La divisione cloud di Amazon, AWS, ha annunciato il lancio di una piattaforma basata sull’intelligenza artificiale per gestire in maniera automatizzata il lavoro amministrativo nel settore sanitario. La piattaforma basata sull’intelligenza artificiale, Amazon Connect Health, si integrerà con le cartelle cliniche elettroniche che i medici utilizzano per gli esami dei pazienti, la pianificazione degli appuntamenti, la compilazione delle anamnesi, la documentazione clinica e la codifica medica. Essa svolgerà diversi compiti a partire dalla gestione dell’agenda e funzionerà 24 ore su 24.
Gli USA starebbero utilizzando anche le basi in Sicilia per la guerra all’Iran
Da giorni, nella base militare di Sigonella, in Sicilia, c’è un traffico insolitamente elevato. I siti di monitoraggio aereo mostrano un continuo via vai di mezzi di ricognizione, pattugliamento, e trasporto, che avrebbero invaso le piste dell’avamposto siciliano, viaggiando verso est. La base ospita un comando della Marina statunitense, ed è spesso utilizzata per operazioni della NATO. Ogni indizio lascia intendere che questa sia impiegata da Washington per le operazioni di supporto logistico e operativo nella guerra contro l’Iran: gli aerei che nell’ultima settimana si sono diretti verso Oriente, dopo tutto, sono statunitensi. A confermarlo, seppur indirettamente, sono arrivati tanto la premier Meloni quanto il ministro Crosetto, che hanno ricordato gli accordi bilaterali tra Italia e Stati Uniti: «Per quello che riguarda le basi militari mi pare che tutti si stiano attenendo a quello che prevedono gli accordi bilaterali», ha detto Meloni. Nessuno avrebbe davvero «messo in discussione» quello che prevedono gli accordi, «e penso che valga per tutti, anche per noi».
Il traffico nella base aerea di Sigonella sembra essere aumentato gradualmente a partire dal 15 febbraio. Secondo il sito di monitoraggio aereo Flightaware, se il giorno di San Valentino nella e dalla struttura sono arrivati e partiti un totale di 6 aerei, il 4 di marzo ne sono passati in pista 14. Le prime missioni da e verso est sono iniziate il 27 febbraio, il giorno prima dell’attacco: la piattaforma AirNav mostra un aereo Grumman C-2A Greyhound della Marina statunitense, mezzo adibito al trasporto logistico e merci, fare avanti e indietro da Sigonella a Souda, nell’isola di Creta. Una analoga missione è stata portata avanti il 3 marzo da un Lockheed C-130T Hercules – sempre della marina USA; la base di Souda viene da tanti considerata uno dei più importanti centri logistici degli USA per le operazioni nella regione mediorientale.
Gli aerei della Marina statunitense partiti da Sigonella si sono spinti fin dentro la Penisola Arabica: il 1° marzo, due Boeing C-40A Clipper, mezzo militare adibito al trasporto, sono arrivati a Riyad, in Arabia Saudita, per poi rientrare in Italia. Entrambi hanno fatto più viaggi da Riyad verso l’Italia, rientrando tra la stessa base di Sigonella e quella di Napoli. Sempre domenica 1° marzo, inoltre, è partito un altro aereo tattico, che, dalla descrizione fornita e dalla rotta tracciata, sembra appartenere alla categoria dei jet adibiti al pattugliamento marittimo; il mezzo si è spinto fino a un punto a metà tra Israele, Egitto e Cipro, per poi rientrare a Sigonella. Per i prossimi giorni sembrano essere in programma ulteriori missioni: tra le varie, due di sorveglianza e ricognizione, sempre verso Riyad.
Il particolare flusso di aerei in entrata e uscita da Sigonella ha sollevato preoccupazioni tra le opposizioni, che hanno chiesto chiarimenti al governo lanciando una interrogazione parlamentare. Oggi, la premier Meloni ha preannunciato che Italia e Paesi alleati avrebbero mandato mezzi e attrezzatura militari in difesa delle Nazioni del Golfo e di Cipro; lo ha fatto non in Parlamento – dove ancora oggi, nonostante il sesto giorno di guerra, non è ancora comparsa per parlare del conflitto – bensì davanti ai microfoni di RTL 102.5, priva di quel contraddittorio tanto caro al governo quando si tratta di presentazioni di libri di esperti internazionali sulla Palestina (come dimostra il caso di Francesca Albanese). Gli stessi ministri Crosetto e Tajani, che hanno riferito oggi in Parlamento, avevano precedentemente parlato solo davanti alle Commissioni Esteri e Difesa – e dunque in un contesto molto più ristretto e dai tempi più brevi, in un incontro in cui le stesse opposizioni hanno preferito concentrarsi sui motivi per cui Crosetto si trovasse a Dubai al momento dell’attacco israeliano-statunitense, piuttosto che sulle conseguenze di quello stesso attacco.
Dopo la dichiarazione sugli aiuti ai Paesi del Golfo, Meloni ha fatto riferimento ai trattati bilaterali tra Paesi europei e USA: «Per quello che riguarda le basi militari mi pare che tutti si stiano attenendo a quello che prevedono gli accordi bilaterali. La stessa portavoce spagnola ha dichiarato ieri: “Esiste un accordo bilaterale e al di fuori di quell’accordo non ci sarà alcun utilizzo di basi spagnole”; significa che non viene messo in discussione quello che prevedono gli accordi. E penso che valga per tutti, anche per noi». Analoghe le parole del ministro Crosetto. Il ministro ha annunciato formalmente che l’Italia intende «schierare una forza multi-dominio in Medio Oriente, con sistemi di difesa aerea contro droni e missili», e che «insieme agli spagnoli e ai francesi, porteremo assistenza a Cipro». Ha poi parlato della questione di Sigonella, menzionando gli accordi vigenti, quali, come aveva già ricordato con un post sul social X, il NATO SOFA del 1951, e il Bilateral Infrastructure Agreement del 1954 aggiornato nel 1973 e attualizzato con il Memorandum d’intesa Italia-USA del 1995 – anche noto come “Shell Agreement”. «Tali cornici giuridiche regolamentano queste attività da decenni e nessun Governo ha avvertito l’esigenza di modificarle», scriveva Crosetto.
«L’agreement stabilisce che sono autorizzate le attività relative a operazioni della NATO e quelle addestrative di supporto, e operative non cinetiche [ndr. quelle di natura offensiva]. Parliamo dunque di attività di supporto logistico, addestramento, cooperazione, tecnico-operative, e di velivoli non destinati a combattimento», ha detto Crosetto. In merito alle operazioni “cinetiche”, il ministro ha affermato che «a oggi non è pervenuta nessuna richiesta» di utilizzare le basi italiane come piattaforma di partenza per i bombardamenti, e che «qualora dovessero emergere domande di questo tipo chiaramente saremmo qua». Per le altre, «noi rispetteremo puntualmente ciò che prevede l’agreement con gli USA», ha terminato Crosetto, in quella che pare una sostanziale conferma del fatto che Washington starebbe usando Sigonella per le proprie operazioni nel Golfo.
Cuba ancora al buio, maxi blackout coinvolge 7 milioni di persone
Gran parte di Cuba è rimasta senza corrente elettrica a causa di un guasto alla centrale termoelettrica Antonio Guiteras, la principale fonte energetica dell’isola. Il blackout ha colpito circa 7 milioni di persone, interessando due terzi del Paese: da Pinar del Río fino a Camagüey, compresa la capitale L’Avana. La compagnia elettrica statale Unión Eléctrica ha avviato le operazioni per ripristinare il servizio, ma non è chiaro quanto tempo servirà. Blackout parziali sono frequenti sull’isola, a causa di centrali obsolete, manutenzione insufficiente e difficoltà nel reperire combustibili fossili, aggravate dalle sanzioni statunitensi e dalla riduzione delle forniture di petrolio dal Venezuela.
Amal: quando il ricamo diventa un atto di denuncia collettivo
Un nome ricamato sul collo di una camicia durante un’esibizione sul palco dell’Ariston si è fatto notare: Amal. Un nome che potrebbe essere di tutti e di nessuno, ma che voleva essere un omaggio alle bambine palestinesi, quelle senza nome che hanno ispirato il testo della canzone e quelle che non ci sono più. Un gesto silenzioso, quasi delicato, ma che in mezzo ad un palco di spacchi e paillettes è riuscito a richiamare l’attenzione. In 5,7 km di Grida nel Silenzio, progetto tessile collettivo, i nomi sono più di 20.000: un gesto simbolico per ricucire l’infanzia strappata dalla guerra, dove l’arte ha trasformato il dolore in testimonianza, mentre ago, filo e tempo sono diventate pratica rivoluzionaria.
Negli ultimi due anni oltre 60 mila palestinesi sono stati uccisi, un terzo dei quali erano minori: circa mille bambini non avevano ancora compiuto un anno! Uccisi da bombe, colpi d’arma da fuoco, sepolti sotto le macerie o morti di fame e sete. Una media di oltre uno ogni ora. L’aggiornamento dei dati ha portato il conteggio fino alla fine dello scorso agosto, ma i numeri sono cresciuti nel corso del tempo e le cifre ufficiali non riescono a restituire l’entità reale del massacro.
Per reagire a questo senso di impotenza e trasformarlo in un gesto concreto di solidarietà, è nata l’iniziativa 5,7 km di grida nel silenzio, un progetto tessile collettivo promosso da Cristina Pedrocco, artista tessile ed attivista, ed Elena Gradara, designer specializzata in sostenibilità e tinture naturali. Tramite una call for artist diffusa tramite Instagram lo scorso 2 settembre 2025, hanno intercettato centinaia di volontari – creativi ed appassionati – che hanno risposto all’invito a lavorare tessuti per dare vita a questo monumentale nastro bianco lungo 5 chilometri e 700 metri.
Istruzioni semplici e chiare sono arrivate ai partecipanti via mail: i nomi di cinquanta bambini, con tanto di età, e la richiesta di scrivere, ricamare o dipingere questi nomi, rigorosamente in nero su piccoli rettangoli di stoffa bianca (25×10 cm). Una volta ricevuti, i rettangoli sono stati sapientemente cuciti insieme, in pomeriggi di lavoro di gruppo che hanno infuso ancora più energia in questi chilometri di stoffa. Un lavoro intimo e silenzioso, toccante e commovente, che ogni artista ha svolto nel suo privato o in piccoli gruppi; ma che è stata anche un’esperienza collettiva che ha legato con un filo invisibile i partecipanti provenienti da tutta Italia (e anche qualcuno dall’estero), trasformando aghi e fili in strumenti di cura e di partecipazione. Ogni nome è una vita che non c’è più ma che, tramite ogni punto ricamato, è diventata una memoria che resiste al tempo, che non si cancella. Memoria collettiva, partecipazione e simbolo di un lutto universale, ma anche urla di pace e resistenza.

Il nastro è stato srotolato la prima volta a Fusignano (Ravenna) lo scorso 6 Febbraio, durante l’evento Asterisco Palestina organizzato da Muda e Brainstorm Fusignano; un’iniziativa per capire, supportare e non dimenticare la causa palestinese attraverso le voci dell’arte ed i linguaggi della creatività.
La volontà è quella di far girare questo lunghissimo nastro in svariate piazze italiane: rendere visibili quei nomi per restituire loro dignità, presenza e pace. Perché sono solo dei nomi, ma come ricorda Madeline Miller ne Il canto di Achille, incidere un nome nella pietra, anche dopo la morte, è un gesto di riconoscimento che afferma la vita vissuta e nello stesso tempo lascia l’anima libera di volare. Questo nastro, però, non è fatto per volare, ma per restare come testimonianza permanente delle vittime del genocidio. E del ricamo come pratica di denuncia sociale quando tutti intorno preferiscono il silenzio.
Il ricamo, arte millenaria di fili e aghi, non è mai stato solo un passatempo decorativo: è, da sempre, e per sua natura, una pratica anti capitalista, fatta da gesti lenti che sfidano il ritmo frenetico del profitto. Dalle origini storiche fino alle subculture contemporanee, il ricamo si pone come atto di sovversione contro la logica del consumo e della produzione industriale. Fin dal Medioevo, il ricamo era dominio delle donne nelle case europee e asiatiche e, mentre il commercio si espandeva con la manifattura tessile, il ricamo restava un “lavoro invisibile”: si produceva per uso familiare, per dote o per doni, senza intermediari o prezzi. Basta pensare alle ricamatrici contadine italiane del Rinascimento, come quelle toscane documentate negli archivi di Livorno, che creavano corredi contro il nascente capitalismo mercantile.
Questo gesto manuale, ripetitivo e meditativo, opponeva la cura personale alla standardizzazione delle fabbriche proto-industriali, espressione concreta dell’economia del dono e della comunità. Ma è con la Rivoluzione Industriale (XVIII-XIX secolo) che il ricamo divenne atto di ribellione esplicita. Mentre le operaie tessili venivano alienate nelle fabbriche britanniche e americane, molte tornarono al ricamo domestico per reclamare il tempo e l’autonomia. Negli USA, durante il movimento suffragista, ricamatrici come quelle del “needlework guilds“ usavano l’ago per proteste simboliche: fazzoletti e bandiere con slogan anti capitalisti, contro il patriarcato e lo stato oppressivo. In Italia, le “ricamatrici socialiste” del primo Novecento, influenzate da anarchiche come Emma Goldman, vedevano nel ricamo una “pratica lenta” contro il fordismo, che riduceva il lavoro a mera merce. In tempi più contemporanei il ricamo si è evoluto in craftivism (craft + activism), un movimento globale anti capitalista che si fa portavoce concreto della decrescita felice teorizzata da Latouche, valorizzando pratiche lente in aperto contrasto con l’accelerazione neoliberale. Artiste come Subversive Cross Stitch negli USA o le italiane di Ricamo Ribelle hanno seguito la tradizione millenaria di quest’arte e trasformato gli aghi in armi contro il consumismo, sia con installazioni contro Amazon e fast fashion sia con oggetti ricamati con messaggi provocatori e volutamente di rottura. Oggi, circoli, corsi ed incontri dedicati alla trasmissione di quest’arte, si propongono da nord a sud come passatempi “improduttivi” ma dall’alto contenuto sociale e terapeutico.
In un mondo sempre più digitalizzato, veloce e basato sulla performance, il ricamo riesce ancora a sottrarsi alle logiche brutali del capitalismo e dell’iper-produttività: con ago e filo in mano non si genera valore, ma valori, legami e creatività, riappropriandosi del proprio tempo. Il ricamo, ancora oggi, può essere un atto di resistenza.
Le multinazionali straniere fanno causa ai governi africani contro le nazionalizzazioni
In seguito all’ondata di nazionalizzazioni delle risorse minerarie effettuate negli ultimi anni da diverse nazioni africane, è montata la rabbia e la frustrazione delle multinazionali straniere, che hanno deciso di intraprendere azioni legali contro i governi. Le grandi società straniere, infatti, non sono più libere di sfruttare indiscriminatamente le preziose risorse di materie prime del Continente nero, in seguito all’introduzione da parte di diversi Stati – dai Paesi del Sahel alla Repubblica democratica del Congo (RDC) – di nuovi regolamenti volti a tutelare la ricchezza nazionale, agevolando le imprese locali e puntando su una ridistribuzione interna della ricchezza. Banditi quindi il liberalismo selvaggio e le privatizzazioni o, in una parola, quel laissez-faire tanto caro alle politiche e alle istituzioni finanziarie occidentali che, attraverso esso, hanno contribuito a saccheggiare e impoverire interi continenti. Tuttavia, la denuncia delle multinazionali ha fatto emergere una questione cruciale, vale a dire l’effettiva sovranità economica degli Stati africani rispetto alle istituzioni e alle sanzioni degli organismi finanziari internazionali.
La politica nazionalista e sovranista dei governi africani, infatti, non è piaciuta ai colossi stranieri che hanno deciso di rivolgersi all’International Centre for Settlement of Investment Disputes (ICSID), il potente tribunale internazionale, con sede a Washington e affiliato alla Banca Mondiale, istituito nel 1966 «per la risoluzione delle controversie tra investitori e Stati nella maggior parte dei trattati internazionali sugli investimenti e in numerose leggi e contratti sugli investimenti». Secondo il settimanale panafricano più letto – Jeune Afrique – «Dalla Guinea al Niger, l’acquisizione delle attività minerarie sta innescando un’ondata di casi davanti all’ICSID: in pochi mesi si sono rivolte al tribunale internazionale tre compagnie straniere che estraggono bauxite in Guinea – Nomad Bauxite, Nimba Investment e Axis – per contestare il ritiro delle loro licenze minerarie da parte del governo di Conakri che ha giustificato la decisione con «L’attuazione di una politica di “bonifica” dei titoli minerari ritenuti non conformi o sottosfruttati». Per le tre compagnie la decisione risulta un’espropriazione illegale, per la quale chiedono un risarcimento pari a centinaia di milioni di dollari.
Anche nella RDC il governo ha intrapreso azioni per arginare lo strapotere delle multinazionali: l’Autorité de régulation de la sous-traitance dans le secteur privé (ARSP) ha ordinato la cancellazione di diverse licenze irregolari relative alla miniera d’oro di Kibali, uno dei più grandi complessi minerari auriferi dell’Africa. La legge della RDC riserva una parte significativa dei contratti minerari alle imprese congolesi. Tuttavia, questa norma sarebbe stata aggirata assegnando alcuni appalti a società straniere che operano attraverso società fittizie. Il settimanale Congo Nouveau ha definito l’iniziativa «Un colpo di Stato dell’ARSP per restituire agli imprenditori congolesi gli appalti indebitamente sequestrati». Anche il Niger, dopo la presa del potere da parte dei militari nel 2021, è un Paese che sta attuando un’importante revisione delle licenze per l’uranio e il petrolio, scatenando tensioni con gli investitori stranieri.
Il tutto avviene in un contesto in cui buona parte dei Paesi africani rivendica sempre più il diritto alla loro sovranità, rifiutando l’imperialismo e il neocolonialismo. A guidare questo movimento per l’indipendenza sono soprattutto gli Stati del Sahel che, dal 2020 in avanti hanno messo in atto una serie di colpi di Stato per rovesciare i governi filoccidentali, sostituendoli con giunte militari sovraniste e nazionaliste. In seguito ai golpe, in diversi Stati africani sono state cacciate le truppe europee, soprattutto quelle francesi, presenti sul territorio e si è dato avvio al processo di nazionalizzazione delle risorse naturali in una prospettiva chiaramente antiliberista. Protagoniste di questi sviluppi in direzione anticolonialista sono soprattutto Mali, Niger e Burkina Faso che hanno dato vita nel 2024 all’Alleanza degli Stati del Sahel, con l’intenzione di portare avanti un’agenda di decolonizzazione e di indipendenza rispetto alle influenze occidentali. In particolare, il Mali ha approvato nel 2025 un nuovo codice minerario con lo scopo di sviluppare maggiormente l’economia del Paese. L’obiettivo del nuovo regolamento è convogliare maggiormente i guadagni provenienti dall’estrazione mineraria nelle casse dello Stato, riducendo allo stesso tempo le concessioni a favore delle grandi aziende straniere. Nella stessa direzione del Mali si muovono anche il Burkina Faso e il Ghana: il primo ha annunciato la nazionalizzazione delle miniere e ha avviato un processo più ampio di nazionalizzazione delle risorse naturali. Il Ghana, invece, ha cacciato le aziende straniere dal suo mercato dell’oro, ordinando di cessare la compravendita e l’esportazione del metallo prezioso e revocando le licenze di esportazione in vigore.
La recente azione delle multinazionali straniere rappresenta, dunque, una ritorsione contro la legittima aspirazione degli Stati africani di controllare le loro risorse, in nome di una ricerca del profitto illimitata a cui il sistema giuridico e finanziario occidentale sembra attagliarsi perfettamente. Si domanda, infatti, Jeune Afrique: «Il dibattito va oltre i singoli casi. Solleva una domanda centrale: il diritto internazionale degli investimenti protegge eccessivamente gli investitori a scapito delle politiche pubbliche nazionali?» La questione sarà destinata a ridefinire l’equilibrio di potere globale attorno alle risorse strategiche, rimettendo al centro il potere degli Stati o, al contrario, quello privato delle multinazionali. La battaglia iniziata dagli Stati africani avrà, dunque, importanti ripercussioni sugli equilibri economico-finanziari internazionali.
Bari, gare truccate all’ASL: 7 indagati e perquisizioni in corso
La Guardia di finanza di Bari, su delega della Procura, sta eseguendo perquisizioni nei confronti di sette persone, tra cui tre pubblici ufficiali, indagate per corruzione per atto contrario ai doveri d’ufficio e turbata libertà degli incanti. L’indagine riguarda l’aggiudicazione, tra il 2024 e il 2025, di due appalti pubblici per forniture sanitarie del valore complessivo di circa 1,3 milioni di euro, assegnati dall’Azienda sanitaria locale di Bari a due imprese con sede nelle province di Bari e Treviso. Le perquisizioni, personali, domiciliari e informatiche, sono in corso nelle province di Bari, Treviso e Bergamo. La Procura ha inoltre disposto un ordine di consegna di documentazione.
DDL Antisemistimo: il Senato approva la norma che criminalizza le critiche a Israele
Il bilancio è di 105 sì, 24 no e 21 astensioni; si tratta del primo voto sul disegno di legge sull’antisemitismo, approvato ieri dal Senato in prima lettura. Il testo della legge ha subito una modifica, con la soppressione dell’articolo 3, che prevedeva la possibilità da parte del governo di prescrivere lo svolgimento di manifestazioni «in caso di valutazione di grave rischio potenziale per l’utilizzo di simboli, slogan, messaggi e qualunque altro atto antisemita»; rimane tuttavia l’adozione della definizione di “antisemitismo” proposta dall’International Holocaust Remembrance Alliance, che tra le varie cose definisce “antisemita” anche le critiche allo Stato di Israele. In precedenza, l’applicazione delle definizioni dell’IHRA ha portato a identificare come antisemiti ordinari episodi di protesta – tra cui murales con la scritta «Palestina libera», adesivi con l’acronimo RAI storpiato in «Radio Televisione Israeliana» e inviti a boicottare i prodotti israeliani.
L’approvazione del ddl antisemitismo da parte del Senato è arrivata ieri, mercoledì 4 marzo. In sede di votazione, il Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi e Sinistra hanno votato contro, mentre la coalizione di destra, Azione e Italia Viva hanno votato a favore. Il PD, invece, si è diviso: una buona parte dei senatori ha preferito astenersi, mentre Graziano Delrio, Walter Verini, Sandra Zampa, Filippo Sensi, Alfredo Bazoli e Pier Ferdinando Casini, parte della cosiddetta “corrente riformista” – formata in parte da ex esponenti della Democrazia Cristiana – ha votato contro. Al termine della discussione, il tanto contestato articolo 3 non è stato approvato; esso prevedeva la possibilità di negare l’autorizzazione a una manifestazione anche nel caso in cui vi fosse un «rischio potenziale» per l’utilizzo di «simboli, slogan, messaggi e qualunque altro atto antisemita» riconoscibile come tale in base alla definizione dell’IHRA.
La medesima definizione, tuttavia, è stata adottata dal testo del ddl, e sono stati respinti gli emendamenti dell’opposizione che richiedevano di adottarne una diversa. L’IHRA definisce l’antisemitismo come «una determinata percezione degli Ebrei che può essere espressa come odio nei loro confronti, le cui manifestazioni, di natura verbale o fisica, sono dirette verso le persone ebree e non ebree, i loro beni, le istituzioni della comunità e i luoghi di culto ebraici». Secondo molti, tale definizione sarebbe troppo vaga e controversa a causa dei suoi riferimenti alle istituzioni. Tra gli esempi di atti antisemiti, la stessa IHRA porta le critiche all’esistenza di uno Stato ebraico, l’equiparazione di Israele al nazismo, o l’applicazione di «due pesi e due misure nei confronti di Israele richiedendo un comportamento non atteso da o non richiesto a nessun altro Stato democratico». Così come formulate, tali casistiche potrebbero rendere tacciabile di antisemitismo chi professa la soluzione a uno Stato per la questione palestinese; inoltre, queste medesime definizioni sono spesso state usate dalle autorità israeliane per giustificare le proprie operazioni a Gaza. In diversi dei suoi discorsi, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha affermato che, approvando risoluzioni per chiedere di frenare le aggressioni nella Striscia e le annessioni in Cisgiordania, la comunità internazionale stesse applicando un doppio standard nei confronti di Israele.
In precedenza, la definizione dell’IHRA è stata utilizzata per definire antisemita ordinari atti di dissenso. Lo scorso anno, un rapporto del Fondazione CDEC (Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea), ripreso da molteplici media nazionali, elencava 877 episodi recenti di antisemitismo prendendo proprio la definizione dell’IHRA come riferimento. Tra di essi un murales con la scritta «Palestina libera»; un adesivo dove l’acronimo RAI veniva storpiato in Radio Televisione Israeliana; una scritta fuori da una scuola elementare che recitava «In Palestina i coetanei di tuo figlio muoiono sotto le bombe»; altri adesivi che invitavano a boicottare i prodotti israeliani e la scritta «AS Roma = Israele» vergata con la bomboletta su un muro del litorale romano, evidentemente da un tifoso laziale. Secondo il rapporto, rappresentavano casi di antisemitismo anche lo striscione “Intifada studentesca” degli studenti dell’Università di Torino, nonché il rifiuto da parte del Consiglio comunale di Pinerolo di conferire la cittadinanza onoraria a Liliana Segre. Il pericolo dell’adozione della definizione dell’IHRA, secondo molti, è quello di mettere al bando movimenti di dissenso come BDS, o legalizzare una sorta di censura preventiva nei confronti di eventi che possano venire inquadrati come antisemiti dalla vaga formulazione dell’IHRA, come successo nel 2023 al bassista e cantante Roger Waters in Germania.
Frana nella Repubblica Democratica del Congo: 200 morti
Le forti piogge che stanno colpendo la provincia orientale del Nord Kivu, nella Repubblica Democratica del Congo, hanno fatto crollare una miniera di coltan, causando la morte di almeno 200 persone. Tra le vittime ci sarebbero 70 bambini. La miniera è situata nell’area di Rubaya, controllata dal movimento ribelle dell’M23. Rubaya produce circa il 15% del coltan mondiale, che viene trasformato in tantalio, metallo resistente al calore utilizzato dai produttori di telefoni, computer, componenti aerospaziali e turbine. Il sito è stato inserito nell’accordo di cessate il fuoco tra RDC e Ruanda mediato dagli USA, che tra le altre cose prevedeva anche il rilancio della cooperazione nel settore minerario tra Kinshasa e Washington.









