venerdì 9 Gennaio 2026
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Le api senza pungiglione sono i primi insetti al mondo con diritti riconosciuti dalla legge

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ape

Di solito si parla di diritti legali pensando a persone, comunità o, più recentemente, a fiumi e foreste. In Perù, però, per la prima volta al mondo questi diritti sono stati riconosciuti a degli insetti. Le api senza pungiglione dell’Amazzonia hanno ottenuto uno status giuridico che ne tutela l’esistenza, in una regione dove la pressione umana sugli ecosistemi è sempre più intensa.
La decisione è arrivata attraverso due ordinanze locali, la prima adottata nella provincia di Satipo, nel Perù centrale, all’interno della Riserva della Biosfera di Avireri Vraem. La seconda nella città di Nauta, ...

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Proteste in città del Nepal, imposto il coprifuoco

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Dopo una serie di episodi di vandalismo contro una moschea, in Nepal, sono scoppiate una serie di proteste da parte della comunità musulmana. Le proteste sono scoppiate nella città di Birgunj, dove si sono registrati piccoli scontri tra i manifestanti e la comunità indù; le autorità hanno imposto il coprifuoco e dispiegato l’esercito per le strade. Vietati assembramenti e manifestazioni.

Cisgiordania, l’IDF irrompe nell’Università di Birzeit e spara contro gli studenti

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PALESTINA OCCUPATA – L’IDF, l’esercito israeliano, ha fatto irruzione questa mattina nell’Università palestinese di Birzeit, vicino a Ramallah, ferendo 11 studenti di cui cinque con proiettili veri. I soldati hanno distrutto il cancello principale dell’Università, e sono entrati con almeno sette veicoli blindati sparando poi lacrimogeni, bombe stordenti e proiettili. La Mezzaluna Rossa Palestinese ha soccorso e trasferito in ospedale in totale 11 giovani studenti, di cui 4 feriti per inalazione da gas, 5 da arma da fuoco e due per ferite da caduta a causa dell’incursione. Decine di altri studenti hanno subito intossicazioni da lacrimogeni. I soldati hanno poi fatto irruzione in diversi edifici e facoltà e hanno sequestrato attrezzature appartenenti al movimento studentesco, attivo nelle proteste contro l’occupazione d’Israele. Durante il raid, le forze israeliane hanno anche detenuto il vicepresidente dell’università per gli affari accademici, Assem Khalil.

Nella struttura erano presenti circa 8000 studenti; secondo l’agenzia di stampa Anadolu, il raid ha fatto seguito a un evento studentesco organizzato in solidarietà con i prigionieri palestinesi nelle carceri israeliane e ha coinciso con i preparativi per la proiezione di Hind Rajab, il film che documenta l’uccisione di una bambina di cinque anni e di buona parte della sua famiglia durante la guerra di Gaza. Il raid ha impedito lo svolgimento dell’evento come previsto, che mirava a mettere in luce le violazioni israeliane contro i civili nella Striscia.

Il Ministero dell’Istruzione e dell’Istruzione Superiore palestinese ha condannato l’incursione, affermando che questi attacchi violano palesemente tutte le norme e le convenzioni internazionali che criminalizzano la violazione della sacralità delle università e delle istituzioni educative in generale. Il Ministero ha sottolineato che tali violazioni non spezzeranno la volontà delle istituzioni nazionali, dei loro studenti e del loro personale, che rimarranno invece impegnati nella missione di conoscenza e apprendimento.

Sale così a 26 il numero delle incursioni effettuate dall’esercito di Tel Aviv nella struttura universitaria dal 2002 a oggi, la terza in meno di 4 mesi. Il mese scorso l’università ha sottolineato come questi assalti non siano un incidente isolato, ma parte di un modello di aggressione israeliana contro l’istruzione superiore in Palestina che va avanti da tempo. Ha fatto notare che più di 150 studenti dell’Università di Birzeit sono attualmente detenuti nelle prigioni israeliane, mentre il campus continua a subire ripetute incursioni militari.
Il raid arriva in un momento di intensificazione delle operazioni israeliane in tutta la Cisgiordania, dove campus universitari, scuole e infrastrutture civili sono sempre più spesso oggetto di incursioni militari.

Progetto Phobos, in Umbria pale eoliche alte oltre 200 metri: i comitati annunciano battaglia

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Nel territorio dei Comuni di Orvieto e San Giorgio, in Umbria, potrebbe sorgere un impianto eolico composto da 7 aerogeneratori, ciascuna di un’altezza superiore ai 200 metri. Quattro volte il Duomo di Orvieto, scrivono i comitati che stanno dando battaglia. Il progetto di RWE Renewables Italia srl, braccio della tedesca RWE, sorgerebbe infatti tra l’Altopiano dell’Alfina e il lago di Bolsena, un territorio ricco di resti archeologici di pregio e siti protetti. A rappresentare una particolare criticità, sottolineano i comitati, vi è il fatto che il progetto del parco non rispetterebbe quanto stabilito dalla legge e dal Codice dei Beni Culturali, che impone una distanza minima di 3 km tra i beni culturali protetti e opere di questo genere e che, in questo caso, non verrebbe rispettata. “Ancora una volta”, commentano, “siamo di fronte alla privatizzazione dei profitti e alla socializzazione dei danni.

“A titolo esemplificativo, la Necropoli etrusca del Lauscello dista circa 500 metri dall’aerogeneratore n. 4, che misura in altezza circa 200 metri”, scrivono i comitati in una petizione inviata alla presidenza della Repubblica, nella quale si chiede lo stop ai lavori. Una speranza in questo senso era giunta a ottobre dello scorso anno, quando la Conferenza dei servizi della Regione Umbria aveva bocciato la realizzazione del progetto. Tuttavia, pochi giorni fa, il Consiglio di Stato ha accolto il ricorso di RWE, sbloccando di fatto i lavori. Complessivamente, il parco dovrebbe produrre 42 GW di energia, 6 GW per ogni aerogeneratore costruito.

Le associazioni chiedono che il progetto sia del tutto annullato. La coalizione TESS (Transizione Energetica Senza Speculazione), che comprende 140 associazioni e comitati per la difesa dei territori, scrive che tra le criticità vi è la “mancata ottemperanza a prescrizioni essenziali della VIA [Valutazione Impatto Ambientale, ndr]”, dalla quale deriva una “alterazione del bilanciamento costi/benefici ambientali”, e l’esistenza di un “interesse pubblico rafforzato”. “L’eventuale realizzazione dell’impianto Phobos comprometterebbe in maniera permanente uno dei paesaggi più preziosi d’Italia” scrive TESS, “ma soprattutto aprirebbe la strada a una sequenza di analoghe approvazioni in contesti di pari valore, come Civita di Bagnoregio o la Maremma”.

La Cina vieta la vendita di beni a doppio uso al Giappone

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La Cina ha vietato le esportazioni di beni a duplice uso civile e militare verso il Giappone. La notizia arriva dal ministero del Commercio cinese, che tuttavia non ha specificato esattamente a quali prodotti si riferisca. La mossa arriva in un momento di tensioni tra Cina e Giappone, scoppiato dopo che la premier nipponica Sanae Takaichi ha affermato che l’esercito giapponese potrebbe venire coinvolto se Pechino dovesse agire contro Taiwan.

Piogge in Indonesia: 14 morti

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L’Indonesia è stata colpita da una ondata di forti piogge che ha causato improvvise inondazioni, uccidendo almeno 14 persone. Le piogge hanno interessato l’isola di Siau, situata nella regione di Siau Tagulandang Biaro, e hanno provocato l’allagamento di strade e smottamenti. Centinaia di persone sono state evacuate a causa delle inondazioni, e diverse strade risultano ancora bloccate dai detriti. Ignoto il numero di dispersi; sono ancora in corso le operazioni di soccorso.

Le borse brindano alla guerra contro il Venezuela: volano le aziende di armi e petrolio

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Il blitz statunitense in Venezuela ha acceso le borse globali, trasformando una crisi geopolitica in un rally finanziario. Tra future in rialzo, indici asiatici euforici e Wall Street pronta a seguire, a guidare la corsa sono i titoli dell’energia e della difesa, mentre il petrolio risale e gli investitori scommettono su “ricostruzioni” future. In parallelo, hedge fund e gestori patrimoniali statunitensi stanno pianificando un viaggio esplorativo a Caracas a marzo, per anticipare il nuovo assetto di potere e sfruttare la crisi come corsia preferenziale verso il mercato venezuelano, puntando su privatizzazioni del settore energetico e sulla riapertura ai capitali occidentali.

È la logica della shock economy: l’emergenza viene usata come leva e la destabilizzazione diventa un modello di business. Lunedì la reazione delle borse al raid statunitense in Venezuela è stata immediata e coordinata. In Asia, Tokyo e Seul hanno registrato rialzi superiori al tre per cento, trainate dai settori industriali ed energetici. Wall Street ha aperto con future in aumento, mentre gli indici europei hanno seguito a ruota. Il messaggio dei mercati è chiaro: la crisi di Caracas ridisegna gli equilibri delle forniture globali e crea spazio per manovre speculative come leva di guadagno. Il petrolio ha reagito con un balzo dei prezzi: gli investitori hanno iniziato a scommettere che l’intervento USA finirà per sostenere l’economia statunitense, garantendo l’approvvigionamento di petrolio e di conseguenza mantenendo sotto controllo l’inflazione. A trarre il maggior vantaggio dal nuovo clima di tensione sono stati i titoli della difesa e dell’energia, tornati a essere letti dai mercati come asset strategici in uno scenario di conflittualità globale crescente. A Milano, su Piazza Affari, gli acquisti si sono concentrati sul listino principale: Leonardo ha messo a segno un rialzo del 6,3%, mentre Fincantieri è salita del 4,5%. Un segnale chiaro di come l’operazione militare statunitense in Venezuela venga interpretata come un incentivo alla spesa militare, riaccendendo al tempo stesso interrogativi su possibili escalation in altri dossier sensibili, dall’Iran alla Groenlandia, fino a Taiwan. Sul fronte energetico si è distinta Eni, in rialzo dell’1,5%, tra le poche major straniere ancora operative nel Paese sudamericano. L’amministrazione Trump non ha ancora consultato le principali compagnie petrolifere statunitensi, come ExxonMobil, Chevron e ConocoPhillips; incontri tra governo e big del petrolio sono in programma nei prossimi giorni, e l’unica major attiva nel Paese resta Chevron.

Dietro l’euforia dei listini si muove una finanza meno visibile ma altrettanto attiva. Secondo quanto riportato da Business Insider, Charles Myers, presidente della società di consulenza Signum Global Advisors e figura conosciuta nei circoli di rischio geopolitico, ha messo in piedi un ristretto gruppo di lavoro di circa venti investitori – tra hedge fund, gestori patrimoniali e specialisti dei settori energetico e difesa – con l’obiettivo di recarsi a Caracas già nel mese di marzo per sondare opportunità di investimento dirette. Secondo il presidente di Signum Global Advisors, proprio il rientro dei capitali stranieri nell’industria energetica dovrebbe fungere da motore iniziale della ripresa, trascinando con sé il rinnovo – o la creazione ex novo – di infrastrutture, capacità produttive e servizi. Myers parla apertamente della possibilità che l’investimento straniero nel Paese nei prossimi cinque anni possa oscillare tra 500 e 750 miliardi di dollari, e sottolinea come molti dei potenziali partecipanti «hanno effettivamente acquistato obbligazioni in previsione di questo momento». Questa dinamica non nasce per caso: gruppi di investimento organizzati da Signum hanno precedenti simili in zone di conflitto o post-conflitto, con viaggi programmati in Siria e Ucraina quando anche lì si profilavano scenari di riassetto economico post-crisi. Nel caso venezuelano, Myers non nasconde il “cauto ottimismo”: «C’è un enorme interesse per le opportunità di ricostruzione del Venezuela».

La rimozione di Maduro viene interpretata dagli ambienti finanziari come l’apertura di una finestra strategica per penetrare in un’economia piegata dalla crisi ma ancora ricchissima di risorse, consentendo agli investitori di posizionarsi in anticipo sul nuovo equilibrio di potere. La destabilizzazione del Venezuela si trasforma così in un’occasione di profitto: un turismo finanziario che anticipa la normalizzazione politica, quando l’emergenza non è ancora superata ma è già monetizzabile. E mentre le borse e i colossi delle armi e del petrolio festeggiano, la finanza affila i denti.

Libano, Israele intensifica i raid: colpite presunte basi di Hezbollah e Hamas

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L’esercito israeliano ha annunciato una serie di attacchi contro presunti depositi di armi ed edifici militari riconducibili a Hezbollah e Hamas in diverse aree del Libano. Secondo le Forze di difesa israeliane, i raid hanno colpito infrastrutture in superficie e sotterranee utilizzate per attività ostili e per il riarmo. In vista degli attacchi, l’esercito ha emesso ordini di evacuazione per alcuni villaggi. Il presidente libanese Joseph Aoun ha accusato Tel Aviv di aver agito per indebolire gli sforzi del suo esecutivo e di altri attori regionali e internazionali per consolidare il cessate il fuoco con Beirut.

147 Paesi hanno approvato (quello che resta) della tassa globale sulle multinazionali

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I 147 Paesi e giurisdizioni che partecipano all’Inclusive Framework su Base Erosion and Profit Shifting (BEPS), promosso dall’OCSE e dal G20, hanno raggiunto un accordo sugli elementi chiave della Global Minimum Tax, un’imposta minima globale del 15% sui profitti delle grandi multinazionali. L’intesa, parte del cosiddetto “Side-by-Side package”, mira a rafforzare la cooperazione fiscale internazionale, ridurre la complessità normativa e proteggere le basi imponibili nazionali, con la finalità di combattere l’elusione fiscale. Tuttavia, questa intesa arriva dopo che il G7 ha sancito l’esclusione delle multinazionali con capogruppo negli Stati Uniti dal meccanismo, indebolendo l’universalità della riforma e sollevando interrogativi sulla sua reale efficacia.

L’accordo annunciato dall’OCSE rappresenta, almeno sulla carta, un importante risultato politico e tecnico. Il suo scopo dichiarato è gettare le basi per una maggiore stabilità e certezza del diritto nel sistema fiscale internazionale, preservando i progressi finora conseguiti. Il pacchetto consolida un sistema che impone un’aliquota fiscale minima alle multinazionali con ricavi elevati in ciascuna giurisdizione in cui operano, contrastando la tendenza delle imprese a spostare profitti verso Paesi a bassa tassazione. Previsti anche strumenti di semplificazione e assistenza tecnica per facilitare l’implementazione nei diversi ordinamenti fiscali. Secondo l’organizzazione, il pacchetto «tutelerà la possibilità per tutte le giurisdizioni, in particolare i Paesi in via di sviluppo, di avere diritti di prima imposizione sui redditi generati nelle loro giurisdizioni».

Nello specifico, l’accordo si articola in cinque componenti chiave. Innanzitutto, introduce una serie di misure di semplificazione per ridurre gli oneri di compliance per le multinazionali e le autorità fiscali. In secondo luogo, uniforma ulteriormente il trattamento degli incentivi fiscali a livello globale attraverso una nuova clausola di salvaguardia mirata per gli incentivi basati sulla sostanza economica. Terzo, stabilisce nuovi “porti sicuri” per i gruppi multinazionali la cui entità madre ultima si trova in una giurisdizione idonea che soddisfa i requisiti minimi di tassazione. Quarto, comprende un processo di valutazione basato su prove concrete per garantire condizioni di parità tra tutti i membri. Infine, rafforza il ruolo dei regimi fiscali minimi nazionali qualificati come meccanismo primario per proteggere le basi imponibili locali, specialmente nei Paesi in via di sviluppo.

Tuttavia, questa architettura complessa è stata influenzata in modo sostanziale da un accordo politico precedente raggiunto in seno al G7 sotto la presidenza canadese. Per scongiurare contromisure legislative negli Stati Uniti, i Paesi del G7 hanno infatti concordato un’intesa condivisa che prevede, in determinate condizioni tecniche, l’esclusione delle imprese statunitensi dall’applicazione di alcune norme del Secondo Pilastro — in particolare la Regola di inclusione dei redditi (IIR) e la Regola sui profitti insufficientemente tassati (UTPR). L’intesa è stata collegata anche al contesto negoziale che ha riguardato la proposta legislativa interna statunitense nota come Section 899 nel disegno di legge OBBBA, la cosiddetta “tassa sulla vendetta” che avrebbe colpito le imprese straniere attive negli USA. L’intesa è stata salutata dal Segretario al Tesoro Usa, Scott Bessent, come un modo per «garantire maggiore stabilità e certezza al sistema fiscale internazionale in futuro».

Tale deroga rischia di svuotare di significato la riforma. Le multinazionali statunitensi (insieme a quelle cinesi) rappresentano infatti una quota importante a livello mondiale e la loro esenzione pratica potrebbe lasciare di nuovo spazio ai paradisi fiscali, incentivando lo spostamento della residenza delle multinazionali e migliorando la loro competitività fiscale rispetto ad altri Paesi. Inoltre, restano irrisolte questioni centrali, tra cui quella delle Digital Services Taxes, unilateralmente adottate da molti Paesi e fonte di continue tensioni.

L’OCSE ha ora il compito di guidare la fase di attuazione, offrendo assistenza tecnica e strumenti operativi. Tuttavia, la strada per una tassazione globale veramente equa ed efficace appare oggi più complessa e incerta. L’intesa dei 147 Paesi, pur rappresentando oggettivamente un progresso tecnico notevole, dovrà infatti fare i conti con una realtà geopolitica in cui il potere contrattuale di singole nazioni può ancora influenzare l’esito finale, lasciando in sospeso la promessa di contrastare in modo universale l’elusione fiscale delle grandi corporation.

Roma, si è ufficialmente chiuso il Giubileo

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Papa Leone XIV ha chiuso la Porta Santa della Basilica di San Pietro, atto che segna ufficialmente la conclusione del Giubileo aperto da papa Francesco il 24 dicembre 2024. L’evento, centrale per la Chiesa cattolica, ha richiamato a Roma pellegrini da tutto il mondo. Durante l’Anno Santo hanno attraversato la Porta Santa 33,5 milioni di persone,provenienti da 185 Paesi. Non è la prima volta che il Giubileo viene aperto e chiuso da due papi diversi. In origine il Giubileo garantiva il perdono totale dei peccati; oggi mantiene una valenza simbolica, con un significato soprattutto spirituale e comunitario.