domenica 1 Marzo 2026
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Svezia: intercettato drone russo

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Le autorità svedesi hanno dichiarato che un drone russo si sarebbe avvicinato alla portaerei francese Charles de Gaulle nel porto svedese di Malmö, per poi venire intercettato dalle forze armate del Paese. Il velivolo sarebbe decollato da una vicina nave russa e si sarebbe diretto verso la portaerei. Le forze svedesi hanno dichiarato di avere condotto operazioni di disturbo, dopo le quali il drone sarebbe scomparso. La Charles de Gaulle è la più grande portaerei a propulsione nucleare costruita in Europa e si trova a Malmö per prendere parte a delle esercitazioni.

Epstein Files: si dimette Børge Brende, presidente del World Economic Forum

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«Dopo un’attenta riflessione, ho deciso di dimettermi dalla carica di presidente e amministratore delegato del World Economic Forum»: inizia così il comunicato con il quale Børge Brende annuncia di rinunciare alla sua carica alla guida del Forum di Davos, dopo otto anni di mandato. La nota non menziona esplicitamente le ragioni della decisione, ma Brende risulta indagato dal Dipartimento di Giustizia (DOJ) statunitense nell’ambito degli Epstein Files. Lo stesso WEF ha annunciato di aver aperto un’indagine in merito, per verificare i rapporti tra il suo presidente e il finanziere.

Secondo i documenti a disposizione, Brende avrebbe avuto diversi contatti con Epstein, partecipando ad almeno tre cene tra il 2018 e il 2019. I due si sarebbero scambiati diverse foto, e-mail e messaggi, ma Brende avrebbe dichiarato che si tratta solamente di incontri avvenuti nell’ambito di relazioni d’affari. Il presidente del WEF avrebbe anche dichiarato di essere stato, all’epoca dei contatti, «completamente ignaro del passato e delle attività criminali di Epstein» – nonostante questi fosse stato condannato per reati sessuali nel 2008. Secondo quanto emerso dai Files, i due avrebbero discusso anche del futuro del World Economic Forum: «Davos può davvero sostituire l’ONU», suggeriva Epstein, con Brende che rispondeva di «essere d’accordo al 100%».

«Desideriamo esprimere il nostro sincero apprezzamento per il significativo contributo apportato da Børge Brende al World Economic Forum» dichiarano i copresidenti del WEF, André Hoffmann e Larry Fink. A sostituirlo come presidente e amministratore delegato ad interim sarà Alois Zwinggi. «Il Consiglio di Amministrazione supervisionerà la transizione della leadership, compreso il piano per avviare un processo adeguato volto a individuare un successore permanente».

Gli Epstein Files, oltre ad essere una raccolta di atti giudiziari su abusi sessuali e tratta di minori compiute dagli uomini più potenti al mondo, sono anche un archivio che permette di ricostruire la complessa ragnatela di relazioni che collegano finanza, politica e intelligence globale. Al suo interno, Jeffrey Epstein svolgeva il ruolo di facilitatore e nodo di connessione di un sistema di potere globale, che ha operato per oltre trent’anni grazie a protezioni giudiziarie, omissioni investigative e silenzi istituzionali. Le desecretazioni del 2025 e 2026 di milioni di documenti hanno travolto una lunga serie di figure ritenute fino ad oggi intoccabili, che trattiamo nel dettaglio nel nostro nuovo libro Epstein Files. I documenti verificati che fanno tremare le élite occidentali.

Gaza, il fuoco israeliano provoca altri tre morti nella Striscia

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Un attacco aereo israeliano ha ucciso due palestinesi nel nord della Striscia di Gaza, secondo quanto riferito da funzionari sanitari locali. Il raid ha colpito un gruppo di persone nel quartiere Tuffah di Gaza City, causando anche diversi feriti. L’esercito israeliano non ha commentato l’episodio. In un’altra operazione nel sud dell’enclave, le forze israeliane hanno dichiarato di aver ucciso un militante ritenuto una minaccia imminente dopo il suo ingresso in un’area ancora sotto controllo israeliano. A gennaio, l’accordo su Gaza è passato a una seconda fase in cui Israele dovrebbe ritirare ulteriormente le truppe da Gaza e Hamas cedere il controllo dell’amministrazione territoriale.

Social e democrazia: come i meme e i fact-check influenzano il dibattito referendario

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Nelle ultime settimane, pagine di fact-checking e politica, hanno condiviso foto, meme e post sul referendum sulla giustizia, in vista del voto di marzo. L’avvicinarsi della data del voto sta portando a una forte accelerazione dei contenuti social nel dibattito istituzionale, mentre anche i partiti e i politici di riferimento sfornano meme alla ricerca di consenso.

Gli elettori sono chiamati a pronunciarsi su una riforma costituzionale che interviene sull’assetto della magistratura, modificando sette articoli della Costituzione. Il cuore del quesito riguarda la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri e la riorganizzazione del Consiglio Superiore della Magistratura (CSM), che verrebbe sdoppiato in due organi distinti – uno per i giudici e uno per i pm – con nuove modalità di composizione e selezione dei membri. I sostenitori del ritengono che la riforma rafforzi l’imparzialità del giudice, chiarisca la distinzione tra chi accusa e chi giudica e renda il CSM più trasparente ed efficiente. I fautori del No temono invece una frammentazione dell’ordine giudiziario, un indebolimento dell’obbligatorietà dell’azione penale e un possibile squilibrio nei rapporti tra poteri dello Stato, a danno della magistratura e in favore della politica. La scelta, dunque, non incide sui singoli processi né modifica le sentenze in corso; non accorcia automaticamente i tempi della giustizia e non colma le carenze di organico o di risorse. Interviene invece sull’architettura costituzionale del sistema, ridefinendo i rapporti interni alla magistratura e tra questa e gli altri poteri dello Stato.

Referendum: un risultato in bilico

All’inizio della campagna referendaria il fronte del sembrava largamente favorito, con alcuni sondaggi di fine gennaio che lo collocavano anche oltre il 60 % delle intenzioni di voto contro una minoranza di sostenitori del No. Tuttavia, con il passare delle settimane quel vantaggio si è progressivamente eroso: rilevazioni di febbraio mostravano risultati sempre più vicini tra le due posizioni, fino a un sostanziale pareggio su alcuni istituti. Negli ultimi sondaggi, a circa un mese dal voto, diverse rilevazioni indicano addirittura un sorpasso del No sul Sì, con il fronte contrario alla riforma in vantaggio di qualche punto percentuale anche al netto degli indecisi.

Ecco perché nell’ultimo periodo la propaganda di entrambe le parti si è intensificata. A destra riflettono se una nuova campagna con la premier protagonista, che si è già espressa in prima persona in diverse occasioni, possa essere un vantaggio, oppure no. L’esposizione esagerata della presidente del consiglio, infatti, potrebbe trasformarsi in un boomerang, perché rischierebbe di mobilitare più il dissenso, rispetto a chi è favorevole alla riforma. E quindi la scelta, almeno fino ad oggi, è stata quella di sfornare post su post sui social network. No tutti, però, sono riusciti nell’intento.

Dalla cronaca alla propaganda

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Il meccanismo è sempre lo stesso: si parte da un fatto di cronaca capace di suscitare indignazione, lo si enfatizza o lo si distorce, si individua un bersaglio – il “nemico” – e si propone la riforma come risposta esemplare e punitiva. Lo slogan è efficace, come ad esempio: “Chi sbaglia non paga, solo 15 condanne per i magistrati in 15 anni”. Ma c’è un però, anzi, due. Punto uno: l’analisi sul numero dei procedimenti disciplinari mostra che negli ultimi anni si contano decine di sentenze di condanna disciplinare emesse dal CSM; sul lato referenudm, invece, bisogna far notare che la riforma non introduce affatto la responsabilità civile diretta dei magistrati, che viene evocata come soluzione senza essere realmente prevista. E i commenti sotto a questo tipo no mancano di farlo notare.

Il caso principe è diventato quello del poliziotto nel caso di Rogoredo, che, stando alle ricostruzioni iniziali, ha sparato uccidendo Abderrahim Mansouri – ragazzo marocchino con precedenti per spaccio – per legittima difesa e viene indagato da un magistrato. L’apertura di un fascicolo, in casi come questo, è un atto dovuto, ed è una garanzia per tutti, anche per l’operatore, perché consente di ricostruire i fatti. L’occasione però per la destra è troppo ghiotta, e a Rogoredo si scapicolla la stessa Meloni, con tanto di video tra i blindati delle forze dell’ordine. Internet e le televisioni sono invase da dichiarazioni si solidarietà (Salvini, Sardone, Bignami) sul povero poliziotto che, nel fare il suo dovere, viene persino indagato. Com’è andata a finire lo sappiamo: le indagini stanno infatti raccontando un’altra storia; la pistola, finta, trovata accanto al cadavere sarebbe stata messa lì proprio dalle forze dell’ordine e il poliziotto è accusato di aver ucciso il ragazzo (omicidio volontario), non di essersi difeso. E quindi il tentativo di soffiare sulla vicenda mettendo in cattiva luce l’operato della magistratura, si è rivelato un enorme autogol, che, tra l’altro, mette in luce tutte le criticità che deriverebbero dall’introduzione dello scudo penale per le forze dell’ordine, proposto più volte da questa maggioranza.

Altro caso riguarda lo youtuber Ale Della Giusta, seguito da milioni di persone, che aveva raccontato in un video di aver subito l’occupazione della propria casa, mostrando la consulenza di un avvocato – che nel disclaimer viene indicato anche come sindaco di Fratelli d’Italia – e inscenando perfino una denuncia in caserma, culminata con l’apparizione di un cartello per il Sì al referendum sulla giustizia. Il video ha superato in poche ore centinaia di migliaia di visualizzazioni e il messaggio è chiaro: servirebbe la riforma per “difendersi”. Solo dopo emerge che non c’era stata alcuna occupazione, né denuncia: era una messinscena costruita per “sensibilizzare” – o meglio orientare – l’opinione pubblica. Arrivano le scuse, ma a posteriori. La vicenda solleva un nodo serio: l’uso della fiction travestita da cronaca, in un clima referendario, altera il dibattito pubblico e confonde deliberatamente informazione e propaganda. Senza contare che, sull’occupazione abusiva delle abitazioni, tema su cui il governo ha di recente introdotto una nuova legge, il referendum non c’entra nulla.

Altro episodio emblematico è quello del tribunale civile di Roma ha condannato il Ministero dell’Interno a risarcire con 700 euro un cittadino algerino trasferito nel Cpr di Gjadër, in Albania, ritenendo che il trasferimento fosse avvenuto senza le garanzie procedurali previste dalla legge. La sentenza non riguarda i precedenti penali dell’uomo né mette in discussione la possibilità di espulsione, ma accerta la violazione di diritti fondamentali tutelati dalla Costituzione e dalla Cedu per l’assenza di un atto formale adeguato e di motivazioni corrette. Il giudice ha quindi riconosciuto un danno non patrimoniale per lesione della libertà personale, applicando le norme vigenti: l’errore, secondo la ricostruzione, è imputabile al ministero dell’Interno.
La vicenda è stata però trasformata in un caso politico: Giorgia Meloni ha citato il risarcimento come esempio di una magistratura che ostacolerebbe la linea del governo sui migranti, inserendo il tema nel dibattito sul referendum sulla giustizia. In realtà, la sentenza non introduce nuovi diritti né blocca le espulsioni, ma ribadisce che anche nelle politiche migratorie lo Stato deve rispettare procedure e tutele previste dall’ordinamento.

Infine il caso della Sea Watch. Nel giugno 2019 Carola Rackete, comandante dell’imbarcazione, entrò a Lampedusa con 42 migranti dopo due settimane in mare, forzando il divieto imposto dal ministro dell’Interno Matteo Salvini. Durante l’attracco urtò una motovedetta della Guardia di Finanza, fu arrestata per resistenza a nave da guerra ma il Gip la liberò, riconoscendo il dovere di soccorso. Le accuse penali sono poi cadute. Sul piano civile, dopo il dissequestro la nave restò ferma per mesi per un provvedimento amministrativo ritenuto illegittimo. Il Tribunale civile di Palermo ha quindi condannato lo Stato a risarcire l’ONG con circa 76 mila euro per i danni subiti. La sentenza ha riacceso lo scontro politico: per la destra è una decisione assurda, per i giudici è semplice applicazione delle norme sulla responsabilità della pubblica amministrazione. Il caso è diventato simbolo del conflitto tra chiusura dei porti e obblighi di soccorso previsti dal diritto internazionale del mare.
Fratelli d’Italia a questo punto ha lanciato un post sui social, scrivendo che: “Il giudice che condanna lo Stato ha scritto un libro contro il referendum”, accompagnato da una foto del presidente del Tribunale di Palermo, Piergiorgio Morosini, insinuando che sia personalmente responsabile della sentenza e facendo intendere che ciò dimostrerebbe una sua presunta faziosità in vista del referendum sulla giustizia, citando anche il fatto che Morosini ha scritto un libro critico sulla riforma costituzionale oggetto di referendum. Tuttavia, la sentenza del 11 febbraio è stata firmata da Maura Cannella, magistrata della terza sezione civile del tribunale, non da Morosini, e non esiste alcun legame giuridico tra quel provvedimento e le opinioni espresse nel libro.

Il richiamo del Presidente della Repubblica

A richiamare tutti alla misura è stato Sergio Mattarella che, nella sua veste di presidente della Repubblica e del Consiglio superiore della magistratura, intervenendo al plenum del CSM ha invitato ad abbassare i toni e a evitare contrapposizioni che rischiano di incrinare la fiducia dei cittadini nelle istituzioni. Un monito netto, rivolto tanto alla politica quanto alla magistratura, per riportare il confronto entro i confini della correttezza costituzionale.

Ma la campagna referendaria sembra andare in direzione opposta. I casi di cronaca continuano a essere trasformati in armi retoriche, i social amplificano indignazione e slogan, e il dibattito si sposta sempre più dal merito della riforma allo scontro tra schieramenti. Se l’appello del Capo dello Stato era un tentativo di raffreddare il clima, finora è rimasto inascoltato. E il rischio è che, più che sulla struttura della giustizia, il voto sancirà le sorti dello scontro politico in atto.

Il dl Caivano sta portando al collasso le carceri minorili

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A tre anni dall’entrata in vigore del decreto Caivano, la giustizia minorile italiana si trova ad affrontare la crisi più grave della sua storia recente. Secondo l’Ottavo Rapporto di Antigone sulla giustizia minorile, intitolato «Non ti credo più», le misure repressive introdotte dall’esecutivo hanno infatti portato per la prima volta al sovraffollamento negli Istituti Penali per Minorenni (IPM), con un aumento della popolazione detenuta del 50 per cento tra il 2022 e il 2025. Un dato che appare ancora più preoccupante se confrontato con l’andamento della criminalità giovanile: le segnalazioni di minori all’autorità giudiziaria non hanno subito un incremento significativo, mentre gli omicidi commessi da under 18 sono rimasti sostanzialmente stabili (27 nel 2022, 25 nel 2023 e 26 nel 2024). Antigone sottolinea infatti come l’esplosione dei numeri nelle carceri minorili non sia dovuta a un progressivo aumento della criminalità, bensì «all’esplosione della reazione penale introdotta con le nuove norme».

Il decreto Caivano, approvato nel settembre 2023, ha rappresentato la più grande svolta repressiva sulla giustizia minorile dall’introduzione del codice di procedura penale minorile nel 1988. I numeri parlano chiaro: tra il 2023 e il 2024 la presenza media giornaliera di ragazzi detenuti è passata da 425 a 556, con un aumento del 30,9 per cento. A fine 2025 i ragazzi ristretti erano 572, con picchi di sovraffollamento in istituti come il Beccaria di Milano e Nisida a Napoli, dove si sono toccate rispettivamente 72 e 74 presenze. Ancora più significativo, riporta la ricerca di Antigone, il dato dei trasferimenti tra istituti, aumentati del 147,9 per cento tra il 2022 e il 2024, una pratica che «impedisce un radicamento territoriale e ogni prospettiva di reintegrazione sociale». Desta particolare allarme la situazione dei minori stranieri non accompagnati, i quali costituiscono il 42,3 per cento della popolazione detenuta nonostante commettano reati meno gravi rispetto ai coetanei italiani. Tra i delitti di violenza sessuale e stalking, il 63 per cento degli autori è italiano, mentre sugli omicidi la percentuale sale all’86 per cento. Eppure, denuncia Antigone, «i minori stranieri hanno minori opportunità nel sistema della giustizia minorile»: costituiscono il 23 per cento dei presi in carico dai servizi sociali, ma salgono al 46 per cento degli ingressi in carcere.

La cronaca degli ultimi due anni restituisce l’immagine di un sistema in ebollizione. Dalle proteste di massa agli incendi, fino ai tragici episodi di violenza istituzionale. Il 22 aprile 2024, 13 agenti della polizia penitenziaria del Beccaria di Milano sono stati arrestati per torture e violenze sui minori, con altri 8 sospesi dal servizio. Le indagini hanno poi portato a 42 indagati e 33 parti offese, per fatti che secondo la Procura configurerebbero una vera e propria «tortura» sistemica, protrattasi dal 2021 al 2024. Il 13 agosto 2025, Danilo Riahi, minore tunisino di 17 anni, si è tolto la vita nel Centro di prima accoglienza dell’IPM di Treviso, poche ore dopo essere stato arrestato e immobilizzato con il taser. L’ultimo suicidio in un carcere minorile risaliva al 2003. A fine 2024, nell’IPM di Casal del Marmo a Roma erano stati registrati 188 episodi di autolesionismo e 17 tentati suicidi.

Il report racconta che, nonostante la crescita esponenziale dei ragazzi in carico ai servizi della giustizia minorile (da 13.658 a fine 2022 a 17.027 a fine 2025, con un aumento del 25 per cento), le risorse destinate al Dipartimento per la Giustizia Minorile sono diminuite dell’1,07 per cento nel 2026. Aumentano solo gli stanziamenti per nuove infrastrutture carcerarie, mentre calano i fondi per le attività di reinserimento. Parallelamente, i finanziamenti per l’accoglienza dei minori stranieri non accompagnati sono passati da 170 milioni del 2016 a 115 milioni del 2026, con una riduzione del 32 per cento. Al 31 dicembre 2025, su circa 17mila minori stranieri presenti in Italia, solo 6.646 avevano un posto nel sistema di accoglienza.

Come abbiamo più volte illustrato, il “decreto Caivano” è intervenuto profondamente sul sistema della giustizia minorile, che fino a pochi anni fa era ritenuto un modello a livello europeo per gli ottimi dati sul reinserimento sociale. Il decreto, permeato dalla filosofia del “punire per educare”, ha previsto l’estensione del DASPO urbano, l’aumento della durata del foglio di via, il potenziamento della facoltà di arresto in flagranza e l’aumento di pena per il reato di spaccio di stupefacenti anche di lieve entità. Esso ha anche introdotto nuove disposizioni come la possibilità del questore di vietare l’utilizzo del cellulare, la reintroduzione della custodia cautelare per i minorenni imputati che tentino la fuga (o anche in via precauzionale, se si ritiene che possano fuggire) e l’impossibilità di ricorrere alla messa alla prova in determinate condizioni, nonché una nuova fattispecie di reato che prevede il carcere fino a due anni per i genitori che non mandano a scuola i figli in età di obbligo scolastico. Il decreto costituisce uno dei più emblematici tasselli di un percorso normativo che, di fronte a fenomeni sociali complessi, punta tutto su un approccio puramente punitivo, in particolare attraverso la moltiplicazione delle fattispecie di reato e delle misure repressive.

Parma, un arresto per l’omicidio di tre suore in Burundi nel 2014

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I carabinieri di Parma hanno arrestato Harushimana Guillaume, 50enne originario del Burundi, in esecuzione di un’ordinanza di custodia cautelare per il triplice omicidio delle suore saveriane Olga Raschietti, Lucia Pulici e Bernardetta Boggian, uccise nel settembre 2014 a Kamenge, Bujumbura. Le prime due furono assassinate il 7 settembre con colpi contundenti e taglio alla gola, la terza decapitata la notte successiva. Dopo due archiviazioni (per difetto di giurisdizione e carenza di elementi), l’inchiesta è stata riaperta nel 2024. Secondo la procura, mandanti ed esecutori avrebbero legami con la polizia segreta burundese e con il generale Adolphe Nshimirimana.

Sahara Occidentale, l’egemonia culturale del Marocco per legittimare l’occupazione

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Dopo l’approvazione di Spagna, Francia, Regno Unito e recentemente degli Stati Uniti del piano di autonomia proposto dal Marocco nel 2007 sui territori occupati del Sahara Occidentale, lo Stato nordafricano sembra aver ottenuto l’autorizzazione per calpestare il diritto internazionale occupando territori che non gli spettano e negando l’autodeterminazione del popolo saharawi. Se da un lato questa situazione si è protratta attraverso l’uso di mezzi militari come le bombe al fosforo scagliate sui civili, la costruzione di un muro lungo 2700 km e la disseminazione di mine antipersona (che rendono...

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Sciopero degli aerei: 300 voli cancellati

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Oggi è in vigore lo sciopero del personale aeroportuale, sia di terra che di volo. Il personale Ita Airways ed EasyJet si fermerà per 24 ore con fascia di garanzia tra le 18 e le 21, mentre quello di Vueling sciopererà dalle 13 alle 17. Nei giorni scorsi Ita Airways aveva fatto sapere che aveva annullato il 55% dei voli previsti; a ora, tra le due compagnie maggiormente coinvolte, sono stati cancellati circa 300 voli. Secondo i sindacati, circa l’87% del personale avrebbe aderito allo sciopero.

Cuba spara a un’imbarcazione USA e accusa Washington di “infiltrazioni terroristiche”

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Le pattuglie di frontiera marittima cubane hanno ingaggiato uno scontro a fuoco con un motoscafo proveniente dagli Stati Uniti, uccidendo quattro membri dell’equipaggio e ferendone altri sei. A dare la notizia è il ministero degli Interni cubano, che ha accusato le persone a bordo dell’imbarcazione, tutti cubani residenti negli USA, di volere infiltrarsi nell’isola con scopi terroristici. Gli uomini portavano con sé armi, munizioni ed equipaggiamento militare, e sono stati catturati dopo avere aperto il fuoco contro una imbarcazione della Guardia Costiera, ferendone il comandante. Poco dopo, su suolo cubano, è stato arrestato un altro individuo, che sarebbe stato mandato dagli USA per accogliere i dieci uomini. L’amministrazione statunitense ha smentito le accuse cubane, affermando che sono in corso accertamenti sull’accaduto e che orienterà i propri sforzi affinché «vengano riconosciute le responsabilità di questi comunisti».

La notizia dello scontro a fuoco al largo delle coste cubane è stata data attorno alle 21 (ora italiana) di ieri, 25 febbraio. «La mattina del 25 febbraio 2026, un motoscafo illegale è stato individuato nelle acque territoriali cubane. L’imbarcazione, registrata in Florida, Stati Uniti, con il numero di registrazione FL7726SH, si è avvicinata a un miglio nautico a nord-est del canale El Pino, al largo di Cayo Falcones, nel comune di Corralillo, provincia di Villa Clara», ha comunicato il ministero degli Interni cubano. Individuata l’imbarcazione, una vedetta della Guardia Costiera cubana su cui si trovavano cinque agenti si è avvicinata per identificarla, venendo, in risposta, colpita; è dunque scoppiato lo scontro a fuoco che ha portato all’uccisione dei quattro membri della nave statunitense e al ferimento degli altri sei, che sono stati portati in ospedale per ricevere cure.

Arrivati in ospedale, i sei sopravvissuti agli scontri sono stati identificati: si tratta di Amijail Sanchez Gonzalez, Leordan Enrique Cruz Gómez, Conrado Galindo Sariol, José Manuel Rodriguez Castelló, Cristian Ernesto Acosta Guevara e Roberto Azcorra Consuegra, tutti cubani residenti in Florida. I primi due, in particolare, erano ricercati dalle autorità cubane per il loro «coinvolgimento nella promozione, pianificazione, organizzazione, finanziamento, sostegno o commissione di azioni concrete sul territorio nazionale o in altri Paesi, in funzione di atti terroristici». Poche ore dopo, su suolo nazionale è stato arrestato anche Duniel Hernández Santos, «inviato dagli Stati Uniti per garantire l’accoglienza dell’infiltrazione armata» del gruppo, il quale avrebbe confessato le proprie azioni.

Il ministero cubano ha precisato che gli accertamenti sul caso sono ancora in corso. Con l’arresto di Hernández Santos, comunque, ha lanciato una implicita accusa nei confronti degli USA, denunciando un tentativo di infiltrazione di agenti stranieri a fini terroristici. «Di fronte alle attuali sfide, Cuba riafferma la sua determinazione a proteggere le sue acque territoriali», ha scritto il ministero, rivendicando la propria sovranità. Dopo la notizia dello scontro a fuoco, il procuratore generale della Florida, James Uthmeier, ha pubblicato un post sul social X in cui annuncia di avere incaricato l’Ufficio della Procura Statale di avviare una indagine. «Non ci si può fidare del governo cubano», scrive Uthmeier, «e faremo tutto il possibile per riconoscere a questi comunisti le loro responsabilità». Il vicepresidente JD Vance ha rilasciato le tradizionali dichiarazioni di circostanza, affermando di stare «monitorando» la situazione. Il Segretario di Stato Marco Rubio, invece, ha affermato che l’amministrazione sta effettuando accertamenti sui fatti, e che sta lavorando per comprendere se le persone coinvolte fossero cittadini statunitensi o residenti permanenti negli USA. Ha inoltre affermato che non fossero membri del personale statunitense.

Nella sua intervista, Rubio, uno dei più agguerriti falchi anti-cubani dell’attuale amministrazione USA, ha affermato che le sparatorie in mare non sono frequenti, specie nell’area di competenza cubana, ricordando che nel territorio attorno all’isola non si verificano da parecchio tempo: «In passato ci sono state persone che sono corse a Cuba per portare persone e rifornimenti. È illegale, una violazione della legge federale», ha affermato Rubio, riconducendo i casi passati a migrazioni e casi di contrabbando. Quella di ieri sera tuttavia non è la prima volta che si verifica un incidente analogo e che Cuba accusa gli USA di inviare agenti stranieri con lo scopo di destabilizzare il Paese. Una delle ultime volte risale alla fine del 2023, quando un cubano residente negli Stati Uniti era arrivato illegalmente sull’isola in moto d’acqua cercando di introdurre armi, munizioni ed equipaggiamento militare con lo scopo di reclutare altre persone e fomentare la violenza nel Paese. Dopo una indagine di sette mesi, il governo cubano aveva svelato un piano più ampio che avrebbe avuto come obiettivo proprio il rovesciamento del governo cubano.

L’episodio di ieri si colloca all’interno di un contesto di alte tensioni tra Stati Uniti e Cuba, inaugurato dopo il rapimento da parte degli stessi USA del presidente venezuelano Nicolas Maduro, avvenuto a inizio anno; sotto Maduro, il Venezuela era il Paese che forniva la maggior parte dei rifornimenti energetici a Cuba. Poco dopo, il presidente statunitense Donald Trump ha varato una stretta sull’entrata del carburante nell’isola caraibica, innescando così una grave crisi energetica che ha a sua volta fatto scoppiare una crisi umanitaria. L’amministrazione cubana ha sviluppato un piano emergenziale per far fronte alle carenze che poggia sul razionamento energetico, sullo sviluppo delle rinnovabili e sulla decentralizzazione. Dalla comunità internazionale sono arrivati aiuti, ma le riserve di carburante risultano ancora ridotte. Ieri, il Dipartimento del Tesoro USA ha autorizzato l’esportazione di carburante venezuelano nell’isola per sostenere le imprese cubane che non siano legate a enti o persone dell’amministrazione de L’Avana; tale misura ricorda un analogo annuncio rilasciato a inizio febbraio, quando gli USA avevano deciso di inviare aiuti per 6 milioni di dollari all’isola: «È piuttosto ipocrita applicare misure coercitive draconiane che negano le condizioni economiche di base a milioni di persone e poi annunciare zuppa e cibo in scatola per pochi», aveva commentato il vice ministro degli Esteri cubano, Carlos Fernández de Cossío.

Alcoltest e droghe al volante: quali sono i diritti del conducente e come esigerne il rispetto

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È una notte tiepida di luglio, hai superato alla grande tutti gli esami del semestre e ti sei concesso una serata di svago con gli amici di sempre. Tante chiacchiere, qualche bicchiere, una canna che gira di mano in mano al ritmo del frinire dei grilli. D’altronde, hanno avuto tutti vent’anni, perfino gli avvocati.

Guidi la tua 500 rilassato verso casa, quando una divisa con in mano una paletta t’impone l’alt. Lasci il volante solo per fare il segno della croce mentre accosti.

Tipologie di accertamento

Il Codice della Strada distingue due fasi principali di accertamento, sia per l’alcol (art. 186 C.d.S.) che per le sostanze stupefacenti (art. 187 C.d.S.).

Mediante gli accertamenti preliminari (o qualitativi) gli organi di Polizia Stradale sottopongono i conducenti a test non invasivi, spesso tramite apparecchi portatili (comunemente noti come “pre-test” o “blow test”). Questi accertamenti hanno una funzione meramente esplorativa e servono ad acquisire elementi utili per motivare l’eventuale obbligo di sottoporsi a un test probatorio.

Se l’esito dei test preliminari è positivo, in ogni caso di incidente stradale o quando vi sia altrimenti motivo di ritenere che il conducente sia in stato di alterazione, gli organi di polizia hanno la facoltà di effettuare l’accertamento con valore legale tramite accertamenti probatori (o quantitativi). Questi test includono gli accertamenti con etilometro, nonché quelli tossicologici analitici su campioni di fluido del cavo orale o prelievi di liquidi biologici presso strutture sanitarie.

Le sanzioni per l’alcol e le modifiche sugli stupefacenti

Ti stai chiedendo se hai bevuto troppo, sai vagamente che a diversi livelli di sbornia corrispondono sanzioni più o meno gravi e ignori completamente se anche la cannetta fumata allegramente in compagnia aggraverà la tua posizione.

Ebbene, sul fronte dell’alcol ci hai più o meno preso: l’art. 186 C.d.S. stabilisce le seguenti soglie e sanzioni (amministrativa la prima, penali la seconda e la terza):

  1. tasso alcolemico tra 0,5 e 0,8 grammi per litro: sanzione amministrativa da
    543 a 2.170 euro e sospensione della patente di guida da tre a sei mesi;
  2. tasso alcolemico tra 0,8 e 1,5 grammi per litro: ammenda da 800 a 3.200 euro, arresto fino a sei mesi, sospensione della patente di guida da sei mesi a un anno;
  3. tasso alcolemico superiore a 1,5 grammi per litro: ammenda da 1.500 a 6mila euro, arresto da sei mesi a un anno, sospensione della patente di guida da uno a due anni.

Sul fronte delle sostanze stupefacenti, recentemente il legislatore ha tentato di inasprire il quadro normativo nei confronti dell’assuntore che si pone alla guida. Fino al dicembre del 2024, infatti, l’art. 187 del Codice della Strada sanzionava colui che veniva fermato alla guida in stato di alterazione determinato dall’assunzione di sostanze psicotrope. In forza della riforma del dicembre 2024, voluta dal ministro Salvini, lo stato di alterazione non è più rilevante per la commissione dell’illecito, che è ora integrato dalla semplice assunzione di sostanze stupefacenti in un momento antecedente alla conduzione del veicolo. In pratica, se all’esito dei controlli biologici risultano valori compatibili con il consumo di sostanze (avvenuto anche molto tempo prima dell’accertamento) il conducente è di per sé punibile.

La Corte Costituzionale è dovuta intervenire per correggere l’evidente stortura generata dalla riforma, ossia la punibilità di una condotta che di per sé non integra necessariamente un pericolo per la collettività: con la sentenza n. 10 del 2026, il consesso ha fornito un’interpretazione costituzionalmente orientata della norma, circoscrivendone l’ambito applicativo a quei soli casi in cui il soggetto si ponga alla guida avendo ancora nel proprio corpo quantitativi di sostanze stupefacenti in grado di produrre un effetto di alterazione psico-fisica potenzialmente incidente sulla sua capacità di guida. L’illecito può quindi considerarsi integrato qualora la pregressa assunzione di sostanze sia tale da arrecare un pregiudizio quantomeno potenziale per la sicurezza della circolazione stradale.

La sanzione prevista è dell’ammenda da 1.500 a 6mila euro, l’arresto da sei mesi a un anno, con sospensione della patente di guida da uno a due anni.

Detto ciò, non ne sai niente di riforme e pronunce di legittimità costituzionale, sei preso dal panico, nelle serie TV questo è il momento in cui chiamano l’avvocato, ma tu scorri febbrilmente la rubrica del telefono e non ricordi se l’hai memorizzato sotto la S o sotto la G. Forse gli ultimi 2 shot di tequila si potevano evitare.

Il diritto fondamentale all’assistenza difensiva

Per la fase preliminare, la giurisprudenza ha chiarito che non sussiste l’obbligo di dare al conducente l’avviso della facoltà di farsi assistere da un difensore.

Viceversa, la polizia giudiziaria, prima di procedere alla richiesta di sottoporsi all’alcoltest con etilometro o ai prelievi per l’analisi di sostanze stupefacenti, ha l’obbligo di avvertire la persona della facoltà di farsi assistere da un difensore. Questo avvertimento è un presupposto necessario per la legittimità dell’intera procedura e la prova dell’avvenuto avviso può essere fornita tramite il verbale di accertamento. È importante sottolineare che il diritto garantito è quello di essere informati della facoltà e di poter contattare un difensore. Tuttavia, trattandosi di un atto urgente e indifferibile, il cui esito può essere compromesso dal decorso del tempo, gli agenti accertatori non hanno l’obbligo di attendere l’arrivo del difensore prima di procedere con il test: una protrazione eccessiva dell’attesa potrebbe, infatti, incidere sull’attendibilità dell’accertamento.

Il rifiuto di sottoporsi agli accertamenti

Preso dal panico, decidi di opporre il tuo rifiuto agli accertamenti probatori. Infatti ignori che tale rifiuto costituisce un’autonoma fattispecie di reato, punita con le peggiori sanzioni previste per la guida in stato di ebbrezza con tasso alcolemico più elevato: l’arresto da 6 mesi a 1 anno, l’ammenda da 1.500 a 6mila euro, la sospensione della patente da 6 mesi a 2 anni, la confisca del veicolo. Un disastro su tutta la linea: per il nostro ordinamento «mi rifiuto» equivale a «sono ubriaco fradicio». A questo punto ti conviene proprio chiamare Saul. E la prossima volta, una bella tisana al finocchio e poi dritto a nanna.