mercoledì 21 Gennaio 2026
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Grecia, assolti dopo sette anni gli operatori umanitari accusati di traffico di migranti

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«Tutti gli imputati sono assolti perché il loro obiettivo non era commettere un reato, ma fornire aiuti umanitari». Con questa motivazione, la Corte d’appello di Lesbo ha prosciolto 24 attivisti accusati di traffico di migranti e altri reati legati alla gestione dei flussi sull’isola greca, ponendo fine a un’odissea giudiziaria di oltre sette anni. Tra gli operatori assolti figurano anche la nuotatrice, attivista e rifugiata siriana Sarah Mardini e il volontario Seán Binder, arrestati nel 2018 e divenuti simboli della lotta contro la criminalizzazione della solidarietà.

La vicenda giudiziaria si è innestata nel pieno della crisi migratoria, che ha visto Lesbo come uno dei principali punti di arrivo dei migranti diretti verso l’Europa. I 24 operatori, appartenenti all’organizzazione Emergency Response Centre International (ERCI), erano stati fermati in vari momenti tra il 2018 e il 2019, con accuse che spaziavano dall’«associazione a delinquere allo scopo di facilitare l’ingresso illegale di cittadini stranieri in Grecia» al riciclaggio. In caso di condanna, avrebbero rischiato fino a 20 anni di carcere. Seán Binder e Sarah Mardini – che ha ispirato il film Netlflix The Swimmers, che racconta il suo lungo viaggio dalla Siria a Berlino – hanno entrambi passato mesi in custodia cautelare nel 2018 e anni di incertezza legale. Nel corso degli anni, il processo è stato segnato da rinvii e forti contestazioni, soprattutto per l’impianto accusatorio: tra gli elementi indicati come prova figurava anche l’uso di WhatsApp per coordinare i soccorsi, interpretato dall’accusa come segno di un’organizzazione criminale. La Corte ha respinto questa lettura, chiarendo che un gruppo di messaggistica non equivale a una struttura criminale organizzata. Il pubblico ministero Dimitris Smyrnis aveva chiesto l’assoluzione degli operatori umanitari, sottolineando che «non è stata dimostrata alcuna responsabilità penale», contribuendo alla decisione finale di proscioglimento. Il giudice Vassilis Papathanassiou, presidente del tribunale penale di Mitilene, ha motivato la sentenza, spiegando che le azioni degli attivisti avevano come unico scopo «salvare vite in mare», non commettere reati.

Il verdetto è stato accolto con sollievo e celebrazioni fra i difensori e i sostenitori degli imputati. Wies de Graeve, direttore esecutivo per il Belgio di Amnesty International, che si trovava nell’aula del tribunale di Lesbo ha definito la decisione «agrodolce»: una vittoria per la giustizia, ma segnata dai danni personali e professionali causati da anni di processo. Eve Geddie, direttrice dell’Ufficio istituzioni europee di Amnesty International, ha sottolineato che le «accuse non avrebbero mai dovuto arrivare in tribunale», mentre Human Rights Watch ha rimarcato il peso del «calvario giudiziario» che hanno dovuto affrontare gli imputati «per aver salvato delle vite». Secondo le ONG, il processo e la sua lentezza riflettono una tendenza più ampia alla militarizzazione delle frontiere e alla criminalizzazione della solidarietà, che in tutta Europa ha prodotto un effetto deterrente sulle operazioni di soccorso, riducendo l’assistenza proprio dove sarebbe più necessaria.

Il caso riapre il dibattito su come gli Stati europei trattano la solidarietà nei confronti dei migranti. Il governo Mitsotakis ha adottato misure tra le più rigide d’Europa: in base alla normativa greca, le leggi anti-smuggling vengono applicate in modo così estensivo che chi guida un’imbarcazione di migranti finisce spesso incriminato per favoreggiamento dell’immigrazione irregolare, anche senza prove di profitto o legami con reti criminali. Ne deriva una lunga serie di processi fondati talvolta sulla sola testimonianza della guardia costiera, in cui persone che raccontano di essere state costrette a prendere il controllo del mezzo – talvolta per evitare naufragi – vengono trattate come scafisti e condannate a pene sproporzionate. Nonostante la linea dura del governo greco, la pressione non si arresta: nelle ultime settimane oltre mille migranti sono arrivati tra Creta e Gavdos, soprattutto dal Nord Africa. A fine ottobre 2025, gli attraversamenti illegali erano 39.495, in calo del 18% su base annua, ma sufficienti a mantenere alta la tensione politica.

L’assoluzione non cancella l’impatto sulle vite degli imputati, ma indica che il sistema giudiziario può distinguere tra aiuto umanitario e traffico di esseri umani e, come ha commentato Seán Binder, la sentenza dovrebbe creare un precedente e ricordare che «fornire assistenza umanitaria salvavita è un obbligo, non un reato».

Nigeria, bombardamento su Boko Haram: uccisi 40 miliziani

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L’aviazione nigeriana ha lanciato una attacco contro militanti del gruppo islamista Boko Haram, distruggendo 10 canoe e uccidendo oltre 40 persone. I miliziani, sostiene il portavoce dell’aeronautica militare, stavano preparando un attacco nella città di Bfa e attorno all’area del lago Ciad, nello Stato nigeriano del Borno. Il bombardamento arriva in un momento di tensione, in cui gli scontri con il gruppo si stanno facendo più intensi, specialmente nell’area del Lago Ciad.

La guerra tra governo italiano e magistratura arriva davanti alla Commissione UE

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L’Associazione Nazionale Magistrati ha formalmente chiesto un’audizione alla Commissione Europea per denunciare il «rischio di collasso della Giustizia italiana» a causa dell’«inadempimento del governo agli impegni assunti in sede europea con riguardo all’Ufficio per il processo». In una mossa senza precedenti, il sindacato delle toghe intende portare a Bruxelles la battaglia sull’attuazione del Pnrr in materia giustizia. Al centro della protesta, la mancata stabilizzazione di migliaia di funzionari assunti con i fondi europei, la cui progressiva fuga starebbe minando i risultati ottenuti, mettendo a repentaglio gli obiettivi finali del Piano. Il tutto accade mentre si è già in piena campagna sul referendum per la separazione delle carriere, fortemente promossa dai partiti che reggono l’esecutivo.

Il documento approvato dal Consiglio direttivo centrale dell’Anm, associazione che rappresenta la grande maggioranza dei magistrati italiani, delinea un quadro di allarme. L’Ufficio per il processo, misura cardine del Pnrr alla quale è destinato il 78% delle risorse del piano per la giustizia (oltre 2,8 miliardi di euro), è stato concepito come una riforma strutturale. Tuttavia, a pochi mesi dalla scadenza del progetto fissata per giugno 2026, la sua sopravvivenza è in pericolo. Il governo si era impegnato a rendere permanente l’assunzione di 10.000 unità di personale di supporto, ma la stabilizzazione non procede. «A gennaio 2026, a meno di sei mesi dal termine del progetto, nessun bando è stato pubblicato o reso noto per la stabilizzazione dei funzionari Addetti all’Ufficio per il Processo che, nel frattempo, in un clima di tale incertezza, stanno progressivamente lasciando gli uffici giudiziari per altre opportunità di lavoro» si legge nella nota dell’Anm. Il personale effettivo, da 10.000 unità, si è già ridotto a 8.930.

Questa emorragia rischia di vanificare i «ragguardevoli risultati» già conseguiti. Come evidenziato dalla stessa relazione governativa al 31 ottobre 2025, i tribunali italiani hanno già raggiunto in anticipo l’obiettivo di ridurre del 25% la durata dei processi penali e sono prossimi all’abbattimento dell’arretrato civile ultra-triennale. Il timore però è che, senza certezze sulla stabilizzazione del personale e senza nuove risorse, i progressi verso la riduzione dell’arretrato e dei tempi processuali possano arrestarsi o regredire. Un elemento aggravante è la forte pressione sulle Sezioni specializzate per la protezione internazionale: l’incremento delle iscrizioni e il riversamento su questi uffici di pratiche di cittadinanza hanno infatti moltiplicato il carico di lavoro, con l’effetto di allungare drasticamente i tempi di definizione e di mettere a rischio il rispetto dei termini previsti dal nuovo quadro europeo sull’asilo. Le stesse analisi citano aumenti massicci delle iscrizioni e pendenze che, in assenza di adeguato supporto, producono ritardi strutturali.

La richiesta di audizione a Bruxelles ha scatenato l’ira del governo. Il viceministro alla Giustizia Francesco Paolo Sisto ha attaccato duramente l’Associazione, accusandola di «denunciare, ingiustificatamente, il proprio Paese all’Unione europea». Sisto ha ribadito l’impegno dell’esecutivo a stabilizzare «quanti più possibile» i funzionari, indicando una soglia di almeno 6.000 unità, e ha ritenuto la mossa un atto politico in vista del referendum. Fonti interne all’Anm hanno replicato che i magistrati sono chiamati a esporre fatti e che, se l’operato del governo è in regola, «nessuno ha da temere alcunché». Lo scontro – in un clima già fortemente teso in vista del referendum sulla separazione delle carriere calendarizzato dall’esecutivo per i prossimi 22 e 23 marzo, su cui pende ancora un ricorso al TAR da parte dei Comitati del No – si appresta così a varcare i confini nazionali.

Milano è diventata la capitale mondiale dei milionari: 1 ogni 12 abitanti

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Un residente su dodici, compresi anziani e bambini, possiede un patrimonio finanziario superiore al milione di euro, escludendo dal calcolo gli immobili di proprietà. È questo l’eloquente dato che incorona Milano come la città con la più alta concentrazione di ricchezza liquida al mondo, superando di gran lunga le tradizionali capitali della finanza. L’analisi, condotta dalla società internazionale Henley & Partners, rivela come il capoluogo lombardo abbia saputo attrarre una quota senza precedenti di grandi patrimoni, grazie a una combinazione vincente di fattori: la sua centralità nei settori del business, della finanza, del design e della moda, e un regime fiscale studiato per attirare capitali dall’estero. Un sistema che si inserisce però in un contesto urbano sempre più segnato da forti disuguaglianze.

Il rapporto annuale di Henley & Partners, specializzata in residenze e cittadinanze per investimento, fotografa una realtà in netta ascesa. Con circa 115.000 milionari in termini assoluti, Milano si posiziona all’undicesimo posto nella classifica mondiale e al terzo in Europa. Tuttavia, è il parametro della densità a risultare eclatante: uno ogni 12 abitanti iscritti all’anagrafe può avvalersi di un portafoglio liquido che ammonta almeno a sei zeri, al netto di patrimoni immobiliari. Un primato che lascia indietro New York (uno ogni 22 abitanti), Londra (uno ogni 41) o Parigi (uno ogni 14). Ancora più significativa è la presenza di centimilionari, individui con oltre 100 milioni di dollari di liquidità: a Milano se ne contano 182, ovvero uno ogni 7.692 residenti, un rapporto paragonabile a Los Angeles e superiore alla stessa Parigi intramuros.

Il motore di questa crescita, che dal 2014 ha visto un incremento del 24% nel numero di milionari, è duplice. Da un lato, la riconosciuta centralità della città come polo economico e culturale di livello globale. Dall’altro, e in misura determinante, pesa l’attrattività del sistema fiscale italiano per i grandi patrimoni. Il regime forfettario per i neo-residenti, introdotto nel 2017 e recentemente aggiornato, consente a chi trasferisce la residenza fiscale in Italia dopo almeno nove anni all’estero di optare per un’imposta sostitutiva fissa su tutti i redditi prodotti fuori dal paese. L’importo è stato portato a 300.000 euro, più 50.000 per ciascun familiare incluso nel regime. In pratica, una flat tax che sostituisce Irpef, addizionali e imposte patrimoniali sui beni esteri, esentando tra l’altro dal pagamento di IVIE e IVAFE. Un meccanismo che, unito a un’aliquota sulle successioni familiari ferma al 4% contro una media OCSE del 15%, rende il paese un “paradiso” per la pianificazione patrimoniale internazionale.

Questo flusso continuo, stimato in circa 10 nuovi trasferimenti al giorno nel 2025, ha conseguenze profonde sul tessuto cittadino. Il mercato immobiliare di fascia alta è stato drogato dalla domanda, facendo schizzare i prezzi. Il valore medio supera ormai i 6.000 euro al metro quadro, con picchi che toccano gli 11.000 nel centro storico e addirittura i 27.000 in zone simbolo come il Quadrilatero della moda o Brera, dove l’acquisto diventa status symbol e strumento di diversificazione. L’effetto tracima anche nelle periferie, dove i listini sono cresciuti in media del 40% rispetto al periodo pre-pandemico. I redditi più bassi sono dunque stati costretti negli anni ad allontanarsi sempre di più dalla città meneghina, dove però molti di essi trascorrono le giornate lavorative.

Questa concentrazione di ricchezza acuisce infatti le disparità in una città già prima in Italia per disuguaglianze di reddito tra centro e periferie, dove un lavoratore su tre fatica a far fronte al costo della vita e dove 60.000 persone, tra città e hinterland, attendono un alloggio popolare. Nel frattempo, in una Milano segnata da temperature sempre più rigide, negli ultimi giorni sono deceduti già 3 senzatetto. Il segno forse più evidente del sempre più ampio scollamento in atto tra due mondi, quello “di sopra” e quello “di sotto”, che condividono le stesse strade.

Italia, Fondo Monetario taglia stima del PIL per il 2026

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Il Fondo monetario internazionale rivede leggermente al ribasso le stime di crescita per l’Italia. Dopo un 2025 chiuso allo 0,5%, il Pil è previsto salire allo 0,7% nel 2026, con un taglio di 0,1 punti rispetto alle stime di ottobre, mentre la previsione per il 2027 viene rialzata allo stesso livello. L’Italia resterebbe però ultima tra le principali economie europee, con Germania, Francia e soprattutto Spagna su ritmi più sostenuti. Sul fronte globale, l’Fmi prevede un graduale calo dell’inflazione fino al 3,4% nel 2027, con una discesa più lenta negli Stati Uniti e prezzi energetici in forte flessione.

Italia, triplicano i costi del riarmo: 18 miliardi per sviluppare caccia di nuova generazione

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Il caccia di sesta generazione GCAP, sviluppato da Italia, Regno Unito e Giappone, torna a far parlare di sé, a cinque anni di distanza dal lancio del programma. Allora, veniva prevista per l’Italia una spesa di 6 miliardi di euro per la sola fase di sviluppo; oggi il Ministero della Difesa ha reso noto al Parlamento le nuove stime economiche, con i costi triplicati e lievitati a 18,6 miliardi. Con un decreto, il Ministero della Difesa ha dunque chiesto alle commissioni Difesa e Bilancio di Camera e Senato di approvare un impegno economico aggiuntivo, pari a 8,77 miliardi di euro da spalmare nei prossimi dodici anni. Il dicastero guidato da Crosetto mette già le mani avanti, lasciando la porta aperta a ulteriori incrementi di spesa per lo sviluppo dell’aereo militare. A termine del programma si aggiungeranno poi i costi per l’acquisto dei cacciabombardieri GCAP e dei droni accessori, per quello che si candida senza remore come uno dei progetti militari più costosi della storia italiana.

Nell’avanzare la richiesta, il Ministero della Difesa ha tenuto conto “dell’incremento dei costi di maturazione tecnologica, sperimentazione, sviluppo e design”. Non ci sono conferme ministeriali ma la lievitazione dei costi sarebbe legata alla rapida evoluzione nel ramo dell’intelligenza artificiale e all’approvvigionamento dei minerali critici, un settore quest’ultimo particolarmente complicato per Regno Unito, Italia e Giappone, i Paesi sviluppatori del caccia GCAP. La stima della nuova spesa che dovrà sostenere Roma è stata avanzata a condizioni economiche 2025 e lascia spazio a futuri decreti integrativi nel caso in cui «l’approfondimento tecnico-amministrativo dovesse definire la necessità di un superamento di tale limite di spesa».

«Va tenuto presente che il programma GCAP, che vede coinvolte Leonardo per l’Italia, Bae Systems per il Regno Unito e Mitsubishi per il Giappone, non potrà essere finanziato con il prestito europeo Safe (Security Action For Europe) di 14,9 miliardi che l’Italia conta di ottenere, poiché non si tratta di un programma congiunto europeo e inoltre è ancora in fase di sviluppo, quindi fuori dai criteri per la richiesta fondi», ha spiegato MILEX, l’Osservatorio sulle spese militari italiane. Il programma GCAP dovrà dunque essere finanziato con le risorse dei contribuenti, nel segno del riarmo internazionale che fa felici le industrie militari, meno i cittadini, alle prese coi tagli alla spesa sociale. Secondo quanto ricostruito da MILEX, l’approvazione dell’ultimo decreto del Ministero della Difesa porterebbe a 33,7 miliardi di euro il totale degli impegni finanziari richiesti al Parlamento dall’inizio della XIX Legislatura.

Quando l’innovazione arriva dalle piante: il futuro possibile dell’abbigliamento sportivo

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L’abbigliamento tecnico e sportivo è sempre più presente nei nostri armadi. Un settore, in crescita costante, perché non si limita solo a vestire palestre o luoghi dedicati all’allenamento, ma è ormai linguaggio di tutti i giorni, sdoganato anche per look che rievocano lo streetstyle con capi un tempo etichettati come “sportivi” o “da palestra”. 

Ed è proprio in questa nicchia che da anni si stanno dirigendo le ricerche e le innovazioni tessili per ridurre e sostituire fibre derivate dal petrolio con il suo corrispettivo ricavato dalle piante, in grado di dare ai capi le solite caratteristiche tecniche e performanti, migliorandone la qualità con un impatto ambientale ridotto. Un’evoluzione che cambia completamente il modo di progettare il capo sportivo: più performante, circolare e con una maggior trasparenza per il cliente finale.

Per decenni l’elasticità dei capi sportivi è dipesa da elastan e altre fibre sintetiche derivate dal petrolio, difficili da riciclare e responsabili del rilascio di microplastiche durante il lavaggio. La nuova generazione di tessuti stretch prova a risolvere questi limiti sostituendo parte o tutta la componente elastica con materie prime vegetali. In fin dei conti, la gomma naturale è il primo elastico della storia, magistralmente creato da madre natura e dal quale ci siamo allontanati per questioni di ordine meramente economico. Ritornare alle origini, in questo caso, è un modo per ridurre le emissioni lungo il ciclo di vita del prodotto e nello stesso tempo ottimizzare il riciclo o il compostaggio a fine uso del capo. Il tutto senza sacrificare la performance in nome dell’ecologia, ma dimostrando che comfort, libertà di movimento e gestione dell’umidità possono convivere con criteri di sostenibilità. Per l’abbigliamento sportivo (ma non solo), che richiede vestibilità aderente e dinamica, lo stretch bio-based diventa quindi un fattore strategico.

Le innovazioni più interessanti ruotano intorno a fibre e filati sviluppati a partire da oli e gomme di origine vegetale, spesso abbinati a fibre naturali tradizionali come il cotone.

  • Olio di ricino: usato per creare poliammidi bio-based in grado di sostituire il nylon classico in capi tecnici e activewear, mantenendo leggerezza, elasticità e rapidità di asciugatura (come il filato EVO® prodotto da Fulgar e già usato da marchi come Reformation).
  • Gomma naturale: impiegata come anima elastica al posto dell’elastan, rivestita da fibre come il cotone organico per ottenere tessuti stretch privi di componenti plastiche convenzionali (COREVA™ di Candiani Denim ha brevettato il primo denim stretch biodegradabile e compostabile).
  • Derivati da amidi (come il mais industriale): combinati con altri polimeri bio-based per migliorare proprietà come la termoregolazione e la stabilità del tessuto.

Queste fibre elastiche, abbinate con quelle vegetali come canapa, bambù, lino e ortica, che presentano qualità come traspirabilità, resistenza e comfort, permettono di progettare tessuti misti in cui ogni componente ha una funzione precisa (elasticità, gestione del sudore, resistenza, morbidezza e comfort).

Dal laboratorio al prodotto finito il passaggio non è immediato, ma sta arrivando. Alcune aziende hanno sviluppato denim e tessuti tecnici stretch compostabili, dove la fibra elastica è sostituita da gomma naturale avvolta in cotone organico, ottenendo capi elastici ma privi di microplastiche. Altre realtà hanno lanciato filati bio-based derivati da olio di ricino e mais, destinati ad abbigliamento sportivo, indumenti per le gambe (come leggings) e costumi da bagno, caratterizzati da leggerezza, elasticità stabile, asciugatura rapida e proprietà batteriostatiche.

Ad approfittare di queste innovazioni sono stati marchi internazionali di moda responsabile, che hanno iniziato a utilizzare questi filati per collezioni di abbigliamento sportivo, dimostrando concretamente che il passaggio alla bio-based stretch technology è compatibile sia con performance che con l’immagine. Il risultato sono capi elasticizzati adatti per yoga, corsa, attività all’aria aperta, allenamento in palestra o tempo libero con stile, una filiera più trasparente e un fine vita, almeno in teoria, meno impattante.

Durante l’attività sportiva, con il sudore ed il contatto stretto dei capi sulla pelle, è fondamentale sapere cosa ci mettiamo addosso per evitare spiacevoli sorprese e danni per la salute. L’adozione di tessuti stretch derivati dalle piante porta benefici anche da quel punto di vista: leggerezza, traspirabilità e, in alcuni casi, caratteristiche termoregolanti contribuiscono a mantenere il corpo asciutto e alla giusta temperatura durante lo sforzo. Inoltre, l’elasticità resta elevata, con buona resilienza e ritorno alla forma, garantisce che i capi seguano i movimenti senza deformarsi. Sull’ambiente, la riduzione dell’uso di materie prime fossili, il minore rilascio di microplastiche, la possibilità di riciclo o compostaggio a seconda della composizione del tessuto e delle tecnologie disponibili, hanno comunque un impatto positivo. Al momento non tutti i tessuti bio-based sono automaticamente biodegradabili o riciclabili e, per valutare la sostenibilità globale bisogna prendere in esame l’intero ciclo di vita della fibra, dalla coltivazione della materia prima alla tintura ed eventuali ulteriori trattamenti chimici. 

In ogni caso, si tratta di un punto di svolta per tutta l’industria tessile che, come evidenziato nell’analisi del Global Textile Times sulle innovazioni del 2026, affronta l’impatto ambientale dell’abbigliamento sportivo (che rappresenta oltre il 20% dei rifiuti sintetici dell’abbigliamento) mentre risolve problemi di un approccio progettuale datato e non più adatto alle esigenze contemporanee.

Colombia, violenti scontri tra guerriglieri: almeno 27 morti

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Almeno 27 membri di un gruppo di guerriglieri sono stati uccisi in Colombia in violenti scontri interni per il controllo di un’area strategica della giungla centrale, cruciale per la produzione e il traffico di cocaina. I combattimenti sono avvenuti nella zona rurale di El Retorno, nel dipartimento di Guaviare, circa 300 chilometri a sud-est di Bogotá, e rappresentano i più gravi degli ultimi mesi. A scontrarsi sono state due fazioni dissidenti delle FARC, guidate rispettivamente da Iván Mordisco e Calarca Córdoba, separate dall’aprile 2024 dopo una rottura interna.

Pisa, i vigili del fuoco s’inginocchiarono per le morti a Gaza: il Viminale li sanziona

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Il 22 settembre del 2025, l’Italia è stata attraversata dal grande sciopero generale per chiedere la fine del genocidio in corso in Palestina, una delle manifestazioni più partecipate in assoluto degli ultimi anni. Centinaia di migliaia di persone, tanto nel settore pubblico quanto privato, hanno incrociato le braccia per mostrare la ferma opposizione della società civile all’aggressione israeliana in corso, della quale il governo italiano si è dimostrato complice. In questo contesto, a Pisa, un gruppo di vigili del fuoco si è inginocchiato di fronte alla bandiera palestinese. Il gesto, spiegano, è stato fatto in segno di rispetto nei confronti delle decine di migliaia di vittime del genocidio – in particolare i bambini. Al governo, evidentemente, l’iniziativa non è piaciuta e dieci pompieri sono stati raggiunti da contestazioni disciplinari che, in base alla gravità, potrebbero costare loro anche il posto di lavoro.

La notizia è stata diffusa dal sindacato USB, che aveva organizzato quella giornata di lotta e del quale i vigili del fuoco sanzionati fanno parte. La tesi del Viminale sarebbe che «i vigili del fuoco, quando scioperano e manifestano, non devono farlo con l’uniforme, non possono cioè farsi riconoscere in quanto vigili del fuoco che stanno protestando, nè tantomeno parlare in pubblico per difendere le ragioni per le quali stanno manifestando», riporta il comunicato del sindacato. L’obiettivo sarebbe quello di «intimidire un’intera categoria, anche in vista del riordino del settore, la riforma del Corpo dei Vigili del fuoco con la quale questo governo vuole equiparare i pompieri ad operatori di pubblica sicurezza».

Nelle scorse settimane, USB aveva già denunciato come la presenza dei pompieri alla manifestazione fosse finita nel mirino del ministero dell’Interno. A meno di un mese di distanza dallo sciopero, infatti, Paolo Cegnar (del Coordinamento Nazionale USB Vigili del Fuoco) era stato raggiunto da una contestazione disciplinare per aver preso parola nel corso della manifestazione. Una delle frasi che sarebbe finita alla base del provvedimento sarebbe stata la seguente: «Salviamo i bambini palestinesi; siamo ambasciatori di buona volontà dell’UNICEF e portiamo sul petto l’emblema dell’UNICEF e dobbiamo garantire a tutti i bambini la sicurezza e la Pace». Successivamente, in segno di solidarietà, cinque colleghi avevano autodenunciato la propria partecipazione alle manifestazioni del 22 settembre. Il governo ha poi deciso di procedere solo contro uno di loro – Lorenzo Biagini, del Comando di Livorno.

Quella contro i vigili del fuoco rappresenta solamente l’ultima delle iniziative con le quali il governo sta cercando di soffocare il movimento per la Palestina. Decine di denunce e misure cautelari si sono abbattute, nei giorni passati, contro attivisti e studenti (decine delle quali minorenni), mentre sono in corso le indagini per i presunti finanziamenti ad Hamas che hanno visto il presidente dell’Associazione Palestinesi in Italia Mohammed Hannoun finire ai domiciliari, mentre numerosi altri soggetti risultano indagati – inclusa la giornalista Angela Lano, direttrice del sito di informazione Infopal. A Torino, l’imam Shahin è stato rinchiuso in un CPR e minacciato di espulsione verso l’Egitto per effetto della persecuzione politica nei suoi confronti, scatenata dalle frasi a favore della causa palestinese pronunciate nel corso di una manifestazione. E tutto questo solamente nell’ultimo mese e mezzo. In numerose circostanze, poi, le forze dell’ordine si sono attivate anche per intimare i cittadini a rimuovere simboli palestinesi (le bandiere) quando esposti pubblicamente, spesso con motivazioni riconducibili alla “sicurezza pubblica”. Non da ultimo, questo finesettimana è stato reso noto il fatto che il ministero dell’Istruzione stia schedando gli studenti palestinesi presenti negli istituti italiani. Nelle stesse ore, il tribunale de L’Aquila ha condannato Anan Yaeesh a 5 anni e 6 mesi di carcere per l’affiliazione (mai nascosta) con i movimenti di resistenza palestinese. A poco è servito, come hanno ricordato i suoi avvocati, che la resistenza armata di un popolo sia considerata legittima dalle convenzioni internazionali, quando questo è sottoposto alla repressione violenta. Come violenta è l’occupazione illegale di Israele della Palestina e l’oppressione del suo popolo.

Escalation in Groenlandia, UE sparpagliata: Macron invoca il “bazooka”, i tedeschi si ritirano

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Domenica gli ambasciatori dei 27 Paesi dell’UE si sono riuniti attorno a un tavolo per una riunione d’emergenza, dopo l’ultima mossa di Donald Trump, che ha rilanciato l’offensiva sulla Groenlandia e minacciato nuovi dazi contro i Paesi europei contrari alla sua strategia. Il presidente francese Emmanuel Macron chiede di attivare lo “strumento anti-coercizione”, il cosiddetto bazooka commerciale dell’UE. L’Italia si defila, Berlino frena e avvia il ritiro dei propri militari dall’isola artica. Per l’UE, che si trova al crocevia di una crisi senza precedenti, è una prova di sovranità: reagire alle minacce di Washington o accettare che un alleato NATO ricatti l’Europa su un suo territorio, rischiando di far implodere l’Alleanza.

La tensione si è aggravata dall’annuncio di Trump di imporre dal 1° febbraio dazi progressivi dal 10% fino al 25% sulle merci di otto Paesi europei, se la Danimarca non aprirà alla cessione della Groenlandia agli americani. Il presidente americano ha scritto al primo ministro norvegese che, «non avendo ottenuto il Nobel per la Pace», ora si concentrerà sugli «interessi degli USA» e punta alla Groenlandia, mettendo in dubbio il diritto danese sull’isola. La risposta europea è stata immediata, quanto disordinata: la Commissione guidata da Ursula von der Leyen – che aveva risposto timidamente su X alle minacce di Trump – ha ribadito la propria solidarietà a Copenaghen e ha indetto una riunione straordinaria degli ambasciatori UE, durata tre ore, per decidere la linea comune, a cui sono seguiti poi colloqui telefonici tra Trump, il segretario NATO Mark Rutte e il premier del Regno Unito Keir Starmer. In una dichiarazione congiunta, gli otto Paesi sottoposti a sanzioni commerciali hanno affermato che «Le minacce di dazi minano le relazioni transatlantiche e rischiano di innescare una pericolosa spirale discendente». Hanno inoltre ribadito la loro “piena solidarietà” alla Danimarca e hanno raddoppiato gli sforzi per rafforzare la sicurezza nell’Artico, affermando che una missione di esplorazione congiunta delle forze europee, «non rappresenta una minaccia per nessuno».

Le capitali UE valutano contromisure senza precedenti contro Washington: dazi fino a 93 miliardi di euro o restrizioni all’accesso delle aziende americane al mercato europeo. Secondo il Financial Times le opzioni sono state preparate per rafforzare la posizione europea nei colloqui con il presidente USA al World Economic Forum di Davos. Qui, però, emergono le crepe europee che evidenziano come l’Unione sia, di fatto, una somma di interessi nazionali. Parigi spinge per attivare lo “strumento anti-coercizione”, il cosiddetto bazooka commerciale dell’UE creato nel 2023 contro le pressioni esterne. Può colpire beni, servizi e Big Tech, fino a limitare l’accesso al mercato unico. Finora mai attivato, rappresenta un deterrente teorico, ma rimane una scelta dall’impatto potenzialmente devastante per entrambe le sponde dell’Atlantico. Altri partner, in primis Berlino, frenano. La Germania ha già ritirato dopo soli due giorni, ufficialmente per il maltempo, i propri soldati dall’isola artica. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni, che ha escluso un coinvolgimento italiano nella missione congiunta nell’Artico e ha mantenuto una posizione defilata sul dossier Groenlandia, ha definito “un errore” le sanzioni imposte dalla Casa Bianca: per la premier si tratterebbe di un problema di cattiva comunicazione all’interno della NATO.

L’escalation in corso incrina la linea di pacificazione verso Trump seguita finora da Bruxelles e dai Ventisette e misura la stabilità e la coesione non solo all’interno della NATO, ma all’interno dell’UE stessa. L’accordo dell’estate scorsa, che portò i dazi sui prodotti europei al 15% azzerando quelli sui beni industriali americani, doveva garantire stabilità e sostegno USA sull’Ucraina. Fu, invece, percepito come un atto di debolezza: Mario Draghi parlò di “umiliazione”, sostenendo che l’Europa ne fosse uscita più fragile. La Commissione lo difese come prezzo necessario per la sicurezza globale e come fattore di chiarezza per le imprese. Le nuove minacce mostrano però che quella linea non ha prodotto né distensione né certezze. La resa politica di von der Leyen ha aperto la strada al neo-imperialismo trumpiano, generando un paradosso inedito: un membro della NATO, gli Stati Uniti, usa la pressione economica contro altri alleati per rivendicare un territorio che nessuno ha messo in vendita. Per l’UE la posta è esistenziale: subire equivale a certificare la propria irrilevanza, reagire significa accettare l’ingresso in una fase apertamente conflittuale. Attivare il “bazooka” aprirebbe, infatti, uno scontro con Washington; non farlo direbbe al mondo che l’Europa è permeabile alla pressione, anche quando riguarda un suo territorio. La crisi groenlandese smaschera i limiti strutturali dell’Unione, rivelando un’Europa sospesa tra dipendenza strategica dagli Stati Uniti e aspirazione all’autonomia, ma incapace di reagire in modo rapido e unitario alle pressioni esterne. La politica estera comune resta fragile, perché priva di un vero centro di gravità. Ogni capitale calibra la risposta in base al proprio legame con Washington, e il risultato è sempre lo stesso: la paralisi.