venerdì 13 Marzo 2026
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I ragazzi croati tornano a marciare: dopo 18 anni ripristinata la leva militare obbligatoria

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Il 9 marzo 2026 è una data destinata a rimanere nella memoria collettiva della Croazia. Infatti, dopo diciotto anni dalla sospensione del servizio di leva, circa ottocento giovani hanno fatto ingresso nelle caserme di Knin, Slunj e Pozega per cominciare l’addestramento militare di base. La scelta di ripristinare la leva obbligatoria, che era stata approvata lo scorso ottobre in sede parlamentare su input dell’esecutivo guidato dal premier Andrej Plenković, segna una tangibile inversione di tendenza per uno Stato che aveva abolito la coscrizione nel 2008, un anno prima di entrare nella Nato. Torna così sotto le armi l’unico Paese oggi parte dell’UE ad aver combattuto una guerra lunga e su larga scala nel conflitto seguito alla dissoluzione della Jugoslavia, in un’area dove le relazioni con i vicini balcanici restano tutt’altro che idilliache.

La nuova legge prevede, nello specifico, un percorso di due mesi per tutti i giovani che compiono 19 anni, con possibilità di chiamata fino ai 30 anni. Durante il periodo di formazione, le reclute riceveranno un’indennità mensile di 1.100 euro e il servizio sarà conteggiato come anzianità lavorativa. Al termine, i giovani resteranno nella riserva fino ai 55 anni. Per gli individui di sesso femminile c’è l’esenzione dall’obbligo, ma la possibilità di adesione per via volontaria. Ad oggi, su 800 partecipanti complessivi, figurano 82 volontarie. Obiettivo dell’esecutivo croato è di addestrare circa 4mila reclute ogni anno, da suddividere in diversi scaglioni, per un costo complessivo annuo che arriverebbe quasi a 24 milioni di euro. I programmi prevedono l’utilizzo di armi personali, droni, tecniche di primo soccorso e autodifesa.

Occorre aggiungere che la Costituzione croata tutela l’obiezione di coscienza. Chi sceglie questa strada può optare per tre mesi di formazione nella Protezione civile nazionale oppure per quattro mesi di attività presso enti locali o regionali, in entrambi i casi senza alcun compenso. Secondo i dati del ministero della Difesa, finora solo una decina di giovani ha presentato obiezione. Il ministro Ivan Anušić ha motivato la reintroduzione del servizio obbligatorio con la necessità di far fronte a «minacce alla sicurezza, alle azioni di carattere ibrido, agli attacchi informatici e alle sempre più frequenti calamità naturali». Il provvedimento assume un significato particolare in Croazia, reduce dalla guerra d’indipendenza degli anni Novanta e inserita in un contesto balcanico ancora segnato da tensioni latenti.

La decisione di Zagabria di ripristinare la leva obbligatoria non rappresenta un caso isolato, ma si inserisce in un trend più ampio che sta investendo l’intero continente europeo. Negli ultimi anni, infatti, numerosi Paesi hanno avviato una radicale revisione delle proprie politiche di difesa, aumentando le spese militari e introducendo misure di preparazione civile senza precedenti dalla fine della Guerra fredda. La Finlandia, entrata nella Nato nel 2023, ha annunciato l’intenzione di abbandonare la Convenzione di Ottawa che vieta le mine antiuomo e di portare la spesa per la difesa oltre il 3% del PIL entro il 2029, dopo aver già distribuito ai cittadini una guida su come prepararsi a crisi e attacchi militari. La Svezia ha aumentato la spesa al 2,8% del PIL, mentre la Norvegia, che condivide 196 chilometri di confine con la Russia, sta riattivando i bunker della Guerra fredda e investe 51 miliardi di euro per modernizzare le forze armate. Ancora più radicali le misure adottate da Estonia, Lettonia e Lituania. Tallinn ha approvato la costruzione di un fossato anti-carro lungo 40 chilometri con oltre 600 bunker lungo il confine orientale, mentre Riga ha reintrodotto la coscrizione obbligatoria per i maschi tra 18 e 27 anni. La Lituania, oltre a ritirarsi dalla Convenzione di Ottawa, ha reso obbligatorio un rifugio antiaereo per ogni edificio residenziale di oltre cinque piani.

La Polonia spende già il 4,7% del PIL per la difesa e punta a diventare la terza potenza militare della Nato con 300mila effettivi. Anche le grandi potenze europee accelerano: la Germania ha varato un piano da 377 miliardi per modernizzare la Bundeswehr, puntando a diventare la “spina dorsale” della sicurezza europea. Il Regno Unito ha aumentato la spesa al 2,5% del PIL con l’obiettivo del 3%, mentre la Francia punta a 64 miliardi annui entro il 2027. L’Italia, infine, ha approvato un decreto per ampliare il personale militare a 160mila unità entro il 2033, con una spesa che nel 2026 sfiorerà i 34 miliardi di euro. Un quadro complessivo che delinea una vera e propria mobilitazione continentale, dove la retorica della «preparazione» normalizza l’idea del conflitto come scenario potenziale.

Il caso della famiglia nel bosco: un’occasione mancata per pavidità e opportunismo politico

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No, non riguarda il rapporto tra stato e famiglia o tra Potere e Magistratura, e non è certamente una contrapposizione tra vita idilliaca nei boschi e vita cittadina. Né le destre né le sinistre sembrano interessate a portare alla luce i veri nodi irrisolti alla base di questa vicenda che ha spaccato in due l’opinione pubblica. Nodi che vanno molto al di là del caso singolo della famiglia del bosco. Ma per capire fino in fondo la posta in gioco bisogna fare un passo indietro. E risalire alle origini del Tribunale dei Minorenni.

Il Tribunale per i minorenni nasce nel 1934, durante il regime di Benito Mussolini. La legge è il Regio Decreto-Legge n. 1404. Non nasce né era stato pensato come un tribunale normale: l’idea di fondo era che lo Stato potesse fungere da  «padre dei minori» quando la famiglia era considerata inadeguata.

Fin dall’inizio si decide che i procedimenti debbano essere riservati, senza stampa e senza pubblico. L’idea era proteggere i minori dal disonore pubblico. Ma la conseguenza è che il sistema nasce fin dal suo esordio come poco soggetto a un controllo esterno.

Il giudice, inoltre, non è solo un arbitro tra due parti, ma una figura che decide cosa è meglio per il bambino. E prende le sue decisioni non solo in base a prove giuridiche, ma soprattutto in base a valutazioni sociali e psicologiche. 

A differenza però di una prova materiale (documenti, testimoni, fatti), le valutazioni psicologiche sono interpretative, si basano cioè su modelli teorici, e sono influenzate dall’esperienza e della formazione del professionista. 

Occorre innanzitutto ricordare che la psichiatria, la psicologia e la sociologia non sono scienze esatte, come la matematica, la fisica, la chimica, la biologia, scienze cioè che basano le loro teorie su risultati misurabili, replicabili e universalmente validi.

La psichiatria come la psicologia, invece, sono scienze speculative e interpretative, basano le loro teorie su fenomeni complessi e variabili, su modelli probabilistici e non su leggi universali. Al loro interno vi sono, e vi sono sempre state, correnti e scuole di pensiero molte diverse l’una dall’altra: basti pensare al diverso approccio tra freudiani, junghiani e adleriani, alle visioni contrapposte della psiche e dell’esistenza umana che sono alla base del cognitivismo, dell’approccio comportamentista, della psicologia psicodinamica e via dicendo. Ma che impatto ha tutto ciò? Due psicologi o due psichiatri possono leggere la stessa famiglia in un modo molto diverso. 

Entrando nello specifico della famiglia del bosco, psichiatri, psicologi, sociologi che si sono pronunciati sulla questione, riconoscono dei dati oggettivi di partenza: alcune criticità nella situazione abitativa della famiglia Trevallion, una scarsa alfabetizzazione dei minori, una certa «rigidità» nella personalità della madre dei bambini.

La famiglia Trevallion

Ma è nelle strategie terapeutiche proposte che emergono le differenze. Se per i periti nominati dal Tribunale dei Minori dell’Aquila è necessario allontanare i bambini dalla madre, la perizia realizzata della Asl Lanciano Vasto Chieti ritiene «indispensabile favorire e ripristinare una consuetudine affettiva stabile, garantendo la continuità dei legami familiari quale elemento fondamentale per il superamento delle manifestazioni di disagio evidenziate nei minori».

Per Massimo Ammanniti, neuropsichiatra infantile e professore onorario alla Sapienza di Roma, la decisione di spezzare il nucleo familiare rischia di produrre effetti molto gravi sulla salute dei minori.  «Una decisione come questa si prende in situazioni estreme, quando il pericolo di maltrattamenti è concreto ed elevato». L’allontanamento è, infatti, una misura drastica, che lo Stato prende in considerazione solo come estrema ratio. Per una ragione molto semplice: il legame familiare non è un dettaglio. È una struttura emotiva fondamentale, un bisogno primario. Anche gli educatori più preparati e sensibili non possono sostituire una famiglia.  Un istituto non può colmare il vuoto dei legami familiari perduti. E se per migliorare alcune criticità emerse nella vita dei piccoli, si va ad infliggere un danno maggiore, la misura, come ha sottolineato anche la garante dell’infanzia, diventa sproporzionata.

Vittorino Andreoli, luminare della psichiatria, usa parole ancora più dure ed esplicite: lo sradicamento dal contesto familiare produce traumi così profondi da innescare lo sviluppo di gravi psicopatologie che compromettono ogni singolo aspetto della vita di un individuo. «Distaccare un figlio di quell’età dalla madre genera una dissociazione che, nella fase dell’adolescenza, promuove le condizioni della schizofrenia». 

Una psicopatologia talmente grave e invalidante che giustamente suscita terrore. E ha aggiunto: «Se non si ritiene che la madre sia “all’altezza”, allora si crei un sistema di supporto che le permetta di svolgere il suo compito».

La domanda sorge spontanea: qual è il bene maggiore? O per dirla in altri termini: qual è il male minore? Quale diritto del minore va maggiormente tutelato? A quale bisogna dare la precedenza? Cosa conta maggiormente per il benessere psico-fisico di un bambino? Gli affetti? La salute mentale? O il diritto all’istruzione? 

Naturalmente se la famiglia del bosco fosse una famiglia perfetta non sarebbe necessario prendere tali decisioni. Ma il Tribunale dei Minorenni non avrà mai a che fare, data la sua natura, con famiglie ideali. Una sovrastima delle criticità inziali può produrre effetti devastanti. E allora ritorna la domanda: a quale esperto bisogna dare ragione?

Sebbene sia naturale chiedersi chi abbia ragione e chi abbia torto, questa domanda purtroppo non aiuta a inquadrare il vero problema.

Ognuno di noi, infatti, in base alla sua sensibilità e alle esperienze che hanno forgiato il suo carattere, sarà propenso ad accogliere più favorevolmente una tesi rispetto all’altra. Non esiste perito, figura professionale, psichiatra o esperto che in una certa misura non sia influenzato, in quanto essere umano, dal proprio background culturale, familiare, sociale.

Prendiamo ad esempio in esame la critica mossa alla famiglia Trevallion di non favorire lo sviluppo relazionale dei suoi figli. Naturalmente si può obiettare che la scuola non è l’unico luogo che favorisce la socializzazione. I bambini, si difendono i genitori, socializzano con i loro coetanei al di fuori dell’ambiente scolastico, frequentano i figli delle altre famiglie neo-rurali di Palmoli, fanno gite al parco, intessono relazioni che prescindono dall’ambiente-scuola. Ma il modo in cui tale difesa viene accolta è anche influenzato da qualcosa di molto personale: i ricordi scolastici legati all’infanzia e alla prima adolescenza. Chi non ha lieti ricordi della scuola primaria, chi è stato bullizzato e isolato, sarà più propenso ad accogliere favorevolmente le parole dei Trevallion. Chi al contrario ha avuto esperienze positive della scuola primaria tenderà a vedere nella non frequentazione scolastica dei piccoli Trevallion una grave perdita, una mancanza. 

Come si esce allora da tale cortocircuito? L’imparzialità e l’oggettiva assoluta non sono una prerogativa di noi esseri umani. Le nostre esperienze, il nostro vissuto, le scuole di pensiero a cui aderiamo orientano e plasmano le nostre opinioni, professionali e non, e influenzano le nostre decisioni. Non è realistico pretendere di mutare la nostra natura, ciò che invece si può fare è fissare delle modalità strutturali che promuovano una maggiore dialettica tra le parti, e limitino l’influenza del singolo e/o dei singoli sull’esito di un processo.

Ed ecco che ritorniamo alla struttura intrinseca del Tribunale dei Minorenni. Mentre nei normali processi il contraddittorio tra le parti bilancia e controbilancia agli occhi dei giudici le opinioni e i pareri delle parti in causa, nei processi per i minori, in Italia, il contradditorio, seppur presente, ha minor peso. Nella pratica ciò significa che il peso delle perizie e delle valutazioni degli esperti nominati dal Tribunale hanno de facto un peso vincolante. Ecco perché il modello italiano è definito come uno tra i più chiusi in Europa.

Bisogna ricordare infatti che nei casi di affido, allontanamento e sospensione della potestà genitoriale i giudici hanno un contatto molto limitato con le famiglie, e/o del tutto assente con i minori coinvolti. È facile colpevolizzare i giudici, o accusarli di scarsa sensibilità, ma quale giudice si assumerebbe la responsabilità di emanare un provvedimento che vada in opposizione ai suggerimenti formulati dai periti che il Tribunale stesso ha nominato? 

Quando poi come nel caso della famiglia del bosco è emerso che la psicologa incaricata di fare la perizia, aveva pubblicato su Facebook messaggi caustici nei confronti della coppia, la questione diventa ancora più problematica.

Nel modello garantista di tradizione anglosassone, invece, i processi dei minori hanno un impianto più simile ai processi normali: danno più spazio al contradditorio degli avvocati, vi è una minor discrezionalità nei poteri dei giudici e una maggiore trasparenza per i criteri che devono adottare per formulare decisioni tanto delicate. 

Un aspetto critico del modello italiano, infatti, riguarda proprio il tema della giustizia preventiva. I magistrati coinvolti nel caso della famiglia del bosco hanno ribadito che il loro intervento è, ed è stato, in funzione «dell’interesse del minore». Credo si possa affermare che tutte le parti coinvolte abbiano agito per preservare «l’interesse del minore», ciò che diventa problematico è stabilire cosa sia l’interesse del minore. Alcuni sostengono che il sistema italiano rischia di diventare troppo soggettivo, «perché» come sostiene Gustavo Sergio, presidente del Tribunale dei Minori di Napoli, «il giudice perde di vista il principio di legalità, ed abdica alla sua funzione di garante».

Nel modello garantista, invece, il principio guida è che l’allontanamento dai genitori va attuato solo quando c’è un rischio concreto per il minore, un pericolo tangibile. Detta in parole povere: più dati oggettivi e prove concrete e meno interpretazioni e analisi probabilistiche che riguardano spazi e tempi incerti come il futuro. Fissare dei criteri più definiti e vincolanti che regolamentino la sospensione della potestà genitoriale e le decisioni di allontanamento non significa sminuire il ruolo dei giudici e degli assistenti sociali, ma offrire a entrambi degli strumenti più precisi con cui orientarsi in situazioni di per sé fortemente complesse e problematiche.

Infine, c’è un ultimo punto che andrebbe affrontato e su cui da anni si discute: l’ascolto del minore coinvolto.

Il bambino, colui che più di tutti subisce il peso di tali decisioni, di rado ha la possibilità concreta di far valere la sua voce. Il bambino è oggetto di valutazioni, perizie, indagini, ma non soggetto parlante. C’è sempre qualcuno che si fa portavoce dei suoi interessi, dei suoi bisogni e delle sue necessità e che filtra la sua voce. Con le Convenzioni internazionali (ONU 1989), si è imposta, invece, la necessità di trattare il minore come titolare di diritti, non solo come oggetto di tutela. Eppure in Italia l’ascolto del bambino non viene sempre attuato. 

«Io credo» afferma Piercarlo Pazè, direttore della Rivista Minorigiustizia, che l’ascolto diretto, tanto nei procedimenti civili che penali, sia più importante ai fini della decisione di tante relazioni sociali o indagini psicologiche o testimonianze. Esso offre infatti la possibilità di “sentire” il disagio e/o l’abbandono del bambino e di raccogliere la sua opinione per individuare i progetti possibili. Un giudice deve essere capace di capire e di praticare l’ascolto, prima di determinare se recidere legami troppo deboli o malati oppure ricostituirli L’ascolto», conclude, «evita delle decisioni zoppe».

In definitiva il caso della famiglia del bosco, essendo diventato mediatico, avrebbe potuto esercitare una leva per gettare luce su questioni spesso sommerse e dimenticate dall’opinione pubblica. Tale interesse infatti è spesso la conditio sine qua non affinchè vengano attuate delle riforme su un sistema che ha ancora criticità irrisolte.

Invece le destre hanno deciso di cavalcare questa vicenda per muovere voti verso il sì nel referendum della giustizia, referendum che però non c’entra nulla e non avrà alcun impatto su questa questione specifica; mentre le sinistre si sono trincerate nella loro posizione, perché hanno visto nell’interesse delle destre un attacco alla magistratura.

Ma la vera questione di fondo, il funzionamento del Tribunale dei Minorenni, è stata ignorata da entrambe le parti. Non è neanche stata sfiorata. E ancora una volta si è perduta l’occasione di operare dei miglioramenti su un sistema che riguarda non solo la famiglia del bosco ma tante altre famiglie e i loro bambini. Ma per loro grande sfortuna i bambini non votano. E forse bisognerà attendere il prossimo secolo affinchè i loro bisogni possano essere messi davvero al centro.

Paraguay, ok alla presenza di militari USA

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Con 53 voti favorevoli, 8 contrari e 4 astensioni, la Camera dei Deputati del Paraguay ha approvato un accordo di difesa che consente il dispiegamento temporaneo di personale militare e civile statunitense all’interno dei confini del Paese. Manca ora la firma del presidente del Paese Santiago Peña, il quale dovrebbe ratificare l’intesa nei prossimi giorni. L’accordo stabilisce un quadro giuridico per la presenza delle forze di sicurezza statunitensi in Paraguay per operazioni di addestramento, esercitazioni congiunte e assistenza umanitaria. Esso inoltre, autorizza gli Stati Uniti ad esercitare giurisdizione penale sul proprio personale presente nel Paese.

La Commissione UE ha approvato un piano per il rilancio del nucleare in Europa

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Allontanandosi dall’energia nucleare l’Europa ha commesso un «errore strategico». Così la presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen è intervenuta a Parigi davanti al summit sull’energia nucleare organizzato da Macron. Le parole di von der Leyen sono arrivate in parallelo all’annuncio da parte dell’esecutivo europeo di una nuova strategia per l’energia, che prevede, tra le varie cose, proprio lo stanziamento di 200 milioni di euro per istituire un fondo volto a «sostenere gli investimenti in tecnologie nucleari innovative». L’investimento nel nucleare rientra in un pacchetto energetico più ampio approvato ieri dalla Commissione europea a Strasburgo, il cui obiettivo è ridurre le dipendenze dalle importazioni estere e garantire autonomia strategica al Vecchio continente. Il tutto avviene in un contesto geopolitico turbolento che non fa altro che confermare ai Paesi europei la necessità dell’indipendenza energetica: «La situazione in Iran ci ricorda una semplice verità: l’energia pulita prodotta localmente è l’unica soluzione duratura per l’UE per spezzare il ciclo di dipendenza dai combustibili fossili e volatilità dei prezzi», ha affermato Teresa Ribera, vicepresidente dell’esecutivo UE per una Transizione pulita, giusta e competitiva.

Il pacchetto energetico dell’esecutivo europeo prevede tre iniziative: la Clean Energy Investment Strategy, il Citizens Energy Package e la Strategy for Small Modular Reactors. Quest’ultima è il capitolo centrale del programma complessivo e punta al rafforzamento del ruolo europeo nell’ambito delle tecnologie a zero emissioni. In particolare, la Strategia per i Reattori Modulari di Piccole Dimensioni (SMR) si propone l’obiettivo di sviluppare gli SMR a partire dal 2030, accelerando in parallelo lo sviluppo di progetti sul nucleare avanzato. L’idea di Bruxelles è sostenere lo sviluppo in questo ambito attraverso l’Alleanza Industriale Europea sugli SMR, composta da governi, operatori del settore e parti interessate che cercano di accelerare lo sviluppo delle tecnologie nucleari. Sul piano dei finanziamenti, la Commissione europea prevede un ulteriore stanziamento temporaneo di InvestEU di 200 milioni di euro fino al 2028 per lo sviluppo di tecnologie nucleari innovative, tra cui reattori nucleari a bassa frequenza (SMR) ad acqua leggera, tipicamente sviluppati a partire da reattori nucleari esistenti raffreddati ad acqua, reattori modulari avanzati (AMR), microreattori, che in genere producono meno di 10 megawatt di elettricità, hanno lunghi cicli di rifornimento e possono essere trasportati. Le risorse proverranno dalle entrate del sistema ETS (Emission Trading System) e andranno a integrare temporaneamente il programma InvestEU. La Commissione promuove un approccio strategico sui mini reattori che «dovrebbero essere considerati un progetto industriale europeo condiviso, basato su una forte collaborazione dell’Ue in materia di ricerca, catena di approvvigionamento, licenze, competenze e finanziamenti». Inoltre, incoraggia i Paesi a semplificare le procedure amministrative sui controlli sulle esportazioni tra gli Stati membri.

Secondo Bruxelles, l’impiego degli SMR (Small Modular Reactors) entro il 2050 potrebbe far risparmiare all’UE fino a 60 miliardi di metri cubi di gas, mentre le azioni dell’UE per accelerare la transizione verso le energie pulite «ridurranno la spesa per le importazioni di combustibili fossili nell’UE, anno dopo anno, fino a raggiungere un risparmio di 130 miliardi di euro all’anno entro il 2030». La questione dell’energia nucleare è strettamente collegata a quella della sicurezza e dell’autonomia del Vecchio continente. Secondo la Commissione, «la nostra dipendenza dai combustibili fossili importati espone l’Europa a vulnerabilità che colpiscono direttamente cittadini e imprese. Il modo più sicuro per ottenere energia a prezzi accessibili e garantire la sicurezza dell’approvvigionamento è affidarsi a tecnologie energetiche pulite sviluppate internamente. I piccoli reattori modulari (SMR) potrebbero diventare uno dei prossimi grandi progetti di sviluppo industriale in Europa».

Le altre due iniziative del pacchetto energetico europeo riguardano la Strategia per gli investimenti nell’energia pulita e il Citizens Energy Package (Pacchetto Energia per i Cittadini): la prima mira a colmare il divario tra il capitale privato disponibile e gli ingenti investimenti necessari per reti, tecnologie innovative e interventi di efficienza energetica. Si prevede che per la transizione saranno necessari investimenti pari a 660 miliardi di euro all’anno fino al 2030. Per far fronte a questi cospicui finanziamenti, Bruxelles intende coinvolgere la Banca Europea per gli Investimenti (BEI) che fornirà oltre 75 miliardi di euro di finanziamenti nei prossimi tre anni a sostegno della transizione energetica. La seconda iniziativa, invece, ha l’obiettivo di ridurre le bollette, rafforzare la trasparenza dei contratti energetici e consentire ai cittadini di produrre e condividere la propria energia pulita.

L’Ue è giunta a formulare la sua strategia energetica nel mezzo di sconvolgimenti geopolitici che rischiano di produrre nel continente una crisi peggiore di quella del 2023 con un considerevole aumento dei prezzi dell’energia e dei carburanti. La mancata realizzazione di un programma razionale e conveniente rischia di esporre i Paesi europei a gravi vulnerabilità energetiche, ma anche economiche e geopolitiche. Per questo, nell’ambito del Quadro Finanziario Pluriennale 2028-2034, la priorità sembra essere proprio quella energetica: la Commissione Ue ha, infatti, proposto di quintuplicare la dotazione del CEF (Connecting Europe Facility) per l’energia (lo strumento per collegare l’Europa), passando da 5,84 miliardi di euro a 29,91 miliardi di euro.

Meloni surreale in Parlamento: l’attacco all’Iran è colpa della Russia e del 7 ottobre

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Giorgia Meloni è tornata a parlare della guerra in atto in Asia occidentale. Questa volta non ai microfoni radiotelevisivi ma in Senato, collocando «l’intervento americano e israeliano contro il regime iraniano» al di fuori del «perimetro del diritto internazionale». Soltanto tre giorni fa la presidente del Consiglio non aveva abbastanza elementi né per condannare né per condividere l’attacco, che durante le comunicazioni al Senato ha legato a cause remote. L’aggressione israelo-americana si inserirebbe infatti in un filone più ampio, che vede «venir meno un ordine mondiale condiviso» e ha «un punto di svolta ben preciso»: l’invasione russa dell’Ucraina. «La destabilizzazione globale che ne è derivata— continua Meloni — ha avuto le sue ripercussioni anche in Medio Oriente, dove pure l’attuale conflittualità ha una data di inizio chiara e non è quella del 28 febbraio 2026 ma quella del 7 ottobre 2023».

Alla fine Giorgia Meloni ha definito l’aggressione militare di USA e Israele all’Iran una violazione del diritto internazionale. Nel farlo, ha precisato che è avvenuta in un contesto di crisi generale, scoppiata a suo tempo con la guerra in Ucraina e aggravatasi dopo il 7 ottobre 2023, quando la resistenza palestinese sferrò l’attacco ai territori israeliani. Quello che emerge dalle dichiarazioni in Senato è un compromesso tra la fedeltà agli alleati di Washington e Tel Aviv e la pressione pubblica data dall’evidenza dei fatti. A venir meno nell’attacco unilaterale sono stati infatti sia i presupposti della legittima difesa sia il consenso del Consiglio di Sicurezza dell’ONU — gli unici due casi che legittimano l’uso della forza tra gli Stati. In questi giorni stavano facendo discutere i precedenti interventi della presidente del Consiglio, che prima si è detta «preoccupata da un conflitto che, in particolare con la reazione scomposta dell’Iran, comporta il rischio di un’escalation» e poi ha affermato di non poter condannare né condividere l’intervento militare di USA e Israele.

Durante le comunicazioni al Senato in vista del Consiglio europeo del 19 e 20 marzo nonché sugli sviluppi della crisi in Medio Oriente, Giorgia Meloni è tornata a parlare del nucleare iraniano: «Non possiamo permetterci un regime degli Ayatollah in possesso dell’arma nucleare». Sulle scorte di uranio arricchito è stato nuovamente citato in modo parziale Rafael Grossi, capo dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA), senza riportarne le contestuali precisazioni: secondo l’AIEA, infatti, «non vi sono prove che l’Iran stia costruendo una bomba nucleare». Quest’ultima, a detta della leader di Fratelli d’Italia, «segnerebbe la fine del quadro internazionale di non proliferazione». Un quadro che evidentemente non vale per Israele, il quale detiene illegalmente decine di testate atomiche (le stime parlano di 90 bombe ma non è possibile sostenerlo con certezza visto il diniego storico delle autorità israeliane ai controlli internazionali).

La presidente del Consiglio torna poi sulle conseguenze economiche della guerra in Asia occidentale. «Faremo tutto quello che possiamo — ha detto Giorgia Meloni — per impedire che si speculi sulla crisi, compreso se necessario recuperare i proventi della speculazione con una maggiore tassazione delle aziende che ne fossero responsabili». Nel frattempo però i prezzi del carburante continuano a salire: il diesel servito ha toccato i 2,14 euro al litro, mentre la benzina 1,93 al litro, con lo spettro di bollette più salate in avvicinamento.

Come perdere i diritti in 5 semplici passaggi senza accorgersene

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I diritti non si perdono mai all’improvviso. È quasi sempre un processo lento, progressivo e riconoscibile, che segue schemi ricorrenti. Questa guida in cinque passaggi serve a identificarli: non perché siano inevitabili, ma perché comprenderli è il primo modo per contrastarli.

1. Trova un gruppo di persone da attaccare

Il primo passo è individuare un gruppo marginalizzato, con scarso potere sociale o politico. Lo si definisce con termini ripetuti e associati a immagini negative, fino a legarlo automaticamente a pericolo e criminalità. Parole come “immigrato” o “extracomunitario”, che tecnicamente potrebbero indicare chiunque non appartenga all’UE, vengono spesso ridotte nell’uso comune a sinonimi di irregolarità o minaccia. Quando un gruppo diventa “pericoloso”, smette di essere percepito come pienamente umano e diventa più facile accettare pratiche di esclusione o violenza istituzionale.

2. Elimina la prima linea di difesa

Un gruppo emarginato raramente viene difeso spontaneamente dalla maggioranza: diventa quindi cruciale screditare chi lo sostiene. La parola “attivista” viene progressivamente associata a “sovversivo”, “illegale” o “complice”. Negli ultimi anni diverse organizzazioni impegnate nel soccorso in mare sono state oggetto di indagini, sequestri e processi durati anni. Il caso di Sarah Mardini e Sean Binder, volontari accusati in Grecia e poi prosciolti dopo quasi un decennio, è emblematico: il messaggio che passa è che aiutare comporta rischi personali elevati. Nel frattempo, però, il messaggio era passato: aiutare può costare caro. E infatti oggi in Grecia non ci sono più ONG in mare, ma solo la Guardia Costiera greca e Frontex, impegnati ormai da anni in respingimenti illegali nell’Egeo. Riduci i difensori e isola i vulnerabili.

3. Isola le persone

La democrazia vive di relazioni, piazze e associazioni. Negli ultimi decenni questi spazi si sono ridotti, sostituiti da luoghi di consumo e da forme di urbanistica “difensiva” che scoraggiano la permanenza e l’incontro. Parallelamente, il dibattito pubblico si è spostato sui social media, dove gli algoritmi premiano l’engagement emotivo e amplificano la polarizzazione. Le persone finiscono così in bolle informative separate: meno confronto reale, più divisione. E una società divisa è più facilmente manipolabile.

4. Rendile più povere (o più precarie)

L’insicurezza economica favorisce la rinuncia ai diritti. Le disuguaglianze crescono e chi vive nella precarietà concentra energie e attenzione sulla sopravvivenza quotidiana. Chi fatica ad arrivare a fine mese ha meno tempo e risorse per informarsi, partecipare o mobilitarsi. In questo contesto, la difesa dei diritti civili – propri o altrui – appare come un lusso. E la politica della paura trova terreno fertile.

5. Modifica le leggi e proponi la sicurezza come soluzione

A questo punto il terreno è pronto: un gruppo è percepito come pericoloso, i difensori sono delegittimati e la società è isolata e insicura. La soluzione più semplice da comunicare è una sola: più sicurezza. Negli ultimi anni molti governi europei hanno approvato pacchetti sicurezza che ampliano i poteri delle forze dell’ordine, introducono nuovi reati o aumentano le pene. Questi cambiamenti non vengono presentati come restrizioni, ma come protezione: più controllo per garantire sicurezza, più strumenti per prevenire i crimini. Inizialmente molti li percepiscono come un rafforzamento positivo, perché non si sentono coinvolti direttamente. D’altronde, “non hanno fatto nulla di male”. Intanto le leggi cambiano e, con meno voci critiche attive, l’erosione dei diritti incontra sempre meno resistenza. Il meccanismo è semplice: prima si colpisce chi ha meno potere, poi si normalizza l’eccezione – quante “emergenze” sono diventate strutturali? – e infine ci si abitua. Finché è troppo tardi.

Cosa puoi fare? 

Riconoscere il meccanismo è già un primo passo. Allena sempre il pensiero critico. Leggi varie fonti, elabora, confrontati con altri: non chiuderti nel tuo giardino ma rimani sempre aperto al confronto. Sostieni l’informazione indipendente. Senza pluralismo mediatico, il dibattito si impoverisce. L’accesso a voci critiche è una garanzia democratica. Sostieni una causa che ti sta a cuore, anche se non ti tocca personalmente. Che sia un’associazione, un comitato di quartiere, un sindacato o un’assemblea pubblica, unisciti a loro, partecipa, dona. Solo stando uniti si possono cambiare le cose. Perché i diritti non si perdono tutti insieme, ma si erodono inizialmente ai margini e poi, senza accorgerci, fino al centro. 

Svizzera, bus in fiamme: 5 vittime

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Un bus nel centro di Kerzers, nel Canton svizzero di Friburgo, è andato in fiamme. Il primo bilancio parla di 5 morti e 6 feriti, di cui 3 in condizioni gravi. Secondo alcuni testimoni, citati dai media locali, un uomo a bordo si sarebbe dato fuoco, provocando l’incendio. È stata aperta un’indagine su quanto accaduto; la polizia non esclude nessuna pista, compresa quella terroristica.

MUOS a rischio: a Niscemi la frana lambisce i radar militari americani

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In Sicilia, il terreno non sta franando solamente sotto la città di Niscemi. A seguito delle piogge portate dal ciclone Harry, che a fine gennaio ha travolto il sud Italia e le Isole causando danni ingenti, sta cedendo anche la terra sotto il MUOS. La struttura, appartenente alla marina militare USA e impiegata per le comunicazioni satellitari, si trova a pochi chilometri dalla cittadina sicula che sta lentamente sprofondando a causa della frana innescatasi con le piogge. A documentare il cedimento del terreno sotto le antenne statunitensi è il Movimento No MUOS, che da tempo ne chiede la rimozione.

“Non spetta a noi trarre conclusioni tecniche. Ma riteniamo che quanto sta accadendo meriti attenzione e verifiche serie da parte delle autorità competenti e degli organi di informazione” ha commentato il Movimento, che ha diffuso foto e video del cedimento del terreno. Tuttavia, una relazione consegnata proprio in queste ore alla Protezione Civile e realizzata da un team di esperti, guidati dal geologo Nicola Casagli, ha disegnato un quadro della situazione molto più complicato del previsto. Risulta infatti impossibile “conseguire una stabilizzazione definitiva” del versante della frana, soprattutto per la “natura geologica del complesso franoso di Niscemi”. Non è possibile tenere sotto controllo il cedimento del terreno, insomma, attraverso interventi strutturali estensivi, proprio per la natura stessa del terreno stesso.

Il Mobile User Objective System (MUOS), concepito dall’amministrazione di George W. Bush nel 2004, è composto da cinque satelliti geostazionari e quattro terrestri, uno dei quali si trova proprio a est Niscemi – gli altri sono in Australia, USA e Hawaii. La Sicilia, infatti, si trova in una posizione geopolitica strategica per gli interessi degli Stati Uniti, per via della sua vicinanza con il Nordafrica e il Medio Oriente. L’esercito statunitense impiega il MUOS per coordinare vari sistemi militari (in particolare droni e aerei senza pilota) in diverse parti del mondo, compresa nella base di Sigonella, in provincia di Siracusa. L’installazione delle tre parabole che lo compongono è stata completata nel 2014, tra le proteste della popolazione. Oltre a rendere l’isola un obiettivo sensibile in caso di guerre – come quella scatenata da USA e Israele contro l’Iran, attualmente in corso – c’è il fatto che le parabole sono state installate all’interno della Riserva Naturale Orientata della Sughereta di Niscemi, inserita come Sito di Interesse Comunitario (SIC) nella rete Natura 2000 della UE per la conservzione di flora e fauna rare o minacciate.

Nel 2022, una sentenza del TAR di Palermo aveva decretato l’illegalità della struttura, proprio perchè costruito all’interno di un’area protetta, senza il rispetto delle norme edilizie e senza che fossero stati ascoltati tutti i pareri nel corso della conferenza dei servizi che decreta il via ai lavori. La sentenza, aveva sottolineato il Movimento No MUOS, era comunque “inefficace nella sostanza a meno che il Comune di Niscemi non chieda la demolizione delle opere costruite”.

Il Cile è il primo Paese delle Americhe e il secondo al mondo a debellare la lebbra

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Cile lebbra

Dopo oltre trent’anni senza casi di trasmissione locale della malattia, il Cile è stato ufficialmente riconosciuto come Paese libero dalla lebbra. Secondo le verifiche condotte dall’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) e dall’Organizzazione panamericana della sanità (OPS), il sistema sanitario cileno è riuscito a interromperne la diffusione interna, diventando il primo Paese delle Americhe a raggiungere questo risultato e il secondo al mondo, dopo la Giordania, ad aver dimostrato di aver eliminato la malattia dal proprio territorio.
Conosciuta anche come morbo di Hansen, la lebbra è una ...

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Italia: stato di emergenza di 12 mesi per la Calabria

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Il governo italiano ha deliberato lo stato di emergenza per un anno in Calabria per le piogge che lo scorso febbraio hanno colpito le province di Cosenza e Catanzaro. La misura è stata annunciata dal ministro per la Protezione Civile Nello Musumeci, che ha dichiarato anche che il governo stanzierà 15 milioni di euro per la riparazione delle infrastrutture danneggiate e per il ripristino dei servizi pubblici.