sabato 10 Gennaio 2026
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La neolingua applicata al Venezuela e l’eterna retorica coloniale

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Dopo aver fatto arrestare Nicolás Maduro, il presidente del Venezuela, Donald Trump ha dichiarato che «presto toccherà anche alla Colombia e al Messico». In particolare il Messico «deve darsi una regolata», parole che suonano come l’ordine di un padrone a un sottoposto non tanto intelligente. Dopodiché ha preso di mira la pacifica Groenlandia perché, a detta di Trump, gli Stati Uniti hanno bisogno delle riserve strategiche dell’isola artica, ricca di metalli rari; al diavolo cosa vogliono i suoi abitanti. Per ora si è offerto di comprare l’isola, ma la Casa Bianca avverte che non «è esclusa l’opzione militare». 

Da sempre gli Stati Uniti mirano a controllare i paesi ricchi di petrolio e materie prime; basti pensare a ciò che è accaduto in Iran, Iraq e Libia, rispettivamente la quarta, la quinta e la nona potenza mondiale per riserve petrolifere. E non a caso il Venezuela di Maduro è la prima potenza al mondo per riserve petrolifere. Le guerre statunitensi per esportare la democrazia e combattere il terrorismo hanno sempre una matrice economica. Ma adesso non è questa la cosa interessante. Le pseudo giustificazioni morali usate da Trump per legittimare il rapimento di Maduro non hanno nulla a che vedere con gli interessi economici del paese. Nascono dalla stessa matrice: non economica (o meglio non solo) e neanche politica ma culturale. 

Espressioni come «lotta al narcotraffico», «difesa della democrazia», «tutela dei diritti umani» funzionano perché nascono e si poggiano su una premessa psicologica ben precisa. Una premessa che precede Trump: l’idea che esista un soggetto storico e politico – l’Occidente – legittimato non solo a giudicare il comportamento degli altri Stati, ma anche a intervenire, correggere, punire quegli stessi Stati. Non importa quanto questo principio possa essere elastico e adattarsi in base agli interessi politici ed economici del momento, ed è su questo punto che vertono la maggior parte delle critiche, il principio alla base è dato quasi per scontato. L’intervento militare è un dovere morale verso popoli incapaci di governarsi. Ciò che questa dinamica rivela non è soltanto una strategia di potere ma una concezione del mondo

Ma da dove nasce tale concezione? Perché viene percepita come naturale? La risposta non risiede nelle singole crisi, ma in una visione del mondo dove l’Occidente si è auto attribuito il ruolo di controllore, mentre gli altri Stati sono l’inevitabile oggetto di tale controllo. Non soggetti politici pieni, ma entità da monitorare e raddrizzare. La sovranità nazionale non è un principio universale ma una concessione condizionata. 

Storicamente, questo schema è tutt’altro che nuovo. L’Impero britannico giustificava la propria espansione parlando di missione civilizzatrice; la Francia coloniale rivendicava il diritto e il compito di diffondere cultura e progresso nel globo; gli Stati Uniti hanno costruito gran parte della loro politica estera sulla convinzione di incarnare un modello universale positivo da diffondere. In una sorta di missione evangelica laica o di jihad tutta occidentale, una lotta (armata ovviamente) dove i buoni e onesti soldati statunitensi impugnano le armi per occidentalizzare il resto del mondo. 

Tale atteggiamento è purtroppo rintracciabile anche in molti classici della letteratura occidentale. In Cuore di tenebra di Joseph Conrad, ad esempio, la missione coloniale europea in Africa è giustificata come impresa civilizzatrice. Certo, Conrad ci mostra lo scarto tra questo «nobile fine» e la realtà concreta di tale missione che invece è fatta di sfruttamento e violenza. Ma la critica di Conrad nasce dalla distanza che separa il principio dalla sua attuazione e non è rivolta al principio in sé. Nel celebre Robinson Crusoe di Daniel Defoe la relazione tra Crusoe e Venerdì è costruita su una gerarchia che poggia una superiorità morale intrinseca. Crusoe non domina perché è più forte, ma perché è più razionale, più civile, più vicino a Dio. Impone la sua cultura e la sua fede  a Venerdì che in quanto selvaggio è bisognoso di essere salvato dalla propria barbarie. 

Il presidente Donald Trump pronuncia un discorso in conferenza stampa dopo l’operazione Absolute Resolve effettuata in Venezuela

Lo stesso accade nella Tempesta di Shakespeare dove il mago Prospero, dopo aver fatto naufragio su un isola, ne prende possesso, si autoproclama legislatore, educatore e giudice morale dei suoi abitanti. Il nativo dell’isola, Calibano, è costretto a servire Prospero che non si percepisce mai come usurpatore, ma come colui che ha portato ordine, cultura e razionalità. E quando Calibano per rovesciare Prospero si allea con Stefano e Trinculo, due personaggi caricaturali e grotteschi, la sua rivolta si trasforma subito in una farsa e viene delegittimata a priori.

Il fardello dell’uomo bianco, la celebre poesia di Kipling che fu il manifesto filosofico e ideologico dell’imperialismo britannico continua a pesare sulle spalle dell’umanità; non sulle spalle dell’uomo bianco certo, ma sulle spalle del resto del mondo. Quest’espressione è la traduzione letteraria di un principio politico: il dominio come responsabilità morale. Perché in fondo la maggior parte degli occidentali sono certi della superiorità dell’Occidente stesso.

Da qui nasce la convinzione, spesso implicita e raramente messa in discussione, che l’uomo occidentale, e di riflesso le strutture politiche che lo rappresentano, abbiano non solo il diritto ma il dovere di intervenire per risolvere i problemi del mondo. Ed ecco perché la retorica trumpiana continua a far presa su una buona parte dell’opinione pubblica. Il rapimento di Maduro, «l’occupazione» del Venezuela in attesa che compia, a detta di Trump, una transizione democratica s’inserisce in una visione del mondo ben consolidata. Una visione culturale ancor prima che politica.

Inoltre parlare di diritti umani, democrazia e sicurezza globale consente di spostare il discorso dal piano del potere a quello dell’etica, trasformando scelte politiche e strategiche in atti necessari, obbligati. L’intervento, anche se militare, non è più una violazione ma una responsabilità. Non un atto di forza ma una forma di tutela. Il neo-colonialismo non comporta più l’occupazione formale dei territori o l’amministrazione diretta delle colonie, ma si manifesta con un linguaggio apparentemente umanitario, nel quale l’uso della forza viene giustificato, normalizzato, e rivestito di fini etico-umanitari. 

Nella neo-lingua del colonialismo moderno la conquista diviene stabilizzazione, l’Occupazione diventa «esportazione della democrazia», e gli interessi economici prendono il nome di «sicurezza globale». Perfino la Groenlandia per difendere la propria autonomia deve fare i conti con il diktat della sicurezza globale. La Danimarca ha dichiarato in fretta e furia che, come membro della NATO e alleato storico degli Stati Uniti, è sempre stata pronta a collaborare per garantire la sicurezza globale e pertanto le dichiarazioni di Trump e le sue mire sulla Groenlandia sono inaccettabili.

Ma il principio per cui gli Stati Uniti siano gli unici e i soli a stabilire cosa minacci la sicurezza globale non viene scalfito né messo in discussione. In un  simile contesto appellarsi al diritto internazionale diventa quasi paradossale. Una farsa. Non soltanto perché la Palestina ha mostrato l’inutilità di organizzazioni come l’ONU e la Corte internazionale di giustizia; che dopo lunghe diatribe sulla parola genocidio e altrettanto lunghe consultazioni non hanno mutato di virgola con le loro risoluzioni e «condanne ufficiali» la situazione dei palestinesi. E non soltanto perché il diritto internazionale viene applicato in modo selettivo: le violazioni, infatti, sono intollerabili solo quando sono commesse da Stati nemici, mentre vengono relativizzate o ignorate quando provengono da alleati strategici. Ma anche se tralasciassimo la completa impotenza delle organizzazioni sovrannazionali e mettessimo da parte la strumentalizzazione che ne viene fatta, parlare di diritto internazionale in un mondo di stampo neo-coloniale è assurdo. Finché questa asimmetria non verrà riconosciuta e sanata, fino a quando non muterà l’atteggiamento culturale dell’Occidente, ogni appello alla legalità continuerà a suonare per quello che già è: ipocrisia condita di vuota retorica. Nulla più.

Rapimento Maduro, aggiornato bilancio del blitz: oltre 100 vittime

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Il ministro degli Interni venezuelano, Diosdado Cabello, ha dichiarato che almeno 100 persone sono morte nell’attacco militare statunitense dello scorso sabato, che ha portato al rapimento del presidente Nicolás Maduro a Caracas. Una cifra molto più alta rispetto ai dati precedentemente rilasciati. Prima dell’annuncio, il governo non aveva fornito un bilancio completo, sebbene l’esercito avesse elencato 23 soldati uccisi e il governo di Cuba riferito 32 suoi agenti deceduti. Cabello ha affermato che tra le vittime ci sono numerosi civili, incluse donne, aggiungendo che il numero dei feriti è analogo.

Trattato Europa-Mercosur al voto decisivo: l’Italia pronta a votare sì

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A ridosso del voto decisivo in Consiglio UE, il governo di Giorgia Meloni ha annunciato di essere pronto a dare il via libera all’entrata in vigore del Mercosur, l’accordo commerciale di libero scambio tra l’Unione Europea e l’area del Mercosur (Brasile, Argentina, Uruguay, Paraguay). Il ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida ha sottolineato che Roma sosterrà la sottoscrizione dell’intesa nella «fase attuale» a condizione che vengano confermate le garanzie a tutela del sistema produttivo, imprimendo una svolta dopo mesi di esitazioni e rinvii che avevano rallentato l’iter dell’accordo. L’Italia, insieme alla Francia, aveva frenato sui negoziati per difendere gli agricoltori dalla concorrenza sleale, usando il veto come leva negoziale per ottenere maggiore flessibilità e più fondi europei per l’agricoltura nel periodo 2028-2035.

L’intesa dovrebbe essere definita durante una riunione degli ambasciatori e dei rappresentanti diplomatici degli Stati membri in calendario venerdì 9 gennaio, mentre la firma definitiva è prevista per il 12 gennaio, durante la visita di Ursula von der Leyen in Paraguay. L’Italia, terzo Paese più popoloso dell’Unione, può determinare la maggioranza qualificata necessaria per il sì e la sua decisione è attesa con attenzione tra gli altri partner europei. La posizione di Roma si inserisce in un quadro europeo frastagliato, in cui diversi Paesi – dalla Francia alla Polonia – hanno espresso riserve soprattutto per le implicazioni sul settore agricolo. Dopo un lungo negoziato, l’Unione Europea ha messo sul tavolo incentivi a sostegno ai produttori, come l’accesso anticipato a fondi PAC (Politica Agricola Comune) per circa 45 miliardi di euro, pensati per compensare eventuali impatti negativi delle importazioni sudamericane. Allo stesso tempo, il governo Meloni ha avanzato richieste specifiche per rafforzare le clausole di salvaguardia, proponendo di abbassare la soglia di attivazione delle misure di emergenza dal 8% al 5% per bloccare l’afflusso di prodotti che potrebbero danneggiare i mercati europei e sollecitando l’esenzione dei fertilizzanti dai dazi e dall’imposizione fiscale legata al Carbon Border Adjustment Mechanism (CBAM). La Francia, invece, non ha ammorbidito la sua posizione e annuncia battaglia sostenendo che l’accordo potrebbe essere bloccato anche dopo la firma, qualora il Parlamento europeo dovesse opporsi. Giovedì mattina, agricoltori e trattori hanno protestato, occupando la zona della Tour Eiffel a Parigi, per chiedere maggiori tutele e fermare il trattato.

Nonostante le rassicurazioni delle istituzioni europee sul rispetto degli standard sanitari e fitosanitari dell’UE per tutti i prodotti importati, persistono forti critiche sulla sicurezza alimentare. Organizzazioni di consumatori e gruppi agricoli denunciano da anni che nell’area Mercosur si utilizzano pratiche, pesticidi e metodologie di produzione non ammissibili nell’Unione Europea, con il rischio concreto che residui di sostanze proibite possano entrare nei nostri mercati in assenza di controlli. L’accordo potrebbe favorire l’ingresso nel mercato europeo di carne bovina, pollame e altri prodotti agricoli ottenuti con standard produttivi meno stringenti rispetto a quelli UE. Nei Paesi del Mercosur sono infatti consentiti OGM, pesticidi (come atrazina, clorotalonil, acefato) e ormoni della crescita vietati nell’UE, creando una forte asimmetria normativa della politica commerciale internazionale europea. Un caso emblematico riguarda la carne bovina brasiliana: una verifica indipendente prodotta per conto della Commissione Europea ha evidenziato l’impossibilità di controllare che i bovini brasiliani siano trattati con estrogeni, vietati in UE dal 1981 poiché cancerogeni. Lo studio evidenziava inoltre che quasi il 30% dei pesticidi autorizzati in Brasile e Argentina è vietato nell’UE. Preoccupazioni analoghe emergono per tè, frutta tropicale e agrumi, spesso coltivati con pesticidi illegali, che rientrano poi sul mercato UE come “effetto boomerang”. A questo si aggiunge il tema della soia OGM, largamente prodotta in Brasile e Argentina, oltre all’aumento di miele e succhi di frutta sudamericani che potrebbe mettere sotto pressione le filiere europee.

Il voto finale non riguarda solo i potenziali benefici economici, ma soprattutto i rischi per la sicurezza alimentare e il rispetto degli standard sanitari europei. Le rassicurazioni della Commissione non bastano a dissipare i timori di consumatori e produttori: l’accordo rischia di mettere alla prova il principio di precauzione dell’UE, trasformando la liberalizzazione commerciale in un possibile arretramento delle tutele a difesa della salute dei cittadini.

Ucraina, blackout a Dnipropetrovsk dopo attacchi russi

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Un vasto blackout ha colpito la regione ucraina di Dnipropetrovsk in seguito a una serie di attacchi notturni russi contro le infrastrutture energetiche, lasciando oltre un milione di famiglie senza elettricità e acqua. Le autorità hanno riferito che i bombardamenti hanno danneggiato nodi strategici del sistema di distribuzione, compromettendo anche il riscaldamento. I lavori di riparazione sono già in corso e le squadre tecniche stanno operando per ripristinare gradualmente i servizi essenziali. Le difese aeree ucraine hanno abbattuto 31 droni russi sulla regione. Al momento non si registrano vittime.

Nessuno deve vedere Gaza: Israele rinnova il divieto all’ingresso dei giornalisti

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Nonostante il cessate il fuoco in vigore dal 10 ottobre 2025, Israele ha rinnovato il divieto di accesso indipendente alla Striscia di Gaza per i giornalisti stranieri, un blocco totale ininterrotto dal 7 ottobre 2023. Il governo di Tel Aviv ha presentato alla Corte Suprema una memoria in cui sostiene che la tregua è caratterizzata da «continue minacce» e che persistono motivi di sicurezza tali da giustificare la limitazione dell’accesso. Di conseguenza, l’ingresso dei reporter senza scorta militare «non deve essere autorizzato». Questa decisione, anticipata dal ministro della Difesa Israel Katz, continua dunque a privare il mondo di una testimonianza diretta sulle condizioni umanitarie nell’enclave. Dove, sebbene sia in vigore , si continua a sparare e uccidere.

La posizione governativa è stata depositata in risposta al ricorso presentato nel 2024 dalla Foreign Press Association (FPA), l’associazione che rappresenta centinaia di testate internazionali e che da oltre un anno chiede la riapertura di Gaza ai media. La FPA aveva sollecitato la Corte affinché ordinasse la fine di un divieto che costituisce, a suo giudizio, «un grave danno alla libertà di stampa» e al «diritto all’informazione». Dopo una serie di rinvii, la Corte aveva fissato al 4 gennaio il termine per la presentazione di un piano governativo. La memoria della Procura di Stato, che conferma il blocco, rappresenta la risposta ufficiale. Il procuratore rappresentante dell’esecutivo ha argomentato che «nonostante il cambiamento della situazione sul campo, l’ingresso di giornalisti (sia stranieri che non stranieri) nella Striscia di Gaza senza scorta non deve essere autorizzato». Il governo ha inoltre aggiunto che la presenza di reporter potrebbe ostacolare le operazioni per la ricerca dei resti dell’ultimo ostaggio israeliano, Ran Gvili. Il ministro della Difesa Katz ha sintetizzato la linea ufficiale alla Knesset con una definizione netta: «Troppo pericoloso», ha detto, richiamando l’impossibilità, a suo avviso, di autorizzare ingressi non scortati. «Invece di presentare un piano per consentire ai giornalisti di entrare a Gaza in modo indipendente e di lavorare al fianco dei nostri coraggiosi colleghi palestinesi, il governo ha deciso ancora una volta di chiuderci fuori – ha commentato in una nota ufficiale l’FPA -. E questo nonostante sia in vigore un cessate il fuoco. Abbiamo intenzione di presentare una risposta decisa alla Corte Suprema nei prossimi giorni e speriamo che i giudici pongano fine a questa farsa».

Per garantire una qualche forma di copertura, le autorità hanno organizzato visite strettamente controllate: da ottobre 2025, l’esercito ha facilitato 25 ingressi individuali per 47 giornalisti israeliani e cinque visite di gruppo per 46 giornalisti stranieri, tra cui alcuni dell’agenzia Efe. Questi accessi, della durata di circa due ore, si sono svolti esclusivamente in aree specifiche sotto supervisione militare costante, senza alcuna possibilità di interagire con la popolazione civile palestinese. Questa politica rende i giornalisti palestinesi l’unica fonte diretta di informazione dalla Striscia, un compito che si è rivelato drammaticamente pericoloso. Secondo l’ultimo rapporto di Reporter Senza Frontiere, Gaza è stata nel 2025 l’area più letale al mondo per gli operatori dei media, con almeno 29 giornalisti uccisi mentre raccontavano il conflitto. Altre organizzazioni non governative riportano numeri complessivi ancora più alti dall’inizio della guerra, stimando in circa 300 i colleghi palestinesi uccisi dall’esercito israeliano. Le notizie sull’enclave, dove più della metà della popolazione è sfollata e vive in condizioni disperate con servizi minimi e aiuti umanitari insufficienti, continuano ad arrivare principalmente attraverso i social media e il lavoro degli operatori umanitari rimasti.

Il divieto per i giornalisti si inserisce in un più ampio contesto di restrizioni all’informazione e all’azione umanitaria. Recentemente, la Knesset ha approvato un emendamento per prolungare fino alla fine del 2027 la cosiddetta “legge Al Jazeera”, che consente di bloccare le trasmissioni di media stranieri ritenuti una minaccia per la sicurezza. Parallelamente, Israele ha intimato a 37 organizzazioni non governative internazionali, tra cui Msf, Oxfam e ActionAid, di lasciare la Striscia di Gaza entro il primo marzo.

Dal cessate il fuoco del 10 ottobre, Israele ha costruito almeno 13 nuovi avamposti militari all’interno della Striscia di Gaza, situati principalmente lungo la linea gialla, nella parte orientale di Khan Younis e vicino al confine, ampliando i 48 già esistenti. Sono state poi costruite nuove strade e ampliate le infrastrutture militari, sottraendo ulteriori proprietà ai palestinesi. Nel frattempo, a dicembre, una violenta tempesta ha allagato interi campi a Gaza, distruggendo migliaia di tende in cui dimoravano gli sfollati, e causato danni a strade, edifici, sistemi idrico ed elettrico, e campi agricoli, mandando al contempo in tilt il settore ospedaliero. Negli ultimi giorni del 2025, l’ufficio stampa dell’enclave ha riportato che, dal cessate il fuoco, si sono registrate oltre 700 violazioni, con più di 350 bombardamenti sulla Striscia. Circa 400 i palestinesi uccisi.

Cortina ’26: ritardi olimpici e costi reali per le comunità

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Il 10 novembre la Corte dei Conti ha approvato con delibera la relazione sul Fondo opere infrastrutturali per le Olimpiadi invernali Milano Cortina 2026. Nel documento, i magistrati contabili osservano l’assoluto ritardo nella realizzazione delle opere accumulato dalla maggior parte dei progetti in cantiere. Novantotto dovrebbero terminare entro la fine del 2025; molte di queste però, non solo non verranno consegnate per tempo, ma rischiano di non vedere la luce entro l’inizio dell’evento. Il problema non si risolve in una mera questione organizzativa: i ritardi nella consegna delle opere – e ...

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Contatti opachi con la lobby delle armi: Von der Leyen denunciata alla Corte UE

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L’eurodeputato tedesco Fabio De Masi, esponente del partito Bündnis Sahra Wagenknecht (BSW), ha presentato un ricorso contro la Commissione Europea davanti alla Corte di Giustizia dell’Unione, accusando la presidente Ursula von der Leyen di non aver reso adeguatamente pubblici i contatti con i rappresentanti dell’industria della difesa. De Masi accusa la Commissione di violare i Trattati UE e di ostacolare il ruolo di controllo del Parlamento europeo, dopo che una sua interrogazione dettagliata sulle interazioni con la lobby delle armi non ha ricevuto risposte complete nei tempi previsti. Von der Leyen è già stata ritenuta responsabile per la mancata divulgazione di informazioni ai media con lo scandalo Pfizergate. Ora, la causa mira a un precedente legale per rafforzare il diritto dei deputati a ottenere informazioni esaustive dall’esecutivo. Il 14 marzo 2025, l’eurodeputato ha infatti avanzato una formale richiesta scritta alla presidente della Commissione UE, nella quale chiedeva di rendere conto di tutti i contatti «incontri fisici, telefonate, video conferenze, e-mail e corrispondenze» che Ursula von der Leyen ha avuto con l’industria della Difesa a partire dalle elezioni parlamentari di giugno 2024. La (breve) risposta è giunta solamente il 27 ottobre successivo, 7 mesi dopo: la Commissione cita infatti un incontro del 12 maggio 2025 («il primo dialogo strategico dell’industria europea della difesa»), al quale erano presenti quindici aziende del settore, e una cena di lavoro del 5 giugno successivo, al quale avrebbero partecipato tre aziende e il Fondo per l’Innovazione della NATO (NIF). Altri inviti sono stati declinati dalla presidente «a causa di impegni pregressi in agenda», mentre i messaggi privati ricevuti dagli appaltatori della difesa avrebbero riguardato solamente le congratulazioni a seguito della sua elezione di giugno 2024. Secondo De Masi, si tratta di una risposta affatto esaustiva. Von der Leyen è stata infatti al centro dello scandalo Pfizergate, nel quale era stata accusata di scambiare messaggi privati con Albert Bourla, amministratore delegato di Pfizer, subito prima dell’accordo colossale da 35 miliardi di euro per l’acquisto di 1,8 miliardi di dosi di vaccino contro il Covid. Il tutto era avvenuto nel 2021, nel periodo più critico della pandemia. A far esplodere il caso era stata una giornalista del New York Times, Matina Davis-Grindeff: quando la Commissione aveva dichiarato che i messaggi erano stati cancellati in quanto ritenuti «documenti non ufficiali» era intervenuta la Corte di Giustizia, che ha dichiarato non credibili le spiegazioni della Commissione – condotta che, per i giudici, ha denotato una negligenza istituzionale grave e potenzialmente dolosa. Contro la sentenza, la Commissione UE ha rifiutato di presentare ricorso. Alla luce di questi precedenti, De Masi ha dichiarato che la sua decisione ha l’obiettivo di «ottenere una sentenza che costituisca un precedente per i diritti del Parlamento Europeo». Secondo l’atto, citato dai media tedeschi, von der Leyen avrebbe infatti violato l’obbligo previsto dai trattati UE di rispondere alle interrogazioni del Parlamento.

USA: proteste per donna uccisa a Minneapolis da agente ICE

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Da New York alla West Coast, sono scoppiate proteste in numerose città degli Stati Uniti dopo l’uccisione di una donna americana di 37 anni a Minneapolis durante un’operazione dell’ICE, la polizia federale per l’immigrazione. Le manifestazioni denunciano l’uso della forza e contestano le politiche migratorie dell’amministrazione federale. La vittima, madre di tre figli, è morta dopo essere stata colpita mentre era alla guida di un’auto che, secondo la versione ufficiale, non si sarebbe fermata a un controllo. Le autorità parlano di legittima difesa, ma attivisti e leader politici chiedono chiarezza e giustizia. È stata avviata un’indagine, mentre cresce la pressione sull’operato dell’ICE e sul ruolo delle forze federali sul territorio.

Brasile: lavanderie pubbliche per le famiglie per contrastare le disuguaglianze

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Brasile lavanderie

Il governo brasiliano realizzerà una rete di lavanderie di comunità in tutto il Paese, gratuite per la popolazione. 13 milioni di rial (circa 2,1 milioni di euro) sono la copertura economica della costruzione di 17 luoghi multifunzionali, che, oltre alla lavanderia pubblica, ospiteranno una sala per corsi e formazione, una ludoteca e diversi spazi comuni. Gli obiettivi dell’intervento pubblico sono molteplici e riguardano sia la sfera economica sia quella sociale: la riduzione delle spese domestiche per le famiglie si affianca infatti alla promozione dell’uguaglianza di genere nonché alla trasmissione di conoscenze e competenze. La prima delle 17 lavanderie è stata inaugurata nel 2025 a Cararu; il governo guidato da Lula punta a realizzare le rimanenti nei prossimi mesi.

Lo spazio pubblico immaginato dai ministeri delle Donne, Sviluppo Sociale e Diritti Umani fornisce servizi gratuiti alla popolazione locale, a partire dal lavaggio e asciugatura dei vestiti, affidati allo staff presente in loco. L’idea è di trasformare l’attesa in un prodotto sociale, stimolando dibattiti su economia domestica, uguaglianza di genere e divisione del lavoro in casa. Stando agli ultimi dati disponibili dell’Istituto Brasiliano di Geografia e Statistica (IBGE), le donne dedicherebbero in media 21,3 ore a settimana al lavoro domestico, quasi il doppio rispetto agli uomini. L’intervento governativo punta dunque a diminuire l’onere per le donne, offrendo momenti di socialità implementati anche da attività collaterali organizzate negli spazi comuni previsti dal progetto, oltre che a un cambio di narrazione circa la responsabilità condivisa della cura. «Le lavanderie pubbliche sono un esempio concreto di come le politiche di cura possano trasformare le vite. Quando liberiamo tempo per le donne, restituiamo dignità, autonomia e opportunità di partecipazione piena nella società. Non si tratta solo di lavare i vestiti, ma di cambiare una cultura e garantire giustizia di genere», ha dichiarato il Ministero delle Donne del Brasile.

In una società sempre più individualizzata, è raro che uno spazio pubblico riesca a tenere insieme funzioni diverse, dal lavaggio dei vestiti alla formazione, dalla cura dei bambini alla socialità di quartiere. Il progetto brasiliano prova a farlo, immaginando luoghi multifunzionali pensati non solo per offrire servizi, ma per ricostruire relazioni e tempo condiviso. Dopo l’apertura di Cararu, le prossime lavanderie di comunità sorgeranno nel comune di Petrópolis e nello stato di Piauí, prima di estendersi ad altre 14 località in tutto il Paese.

Le proteste in Iran si allargano, Israele e USA soffiano sul fuoco

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Dopo giorni di proteste della popolazione iraniana, gli Stati Uniti si dicono pronti a intervenire a sostegno degli iraniani nel caso in cui le forze di sicurezza dovessero aprire il fuoco contro la popolazione. A dichiararlo è stato Donald Trump che, dopo aver attaccato Teheran sul dossier nucleare, ha avvertito che gli USA sono «armati e pronti a partire» se il regime iraniano dovesse reprimere violentemente le proteste. In risposta, la Guida Suprema Ali Khamenei ha replicato promettendo di non «cedere al nemico». Le manifestazioni, iniziate due settimane fa per l’aumento dei prezzi e il crollo del rial, si sono estese a 27 delle 31 province del Paese e hanno provocato un bilancio di vittime ancora incerto.

Secondo l’ong Human Rights Activists, i morti sarebbero almeno 35, tra cui circa 29 manifestanti, quattro minori e due membri delle forze di sicurezza, mentre gli arresti supererebbero le 1.200 unità, dati che non è possibile però accertare in maniera indipendente. Dal canto loro, le autorità iraniane riferiscono di aver arrestato presunti rivoltosi e organizzatori accusati di essere armati e in possesso di esplosivi. Secondo la versione ufficiale, le manifestazioni sarebbero state rapidamente strumentalizzate da “elementi sovversivi”, alcuni dei quali avrebbero confessato legami finanziari con l’estero e piani di sabotaggio contro infrastrutture e obiettivi governativi. Il capo della magistratura, Gholamhossein Mohseni Ejei, ha ammonito che il sistema giudiziario non mostrerà «alcuna clemenza» verso i “rivoltosi”, pur riconoscendo il diritto a manifestare per rivendicazioni economiche. Il governo iraniano ha inoltre annunciato di aver ordinato un’indagine sui disordini nella provincia occidentale di Ilam: martedì hanno iniziato a circolare dei video che mostrerebbero i membri dell’esercito fare incursione nell’ospedale Imam Khomeini, dove si trovavano attivisti e civili feriti, per poi aprire il fuoco e lanciare gas lacrimogeni nella struttura.

Le forze dell’ordine hanno puntato il dito contro media e organizzazioni straniere come fonti d’ispirazione per gli insorti. Lunedì, il Ministero degli Esteri iraniano ha accusato gli Stati Uniti e Israele di interferire negli affari interni dell’Iran e di incoraggiare la violenza attraverso dichiarazioni pubbliche. Il 30 dicembre, il giornalista israeliano Zvi Yehezkeli si è vantato del ruolo svolto dall’intelligence straniera nel fomentare le rivolte in Iran, durante un’intervista al canale israeliano i24NEWS. Il Mossad, che monitora attentamente la situazione, ha utilizzato il suo account X in lingua persiana per incoraggiare gli iraniani a protestare contro il governo, affermando che si sarebbe unito a loro durante le dimostrazioni: «Uscite insieme per le strade. È giunto il momento». Sempre su X, l’intelligence israeliana promuove la narrazione secondo cui «il regime è spaventato e sta perdendo il controllo», sostenendo che «un crollo del regime islamico rimodellerebbe immediatamente la sicurezza regionale». Resta da capire se questi messaggi mirino a favorire un cambio di regime o facciano parte di una più ampia strategia di pressione e guerra psicologica. Al termine dell’Operazione Rising Lion di giugno, il direttore del Mossad David Barnea rilasciò una dichiarazione inusuale, lasciando intendere una presenza operativa continua di agenti del Mossad in Iran.

Alla Knesset, Netanyahu ha espresso il suo sostegno alle proteste, dichiarando che «potremmo essere di fronte a un momento cruciale, in cui il popolo iraniano deciderà il proprio destino» e ha aggiunto che lui e Trump non permetteranno all’Iran «di ricostruire la sua industria missilistica balistica e certamente non gli permetteremo di rinnovare il suo programma nucleare». Proprio Trump, in un post su Truth, ha sfidato apertamente Teheran: «Se l’Iran sparerà e ucciderà in modo violento manifestanti pacifici, come sua abitudine, gli Stati Uniti accorreranno in loro soccorso». Immediata la reazione delle autorità iraniane che hanno minacciato di «colpire i soldati statunitensi» presenti nell’area, in risposta alle interferenze di Washington. Intanto, la stampa internazionale tratteggia scenari sempre più cupi per la leadership iraniana: Time arriva a immaginare un futuro di fuga, con la Guida Suprema Khamenei costretta all’esilio a Mosca accanto a Bashar al-Assad, mentre il New York Times descrive il potere in affanno, impegnato in una lotta per la sopravvivenza. In questo clima sospeso tra lettura dei fatti e costruzione della narrazione, la crisi interna iraniana si intreccia sempre più con le tensioni regionali, trasformando le proteste in un nuovo terreno di confronto geopolitico.