martedì 31 Marzo 2026
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Russia-Ucraina, raid incrociati: 1 morto nella regione di Rostov

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Le difese aeree ucraine hanno intercettato 150 dei 164 droni lanciati dalla Russia nella serata del 29 marzo, secondo quanto riferito dall’Aeronautica di Kiev. L’attacco ha incluso anche un missile balistico Iskander-M partito dalla Crimea occupata e diversi droni di tipo Shahed, Gerbera e Italmas. Parallelamente, in territorio russo, la città di Taganrog, nell’oblast’ di Rostov, è stata colpita da un massiccio attacco di droni ucraini: segnalate esplosioni per oltre due ore, danni e evacuazioni. Autorità locali e fonti sui social parlano del più intenso attacco subito dalla città dall’inizio del conflitto.

Non solo libri: a Firenze arriva la Biblioteca degli Oggetti per condividere utensili e strumenti

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utensili da lavoro

Non tutto ciò che utilizziamo deve essere per forza acquistato e posseduto. Esistono utensili e strumenti che servono una o due volte e poi finiscono inutilizzati in un cassetto. Da questa consapevolezza nasce a Firenze la Biblioteca degli Oggetti, un servizio pubblico che permette di prendere in prestito anche oggetti di uso quotidiano: piccoli elettrodomestici, strumenti tecnologici o attrezzature per il tempo libero. L’obiettivo è ridurre gli acquisti superflui, limitare gli sprechi e offrire un’alternativa concreta a chi ha bisogno di attrezzi per un utilizzo occasionale.
Il funzionamento ...

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Parma, rubati quadri di Renoir, Cézanne e Matisse

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Nel giro di poche ore sono stati rubati nel parmense tre quadri dall’alto valore artistico. Si tratta de I pesci di Renoir (1917), La Natura morta con ciliegie di Cézanne (1890) e Odalisca sulla terrazza di Matisse (1922). I tre quadri erano esposti nel museo della Fondazione Magnani Rocca a Mamiano, in provincia di Parma. Al momento i responsabili del furto non sono stati identificati.

Iran: Trump ammassa le truppe, ma l’invasione di terra preoccupa anche i vertici militari USA

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È passato un mese dall’aggressione israelo-americana all’Iran. Non c’è stata alcuna operazione lampo o cambio di regime, ma soltanto un’escalation militare a suon di attacchi e rappresaglie. In queste ore sono arrivati in Asia Occidentale circa 3000 marines, che si aggiungono così agli oltre 17mila soldati statunitensi già presenti nella regione. Un dispiegamento importante ma non sufficiente per un’invasione su larga scala dell’Iran, che ha un’estensione territoriale 5 volte più grande dell’Italia. Se non dovesse concretizzarsi l’ipotesi diplomatica, la Casa Bianca potrebbe passare alla fase successiva dell’escalation militare, conducendo limitate operazioni di terra su siti strategici, come l’isola di Kharg. Lo ha confermato anche il Pentagono, che attende direttive dal presidente Donald Trump. Quest’ultimo si trova tra due fuochi: da un lato l’establishment pro Tel Aviv che spinge per la resa dei conti con l’Iran e dall’altro i vertici militari che suggeriscono cautela.

La nave da guerra USS Tripoli è arrivata nell’area di responsabilità del Comando Centrale degli Stati Uniti per il Medio Oriente. A bordo della nave, precedentemente di stanza in Giappone, ci sono più di 3000 marines, accompagnati da velivoli da trasporto e mezzi d’assalto anfibi. Washington rafforza dunque la sua presenza militare nella regione, piombata in una guerra sempre più complessa. All’aggressione israelo-americana, l’Iran ha risposto serrando i ranghi e attaccando le basi di Washington nei Paesi del Golfo, oltre a diverse città israeliane, Haifa e Tel Aviv su tutte. In un secondo momento si è aggiunto Hezbollah, impegnando lo Stato ebraico sul fronte settentrionale; nelle scorse ore anche gli Houthi yemeniti hanno sposato la causa, rispondendo militarmente all’attacco subito dall’Iran. Quest’ultimo è stato sferrato a poche ore dalla fine dell’ultimo round negoziale tra Iran e Stati Uniti, il che complica oggi la percorrenza della via diplomatica, che tuttavia non sembrerebbe tramontata del tutto. Il Pakistan starebbe infatti agendo da mediatore informale, passando messaggi tra le parti.

L’allerta resta massima per le autorità iraniane, che temono il ripetersi dello scenario già visto a fine febbraio. Non ha usato mezzi termini il presidente del parlamento iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf nell’accusare la Casa Bianca di star spingendo pubblicamente sull’ipotesi negoziale mentre prepara l’escalation. Il Washington Post ha rivelato che il Pentagono si sta preparando a possibili operazioni di terra limitate, dalla durata di diverse settimane. La conferma è arrivata dalla portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, che ha dichiarato: «è il lavoro del Pentagono quello di effettuare preparativi per offrire tutte le opzioni al commander-in-chief. Questo non significa che il presidente ha deciso». Nel frattempo sono arrivati 3000 marines nella regione e l’amministrazione Trump starebbe valutando di inviarne altri 10mila.

Il dispiegamento di forze in Asia Occidentale può essere visto come un tentativo sia di forzare la mano e trascinare le autorità iraniane a tavoli negoziali, sacrificando parte delle richieste, sia di provare a chiudere la questione militarmente. Il primo mese di guerra è costato decine di miliardi di dollari agli americani, oltre alla morte e al ferimento di diversi soldati, il che ha fatto calare drasticamente il consenso verso Trump. Contro le sue politiche sono scesi ieri in strada più di 8 milioni di americani, nell’ambito del No Kings Day.

Più che per un’invasione su larga scala — che potrebbe trasformarsi per Washington in una sorta di Vietnam 2.0 — i soldati e i mezzi presenti in Asia Occidentale potrebbero essere impiegati per la conquista dell’isola di Kharg, cruciale per il commercio energetico, o per la distruzione di basi e siti militari. Un’ipotesi comunque osteggiata da una parte dei vertici militari interni, che pongono l’attenzione sui rischi che un’escalation comporterebbe per i soldati americani nella regione. La nuova fase incontrerebbe infatti la resistenza iraniana, come affermato da Mohammad Bagher Ghalibaf.

Una volta Gino Paoli si è sparato al cuore e ha ucciso il proiettile

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Pochi giorni fa Spotify ha annunciato il lancio di una nuova funzione nella sua app. Si tratta di un servizio, riservato agli utenti premium, che permetterebbe di ricostruire il vero e proprio “albero genealogico delle canzoni”. In parole povere, mentre si ascolta un brano sarà possibile consultare i nomi di tutte le persone coinvolte nella sua creazione: autori, produttori, collaboratori e via dicendo. Ma non finisce qui. La funzione consentirà anche di scoprire eventuali campionamenti utilizzati, influenze più o meno dichiarate e perfino le cover che, nel tempo, hanno contribuito a plasmare l’identità di quel brano. La nuova applicazione si chiama SongDna e, proprio come suggerisce il nome, si propone di farci esplorare il DNA delle canzoni. Un’idea affascinante. 

Ma che cos’è, esattamente, il DNA delle canzoni? E soprattutto, da dove nasce?

Nel 1962 Gino Paoli non se la passava affatto bene. O almeno, dipende dai punti di vista. Da un lato aveva già raggiunto un successo clamoroso come cantautore. Brani come La gatta e Il cielo in una stanza lo avevano consacrato astro nascente della musica italiana. Faceva soldi a palate e viveva in una splendida villa a Genova insieme alla moglie, sposata pochi anni prima. Dall’altro lato era immerso in una profonda crisi depressiva. «Avevo tutto ma non sentivo niente» racconterà in seguito, con la lucidità crudele tipica delle sue canzoni. A complicare ulteriormente le cose, come spesso accade, c’era una storia d’amore particolarmente tormentata. Paoli aveva infatti una relazione segreta con Ornella Vanoni. Si erano conosciuti tre anni prima alla casa discografica Ricordi ed era nato un amore che la cantante avrebbe poi definito «tormentato e controverso», reso ancora più clandestino dal fatto che entrambi erano sposati. Per lei Paoli aveva scritto Senza fine, destinata a diventare uno dei suoi più grandi successi. Cuori spezzati, senso di malinconia, vuoto esistenziale. Tutte difficoltà che il cantautore raccontava nelle sue canzoni, facendone un marchio di fabbrica, e che cercava di affrontare nella vita bevendo un quantitativo spropositato di alcolici. Non la migliore ricetta contro la depressione. In mezzo a questo equilibrio già precario, arrivò anche una tragedia. Il 20 settembre 1962 Paoli stava guidando da Milano a Vicenza per accompagnare a casa un amico. Durante un sorpasso azzardato, l’auto si schiantò contro un’altra vettura. Nell’incidente morì Victor Van der Faber, caro amico di Paoli e suo collaboratore in diverse canzoni. Paoli se la cavò con poche ferite, ma fu condannato a sette mesi per omicidio colposo. È l’episodio che lo manderà definitivamente in crisi.

La sera dell’11 luglio del 1963 si trova da solo nella sua enorme villa e, in un momento di particolare sconforto, decide di suicidarsi. Lo fa in maniera piuttosto risoluta: sparandosi al cuore. Senza troppi giri di parole, come nei testi delle sue canzoni. Lo trovano poco dopo, disteso sul letto, coperto di sangue, apparentemente morto. Viene portato di corsa all’ospedale di Genova dove si preparano ad operarlo d’urgenza. Prima però chiamano il prete per dargli l’estrema unzione. Il sacerdote si china su di lui e incomincia a pregare. Proprio in quel momento Gino Paoli riprende i sensi e lo manda a fare in culo.

Non è comunque fuori pericolo. La ferita è molto grave e viene trasferito all’ospedale di Torino per essere visitato da uno specialista. Il colpo di pistola è arrivato a pochi centimetri dal cuore ed è rimasto bloccato nel torace senza però danneggiare organi vitali. Clinicamente parlando, Gino Paoli ha ucciso il proiettile. Si porterà dentro il cadavere per il resto della sua vita.

Dopo il tentato suicidio dell’11 luglio 1963, Gino Paoli uscì dalla profonda depressione attraverso un recupero lento e graduale. Dimesso dall’ospedale dopo settimane critiche, trovò proprio nella musica una forma di terapia naturale, l’unica che conosceva davvero. Accanto a lui c’erano gli amici, la famiglia, e una nuova serenità ancora incerta, ma sufficiente a rimettere in moto le parole e le melodie. Le canzoni cominciarono a tornare, una dopo l’altra. Pochi mesi dopo, nel 1964, uscì Basta chiudere gli occhi: dodici brani che riflettono la difficoltà di quel momento. Tra questi spiccava un titolo quasi programmatico, Tornare alla vita, accanto a uno dei suoi più grandi successi di sempre, Sapore di sale, che avrebbe portato per la prima volta la malinconia dentro l’estate italiana. Ad aprire l’album c’era invece un’altra grande canzone d’amore, ancora una volta dedicata a Ornella Vanoni: Che cosa c’è. Una domanda semplice, appena sussurrata, ma che sembra contenere tutto il desiderio e la fragilità di chi, con un proiettile nel cuore, prova a ricominciare.

L’album ebbe un successo strepitoso, consolidando definitivamente la fama di Gino Paoli come uno dei cantautori più importanti della musica italiana. Che cosa c’è venne incisa anche da Ornella Vanoni, che la interpretò con il suo stile elegante e sensuale, opposto e complementare a quello schivo e trattenuto di Paoli. Nonostante la fine della loro relazione, i due non smetteranno mai di cantarla, a volte anche insieme, per tutto il resto della loro vita. Chissà se tutto questo finirà mai nel DNA delle canzoni di Spotify, accanto alla lista dei produttori, dei collaboratori, degli arrangiatori e via dicendo. Insomma, accanto all’organigramma.

Gerusalemme, Israele impedisce a Pizzaballa di entrare nel Santo Sepolcro

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La polizia israeliana ha impedito al Cardinale Pizzaballa di entrare nella Chiesa del Santo Sepolcro di Gerusalemme, per celebrare la messa della Domenica delle Palme. «È la prima volta da secoli» — commentano dal Patriarcato Latino, parlando di «un grave precedente che ignora la sensibilità di miliardi di persone che durante questa settimana guardano a Gerusalemme». «Ho dato immediate istruzioni al nostro Ambasciatore in Israele di esprimere alle autorità di Tel Aviv il nostro sdegno», ha scritto su X il Ministro degli Esteri Antonio Tajani.

In Campania si sta giocando una partita fondamentale per l’acqua pubblica

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Sottofinanziamenti, inefficienza, privatizzazione. Questi tre passaggi potrebbero sintetizzare la gestione della cosa pubblica degli ultimi trent'anni. È una livella italiana, che percorre lo Stivale in tutte le direzioni. Una partita fondamentale si sta giocando in Campania, dove da pochi mesi si è insediata la nuova giunta di centrosinistra guidata da Roberto Fico. In ballo c'è la gestione dell’acqua che nel 2011 gli italiani, attraverso un referendum, riconobbero come bene comune. L'indirizzo politico degli ultimi 15 anni ha tuttavia remato nella direzione opposta, tradendo l'esito popolare...

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Italia, torna in vigore l’ora legale

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Nella notte le lancette degli orologi si sono spostate un’ora avanti, ripristinando l’ora legale. Quest’ultima resterà in vigore fino a ottobre, consentendo un risparmio a livello nazionale grazie a un minor consumo di energia elettrica. Il cambio tra ora solare e legale — e viceversa — comporta però dei disagi per la salute, come un senso di stanchezza nei primi giorni. Dopo tanti anni di dibattiti quest’estate dovrebbe essere discussa in Parlamento, su richiesta dei cittadini, una legge per rendere permanente l’ora legale.

“Siamo 300mila”: in una Roma militarizzata sfila il corteo contro guerre e riarmo

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È avvenuta tra le strade di Roma la prima manifestazione nazionale dopo il tonfo della maggioranza al referendum. Da Piazza della Repubblica, al grido di «Giorgia Meloni eccoci», è partito il corteo promosso dalla rete No Kings Italia. Decine di migliaia di persone — 300mila secondo gli organizzatori — hanno dato vita a un serpentone colorato ed eterogeneo, come prevedibile alla vigilia data l’adesione di oltre 700 sigle, tra cui Amnesty, Non una di meno e Askatasuna. Le autorità hanno risposto con lo schieramento di mille agenti in piazza, oltre agli ormai consueti controlli ai caselli autostradali e al debutto del fermo preventivo, voluto dal Ministro dell’Interno Matteo Piantedosi nell’ultimo decreto sicurezza. Mentre da Roma chiedono di «fermare le politiche belliciste e la svolta autoritaria delle destre globali», a Niscemi un corteo cittadino ha sfilato contro la presenza delle basi statunitensi in Italia, che fanno dell’isola e dell’intero Paese delle «piattaforme di guerra nel Mediterraneo».

Doveva fermarsi a Piazza di Porta San Giovanni il corteo promosso dai No Kings, ma a causa dell’alta partecipazione gli organizzatori hanno deciso di prolungare il serpentone fino al Verano. «È una straordinaria manifestazione che dice no alla guerra e ai suoi monarchi», commenta Angelo Bonelli, co-portavoce di Alleanza-Verdi Sinistra Italiana (AVS). Anche di fronte alla sempre più tangibile economia di guerra, tra riconversioni produttive e caro vita, «c’è chi non riesce a dire no, come Giorgia Meloni, che afferma di non condividere e di non condannare. Intanto condanna però l’Italia a un riarmo inaccettabile, pari al 5% del PIL, mentre la sanità pubblica è in ginocchio e la povertà aumenta». Presente per la politica parlamentare anche una delegazione del Movimento 5 Stelle, oltre alle centinaia di sigle della società civile, da Non Una di Meno alla CGIL, passando per Amnesty e Askatasuna.

«Contro il 41bis, lo Stato tortura. Alfredo libero», si legge su uno striscione tenuto alto dagli anarchici. All’altezza della basilica di Santa Maria Maggiore è comparsa una ghigliottina di cartone, accompagnata dai volti di Giorgia Meloni, Carlo Nordio e Ignazio La Russa a testa in giù. Il corteo No Kings, monitorato da circa mille agenti, è stato preceduto dalla “marcia degli invisibili” organizzata dal Movimento Antirazzista. Tra le strade di Roma c’è stata dunque «una sfilata di fantasmi, a simboleggiare i migranti morti in mare o che vedono i loro diritti negati», confluita poi a Piazza della Repubblica. Centinaia di manifestanti non hanno potuto raggiungere il concentramento a causa degli ormai consueti controlli autostradali, accompagnati da perquisizioni e dal debutto del fermo preventivo. La norma voluta da Piantedosi consente di trattenere, in vista di un evento pubblico, le persone ritenute pericolose per un massimo di 12 ore in caserma o in commissariato.

La manifestazione organizzata a Roma ha un respiro internazionale, inserendosi nel filone internazionale No Kings, con epicentro negli Stati Uniti, dove sono previste per oggi oltre 3000 eventi, tra presidi e cortei. Come a Roma anche a Niscemi si protesta contro i venti di guerra, che dopo l’aggressione israelo-americana all’Iran soffiano forti in Asia Occidentale, con ripercussioni anche in Europa, tra complicità e rincari. Rispetto alla manifestazione capitolina cambia l’atmosfera, complice la ferita ancora fresca lasciata dalla frana di inizio anno. Un corteo cittadino di circa mille persone ha sfilato per le vie di Niscemi contro la presenza delle infrastrutture militari statunitensi, a partire dal MUOS. «I territori – commenta il movimento No MUOS – non sono basi militari; la guerra non può essere normalizzata; i luoghi sottratti alle comunità devono tornare alle comunità; la Sicilia e l’Italia non possono essere piattaforme di guerra nel Mediterraneo».

Giuseppe Tango è il nuovo presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati

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Sarà Giuseppe Tango, giudice del lavoro a Palermo ed esponente del gruppo di Magistratura Indipendente, a sostituire Cesare Parodi alla guida dell’Associazione Nazionale Maigstrati (ANM). Parodi aveva consegnato le proprie dimissioni pochi minuti dopo la chiusura dei seggi per il referendum sulla giustizia, lo scorso lunedì 23 marzo, parlando di “motivi personali”.