazioni, e che l’inchiesta si è allargata fino a coinvolgere anche quest’ultimo caso.
Caporalato nella moda, ancora scandali: amministrazione giudiziaria per Piazza Italia
Su richiesta della Procura di Prato, il marchio di abbigliamento low-cost Piazza Italia è stato sottoposto a un anno di amministrazione giudiziaria dal Tribunale di Firenze. Il provvedimento, misura preventiva senza precedenti in Toscana nell’ambito della moda, accusa l’azienda campana di aver «agevolato», per «colpevole inerzia e mancata vigilanza», un sistema di sfruttamento del lavoro nella sua filiera produttiva. Secondo i pubblici ministeri, il marchio avrebbe infatti esternalizzato parte della produzione a laboratori pratesi a conduzione cinese, dove operai, anche irregolari, lavoravano in condizioni disumane, permettendo al gruppo di ottenere margini di profitto spropositati.
La vicenda giudiziaria ruota attorno ai rapporti commerciali intrattenuti, a partire dal 2022, con due aziende di Prato: l’Infinity Design di Tang Xiyan e la Chic Girl s.r.l., i cui gestori sono indagati per intermediazione illecita e sfruttamento lavorativo. Secondo il decreto del Tribunale fiorentino, Piazza Italia Spa è ritenuta «terza rispetto ai soggetti agevolati e al sistema di imprese a questi riferibile». La società, con un fatturato annuo stimato intorno ai 300 milioni di euro, non risulta indagata, ma i pm ne contestano la totale mancanza di controlli. La Procura evidenzia una «mancata vigilanza» consistita nel «non aver mai verificato la reale capacità imprenditoriale delle imprese terziste», limitandosi a controllare la qualità del prodotto finito. A evidenziare l’importanza del provvedimento è la Filctem Cgil di Prato, secondo cui «per contrastare illegalità e sfruttamento lavorativo è necessario chiamare puntualmente in causa i committenti, quelli che danno lavoro ad aziende scorrette e che non si interessano delle reali condizioni in cui tali commesse vengono evase».
Dall’inchiesta, che ha preso avvio da un controllo svolto dall’Ispettorato del Lavoro nel giugno 2023, emerge un quadro di sfruttamento estremo. In uno dei laboratori, i lavoratori – tra cui cittadini cinesi, senegalesi e maliani, alcuni privi di permesso di soggiorno – erano impiegati in nero con turni massacranti. Tali condizioni sono confermate da numerose testimonianze, che descrivono un sistema produttivo basato sul cottimo e sull’illegalità diffusa. Un operaio del Mali ha dichiarato per esempio agli inquirenti di percepire 35 euro per una giornata di «12 ore di lavoro al giorno 7 giorni su 7, intervallato da 2 pause di pochi minuti ciascuna», una paga oraria inferiore ai 4 euro.
Questo sistema, secondo l’accusa, è stato funzionale alla massimizzazione del profitto del marchio committente. La riduzione selvaggia dei costi di produzione, ottenuta calpestando ogni diritto, avrebbe generato per Piazza Italia margini di guadagno stimati in «circa il 300 per cento rispetto ai costi di produzione». Un vantaggio economico che, scrive la Procura, ha permesso all’azienda di «praticare prezzi anticoncorrenziali e di affermarsi nel mercato». Il provvedimento di amministrazione giudiziaria, della durata di un anno, ha una «funzione terapeutica», come spiegato dal Procuratore di Prato Luca Tescaroli. L’obiettivo è «consentire all’impresa di operare senza soluzione di continuità e al contempo emendare tramite il controllo giudiziario le criticità riscontrate». Il caso riapre con forza il dibattito sulla responsabilità dei grandi marchi rispetto all’intera catena di fornitura.
L’episodio va a inserirsi in un solco già tracciato da altre importanti inchieste milanesi che hanno coinvolto grandi nomi della moda negli ultimi anni, tra cui Tod’s Alviero Martini spa, Armani Operations, Dior, Loro Piana e Valentino. Lo scorso dicembre, la Procura della città meneghina ha rivelato che almeno altri 200 operai lavorerebbero in condizioni di sfruttamento in centri di produzione che forniscono 13 grandi aziende del lusso ancora non coinvolte nelle indagini. Si tratta di marchi come Dolce e Gabbana, Versace, Prada, Gucci, e Yves Saint Laurent; nella lista appaiono anche Off-White, Missoni, Ferragamo, Alexander McQueen, Givenchy, Pinko, Coccinelle e Adidas. La Procura di Milano ha chiesto alle aziende di consegnare una serie di documenti al fine di appurare il loro eventuale grado di coinvolgimento nel fenomeno dello sfruttamento dei lavoratori.
La fusione di Space X e xAI c’entra più con la finanza che con la tecnologia
Dopo una settimana di indiscrezioni è arrivata l’ufficialità: SpaceX, l’azienda spaziale di Elon Musk, assorbirà xAI, la società di intelligenza artificiale fondata dallo stesso Musk. L’obiettivo dichiarato è quello di portare i sistemi di IA e i data center in orbita, ma nel breve periodo la mossa appare soprattutto come un’operazione di razionalizzazione interna, pensata per riequilibrare i libri contabili così da far risultare profittevole l’intero ecosistema di aziende che rispondono alla medesima proprietà.
La notizia è stata confermata ieri, lunedì 2 febbraio, attraverso un messaggio firmato dal proprietario delle due aziende. Nel testo, Musk sottolinea come gli attuali data center consumino quantità ingenti di acqua ed energia, al punto che “nel prossimo futuro” la loro espansione “causerà difficoltà alle comunità e all’ambiente”. La soluzione proposta dall’azienda spaziale? Intensificare le sue operazioni di lancio e portare l’infrastruttura computazionale fuori dall’atmosfera. Nelle intenzioni del miliardario, un milione di satelliti alimentati a energia solare dovrebbe trasformarsi in altrettanti nodi di calcolo orbitanti, capaci di sostenere la crescente fame energetica dell’industria dell’intelligenza artificiale, garantendone la scalabilità.
L’annuncio entra subito in collisione con la verosimiglianza e va probabilmente letto più come un esercizio di propaganda aziendale che come una reale pianificazione strategica. Anche sorvolando sul fatto che l’espansione dei data center stia già contribuendo a crisi idriche ed energetiche, a un aumento dell’inquinamento acustico e a un’impennata dei costi delle componenti informatiche; e sorvolando persino sul fatto, ormai assodato, che il concetto originario di “scalabilità” dell’IA fosse perlomeno ottimista, resterebbero comunque da affrontare ostacoli logistici e tecnici di proporzioni enormi. Ancor più che Musk stima che l’intera operazione possa essere fruttuosa nell’arco di 2 o 3 anni.
Attualmente SpaceX ha in orbita circa 11.000 satelliti, tra operativi e dismessi, e già questa densità è oggetto di critiche diffuse, con gli altri vettori che lamentano che le operazioni dell’azienda stiano causando disagi, concorrenza sleale e pericoli di collisione. In questo contesto, la richiesta — già presentata all’aviazione statunitense — di centuplicare la propria presenza nello spazio solleva inevitabili preoccupazioni. Un’eventuale approvazione rischierebbe infatti di generare frizioni diplomatiche e di accelerare in maniera sensibile la già frenetica corsa spaziale. Considerando che le previsioni di SpaceX si sono spesso rivelate poco affidabili – l’azienda riteneva possibile riportare l’uomo sulla Luna entro il 2024 e avrebbe dovuto inviare razzi su Marte già nel 2018 — è plausibile che la domanda venga ridimensionata in modo significativo nel corso dell’iter.
La visione di Musk è talmente ambiziosa da sfiorare l’improbabile, ma molti osservatori sottolineano che il vero esito della fusione vada interpretato più sul piano finanziario che su quello tecnico. xAI difficilmente può offrire un contributo sostanziale alla progettazione di data center spaziali – e certamente nulla che giustifichi un’acquisizione stimata in 250 miliardi di dollari – mentre SpaceX, forte dei suoi cospicui contratti governativi, è invece perfettamente in grado di tamponare il fragile piano industriale dell’azienda di intelligenza artificiale.
L’imprenditore non avrebbe fatto altro che replicare su scala maggiore uno schema già sperimentato lo scorso marzo, quando la startup di intelligenza artificiale xAI aveva acquistato il social X, formalmente il suo principale cliente. Per mettere le mani su X – all’epoca noto come Twitter – Musk aveva impegnato anche risorse personali, quindi era particolarmente interessato a sanare il buco finanziario che aveva creato ipervalutando la piattaforma. Vendere a sé stesso gli ha consentito di sganciare la valutazione dell’azienda dal suo reale valore di mercato, trasformando le quote di un social in declino in partecipazioni legate a una startup al centro delle frenesie d’investimento. L’acquisizione di xAI da parte di SpaceX delinea un quadro analogo. I documenti societari indicano che la nuova entità – una società privata da circa milleduecento miliardi di dollari – offrirà benefici tangibili a chi ha scommesso su Grok.
Chi detiene azioni di xAI riceverà 0,1433 azioni di SpaceX per ogni titolo posseduto, oppure potrà scegliere un pagamento in contanti pari a 75,46 dollari per azione. Il tutto rientra nella strategia dichiarata di preparare SpaceX allo sbarco a Wall Street. La posta in gioco è enorme, tanto che indiscrezioni suggeriscono che lo stesso schema potrebbe essere replicato per consentire a SpaceX di fagocitare anche il gigante dell’automotive Tesla: un’azienda oggi indebolita dal rallentamento degli incentivi all’acquisto di veicoli elettrici, da una gamma di modelli sempre meno competitiva e da un crescente malcontento nei confronti della figura di Elon Musk.
Milano, fuga di monossido in asilo nido: 12 bambini intossicati
Dodici bambini e quattro adulti, tra cui due insegnanti e due genitori, sono stati soccorsi a Milano per una fuga di monossido di carbonio avvenuta in un asilo nido di viale Certosa 34. L’allarme è scattato intorno alle 9 del mattino. Sul posto sono intervenuti i sanitari del 118, un’autopompa dei vigili del fuoco e gli specialisti del Nucleo Nbcr, impegnati a individuare le cause della perdita. Bambini e adulti sono stati sottoposti a triage e i medici valutano eventuali ricoveri. I locali restano sotto monitoraggio.
Gli Epstein Files hanno fatto crollare il mito di Bill Gates sui media mainstream
«Intanto, registriamo la caduta del mito del bravo ragazzo Bill Gates». È dalle colonne del Corriere della sera, che Aldo Cazzullo prende atto della disintegrazione di un’icona fino a ieri considerata intoccabile. La pubblicazione della nuova tornata degli Epstein Files sta producendo un effetto domino, che travolge uno dei miti più protetti del nostro tempo: Bill Gates, filantropo globale, il benefattore illuminato, celebrato per decenni dai media mainstream. Le nuove rivelazioni – che lo collegano nuovamente a Jeffrey Epstein, a rapporti sessuali con escort russe, a presunte malattie veneree e a richieste di antibiotici da somministrare di nascosto alla moglie Melinda – stanno incrinando irreversibilmente una narrazione costruita con cura.
Rispondendo ai lettori sulle rivelazioni degli Epstein Files, Cazzullo certifica con rammarico l’imbarazzo di fronte ai dettagli trapelati, ma tenta di rendere meno traumatica la caduta del CEO di Microsoft, osservando che: «Alla fine cascano quasi tutti sul sesso» e che «non sappiamo se rallegrarci nel verificare che anche Gates è un essere umano, o pensare a quanto l’essere umano sia debole, fragile, insicuro, condizionabile». Parole che rivelano lo sforzo di salvare ciò che resta di un mito ormai compromesso. Sempre sul Corriere, Massimo Gaggi ripercorre come le nuove accuse emerse stiano portando «a fondo la reputazione» di Gates e descrive tre fasi della sua parabola: il genio tecnologico degli anni ’90, il filantropo “santificato” del nuovo secolo (con circa 100 miliardi di dollari donati e l’impegno a devolvere oltre il 99% del patrimonio) e, infine, il declino morale dell’«arcangelo Bill in caduta libera verso un abisso luciferino». Eppure, nonostante il Corriere della Sera e molte altre testate – da Open a La Stampa – sembrino accorgersi solo ora delle ombre che circondano Gates, la frantumazione della sua immagine “immacolata” è un processo iniziato da tempo e tutt’altro che improvviso. Per anni, il fondatore di Microsoft ha goduto di una “sorta di lasciapassare” sui media. Generalmente presentato come il genio nerd che vuole salvare il mondo, il cofondatore di Microsoft è stato persino battezzato “Saint Bill” da Rory Carroll su The Guardian, con un ritratto agiografico dell’ex «ragazzo pallido con le lentiggini», che da boy scout è finito per salvare il mondo con la beneficenza, «avendo ereditato il mantello di Rockefeller e Carnegie».
A livello internazionale, la reputazione di Gates ha iniziato a incrinarsi con le notizie di comportamenti sessuali inappropriati a partire dal 2019, ma è stato il divorzio da Melinda Anne French, che ha scoperchiato dettagli compromettenti e la profonda preoccupazione dell’ex moglie per l’amicizia con Jeffrey Epstein, da lei definito “il male in persona”. Se il Corriere lo scopre solo oggi, già nel 2023 erano emerse notizie su un presunto ricatto orchestrato da Epstein, che avrebbe minacciato di rendere pubblica la relazione tra Gates e la giocatrice di bridge russa Mila Antonova. Nel 2024, la giornalista del New York Times Anupreeta Das ha pubblicato la biografia non autorizzata Billionaire, Nerd, Savior, King, elencandone le infedeltà e la compulsività nel provarci con le stagiste. Nonostante ciò, gran parte della stampa mainstream ha continuato a ignorare il fango, proseguendo indisturbata nel racconto edificante (basti ricordare l’intervista di Fabio Fazio a Che tempo che fa dell’anno scorso) solo fino a pochi giorni fa.
Il frame di Bill Gates quale “bravo ragazzo” che vuole salvare il mondo con la beneficenza e i vaccini, non è stato il risultato di un’ingenua ammirazione: è il prodotto di una strategia precisa, che ha trasformato la filantropia in leva di potere. Nel quadro del filantrocapitalismo, la Fondazione Gates ha agito da kingmaker, orientando non solo le priorità della salute globale, ma anche l’ecosistema informativo. Un’inchiesta di MintPress News firmata da Alan MacLeod ha documentato come la Fondazione abbia distribuito 319 milioni di dollari a media e organizzazioni legate all’informazione, coinvolgendo grandi testate internazionali, scuole di giornalismo, centri di formazione, associazioni di stampa e borse di studio universitarie. Ne emerge un circuito autoreferenziale in cui formazione, accesso alla professione e carriera giornalistica risultano intrecciati agli stessi flussi di finanziamento, generando un evidente conflitto d’interessi e una forma strutturale di subordinazione informativa nei confronti del principale finanziatore.
Alla luce di tutto questo, gli Epstein Files non fanno che rendere visibile ciò che inchieste giornalistiche e libri documentati avevano già smontato da anni: il mito filantropico di Bill Gates era una costruzione funzionale al potere. La stampa mainstream, legata da interessi economici, finanziamenti e convergenze ideologiche, ha scelto a lungo di non vedere, minimizzare o addirittura difendere, alimentando l’aura salvifica attorno a Bill Gates. Ora, il mito è caduto, e con esso l’illusione dell’intoccabilità.
Bangladesh: condannata per corruzione ex premier Hasina
Un tribunale del Bangladesh ha condannato l’ex primo ministro Sheikh Hasina a dieci anni di carcere per corruzione, insieme a diversi membri della sua famiglia. La nipote Tulip Siddiq, parlamentare nel Regno Unito, è stata condannata a quattro anni, mentre altri due nipoti hanno ricevuto pene tra i sette e i quattro anni. Secondo l’autorità anticorruzione, Hasina avrebbe agito in collusione con funzionari pubblici per ottenere illegalmente sei lotti nel progetto residenziale Purbachal New Town, vicino a Dhaka. Le sentenze arrivano mentre il governo ad interim di Muhammad Yunus prepara le elezioni del 12 febbraio, da cui l’Awami League è esclusa.
Olimpiadi, la cabinovia “imprescindibile” non sarà pronta in tempo: è costata 35 milioni
Mentre i media nazionali si concentrano sul primo caso di doping delle Olimpiadi Milano-Cortina, quelli internazionali puntano il dito contro i ritardi delle opere: secondo carte visionate da agenzie di stampa internazionali, la cabinovia Apollonio Socrepes non verrà ultimata entro l’inizio dell’evento, tanto che le autorità starebbero operandosi per sostituire l’opera con delle navette. L’impianto, giudicato «imprescindibile», era finito sotto i riflettori mesi fa, quando a causa dei lavori il terreno attorno all’opera era ceduto, provocando un cratere di 15 metri di lunghezza. L’opera doveva rappresentare il pilastro della mobilità olimpica, ma lascia ora in eredità alla comunità disagi, polemiche e un conto salato, costringendo a soluzioni tampone che rischiano di mettere a dura prova un sistema viario già al limite.
La gravità della situazione è emersa chiaramente da una lettera inviata dal responsabile operativo dei Giochi, Andrea Francisi, alle autorità locali. Il documento, motivato dalla «mancata messa in funzione della cabinovia», avverte che «il venir meno, a ridosso dell’avvio delle operazioni olimpiche, di tale infrastruttura strategica genera rilevantissime criticità organizzative, con impatti significativi sulla gestione dei flussi, sulla sicurezza e sulla capacità complessiva del sistema». Per cercare di evitare il collasso della viabilità, già fragile in una valle sprovvista di ferrovia, Francisi ha chiesto formalmente la «temporanea chiusura delle scuole secondarie di primo e secondo grado» di Cortina per i giorni 10, 11 e 12 febbraio, date delle gare femminili di sci alpino.
Tale richiesta emergenziale costituisce la prova definitiva di un fallimento annunciato. La società Simico, stazione appaltante incaricata della realizzazione delle opere fisse, aveva più volte rassicurato sulle tempistiche; fino a pochi giorni fa, il commissario straordinario Fabio Massimo Saldini dichiarava che «i lavori della cabinovia Apollonio‑Socrepes di Cortina stanno proseguendo secondo cronoprogramma». Tuttavia, una comunicazione della Simico del 28 gennaio ha costretto la Fondazione Milano Cortina 2026, organizzatore dei Giochi, a prendere atto del ritardo e a correre ai ripari attivando un costoso “Piano B”, basato su navette e una grande area di parcheggio. Il ritardo ha esacerbato le tensioni latenti tra i due enti, portando a uno scontro a viso aperto. La Simico, in una replica piccata, ha cercato di rimpallare le responsabilità, affermando che «la chiarezza dei ruoli e dei compiti è condizione fondamentale per lavorare al meglio», afermando che «Simico è concentrata su dossier specifici (cabinovia Socrepes inclusa) e non è deputata alla programmazione e alla gestione della logistica». All’interno del medesimo comunicato, l’ente ha anche cercato di deviare l’attenzione, osservando che «sono dossier di altri soggetti la scelta dei tedofori, la gestione dei volontari o l’eventuale chiusura delle scuole».
Al netto delle polemiche, la vicenda ha un costo economico preciso. Il valore dell’appalto è infatti lievitato in modo drammatico: dai 22 milioni di euro iniziali, la stima è salita prima a 28 milioni, per poi alzarsi ulteriormente fino a 35 milioni. Si tratta di un aumento del 60%, direttamente collegato alle problematicità tecniche e ambientali del tracciato. Nel frattempo, a pochi giorni dalla prima gara, la cabinovia non ha ancora ottenuto l’omologazione necessaria. Le speranze sono ora ridotte alla possibilità di un via libera in extremis per il supergigante femminile del 12 febbraio, gara che vedrà la presenza del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, mentre l’obiettivo più realistico sembra ormai essere il pieno utilizzo dell’impianto solo in occasione delle Paralimpiadi.
Più in generale, a pochi giorni dall’inizio dei Giochi, i dati sulle opere non sono affatto confortanti. Secondo quanto riporta SIMICO, su 98 interventi complessivi 40 risultano formalmente conclusi, mentre 29 sono in esecuzione, 27 ancora in fase di progettazione e 2 in gara. L’Arena di Santa Giulia – uno dei simboli del caos in atto – è stata inaugurata in extremis a gennaio, ma resta circondata da gru; durante una partita di test si è aperto anche un buco nel ghiaccio, sollevando dubbi tecnici e riserve da parte di nazionali come USA e Canada. I trasporti rappresentano il vero tallone d’Achille: l’aumento di corse Trenord rischia di creare un effetto domino su linee già congestionate e lo stop alle ferie del personale ha innescato tensioni sindacali. Sul fronte stradale, svincoli strategici slittano al 2027; molte varianti e opere infrastrutturali registrano sforamenti di costi e ritardi che potrebbero lasciare eredità problematiche anche oltre i Giochi.
Ucraina, finisce la tregua: attacchi russi su Kiev e Kharkiv
La “tregua del gelo” tra Russia e Ucraina è finita. Nella notte, Mosca ha lanciato attacchi su Kiev, Kharkiv e diversi villaggi lungo la linea del fronte. In un primo momento, intorno alla mezzanotte locale, la capitale è stata colpita da alcuni gruppi di droni, seguiti da missili provenienti dalla regione di Bryansk, per un attacco durato almeno un’ora. Nei centri colpiti si sono registrati danni agli edifici e blackout; per quanto riguarda le eventuali vittime dell’attacco non sono ancora disponibili informazioni. Nelle prossime ore è previsto un incontro diplomatico trilaterale tra USA, Russia e Ucraina.










