mercoledì 11 Marzo 2026
Home Blog Pagina 4

Golfo di Napoli, scossa di magnitudo 5.9

0

Pochi minuti dopo la mezzanotte si è registrata nel Golfo di Napoli, nei pressi di Capri, una scossa di magnitudo 5.9, a 414km di profondità. «Il terremoto è stato avvertito in tutta Italia», scrive l’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia (INGV), aggiungendo che: «in questi casi fortunatamente la grande profondità determina una forte attenuazione delle onde sismiche e quindi un minore impatto sul territorio». Al momento non si registrano infatti feriti o danni infrastrutturali.

Psicologo di base gratuito, la Toscana rinnova il servizio dopo i primi risultati positivi

0

La sperimentazione dello psicologo di base in Toscana continuerà anche nel 2026. In una società in cui solitudine, incertezza economica e cambiamenti sociali rendono la salute mentale un tema sempre più centrale, la Regione ha deciso di prorogare il progetto per altri dodici mesi dopo i risultati registrati nella prima fase di attività, avviata nel settembre 2024. Il servizio resterà attivo nelle ventuno sedi distribuite nelle tre aziende sanitarie regionali e continuerà a offrire ai cittadini uno spazio gratuito di ascolto e orientamento psicologico all’interno della sanità pubblica.
L’idea a...

Questo è un articolo di approfondimento riservato ai nostri abbonati.
Scegli l'abbonamento che preferisci 
(al costo di un caffè la settimana) e prosegui con la lettura dell'articolo.

Se sei già abbonato effettua l'accesso qui sotto o utilizza il pulsante "accedi" in alto a destra.

ABBONATI / SOSTIENI

L'Indipendente non ha alcuna pubblicità né riceve alcun contributo pubblico. E nemmeno alcun contatto con partiti politici. Esiste solo grazie ai suoi abbonati. Solo così possiamo garantire ai nostri lettori un'informazione veramente libera, imparziale ma soprattutto senza padroni.
Grazie se vorrai aiutarci in questo progetto ambizioso.

Bollette, gas e benzina: i costi della guerra all’Iran si riversano sugli italiani

2

Il recente scoppio del conflitto in Medio Oriente ha causato una nuova scossa sui mercati energetici globali, con effetti immediati sui prezzi di petrolio e gas, anche nel nostro Paese. Il greggio Wti ha sfondato quota 93 dollari al barile, registrando un +36% in sette giorni, uno strappo che non si vedeva dal 1983. Gli effetti sui consumatori italiani sono già palpabili, con la benzina self service schizzata ai massimi dal luglio dello scorso anno e il gasolio self service che ha addirittura raggiunto i picchi di ottobre 2023, con punte superiori ai 2,5 euro al litro in autostrada. Secondo le prime stime da parte delle associazioni di rappresentanza, nel nostro Paese un nucleo familiare potrebbe dover affrontare quasi mille euro aggiuntivi all’anno tra bollette, benzina e acquisti al supermercato.

A destare il massimo allarme è, in particolare, la tenuta degli approvvigionamenti. Il blocco dello Stretto di Hormuz, attraverso cui transita un quinto del petrolio mondiale e un terzo del commercio globale di materie prime per fertilizzanti, rischia infatti di provocare un taglio del 15-20% all’offerta di greggio. Il Qatar ha già paventato lo stop all’esportazione di gas naturale liquefatto, di cui è fornitore chiave per i paesi europei e asiatici. «Magari quella sul gasolio fosse una speculazione – commenta Davide Tabarelli di Nomisma Energia –. Questa è una crisi devastante e ci aspetta anche di peggio. Manca il 20% del petrolio mondiale. Manca anche il gas, perché passa dallo Stretto di Hormuz. La situazione è complicatissima».

Rispetto all’impatto di luce e gas, è intervenuta una nota dell’Ufficio studi della CGIA di Mestre, che ha stimato in circa 10 miliardi l’incremento dei costi energetici che, nel 2026, potrebbe gravare sulle imprese del nostro Paese. Nello specifico, si parla di 7,2 miliardi per l’elettricità e 2,6 per il gas, con un +13,5% rispetto al 2025. Le quotazioni, che alla vigilia dell’attacco vedeva il gas a 32 euro al megawattora e l’elettricità a 107,5, sono balzate rispettivamente a 55,2 e 165,7 euro in pochi giorni. Secondo le proiezioni, le regioni che subirebbero maggiormente l’impatto sarebbero Lombardia, Emilia-Romagna e Veneto – ovvero le “locomotive” del Nord. Tra i settori più in pericolo figurano, secondo l’analisi, la metallurgia, il commercio, l’alimentare, gli alberghi, il trasporto e logistica e la chimica per l’elettricità, oltre all’estrattivo, la lavorazione alimentare, il tessile e la cantieristica navale per il gas. CGIA evidenzia la necessità di interventi immediati: a livello nazionale bonus sociali e taglio dell’Iva, sul versante comunitario il disaccoppiamento tra prezzo del gas e dell’elettricità.

A sottolineare le pesanti ricadute della situazione in Medio-Oriente sull’Italia è anche il Codacons, secondo cui anche solo l’aumento dell’inflazione di un punto percentuale si potrebbe trasformare in circa mille euro annui in più a famiglia tra bollette, carburanti, beni di consumo e mutui. A febbraio l’Istat aveva certificato un’inflazione all’1,6%, ma i dati non incorporavano ancora gli effetti del conflitto. I listini alla pompa intanto corrono: da venerdì scorso la benzina self è aumentata di 9,2 centesimi, il gasolio di 18,9. Le compagnie aeree, che devono fronteggiare deviazioni e cancellazioni, scaricheranno i maggiori costi sui biglietti. Secondo Confesercenti, nel frattempo, il turismo rischia di perdere nei prossimi mesi un miliardo di euro di spesa straniera. Altro comparto in allarme è l’export agroalimentare. Michele Ponso, presidente della Federazione nazionale di prodotto Frutticoltura di Confagricoltura, ha segnalato che «ci sono già navi cariche di mele ferme e sono arrivate numerose disdette di ordini per le prossime settimane». L’Arabia Saudita costituisce infatti il terzo mercato di riferimento per le mele italiane, registrando affari per circa 70 milioni di euro.

Le opposizioni vanno all’attacco del governo, sostenendo che il decreto Bollette da poco varato dall’esecutivo – che, tra misure tampone, coperture creative e riforme dalla dubbia efficacia, già appariva lontano dal rappresentare la soluzione strutturale auspicata – sarebbe già fortemente inadeguato di fronte alla nuova emergenza. «Continuiamo a dialogare con tutti i Paesi della regione e ad assistere i nostri connazionali ancora presenti nell’area, ma siamo anche al lavoro per mitigare il più possibile le conseguenze del conflitto per i cittadini, per la nostra Nazione, con task force attivate per monitorare l’andamento dei prezzi dell’energia, della benzina, dei generi alimentari e per combattere la speculazione – ha dichiarato ieri in un videomessaggio la premier Giorgia Meloni -. In particolare sulla benzina stiamo valutando anche di attivare il meccanismo delle cosiddette “accise mobili” che questo Governo ha reso più efficace con il provvedimento sui carburanti del 2023, nel caso in cui i prezzi aumentassero in modo stabile». Si attendono novità dal consiglio dei ministri previsto per martedì.

Nigeria, scontri tra miliziani ed esercito: 15 morti

0

Miliziani afferenti ai gruppi di Boko Haram – affiliato ad Al Qaeda – e dello Stato Islamico della Provincia dell’Africa Occidentale (ISWAP) – affiliato all’ISIS – hanno lanciato diversi attacchi negli Stati nigeriani del Borno e dello Yobe, uccidendo almeno 15 persone. Tra i morti, 12 soldati e tre civili. Gli attacchi hanno preso di mira una base militare nel distretto Kukawa, una nel distretto di Goniri e una a Dalwa; incendiate inoltre abitazioni e veicoli militari. Secondo fonti militari, gli attacchi sarebbero stati coordinati.

Kenya, alluvioni a Nairobi: 43 morti, l’allerta ignorata e il governatore sotto accusa

0
Nairobi, Kenya, inondazioni

In poche ore Nairobi si è trasformata in una città sommersa dall’acqua a causa delle forti piogge: auto trascinate via dalla corrente, strade collassate, quartieri isolati e un bilancio di vittime che continua a salire. Ma dietro le alluvioni che hanno colpito la capitale e il Paese più in generale da venerdì scorso, non c’è soltanto la violenza della pioggia: c’è anche la storia di una metropoli fragile, avvertita in anticipo dal servizio meteorologico eppure rimasta esposta, ancora una volta, al disastro.

Il bilancio delle vittime delle inondazioni di venerdì sera è salito a 43 e in almeno 16 contee le famiglie stanno contando le perdite dopo che le inondazioni hanno spazzato via case, fattorie e strade, lasciando molte persone sfollate.

A Nairobi le acque hanno travolto oltre 170 veicoli, colpito infrastrutture e mandato in crisi la mobilità della capitale; in diversi quartieri si sono registrati blackout e disagi ai servizi. Nel quartiere di Hazina, nel Sud-Ovest di Nairobi, Citizen digital riporta che centinaia di residenti sono rimasti senza casa dopo che inondazioni improvvise hanno travolto il quartiere, distruggendo case e spazzando via proprietà. Una situazione simile è stata segnalata a Kinoo, dove alcune famiglie non hanno potuto accedere alle loro case rimaste sommerse. I residenti hanno affermato che almeno cinque chiese e diverse scuole sono state colpite.

«Ogni anno abbiamo un problema perenne di inondazioni. Oggi alcuni non possono nemmeno pregare. Molte famiglie sono intrappolate nelle loro case», ha riferito un cittadino alla testata, facendo trasparire la rabbia degli abitanti per i mancati interventi. Dopo un silenzio di 48 ore il governatore di Nairobi Johnson Sakaja, intervistato da Citizen Tv, ha tentato con difficoltà di scaricare le proprie responsabilità, dopo che i keniani l’hanno accusato di aver ignorato la priorità data all’installazione di canali di drenaggio efficienti. «Non mi dimetto. Lavoro e ogni giorno faccio del mio meglio, visti i limiti che abbiamo come città. Certo, le aspettative sono estremamente alte e le capisco, ma mi impegno davvero per risolvere i problemi con ciò che ho», ha detto, annunciando compensazioni per chi ha perso tutto e sottolineando che la situazione non può essere risolta con una soluzione rapida e che il sistema di drenaggio della città non è progettato per gestire l’intensità delle precipitazioni attuali.

Il Dipartimento meteorologico del Kenya aveva emesso un’allerta il 3 marzo 2026, valida fino al 9 marzo alle 19:00, avvertendo di precipitazioni superiori a 20 mm in 24 ore in gran parte del Paese, Nairobi compresa, con picco previsto tra il 4 e il 7 marzo e rischio esplicito di alluvioni.

Nicolò Govoni, fondatore di Still I Rise che è proprio a Nairobi per seguire le attività della scuola fondata qui, che dal 2024 è riconosciuta come International Baccalaureate (IB) world school, risponde al telefono mentre il cielo è tornato sereno e spende il sole.

«La città è assolutamente impreparata alla stagione delle piogge, che da aprile a giugno sono quotidiane. Capita spesso che piova fortissimo per qualche ora, con delle vere e proprie bombe d’acqua che travolgono tutto, per poi vedere tornare il sole, come accade ora», racconta a L’Indipendente. I cittadini sono disperati, vivendo in attesa della prossima tragedia. «Nel 2024 le forti piogge [nella foto di copertina, NdA] avevano causato 300 morti in tutto il Paese, con alluvioni devastanti. Cinque persone erano morte qui nel quartiere dove sorge la scuola e moltissime persone avevano perso la casa, in molti casi baracche costruite lungo l’argine del fiume, che scorre vicinissimo alla scuola e che sto guardando proprio mentre ti parlo».

La risposta di due ani fa del governo era stata quella di demolire tutte le baracche e le costruzioni abusive situate entro 30 metri dalle rive del fiume. Posto che molte di quelle case nel tempo sono state ricostruite, manca una visione a lungo termine per scongiurare le prossime emergenze. «Bisogna costruire gli argini del fiume che scorre in piena città, ripristinando dei canali di drenaggio efficienti», spiega, per evitare che le persone muoiano «o perché la baracca viene travolta dalla furia dell’acqua, o perché rimangono bloccati in auto e sommersi. Sono morti terribili».

Venerdì sera Nicolò era con 30 studenti in centro città a vedere una mostra su Pinocchio organizzata dall’ambasciata italiana. Sarebbero dovuti rientrare alle 18, ma sono rimasti bloccati dal diluvio. «Io stesso ho perso casa quella notte, che è all’interno della scuola. Avevo da qualche settimana delle infiltrazioni, e quella mattina l’impresa edile è venuta e ha tolto il tetto di lamiera per aggiustare le infiltrazioni, lasciandola così, senza metterla in sicurezza. Quindi ha piovuto per ore e il controsoffitto di gesso è crollato in tutta la casa. Sembrava di essere in un film apocalittico, tutto distrutto. Certamente non paragonabile rispetto a chi ha perso la vita, ma serve per far capire la situazione. Poi un conto è l’errore di un’impresa, un altro quello di un governo che non fa gli scarichi, nonostante i soldi ci siano».

Ora tutti sono in balia degli eventi. «Sicuramente verrà fatta qualche azione eclatante: come il rifare una singola strada con tutti i crismi costruttivi, per tranquillizzare il popolo inferocito, e poi basta. Ma gli interventi dovrebbero essere strutturali».

Nel frattempo il presidente William Ruto ha ordinato il dispiegamento di una risposta multi-agenzia, il rilascio di aiuti alimentari dalle riserve strategiche e la copertura delle cure per i feriti nelle strutture pubbliche. Misure necessarie nell’emergenza, ma che difficilmente basteranno a risolvere il problema più grande: una città che, ad ogni stagione delle piogge, torna a scoprire quanto sia fragile.

 

La Cina risponde all’embargo USA e dona cinquemila sistemi fotovoltaici a Cuba

1

La vita a Cuba resta avvolta nella precarietà. Il presidente USA Donald Trump è tornato a minacciare l’isola, annunciando un «grande cambiamento» in arrivo e la fine dell’esperienza socialista «così come la conosciamo». La stretta sul petrolio decisa da Washington mina la continuità dei servizi e la tutela dei diritti, anche quelli più basilari. Il popolo cubano rigetta l’ipotesi di un intervento americano, sperando nel superamento della crisi, non senza critiche verso il governo dell’Avana. Quest’ultimo, guidato da Miguel Díaz-Canel, è corso ai ripari, varando un piano emergenziale. Nel frattempo dalla Cina arriva una risposta concreta all’embargo USA, con la donazione di 5mila sistemi fotovoltaici che le autorità cubane stanno installando per mitigare gli effetti della crisi energetica. La “Nuestra América Flotilla” si prepara invece a partire, fissando al 21 marzo la data di arrivo sull’isola.

Va avanti il lavoro di diversificazione energetica intrapreso dall’Avana per aumentare la resistenza alle minacce esterne. L’anno scorso è stato inaugurato, sempre grazie all’alleanza commerciale con Pechino, il primo dei 92 parchi solari che entro il 2028 forniranno oltre 2mila megaWatt di elettricità. Agli impianti già esistenti, che oggi coprono circa il 10-15% del fabbisogno nazionale, si andranno ad aggiungere i nuovi 5mila sistemi fotovoltaici da 2kW donati dalla Cina. Più della metà contribuiranno all’alimentazione dei servizi essenziali nei centri urbani, come ambulatori, centri per anziani, filiali bancarie. Si tratta di impianti autonomi, non connessi cioè al sistema elettrico nazionale, il che li rende operativi anche in caso di blackout.

Installazione di un sistema fotovoltaico al “Policlinico Pablo Noriega de Quivicán”.

2329 dei 5mila sistemi fotovoltaici saranno destinati a famiglie che vivono in luoghi remoti, di difficile accesso, privi della copertura del sistema elettrico nazionale. Gli impianti da 2kW, composti da più pannelli solari, rendono autosufficienti le piccole abitazioni, alimentando elettrodomestici e pompe di calore. Intervenire nelle aree più remote del Paese risponde a una duplice finalità: rinsaldare il sentimento di uguaglianza tra i cittadini e ridurre la migrazione interna verso i grandi centri.

L’intervento cinese è un primo passo verso il miglioramento delle condizioni di vita a Cuba, messe a dura prova dall’embargo USA e dal suo recente inasprimento. Il suo popolo resiste come può, ricorrendo all’ingegno e alla creatività, oltre che al radicato sentimento anti-imperialista. Nel frattempo la Nuestra América Flotilla si prepara a rompere l’assedio americano, portando cibo, medicinali e altri beni di prima necessità a Cuba. Il convoglio umanitario raggiungerà l’Avana il 21 marzo. 4 giorni prima la spedizione europea partirà alla volta dei Caraibi, per unirsi agli altri attivisti: «In un mondo dove infuriano sempre più i venti di guerra, la solidarietà internazionale tra i popoli deve tornare a essere la nostra stella polare», ha dichiarato l’eurodeputata Ilaria Salis, presente per l’Italia insieme a Mimmo Lucano e ai portuali di Genova.

Quando il processo decisionale viene demandato alle intelligenze artificiali

1

L’avvento delle intelligenze artificiali è stato accompagnato dalla promessa di mantenere l’essere umano “in the loop, ovvero di assicurarsi che ogni decisione finale restasse nelle mani di un dirigente in carne e ossa. Ma, pur continuando a ripetere questo principio, si moltiplicano gli indizi di un cambiamento profondo: il processo amministrativo sta scivolando sempre più verso una dipendenza strutturale dai chatbot. Una nuova ricerca britannica evidenzia infatti che la maggior parte dei dirigenti si trovi ormai nelle condizioni di assumere decisioni importanti solo dopo aver consultato un’IA.

Il dato arriva da Quick Thinking 2.0, un report che sintetizza i risultati di un sondaggio commissionato nel Regno Unito da Confluent, azienda attiva nel cloud e nell’analisi dei dati. Considerando il tipo di servizi offerti dalla società, non stupisce che il documento adotti un tono marcatamente propositivo, invitando le imprese ad abbracciare l’innovazione per non restare indietro. Ciò non toglie che le cifre riportate siano interessanti: offrono infatti uno spaccato significativo degli atteggiamenti manageriali emersi tra i 200 “business leader” coinvolti.

Tra i partecipanti al sondaggio emerge che il 62% ricorre ai chatbot ogni volta che deve compiere scelte manageriali significative. Nel 27% dei casi, queste riguardano assunzioni o licenziamenti. Inoltre, il 46% dei dirigenti interpellati ammette di affidarsi più ai suggerimenti dell’intelligenza artificiale che alle opinioni dei propri colleghi. Un quadro che solleva più di una perplessità, soprattutto considerando che i chatbot possono generare informazioni errate – “allucinare” – con una frequenza stimata tra il 3% e il 27%.

La crescente propensione ad affidarsi alle intelligenze artificiali viene spiegata dal fatto che l’82% dei leader aziendali intervistati dichiara di trovarsi spesso costretto a scegliere tra agire rapidamente o prendersi il tempo necessario per maturare decisioni più ponderate. Il 92% sostiene inoltre che, negli ultimi tre anni, il ritmo imprenditoriale sia aumentato in modo significativo, rendendo più urgente che mai dimostrare prontezza manageriale. Non sorprende quindi che il 60% lamenti di avere sempre meno tempo per prendere decisioni cruciali per il raggiungimento degli obiettivi di business.

In questo scenario, i chatbot vengono percepiti come un ponte di connessione tra i due estremi: strumenti capaci di sintetizzare in pochi istanti una mole di informazioni che, impiegando i metodi tradizionali, richiederebbe molto più tempo per essere analizzata. Le IA finiscono così per essere impiegate non piú come assistenti, ma come consulenti, soprattutto in situazioni che richiedono scelte critiche e tempi stretti – un contesto che rende ancora più difficile controllare l’affidabilità delle informazioni generate dai modelli.

Quanto riportato da Confluent offre uno spaccato del settore privato britannico che si basa su di un campione tutto sommato ristretto, non è detto che possa essere esteso automaticamente ad altri contesti. Tuttavia, queste statistiche restituiscono una misura concreta di un fenomeno che sta già incidendo su molti ambiti in cui figure apicali sono retribuite per farsi carico delle decisioni – talvolta anche difficili. Un assunto che, come dimostrano segnali sempre più frequenti, non riguarda soltanto il mondo aziendale ma tocca anche il perimetro dell’amministrazione pubblica.

Sappiamo, per esempio, che i recenti attacchi statunitensi e israeliani contro l’Iran sono stati supportati in qualche misura da sistemi di intelligenza artificiale. Sappiamo inoltre che il Department of Government Efficiency – guidato ufficiosamente da Elon Musk – ha delegato a ChatGPT la selezione di alcune realtà a cui tagliare i fondi, ritenute colpevoli di aver approfittato delle politiche di inclusività ed eguaglianza. I tagli sono stati eseguiti, salvo poi scoprire che in molti casi le valutazioni automatizzate erano errate e la supervisione umana é stata annullata in favore di una maggiore “efficienza”. Nel contesto militare, dove la trasparenza è ancora più limitata, è difficile ottenere dati affidabili sul tasso di errore: ciò che possiamo ipotizzare, però, è che le IA impiegate in ambito bellico non siano magicamente esenti da fallimenti e che, durante le operazioni più recenti, gli Stati Uniti hanno colpito anche delle scuole.

Migranti, incidente in Turchia: 14 morti

0

Un gommone con a bordo diverse persone migranti si è schiantato contro una imbarcazione della guardia costiera turca, provocando la morte di almeno 14 persone. Non è chiara la dinamica dell’incidente. Secondo quanto comunica la guardia costiera, l’imbarcazione sarebbe stata avvistata nelle prime ore di oggi, 9 marzo, al largo della costa del distretto di Finike ad Antalya, da dove sarebbe fuggita dalle autorità turche. La guardia costiera ha aggiunto che 6 migranti e un cittadino turco sono stati tratti in salvo, mentre altri 15 sono stati catturati dopo avere raggiunto la terraferma.

“Il calcio è della gente”: la petizione che unisce le tifoserie per riprendersi il pallone

1

Qualcosa si sta muovendo sulle gradinate italiane, al di là del ritmo martellante dei tamburi, delle torciate, delle sciarpe tenute strette per novanta minuti. Le tifoserie organizzate stanno mettendo da parte le rivalità per portare avanti una petizione a livello nazionale, dal titolo eloquente: “Il calcio è della gente”. Da Salerno a Genova, passando per Vicenza: le piazze promotrici si moltiplicano per raccogliere quante più firme possibili. L’obiettivo è semplice: “rimettere al centro del progetto i tifosi e non solo gli interessi economici”. È stata dunque stilata una lista di richieste, che spaziano dai prezzi accessibili dei biglietti alla tutela delle trasferte e della libertà di movimento, oggi ostaggi di punizioni collettive disposte dalle autorità.

“Tutti i cittadini possono rivolgere petizioni alle Camere per chiedere provvedimenti legislativi o esporre comuni necessità”. Così recita l’articolo 50 della Costituzione, a cui i tifosi hanno deciso di fare appello, lanciando un’iniziativa nazionale contro la deriva del calcio moderno. Di fronte alle sabbie mobili fatte di prezzi alti, criminalizzazione dei tifosi, sottomissione alle regole delle pay tv, gli ultras italiani hanno deciso di unirsi e levare un coro unitario: “per un calcio giusto e popolare”. La petizione sta girando nelle curve durante le partite; ad inaugurarla è stata la Curva Sud Siberiano, durante l’incontro Salernitana-Catania del 1 marzo. Proprio il Catania è una delle ultime vittime della repressione statale. I tifosi etnei si sono infatti visti vietare la trasferta a Benevento appena 24 ore prima l’inizio della partita (tra prima e seconda in classifica), con oltre 1300 biglietti staccati per gli ospiti. A quanto pare, l’Osservatorio nazionale sulle manifestazioni sportive e la Procura di Benevento hanno voluto evitare un possibile incrocio in autostrada con altri tifosi, come quelli della Cavese o del Cosenza (raggiunti anch’essi da un provvedimento analogo).

Non a caso la tutela delle trasferte e della libertà di movimento figura tra le richieste avanzate dagli ultras. In poche parole, si chiede agli organi statali di fare il proprio lavoro e difendere i diritti dei cittadini. Oggi — e i recenti casi di Catania, Cavese e Cosenza lo dimostrano — è diventata prassi estirpare alla radice il “problema”, tutelando l’ordine pubblico non attraverso un’organizzazione statale sul campo (si pensi banalmente al dispiegamento delle forze dell’ordine) bensì coi divieti generalizzati. A tal proposito, gli ultras avanzano anche lo “stop a misure ingiuste e sproporzionate”, come le nuove tipologie di DASPO o le diverse punizioni collettive. Si pensi ad esempio alle sanzioni — consistenti nella chiusura del settore ospite fino alla fine del campionato — per i tifosi di Napoli, Roma, Lazio e Fiorentina comminati dopo gli scontri avvenuti tra alcune decine di sostenitori. Al calcio delle trasferte vietate e dei settori chiusi, viene così opposto il “tifo libero con l’utilizzo degli strumenti propri del tifo (tamburi, striscioni, torce e bandiere)”, anch’essi sottoposti oggi a severi controlli.

Volantino diffuso dalla Curva Sud Siberiano.

Dagli spalti al campo: gli ultras chiedono “campionati meritocratici (no alle squadre B), contrasto alle multiproprietà, prezzi accessibili, orari e calendari rispettosi dei lavoratori“. Cosa che gli attuali turni di Serie A, ideati dalle pay tv per massimizzare i profitti e accettati sommessamente dalle autorità calcistiche, non fanno, iniziando di venerdì sera e finendo dopo tre giorni, il lunedì alle 20.45.

“Le misure richieste — si legge nel volantino diffuso dalla Curva Sud Siberiano — mirano a salvaguardare il patrimonio sociale e culturale legato al calcio e a garantire a tutti la possibilità di parteciparvi. Affinché il calcio italiano torni ad essere davvero patrimonio della collettività con al centro i tifosi, l’identità e la salvaguardia di piazze storiche e non il prevalere di interessi esclusivamente legati al profitto”. La raccolta firme è ufficialmente iniziata e punta a moltiplicarsi in tutte le curve d’Italia. Nelle ultime ore anche la Gradinata Sud doriana è uscita con un comunicato, seguita dagli ultras vicentini.

L’articolo 50 della Costituzione non prevede alcuna soglia minima per poter avanzare una petizione alle Camere, tuttavia presentarsi con decine di migliaia di adesioni lancerebbe un segnale diverso, soprattutto se accompagnato da una copertura nell’opinione pubblica e da sponde politiche in Parlamento. Il tutto senza dimenticare il potere espressivo che le curve conservano, quale luogo di denuncia e di influenza.

Milano, deraglia un altro tram: nessun ferito

0

Un altro tram è deragliato a Rozzano, alle porte di Milano. Il mezzo della linea 15 è uscito dai binari all’altezza del centro commerciale La Vettura. Si stava muovendo a bassa velocità e non ha registrato alcun ferito. È il terzo incidente del genere in 10 giorni per la linea milanese. Il 27 febbraio il deragliamento del tram della linea 7 ha provocato 2 morti e decine di feriti; sabato una vettura della linea 9, senza passeggeri a bordo, è uscita dai binari nei pressi della stazione centrale.