mercoledì 21 Gennaio 2026
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Escalation in Groenlandia, UE sparpagliata: Macron invoca il “bazooka”, i tedeschi si ritirano

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Domenica gli ambasciatori dei 27 Paesi dell’UE si sono riuniti attorno a un tavolo per una riunione d’emergenza, dopo l’ultima mossa di Donald Trump, che ha rilanciato l’offensiva sulla Groenlandia e minacciato nuovi dazi contro i Paesi europei contrari alla sua strategia. Il presidente francese Emmanuel Macron chiede di attivare lo “strumento anti-coercizione”, il cosiddetto bazooka commerciale dell’UE. L’Italia si defila, Berlino frena e avvia il ritiro dei propri militari dall’isola artica. Per l’UE, che si trova al crocevia di una crisi senza precedenti, è una prova di sovranità: reagire alle minacce di Washington o accettare che un alleato NATO ricatti l’Europa su un suo territorio, rischiando di far implodere l’Alleanza.

La tensione si è aggravata dall’annuncio di Trump di imporre dal 1° febbraio dazi progressivi dal 10% fino al 25% sulle merci di otto Paesi europei, se la Danimarca non aprirà alla cessione della Groenlandia agli americani. Il presidente americano ha scritto al primo ministro norvegese che, «non avendo ottenuto il Nobel per la Pace», ora si concentrerà sugli «interessi degli USA» e punta alla Groenlandia, mettendo in dubbio il diritto danese sull’isola. La risposta europea è stata immediata, quanto disordinata: la Commissione guidata da Ursula von der Leyen – che aveva risposto timidamente su X alle minacce di Trump – ha ribadito la propria solidarietà a Copenaghen e ha indetto una riunione straordinaria degli ambasciatori UE, durata tre ore, per decidere la linea comune, a cui sono seguiti poi colloqui telefonici tra Trump, il segretario NATO Mark Rutte e il premier del Regno Unito Keir Starmer. In una dichiarazione congiunta, gli otto Paesi sottoposti a sanzioni commerciali hanno affermato che «Le minacce di dazi minano le relazioni transatlantiche e rischiano di innescare una pericolosa spirale discendente». Hanno inoltre ribadito la loro “piena solidarietà” alla Danimarca e hanno raddoppiato gli sforzi per rafforzare la sicurezza nell’Artico, affermando che una missione di esplorazione congiunta delle forze europee, «non rappresenta una minaccia per nessuno».

Le capitali UE valutano contromisure senza precedenti contro Washington: dazi fino a 93 miliardi di euro o restrizioni all’accesso delle aziende americane al mercato europeo. Secondo il Financial Times le opzioni sono state preparate per rafforzare la posizione europea nei colloqui con il presidente USA al World Economic Forum di Davos. Qui, però, emergono le crepe europee che evidenziano come l’Unione sia, di fatto, una somma di interessi nazionali. Parigi spinge per attivare lo “strumento anti-coercizione”, il cosiddetto bazooka commerciale dell’UE creato nel 2023 contro le pressioni esterne. Può colpire beni, servizi e Big Tech, fino a limitare l’accesso al mercato unico. Finora mai attivato, rappresenta un deterrente teorico, ma rimane una scelta dall’impatto potenzialmente devastante per entrambe le sponde dell’Atlantico. Altri partner, in primis Berlino, frenano. La Germania ha già ritirato dopo soli due giorni, ufficialmente per il maltempo, i propri soldati dall’isola artica. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni, che ha escluso un coinvolgimento italiano nella missione congiunta nell’Artico e ha mantenuto una posizione defilata sul dossier Groenlandia, ha definito “un errore” le sanzioni imposte dalla Casa Bianca: per la premier si tratterebbe di un problema di cattiva comunicazione all’interno della NATO.

L’escalation in corso incrina la linea di pacificazione verso Trump seguita finora da Bruxelles e dai Ventisette e misura la stabilità e la coesione non solo all’interno della NATO, ma all’interno dell’UE stessa. L’accordo dell’estate scorsa, che portò i dazi sui prodotti europei al 15% azzerando quelli sui beni industriali americani, doveva garantire stabilità e sostegno USA sull’Ucraina. Fu, invece, percepito come un atto di debolezza: Mario Draghi parlò di “umiliazione”, sostenendo che l’Europa ne fosse uscita più fragile. La Commissione lo difese come prezzo necessario per la sicurezza globale e come fattore di chiarezza per le imprese. Le nuove minacce mostrano però che quella linea non ha prodotto né distensione né certezze. La resa politica di von der Leyen ha aperto la strada al neo-imperialismo trumpiano, generando un paradosso inedito: un membro della NATO, gli Stati Uniti, usa la pressione economica contro altri alleati per rivendicare un territorio che nessuno ha messo in vendita. Per l’UE la posta è esistenziale: subire equivale a certificare la propria irrilevanza, reagire significa accettare l’ingresso in una fase apertamente conflittuale. Attivare il “bazooka” aprirebbe, infatti, uno scontro con Washington; non farlo direbbe al mondo che l’Europa è permeabile alla pressione, anche quando riguarda un suo territorio. La crisi groenlandese smaschera i limiti strutturali dell’Unione, rivelando un’Europa sospesa tra dipendenza strategica dagli Stati Uniti e aspirazione all’autonomia, ma incapace di reagire in modo rapido e unitario alle pressioni esterne. La politica estera comune resta fragile, perché priva di un vero centro di gravità. Ogni capitale calibra la risposta in base al proprio legame con Washington, e il risultato è sempre lo stesso: la paralisi.

Spagna, scontro fra due treni: almeno 39 morti e oltre 75 feriti

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Continua a aggravarsi il bilancio del deragliamento avvenuto alle 19:39 di domenica sulla linea ad alta velocità Madrid-Andalusia, dove due treni si sono scontrati nei pressi di Adamuz, nella provincia di Córdoba. I soccorritori hanno recuperato almeno 39 corpi tra le lamiere dei vagoni; i feriti sarebbero oltre 75, di cui 15 in gravi condizioni. Secondo la ricostruzione preliminare, un convoglio della compagnia Iryo, in viaggio da Málaga verso Madrid, è deragliato invadendo il binario opposto e impattando un treno diretto da Madrid a Huelva. Il traffico ferroviario sulla linea resterà sospeso almeno per tutta la giornata di lunedì. È stata aperta un’indagine per accertare le cause dell’incidente.

Rimuovere asfalto per far posto al verde: il piano di Firenze contro le isole di calore

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Firenze verde isole calore alberi

Con una nuova delibera approvata dalla giunta comunale, il Comune di Firenze investirà quasi 500mila euro per rimuovere asfalto e cemento da diverse aree della città e sostituirli con superfici permeabili e nuovi alberi. L’obiettivo è ridurre le cosiddette isole di calore, quelle zone urbane in cui le temperature estive diventano significativamente più alte rispetto alle aree circostanti, rendendo l’ambiente meno vivibile e aumentando i rischi per la salute. Il cemento e l’asfalto accumulano calore durante il giorno e lo rilasciano lentamente di notte, impedendo alla città di raffreddarsi. Stu...

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Scuola, metal detector e multe: il piano sicurezza del governo

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Dopo aver annunciato l’intenzione del governo di «predisporre controlli agli ingressi» delle scuole, il ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara ha spiegato che i metal detector non saranno generalizzati, ma attivati solo negli istituti con reali problemi di sicurezza, su richiesta delle comunità scolastiche e con il via libera dei prefetti. La misura segue l’omicidio del diciottenne Abanoud Youssef e rientra nel nuovo pacchetto contro la violenza giovanile e la diffusione di coltelli a scuola. Accanto ai controlli, il governo valuta anche multe ai genitori dei minori trovati armati, da 200 a 1.000 euro, e possibili limitazioni come la sospensione di patente o passaporto.

Cile: incendi boschivi, 20mila evacuati

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“Di fronte ai gravi incendi in corso, ho deciso di dichiarare lo stato di calamità naturale per le regioni di Ñuble e Biobío”. Lo ha annunciato il presidente cileno Gabriel Boric. Circa 20.000 persone sono state evacuate a causa degli incendi boschivi, mentre restano attivi 19 roghi, concentrati nel sud del Cile. Le fiamme hanno colpito anche aree abitate come Penco e Lirquén. Non sono ancora disponibili dati su eventuali vittime o abitazioni distrutte; segnalati veicoli carbonizzati lungo le strade.

Scommettere sul crollo dell’Intelligenza Artificiale ascoltando i Pantera

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Nel film La Grande Scommessa, c’è una scena iconica in cui il protagonista Michael Burry, geniale e asociale medico prestato alla finanza interpretato da Christian Bale, scarica la tensione suonando la batteria sulle note di By Demons Be Driven dei Pantera. La pellicola ricostruisce la genesi della crisi economica del 2008, narrando come un gruppo di investitori riuscì a guadagnare miliardi di dollari scommettendo sulla caduta del sistema immobiliare statunitense. Il primo a intuire l’imminente crollo fu proprio Burry che, studiando migliaia di singoli mutui, comprese che la bolla speculativa era prossima al collasso.

Christian Bale, che interpreta Micheal Burry nel film La Grande Scommessa

La scelta della colonna sonora non è casuale: nella realtà, Burry è un profondo estimatore del metal estremo, genere che utilizza come “scudo sonoro” per isolarsi dal caos esterno e raggiungere uno stato di iper-concentrazione. Il legame con i Pantera è emerso più volte nella sua comunicazione pubblica. Burry, noto per i suoi messaggi criptici su X (spesso pubblicati e subito cancellati), ricorre frequentemente a riferimenti diretti alla band texana. Celebre è il caso del brano Walk, utilizzato come metafora durante lo scoppio di un’altra bolla speculativa, quella delle azioni GameStop nel 2021. 

Sia Walk che By Demons Be Driven fanno parte dell’album Vulgar Display of Power, pubblicato nel 1992. I Pantera erano un gruppo unico nel mondo dell’heavy metal, grazie soprattutto all’incredibile gusto chitarristico di Dimebag Darrell. Darrell non era solo un funambolo della velocità, ma il vero architetto del cosiddetto “Power Groove“. Mentre gran parte dei chitarristi metal facevano a gara a chi inseriva più note in una scala nel minor tempo possibile, Dimebag seguiva un altro registro. Riportò al centro la pesantezza del ritmo, unita a un’anima blues che rendeva i suoi riff trascinanti, quasi “danzabili” nella loro brutalità. Il suo stile era un paradosso: faceva urlare la chitarra con armonici acutissimi per poi martellare le note basse su ritmiche serrate e chirurgiche.

Ora i Pantera potrebbero di nuovo essere utilizzati come profeti di sventura. Michael Burry ha infatti messo gli occhi su un’altra bolla speculativa che secondo lui sarebbe in procinto di scoppiare: quella dell’intelligenza artificiale. Nell’ultimo anno e mezzo, Burry ha investito più di un miliardo di dollari contro Nvidia, Palantir e Oracle, le tre aziende che costituiscono l’infrastruttura principale su cui si reggono sistemi come ChatGPT e Gemini. Sostiene che le loro valutazioni siano gonfiate rispetto ai dati reali e che la loro crescita sia insostenibile nel medio periodo. Vedremo se avrà di nuovo ragione. In ogni caso, non sarebbe la fine dell’AI, bensì solo dell’irrefrenabile entusiasmo della finanza verso questo nuovo “giocattolo”, guardato oggi come una gallina dalle uova d’oro.

Tweet del 31 ottobre 2025

La fine di Dimebag Darrell e del suo gruppo, invece, è stata decretata tragicamente già da tempo. L’8 dicembre 2004, il chitarrista fu ucciso sul palco mentre suonava con la sua nuova band: i Damageplan. Un fan, rammaricato per lo scioglimento dei Pantera, decise di esprimere il suo disappunto nel tipico stile americano. Si presentò al concerto con una pistola e sparò sulla folla uccidento 4 persone, tra cui Darrel. Un’altra Volgare Dimostrazione di Potere.

Dimebag Darrell è sepolto nella sua città natale, ad Arlington, in Texas. Nel corso degli anni, tantissimi artisti dell’universo metal e non solo hanno reso omaggio alla sua musica: dai Metallica agli Alice in Chains, dai Dream Theater fino a Madonna. Periodicamente si tiene un festival in suo onore, il “Dimebash”, al quale hanno partecipato rockstar del calibro di Dave Grohl, Slayer, Slipknot e Anthrax. La sua lapide recita: «He came to rock… and rocked like no other».

Ucraina: raid russo nella notte, donna uccisa a Kharkiv

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Nella notte tra sabato e domenica, le forze ucraine hanno intercettato e abbattuto 96 droni lanciati dalle forze russe. Secondo le autorità locali di Kharkiv, un velivolo senza pilota russo ha colpito una abitazione privata nel distretto di Kholodnohirskyi, causando la morte di una donna di 20 anni e il ferimento di un’altra persona. Altri raid notturni hanno interessato zone residenziali di diverse regioni, con segnalazioni di feriti e danni a edifici abitativi. Domenica mattina è stata colpita anche Zaporizhzhia in un attacco dell’esercito di Kiev. A seguito del bombardamento, è scoppiato un incendio e oltre 200mila abitazioni sono rimaste senza elettricità.

Armi, leva e leggi di guerra: le mosse degli Stati europei paese per paese

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Negli ultimi anni, gli Stati europei hanno progressivamente spostato il baricentro delle proprie politiche dalla sola difesa “esternalizzata” a una vera e propria preparazione interna. Come dimostrano le loro recenti mosse, il risultato è, a seconda dei casi, un incremento delle spese per armamenti, l’attivazione di fondi straordinari per le forze armate, la diffusione di campagne di preparazione della popolazione, la revisione di quadri normativi per la protezione civile, l’istituzione o il rafforzamento di riserve e meccanismi di leva. Lo scorso giugno i ministri della Difesa dei 32 Paesi me...

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Attivisti di Palestine Action detenuti sospendono sciopero della fame

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Dopo 73 giorni di digiuno, si è concluso lo sciopero della fame di Heba Muraisi, Umar Khalid e Kamran Ahmed, tre attivisti di Palestine Action in custodia cautelare e in attesa di processo nel Regno Unito per disobbedienza civile. Si tratta dello sciopero della fame più lungo e organizzato dai tempi del secondo sciopero del 1981 dell’IRA in cui morì – tra gli altri – Bobby Sands. La decisione del governo di Londra di non assegnare un contratto da 2 miliardi di sterline alla filiale britannica della società israeliana di armamenti Elbit Systems ha portato alla sospensione della protesta.

La “Gaza SPA” di Trump: banchieri e affaristi per spartirsi la Striscia del futuro

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Dall’ex premier britannico Tony Blair, al presidente della Banca Mondiale Ajay Banga, passando per l’investitore miliardario americano Marc Rowan, l’immobiliarista israeliano-cipriota Yakir Gabbay e gli immancabili Steve Witkoff, Marco Rubio e Jared Kushner, genero di Trump e CEO di Affinity Partners. Sono alcuni dei nomi scelti dal presidente americano Donald Trump per il “Consiglio Esecutivo fondatore” del Board of Peace di Gaza, l’organismo incaricato di supervisionare il nuovo governo tecnico palestinese, la ricostruzione della Striscia e il percorso di smilitarizzazione. All’ex inviato ONU ed ex ministro degli Esteri bulgaro Nickolay Mladenov, sarà affidato il ruolo di “alto rappresentante” per Gaza. Più che un organo di mediazione, il board si presenta come una cabina di comando del potere economico, dove banchieri e tecnocrati riducono la pace in una pratica amministrativa e Gaza in uno spazio da ridisegnare secondo le logiche dei mercati e delle lobby statunitensi.

I nomi sono stati annunciati mentre in Egitto prende avvio la cosiddetta “Fase 2” dei negoziati tra Israele e Hamas, tramite una lettera di invito che lo stesso Trump ha indirizzato ai leader di oltre 50 Paesi e che è stata resa pubblica su X dal presidente argentino Javier Milei. «È il momento di trasformare i sogni in realtà», si legge nella convocazione. Secondo una nota della Casa Bianca, a ciascun membro sarà affidato un portafoglio «essenziale per la stabilizzazione di Gaza e per il suo successo a lungo termine». Il Comitato nazionale per l’amministrazione di Gaza (NCAG) sarà guidato da Ali Sha’ath, già viceministro dei Trasporti dell’Autorità Nazionale Palestinese. Il consiglio di amministrazione opererà sotto la guida del Consiglio per la pace, che sarà presieduto dallo stesso Trump e comprenderà membri chiave e al di sopra del governo tecnocratico palestinese. Il comitato dovrebbe includere anche leader di diversi Paesi occidentali, tra cui l’Italia, rappresentata dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni.

A opporsi pubblicamente alla composizione del Consiglio tecnico è stato il premier israeliano Benjamin Netanyahu, secondo cui l’organigramma non sarebbe stato «coordinato con Israele ed è in contrasto con la sua politica». Indiscrezioni dei media riferiscono che la pietra dello scandalo sarebbe la presenza del presidente turco, Recep Tayyip Erdogan. Secondo Haaretz, invece, l’opposizione di Netanyahu sarebbe un mero “teatro politico” per l’opinione pubblica interna, dopo un via libera dato dietro le quinte. In risposta alle critiche di Tel Aviv, nelle ultime ore, secondo Ynet, Trump avrebbe esteso l’invito a far parte del Board for Peace allo stesso primo ministro israeliano o a qualcuno che lo rappresenti.

La scelta dei componenti del consiglio rivela una mappa dei poteri diversa da quella che di solito caratterizza le mediazioni internazionali, comprendendo anche figure provenienti dal mondo della finanza globale e delle grandi aziende. Il presidente della Banca Mondiale Ajay Banga – già CEO di Mastercard, ex presidente di Exor e figura di spicco dell’economia internazionale – siede nel direttorio accanto al miliardario Marc Rowan, leader di Apollo Global Management, uno dei principali colossi del private equity statunitense e fermo sostenitore di Tel Aviv. Presenti anche il ministro del Qatar Ali Al-Thawadi, il capo dell’intelligence egiziana, generale Hassan Rashad, il ministro degli Affari Esteri degli Emirati Arabi Uniti Reem Al-Hashimi; l’imprenditore e magnate immobiliare israeliano-cipriota Yakir Gabbay e l’ex inviato ONU a Gaza Sigrid Kaad. La loro partecipazione conferma come a Washington l’agenda di ricostruzione sia strettamente intrecciata a interessi economici e strategici, che rischiano di trasformare la Gaza del futuro in un terreno di sperimentazione e spartizione per i grandi capitali. Le critiche convergono su due punti: la scarsa presenza palestinese in un organismo dominato da attori esterni e grandi interessi economici, e il timore che il Board of Peace diventi una sorta di “ONU di Trump”, un direttorio parallelo più funzionale al soft power globale, capace di aggirare la diplomazia multilaterale in favore di un club di potere guidato da Washington. La vera sfida non sarà ricostruire edifici, ma restituire voce e dignità a Gaza, evitando che la pace venga ridotta a un’operazione finanziaria decisa da banchieri e affaristi su una popolazione rimasta, ancora una volta, senza potere.