sabato 14 Febbraio 2026
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Calunnie contro Francesca Albanese: travisano le sue parole per forzarla alle dimissioni

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Israele «nemico comune dell’umanità», le parole di Albanese per le quali la Francia ne ha chiesto le dimissioni (Corriere della Sera); Sotto accusa la frase “Israele nemico comune” (Quotidiano Nazionale); “Israele nemico comune dell’umanità”, la Francia chiede le dimissioni di Francesca Albanese (Il Riformista). Nell’attribuire virgolettati inventati alla Relatrice Speciale dell’ONU, i media mainstream sono seguiti a ruota da un consistente spezzone politico europeo, guidato dalla Francia, che ne chiede le dimissioni. «Israele nemico comune dell’umanità» è la frase attribuita a Francesca Albanese durante il suo intervento al Forum di Al Jazeera. Nel giornalismo fatto di click frenetici, evidentemente era troppo chiedere di prendersi quattro minuti per andare alla fonte e verificare la notizia prima di diffonderla. Il travisamento delle parole dell’Albanese è la prova di quanto sostenuto nel suo discorso, relativamente all’esistenza di un sistema che in questi due anni ha armato nonché coperto politicamente e finanziariamente Israele, amplificandone «la narrativa pro-apartheid e genocidiaria».

Quello del 7 febbraio scorso al Forum di Al Jazeera è stato uno dei tanti interventi che Francesca Albanese ha realizzato negli ultimi due anni passati in giro per il mondo a parlare di Palestina e diritto internazionale (violato). Il suo discorso era passato inosservato, fino a quando non si è messa in moto la macchina della polemica, montata dai media mainstream e dalla destra europea. «Abbiamo trascorso gli ultimi due anni a osservare la pianificazione e la messa in atto di un genocidio. E il genocidio non è finito», dice la Relatrice Speciale dell’ONU sui territori palestinesi occupati, passando poi all’inerzia della comunità internazionale.

«Il fatto che invece di fermare Israele la maggior parte del mondo l’abbia armato, gli abbia dato scusanti politiche, sostegno economico e finanziario, questa è una sfida. Il fatto che la maggior parte dei media occidentali abbia amplificato la narrativa pro-apartheid e genocidiaria è una sfida, ma allo stesso tempo anche un’opportunità». Questo perché — dice l’Albanese — «se il diritto internazionale è stato pugnalato al cuore, è anche vero che mai prima d’ora la comunità globale aveva visto così chiaramente che tutti noi affrontiamo, noi che non controlliamo grandi capitali finanziari, algoritmi e armi. Ora vediamo che noi come umanità abbiamo un nemico comune». Il passaggio che abbiamo trascritto e virgolettato dura appena un minuto. Bastava un minuto per evitare la polemica e verificare la notizia: Francesca Albanese non cita Israele come nemico comune dell’umanità, ma l’intero agglomerato di crimini, complicità e profitto che ha permesso il genocidio del popolo palestinese, di fronte al quale soltanto l’azione collettiva e coordinata può porre un argine (nel discorso viene ad esempio citato il boicottaggio e quindi il consumo consapevole). Lo chiarisce anche in un post sui suoi profili social dopo il polverone mediatico: «Il nemico comune dell’umanità è IL SISTEMA che ha reso possibile il genocidio in Palestina, compreso il capitale finanziario che lo finanzia, gli algoritmi che lo oscurano e le armi che lo rendono possibile». La denuncia generale di Francesca Albanese era già stata avanzata in altre occasioni, come la pubblicazione del rapporto ONU “Economia del genocidio”.

La gogna mediatica delle ultime ore è stata presto sfruttata dalla destra europea, che è tornata all’attacco di Francesca Albanese. La Francia ha chiesto le dimissioni dal suo incarico alle Nazioni Unite, con il Ministro degli Esteri Jean-Noel Barrot che ha dichiarato: «condanniamo senza riserva alcuna le parole della signora Albanese che prendono di mira non il governo israeliano, di cui è consentito criticare la politica, ma Israele in quanto popolo e in quanto nazione, il che è assolutamente inaccettabile».

La ricostruzione pretestuosa di Parigi è stata presto sposata dall’Italia: la Lega ha prontamente depositato una risoluzione per chiedere le dimissioni di Francesca Albanese, accusandola di antisemitismo. Un’anticipazione di quello che potrebbe accadere in Italia con l’approvazione della legge voluta proprio dal leghista Massimiliano Romeo, che punta a silenziare le critiche verso Tel Aviv o le iniziative di pressione, equiparandole ad atti antisemiti.

La “guerra delle grucce”: come la mafia cinese ha conquistato Prato

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In Europa c’è una capitale della criminalità organizzata cinese, e si trova a un’ora di macchina dal Duomo di Firenze. Si tratta di Prato, il più grande distretto tessile d’Europa: migliaia di capannoni, centinaia di aziende, una filiera che dalla materia prima arriva al capo pronto per gli scaffali. Negli ultimi vent’anni quel tessuto produttivo - fatto di imprese artigiane, logistica e subfornitura - è diventato anche e soprattutto il terreno di conquista di un fenomeno criminale che porta la firma di network cinesi organizzati secondo logiche mafiose. Il risultato è un ambiente economico e ...

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Maltempo Portogallo: 16 vittime e migliaia di sfollati

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Sale a 16 il bilancio delle vittime provocate dall’ondata di maltempo che da giorni si è abbattuta sulle aree rurali del Portogallo. L’allerta meteo resta alta, dal momento che non sono previsti miglioramenti fino a sabato. Nelle scorse ore il fiume Mondego ha rotto gli argini, portando all’evacuazione di 3mila cittadini residenti a Coimbra. Si segnalano case e strade allagate, compresa l’autostrada A1, la principale arteria del Paese.

Blocco navale, rimpatri, multe alle ONG: l’Italia approva il nuovo decreto anti-migranti

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All’indomani dell’approvazione delle nuove norme europee sulla migrazione, che procedono sempre più verso la via dell’annullamento del diritto all’asilo, il governo italiano ha approvato il proprio pacchetto di norme. Lo ha fatto nuovamente con un decreto legge, trattando dunque l’immigrazione come una materia eternamente emergenziale, senza ancora una volta prevedere una legge strutturale con adeguata discussione parlamentare che tratti il tema in maniera organica. La maggior parte del decreto è volto a specificare le modalità di ricezione e attuazione del Patto sulla migrazione europeo, che entrerà in vigore il prossimo 12 giugno. Per quanto riguarda le novità introdotte, invece, oltre al blocco navale per le ONG e alle restrizioni ai criteri di ricongiungimento familiare, vi è una norma che vieta ai migranti trattenuti nei CPR di utilizzare telefonini, soprattutto se dotati di videocamere. Il fine esplicito è quello di impedire la registrazione di qualunque cosa avvenga tra le mura dei centri – compresi quindi pestaggi da parte delle forze dell’ordine, condizioni di trattenimento degradanti e deterioramento della condizione psichica delle persone trattenute.

Con le nuove norme, «nei casi di minaccia grave per l’ordine pubblico o la sicurezza nazionale» le autorità possono, su proposta del ministero dell’Interno e con delibera del Consiglio dei Ministri, interdire temporaneamente l’attraversamento delle acque territoriali. La misura è diretta, anche se non esplicitamente, alle imbarcazioni delle ONG che operano i salvataggi in mare e che provvedono a portare i sopravvissuti sulle nostre coste. Essa arriva a poche settimane di distanza da quella che potrebbe configurarsi come la più grande tragedia degli ultimi anni nel Mediterraneo, con oltre mille morti stimati per via dell’uragano Harry e (secondo quanto denunciato dalle ONG) anche del ritardo nei soccorsi da parte delle autorità. Il blocco navale può avere durata massima di 30 giorni e può essere prorogato di ulteriori 30, «fino a un massimo di sei mesi». Il decreto specifica che a costituire «minaccia grave» sono quattro tipi di circostanze: rischio di terrorismo, pressione migratoria «eccezionale», emergenze sanitarie ed «eventi internazionali di alto livello». Va sottolineato come la pressione migratoria sia strutturalmente «eccezionale» nel contesto italiano, dal momento che gli investimenti sono dirottati quasi del tutto sulla prevenzione (per lo più inefficace) delle partenze e per nulla sul miglioramento e l’ampliamento delle strutture di ricezione e accoglienza.

Il provvedimento introduce anche alcune novità in merito di trattenimento nei CPR (Centri di Permanenza e Rimpatrio), dove «sono assicurati i diritti fondamentali e la dignità della persona». Eppure, all’interno delle strutture – che sono centri di detenzione amministrativa e non carceri – l’utilizzo di telefoni cellulari (autorizzato solamente in determinati «orari, spazie e modalità» decise dal personale, incaricato di «custodirli») è previsto solamente se «privi di telecamera». In aggiunta a ciò, «all’interno della struttura e delle sue immediate pertinenze non sono consentite, salvo espressa autorizzazione della prefettura, riprese videofotografiche o registrazioni audio che abbiano ad oggetto la struttura, le persone trattenute, il personale delle forze di polizia, del soggetto incaricato della gestione ovvero ogni altra persone presente a qualsiasi titolo». Non che si tratti di una vera e propria novità: in moltissimi casi, a discrezione della struttura, i telefoni venivano ritirati e, se dotati di telecamere, queste venivano rotte. Questa prassi viene ora normata, impedendo ai trattenuti di documentare le torture e i trattamenti inumani cui sono quotidianamente sottoposti. La norma riceve il via libera del CdM nello stesso giorno in cui a Torino l’ex direttrice del CPR, Annalisa Spataro, riceveva una condanna per omicidio colposo in relazione alla morte di Moussa Balde, affetto da gravi problemi psichici e rinchiuso lo stesso in isolamento in una cella del Centro, dove si è suicidato.

Vengono dunque introdotte nuove circostanze che possono determinare l’espulsione del migrante e vengono ristretti i criteri che permettono i ricongiungimenti familiari. Anche le norme riguardanti l’accoglienza vengono parzialmente riviste, con l’obbligo dei giovani di lasciare i centri di accoglienza a 19 anni (anzichè 21). Una compressione di diritti, insomma, che non guarda in faccia nemmeno i giovanissimi, i loro diritti e il loro futuro. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni lo festeggia come un successo: un provvedimento, come tutti i precedenti, «molto significativo per fermare l’immigrazione illegale di massa e i traffico di esseri umani».

Molise, la sfida contro lo spopolamento passa dalla memoria di suoni e dialetto

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Molise suoni dialetti

Nel cuore del Molise, dove i borghi si svuotano e le voci dei dialetti sono ormai un patrimonio sempre più fragile, la memoria rischia di spegnersi senza fare rumore. Non è solo una questione culturale: insieme alle persone scompaiono dialetti, mestieri, canti, ritmi quotidiani, suoni che per secoli hanno raccontato la vita delle comunità delle aree interne.
È da questa frattura tra l’ultima generazione che custodisce questi saperi e una nuova generazione che rischia di non ereditarli che nasce “Suoni del Molise – Sound Heritage Lab”, il progetto con cui il Comune di Casacalenda si è candidato...

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Scontri in Pakistan, 9 morti

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Un gruppo dii miliziani armati ha lanciato un attacco nella città di Dera Ismail Khan, nell’area nordoccidentale del Pakistan, uccidendo cinque agenti di polizia. A dare la notizia sono fonti delle forze dell’ordine locali. Dalle ricostruzioni, i miliziani, nascosti in un’area boschiva, avrebbero aperto il fuoco contro una pattuglia, che avrebbe risposto sparando contro gli aggressori. Quattro i miliziani uccisi. Nessun gruppo ha rivendicato la responsabilità dell’attacco, tuttavia la città si trova ai margini del distretto Waziristan, lungo il confine afghano, dove da tempo è attivo il gruppo islamista Tehreek-e-Taliban Pakistan.

Porto, basi e stazioni: così la Toscana si prepara alla guerra

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Il porto di Livorno, benché civile, è frequentemente attraversato da armi e merci militari, per lo più provenienti dagli Stati Uniti e diretti alla base di Camp Darby. Il traffico è pressoché continuo, ma la trasparenza scarseggia. A fine maggio 2025 è stato segnalato l’arrivo di una portacontainer che scaricava mezzi militari (dodici jeep con lanciarazzi) destinati a Camp Darby. A metà settembre 2025, un’altra nave cargo, la Slnc Severn battente bandiera statunitense, stava per scaricare caterpillar diretti alla base e altro materiale militare. Il GAP (Gruppo Autonomo Portuali) sostenuto da USB (Unione Sindacale di Base) ha impedito l’attracco presidiando per giorni la banchina. Il Comune di Livorno, già nel 2021, aveva approvato una mozione contro il transito delle armi, che a oggi resta però lettera morta, anche perché come in ogni porto manca la trasparenza sui traffici di armi. L’Indipendente ha chiesto da più di un mese alla Capitaneria di porto di Livorno la quantità di merci pericolose (IMDG) in partenza e in ingresso dal porto, senza (per ora) ottenere risposta.

Il porto di Livorno, proprio per il suo ruolo strategico civile e militare, è interessato da mastodontiche opere di ampliamento per facilitare l’attracco di navi portacontainer sempre più grandi. Parliamo della nuova Darsena Europa, tuttora in costruzione dopo i lavori iniziati nel 2025. Un’opera bipartisan, fortemente voluta sia da Eugenio Giani (presidente della Regione) sia dal ministro dei Trasporti Matteo Salvini. Il costo totale del progetto si aggira sul miliardo e mezzo di euro. Sarà costruita un’enorme isola di cemento in mezzo al mare, con due vasche di colmata, mentre i fondali saranno scavati per permettere l’ingresso di navi portacontainer e da crociera di oltre 300 metri, con pescaggio a 15 metri. In tutto verranno dragati 17 milioni di metri cubi di materiale. La diga foranea – che proteggerà il porto dalle onde – sarà lunga 4,6 km e si sommerà alle dighe interne di 2,3 km, che andranno a delimitare le nuove vasche di colmata da 130 ettari. Aziende come MSC Crociere e Grimaldi hanno già manifestato interesse alla concessione delle banchine, mentre le associazioni ambientaliste da tempo denunciano i danni per l’ecosistema marino, contestando la valutazione di impatto ambientale, approvata dal MASE nel 2024.

«Il dragaggio dei fondali e la costruzione della banchina andranno a intaccare ben tre territori SIC: il santuario dei cetacei, visto che questa è area di migrazione delle balene e cetacei; la prateria della Posidonia più grande del Mediterraneo, che sarà irrimediabilmente intaccata; e i banchi di corallo, che saranno danneggiati dall’intorbidimento delle acque dovuto allo scavo dei fondali. Il tutto dentro a un’area protetta», sottolinea Antonio Mori, del comitato Difesa Alberi Pisa. Camminando sul molo indica fin dove arriverà il cemento in mezzo al mare. «Questa enorme isola di cemento sarà alta 5 metri (uno in più rispetto al progetto iniziale), con un ulteriore aggravio da un punto di vista dell’impatto ambientale. Andrà anche ad alterare le correnti marine, ci sarà meno apporto di sabbia e un aumento di erosione della costa a nord. Come compensazione faranno un sabbiodotto [struttura per trasferire la sabbia degli scavi in zone soggette a erosione, NdR], che ovviamente consumerà molta energia». L’opera, in parte già iniziata, dovrebbe essere realizzata in 56 mesi, per essere completata, in teoria, entro il 2030.

Il Canale dei Navicelli e Camp Darby

La militarizzazione e lo sbancamento proseguono verso l’interno, grazie al Canale dei Navicelli, che collega il porto a Camp Darby, base militare statunitense e uno dei più grandi depositi (fuori dal territorio USA) di missili, proiettili, carri armati e veicoli corazzati. La base occupa 200 ettari del Parco di Migliarino, circondata da una distesa infinita di reti metalliche.

Lungo 17 km, largo 33 mt e profondo 3, questo antico canale risalente al ’500 attraversa la Tenuta del Tombolo, una delle più suggestive e incontaminate aree del Parco Regionale di Migliarino, San Rossore e Massaciuccoli, nel bosco di pianura più grande d’Italia. Il Canale dei Navicelli è utilizzato sia dai cantieri navali per l’uscita delle imbarcazioni civili, sia dai carichi di armamento di Camp Darby. Tra il 2023 e il 2024 è stato oggetto di progetti di “consolidamento sponde e dragaggio” commissionati dalla principale agenzia logistica della NATO, la NATO Support Agency (NSPA) per 1 milione e 400 mila euro, pagati dagli Stati Uniti.

«Gli americani hanno gestito i lavori in autonomia, un segnale chiaro della volontà di non cedere sovranità territoriale sulle sponde del canale che, formalmente, appartiene allo Stato italiano ma che, nei fatti, viene trattata come un’estensione della base militare americana», sottolinea il consigliere comunale di Pisa Francesco Auletta, capogruppo di Diritti in Comune.

La Port Authority di Pisa srl (ex Navicelli Pisa), che ha curato il progetto per conto della NATO, è una società interamente a capitale pubblico, di proprietà al 100% del Comune di Pisa, che dovrebbe avere un ruolo di coordinamento e controllo sulla navigazione nel Canale.

Eppure il presidente Mirko Benetti, interrogato dal consigliere Auletta il 30 settembre 2025 in una commissione consiliare, ha dichiarato: «Abbiamo contezza che avvengono trasbordi di materiale militare NATO nel Canale, ma non ne conosciamo il contenuto. Le comunicazioni sul trasporto vengono fornite alla Port Authority solo all’ultimo momento e non abbiamo nessun potere di verifica o controllo su ciò che passa». 

Con altri quattro milioni di euro, pagati sempre dagli USA tramite l’agenzia logistica della NATO, nel 2024 è stata realizzata anche una banchina fluviale, detta Tombolo Dock, cementificando parte della sponda davanti a Camp Darby, col fine di movimentare più velocemente armi, mezzi e materiali bellici.

Ma non è finita, perché con la legge di bilancio 2026 il Governo ha stanziato altri 30 milioni di euro per la “navigabilità del fiume” a servizio dei cantieri nautici civili. Il 12 febbraio c’è stata la posa della prima pietra. «L’investimento sui Navicelli si inserisce pienamente nella strategia di “Military Mobility”. I 30 milioni per i Navicelli sono stati inseriti nel DL Infrastrutture n. 89 del 2024 con un emendamento posto esattamente dopo il comma che finanzia l’avvio dei lavori per la nuova base militare nel Parco di San Rossore. Una continuità legislativa che rivela il disegno complessivo: la militarizzazione definitiva del territorio pisano», rimarcano gli attivisti di Diritti in Comune.

Il riarmo passa dai binari 

Camp Darby, in precedenza USAG Livorno, è stata riorganizzata come sito satellite dello United States Army Garrison (USAG) Italy. Foto di Linda Maggiori

Le merci militari, verso e da Camp Darby, passano anche sui binari: a questo sono serviti i lavori per costruire un nuovo ponte girevole ferroviario, che collega le due sponde del canale, iniziati nel settembre 2022 e terminati a fine 2023, al costo di quarantadue milioni di dollari, tutti statunitensi. Vicino alle reti militari campeggiano ancora cataste di tronchi tagliati.

«Nonostante il Parco avesse bocciato il progetto del ponte girevole, è andato comunque avanti, e sono stati abbattuti circa mille alberi della selva pisana. A questo si aggiunge l’impatto dei lavori del canale e della banchina Tombolo Dock. Il tutto dentro un sito di interesse comunitario e UNESCO», spiega l’attivista Fausto Pascali. «Tramite le dichiarazioni di RFI (Rete Ferroviaria Italiana) siamo venuti a sapere che tra gennaio 2023 e agosto 2025 sono passati 44 treni, circa uno al mese, da e verso Camp Darby, quindi treni con carichi militari, stoccati nella base e poi inviati nelle zone di conflitto».

A giugno 2025 la ferrovia tra Pisa e Livorno è stata chiusa al traffico per una settimana: da comunicato ufficiale della Rete Ferroviaria Italiana il motivo erano «lavori di completamento del rinnovo degli scambi e dei binari a Tombolo, per una gestione più flessibile della circolazione». Ma secondo i Ferrovieri contro la guerra e il Coordinamento Antimilitarista Livornese, i lavori sono serviti a potenziare la logistica militare ferroviaria da e verso Camp Darby. Il riarmo passa anche da stazioni civili come quella di Pontedera. L’Unione Europea, nell’ambito dei progetti di trasporto dell’MCE (Meccanismi per Collegare l’Europa) tra il 2024 e il 2027 ha infatti finanziato con 3.875.000 di euro l’ampliamento del binario 4 della stazione di Pontedera (Pisa) e i binari 1, 2, 3 e 4 della stazione di Palmanova (Udine). La finalità del progetto è quella di consentire la manovra dei treni merci lunghi 740 metri per il duplice uso civile-militare, nelle linee ferroviarie Firenze-Pisa-Livorno e Udine-Cervignano. Ricordiamo peraltro che la linea ferroviaria Firenze-Pisa si interseca (proprio a Pisa) con la linea diretta a La Spezia, dove risiede un importante polo produttivo di Leonardo.  

Anche l’Assemblea 29 giugno di Viareggio, nata dopo la strage ferroviaria del 2009, è preoccupata dalla militarizzazione delle ferrovie: «Sempre più carichi pericolosi transiteranno su un binario della stazione civile di Pontedera, tra gente che si reca nei luoghi di lavoro e di studio, in mezzo a un centro ad alta concentrazione abitativa, lavorativa e sanitaria, con grave rischio in caso di incidenti – che nelle ferrovie purtroppo non sono rari – i cui esiti possono amplificarsi per la presenza di materiali esplosivi», denuncia il comitato. 

Le merci militari viaggiano anche su gomma: sono decine e decine le comunicazioni arrivate al Comune di Pisa da parte del Comando logistico delle Forze Armate sui trasporti di armi, mezzi e munizioni dirette a Camp Darby, scoperte dagli attivisti pisani di Diritti in Comune: si tratta di preavvisi di circolazione di automezzi militari con carichi sovradimensionati, verso la base americana.

L’aeroporto militare di Pisa e il nuovo hangar

L’aeroporto Galileo Galilei di Pisa è un altro snodo del traffico di armi. Gestito civilmente dalla società Toscana Aeroporti, la sua titolarità e l’infrastruttura di base sono però dell’Aeronautica Militare, in particolare della 46ª Brigata Aerea che qui opera con i velivoli da trasporto militare. Il Ministero della Difesa ha stanziato per il triennio 2024-2026 circa 40 milioni di euro per la costruzione di un nuovo hangar per il C130J Lockheed Martin Super Hercules, capace di movimentare mezzi e truppe e del C27J Alenia Spartan, costruito da Leonardo e anch’esso utilizzato per lo stesso scopo.

«Negli ultimi anni la base della 46ª Brigata Aerea ha visto un aumento esponenziale del traffico aereo militare, in particolare diretto alla Polonia per rifornire l’esercito ucraino di armi», raccontano gli attivisti. «Spesso questi enormi aerei arrivano da Sigonella, la più importante base militare USA nel Mediterraneo». La commistione con l’aeroporto civile è sempre più insostenibile, tanto che nel marzo 2022 i lavoratori dello scalo civile si sono trovati a dover movimentare casse di armi destinate all’Ucraina. Grazie allo sciopero indetto da USB, si sono rifiutati di caricare il materiale bellico.

La base ex CISAM 

Poco distante dalla base americana, verrà costruita una nuova base militare della dimensione di 140 ettari, ricadenti in maggioranza all’interno del Parco naturale regionale San Rossore Migliarino Massaciuccoli, a San Piero a Grado. Anche questo progetto ricade nel sito UNESCO “Riserva della Biodiversità”, che copre le “Selve costiere della Toscana”. Il progetto è stato approvato dal Governo, dalla Regione Toscana, dal Comune di Pisa e dall’Ente Parco, e interessa i Comuni di San Piero a Grado, Pisa e Pontedera, con un costo che si aggira sui 520 milioni di euro.

Se la base verrà costruita, denunciano gli attivisti del movimento No Base, i lavori comporteranno l’abbattimento di decine di migliaia di alberi, tra farnie e pini secolari. Per questo, dal 2023, studenti e residenti stanno animando un presidio nella pineta, denominato “Tre pini” per opporsi e sorvegliare. I lavori non sono ancora partiti e si aspetta la valutazione di impatto ambientale. «Finora sono stati negati i documenti principali: il cronoprogramma, il piano economico, le analisi tecniche e gli atti con cui si definisce la progettazione dell’opera per motivi di sicurezza nazionale», spiega il consigliere Auletta. «Questi documenti ci sono dovuti: abbiamo quindi presentato un’istanza di riesame». Nell’area si trova anche un reattore nucleare abbandonato (ex CISAM) che dovrebbe essere dismesso e bonificato.

Anche la campagna “Il Buio oltre le Reti” promossa dal Movimento No Base, tramite accessi agli atti plurimi, pressa le istituzioni a dare le informazioni negate. La nuova base, distante poche centinaia di metri da Camp Darby, ospiterà 700 persone e servirà ai reparti speciali GIS dei Carabinieri e al Reggimento paracadutisti Tuscania. «Si tratta di reparti speciali che sostengono, addestrano, armano eserciti e forze paramilitari in tutto il mondo. Sono incaricati anche della sorveglianza e protezione delle piattaforme ENI e delle basi NATO all’estero», raccontano gli attivisti. Come se non bastasse, su 34 ettari di zona parco, all’interno della base di Camp Darby, riconsegnati da alcuni anni dagli Stati Uniti al Ministero della Difesa, è stato costruito un centro di addestramento per il 9° Reggimento d’Assalto Paracadutisti “Col Moschin”. L’investimento di circa 40 milioni di euro rientra nel progetto Caserme Verdi. A Pontedera, nella tenuta Isabella, saranno invece costruiti un autodromo per piste di prova, un poligono di tiro e una base per decollo elicotteri. Insomma, un territorio che letteralmente non ha pace, colonizzato a scopo militare. Gli attivisti non perdono la speranza e rilanciano l’idea di una città per la pace, chiedono che si vieti l’utilizzo di qualsiasi infrastruttura civile per il trasporto di armi, che si chiuda Camp Darby e che l’area dove sorge sia restituita alla cittadinanza. 

La Camera ha votato la fiducia sull’invio di armi all’Ucraina

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Con 207 voti favorevoli, 119 contrari e 4 astenuti, la Camera ha per la prima volta votato la fiducia sul testo del decreto che proroga l’invio delle armi a Kiev. La mossa è stata necessaria per blindare il testo del provvedimento dopo che Futuro Nazionale, il neonato partito del generale Vannacci, aveva proposto tre emendamenti. Come specificato da Crosetto in aula, il voto sulla fiducia sarebbe servito a capire chi è dentro e chi fuori dalla maggioranza di governo. Vannacci ha comunque annunciato che voteranno no al decreto, sul quale si dovrebbe deliberare in serata.

La Russia starebbe cercando di sostituire Telegram con un social media statale

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Telegram restrizioni Russia

Telegram, la piattaforma di messaggistica usata da milioni di russi per comunicare e informarsi, è stata sottoposta a limitazioni da parte dell’autorità di controllo delle comunicazioni di Mosca, Roskomnadzor, che ha iniziato a rallentarne l’accesso e ad applicare restrizioni crescenti con l’obiettivo dichiarato dal Cremlino di contrastare presunte violazioni di legge.

Il quadro, più che tecnico, è politico, visto che si tratta di uno dei pochi spazi digitali rimasti relativamente liberi nel Paese, e assume tutt’altro valore se si tiene conto del fatto che la mossa si inserisce in una strategia di controllo del web – con la progressiva marginalizzazione dei servizi digitali stranieri – mentre le autorità stanno promuovendo un’app di messaggistica statale chiamata MAX.

«La Russia sta limitando l’accesso a Telegram nel tentativo di costringere i suoi cittadini a passare a un’app controllata dallo stato, creata per la sorveglianza e la censura politica», è il messaggio lanciato da Pavel Durov, il fondatore dell’applicazione, che spiega: «Limitare la libertà dei cittadini non è mai la risposta giusta. Telegram rappresenta la libertà di parola e la privacy, indipendentemente dalla pressione». Durov, nato a San Pietroburgo nel 1984, ha lasciato il Paese nel 2014 dopo uno scontro con le autorità relativo ad un altro social da lui creato, VKontakte. Allora dichiarò di aver rifiutato richieste dei servizi di sicurezza russi (FSB) di fornire dati su attivisti ucraini e di chiudere gruppi dell’opposizione russa.

Negli ultimi dieci anni la Russia ha costruito, pezzo dopo pezzo, un’infrastruttura normativa e tecnica pensata per ridurre il peso dei servizi stranieri nel proprio spazio digitale. Prima ha rafforzato i poteri dell’autorità di controllo Roskomnadzor, introducendo registri centralizzati di siti da bloccare e obblighi di localizzazione dei dati per le aziende tecnologiche straniere. La svolta è arrivata nel 2022, dopo l’invasione dell’Ucraina. Facebook e Instagram sono state dichiarate “organizzazioni estremiste” e bloccate; Twitter è stato oscurato; migliaia di siti d’informazione indipendenti sono stati resi inaccessibili.

Negli anni successivi le restrizioni si sono estese ad altre app, tra blocchi, rallentamenti selettivi e multe, mentre il Parlamento ampliava le norme contro le VPN e imponeva obblighi più stringenti di cooperazione e consegna dei dati. Parallelamente, il Cremlino ha iniziato a promuovere alternative nazionali, come la già citata MAX, muovendosi nella direzione della “sovranità digitale”, cioè un internet sempre più chiuso alle influenze esterne, che però per i critici sarebbe tecnicamente controllabile dallo Stato.

La stretta russa arriva pochi giorni dopo l’annuncio del governo spagnolo, che vorrebbe implementare una legge per vietare i social ai minori di 16 anni, seguendo l’esempio dell’Australia, che ha una legge già in vigore, e della Francia, dove manca l’approvazione del Senato, nell’ottica di proteggere i minori. Durov ha criticato anche questa iniziativa, sostenendo che misure generalizzate di questo tipo rischiano di comprimere diritti digitali e libertà individuali, e ribadendo la propria contrarietà a interventi statali che limitino l’uso delle piattaforme online, indipendentemente dal Paese che li propone.

Ciclone tropicale colpisce il Madagascar: 20 morti

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Il ciclone tropicale Gezani ha toccato il suolo del Madagascar, con venti oltre i 195 km/h e forti piogge che hanno già causato frane e allagamenti. Il bilancio dei morti è di almeno 20 persone, mentre il servizio meteorologico del Paese ha emesso allerte rosse in diverse aree dell’isola. Da quanto comunica l’Ufficio Nazionale per la Gestione dei Rischi e dei Disastri a causare le vittime sarebbe stato il crollo di alcuni edifici. Altre 33 persone sono rimaste ferite e 15 sono tutt’ora disperse; oltre 2.700 gli evacuati dalle aree a rischio.