mercoledì 11 Marzo 2026
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Migranti, incidente in Turchia: 14 morti

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Un gommone con a bordo diverse persone migranti si è schiantato contro una imbarcazione della guardia costiera turca, provocando la morte di almeno 14 persone. Non è chiara la dinamica dell’incidente. Secondo quanto comunica la guardia costiera, l’imbarcazione sarebbe stata avvistata nelle prime ore di oggi, 9 marzo, al largo della costa del distretto di Finike ad Antalya, da dove sarebbe fuggita dalle autorità turche. La guardia costiera ha aggiunto che 6 migranti e un cittadino turco sono stati tratti in salvo, mentre altri 15 sono stati catturati dopo avere raggiunto la terraferma.

“Il calcio è della gente”: la petizione che unisce le tifoserie per riprendersi il pallone

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Qualcosa si sta muovendo sulle gradinate italiane, al di là del ritmo martellante dei tamburi, delle torciate, delle sciarpe tenute strette per novanta minuti. Le tifoserie organizzate stanno mettendo da parte le rivalità per portare avanti una petizione a livello nazionale, dal titolo eloquente: “Il calcio è della gente”. Da Salerno a Genova, passando per Vicenza: le piazze promotrici si moltiplicano per raccogliere quante più firme possibili. L’obiettivo è semplice: “rimettere al centro del progetto i tifosi e non solo gli interessi economici”. È stata dunque stilata una lista di richieste, che spaziano dai prezzi accessibili dei biglietti alla tutela delle trasferte e della libertà di movimento, oggi ostaggi di punizioni collettive disposte dalle autorità.

“Tutti i cittadini possono rivolgere petizioni alle Camere per chiedere provvedimenti legislativi o esporre comuni necessità”. Così recita l’articolo 50 della Costituzione, a cui i tifosi hanno deciso di fare appello, lanciando un’iniziativa nazionale contro la deriva del calcio moderno. Di fronte alle sabbie mobili fatte di prezzi alti, criminalizzazione dei tifosi, sottomissione alle regole delle pay tv, gli ultras italiani hanno deciso di unirsi e levare un coro unitario: “per un calcio giusto e popolare”. La petizione sta girando nelle curve durante le partite; ad inaugurarla è stata la Curva Sud Siberiano, durante l’incontro Salernitana-Catania del 1 marzo. Proprio il Catania è una delle ultime vittime della repressione statale. I tifosi etnei si sono infatti visti vietare la trasferta a Benevento appena 24 ore prima l’inizio della partita (tra prima e seconda in classifica), con oltre 1300 biglietti staccati per gli ospiti. A quanto pare, l’Osservatorio nazionale sulle manifestazioni sportive e la Procura di Benevento hanno voluto evitare un possibile incrocio in autostrada con altri tifosi, come quelli della Cavese o del Cosenza (raggiunti anch’essi da un provvedimento analogo).

Non a caso la tutela delle trasferte e della libertà di movimento figura tra le richieste avanzate dagli ultras. In poche parole, si chiede agli organi statali di fare il proprio lavoro e difendere i diritti dei cittadini. Oggi — e i recenti casi di Catania, Cavese e Cosenza lo dimostrano — è diventata prassi estirpare alla radice il “problema”, tutelando l’ordine pubblico non attraverso un’organizzazione statale sul campo (si pensi banalmente al dispiegamento delle forze dell’ordine) bensì coi divieti generalizzati. A tal proposito, gli ultras avanzano anche lo “stop a misure ingiuste e sproporzionate”, come le nuove tipologie di DASPO o le diverse punizioni collettive. Si pensi ad esempio alle sanzioni — consistenti nella chiusura del settore ospite fino alla fine del campionato — per i tifosi di Napoli, Roma, Lazio e Fiorentina comminati dopo gli scontri avvenuti tra alcune decine di sostenitori. Al calcio delle trasferte vietate e dei settori chiusi, viene così opposto il “tifo libero con l’utilizzo degli strumenti propri del tifo (tamburi, striscioni, torce e bandiere)”, anch’essi sottoposti oggi a severi controlli.

Volantino diffuso dalla Curva Sud Siberiano.

Dagli spalti al campo: gli ultras chiedono “campionati meritocratici (no alle squadre B), contrasto alle multiproprietà, prezzi accessibili, orari e calendari rispettosi dei lavoratori“. Cosa che gli attuali turni di Serie A, ideati dalle pay tv per massimizzare i profitti e accettati sommessamente dalle autorità calcistiche, non fanno, iniziando di venerdì sera e finendo dopo tre giorni, il lunedì alle 20.45.

“Le misure richieste — si legge nel volantino diffuso dalla Curva Sud Siberiano — mirano a salvaguardare il patrimonio sociale e culturale legato al calcio e a garantire a tutti la possibilità di parteciparvi. Affinché il calcio italiano torni ad essere davvero patrimonio della collettività con al centro i tifosi, l’identità e la salvaguardia di piazze storiche e non il prevalere di interessi esclusivamente legati al profitto”. La raccolta firme è ufficialmente iniziata e punta a moltiplicarsi in tutte le curve d’Italia. Nelle ultime ore anche la Gradinata Sud doriana è uscita con un comunicato, seguita dagli ultras vicentini.

L’articolo 50 della Costituzione non prevede alcuna soglia minima per poter avanzare una petizione alle Camere, tuttavia presentarsi con decine di migliaia di adesioni lancerebbe un segnale diverso, soprattutto se accompagnato da una copertura nell’opinione pubblica e da sponde politiche in Parlamento. Il tutto senza dimenticare il potere espressivo che le curve conservano, quale luogo di denuncia e di influenza.

Milano, deraglia un altro tram: nessun ferito

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Un altro tram è deragliato a Rozzano, alle porte di Milano. Il mezzo della linea 15 è uscito dai binari all’altezza del centro commerciale La Vettura. Si stava muovendo a bassa velocità e non ha registrato alcun ferito. È il terzo incidente del genere in 10 giorni per la linea milanese. Il 27 febbraio il deragliamento del tram della linea 7 ha provocato 2 morti e decine di feriti; sabato una vettura della linea 9, senza passeggeri a bordo, è uscita dai binari nei pressi della stazione centrale.

I fondi ora preoccupano il mercato: Blackrock limita i prelievi e crolla in borsa 

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San Francisco, CA, USA - Feb 9, 2020: American global investment management corporation BlackRock, Inc.'s office in San Francisco, California.

Per anni i giganti di Wall Street hanno venduto il “private credit” (ovvero i finanziamenti al di fuori del sistema bancario tradizionale) come l’isola che non c’è della finanza moderna: rendimenti alti, rischi contenuti e una gestione lontana dai riflettori della borsa. Ma qualcosa sta cambiando. BlackRock e altri fondi hanno infatti deciso di sbarrare le porte ai propri investitori: non si tratta di un evento isolato, ma è piuttosto sintomo di un sistema ormai divenuto insostenibile, proprio mentre il mondo affronta una delle crisi geopolitiche più feroci degli ultimi decenni. Il primo scricchiolio è arrivato dal fondo HLEND di BlackRock. Con una mossa che ha gelato i mercati, il colosso guidato da Larry Fink ha attivato i “gate“, limitando i riscatti trimestrali al 5% a fronte di richieste che hanno superato il 9% del valore totale. Questo però è anche un meccanismo di sicurezza, previsto nel regolamento del fondo, affinché non si generi un effetto “domino” che porterebbe al collasso del fondo. Dunque, anziché erogare 1,2 miliardi di dollari richiesti, saranno distribuiti 620 milioni di dollari

Ma il problema non è solo “quanti” soldi escono, ma “cosa” resta dentro. Già sul finire di gennaio, il fondo TCP Capital Corp di BlackRock ha ammesso svalutazioni del 19% sul valore degli asset azzerando così il valore di prestiti concessi ad aggregatori di e-commerce e aziende del settore arredamento che, strozzate dai tassi e dal calo dei consumi, sono semplicemente evaporate. Per questo è stata indetta una class action contro TCP Capital Corp a cui possono aderire tutti coloro che hanno acquistato titoli BlackRock TCP tra il 6 novembre 2024 e il 23 gennaio 2026.

Tuttavia, BlackRock non è solo. Blackstone, con il suo fondo BCRED, sta vivendo una pressione analoga: richieste di riscatto record del 7,9% del valore totale, hanno costretto il management a un uso senza precedenti di capitale proprio per evitare il blocco totale. Blackstone aveva già avuto un problema di questo tipo. Tra il 2022 e il 2024, il suo fondo immobiliare, BREIT, non riuscì ad adempiere a tutte le richieste di rimborso per 15 mesi consecutivi, poiché superavano sistematicamente le soglie di sicurezza.

Peggio è andata a Blue Owl Capital, che ha sospeso permanentemente la liquidità per alcuni rami del suo business, vedendo il proprio titolo crollare del 10% in una sola seduta e riaccendendo i timori di un effetto contagio simile a quello che portò al fallimento di Bear Stearns nel 2008.

Il filo conduttore tra oggi e il 2008 è il seguente: la mancata corrispondenza di liquidità. I fondi promettono agli investitori un accesso regolare ai loro soldi mentre detengono attività che non possono essere facilmente vendute. Questo è esattamente ciò che è avvenuto nel 2008 ed è quello che sta accadendo oggi con il private credit. Fino a che a chiedere i soldi è un numero gestibile di clienti va tutto bene, ma se diventano troppi non è possibile accontentare tutti. Questo crea il panico e l’effetto contagio all’interno del settore private credit, con la concreta possibilità che possa travasare e contagiare anche altri settori della finanza e dell’economia. 

Con l’espressione private credit si indica infatti un tipo di finanziamento che avviene fuori dal sistema bancario tradizionale. In pratica grandi fondi di investimento raccolgono denaro da investitori – fondi pensione, assicurazioni o privati molto ricchi – e lo prestano direttamente alle aziende. Queste imprese spesso ricorrono al private credit perché non riescono a ottenere prestiti dalle banche oppure perché cercano finanziamenti più rapidi e meno vincolati. Il problema è che questi prestiti non vengono scambiati sui mercati pubblici, come accade per le azioni o molte obbligazioni, e quindi non possono essere venduti facilmente. In tempi normali questo sistema funziona e promette rendimenti più alti rispetto agli investimenti tradizionali. Ma quando molti investitori chiedono indietro i propri soldi nello stesso momento, i fondi vanno in difficoltà: i prestiti concessi alle aziende non possono essere recuperati o rivenduti rapidamente, e il denaro per rimborsare gli investitori semplicemente non c’è.

Molti analisti sostengono che siamo lontani dal poter vedere un collasso come quello del 2008, sia per quantità di capitale coinvolto rispetto al totale dei settori finanziari, sia per la capacità del sistema di poter assorbire e attutire i colpi. Quel che è certo però che la situazione geopolitica mondiale attuale non può che aumentare il senso di insicurezza e paura nelle persone che investono il proprio denaro. Così come porterà maggiore povertà per i cittadini comuni dei Paesi occidentali.

La guerra condotta da Stati Uniti e Israele contro l’Iran, con la chiusura dello Stretto di Hormuz come rappresaglia iraniana, hanno fatto impennare i prezzi dell’energia sul mercato mondiale, portando inevitabilmente ad un successivo aumento dei prezzi di ogni genere. Le stesse persone e aziende che hanno investito i propri soldi ne avranno sempre più bisogno. Per effetto della crisi attuale, a cui sommiamo emergenza pandemica, guerra in Ucraina e sanzioni alla Russia, in un filo drammatico di crisi senza fine, molte aziende, di quelle che non lo hanno ancora fatto, falliranno, non potendo così onorare più i propri debiti. E questo crea un effetto a spirale che risucchia tutto quanto. Insomma, non è il 2008 ma non promette niente di buono. 

Chi c’è dietro i coloni israeliani in Cisgiordania?

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Attacchi, incendi, sabotaggi, minacce, furti, omicidi. I coloni illegali in Cisgiordania assomigliano sempre di più a milizie paramilitari, il cui obbiettivo è lo stesso del governo israeliano: mandare via i palestinesi e colonizzare completamente la Cisgiordania. Mentre i politici inneggiano all’annessione di questo pezzo di Palestina, bande armate di coloni hanno aumentato i loro attacchi contro le comunità palestinesi su tutto il territorio, arrivando a sfollare quasi 700 persone nel solo mese di gennaio. La coordinazione con l’esercito è spesso esplicita e l’impunità, quasi assicurata: rarissimi i casi in cui un colono viene portato in Tribunale per le violenze agite, circa il 3% le condanne dal 2005 ad oggi. Il disegno sembra chiaro: da un lato la politica spinge verso l’annessione, dall’altro, i coloni fanno il lavoro sporco occupando terre e obbligando i palestinesi ad andarsene. Con ogni mezzo.

L’agire dei settlers non è nato dal nulla: è figlio di una lunga strategia politica che dura da anni, alla cui base, ci sono vari gruppi, movimenti, ONG. E politici israeliani.
Amana, Regavim, Im Tirtzu; Lehava, Hashomer Yosh, Artzeinu, Nachala, Elad.
Molte di queste organizzazioni israeliane il cui obiettivo è la colonizzazione di tutta la Palestina e l’allontanamento dei “non-ebrei” dal territorio hanno legami diretti con la politica di Tel Aviv: sono parte della stessa ideologia suprematista e si sostengono e alimentano a vicenda, creando un’alleanza strategica che contribuisce a creare una narrativa, un’agenda politica e una pratica in cui la colonizzazione della Cisgiordania è presentata come parte integrante della sicurezza nazionale e dell’identità sionista. Legittimando politicamente e legalmente pratiche che la comunità internazionale considera illegali o contrarie al diritto internazionale.

L’appoggio ai coloni da parte di Israele

Il movimento dei coloni israeliani sembra aver ricevuto una forte spinta ad agire e la legittimazione totale delle proprie pratiche terroristiche dall’installazione dell’ultimo governo di Netanyahu nel 2022, e poi dal 7 di ottobre 2023. Gli attacchi e le violenze sono quotidiane, da Nord a Sud della Cisgiordania occupata: negli ultimi 3 anni almeno 33 comunità palestinesi sono state interamente sgomberate, 880 famiglie – circa 4.700 persone – sono state sfollate, mentre almeno 37 palestinesi sono stati uccisi. Contemporaneamente, la costruzione di nuove colonie, avamposti, strade e abitazioni israeliane sul territorio occupato nel 1967 non fa che aumentare.
Queste azioni non sono casi isolati: l’agire dei coloni appartiene a un disegno ben più ampio, spinto e finanziato direttamente dalla politica israeliana di Tel Aviv.

È stato Ben Gvir, il ministro della Sicurezza Nazionale a emettere oltre 220mila nuove licenze di porto d’armi ai coloni – illegali secondo il diritto internazionale – creando di fatto vere e proprie milizie armate al servizio di Tel Aviv. È il governo ad aver finanziato con miliardi di shekel l’espansionismo degli avamposti sul territorio, promettendo sostegno, soldi, strade e supporto logistico. Se la costruzione di decine di nuovi “outpost”, inizi di colonie, ha raggiunto numeri che non si registravano da decenni, un motivo c’è. Ed è il supporto economico, politico, militare e giuridico che il governo di Netanyahu, specialmente tramite le figure dei ministri Smotrich e Ben Gvir – entrambi coloni illegali – sta dando all’agire studiatamente violento dei settlers. Che sembrano quasi obbedire a degli ordini dettati dall’alto.

In foto: Ben Gvir

Il governo e i politici sono direttamente responsabili di aver armato i coloni e di star sostenendo la pulizia etnica e la colonizzazione della Cisgiordania. Se prima il discorso pubblico dai leader israeliani era più cauto, negli ultimi due anni la destra al potere parla apertamente di annessione della Cisgiordania e di mandare via i suoi abitanti palestinesi.
Sono 720 i milioni di euro che Israele ha stanziato per la costruzione di 19 nuove colonie e la progettazione di decine di altre; varie migliaia le nuove case approvate nell’ultimo anno in Cisgiordania. Recentissime le nuove regole che permettono agli israeliani ebrei di comprare terre in questo pezzo di Palestina, e che di fatto smantellano il potere dell’ANP anche nelle aree A e B sancite dagli Accordi di Oslo. La politica espansionista, non fa che crescere, nell’inazione della comunità internazionale. Spinta da ONG, movimenti, e gruppi politici, tramite finanziamenti nazionali e internazionali.

Le organizzazioni israeliane attive nell’occupazione e il loro legame con la politica

REGAVIM è stata fondata nel 2006 da Bezalel Smotrich, il Ministro delle Finanze nonché capo del Partito Religioso Sionista. Nascosta dietro vesti ambientaliste, l’organizzazione sionista usa cause legali e pretesti tecnici (come la “protezione delle risorse”) per chiedere allo Stato israeliano di demolire case e villaggi palestinesi in Cisgiordania occupata. Regavim ha una ampia mappatura dei territori occupati, che utilizza per presentare ripetute petizioni alla Corte Suprema israeliana per accelerare sfratti e demolizioni. L’organizzazione ha legami politici e finanziari con coloni israeliani e donatori esteri – soprattutto americani, – e negli anni ha sviluppato una grande capacità di influenzare la politica di occupazione di Tel Aviv. Le nuove regole decise da Smotrich sulla pubblicazione dei registri catastali e sulla possibilità di acquisire immobili da parte dei non-arabi, aiuta enormemente il lavoro di colonizzazione di ONG come Regavim.

Bentzi Gopstein il fondatore di LAHEVA, l’organizzazione israeliana di estrema destra

LAHEVA è un’organizzazione israeliana di estrema destra e suprematista ebraica fondata nel 2009 che si oppone ai matrimoni misti e alle relazioni personali tra ebrei e non ebrei, prendendo di mira in particolare le relazioni tra ebrei e palestinesi. Supporta la colonizzazione della Cisgiordania e spinge per l’annessione totale dei territori palestinesi a Israele, e ha una grande influenza nella politica israeliana. Guidata da Bentzi Gopstein, è nota per le sue azioni violente contro i palestinesi e nel 2024 è stata anche sanzionata dagli Stati Uniti e dall’Unione Europea come organizzazione estremista violenta. Bentzi Gopstein è uno dei leader dei coloni israeliani ed è considerato un discepolo del rabbino suprematista Meir Kahane. Amico e consigliere informale di Ben-Gvir, il ministro della Sicurezza nazionale con la quale condividono la stessa ideologia kahanista, è attivo nel blocco politico Sionismo Religioso. Ben Gvir, avvocato di formazione, ha più volte difeso Gopstein in tribunale dalle accuse di incitamento all’odio e violenze contro i palestinesi.

AMANA è stata fondata nel 1979 per sostenere la costruzione di insediamenti israeliani nella Cisgiordania occupata, nella Striscia di Gaza, sulle Alture del Golan, nella Galilea e nel Negev. Opera tramite controllate come Binyanei Bar Amana Ltd e Al-Watan, occupandosi di incoraggiare coloni ad andare nei nuovi insediamenti, pianificare e costruire colonie e avamposti, oltre ad assistere le autorità israeliane in questi luoghi. Amana è una delle organizzazioni di coloni più forti dal punto di vista finanziario e politico. Con beni valutati a circa 600 milioni di shekel e un budget annuo di decine di milioni di shekel, Amana è considerata la “madre e il padre” degli avamposti illegali, che rappresentano un fattore importante nella violenza dei coloni contro i palestinesi. Politici come Itamar Ben-Gvir e Bezalel Smotrich hanno sostenuto pubblicamente iniziative legate ad Amana: nella pratica, Ben-Gvir rappresenta una sorta di “canale” politico che traduce le istanze di Amana in provvedimenti legislativi o in protezioni legali, mentre Smotrich, in qualità di ministro delle Finanze, ha promosso finanziamenti statali per insediamenti che spesso coinvolgono l’organizzazione in prima persona.

IM TIRTZU si descrive come “il più grande movimento sionista in Israele.” Fondato nel 2006 da intellettuali, studenti e riservisti, “lavora per rafforzare e promuovere i valori del sionismo e per rinnovare il discorso, il pensiero e l’ideologia sionista nella società israeliana. Im Tirtzu enfatizza la formazione della futura generazione della leadership dello Stato e la costruzione di un’élite sionista”. Il movimento è molto attivo nell’opporsi e nel delegittimare ogni critica verso lo stato di Israele, in particolare verso i gruppi per i diritti umani e le organizzazioni che criticano la politica israeliana nella colonizzazione della Cisgiordania e per le violenze contro i palestinesi. L’organizzazione, nonostante sia extra-parlamentare, ha stretti legami con la destra israeliana, ed è considerata vicina a figure come Ben-Gvir e Smotrich, sia politicamente che ideologicamente.

ARTZEINU significa “La nostra terra” in ebraico. L’organizzazione israeliana di destra è conosciuta per la sua posizione fortemente nazionalista e sionista. Il suo obbiettivo principale è quello di promuove la sovranità israeliana su tutta la Palestina, inclusa la Cisgiordania (che loro chiamano Giudea e Samaria), aiutando gli acquirenti ebrei-israeliani a trovare terre da acquisire e fornendo loro supporto logistico. L’organizzazione si oppone al processo di pace con i palestinesi e a qualsiasi concessione territoriale, e organizza campagne politiche e manifestazioni a sostegno degli insediamenti e contro accordi o iniziative internazionali considerate “anti-israeliane”. Pur non essendo un partito politico, Artzeinu esercita influenza politica indiretta tramite la sua collaborazione con politici di estrema destra, campagne mediatiche per influenzare l’opinione pubblica, e la partecipazione a lobby pro-coloni.

NACHALA è un’organizzazione israeliana fondata nel 2005 che sostiene la creazione di nuovi insediamenti e avamposti in Cisgiordania, fornendo supporto logistico, legale e promozione mediatica. Ambisce all’annessione totale della West Bank e di Gaza. Collegata alla destra nazionalista e a politici come Bezalel Smotrich e Itamar Ben-Gvir, contribuisce all’espansione della presenza ebraica sul territorio e alla pressione politica per la legalizzazione retroattiva degli insediamenti.

In foto: Il ministro delle finanze israeliano Bezalel Smotrich

HASHOMER YOSH è una ONG israeliana fondata nel 2013 con stretti legami con ministeri statali. Il gruppo, il cui nome significa “Il Guardiano di Giudea e Samaria” (riferendosi al termine biblico per la Cisgiordania), sostiene gli agricoltori coloni in tutto il territorio occupato e ogni anno invia centinaia di volontari adolescenti — alcuni dei quali sono coloni stessi — a lavorare negli avamposti illegali e a difenderli. Hashomer Yosh non è un partito politico, ma la sua attività è strettamente integrata con lo Stato israeliano, ricevendo risorse, legittimazione e supporto istituzionale. In pratica, è una rete che connette coloni, governo, esercito e università per promuovere l’espansione degli insediamenti e consolidare la presenza israeliana in Cisgiordania.

I palestinesi nelle zone rurali della Cisgiordania sostengono che Hashomer Yosh sia diventato un attore centrale nella violenza dei coloni. L’ONG si concentra sul coinvolgimento dei giovani israeliani, offrendo programmi di volontariato e pre-militari che mandano i ragazzi a sorvegliare terre negli avamposti illegali. L’esercito israeliano ha proposto questi programmi come alternativa al servizio militare tradizionale, mentre l’Università di Ariel, situata in un insediamento in Cisgiordania, concede crediti accademici agli studenti che vi partecipano come volontari. L’organizzazione ha ricevuto milioni di shekel dal governo israeliano, inclusi finanziamenti dal Ministero dell’Agricoltura e dal Ministero del Negev, della Galilea e della Resilienza Nazionale. Riceve finanziamenti anche dall’estero. Nel 2021 ha ricevuto fondi statali per finanziare droni, nonostante un decreto generale proibisca il possesso di droni in Cisgiordania.

I GIOVANI DELLE COLLINE  (gli Hilltop Youth), sono gruppi informali di coloni israeliani che occupano avamposti non autorizzati in Cisgiordania, usando metodi violenti per espandere la presenza israeliana sul territorio. Le loro azioni, pur essendo spesso illegali anche per la legge israeliana, ricevono un sostegno politico indiretto da figure della destra nazional-religiosa come Bezalel Smotrich e Itamar Ben-Gvir, che spingono per la legalizzazione retroattiva degli avamposti e l’espansione degli insediamenti. Sono responsabili di decine di aggressioni, incendi, e pogrom contro i palestinesi in questi ultimi anni. Attraverso legami con ONG pro-coloni, questi giovani sono il braccio operativo di un’agenda politica che mira a consolidare e militarizzare la colonizzazione della Cisgiordania.

ATERET COHANIM ed ELAD (Ir David Foundation) sono due tra le più influenti organizzazioni non governative israeliane impegnate nell’insediamento ebraico a Gerusalemme Est. Il loro obbiettivo è la “giudeizzazione” di Gerusalemme, e mirano a cambiare la demografia dei quartieri non ebraici, spingendo i palestinesi ad andarsene o espropriandogli le case. Il legame tra queste organizzazioni e la politica israeliana è diventato, nel corso del 2024 e all’inizio del 2025, un pilastro della strategia di governo per il controllo di Gerusalemme Est. Non sono più viste come semplici entità private, ma come veri e propri partner esecutivi dello Stato. Finanziamenti pubblici, agevolazioni fiscali e il sostegno di figure politiche di alto profilo come Bezalel Smotrich e Ben Gvir mostrano le profonde interconnessioni tra le ONG e il governo.

I nomi elencati, sono i principali; ma di gruppi fondamentalisti, di ONG colonizzatrici, e di movimenti suprematisti ce ne sono numerosi altri in Israele. Questa è la realtà nella Palestina sotto attacco: l’impennata di violenze da parte dei coloni, e l’onda colonizzatrice che sembra stia investendo il territorio, non è nata da sola. È il frutto di una rete di attivismo e sostegno ideologico, dove ONG, movimenti, e organizzazioni giovanili offrono supporto materiale, formazione ideologica, e azioni concrete che vengono poi tradotte in leggi da politici di estrema destra come Ben Gvir o Bezalel Smotrich. Gli stessi politici che da anni supportano – o addirittura hanno fondato – le stesse organizzazioni ed ONG che inneggiano alla colonizzazione e alla pulizia etnica. Insomma, un cane che si morde la coda. Correndo verso la colonizzazione totale e l’annessione della Cisgiordania.

Crosetto ha convocato una riunione d’emergenza per il riarmo dell’Italia

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L’Italia vuole accelerare il rafforzamento delle proprie capacità militari di fronte a un contesto internazionale sempre più instabile. Per questo il ministro della Difesa Guido Crosetto ha riunito vertici militari e rappresentanti dell’industria della difesa italiana, sollecitando un aumento rapido della produzione. All’incontro hanno partecipato oltre 130 persone, tra cui il capo di Stato Maggiore della Difesa Luciano Portolano e il direttore nazionale degli Armamenti Giacinto Ottaviani. Il ministro ha chiesto alle aziende di indicare subito capacità operative, programmi in fase di finalizzazione e iniziative utili a rafforzare soprattutto la difesa aerea del Paese, invitando a ridurre ostacoli burocratici e ad agire con tempi rapidi per la tutela della «sicurezza».

L’impegno desiderato da Crosetto prevede di superare i «normali canoni commerciali». Il ministro ha dunque sollecitato i comparti preposti alla Difesa a «segnalare tutte le proprie disponibilità operative, i programmi in fase di finalizzazione e ogni iniziativa che possa contribuire, in tempi brevissimi, a rafforzare ulteriormente la difesa, specie quella di area, del Paese, nonchè quella dei Paesi alleati e dei Paesi amici». In un momento «così delicato e drammatico» è inoltre «fondamentale ridurre al minimo gli impedimenti e le procedure burocratiche che sempre meno si sposano con esigenze che non possono aspettare e che incidono negativamente sull’efficienza e, in ultima analisi, sulla sicurezza stessa del Paese».

Le nuove spese straordinarie per la Difesa, insomma, dovranno essere ingenti, rapide e possibilmente evitare cavilli burocratici che ne rallentano i termini. Che Crosetto avesse intenzione di stanziare maggiori risorse per il comparto militare è cosa nota da tempo: nonostante il comunicato del ministero non dia informazioni ulteriori sulle previsioni di spesa, il ministro aveva già dichiarato che sarebbero necessari «almeno» 30 mila unità in più solamente tra i militari. Quello che cambia ora è l’emergenza: mentre qualche mese fa si trattava della «guerra ibrida» scatenata dalla Russia, ora il pericolo proviene dalla «complessa situazione geopolitica in Medio Oriente».

Per il 2026, però, l’Italia ha già previsto di spendere la cifra più alta di sempre per la Difesa: 34 miliardi di euro in tutto, un miliardo in più dell’anno precedente, il 45% in più rispetto agli ultimi 10 anni. La cifra, calcolata in base alle spese dell’Osservatorio MilEx, non tiene conto delle uscite per la sicurezza nazionale in senso più ampio, quelle complementari che la NATO inserisce nel target complessivo del 5% del PIL – quali cybersicurezza, sicurezza infrastrutturale, mobilità militare ecc. Il tutto mentre altri capitoli di spesa, quali la sanità e l’istruzione, vedono tagli netti sempre più ingenti – la nostra spesa sanitaria è ben al di sotto della media UE, mentre siamo il Paese con il rapporto più basso in assoluto tra spesa per l’istruzione e spesa pubblica totale.

Strage Crans Montana, 5 nuovi indagati: c’è anche il sindaco

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Vanno avanti le indagini per accertare le responsabilità della strage di Crans Montana, dove la notte di Capodanno hanno perso la vita 41 ragazzi nell’incendio del Constellation. Ci sono cinque nuovi indagati, tutti funzionari dell’amministrazione della località svizzera, sindaco compreso. Le accuse contestate sono: incendio, omicidio e lesioni colpose. Le stesse mosse verso i coniugi Jacques e Jessica Moretti, proprietari della discoteca Constellation.

In Brasile le proteste indigene fermano la privatizzazione di tre fiumi dell’Amazzonia

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Tapajós, Brasile, fiume, Amazzonia

In Brasile una lunga mobilitazione delle comunità indigene ha portato il governo a ritirare un decreto che apriva alla privatizzazione di tratti di tre grandi fiumi dell’Amazzonia: il Tapajós, il Madeira e il Tocantins. La decisione arriva dopo oltre un mese di proteste nella regione di Santarém, nello stato amazzonico del Pará, dove centinaia di attivisti Munduruku, Arapiun e Apiaká hanno bloccato l’accesso a un terminal cerealicolo della multinazionale statunitense Cargill. Sfidando alcune delle forze più potenti del capitalismo globale. Per le popolazioni indigene i fiumi amazzonici, oltre ...

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8 marzo, “Non una di meno” in piazza contro il governo

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In occasione della Giornata internazionale della donna, il movimento Non Una Di Meno promuove un “weekend lungo” di mobilitazione contro le politiche del governo su violenza di genere, diritti sociali e guerra. Oggi, domenica 8 marzo, sono previsti cortei e iniziative in circa 60 città italiane. A Roma la manifestazione principale parte alle 17 da piazza Ugo La Malfa, vicino al Circo Massimo. Nella capitale, alle 19, alla Nuvola di Fuksas inaugura anche la mostra fotografica “Women for Women Against Violence”. Le proteste contestano in particolare il ddl Bongiorno sulla violenza sessuale, le politiche sul lavoro e la riconversione bellica. Domani è previsto uno sciopero generale transfemminista.

Una canzone dei Clash ogni volta che Trump bombarda

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Nel 1981 l’allora presidente degli Stati Uniti, Ronald Reagan, aveva un problema: riuscire a vendere armi all’Iran senza essere scoperto. I proventi di quelle vendite gli servivano per finanziare i Contras, i gruppi controrivoluzionari del Nicaragua che cercavano di rovesciare il governo dei Sandinisti, saliti al potere due anni prima. Sostenerli apertamente era impossibile. Reagan si inventò allora un meccanismo clandestino che passava proprio dall’Iran, già governato dall’ayatollah Ruhollah Khomeini e dalla nuova Repubblica Islamica.

Per far funzionare il suo astuto piano senza attirare troppa attenzione, il presidente degli Stati Uniti chiese aiuto ad alcuni amici che si trovavano in zona: lo Stato di Israele. Così, a pochi anni dalla nascita dell’odiato regime degli ayatollah, Israele e Stati Uniti iniziarono a fornire armi ai pasdaran iraniani, utilizzando i proventi di quelle vendite per finanziare la controrivoluzione contro il governo Sandinista in Nicaragua. Una specie di girotondo geopolitico: armi a Teheran, soldi ai Contras, e tutti che fanno finta di niente. Una situazione abbastanza paradossale se si pensa che già allora l’Iran era considerato uno dei principali nemici dell’Occidente. Ma si sa: in politica estera, gli amici e i nemici cambiano spesso, mentre gli interessi economici restano sorprendentemente stabili, per gli USA come per lo Stato di [termine censurato in ottemperanza al Ddl antisemitismo].

Il piano funzionò alla grande fino al 1986, quando lo scandalo Iran-Contra venne alla luce e molti dei responsabili vennero incriminati. Nel frattempo però gli Stati Uniti erano riusciti a finanziare abbondantemente la guerra civile in Nicaragua, contribuendo alla morte di decine di migliaia di persone, alla distruzione delle principali infrastrutture del paese e a una profonda crisi economica.

Se pensate che questa sia un introduzione perfettamente calzante per il disco dei Clash Sandinista!, uscito proprio in quegli anni e dedicato alle ingerenze statunitensi in America Latina, avete perfettamente ragione. Peccato che questo album sia già stato chiamato in causa una volta in questa rubrica: quando l’attuale presidente degli Stati Uniti Donald Trump, subito dopo aver festeggiato l’anno nuovo, ha deciso di bombardare il Venezuela. È successo appena due mesi fa, il 3 gennaio per la precisione. Esattamente lo stesso giorno in cui, nel 1990, gli Stati Uniti avevano bombardato un altro paese del Sudamerica, Panama, deponendo il capo di Stato Manuel Noriega. Evidentemente ci tengono a festeggiare le ricorrenze.

Quando dal Sudamerica ci si sposta in Medio Oriente, però, i Clash vengono in nostro aiuto con un altro disco: Combat Rock, uscito due anni dopo Sandinista!. Tra i brani più celebri dell’album c’è una canzone che sembra scritta pensando proprio al clima politico dell’Iran post-rivoluzionario.

Anno 1982. La rivoluzione iraniana si era compiuta da appena tre anni e nel nuovo Stato islamico la musica occidentale, rock compreso, era stata bandita come simbolo della decadenza culturale dell’Occidente. L’idea per il testo della canzone era venuta al cantante dei Clash, Joe Strummer, che aveva iniziato a immaginare la storia di un sovrano mediorientale che decide di vietare la musica rock nel suo paese. Il re ordina allora ai musicisti, i “boogie men”, di smettere di suonare, ma il popolo non ci sta: la gente continua a organizzare concerti nelle piazze, nei templi e nei quartieri. A quel punto il sovrano perde la pazienza e ordina ai suoi caccia militari di bombardare i ribelli. Ma anche i piloti, una volta decollati, ignorano gli ordini, accendono le radio nelle cabine di pilotaggio e si mettono ad ascoltare la musica assieme al resto della popolazione. Strummer aveva abbozzato il testo, ma non sapeva bene che farci. La svolta arrivò quando il batterista dei Clash, Topper Headon, iniziò a improvvisare in studio un riff suonato al pianoforte. Quando Strummer lo sentì, capì immediatamente di aver trovato la canzone giusta: Rock the Casbah.

Il successo del brano andò ben oltre le più rosee aspettative, al punto da finire per rivoltarsi contro gli stessi Clash.

Pochi anni dopo, nel 1991, durante la Guerra del Golfo, Rock the Casbah entrò nella heavy rotation delle radio militari ascoltate dai soldati statunitensi diretti a bombardare l’Iraq. In un caso, secondo diversi racconti dell’epoca, la scritta “Rock the Casbah” venne addirittura dipinta su una bomba destinata a essere sganciata su Baghdad. La notizia mandò su tutte le furie Joe Strummer, che si disse sconvolto per l’uso distorto della canzone: un brano in cui i piloti militari si rifiutano di bombardare trasformato nella colonna sonora dei caccia che partivano per l’Iraq. Del resto, in tutto il disco, Combat Rock, i Clash non avevano certo risparmiato le critiche alla politica guerrafondaia degli Stati Uniti. L’album è pieno di riferimenti alla presenza militare americana nel mondo, alle guerre per procura e agli effetti devastanti che queste politiche avevano sulle popolazioni civili. Il caso più evidente è la traccia che chiude il primo lato del disco, Straight to Hell, un brano descritto dallo scrittore Pat Gilbert come “saturo di malinconia e tristezza coloniale”.

Qui il tono cambia completamente. Se Rock the Casbah è ironica ed energica, Straight to Hell è cupa, lenta e sofferente. La canzone parla, tra le altre cose, dei figli abbandonati dai soldati americani nelle basi asiatiche dopo la Guerra del Vietnam. Bambini meticci rifiutati, figli di padri che sono tornati negli Stati Uniti lasciandoli a crescere in paesi che spesso li discriminavano, lontani dal sogno americano che non li voleva riconoscere. A un certo punto Joe Strummer si rivolge direttamente a uno di loro in uno dei versi più belli di tutto il disco: «Let me tell you ‘bout your blood, bambu kid — it ain’t Coca-Cola, it’s rice».

È un brano che racconta cosa resta dentro le persone quando la guerra se ne va. Non le battaglie, non le vittorie, ma le conseguenze. Un’idea che verrà ripresa in modo quasi speculare appena due anni dopo da Bruce Springsteen con Born in the U.S.A. Non a caso The Boss ha sempre riconosciuto un debito artistico nei confronti dei The Clash. Nella versione registrata in studio, Joe Strummer sembra davvero cantare in mezzo a una risaia. Le percussioni di Topper Headon hanno il suono secco e legnoso delle canne di bambù che battono tra loro mentre si lavora nei campi, il basso di Paul Simonon procede lento e ostinato, mentre le chitarre di Mick Jones, cariche di riverbero, sembrano echi di sinfonie che arrivano da lontano. La voce di Strummer è densa e sofferente, perfetta per quello che deve dire. Ma forse l’interpretazione più intensa del brano arriverà qualche anno dopo, nella versione dal vivo pubblicata nell’album From Here to Eternity. Lì non canta semplicemente la canzone: la trasforma. Le parole diventano più lente, i respiri più pesanti, come se ogni verso fosse trascinato fuori con una fatica immane.

È quello il punto in cui Straight to Hell smette di essere solo una canzone contro la guerra e diventa, quasi, una preghiera.