martedì 7 Aprile 2026
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Perché la prossima guerra mondiale potrebbe essere invisibile

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La gente non dovrebbe preoccuparsi delle guerre, soprattutto di quella nucleare. Le guerre, infatti, rappresentano solamente gli effetti, non le cause, le quali dipendono dalla carenza di risorse mondiali e dalla conseguente crescita di competizione, ovvero la cosiddetta “escalation” mondiale dell’offesa, della provocazione, delle ritorsioni, del disprezzo delle necessità degli altri che sono diversi da noi, come pure dalla distorsione delle informazioni e dalla cosiddetta “forbice” che separa i sempre più poveri dai sempre più ricchi. Forse è un problema generale di cultura, di consapevole ri...

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NASA: Artemis II è a metà strada

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La missione spaziale Artemis II, lanciata mercoledì scorso dalla NASA, è a metà del suo viaggio verso la Luna. Lo ha reso noto l’agenzia statunitense con un post su X, dove si legge: «una volta giunti a destinazione, gli astronauti effettueranno un sorvolo lunare e raccoglieranno dati scientifici sulla superficie lunare». La missione dovrebbe completarsi la prossima settimana, preparando il terreno per lo sbarco sulla Luna nel 2028.

Rapporto ISTAT: In Italia la pressione fiscale è al livello più alto dal 2014

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I numeri sono chiari: nel 2025 la pressione fiscale in Italia ha raggiunto il 43,1% del Pil, il valore più elevato degli ultimi undici anni. Un balzo di 0,7 punti percentuali rispetto al 2024, che riporta il Paese ai livelli del 2014. Lo ha attestato l’ultimo report diramato dall’ISTAT, che contiene il dato – ancora più significativo – relativo all’ultimo trimestre dell’anno, quando il prelievo fiscale è schizzato al 51,4%: un picco che non si registrava dallo stesso periodo del 2014. Nel frattempo, il reddito disponibile dei nuclei familiari consumatori diminuisce, così come il potere d’acquisto. Il quadro complessivo descrive un’economia che continua a reggere, ma con margini sempre più stretti per consumi e benessere.

Nello specifico, secondo i dati diffusi dall’ISTAT, il rapporto tra entrate fiscali e ricchezza prodotta è salito di 0,7 punti rispetto al 42,4% del 2024. E i segnali sono molto poco rassicuranti sul fronte dei nuclei familiari, dal momento che, nel quarto trimestre, il loro reddito disponibile è sceso dello 0,4% rispetto a quello antecedente, mentre i consumi hanno segnato il piccolo aumento dello 0,5%. Nella medesima fase, scende anche il potere d’acquisto (-0,8%), con la propensione al risparmio che si blocca al 7,8%, anch’essa in calo di 0,8 punti percentuali. Nell’intero anno il reddito disponibile è cresciuto del 2,4% e il potere d’acquisto dello 0,9%, con una dinamica che appare più debole rispetto al 2024. Al contempo, Il saldo primario delle Amministrazioni pubbliche è risultato positivo, che registra un’incidenza sul Pil del 5,1% (4,4% nel quarto trimestre del 2024), così come il saldo corrente delle AP, con un’incidenza sul Pil del 6,9% (6,1% nel quarto trimestre 2024).

A ciò si aggiunge il dato del Misery Index di Confcommercio, indicatore del disagio sociale, che nel mese di marzo è incrementato di 0,7 punti rispetto al mese precedente, toccando quota 9,6. A contribuire alla salita è stata in particolare l’accelerazione dell’inflazione sui beni e servizi di uso quotidiano, salita al 3,1% dall’1,9% del mese precedente, trainata dall’aumento dei prezzi energetici. In prospettiva, le cose sembrano mettersi male: le tensioni sui costi dell’energia potrebbero infatti continuare nel mese di aprile e sfociare in quello di maggio, mantenendo alta la pressione sui prezzi. Un quadro che rischia fortemente di peggiorare se la crisi in Medio Oriente dovesse proseguire, con effetti sulle materie prime e sulle rotte commerciali. Le ricadute potrebbero estendersi all’intera economia, con il rallentamento dell’attività produttiva che finirebbe per incidere su un mercato del lavoro già poco dinamico, condizionato da fattori strutturali come squilibri territoriali e dinamiche demografiche.

Nell’ultima Manovra, il governo aveva provveduto a un taglio dell’IRPEF per i redditi medio-bassi e medi: la seconda aliquota, che fino a pochi mesi fa gravava al 35%, è scesa al 33% per i redditi fino a 50.000 euro lordi. Questa riduzione, calcolata in circa 3 miliardi di euro annui, interessa oltre 13 milioni di contribuenti, traducendosi in un beneficio medio di circa 210 euro all’anno per chi ha redditi nella fascia intermedia. Ciò non toglie che la pressione fiscale possa comunque aumentare, ad esempio se il gettito complessivo cresce più del Pil o se crescono altre entrate fiscali e contributive. C’è inoltre il tema del fiscal drag: quando redditi nominali e salari salgono, ma scaglioni e detrazioni non si adeguano pienamente, una parte dell’aumento finisce in imposta media più alta. La Banca d’Italia spiega proprio che questo meccanismo fa salire l’aliquota media quando la crescita nominale trascina i contribuenti verso scaglioni più pesanti.

Afghanistan, terremoto 5.9 nell’Hindu Kush: morte 8 persone

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Nella giornata di ieri un terremoto di magnitudo 5,9 ha colpito la regione dell’Hindu Kush in Afghanistan, a una profondità di 177 km, provocando il crollo di una casa a Kabul e la morte di otto persone, mentre un bambino è rimasto ferito, secondo l’Autorità nazionale per la gestione dei disastri. Le scosse sono state avvertite anche a Islamabad e Nuova Delhi, secondo varie testimonianzze. L’Afghanistan, circondato da montagne, è frequentemente colpito da disastri naturali: i terremoti sono tra i più letali, causando mediamente circa 560 vittime ogni anno.

I roghi dei libri sono reali in Italia: il lato oscuro dell’editoria

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Non bruciano nelle piazze, non fanno rumore, non scandalizzano l’opinione pubblica. Eppure, ogni anno, migliaia di libri vengono distrutti in Italia. Non per censura, né per persecuzione ideologica, ma per un meccanismo industriale a dir poco folle. Il rogo dei libri è una procedura invisibile, silenziosa, normalizzata di uno dei sistemi più inquinanti e dispendiosi della storia: l’editoria. Ma per comprendere questo fenomeno bisogna partire da un dato strutturale: in Italia il numero dei titoli immessi sul mercato ha superato le 70.000 novità annue, a cui si aggiungono le ristampe. Un flusso continuo, crescente, che non corrisponde però a un aumento proporzionale dei lettori. Né a un loro reale bisogno o interesse. Il risultato è un sistema dove l’offerta eccede di gran lunga la domanda. Ma perché si è arrivati a tutto questo?

Il nodo centrale, che pochi conoscono, è il meccanismo delle rese, che lega editori, distributori e librai. I libri inviati alle librerie non vengono acquistati in via definitiva, ma possono essere restituiti all’editore se invenduti. Questo sistema, nato per ridurre il rischio commerciale dei librai, ha finito per produrre un effetto devastante: incentivare la sovrapproduzione. Il sistema delle rese genera una spirale perversa: più libri si pubblicano, più libri tornano indietro, più si alimenta la necessità di pubblicarne altri per compensare le perdite. «È un meccanismo un po’ perverso, come quando per ripagare dei debiti se ne fanno di ancora più grandi», spiega Claudia Tarolo, co proprietaria di Marcos y Marcos.

A questo si aggiunge un elemento altrettanto inquietante: il ciclo di vita del libro in libreria. Molti titoli restano sugli scaffali per poche settimane, talvolta meno di un mese. Oggi un libro ha un ciclo di vita inferiore a quello dello yogurt sugli scaffali dei supermercati. La rotazione è diventata così veloce che non c’è neanche il tempo di far conoscere un libro ai lettori.

E cosa accade a quei libri restituiti? Una parte viene stoccata, una minima percentuale rimessa in circolazione, ma una quota significativa finisce al macero. O negli inceneritori. Il macero, cioè, non è un incidente: è parte integrante del modello. La maggior parte dei libri viene scritta con un solo scopo: tenere in piedi il meccanismo delle rese ed essere eliminata. Tonnellate di libri nuovi vengono distrutte ogni anno perché economicamente non conviene conservarle. Il libro, in questo circuito, perde il suo valore simbolico e culturale per diventare un oggetto che si produce, si distribuisce e si elimina. Con un impatto ambientale disastroso.

Bisogna infatti ricordare che ogni libro stampato ha un costo preciso: di carta, acqua, trasporto, energia. Possiamo davvero parlare di industria culturale se una parte significativa della produzione è destinata fin dall’inizio allo scarto? Quanti alberi, quanta acqua, quanta energia finiscono in questo ciclo invisibile?

«E se vi chiedete chi guadagna realmente da questo processo», scrive Francesco Quatraro, direttore editoriale di Effequ «avrete la risposta segnandovi quanti movimenti hanno fatto i libri: sono andati a un magazzino, da quel magazzino sono andati a una libreria, da quella libreria sono tornati al magazzino. Tutti questi passaggi hanno generato profitto per chi distribuisce (cioè per chi materialmente trasporta i libri da una parte all’altra dell’Italia, e non per chi li pubblica, li vende o li scrive). È un sistema, insomma, che si autosostiene proprio grazie alla sua inefficienza».

Questo modello industriale ha conseguenze profonde anche sulla qualità dell’offerta. Quanti dei libri che arrivano oggi sugli scaffali sono davvero necessari? Quanti sono costruiti in poche settimane, inseguendo mode, personaggi televisivi, influencer del momento? Basta guardare le classifiche: autobiografie lampo, libri scritti in pochi mesi da personaggi dello spettacolo, prodotti editoriali pensati più per occupare spazio che per durare. Non è una questione di gusti ma di struttura. Quando il sistema richiede quantità, la qualità diventa una variabile secondaria. Pubblicare molto significa pubblicare in fretta. Il risultato è la produzione a velocità folle di titoli che nascono già destinati a scomparire.

Da un lato, il libro continua a essere percepito come oggetto culturale, portatore di idee, memoria, conoscenza. Dall’altro, viene trattato come merce a ciclo breve, sostituibile e sacrificabile. E allora sorge spontanea la domanda: che valore ha un libro che nasce già sapendo di durare un mese? Che senso ha scrivere, pubblicare, distribuire qualcosa che probabilmente non verrà mai davvero letto?

Se guardiamo alla storia della letteratura, il contrasto è evidente. Opere come Guerra e pace di Tolstoj o I miserabili di Hugo o Alla ricerca del tempo perduto di Proust richiesero anni di lavoro e dedizione per essere scritti, con autori capaci di riflettere, correggere, approfondire ogni dettaglio della storia che andavano a raccontare. Ma un libro che ha una vita inferiore a quello di uno yogurt non permette a priori una simile cura. Chi avrebbe il tempo, l’energia o la possibilità di dedicarsi a un’opera così ambiziosa?

Abbassando costantemente la qualità, vengono meno i modelli di ispirazione e i punti di riferimento per nuove generazioni di autori e lettori. Non c’è confronto, non c’è scrittura da cui imparare, e si innesca così una spirale discendente, dove la quantità prende il posto della qualità, e la creatività diventa subordinata non tanto alle leggi del mercato ma al ciclo rapidissimo dell’industria editoriale.

Interrompere questo meccanismo non è semplice, ma è necessario. «Un sistema davvero sano dovrebbe avere libri la cui vita generalmente non duri quanto quella di una mosca o una farfalla, ovvero quattro settimane», confessa Carlo Musso, ex editor del Gruppo Mondadori e fondatore della casa editrice milanese Libreria Pienogiorno, «Altrimenti è meglio lasciare la carta sugli alberi».

Ridurre il numero delle pubblicazioni, allungare il ciclo di vita dei libri, rivedere il sistema delle rese, investire su cataloghi più selezionati e duraturi… significa, in sostanza, tornare a una logica della sostenibilità. Restituire valore al libro implica sottrarlo, almeno in parte, alle logiche della produzione seriale. Significa considerarlo non solo come prodotto da vendere, ma come oggetto da far vivere nel tempo.

Significa anche ripensare l’editoria in termini ambientali: meno produzione inutile, meno spreco, più responsabilità. Un libro che scompare dopo poche settimane non è solo un fallimento commerciale e un costo ecologico, è una possibilità che si spegne prima ancora di essere davvero esistita.

Campania, catturato il boss superlatitante Roberto Mazzarella

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Catturato il boss Roberto Mazzarella, 48 anni, latitante da un anno e considerato tra i quattro ricercati più pericolosi. Ritenuto capo dell’omonimo clan camorristico attivo tra Napoli e provincia, era accusato di essere il mandante dell’omicidio di Antonio Maione, vittima innocente di una vendetta trasversale nel 2000. I carabinieri del nucleo investigativo di Napoli, coordinati dalla Direzione distrettuale antimafia, lo hanno arrestato al termine di un’indagine durata mesi. Mazzarella si nascondeva in una villa di lusso a Vietri sul Mare, dove è stato trovato con la famiglia. Non ha opposto resistenza.

Trump aumenta di 500 miliardi la spesa per le armi e precisa: “Non mi interessano asili e sanità”

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Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha chiesto al Congresso un aumento senza precedenti del budget per la difesa, portandolo a 1.500 miliardi di dollari per l’anno fiscale 2027, con un incremento di 500 miliardi rispetto al precedente. Per compensare questa impennata, la Casa Bianca ha proposto tagli per circa 73 miliardi (il 10%) alla spesa non militare, colpendo programmi sociali, ambientali e scientifici. Nell’ambito di un evento privato, il presidente USA ha chiarito la sua visione: «Non è possibile per noi occuparci di asili nido, Medicaid e Medicare», ha detto, affermando che tali responsabilità dovrebbero essere gestite a livello statale, mentre Washington deve concentrarsi sulla «protezione militare». La richiesta arriva mentre gli Stati Uniti sono impegnati nella guerra contro l’Iran, il cui costo giornaliero è stimato fino a 2 miliardi di dollari.

La proposta di bilancio, definita dalla Casa Bianca come «storicamente» vicina agli incrementi precedenti la Seconda Guerra Mondiale, prevede un aumento salariale del 5-7% per i militari e finanzia progetti prioritari per Trump, come lo scudo missilistico Golden Dome, la costruzione di 34 nuove navi da combattimento (incluse le cosiddette corazzate Trump-class) e l’accumulo di minerali critici per l’industria bellica. Per quanto concerne i tagli, appare significativa la riduzione del 52% per l’Agenzia per la Protezione dell’Ambiente (EPA), del 23% per la NASA e del 12,5% per il Dipartimento della Salute. Vengono poi cancellati programmi ritenuti «woke, weaponized (ovvero distorti a fini di lotta politica) e dispendiosi», tra cui quasi trenta iniziative del Dipartimento di Giustizia.

Le reazioni non si sono fatte attendere. I democratici al Congresso hanno bollato la proposta come «morta all’arrivo». Il senatore Jeff Merkley ha dichiarato che si tratta di «una richiesta fuori dal mondo per più soldi per armi e bombe, e meno per le cose di cui la gente ha bisogno, come alloggi, assistenza sanitaria, istruzione, strade, ricerca scientifica e protezione ambientale». Anche esperti di bilancio indipendenti hanno criticato la mancanza di dettagli e l’eccessivo ottimismo delle proiezioni economiche. Nonostante i repubblicani controllino entrambe le Camere, la richiesta rischia di innescare una nuova battaglia politica a Capitol Hill, dove i legislatori potrebbero riscrivere o respingere il piano.

La situazione per gli USA appare tesa su più fronti, compreso quello delle tradizionali alleanze internazionali in ambito militare. in un’intervista al quotidiano britannico The Telegraph, Trump ha dichiarato negli scorsi giorni di stare «seriamente» considerando l’uscita degli USA dalla NATO a causa del rifiuto di inviare navi da guerra verso lo Stretto di Hormuz da parte dei membri dell’Alleanza. «Noi siamo sempre stati lì per loro, e lo saremmo sempre stati. Loro non sono lì per noi», ha detto Trump. Le dichiarazioni arrivano in un momento in cui gli Stati Uniti e Israele sembrano trovarsi in seria difficoltà sul campo: la guerra in Iran, che doveva essere una “operazione lampo”, si sta trascinando ormai da oltre un mese (con evidenti difficoltà sul campo da parte di Tel Aviv e Washington), scatenando una crisi energetica globale.

Perù, calca allo stadio Villanueva: un morto e 47 feriti

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Almeno una persona è morta e 47 sono rimaste ferite allo stadio Alejandro Villanueva di Lima, durante un raduno di tifosi dell’Alianza Lima degenerato in una calca. Il bilancio è stato confermato dal ministro della Salute Juan Carlos Velasco. Inizialmente si era ipotizzato il crollo di una parete della tribuna sud, ma i vigili del fuoco hanno smentito, escludendo danni strutturali. Secondo le autorità, l’incidente è stato causato dalla pressione della folla durante un “banderazo”, un evento festoso organizzato dai sostenitori alla vigilia della partita. Le cause precise restano comunque sotto indagine.

In Italia il dissesto idrogeologico ha fatto 19 miliardi di danni in 10 anni

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Mentre alcune regioni del Meridione sono investite da eventi climatici eccezionali ed è stato ufficialmente richiesto lo stato di emergenza per Abruzzo, Molise e Puglia, è uscito un rapporto di Greenpeace in cui si attesta come, nel nostro Paese, il conto del dissesto idrogeologico continui a crescere in maniera esponenziale. Nell’ultimo decennio il fenomeno ha assunto dimensioni macroscopiche: come attestato dall’organizzazione ambientalista, infatti, tra il 2015 e il 2024 frane e alluvioni hanno causato oltre 19 miliardi di euro di danni. Greenpeace evidenzia che i governi che si sono succeduti nel tempo hanno trasferito alle Regioni, per risanare il territorio, poco più di 3 miliardi di euro, che hanno coperto appena il 17% dei dei danni causati.

La cifra messa nero su bianco da Greenpeace, che ha studiato ed elaborato i dati del Dipartimento della Protezione Civile, fotografa la vulnerabilità del Paese davanti a eventi meteo estremi sempre più frequenti e intensi e che rende evidente come il dissesto non sia più soltanto un’emergenza ambientale, ma anche economica e sociale. Il report copre un periodo che parte dal 2015, cioè dagli anni successivi all’Accordo di Parigi sul clima, e si protrae fino al 2024, attestando come l’impatto economico degli eventi estremi in Italia “pesi” in media due miliardi di euro all’anno, con picchi che hanno colpito soprattutto alcune aree del Paese. A guidare la classifica delle regioni più colpite in termini economici è l’Emilia-Romagna (2,5 miliardi di danni registrati, 13,5% del totale), cui seguono Campania (10,3%) e Veneto (10,2%); subito dietro, Abruzzo e Sicilia. Ad aver subito il maggior numero degli eventi meteo estremi è invece la Lombardia, con Emilia-Romagna, Sicilia, Piemonte e Veneto a completare le prime cinque posizioni. Complessivamente, gli eventi conteggiati nel registro nazionale della Protezione Civile che hanno portato a una dichiarazione dello stato di emergenza sono 139.

Il confronto tra danni subiti e risorse effettivamente stanziate è uno dei fattori più critici tra quelli tracciati dal dossier. Dalle statistiche emerge infatti che le risorse stanziate per far fronte alle emergenze ammontano in totale a circa 3,1 miliardi di euro. I fondi stanziati dall’esecutivo coprono il 18% dei danni in Lombardia; vengono poi l’Emilia-Romagna (17%), il Piemonte (16%) e la Sicilia alla pari con il Veneto (15%). La Campania, che si trova al secondo posto in classifica per il valore dei danni subiti, ha una percentuale di copertura assai bassa, pari al 7%. A tali stanziamenti, sempre tra il 2015 e il 2024, si possono sommare 960 milioni di euro destinati per alluvioni ed eventi meteo che derivano dal Fondo Europeo di Solidarietà, arrivando a soli 4 miliardi euro investiti tra fondi nazionali ed europei.

Come dimostrano i dati del quarto Rapporto ISPRA, presentato nel luglio dell’anno scorso, i pericoli legati al dissesto idrogeologico investono l’intero territorio italiano. Il report ha infatti rilevato come il 94,5% dei comuni dello Stivale (7.463 su 7.904) sia a rischio per frane, alluvioni, valanghe ed erosione costiera: nello specifico, le aree ad alta pericolosità interessano 1,28 milioni di abitanti per il rischio frane e 6,8 milioni per il rischio alluvioni, per un totale di oltre 5,7 milioni di persone che vivono in zone a pericolosità medio-alta. Sul fronte della prevenzione, Greenpeace segnala che nell’ultimo decennio sono stati investiti 10,5 miliardi di euro in progetti di difesa del suolo e contrasto al dissesto idrogeologico, con circa 13 mila interventi avviati nel medesimo arco temporale. Resta però il problema dei tempi: la realizzazione delle opere è spesso lenta, con una media di 4,6 anni per intervento, con ritardi che in alcune regioni superano addirittura i cinque o sei anni. Il risultato è che la prevenzione cresce, ma non abbastanza rapidamente da tenere il passo con l’emergenza.

Jet USA abbattuto, Teheran: “abbiamo un pilota”

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Un jet statunitense F-15E è stato abbattuto nella provincia del Khuzestan, in Iran. Gli USA hanno condotto per alcune ore delle operazioni di ricerca e soccorso, sorvolando a bassa quota il territorio iraniano per localizzare i due membri dell’equipaggio. Uno di questi sarebbe stato trovato dalle forze americane, mentre l’altro dai pasdaran che ne hanno annunciato la cattura mostrando alcuni rottami del jet abbattuto.