Vanno avanti le indagini per accertare le responsabilità della strage di Crans Montana, dove la notte di Capodanno hanno perso la vita 41 ragazzi nell’incendio del Constellation. Ci sono cinque nuovi indagati, tutti funzionari dell’amministrazione della località svizzera, sindaco compreso. Le accuse contestate sono: incendio, omicidio e lesioni colpose. Le stesse mosse verso i coniugi Jacques e Jessica Moretti, proprietari della discoteca Constellation.
8 marzo, “Non una di meno” in piazza contro il governo
In occasione della Giornata internazionale della donna, il movimento Non Una Di Meno promuove un “weekend lungo” di mobilitazione contro le politiche del governo su violenza di genere, diritti sociali e guerra. Oggi, domenica 8 marzo, sono previsti cortei e iniziative in circa 60 città italiane. A Roma la manifestazione principale parte alle 17 da piazza Ugo La Malfa, vicino al Circo Massimo. Nella capitale, alle 19, alla Nuvola di Fuksas inaugura anche la mostra fotografica “Women for Women Against Violence”. Le proteste contestano in particolare il ddl Bongiorno sulla violenza sessuale, le politiche sul lavoro e la riconversione bellica. Domani è previsto uno sciopero generale transfemminista.
Una canzone dei Clash ogni volta che Trump bombarda
Nel 1981 l’allora presidente degli Stati Uniti, Ronald Reagan, aveva un problema: riuscire a vendere armi all’Iran senza essere scoperto. I proventi di quelle vendite gli servivano per finanziare i Contras, i gruppi controrivoluzionari del Nicaragua che cercavano di rovesciare il governo dei Sandinisti, saliti al potere due anni prima. Sostenerli apertamente era impossibile. Reagan si inventò allora un meccanismo clandestino che passava proprio dall’Iran, già governato dall’ayatollah Ruhollah Khomeini e dalla nuova Repubblica Islamica.
Per far funzionare il suo astuto piano senza attirare troppa attenzione, il presidente degli Stati Uniti chiese aiuto ad alcuni amici che si trovavano in zona: lo Stato di Israele. Così, a pochi anni dalla nascita dell’odiato regime degli ayatollah, Israele e Stati Uniti iniziarono a fornire armi ai pasdaran iraniani, utilizzando i proventi di quelle vendite per finanziare la controrivoluzione contro il governo Sandinista in Nicaragua. Una specie di girotondo geopolitico: armi a Teheran, soldi ai Contras, e tutti che fanno finta di niente. Una situazione abbastanza paradossale se si pensa che già allora l’Iran era considerato uno dei principali nemici dell’Occidente. Ma si sa: in politica estera, gli amici e i nemici cambiano spesso, mentre gli interessi economici restano sorprendentemente stabili, per gli USA come per lo Stato di [termine censurato in ottemperanza al Ddl antisemitismo].
Il piano funzionò alla grande fino al 1986, quando lo scandalo Iran-Contra venne alla luce e molti dei responsabili vennero incriminati. Nel frattempo però gli Stati Uniti erano riusciti a finanziare abbondantemente la guerra civile in Nicaragua, contribuendo alla morte di decine di migliaia di persone, alla distruzione delle principali infrastrutture del paese e a una profonda crisi economica.

Se pensate che questa sia un introduzione perfettamente calzante per il disco dei Clash Sandinista!, uscito proprio in quegli anni e dedicato alle ingerenze statunitensi in America Latina, avete perfettamente ragione. Peccato che questo album sia già stato chiamato in causa una volta in questa rubrica: quando l’attuale presidente degli Stati Uniti Donald Trump, subito dopo aver festeggiato l’anno nuovo, ha deciso di bombardare il Venezuela. È successo appena due mesi fa, il 3 gennaio per la precisione. Esattamente lo stesso giorno in cui, nel 1990, gli Stati Uniti avevano bombardato un altro paese del Sudamerica, Panama, deponendo il capo di Stato Manuel Noriega. Evidentemente ci tengono a festeggiare le ricorrenze.
Quando dal Sudamerica ci si sposta in Medio Oriente, però, i Clash vengono in nostro aiuto con un altro disco: Combat Rock, uscito due anni dopo Sandinista!. Tra i brani più celebri dell’album c’è una canzone che sembra scritta pensando proprio al clima politico dell’Iran post-rivoluzionario.
Anno 1982. La rivoluzione iraniana si era compiuta da appena tre anni e nel nuovo Stato islamico la musica occidentale, rock compreso, era stata bandita come simbolo della decadenza culturale dell’Occidente. L’idea per il testo della canzone era venuta al cantante dei Clash, Joe Strummer, che aveva iniziato a immaginare la storia di un sovrano mediorientale che decide di vietare la musica rock nel suo paese. Il re ordina allora ai musicisti, i “boogie men”, di smettere di suonare, ma il popolo non ci sta: la gente continua a organizzare concerti nelle piazze, nei templi e nei quartieri. A quel punto il sovrano perde la pazienza e ordina ai suoi caccia militari di bombardare i ribelli. Ma anche i piloti, una volta decollati, ignorano gli ordini, accendono le radio nelle cabine di pilotaggio e si mettono ad ascoltare la musica assieme al resto della popolazione. Strummer aveva abbozzato il testo, ma non sapeva bene che farci. La svolta arrivò quando il batterista dei Clash, Topper Headon, iniziò a improvvisare in studio un riff suonato al pianoforte. Quando Strummer lo sentì, capì immediatamente di aver trovato la canzone giusta: Rock the Casbah.
Il successo del brano andò ben oltre le più rosee aspettative, al punto da finire per rivoltarsi contro gli stessi Clash.
Pochi anni dopo, nel 1991, durante la Guerra del Golfo, Rock the Casbah entrò nella heavy rotation delle radio militari ascoltate dai soldati statunitensi diretti a bombardare l’Iraq. In un caso, secondo diversi racconti dell’epoca, la scritta “Rock the Casbah” venne addirittura dipinta su una bomba destinata a essere sganciata su Baghdad. La notizia mandò su tutte le furie Joe Strummer, che si disse sconvolto per l’uso distorto della canzone: un brano in cui i piloti militari si rifiutano di bombardare trasformato nella colonna sonora dei caccia che partivano per l’Iraq. Del resto, in tutto il disco, Combat Rock, i Clash non avevano certo risparmiato le critiche alla politica guerrafondaia degli Stati Uniti. L’album è pieno di riferimenti alla presenza militare americana nel mondo, alle guerre per procura e agli effetti devastanti che queste politiche avevano sulle popolazioni civili. Il caso più evidente è la traccia che chiude il primo lato del disco, Straight to Hell, un brano descritto dallo scrittore Pat Gilbert come “saturo di malinconia e tristezza coloniale”.
Qui il tono cambia completamente. Se Rock the Casbah è ironica ed energica, Straight to Hell è cupa, lenta e sofferente. La canzone parla, tra le altre cose, dei figli abbandonati dai soldati americani nelle basi asiatiche dopo la Guerra del Vietnam. Bambini meticci rifiutati, figli di padri che sono tornati negli Stati Uniti lasciandoli a crescere in paesi che spesso li discriminavano, lontani dal sogno americano che non li voleva riconoscere. A un certo punto Joe Strummer si rivolge direttamente a uno di loro in uno dei versi più belli di tutto il disco: «Let me tell you ‘bout your blood, bambu kid — it ain’t Coca-Cola, it’s rice».
È un brano che racconta cosa resta dentro le persone quando la guerra se ne va. Non le battaglie, non le vittorie, ma le conseguenze. Un’idea che verrà ripresa in modo quasi speculare appena due anni dopo da Bruce Springsteen con Born in the U.S.A. Non a caso The Boss ha sempre riconosciuto un debito artistico nei confronti dei The Clash. Nella versione registrata in studio, Joe Strummer sembra davvero cantare in mezzo a una risaia. Le percussioni di Topper Headon hanno il suono secco e legnoso delle canne di bambù che battono tra loro mentre si lavora nei campi, il basso di Paul Simonon procede lento e ostinato, mentre le chitarre di Mick Jones, cariche di riverbero, sembrano echi di sinfonie che arrivano da lontano. La voce di Strummer è densa e sofferente, perfetta per quello che deve dire. Ma forse l’interpretazione più intensa del brano arriverà qualche anno dopo, nella versione dal vivo pubblicata nell’album From Here to Eternity. Lì non canta semplicemente la canzone: la trasforma. Le parole diventano più lente, i respiri più pesanti, come se ogni verso fosse trascinato fuori con una fatica immane.
È quello il punto in cui Straight to Hell smette di essere solo una canzone contro la guerra e diventa, quasi, una preghiera.
Mosca: “Uccisi in 24 ore 1.255 soldati ucraini”, colpiti 143 siti di lancio droni
Il Ministero della Difesa russo ha dichiarato che nelle ultime 24 ore le forze ucraine avrebbero perso circa 1.255 militari nell’area delle operazioni militari. Secondo Mosca, le perdite ammonterebbero a circa 235 soldati nel settore del gruppo tattico Nord, 180 in quello Ovest, oltre 150 nell’area Sud e 345 nel settore Centro. Altri 265 militari sarebbero caduti nella zona controllata dal gruppo tattico Est e fino a 80 nell’area del gruppo Dnepr. Il ministero afferma inoltre che aviazione, droni, missili e artiglieria russi hanno colpito siti di lancio di droni ucraini e basi temporanee di truppe e mercenari stranieri in 143 aree.
Il referendum oltre la propaganda: cosa si vota (davvero) il 22 e 23 marzo
Il referendum del 22 e 23 marzo si avvicina, cresce il lavoro propagandistico di comitati e partiti ma i dubbi restano, come dimostrano gli alti livelli di indecisione. Ciò che è certo è che si parla della riforma della magistratura. A latitare, in mezzo a un mare di fake news, attacchi gratuiti e ricostruzioni parziali, sono i contenuti. Maggioranza e opposizione hanno semplificato il confronto fino a renderlo mero motivo di sostegno o contrasto al governo. Sotto c’è tanto altro e riguarda l’organizzazione della magistratura, titolare del potere giudiziario, che insieme a quello legislativo ed esecutivo tiene in piedi lo Stato moderno. Di fronte alla peggior campagna elettorale di sempre, suscettibile di minare il diritto a essere informati di oltre 50 milioni di elettori, la redazione de L’Indipendente ha deciso di pubblicare un articolo che faccia una volta per tutte chiarezza in vista del voto.
La riforma della magistratura
Domenica 22 marzo, dalle ore 7 alle 23, e il giorno successivo dalle 7 fino alle 15, gli elettori saranno chiamati a esprimersi su un unico quesito referendario. Si tratta di un referendum confermativo, che non prevede cioè alcun quorum da raggiungere per la validità del voto (come invece successo nei recenti appuntamenti di natura abrogativa). A dover essere confermata dai cittadini è la legge costituzionale n. 253/2025, meglio nota come riforma della magistratura. Quest’ultima è stata approvata in Parlamento, ottenendo la maggioranza assoluta dei voti. Non è stato invece raggiunto il quorum dei due terzi dei membri di ciascuna Camera; per questo motivo è stato possibile chiedere l’indizione del referendum confermativo, previa raccolta delle canoniche 500mila firme.
Si tratta di una riforma articolata, come dimostra la formulazione del quesito che gli elettori si troveranno di fronte su scheda verde: «Approvate il testo della legge di revisione degli artt. 87, decimo comma, 102, primo comma, 104, 105, 106, terzo comma, 107, primo comma, e 110 della Costituzione approvata dal Parlamento e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale del 30 ottobre 2025 con il titolo “Norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare”?». Sbarrando la casella del sì si voterà a favore delle nuove disposizioni, mentre con il no ci si opporrà alla riforma, che interviene su 7 articoli della Costituzione. Vengono sostanzialmente modificati i meccanismi di autogoverno della magistratura e rimarcata la distinzione dei percorsi professionali voluta ai tempi dalla riforma Cartabia. Vediamo nel dettaglio cosa cambia con la legge costituzionale voluta dal governo.
La divisione del Consiglio Superiore della Magistratura
Attualmente il Consiglio Superiore della Magistratura (CSM) è l’organo di autogoverno dei magistrati, sia giudici che pubblici ministeri. Al CSM la Costituzione affida “le assunzioni, le assegnazioni ed i trasferimenti, le promozioni e i provvedimenti disciplinari nei riguardi dei magistrati” (art. 105). Funzioni che la legge costituzionale n. 253/2025 intende assegnare a tre nuovi organi. Nel caso in cui al referendum trionfasse il sì, nascerà un Consiglio Superiore dei giudici (magistrati giudicanti) e un Consiglio superiore dei pubblici ministeri (magistrati requirenti) — che si occuperanno del governo delle carriere. La competenza sui provvedimenti disciplinari nei confronti dei magistrati verrà invece affidata all’Alta Corte Disciplinare, di rango costituzionale. L’obiettivo dichiarato è quello di evitare sovrapposizioni tra funzioni amministrative e giurisdizionali. La nuova corte sarà composta da 15 membri: 9 togati e 6 laici.
La riforma promossa dal Ministro della Giustizia Carlo Nordio non si limita allo spacchettamento del CSM ma ne supera anche gli attuali criteri selettivi. Al momento, infatti, i membri del Consiglio Superiore della Magistratura “sono eletti per due terzi da tutti i magistrati ordinari tra gli appartenenti alle varie categorie, e per un terzo dal Parlamento in seduta comune tra professori ordinari di università in materie giuridiche ed avvocati dopo quindici anni di esercizio” (art. 104 Cost.). Con la prima elezione vengono scelti i cosiddetti togati, mentre con la seconda i membri laici.
In caso di esito positivo al referendum, i nuovi Consigli Superiori saranno composti da giudici non eletti in modo diretto bensì sorteggiati. Ciò vale sia per i togati sia per i membri laici. Nel primo caso, il sorteggio avviene tra i magistrati della rispettiva carriera (giudicante o requirente), secondo modalità che stabilirà la legge. Nel secondo caso invece il campione si restringe a un limitato numero di persone (avvocati e professori ordinari di materie giuridiche) scelto dal Parlamento. Per approvare il “listino” non è prevista alcuna maggioranza qualificata, rafforzata — che nella pratica si traduce in una garanzia, seppur minima, per la minoranza di turno, coinvolta in qualche modo nella decisione.
Il sorteggio è previsto anche per definire la composizione dell’Alta Corte Disciplinare. Dei 9 membri togati, 6 saranno estratti tra i giudici e 3 tra i pm. In entrambi i casi, i funzionari dovranno avere almeno 20 anni di esperienza. Per quanto riguarda i membri laici, 3 saranno nominati dal Presidente della Repubblica e 3 sorteggiati tra professori ordinari di materie giuridiche e avvocati, presenti nel famoso listino parlamentare. Anche in questo caso saranno obbligatori i venti anni di esercizio della professione.
Le ragioni del sì e del no
Il sorteggio dei magistrati è stato proposto dalla maggioranza guidata da Fratelli d’Italia con l’obiettivo di superare le cosiddette correnti interne, che l’avvocato Mario Cicala qualifica come «centri di potere, espressione politica, strumenti di dibattito ideale». Ogni corrente ha la propria visione circa il ruolo della magistratura ed esercita un’influenza affinché quella visione sia predominante. Una dinamica non troppo distante da ciò che accade in politica con i partiti. I sostenitori del no al referendum affermano che il sorteggio dequalifichi l’istituzione, sollevando problemi di responsabilità e competenze, il tutto senza assicurare l’effettivo superamento delle correnti. La nuova modalità selettiva viene poi accusata di rendere la magistratura più vulnerabile alle pressioni politiche: se un terzo dei magistrati sarà pescato da un listino ristretto, i restanti due terzi verranno sorteggiati tra migliaia di funzionari (salvo eventuali requisiti che la legge ordinaria potrà introdurre, magari a seguito della pressione organizzata dei magistrati).
La separazione delle carriere
La distinzione dei Consigli Superiori viaggia di pari passo al consolidamento della tanto chiacchierata separazione delle carriere, già oggi in vigore de facto. La riforma Cartabia ha infatti introdotto una rigida separazione delle funzioni tra giudici e pubblici ministeri, consentendo un solo passaggio di carriera nei primi 10 anni. Si tratta di un’opzione storicamente scelta da meno dell’1% dei magistrati, come evidenziato dal Consiglio Superiore della Magistratura nella delibera dell’8 gennaio 2025. Nel 2023, ad esempio, si sono registrati appena 8 passaggi da giudice a pm e 26 nella direzione opposta, per un totale di 34 magistrati su 8851 (0,38%) in servizio. Il progetto normativo voluto dal guardasigilli Carlo Nordio elimina anche questa possibilità residuale. I magistrati saranno obbligati a scegliere la funzione giudicante o quella requirente all’inizio delle loro carriere, senza possibilità di cambiamenti successivi.

Le ragioni del sì e del no
Per i sostenitori della riforma e del sì al referendum, separare in modo definitivo le carriere tra chi giudica e chi accusa è funzionale a un processo equo e imparziale. In altre parole, si intende evitare la vicinanza culturale o professionale tra il giudice e l’accusa.
Seppur al centro di dibattiti e scontri tra le parti, la separazione delle carriere resta elemento secondario rispetto alla modifica del CSM. Come affermato dalla Corte Costituzionale, alla separazione tra pm e giudici si sarebbe potuto giungere attraverso una legge ordinaria, senza passare per la più articolata revisione costituzionale. Per questo motivo, il fronte contrario alla riforma afferma che le modifiche alle carriere dei magistrati siano uno “specchietto per le allodole”, utile a portare avanti altri cambiamenti, come l’immediato spacchettamento del CSM.
Allo stesso tempo, c’è preoccupazione per possibili passaggi successivi alla riforma, che tuttavia non sono automatici. Una volta isolati in modo definitivo giudici e pm — sostiene il fronte del no — si procederà con l’introduzione di forme di coordinamento tra pm e governo. In questo modo il lavoro del pubblico ministero e dunque dell’accusa si muoverà nei confini tracciati dal Ministero della Giustizia di turno. Non si tratta però di uno scenario consequenziale e per attuarlo saranno necessarie nuove leggi.
Cosa non è la riforma
Dopo aver visto i punti nodali della riforma della magistratura è utile, per un voto libero e informato, soffermarsi su cosa non è, sviluppando così degli anticorpi alla propaganda delle parti. Partiamo dalla definizione. Parlare di riforma della giustizia è improprio e punta a fare leva su un sentimento di generale insoddisfazione circa i tempi e l’efficienza dell’apparato giudiziario. La legge costituzionale n. 253/2025 interviene sulla magistratura, che è diverso. Riguarda infatti il modo in cui lo Stato intende organizzare coloro che applicano la legge, non incidendo su tempi ed efficienza amministrativa. Quest’ultimo aspetto lo ha sottolineato lo stesso Carlo Nordio durante un convegno alla Camera dei Deputati.
Eppure, come ampiamente argomentato in un articolo sul tema, più che ruotare intorno ai contenuti concreti, questa campagna referendaria si è concentrata su insulti, linguaggio divisivo e logica dello scontro. Al punto da richiedere un insolito intervento del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che ha invitato le parti al «rispetto vicendevole». Se i sostenitori del sì “confondono” giustizia e magistratura, strumentalizzando episodi di cronaca, quelli del no non sono da meno, invocando imminenti scenari da regime totalitario.
Norvegia, esplosione nell’ambasciata USA a Oslo nella notte
Un’esplosione ha colpito nelle prime ore del mattino l’ambasciata degli Stati Uniti a Oslo, senza provocare feriti. La detonazione è avvenuta intorno all’1 di notte e ha causato soltanto lievi danni materiali a uno degli ingressi dell’edificio. La polizia della capitale norvegese ha avviato un’indagine, impiegando cani, droni ed elicotteri alla ricerca di uno o più possibili responsabili. Gli investigatori non hanno ancora chiarito l’origine dell’esplosione, anche se ritengono l’episodio particolarmente grave. Il comandante della polizia Michael Dellemyr ha spiegato che non verranno diffusi ulteriori dettagli perché l’inchiesta è ancora in una fase iniziale. L’area attorno all’ambasciata è stata successivamente dichiarata sicura.
Epstein Files: pubblicati documenti su Trump con le accuse di abusi su una minorenne
«Lascia che ti insegni come dovrebbero comportarsi le bambine». La frase, attribuita a Donald Trump, compare in uno dei documenti dell’FBI appena pubblicati nell’ambito del rilascio degli Epstein Files. Il Dipartimento di Giustizia ha diffuso tre interviste dell’FBI con una donna che sostiene di essere stata aggredita sessualmente dal presidente USA quando era appena adolescente, dopo essergli stata presentata da Jeffrey Epstein. I memo, redatti nel 2019, contengono dichiarazioni non verificate che non hanno portato ad alcuna incriminazione. Tuttavia, il ritardo nella loro pubblicazione, insieme alla natura delle accuse riportate, ha riacceso il dibattito pubblico e riportato sotto i riflettori i rapporti tra il tycoon e il finanziere condannato per traffico sessuale di minori.
I fascicoli emergono mentre i democratici indagano per accertare se il Dipartimento di Giustizia abbia deliberatamente omesso o trattenuto documenti contenenti accuse di violenza sessuale contro Trump. I documenti diffusi sono rapporti di interrogatorio dell’FBI – FD-302 – redatti nel 2019 dopo una serie di colloqui con una donna che afferma di essere stata abusata da Epstein a partire dai 13 anni. Secondo il racconto riportato nei memo, Epstein l’avrebbe portata in un edificio tra New York e il New Jersey, dove le avrebbe presentato Donald Trump. La donna ha affermato che erano presenti altre persone, senza ricordare chi. Trump avrebbe chiesto loro di uscire dalla stanza. A questo punto, il tycoon si sarebbe abbassato la cerniera dei pantaloni e avrebbe spinto la testa della ragazza verso il suo pene. La donna ha raccontato di aver reagito mordendolo. In risposta, ha riferito, lui le avrebbe tirato i capelli e dato un pugno sulla tempia, gridando: «Portate subito via questa stronzetta da qui».
Nei documenti si afferma anche che la madre della donna, nel frattempo deceduta, avrebbe scontato circa due anni di carcere federale in South Carolina per appropriazione indebita. Secondo la testimone, il reato sarebbe stato collegato a un presunto ricatto da parte di Epstein e di un uomo identificato come Jim Atkins, che avrebbero utilizzato fotografie esplicite della figlia. La testimone ha inoltre riferito agli agenti di aver sentito Trump ed Epstein parlare di come il finanziere di Brooklyn ricattasse alcune persone e di aver sentito Trump discutere di riciclaggio di denaro attraverso i casinò. Ha inoltre riferito di aver ricevuto nel corso degli anni numerose minacce da persone che riteneva legate a Epstein o ai suoi collaboratori. Le telefonate anonime sarebbero iniziate quando aveva circa 16 o 17 anni e sarebbero proseguite con messaggi intimidatori come: «È meglio che tieni la bocca chiusa». La donna ha precisato di non aver mai riconosciuto le voci. Nei documenti vengono citati anche episodi in cui l’accusatrice sostiene di essere stata quasi fatta uscire di strada da altre auto.
Come nel caso dei precedenti memo rilasciati il 30 gennaio, le nuove accuse contenute nei documenti sono esplicitamente indicate come non corroborate. Il Dipartimento di Giustizia ha chiarito che i memo sono stati pubblicati perché presenti negli archivi dell’indagine Epstein, ma che non esistono elementi che confermino il racconto. Gli investigatori non hanno mai avviato procedimenti sulla base di queste dichiarazioni e non è stata aperta alcuna incriminazione nei confronti del presidente. Trump ha già affrontato in passato accuse di violenza e molestie sessuali, tra cui quelle avanzate da diverse donne durante la campagna presidenziale del 2016. Nel 2023, una giuria federale lo ha ritenuto responsabile di abuso sessuale e diffamazione nei confronti della scrittrice E. Jean Carroll, che lo aveva accusato di averla aggredita in un grande magazzino di Manhattan negli anni ’90 e che Trump aveva poi definito “bugiarda”.
La pubblicazione dei memo ha immediatamente provocato una reazione politica. I portavoce di Trump hanno respinto le accuse definendole «false» e prive di credibilità, sottolineando che non sono mai state supportate da prove né utilizzate in procedimenti giudiziari. Il Dipartimento di Giustizia ha spiegato che i documenti erano stati inizialmente classificati come duplicati e, quindi, esclusi dalla prima fase di pubblicazione prevista dall’Epstein Files Transparency Act, prima di essere individuati durante una revisione interna. Intanto, il Congresso chiede chiarimenti sulla gestione degli archivi: migliaia di file legati all’indagine Epstein restano ancora non pubblicati.
AVS registra i fuori sede rappresentanti di lista per farli votare
Alleanza Verdi Sinistra ha lanciato la piattaforma “votofuorisede.it” per permettere a coloro che vivono lontano dalla città dove risiedono di votare da dove abitano, registrandoli come rappresentanti di lista. Il rappresentante di lista è una figura con il compito di assistere alle operazioni dei seggi, che ha il diritto di votare presso il seggio in cui è stato designato. Ogni partito può nominare un rappresentante di lista e un sostituto per seggio. La mossa è pensata per l’imminente referendum sulla magistratura, e ha la potenzialità di interessare qualche migliaio di persone nelle maggiori città italiane: Roma, città più popolosa d’Italia, ha circa 2.600 seggi. Le iscrizioni alla piattaforma chiuderanno il 15 marzo.
Nigeria, scontri tra esercito e banditi: 48 morti
Oggi, 7 marzo, il governo nigeriano ha annunciato di avere ingaggiato uno scontro con un gruppo di banditi nell’area di Danmusa, nello Stato di Katsina, uccidendo almeno 45 persone, e perdendo tre soldati. Da quanto spiega il governo, lo scontro sarebbe scoppiato ieri in seguito a una incursione da parte di una banda armata proveniente dallo Stato di Zamfara. Lo scorso giovedì, il medesimo gruppo avrebbe fatto irruzione nel villaggio di Alhazawa a Musawa, tentando di rubare il bestiame; è tornato il giorno dopo, trovando tuttavia dei soldati che l’esercito aveva inviato sul posto per sorvegliare la zona.








