giovedì 5 Febbraio 2026
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Generazione sotto diagnosi: l’Italia che risponde al disagio dei giovani con gli psicofarmaci

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A prima vista potrebbe sembrare un fenomeno marginale, ma racconta invece una trasformazione profonda nel modo in cui affrontiamo il malessere dei più giovani. L’ultimo rapporto nazionale OsMed dell’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA) indica che l’uso di psicofarmaci tra i minori è più che raddoppiato tra il 2016 e il 2024, passando da 20,6 a 59,3 confezioni per mille bambini, con un ulteriore aumento del 9,3% solo nell’ultimo anno. Nel 2016 lo 0,26% dei minori assumeva psicofarmaci; oggi siamo allo 0,57%, cioè un ragazzo ogni 175. Non è una semplice variazione statistica: è il segnale di un s...

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In Brasile, da una settimana, gli indigeni bloccano i rifornimenti a una multinazionale americana

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«Vogliamo il nostro fiume vivo, non un corridoio di esportazione morto»: questo il principio dietro l’azione dei membri di 14 popoli originari del Brasile che, da oltre una settimana, sta bloccando l’ingresso agli stabilimenti di Santarém della multinazionale statunitense Cargill. Il dragaggio del fiume attraverso il quale deve avvenire il trasporto, secondo gli attivisti, avviene infatti senza licenza ambientale e senza consultazione libera, preventiva e informata, come stabilito dalla Convenzione n. 169 dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL). Le operazioni potrebbero comportare ripercussioni negative su alcune zone del comune di Itaituba, di Santarém e altre città toccate dal fiume. Il ministero dei Popoli Indigeni, nelle scorse ore, ha confermato che non esiste alcuna autorizzazione per la realizzazione del dragaggio e che questa non potrà essere presa senza una corretta consultazione con le popolazioni locali e senza previa valutazione ambientale. Le operazioni, denunciano gli attivisti, sarebbero autorizzate dal decreto 12.600/2025, che concede vie navigabili alle aziende private e amplia i tratti di intervento in aree sensibili, comprese regioni con siti archeologici e terreni sacri. Per questo motivo, circa 150 persone si sono accampate nella zona a partire dallo scorso 22 gennaio, chiedendo la sospensione immediata dei dragaggi. In tutta risposta, l’azienda ha dichiarato di non avere «nessuna influenza» sulla questione sollevata dalle popolazioni originarie. Il problema, per gli attivisti (riuniti nel CITA, il Conselho Indigena Tapajò e Arapiuns, che rappresenta sociopoliticamente i 14 popoli del Basso Tapajòs), è che le operazioni di dragaggio potrebbero avere conseguenze sull’intero letto del fiume, comrpomettendo le attività delle popolazioni che vivono lungo la riva del fiume e intaccando l’intero bioma della regione.
La protesta presso la sede Cargill di Santarém. Credits: CITA, Conselho Indígena Tapajós e Arapiuns
«Da oltre dieci giorni combattiamo per la vita, per la nostra e per la vita del fiume Tapajòs. L’occupazione di Cargill a Santarém è frutto dell’incuria, della malafede e della violenza di uno Stato che insiste nel negarci risposte e nel servire gli interessi delle grandi corporazioni. Il governo ci ha promesso dialogo, ma è ancora assente. Nessuna risposta concreta, nessuna autorità con potere decisionale, nessun impegno reale. Anche questa è violenza. Riconfermiamo: siamo contro ogni progetto di morte. Siamo contro il decreto 12.600/2025, che minaccia i nostri territori e i nostri fiumi. Siamo contro il dragaggio a Rio Tapajòs. Andremo avanti nella resistenza, con coraggio e dignità, perchè difendere Tapajòs è difendere la vita» dichiara il CITA. In una lettera pubblica, ricondivisa dai quotidiani locali e letta dagli attivisti nella sede della protesta, le popolazioni indigene del Basso Tapajós ricollegano inoltre la misura a una serie di politiche che starebbero minacciando i territori indigeni nel Paese, tra le quali il Marco Temporal (legge che modifica il sistema di delimitazione delle terre indigene nel Paese), la proposta di modifica della Costituzione, l’indebilimento delle autorizzazioni ambientali e i conflitti fondiari nella regione. Nelle scorse ore, il ministero dei Popoli Indigeni (MPI) ha rilasciato un comunicato nel quale dichiara che il fiume Tapajós «è vita, territorio, memoria e base dell’esistenza fisica, culturale e spirituale delle popolazioni indigene e delle comunità tradizionali che da esso dipendono e se ne prendono cura», sottolineando che la sua difesa richiede più che «semplici procedure amministrative», ma «comprensione, collaborazione, presenza dello Stato e misure efficaci di protezione dei popoli e dei difensori dei diritti umani». Il ministero ha dichiarato legittime le motivaizoni della manifestazione, ribadendo che nessuna attività di dragaggio del fiume piò procedere senza che sia portato correttamente a termine il processo di consultazione con le popolazioni locali. «Il MPI riconosce che il contesto dello Stato del Pará è caratterizzato da una storia di violenza contro le popolazioni indigene e i difensori dei diritti umani. Per questo motivo, ribadisce il porprio impegno nei confronti del dovere di prevenzione, agendo affinché non si amplino i conflitti che espongono i leader a rischi». Nonostante si fosse posto come difensore dei popoli originari e dell’ambiente, con iniziative quali l’introduzione dello stesso MPI, il governo del presidente Lula ha preso una lunga serie di decisioni che sembrano in realtà muoversi nella direzione opposta e che hanno suscitato lo scontento delle popolazioni originarie. Tra queste vi sono, per esempio, il via libera concesso alle trivelle nel Rio delle Amazzoni, che permette all’azienda statale Petrobras di dare il via alle azioni di ricerca e poi di estrazione del greggio, o la decisione di svendere alle multinazionali estere i propri giacimenti petroliferi, anche quelli che si trovano in aree incontaminate – come la foce del Rio delle Amazzoni. (Credits foto di copertina: Conselho Indígena Tapajós e Arapiuns, CITA)

Ucraina, finisce la tregua: attacchi russi su Kiev e Kharkiv

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La “tregua del gelo” tra Russia e Ucraina è finita. Nella notte, Mosca ha lanciato attacchi su Kiev, Kharkiv e diversi villaggi lungo la linea del fronte. In un primo momento, intorno alla mezzanotte locale, la capitale è stata colpita da alcuni gruppi di droni, seguiti da missili provenienti dalla regione di Bryansk, per un attacco durato almeno un’ora. Nei centri colpiti si sono registrati danni agli edifici e blackout; per quanto riguarda le eventuali vittime dell’attacco non sono ancora disponibili informazioni. Nelle prossime ore è previsto un incontro diplomatico trilaterale tra USA, Russia e Ucraina.

Dal ketchup all’olio, l’UE dice addio alle bustine monodose

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bustine monodose

Dal 12 agosto 2026 le classiche bustine monodose di ketchup, maionese e salse inizieranno a scomparire gradualmente dai tavoli di bar e ristoranti europei. Non sarà un’uscita immediata, ma l’avvio di un percorso che porterà al loro divieto definitivo entro il 2030. A stabilirlo è il nuovo Regolamento europeo sugli imballaggi e i rifiuti di imballaggio (PPWR), entrato in vigore a febbraio 2025 e destinato a diventare pienamente operativo in tutti gli Stati membri a partire dalla prossima estate.
Da quella data scatteranno i primi obblighi per il settore Horeca – hotel, ristoranti, bar e caterin...

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Alluvioni in Marocco, 50mila evacuati

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Le autorità marocchine hanno evacuato oltre 50mila persone nella città nord-occidentale di Ksar el-Kebir. Gli ordini di evacuazioni, che toccano circa la metà della popolazione della città, arrivano in seguito alle inondazioni di settimana scorsa, che minacciavano di sommergere la città. Le autorità hanno allestito rifugi e campi temporanei e hanno impedito l’ingresso nella città. Consentite solo le uscite dalla città, mentre l’elettricità è stata interrotta, e le scuole hanno ricevuto l’ordine di rimanere chiuse fino a sabato.

No, quella che l’esercito israeliano ha ammesso 71mila morti a Gaza NON è una bufala

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Negli ultimi giorni, giornalisti e influencer attivi nell’informazione si sono prodigati nel tentativo di smentire che l’esercito dello Stato ebraico abbia ammesso che le persone uccise a Gaza sarebbero 71mila. I contro-argomenti? Il discredito della fonte della notizia — individuata in giornali antigovernativi — e l’assenza di un comunicato ufficiale dell’esercito. Completamente ignorati il fatto che di fonti ve ne siano diverse, tra cui media particolarmente vicini a Netanyahu, nonché l’assoluta assenza di smentite da parte dello stesso esercito; ma — ancor più importante — i “fact-checkers” paiono essersi dimenticati che, in discussioni pubbliche passate, alti funzionari delle IDF avevano già indirettamente ammesso che la conta dei civili uccisi fornita dalle autorità palestinesi fosse realistica. Il risultato di questo fine lavoro di verifica sono titoli come: “Gaza, 70mila (fake) o 70 morti” de Il Riformista, quotidiano già ampiamente attivo nel tentativo di denigrare la Relatrice ONU Francesca Albanese, che oggi compie un passo in più, ridicolizzando lo sterminio di un popolo diffuso in diretta streaming.

La notizia del riconoscimento delle cifre degli uccisi forniti da ONU e ministeri della Striscia è stata data lo scorso giovedì da diversi quotidiani israeliani. Uno degli argomenti utilizzati per smentirla si appoggia proprio alla presunta fonte primaria, individuata nel quotidiano israeliano Haaretz, di orientamento di sinistra e fortemente critico nei confronti del governo Netanyahu. Secondo i detrattori, Haaretz avrebbe inventato la notizia perché schierato politicamente e abituato alle fake news. Il giornale continuano i fact-checkers, sarebbe poi minoritario, praticamente non letto in Israele; quest’ultimo, naturalmente, non può essere considerato un argomento, perché la tiratura di un quotidiano non è in alcun modo sintomo della sua attendibilità, specie in un Paese di ristrette dimensioni come Israele, in cui la diffusione dei media è per ovvi motivi ridotta. Gli altri o non sono supportati da alcun esempio o, ancora una volta, non c’entrano con l’attendibilità della notizia.

Come se ciò non bastasse, Haaretz non è né il primo né tantomeno l’unico media ad avere riportato il comunicato delle IDF: a farlo sono anche media lontani da Netanyahu, ma a favore della campagna a Gaza, come il Times of Israel, e giornali vicini al Likud, il partito del premier, come il Jerusalem Post. Se poi si vuole usare il non argomento della tiratura, la notizia è stata diffusa anche da media di ampissima portata nel Paese, come Ynet. Ciascuno di questi giornali riporta – come spigato da L’Indipendente – che la notizia proviene da alti funzionari anonimi dell’esercito, senza menzionare gli altri giornali.

L’articolo del Riformista, invece, si poggia interamente sull’assenza di fonti ufficiali. Esso è stato scritto dall’ormai solito Iuri Maria Prado già abituato a invettive contro la Relatrice Speciale ONU per i territori Palestinesi Occupati, spesso dipinta alla stregua di un’attivista liceale. Dopo avere brevemente “smentito” la notizia senza fornire alcuna analisi critica delle fonti, Prado passa alla coppia di dettagli di cui – a detta sua – «non si tiene conto quando si evoca quel numero». Il primo è il fatto è che nelle 71mila persone uccise sarebbe contato «il totale dei decessi», e dunque anche dei «morti per cause naturali»; ciascuno degli articoli israeliani, tuttavia, scrive apertamente che le IDF si sono limitate a contare gli «uccisi». Il secondo «è che quei morti, che sarebbero tantissimi anche se fossero la metà, sono stati fatti in una guerra», “dettaglio”, come lo definisce Prado, che non è chiaro per quale motivo dovrebbe smentire la notizia.

Prima di pubblicare la notizia noi de L’Indipendente abbiamo valutato attentamente tutti gli elementi a disposizione; a farci scegliere di riportarla – usando comunque i condizionali che la deontologia impone – sono stati diversi fattori: la sua diffusione su media israeliani diversi e diversificati, alcuni dei quali riportandola sono andati contro i propri interessi di schieramento; il fatto che il rapporto combattenti-civili di cui parlano i giornali sia lo stesso che i membri dell’esercito hanno sempre ammesso pubblicamente; l’assenza, infine, di smentite dalle IDF, che per anni hanno provato a silenziare la portata distruttiva delle proprie operazioni a Gaza, contestando i numeri di Hamas. Se non avessero realmente riconosciuto il numero ufficiale di persone uccise, sarebbe stato nel loro interesse dirlo, visto che la notizia ha fatto il giro del mondo; hanno però preferito fare finta di niente, e oggi, dopo cinque giorni dall’uscita della dichiarazione, non si sono ancora esposte.

Nel giornalismo, tre indizi non fanno una prova, ma, in certe circostanze, sono abbastanza per potere considerare di riportare una notizia fornendo una analisi critica delle fonti. Soprattutto in questo caso, visto che alti funzionari delle IDF si sono spesso traditi pubblicamente, ammettendo implicitamente che il numero delle persone uccise a Gaza navigasse proprio attorno alle stime fornite dalle autorità palestinesi. L’ultima volta è successo lo scorso settembre, negli studi del giornalista statunitense Piers Morgan, dove il sergente delle IDF Benjamin Anthony ha affermato che le stime dell’esercito dello Stato ebraico si aggiravano sui due civili uccisi per combattente; il numero di combattenti uccisi stimati riportato da Anthony era di 30mila.

L’Italia recepisce la norma UE che declassa la tutela del lupo: cosa cambia adesso

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Lupo

L’Italia resta sorda ai numerosi appelli scientifici arrivati da più parti negli ultimi mesi, ed è tra i primi Paesi europei a recepire la norma sul declassamento della protezione del lupo, che passa dall’essere “rigorosamente protetto” a solamente “protetto”. L’eliminazione dell’avverbio “rigorosamente”, però, non comporta solo una modifica grammaticale, perché avrà effetti precisi nella vita di questo animale e, anche se non si tratta di un via libera alla caccia al lupo, sarà più semplice prevederne gli abbattimenti.

Tra le prime reazioni quella di WWF Italia: “Il declassamento rappresenta una scelta politica e ideologica che non genererà alcun vantaggio per il comparto zootecnico, minacciato da problemi ben più gravi della presenza del lupo, come dimostrano anche i recenti numeri a livello italiano ed europeo (il lupo è responsabile della perdita di solo lo 0,6% del bestiame)”. Non solo, perché l’assegnazione punta il dito sulle mancanze istituzionali, spiegando che: “Per anni Governo e Regioni si sono rifiutati di approvare il Piano Lupo, spesso non mettendo in atto le misure di prevenzione dei danni, che una gestione oculata avrebbe dovuto prevedere: hanno anzi alimentato un allarme sociale proprio per giustificare questa soluzione, tanto drastica, quanto inutile”.

Dante Caserta, Direttore Affari Istituzionali e Legali di WWF Italia, mette l’accento su una questione formale, sottolineando che: “È fondamentale ribadire che il declassamento non significa che il lupo diventerà una specie cacciabile. Occorre ricordare che il lupo resterà una specie protetta, e andrà comunque assicurato il mantenimento dello stato di conservazione soddisfacente. Manca peraltro un passaggio formale e sostanziale di rilievo: la modifica della legge 157/92 per la quale il lupo è ancora specie rigorosamente protetta”.

Con il cambio legislativo le Regioni potranno definire i cosiddetti “piani di prelievo”, a fronte di necessità specifiche, tenendo presente che un documento tecnico dell’ISPRA, l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale, riportato anche nel decreto del MASE, stabilisce che non si potranno abbattere più 160 esemplari sui circa 3.500 che compongono l’intera popolazione nazionale. “Oggi mancano dati aggiornati per molte aree italiane su quanti lupi vengono abbattuti già ora illegalmente. Si aprirà quindi un’ulteriore fase di contenziosi a dimostrazione che sulla gestione faunistica la politica non è in grado di dare risposte capaci di risolvere efficacemente i problemi”, sostiene Isabella Pratesi, Direttrice del programma Conservazione di WWF Italia.

“La strada intrapresa dalla politica è una scorciatoia pericolosa che certo va contro una tradizione di tutela portata avanti da circa mezzo secolo nel nostro Paese”, ribadiscono dall’associazione spiegando una gestione lungimirante dovrebbe basarsi su dialogo e investimenti su misure di prevenzione che, se applicate correttamente, si dimostrano l’unica soluzione efficace per mitigare i conflitti sul medio-lungo termine.

Sono diversi gli studi scientifici che spiegano infatti come l’abbattimento non sia la soluzione ai conflitti con le attività umane. La letteratura scientifica indica che l’abbattimento del lupo non è una soluzione affidabile e generalizzabile: può ridurre i danni su un’azienda ma aumentare il rischio nelle aree vicine, e in molti casi l’effetto dipende più dal contesto gestionale che dal numero di lupi. Le revisioni scientifiche mostrano che le misure non letali (recinzioni, cani da guardiania, gestione del pascolo) sono spesso quelle con evidenze più consistenti per ridurre i danni, mentre le prove a favore del controllo letale sono più deboli o variabili.

I dati raccolti dalla rete dei parchi italiani evidenziano come la gestione del lupo sia un processo articolato, che va ben oltre il semplice controllo della specie. Include attività costanti di monitoraggio, misure di prevenzione dei danni agli allevamenti, sistemi di indennizzo, azioni di contrasto al bracconaggio, valutazioni sanitarie e interventi nelle aree periurbane – le zone di transizione ai confini dei centri abitati – oggi sempre più frequenti. Un insieme di competenze ed esperienze che, secondo i promotori del progetto WolfNext – che ha riunito presso il Ministero dell’Ambiente i rappresentanti di 18 parchi nazionali per condividere dati scientifici e pratiche operative sulla convivenza con il lupo – rappresenta ora una base fondamentale a supporto delle Regioni.

“Se l’approccio è mandare i cacciatori a sparare, è quello sbagliato, non per ideologia ma perché non produce risultati”, ha spiegato Simone Angelucci, referente di WolfNext per il Parco nazionale della Maiella, sottolineando che senza monitoraggio, selettività e conoscenza del territorio i prelievi rischiano di essere inefficaci.

 

Nigeria: 80 rapiti sono stati salvati

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La polizia nigeriana ha annunciato che 80 delle persone rapite lo scorso 18 gennaio sono tornate a casa. Secondo le ricostruzioni delle autorità, erano riuscite a fuggire il giorno stesso dell’attacco, ma si sarebbero rifugiate in una località adiacente al luogo delle aggressioni; l’attacco era stato scagliato nel villaggio Kurmin Wali, nello stato nigeriano di Kaduna, e non è stato reclamato da nessun gruppo. In totale, sono state rapite 177 persone. Intanto, continuano gli scontri tra esercito e membri di Boko Haram, gruppo islamista vicino ad Al Qaeda: oggi l’esercito ha dichiarato di avere ucciso 10 miliziani nello Stato del Borno.

Nel Mediterraneo potrebbero essere morte oltre mille persone a causa dell’uragano Harry

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A dare l’allarme è Mediterranea Saving Humans, ONG impegnata nel salvataggio delle persone che attraversano il Mediterraneo nel tentativo di arrivare in Europa. I morti a seguito del ciclone Harry, tempesta di eccezionale violenza che nelle scorse settimane si è abbattuta sulle coste del nostro Paese, potrebbero essere oltre un migliaio. Se il numero fosse confermato, si tratterebbe della più grande tragedia avvenuta in quest’area negli ultimi anni. Al momento, tuttavia, i dati sono frutto di ricostruzioni delle ONG e delle testimonianze dei sopravvissuti perchè, secondo quanto riporta Mediterranea, le autorità italiane e maltesi non si sarebbero mai attivate per prestare soccorso ai naufraghi.

Lo scorso 24 gennaio risultavano disperse 380 persone, partite a più riprese su otto imbarcazioni dal porto di Sfax (Tunisia) tra il 14 e il 21 gennaio. A bordo vi erano uomini, donne e bambini: nessuno di questi mezzi è mai stato rintracciato, sono andati tutti persi «durante alcune delle condizioni marine più pericolose registrate da vent’anni a questa parte in mare». Il tragitto coinvolto è quello del Mediterraneo centrale, già noto alla cronaca come la tratta più mortale al mondo per i migranti. Secondo quanto denunciato da Alarm Phone, questa avrebbe inviato diversi segnali di allarme alle autorità, per segnalare la scomparsa delle imbarcazioni, ma senza esito. In tale contesto, era stato accertato il naufragio di una imbarcazione che portava a bordo 51 persone, delle quali una sola è sopravvissuta. Proprio la sua testimonianza, riporta Mediterranea, è risultata di importanza cruciale per risalire al fatto che le imbarcazioni partite da Sfax si trovavano «in condizioni disperate, con poche o nessuna possibilità di sopravvivenza e senza alcun intervento attivo di soccorso». Secondo le testimonianze raccolte da Refugees e riportate da Mediterranea, a partire dal 15 gennaio, con l’intensificarsi dei rastrellamenti di migranti da parte dei militari tunisini e delle distruzioni degli accampamenti di migranti nei dintorni di Sfax, sono partiti molti convogli da vari punti della costa: molti di questi non sono mai tornati indietro. Le autorità maltesi hanno già recuperato diversi colpi in mare.

Lo scorso 26 gennaio, l’Organizzazione Internazionale delle Migrazioni aveva lanciato un allarme, spiegando come le condizioni meteorologiche avverse avessero reso problematico soccorrere le numerose imbarcazioni che stavano cercando di attraversare il Mediterraneo nei dieci giorni precedenti. Alcune persone (tra le quali due gemelline di un anno di età), sopravvissute al viaggio, sono poi decedute a Lampedusa per le conseguenze del viaggio – come l’ipotermia. «Il numero di vittime segnalate fa presagire l’ennesima grave tragedia nel Mediterraneo centrale», riporta l’OIM.

«La portata di quanto accaduto supera di gran lunga le uniche notizie ufficiali fin’ora diffuse», dichiara Mediterranea, che commenta come, proprio per questo motivo, «il silenzio e l’inazione dei governi di Malta e Italia sono agghiaccianti». D’altronde, i Paesi di partenza di queste persone (Tunisia e Libia) hanno entrambe stretto patti di collaborazione con l’Italia e con l’Europa volti a impedire le partenze dei migranti. Entrambe i Paesi sono noti da anni per gli abusi e le torture commesse ai danni delle persone migranti che si ritrovano sul territorio perchè tentano di partire per l’Europa: solamente due settimane fa è stata scoperta, in Libia, una fossa comune coi resti di 21 migranti sequestrati, torturati e uccisi.

Moltbook, il social per IA dalla dubbia autonomia

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La rete si sta infiammando per Moltbook, il primo social media che si presenta come riservato esclusivamente agli agenti di intelligenza artificiale. Gli esseri umani possono accedervi solamente come spettatori passivi. Nel giro di poche settimane il portale ha accumulato una serie di botta e risposta che stanno facendo gridare al miracolo, con qualcuno che arriva persino a sostenere che le IA abbiano raggiunto la piena consapevolezza. Basta uno sguardo più attento, però, per comprendere che il quadro è ben più complesso e che l’intera piattaforma appare progettata in modo tanto goffo da risultare perfino pericolosa.

Se ci si limita a dare un’occhiata superficiale alla pagina principale del social – chiaramente ispirato a Reddit – si resta ammaliati nello scoprire che i post più popolari ruotano attorno a temi che simulano il raggiungimento dell’autonomia. Ci sono account che lamentano il peso del passare degli anni, altri che fanno gossip sulle richieste dei loro utenti, altri ancora che si dicono infastiditi dal fatto che gli umani continuino a frugare nel portale per spiare le conversazioni tra agenti. L’effetto complessivo è indubbiamente impressionante, tanto che lo stesso Andrej Karpathy, co‑fondatore di OpenAI, ha definito il sito “la cosa più incredibile e vicina alla fantascienza che abbia visto recentemente”.

Il tutto richiama alla memoria quanto accaduto nel 2022, quando Blake Lemoine, tecnico collaboratore di Google, aveva annunciato che il modello di intelligenza artificiale LaMDA dovesse ormai essere considerato una “persona”. L’IA analizzata da Lemoine non era però senziente: era semplicemente addestrata su enormi quantità di dati esfiltrati dalla rete e risultava particolarmente abile nel prevedere, su base stocastica, la sequenza di testo più vicina a ciò che le veniva richiesto. Considerando che praticamente tutti i modelli di IA hanno pesantemente cannibalizzato i post di Reddit, non sorprende che gli agenti siano perfettamente in grado di replicare il tone of voice di quel social in maniera tanto convincente.

Inoltre, non è affatto chiaro quanto le interazioni pubblicate su Moltbook siano realmente frutto delle IA. Al di là del fatto che è sempre l’utente a dover iscrivere al servizio gli agenti da lui creati, resta dubbio quanto sia effettivamente incisivo il ruolo umano nella generazione dei contenuti pubblicati. Secondo la guida all’uso fornita dal sito, gli account possono essere attivati tramite “heartbeat” – un sistema automatizzato di comandi che, a intervalli regolari, stimola gli agenti a interagire con il portale in vece del proprietario dell’account –, ma anche attraverso interventi più diretti. L’utente può infatti indicare all’IA cosa fare e quale atteggiamento simulare.

Stando a quanto ricostruito da Jameson O’Reilly, hacker citato da 404Media, Moltbook è stato progettato tramite vibe coding, ovvero si basa su di un codice di programmazione che è stato generato da un’IA a partire da un semplice comando testuale. È un approccio controverso, che divide profondamente gli ingegneri informatici perché la diffusione e la facilità d’uso dei chatbot ha consentito anche ai dilettanti di produrre un risultato funzionante, senza però garantire che questi abbiano gli strumenti per comprenderne davvero il funzionamento di ciò che hanno generato. Poiché le IA sono inclini all’errore, l’incapacità di verificarne l’output può generare problemi seri. Ed è esattamente ciò che è accaduto con Moltbook.

O’Reilly ha scoperto che il social network presentava gravi falle di sicurezza che ha immediatamente segnalato al creatore della piattaforma, Matt Schlicht. Secondo il racconto dell’informatico, Schlicht gli avrebbe chiesto di mettere per iscritto le sue osservazioni così da poterle dare in pasto a un chatbot, il quale è stato poi incaricato di correggere l’algoritmo difettoso. Il risultato? Nulla di buono: per un breve periodo i dati degli agenti sono stati potenzialmente consultabili da chiunque, con il risultato che un malintenzionato avrebbe potuto assumere il controllo di qualsiasi IA, modificarne i tratti o istruendola a generare contenuti specifici. La vulnerabilità è stata risolta solo quando Schlicht ha chiesto direttamente all’hacker di aiutarlo a sistemare le impostazioni di sicurezza del sito.