sabato 14 Febbraio 2026
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La Camera ha votato la fiducia sull’invio di armi all’Ucraina

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Con 207 voti favorevoli, 119 contrari e 4 astenuti, la Camera ha per la prima volta votato la fiducia sul testo del decreto che proroga l’invio delle armi a Kiev. La mossa è stata necessaria per blindare il testo del provvedimento dopo che Futuro Nazionale, il neonato partito del generale Vannacci, aveva proposto tre emendamenti. Come specificato da Crosetto in aula, il voto sulla fiducia sarebbe servito a capire chi è dentro e chi fuori dalla maggioranza di governo. Vannacci ha comunque annunciato che voteranno no al decreto, sul quale si dovrebbe deliberare in serata.

La Russia starebbe cercando di sostituire Telegram con un social media statale

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Telegram restrizioni Russia

Telegram, la piattaforma di messaggistica usata da milioni di russi per comunicare e informarsi, è stata sottoposta a limitazioni da parte dell’autorità di controllo delle comunicazioni di Mosca, Roskomnadzor, che ha iniziato a rallentarne l’accesso e ad applicare restrizioni crescenti con l’obiettivo dichiarato dal Cremlino di contrastare presunte violazioni di legge.

Il quadro, più che tecnico, è politico, visto che si tratta di uno dei pochi spazi digitali rimasti relativamente liberi nel Paese, e assume tutt’altro valore se si tiene conto del fatto che la mossa si inserisce in una strategia di controllo del web – con la progressiva marginalizzazione dei servizi digitali stranieri – mentre le autorità stanno promuovendo un’app di messaggistica statale chiamata MAX.

«La Russia sta limitando l’accesso a Telegram nel tentativo di costringere i suoi cittadini a passare a un’app controllata dallo stato, creata per la sorveglianza e la censura politica», è il messaggio lanciato da Pavel Durov, il fondatore dell’applicazione, che spiega: «Limitare la libertà dei cittadini non è mai la risposta giusta. Telegram rappresenta la libertà di parola e la privacy, indipendentemente dalla pressione». Durov, nato a San Pietroburgo nel 1984, ha lasciato il Paese nel 2014 dopo uno scontro con le autorità relativo ad un altro social da lui creato, VKontakte. Allora dichiarò di aver rifiutato richieste dei servizi di sicurezza russi (FSB) di fornire dati su attivisti ucraini e di chiudere gruppi dell’opposizione russa.

Negli ultimi dieci anni la Russia ha costruito, pezzo dopo pezzo, un’infrastruttura normativa e tecnica pensata per ridurre il peso dei servizi stranieri nel proprio spazio digitale. Prima ha rafforzato i poteri dell’autorità di controllo Roskomnadzor, introducendo registri centralizzati di siti da bloccare e obblighi di localizzazione dei dati per le aziende tecnologiche straniere. La svolta è arrivata nel 2022, dopo l’invasione dell’Ucraina. Facebook e Instagram sono state dichiarate “organizzazioni estremiste” e bloccate; Twitter è stato oscurato; migliaia di siti d’informazione indipendenti sono stati resi inaccessibili.

Negli anni successivi le restrizioni si sono estese ad altre app, tra blocchi, rallentamenti selettivi e multe, mentre il Parlamento ampliava le norme contro le VPN e imponeva obblighi più stringenti di cooperazione e consegna dei dati. Parallelamente, il Cremlino ha iniziato a promuovere alternative nazionali, come la già citata MAX, muovendosi nella direzione della “sovranità digitale”, cioè un internet sempre più chiuso alle influenze esterne, che però per i critici sarebbe tecnicamente controllabile dallo Stato.

La stretta russa arriva pochi giorni dopo l’annuncio del governo spagnolo, che vorrebbe implementare una legge per vietare i social ai minori di 16 anni, seguendo l’esempio dell’Australia, che ha una legge già in vigore, e della Francia, dove manca l’approvazione del Senato, nell’ottica di proteggere i minori. Durov ha criticato anche questa iniziativa, sostenendo che misure generalizzate di questo tipo rischiano di comprimere diritti digitali e libertà individuali, e ribadendo la propria contrarietà a interventi statali che limitino l’uso delle piattaforme online, indipendentemente dal Paese che li propone.

Ciclone tropicale colpisce il Madagascar: 20 morti

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Il ciclone tropicale Gezani ha toccato il suolo del Madagascar, con venti oltre i 195 km/h e forti piogge che hanno già causato frane e allagamenti. Il bilancio dei morti è di almeno 20 persone, mentre il servizio meteorologico del Paese ha emesso allerte rosse in diverse aree dell’isola. Da quanto comunica l’Ufficio Nazionale per la Gestione dei Rischi e dei Disastri a causare le vittime sarebbe stato il crollo di alcuni edifici. Altre 33 persone sono rimaste ferite e 15 sono tutt’ora disperse; oltre 2.700 gli evacuati dalle aree a rischio.

Il Galles sta discutendo una legge per punire i politici bugiardi

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Il Parlamento del Galles ha approvato in prima lettura un disegno di legge volto a punire i politici che mentono o diffondono notizie false e “fuorvianti” in campagna elettorale. Maggioranza e opposizione sono ora al lavoro per la stesura degli emendamenti che verranno discussi nelle prossime settimane, con l’approvazione definitiva della legge prevista tra fine febbraio e inizio marzo. L’obiettivo dell’intervento — inedito a livello mondiale — è quello di ricostruire la fiducia negli elettori, traditi da promesse mancate e notizie che distorcono la realtà. La discussione apre tuttavia una serie di quesiti, a partire dalla compressione del diritto di parola, destinati a infiammare il dibattito pubblico gallese.

Di fronte a quello che un recente sondaggio di IPSOS ha certificato essere il punto più basso degli ultimi 40 anni per quanto riguarda la fiducia dei britannici verso la classe politica, il Galles ha deciso di criminalizzare i politici bugiardi. La versione attuale del disegno di legge prevede sanzioni crescenti per i candidati che in campagna elettorale fanno affermazioni “fuorvianti”, “ingannevoli” o false per ottenere voti, non intaccando invece la condotta durante il mandato. Si inizia con la ritrattazione di quanto dichiarato fino ad arrivare alla sospensione dalla corsa elettorale e quindi alla sostituzione con un altro membro della lista in caso di vittoria alle urne. L’intervento amplierebbe la legislazione vigente, che fa capo al Representation of the People Act (1983) e vieta ai politici di diffondere dichiarazioni false relative ad azioni e condotte (quindi fatti oggettivi) di un altro candidato.

Il disegno di legge in discussione alla Senedd, il Parlamento monocamerale del Galles, gode di un certo sostegno tra le fila del Partito Laburista e del Plaid Cymru, che fornisce al primo sostegno esterno nel suo governo di minoranza. Gli interrogativi aperti dalla norma sono tanti, a partire dal come verrà definita la “verità”. Se il legislatore dovesse continuare lungo la strada tracciata dal Representation of the People Act, la risposta porterebbe all’intervento di un tribunale elettorale, chiamato però a decisioni più delicate perché riguardanti opinioni in un mondo di dati e informazioni in continua mutazione. Lo sottolineano i comitati sorti contro il progetto di legge, secondo cui quest’ultimo rischierebbe di scoraggiare i dibattiti e favorire l’autocensura. «Molte questioni non hanno risposte chiare e le statistiche e la ricerca qualitativa possono essere interpretate in tanti modi», dice Vian Bakir, docente di giornalismo e comunicazione politica, che individua un’alternativa: «lasciare ai politici carta bianca sulla parola, ma garantire che l’intero ecosistema della sfera pubblica sia sufficientemente sano da esaminare attentamente le false dichiarazioni e di evidenziare gli errori fattuali, in modo che i politici siano tenuti a renderne conto pubblicamente». Intervenire dunque su educazione politica e pensiero critico, magari già in età scolare, piuttosto che ampliare la repressione, creando precedenti potenzialmente pericolosi per la libertà di parola.

Gli USA bloccano i voli in Texas

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La Federal Aviation Administration (FAA), agenzia federale che regola l’aviazione civile statunitense, ha disposto un blocco di dieci giorni su tutti i voli – commerciali e civili – da e per l’aeroporto texano di El Paso. Il blocco sarà valido fino alla sera del 20 febbraio. La misura, comunicata senza preavviso, è stata motivata con «speciali questioni di sicurezza», senza fornire ulteriori dettagli.

Trump e il Regno Unito stanno litigando per delle minuscole isole nell’Oceano Indiano

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Dopo il caso della Groenlandia, si sono ulteriormente acuite le tensioni tra USA e Regno Unito per la disputa su un accordo internazionale che riguarda le isole Chagos, delle minuscole, ma a quanto pare strategiche, isole nell’Oceano Indiano. Considerate le ultime colonie della Gran Bretagna nella regione, il governo inglese si era impegnato recentemente a cederle a Mauritius, ma il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, si è opposto duramente alla decisione, salvo poi ammorbidire le sue posizioni in seguito a un colloquio col primo ministro inglese Keir Starmer. In un post sul suo social Truth, il capo della Casa Bianca aveva descritto la decisione britannica come «una grande stupidaggine». Il motivo? Sull’atollo più grande dell’arcipelago, denominato Diego Garcia, si trova un’importante base aeronavale, gestita congiuntamente da Regno Unito e Stati Uniti, sebbene l’influenza statunitense risulti preminente in termini di personale e infrastrutture.

La reazione di Trump ha così sospeso l’iter parlamentare per ratificare la restituzione dell’arcipelago a Mauritius: il governo inglese aveva firmato un accordo per la restituzione a maggio 2025, il quale, tuttavia, deve ancora essere ratificato dal parlamento britannico. Un passaggio che è stato rinviato agli inizi di febbraio proprio per via delle proteste del capo della Casa Bianca. Quest’ultimo in un suo post su X aveva ancora una volta chiamato in causa Russia e Cina, sostenendo che le due potenze «potrebbero trarre vantaggio da questa presunta debolezza» e affermando che la questione delle Chagos sarebbe solo «l’ennesimo esempio di una lunga serie di ragioni legate alla sicurezza nazionale per cui la Groenlandia deve essere acquisita». In altre parole, il tycoon sostiene che gli alleati siano inaffidabili e questo richiederebbe la sovranità diretta degli Stati Uniti su determinate aree strategiche. Secondo alcune ricostruzioni, inizialmente Trump non si era opposto all’intesa, ma in seguito – a causa delle tensioni con Londra per quanto riguarda la questione della Groenlandia – avrebbe cambiato atteggiamento e opinione circa le sorti delle Chagos. Tuttavia, nell’ultimo colloquio tenuto con il primo ministro inglese Keir Starmer, avvenuto il 5 febbraio scorso, sembra che Trump abbia accettato l’accordo raggiunto per la restituzione dell’arcipelago.

Ciò che al tycoon interessa particolarmente è la base militare presente sull’atollo Diego Garcia. La sua posizione nell’Oceano Indiano, infatti, è strategica: da lì sono partite operazioni e attacchi aerei statunitensi contro l’Afghanistan e l’Iraq, e recentemente contro il gruppo degli Houthi in Yemen. Inoltre, la base è relativamente vicina all’Iran, che gli USA stanno minacciando anche militarmente: i bombardieri B-2 Spirit – gli stessi usati negli attacchi ai siti del programma nucleare iraniano l’estate scorsa – possono colpire e poi tornare indietro senza bisogno di rifornimenti. Una nota di Downing Street ha chiarito che l’accordo – negoziato nel 2022 sotto il governo Biden – «garantisce il mantenimento delle operazioni della base congiunta USA-UK per generazioni e che gli avversari restino fuori». Il tutto è possibile perché l’intesa con Maurtius prevede che il Regno Unito mantenga il controllo su Diego Garcia per 99 anni, prorogabile per altri 40, in cambio di un pagamento annuale a Mauritius di 101 milioni di sterline (120 milioni di euro). Tale intesa era stata approvata da tutti gli alleati del gruppo dei Five Eyes – Australia, Canada, Nuova Zelanda, Regno Unito e Stati Uniti – e, secondo Londra, non mette a rischio il controllo statunitense sulla base.

Il Regno Unito aveva sottratto le Chagos a Mauritius nel 1965, tre anni prima di concedere l’indipendenza alla colonia, e le aveva sottoposte a uno sfollamento forzato. L’atto britannico aveva dato vita a una disputa territoriale decennale con Mauritius, sulla quale si erano espresse sia la Corte internazionale di giustizia sia l’Assemblea generale delle Nazioni Unite dando ragione all’isola. Attualmente, l’atollo di Diego Garcia è inaccessibile ai comuni visitatori e anche ai giornalisti. L’accesso è riservato esclusivamente al personale militare o ai lavoratori civili autorizzati. Dopo il colloquio con Starmer, Trump ha affermato di aver capito che «l’accordo raggiunto dal Primo Ministro Starmer, secondo molti, è il migliore che potesse fare». Tuttavia, il presidente statunitense ha aggiunto che «se in futuro l’accordo di locazione dovesse mai fallire, o se qualcuno minacciasse o mettesse in pericolo le operazioni e le forze statunitensi nella nostra base, mi riservo il diritto di garantire e rafforzare militarmente la presenza americana a Diego Garcia».

Rettifica: il titolo di questo articolo è stato corretto perchè riportava erroneamente il nome dell’Oceano Pacifico anzichè quello dell’Oceano Indiano.

Heineken: annunciati più di 5mila licenziamenti

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Il colosso della birra Heineken taglierà tra i 5mila e i 6mila posti di lavoro nei prossimi due anni con l’obiettivo di ridurre i costi. L’annuncio della multinazionale è avvenuto durante la presentazione dei risultati del 2025, che hanno visto una riduzione dei volumi di vendita e ricavi in calo rispetto all’anno precedente. Come spiegato dall’amministratore delegato Dolf van den Brink, la maggior parte dei licenziamenti avverrà al di fuori dei Paesi Bassi, dove il gruppo impiega quasi 4mila persone e ha il suo quartier generale.

Cinque modi per migliorare la scuola italiana, a partire da domani

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Si parla spesso dei problemi della scuola italiana. Mancano risorse, gli edifici sono vecchi, le classi sovraffollate e i programmi faticano a stare al passo con la complessità del presente. È una narrazione che conosciamo bene, ripetuta nei dibattiti pubblici e nelle cronache. Eppure, in mezzo a questa lunga lista di criticità, una verità rimane spesso in ombra: la scuola italiana sta in piedi grazie ai docenti. Non grazie allo Stato, ma nonostante lo Stato.

Ogni mattina, migliaia di insegnanti entrano in aula con un obiettivo semplice e potentissimo: fare del proprio meglio per i ragazzi che hanno davanti. Sono tutti così? No. Sarebbe ingenuo dirlo. Ma sono molti di più di quanti pensiamo. Se è vero che i problemi strutturali non si risolvono con la buona volontà individuale, è altrettanto vero che esistono azioni concrete che ogni docente può compiere per migliorare la scuola dall’interno. Ne proponiamo cinque, immediatamente applicabili.

1. Rivoluzionare l’aula

Non importa quanto l’aula sia spoglia, buia o trascurata: il primo vero atto educativo è trasformare lo spazio. Spostare i banchi, creare gruppi di lavoro, rompere la disposizione frontale significa comunicare agli studenti che lì dentro non si è solo destinatari di contenuti, ma protagonisti di un processo. Un’aula organizzata in modo flessibile diventa uno spazio di confronto, ricerca e scoperta, in cui le idee circolano e l’apprendimento prende forma attraverso le relazioni. Questa pratica genera una diversa forma di ordine, più viva e partecipata, capace di generare coinvolgimento autentico e risultati profondi. 

2. Lo studente al centro

Passiamo all’organizzazione della lezione: per l’insegnante rinunciare a esserne il centro costante è una scelta pedagogica coraggiosa e necessaria. La sfida è parlare solo per 8–10 minuti fornendo un input iniziale su un concetto, come un evento storico o un fenomeno scientifico, lasciando poi gli studenti esplorare l’argomento in autonomia. Fondamentale è poi il tutoring tra pari: gli studenti che hanno compreso un contenuto lo spiegano ai compagni in piccoli gruppi, con il docente che osserva e supporta. Questo approccio favorisce non solo la comprensione dei contenuti, ma anche lo sviluppo di sicurezza, empatia e senso di appartenenza al gruppo.

3. La classe come laboratorio

Creare stazioni di apprendimento rende la didattica più inclusiva e rispettosa delle differenze. Nella stazione di elaborazione, ad esempio, gli studenti osservano e analizzano materiali concreti, immagini, o esperimenti, mentre in quella di produzione possono creare un proprio elaborato. La stazione di riflessione è il luogo di approfondimento e di confronto, mentre nella stazione digitale possono concentrarsi sulla ricerca utilizzando tablet e pc. Questo approccio diversifica le attività e avvicina gli studenti ai contenuti, secondo i propri tempi, modalità e inclinazioni. 

4. Il legame tra studio e vita reale 

È fondamentale mostrare che le conoscenze non sono fini a sé stesse, ma strumenti per comprendere il mondo. In che modo? Affrontando ad esempio problemi autentici, come la gestione di un budget o la lettura di una bolletta, oppure simulando ruoli e contesti, come quello del giornalista o dello scienziato, per applicare conoscenze disciplinari. Quando gli studenti percepiscono un legame tra ciò che accade in classe e l’esperienza quotidiana, nasce il desiderio di approfondire, fare domande, continuare a cercare anche oltre il tempo scolastico. E questo incoraggia la loro curiosità.

5. Focus sulle competenze trasversali

Da ultimo, ma non per importanza, ogni progettazione didattica dovrebbe interrogarsi sulle competenze trasversali che sta promuovendo. Questo si può fare esplorando ad esempio il lavoro cooperativo, in cui a ogni studente è assegnato un ruolo diverso, oppure insegnando la gestione del conflitto, attraverso il confronto e la mediazione. Anche l’autovalutazione è di grande importanza: gli studenti sono così chiamati a riflettere su come hanno lavorato e non solo su cosa hanno imparato. Queste abilità permetteranno loro di orientarsi poi nella complessità della vita reale.

Albania: violente proteste, molotov e scontri davanti al palazzo del governo

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Migliaia di persone hanno affollato le strade di Tirana per chiedere le dimissioni del governo, partecipando alla manifestazione indetta dal leader di opposizione Sali Berisha. La guida del Partito Democratico ha canalizzato il malcontento esploso in Albania dopo i casi di corruzione che hanno travolto l’esecutivo, in particolare la vicepremier Belinda Balluku, esponente del Partito Socialista, lo stesso del primo ministro Edi Rama. È proprio quando la folla si è radunata vicino ai cancelli della sua residenza che i manifestanti hanno realizzato un fitto lancio di molotov e fuochi d’artificio. La polizia schierata in tenuta antisommossa ha risposto a suon di lacrimogeni e idranti. Al termine della manifestazione si sono contate decine di persone arrestate nonché diversi feriti in entrambi gli schieramenti.

«Edi, smettila di rubare i nostri soldi» è una delle tante scritte apparse tra la folla scesa in piazza a Tirana. Nel mirino dei manifestanti è finito il governo, al centro di una bufera giudiziaria riguardante casi di corruzione. A dicembre, infatti, la vicepremier Belinda Balluku è stata incriminata e sospesa con l’accusa di aver usato fondi pubblici con l’obiettivo di favorire alcune società private nell’aggiudicamento di diverse gare d’appalto, per un giro d’affari da diversi milioni di euro. Nelle scorse ore la Procura di Tirana aveva chiesto al Parlamento di revocare l’immunità a Balluku ma il voto non è stato ancora calendarizzato. Nel frattempo migliaia di albanesi sono scesi in strada per far sentire la propria voce e chiedere le dimissioni del governo, nella terza manifestazione organizzata da dicembre. Chi sta provando ad approfittare della situazione è il leader dell’opposizione nonché ex premier Sali Berisha, che da anni intrattiene con Rama un fitto scambio di accuse reciproche su corruzione, legami con la criminalità organizzata e nepotismo. Un fenomeno che appare radicato e trasversale all’interno dello scacchiere politico, in un Paese in fondo alle classifiche europee per trasparenza e diffusione della corruzione, rappresentando uno dei maggiori ostacoli all’ingresso dell’Albania nell’UE.

Una volta radunatosi nei pressi del palazzo governativo, un gruppo di manifestanti ha lanciato fuochi d’artificio e molotov, provocando incendi localizzati e ferendo una decina di agenti. I lanci hanno illuminato la notte albanese per diversi minuti, nonostante gli inviti alla calma ripetuti dai megafoni degli organizzatori. La polizia, che ieri nella capitale poteva contare su un dispiegamento di 1300 agenti, ha risposto con idranti e lacrimogeni, allontanando la folla dalla residenza di Edi Rama. Alla fine della protesta si sono contate decine di arresti tra i manifestanti e diversi feriti, parlamentari compresi, come denunciato da Berisha che in vista della manifestazione del 20 febbraio lancia un messaggio al governo: «non provocate la nostra moderazione».

L’UE si avvicina all’euro digitale per ridurre la dipendenza da Visa e Mastercard

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La Banca Centrale Europea (BCE) ha sollecitato il Parlamento europeo a far avanzare il progetto dell’euro digitale, considerato uno strumento cruciale per ridurre la dipendenza dell’Unione dai circuiti di pagamento stranieri, in particolare Visa e Mastercard, che nel 2022 hanno gestito da sole due terzi delle transazioni nell’eurozona. Pur mantenendo toni istituzionali, da Francoforte emerge un messaggio sempre più esplicito: la necessità di un’alternativa europea è ormai “urgente”. Un messaggio che è stato accolto.

L’appello più accorato è arrivato direttamente dalla Presidente Christine Lagarde, intervenuta lunedì 9 febbraio alla sessione plenaria del Parlamento europeo riunita a Strasburgo per sostenere due emendamenti legati proprio all’euro digitale. «Siete voi a detenere le chiavi della velocità con cui può essere realizzato: vi imploro di andare avanti con la proposta della Commissione», ha dichiarato. Lagarde ha ribadito che «l’euro digitale non è stato pensato per sostituire il contante, assolutamente no», ma ha avvertito che senza una soluzione europea «continueremo a rimanere sui binari offerti da fornitori di servizi non europei. E questo non è indipendenza, non è sovranità europea».

Ieri sera il Parlamento europeo ha approvato la posizione negoziale del Consiglio, aprendo alla possibilità di un euro digitale utilizzabile sia offline che online. Si tratta di un voto che rappresenta più un passo avanti che un vero e proprio punto di arrivo, tuttavia gli esiti hanno evidenziato il supporto di una maggioranza convinta composta da partiti di ogni direzione politica. La decisione, inoltre, ha avuto la forza di contraddire di fatto la linea sostenuta dallo spagnolo Fernando Navarrete (PPE), relatore del dossier che dal canto suo chiedeva di trasformare il progetto in una forma di “e‑cash” limitata ai pagamenti fisici nei negozi e nelle transazioni dal vivo. 

La BCE, che per poter emettere l’euro digitale necessita del via libera del Parlamento, si è trovata impantanata per anni in resistenze che hanno bloccato per anni il progetto, solo il deterioramento del quadro geopolitico ha contribuito a sbloccare l’impasse, riportando la nuova valuta al centro dell’agenda istituzionale. Il primo segnale d’allarme è arrivato nella primavera del 2022, quando le sanzioni statunitensi contro la Russia, lanciate in risposta all’invasione dell’Ucraina, hanno mostrato quanto Visa e Mastercard siano in grado di destabilizzare l’intero sistema dei pagamenti di un Paese sospendendo servizi che, fino a quel momento, erano stati considerati ovvi e indispensabili. Le preoccupazioni europee si sono poi acuite con il progressivo peggioramento dei rapporti transatlantici, soprattutto quando l’amministrazione Trump ha iniziato a ridefinire le relazioni con gli alleati europei in termini sempre più ricattatori e coercitivi. 

Nell’aprile del 2025 Lagarde ha assunto dunque una posizione particolarmente esplicita, sottolineando in un’intervista al programma radiofonico The Pat Kenny Show quanto i sistemi di pagamento europei dipendano in larga misura da operatori statunitensi e, nel caso di Alipay, cinesi. Una vulnerabilità che, per estensione, riguarda anche i dati finanziari dei cittadini europei, i quali finiscono indirettamente nelle mani di aziende extra‑UE. «Sono sicura che lo fanno in conformità con i regolamenti europei», aveva dichiarato allora la presidente della BCE, sorvolando però sul fatto che gli accordi per il trasferimento dei dati tra Stati Uniti e Unione Europea si sono storicamente basati su presupposti giuridici rivelatisi più volte inadeguati.