sabato 31 Gennaio 2026
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Protesta in Nigeria: la polizia usa gas lacrimogeni

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Oggi in Nigeria è esplosa una protesta contro i lavori di demolizione di una delle maggiori baraccopoli del continente. I lavori interessano l’area di Makoko, nei pressi di Lagos, e hanno causato lo sfollamento di migliaia di persone. A protestare, gli stessi residenti che hanno marciato verso la Camera dell’Assemblea dello Stato di Lagos per contestare le demolizioni. La polizia ha reagito lanciando gas lacrimogeni contro i manifestanti, ferendone almeno uno.

10 nazioni hanno avviato un mega progetto per produrre energia eolica nel Mare del Nord

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Il Mare del Nord punta a diventare un nuovo nodo strategico della geopolitica energetica europea. Dieci Paesi – Belgio, Danimarca, Francia, Germania, Islanda, Irlanda, Lussemburgo, Paesi Bassi, Norvegia e Regno Unito – hanno infatti firmato lo scorso 26 gennaio una dichiarazione congiunta per sviluppare almeno 100 gigawatt (GW) di eolico offshore entro il 2050, in quello che si configura come uno dei più ambiziosi impegni di cooperazione energetica mai assunti in Europa.

Riuniti ad Amburgo in occasione del terzo vertice sulla cooperazione energetica e la sicurezza nella regione del Mare del Nord, le dieci nazioni hanno firmato la Hamburg Declaration, con l’obiettivo dichiarato di trasformare il Mare del Nord nel “più grande bacino di energia pulita” al mondo. La nuova capacità installata sarà già sufficiente ad alimentare circa 143 milioni di abitazioni, contribuendo a ridurre del 30% i costi di produzione dell’energia nei prossimi 15 anni. L’accordo si inserisce in un percorso avviato tre anni fa, quando i Paesi affacciati sul Mare del Nord avevano concordato di raggiungere 300 GW di capacità eolica offshore entro il 2050, in risposta alla guerra tra Russia e Ucraina e all’uso dell’energia come leva geopolitica. Almeno un terzo di quella capacità era previsto che derivasse per l’appunto da progetti congiunti, tra cui nuove “risorse ibride” nell’eolico offshore, quali parchi eolici in mare collegati direttamente a più di un Paese tramite interconnettori multiuso (MPI). Sebbene esista già una rete di cavi sottomarini che collega le reti elettriche dei Paesi europei, l’intesa segna la prima volta in cui i parchi eolici saranno collegati direttamente a più nazioni, pur non senza contraddizioni. Dalla Norvegia temono ad esempio che l’energia tramite MPI possa essere venduta all’estero a scapito dei benefici per i consumatori interni. Ma dal Regno Unito rassicurano che l’uso degli MPI ridurrebbe la quantità di infrastrutture necessarie per trasportare l’elettricità, riducendo l’impatto sulle comunità costiere e sull’ambiente.

Dal lato industriale, le aziende della filiera eolica si impegnano a mobilitare fino a 1.000 miliardi di euro di attività economica in Europa, creare oltre 90.000 nuovi posti di lavoro entro il 2031 e investire 9,5 miliardi di euro nella catena di approvvigionamento, dalle turbine alle infrastrutture portuali. Il ritmo previsto è di circa 15 GW di nuova capacità offshore all’anno tra il 2031 e il 2040, ma il punto di partenza non è comunque marginale. Secondo WindEurope, l’Unione europea conta oggi 37 gigawatt di eolico offshore installati in 13 Paesi, con oltre 6.000 turbine operative. Il Mare del Nord è già il principale hub mondiale: 101 parchi in funzione per circa 30 GW complessivi. La sua trasformazione da storico bacino di petrolio e gas a grande centrale elettrica rinnovabile rappresenta – secondo il gruppo di esperti energetici Ember – una delle opportunità strategiche più rilevanti per l’Europa, ma il successo dipenderà dalla capacità di rafforzare la cooperazione tra Stati. Finora, infatti, lo sviluppo dell’eolico offshore è stato rallentato da diversi ostacoli: meccanismi di gara poco efficienti, aumento dei costi di finanziamento e colli di bottiglia nelle filiere industriali. Senza contare che la cooperazione transfrontaliera richiede standard condivisi e gestione comune, elementi che richiederanno anni di lavoro e negoziazione politica. Ad ogni modo, l’impatto dell’alleanza non si limiterà al Mare del Nord. La spinta su larga scala all’eolico offshore è destinata a influenzare il prezzo dell’energia e il mercato europeo dei componenti, con effetti indiretti anche su altre aree, come quella Mediterranea, dove numerosi progetti sono in fase di valutazione. In Italia, il Piano nazionale integrato per l’energia e il clima (PNIEC) prevede l’installazione di 2,1 GW di eolico offshore entro il 2030, un obiettivo giudicato tuttavia debole rispetto alle indicazioni europee che puntano ad almeno 8 GW. Nel complesso, il quadro generale è però favorevole alle rinnovabili, con l’anno appena trascorso in cui eolico e solare hanno superato le fonti fossili nella produzione elettrica dell’UE.

L’altra faccia della medaglia resta la dipendenza dal gas. Sul fronte delle forniture, Bruxelles ha deciso di interrompere definitivamente le importazioni di gas russo entro il 2027, il quale rappresentava ancora il 13% delle importazioni energetiche europee, per un valore superiore ai 15 miliardi di euro. Inevitabile il passaggio ad una rafforzata dipendenza dal più costoso e impattante Gas Naturale Liquefatto (GNL) degli Stati Uniti, il quale rappresenta oggi già il 57% del GNL importato dall’Ue, una quota che potrebbe salire al 75-80% entro il 2030. Una possibilità ribadita dallo stesso presidente USA Donald Trump al World Economic Forum di Davos, dove con l’occasione ha anche liquidato le turbine eoliche come un investimento «da perdenti». È proprio in questa provocazione che va letta la spinta europea sull’eolico offshore come strumento di riscatto, sicurezza e autonomia energetica. «Stiamo difendendo il nostro interesse nazionale promuovendo l’energia pulita, che può far uscire il Regno Unito dalle montagne russe dei combustibili fossili e garantirci sovranità e abbondanza energetica», ha dichiarato il segretario britannico all’Energia, Ed Miliband, sintetizzando una visione condivisa da diversi governi europei: ridurre l’esposizione ai mercati globali del gas significa limitare la vulnerabilità economica e geopolitica del continente. In questa chiave, l’investimento massiccio sull’eolico nel Mare del Nord è una scelta di autonomia strategica, pensata per ridurre strutturalmente il ruolo del gas nel mix energetico europeo e restituire agli Stati membri un maggiore controllo sul proprio futuro energetico.

Perché si discute tanto del concetto di “consenso” nel nuovo ddl stupri

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Nella giornata di ieri, la Commissione Giustizia del Senato ha adottato il testo base dell’art. 609 bis del Codice Penale sulla violenza sessuale, apportando una modifica centrale al testo inizialmente proposto. La prima proposta di modifica, infatti, introduceva il concetto di «consenso libero e attuale», senza il quale l’atto sessuale poteva essere considerato stupro. Ora, questa è stata cancellata e sostituita dalla «volontà contraria», che deve essere valutata in base alla situazione e al contesto in cui è commesso l’atto. Si tratta di una differenza all’apparenza minima nei termini, ma fondamentale nella sostanza perchè potenzialmente in grado di spostare l’onere della prova da chi ha perpetrato l’abuso a chi lo ha subito.

Il concetto di consenso è stato introdotto per poter applicare correttamente la Convenzione di Istanbul sulla lotta e prevenzione della violenza di genere (ratificata dall’Italia nel 2014), che definisce lo stupro come atto sessuale «compiuto su una persona senza il suo consenso». Si tratta di una modalità di procedere già adottata a livello europeo da altri Paesi, come la Francia e la Spagna. Nel nostro sistema, sottolinea Amnesty, attualmente l’art. 609bis del Codice Penale collega il reato di stupro alla violenza, alla minaccia, all’inganno o all’abuso di autorità. I critici del sistema attuale sostengono dunque che, in assenza di questi elementi, secondo un pregiudizio comunemente diffuso, la responsbilità della violenza è attribuita alla donna. Per questo motivo, il tema del consenso è centrale nel dibattito.

La precedente proposta di modifica dell’art. 609, che vedeva d’accordo tanto Fratelli d’Italia quanto il PD, introduceva la dicitura «Chiunque compie o fa compiere o subire atti sessuali a un’altra persona senza il consenso libero e attuale di quest’ultima è punito con la reclusione da sei a dodici anni». La versione del testo approvata ieri, invece, elimina del tutto la dicitura «consenso libero e attuale» e aggiunge che «la volontà contraria all’atto sessuale deve essere valutata tenendo conto della situazione e del contesto in cui il fatto è commesso. L’atto sessuale è contrario alla volontà della persona anche quando è commesso a sorpresa ovvero approfittando della impossibilità della persona stessa, nelle circostanze del caso concreto, di esprimere il proprio dissenso».

Giulia Bongiorno, autrice della modifica, ha spiegato in un’intervista che questa modifica rappresenta un «ampliamento della tutela per le vittime di violenza» rispetto alla legislazione attuale, in quanto sottolinea che è «reato ogni atto contro la loro volontà». Bongiorno spiega che la dicitura «consenso libero e attuale» poteva, «secondo alcuni», invertire l’onere della prova, ovvero «imponeva all’imputato una serie di prove a volte impossibili da fornire». La persona accusata di stupro, in poche parole, avrebbe dovuto presentare prove del consenso della donna difficilmente producibili. Con il nuovo testo, invece, «si valorizza la volontà della donna senza alterare le dinamiche processuali».

Tuttavia, secondo molti avvocati e associazioni per la tutela contro la violenza di genere, il nuovo testo ha l’obiettivo di spostare interamente sulla donna la responsabilità di provare la contrarietà al rapporto sessuale. «Si dà per scontata la disponibilità sessuale delle donne, a meno che lo stupratore non capisca chiaramente un no. Sappiamo bene che il consenso non sempre è la mancanza del no: o la modifica dell’art. 609bis del Codice Penale va nella direzione del consenso, oppure non ci deve essere» ha commentato Cristina Carelli, presidente dell’associazione D.i.Re. (Donne in Rete contro la violenza). «Chiedere a chi subisce una violenza di “dimostrare il dissenso” significa proteggere chi stupra e colpevolizzare chi è vittima» commenta l’associazione Unione Donne in Italia.

Referendum magistratura, il TAR conferma le date

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Il referendum sulla magistratura si terrà il 22 e il 23 marzo. A sancirlo è il tribunale amministrativo regionale del Lazio, respingendo il ricorso presentato dal comitato promotore per la raccolta di firme per il referendum sulla riforma, che contestava la scelta della data da parte del Consiglio dei Ministri. Il comitato lamentava la tempestività dell’atto del governo e chiedeva di bloccarne l’efficacia, ma il Tar ha bollato i motivi del ricorso come «infondati».

Corona contro Mediaset, nella guerra dei poteri marci è tutto “falsissimo”

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La battaglia mediatica e giudiziaria tra Fabrizio Corona e Alfonso Signorini, che poi in realtà si è trasformata in una guerra tra l’ex agente dei paparazzi e Mediaset, sta monopolizzando social e canali di informazione. Da una parte l’azienda fondata da Silvio Berlusconi, oggi guidata dal figlio Piersilvio, e dall’altra Fabrizio Corona, che, con il programma online “Falsissimo” (che già dal nome scimmiotta il “Verissimo”, condotto dalla moglie di Piersilvio, Silva Toffanin), ha lanciato accuse pesantissime a uno dei conduttori di punta e a tutto il sistema televisivo della galassia Berlusconi. Mentre il mondo brucia e in Italia assistiamo allo scontro frontale tra governo e magistratura, il rilievo assunto da questa vicenda nel racconto quotidiano dei media, più che chiarire i contorni dello scontro, finisce per trasformarla in un sintomo rivelatore del livello a cui è stato ridotto il discorso pubblico.

A dicembre 2025 Corona ha pubblicato una puntata dedicata al presunto “sistema Signorini”, sostenendo l’esistenza di un meccanismo di ricatti e favori a sfondo sessuale legato al casting del Grande Fratello. Corona finisce indagato per “revenge porn” (per la diffusione di chat private ritenute “intime” tra Signorini e terze persone, incluso un ex concorrente del programma), a seguito della denuncia dello stesso Signorini. Il 30 dicembre 2025 la Procura di Milano iscrive Signorini tra gli indagati per estorsione e violenza sessuale come “atto dovuto” dopo la denuncia dell’ex concorrente in questione, Antonio Medugno. A gennaio 2026, Signorini passa al contrattacco in sede civile e il Tribunale di Milano, con un provvedimento d’urgenza, blocca la nuova puntata su di lui e ordina anche la rimozione delle due precedenti. La motivazione è che non emerge un interesse pubblico.

A questo punto Corona annuncia il ricorso in appello, grida allo scandalo, cercando di passare come paladino dell’informazione contro i “poteri forti” parlando di censura, e sui social spiega che: “Noi, trattative non ne facciamo, se mi volete fermare sparatemi. Se non vinco l’appello, andrò a Roma, davanti al Parlamento, costruirò un palchetto, metterò un ledwall e in mezzo a tutti voi pubblicherò l’ultima parte del sistema Signorini, con tutti i documenti, che oggi non posso pubblicare”.

Mentre tutta l’Italia sembra schierata per fare il tifo per una fazione o per l’altra, bisognerebbe iniziare a distinguere i piani. Mediaset non è certo un tempio di purezza morale: logiche di potere, ambiguità editoriali e spettacolarizzazione del privato fanno parte da anni del suo DNA. Ed è proprio da lì che nasce una deriva televisiva fatta di dolore esibito come format, di conflitti personali trasformati in intrattenimento, di vite scomposte e ricomposte in funzione dell’audience. Una televisione che spesso confonde il racconto con l’umiliazione, l’approfondimento con il voyeurismo e che ha contribuito a rendere ordinaria l’esposizione forzata della sfera personale come linguaggio popolare. Un paradosso, se si considera che molti di coloro che si autoproclamano professionisti dell’informazione finiscono poi per limitarsi a rilanciare veline governative o comunicati di comodo, senza mai disturbare davvero il manovratore, senza mai mettere in discussione i centri reali di potere.

Lo spirito guascone di Corona, va detto, può anche risultare seducente: l’atteggiamento da guastatore, che sfida ipocrisie e conformismi, intercetta un bisogno diffuso di andare oltre l’ipocrisia del piccolo schermo. Il problema è che quell’anti-sistema è in larga parte una messinscena: Corona quel sistema lo conosce, lo frequenta e ne ha sempre fatto parte, beneficiandone finché ha funzionato: con Signorini, che è anche il direttore del settimanale di gossip Chi, edito da Mondadori, ha lavorato per anni fornendo i propri servizi fotografici. Corona non è un whistleblower, né un giornalista, né tantomeno un martire dell’informazione: è un pregiudicato, condannato in via definitiva per estorsione nella lunga querelle dei “foto-ricatti” e per bancarotta fraudolenta per il fallimento della sua agenzia fotografica. Da sempre costruisce consenso e visibilità forzando sistematicamente i limiti tra informazione, spettacolo e violazione dei diritti altrui. Esiste una differenza netta, giuridica e deontologica, tra fare informazione e diffamare, tra denunciare fatti di interesse pubblico e diffondere chat, immagini o contenuti sensibili che non aggiungono nulla alla comprensione dei fatti ma ledono la dignità delle persone coinvolte. Rivendicare la “verità” mentre si monetizza l’esposizione del privato altrui non è giornalismo: è un modello di spettacolo che usa il linguaggio dell’inchiesta per giustificare pratiche che con l’interesse pubblico hanno ben poco a che fare.

Meta, TikTok, Snapchat e YouTube a processo: “danneggiano i minori”

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Le piattaforme di Meta, Snapchat, TikTok e persino YouTube – in pratica i principali social media al mondo – sono state convocate in tribunale con l’accusa di essere progettate per generare dipendenza tra i più giovani. Il processo, primo di una serie di azioni legali attese sul tema, vedrà sfilare in aula alcuni dei massimi dirigenti del settore, tra cui Mark Zuckerberg, l’uomo alla guida di Instagram, Facebook e WhatsApp. Con premesse simili, non sorprende che, a pochi giorni dall’avvio del dibattimento, alcune di queste aziende abbiano scelto di correre ai ripari, avviando trattative con l’accusa e raggiungendo accordi extragiudiziali.

Il caso, approdato alla Corte Suprema di Los Angeles, vede una giovane donna identificata negli atti come K.G.M. accusare le Big Tech sopracitate di aver progettato e immesso sul mercato prodotti che, consapevolmente o meno, favorirebbero dipendenza, depressione e traumi psicologici tra i giovani utenti. È un’accusa tutt’altro che nuova: anni di ricerche sugli usi problematici dei social media ne hanno alimentato la credibilità, tuttavia finora la questione era rimasta al di fuori delle aule giudiziarie grazie alla controversa “Section 230”, la norma statunitense che scherma le piattaforme dalla responsabilità per i contenuti generati dagli utenti. In questo scudo apparentemente invalicabile si è però incrinato: lo scorso novembre la giudice della Corte Superiore Carolyn Kuhl ha stabilito che il caso di K.G.M., insieme a quelli di altri due querelanti – Heaven Moore e R.K.C. – può effettivamente andare a processo.

Oggi, martedì 28 gennaio, prenderà il via la selezione della giuria presso la Corte Superiore di Los Angeles. A poche ore da questa tappa cruciale, ByteDance – la società che controlla TikTok – ha raggiunto un accordo extragiudiziale con i legali dell’accusa, i cui termini non sono stati resi pubblici. Solo una settimana fa era stata Snap, l’azienda dietro Snapchat, a chiudere la propria posizione in modo amichevole, evitando il confronto in aula. Meta, invece, in vista dell’imminente processo, continua a sostenere una linea difensiva aggressiva, definendo le accuse della querelante come una “narrazione fuorviante”. Sempre Meta aveva anche cercato disperatamente di convincere i giudici a impedire che i suoi dirigenti potessero essere convocati a testimoniare, ma la richiesta è stata negata.

Non è certo la prima volta che i leader della Silicon Valley si trovano a deporre. La loro audizione davanti al Congresso statunitense nel 2018 è ormai entrata nella storia, così come quella del 2024 sui presunti danni dei social media ai minori, occasione in cui Mark Zuckerberg espresse cordoglio per i lutti subiti da alcune famiglie, senza però assumersi alcuna responsabilità concreta. Questa volta, però, il contesto è radicalmente diverso. Le aziende e i loro dirigenti non potranno limitarsi a risposte evasive con lo scopo di salvarsi da dichiarazioni compromettenti: dovranno convincere un’intera giuria della loro innocenza o, quantomeno, persuaderla che il danno subito da K.G.M. non sia stato causato o favorito dai loro algoritmi, ma derivi esclusivamente dai contenuti pubblicati dagli altri utenti.

A prescindere dall’esito del processo, è evidente che si sta avvicinando una tempesta. Negli ultimi mesi diversi giudici hanno messo in discussione l’uso della Section 230 come scudo assoluto dalla responsabilità delle piattaforme social, aprendo la strada a una raffica di class action e cause federali pronte ad abbattersi sulle Big Tech. Un’ondata che promette di portare alla luce documenti interni e testimonianze destinate ad avere un peso giuridico significativo. Tra i casi di maggior rilievo spicca un’azione legale avviata nel New Mexico, in cui Meta è accusata di non aver fatto abbastanza per prevenire gli abusi sessuali sui minori all’interno delle proprie piattaforme. In questo procedimento, l’azienda ha presentato un’istanza per escludere dal dibattimento una serie di studi, ricerche e articoli che analizzano il rapporto tra social media e salute mentale infantile. Ha chiesto inoltre che venga evitato qualsiasi riferimento ai presunti legami tra l’uso dei social e i suicidi adolescenziali, così come alle finanze di Meta, al passato di Mark Zuckerberg o al chatbot di intelligenza artificiale sviluppato dall’azienda.

Amazon licenzierà 16mila dipendenti

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Il colosso della logistica e della tecnologia Amazon ha annunciato che licenzierà 16.000 dipendenti negli Stati Uniti, in Canada e in Costa Rica. La notizia era stata anticipata dai media lo scorso fine settimana, ma è stata confermata oggi dall’azienda. Essa arriva dopo il licenziamento di altri 14.000 dipendenti dello scorso ottobre. Lo scopo dei licenziamenti è quello di tagliare i costi per il personale e investire maggiormente in tecnologie IA. L’azienda ha inoltre annunciato che il prossimo 2 febbraio chiuderà tutti i punti vendita di Amazon Go e Amazon Fresh.

La tassa italiana sull’e-commerce cinese sta avendo effetti disastrosi

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La tassa introdotta dal governo italiano sui pacchi di valore inferiore ai 150 euro provenienti dai Paesi extra Ue – in particolare dalla Cina – sta avendo effetti disastrosi sui traffici e gli aeroporti italiani. Le compagnie del commercio online, infatti, hanno trovato vari stratagemmi per aggirare il dazio, facendo perdere al solo scalo di Malpensa oltre 30 voli merci dal primo di gennaio, ossia da quando l’imposta è entrata in vigore. Il tributo, del valore di due euro, è stato pensato con l’esplicito obiettivo di limitare l’ingresso di merci a basso costo e recuperare allo stesso tempo risorse per i conti pubblici. Tuttavia, i primi risultati non sono affatto positivi, in quanto non solo la misura non sta permettendo di raggiungere gli obiettivi sperati, ma sta penalizzando il sistema logistico italiano. Per questo motivo, Forza Italia ha presentato un emendamento al decreto Milleproroghe per sospendere la tassa.

L’Italia ha anticipato l’imposta di tre euro approvata dall’Unione europea, che entrerà in vigore il prossimo primo luglio, con l’obiettivo di colmare un vuoto di bilancio creato dalla cancellazione della tassa sui dividendi finanziari. L’imposta – approvata con l’ultima legge finanziaria – si applica alle spedizioni destinate ai consumatori finali: sono incluse sia le spedizioni destinate ad operatori commerciali che quelle inviate da un privato a un altro privato. In questo modo, il governo pensava di ricavare tra i 120 e i 245 milioni di euro all’anno. Cosa che però non si sta verificando grazie alla capacità dei colossi dell’e-commerce di aggirare il dazio. Le grandi piattaforme come Shein, Temu e AliExpress dispongono di strutture logistiche in tutta Europa che permettono loro di riorganizzare rapidamente le rotte di spedizione: uno dei metodi più diffusi consiste nel fare arrivare le merci in altri Paesi europei dove la tassa non è ancora in vigore per poi trasferirle in Italia su gomma. La soluzione su gomma è molto più economica del trasporto aereo diretto che, con migliaia di piccoli pacchi, può comportare un aggravio fino a ventimila euro per volo rispetto allo scorso anno. Il trasporto su camion, invece, può costare intorno ai tremila euro. Questa soluzione però implica un maggiore inquinamento e, dunque, è in contrasto con gli obiettivi ambientali di riduzione delle emissioni.

Andrea Cappa, direttore generale di Confetra, la Confederazione generale italiana dei trasporti e della logistica, ha spiegato che il governo italiano non ha tenuto conto di un elemento importante, ossia che le aziende di e-commerce trovano sempre il modo di fare arrivare la merce, aggiungendo oltre al danno anche la beffa: «Non incassiamo il contributo, le merci entrano comunque, aumentano i camion e l’inquinamento, e perdiamo traffici, occupazione e fatturato». Secondo Cappa, dall’inizio dell’anno l’aeroporto di Malpensa, uno dei principali centri cargo italiani, avrebbe perso oltre trenta voli merci. Le destinazioni alternative scelte dalle aziende sarebbero scali come Liegi, Budapest, Francoforte, Colonia e Parigi. Anche i dati resi disponibili dall’Agenzia delle dogane mostrano una diminuzione dei flussi: nei primi quindici giorni del 2026 le spedizioni sotto i 150 euro sono scese di circa il 40% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.

Considerati i risultati disastrosi, Confetra ha proposto un emendamento al decreto Milleproroghe per rinviare l’entrata in vigore della misura a luglio, «così da avere il tempo necessario per costruire un coordinamento a livello europeo, unica strada per rendere davvero efficace qualsiasi intervento». La proposta è stata raccolta dal centrodestra, in particolare da Forza Italia, che ha proposto uno slittamento della misura al primo luglio, quando entrerà in vigore anche la tassa europea. Erica Mazzetti, deputata in commissione Ambiente, ha firmato un emendamento al decreto Milleproroghe – che ora si trova in Parlamento – con cui si chiede il rinvio della tassa. Nel momento in cui tutti i Paesi europei applicheranno il dazio sarebbe, infatti, molto più difficile per le piattaforme di e-commerce aggirare l’ostacolo. Considerato il danno causato in poche settimane, il governo potrebbe correre ai ripari rimandando la norma: sebbene, infatti, il gettito stimato proveniente dalla tassa si aggiri intorno ai 61 milioni di euro, si tratta di una cifra in gran parte teorica. La sospensione, invece, permetterebbe all’Italia di recuperare quei voli che ora si dirigono all’estero, evitando ulteriori perdite al settore logistico italiano.

“Comunità pianificate”: il nuovo modello abitativo per controllare i palestinesi a Gaza

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Controlli biometrici agli ingressi e alle uscite; check-points e sorveglianza degli spostamenti; portafogli elettronici in shekel per controllare i trasferimenti bancari, insieme a una riscrittura della storia che normalizza l’occupazione israeliana sui territori palestinesi.
La chiamano «comunità pianificata» ed è il nuovo possibile modello per una serie di campi residenziali da costruire sulle macerie di Gaza. Di fatto, un nuovo esperimento sociale, un panopticon basato sulle tecnologie biometriche, descritto come un «caso di studio» e finanziato interamente dagli Emirati Arabi Uniti. Un progetto che rischia di essere il modello per la ricostruzione della Striscia di Gaza.

Il piano dettagliato è stato presentato il 14 gennaio a un gruppo di donatori europei presso il Centro di Coordinamento Civile Militare (CCMC) di Kyryat Gat (nel sud di Israele), l’organismo a guida americana istituito nell’ottobre 2025 con l’accordo di pace a firma Trump che avrebbe dovuto coordinare gli sforzi di stabilizzazione e soccorso nella Striscia di Gaza. I documenti della presentazione sono stati svelati da un’inchiesta giornalistica di Drop Site News e poi dal The Guardian. Già lo scorso novembre era stata diffusa la notizia che l’amministrazione Trump stesse progettando nell’area occupata e controllata dall’esercito israeliano complessi residenziali chiamati «comunità sicure alternative» per «ospitare» (ovvero rinchiudere) i palestinesi di Gaza. Ora, se ne ha la conferma.

Secondo l’analisi delle immagini satellitari effettuata da Forensic Architecture, sembra che la prima di queste «comunità pianificate» sia già in fase di preparazione su un terreno di 1 km quadrato a Rafah, all’incrocio di due corridoi militari. Circa 25mila residenti palestinesi avranno accesso a servizi di base come istruzione, assistenza sanitaria e acqua corrente. Ma il prezzo, è alto. Per entrarvi bisogna ottenere un numero di identificazione personale che verrà rilasciato tramite un’accurata selezione dalle autorità in coordinamento con il COGAT, il ramo dell’esercito israeliano che sovrintende agli affari civili palestinesi nell’occupazione della Cisgiordania e di Gaza. Secondo le informazioni ottenute, verranno privilegiate le «famiglie estese intatte» (una grossa rarità da trovare a Gaza dopo oltre due anni di genocidio), residenti con una certa professionalità (professori, medici, personale amministrativo, professionisti della finanza) e gli abitanti che già vivevano nell’area, mentre si escluderanno tutti coloro che sono considerati «elementi di Hamas» o loro affini. Anche il sistema educativo verrà strettamente controllato e riscritto dagli Emirati Arabi Uniti, il Paese arabo che più ha normalizzato i rapporti con israele, per «impedire che una popolazione priva di istruzione e senza occupazione si dedichi ad attività inadeguate». Cosa si intenda con “attività inadeguate” sembra palese: riscrivere la storia per evitare di ritrovarsi giovani palestinesi che vogliono combattere Israele. Dimenticando, inoltre, che nonostante la brutale occupazione israeliana, i palestinesi di Gaza e della Cisgiordania avevano uno dei tassi di alfabetizzazione più alti al mondo, che nel 2020 ha superato il 97%, con alti tassi di iscrizione all’istruzione secondaria e superiore.

Lo smantellamento di UNRWA, l’Agenzia ONU per i rifugiati palestinesi che da decenni si occupa di garantire servizi come sanità e istruzione, insieme al blocco delle ONG internazionali che operavano sul territorio, è uno dei tasselli fondamentali per la riuscita del piano illustrato al CCMC e che ha ottenuto il benestare di Israele. In questo modo, si elimina ogni alternativa, per obbligare i palestinesi ad accettare queste forme abitative, spingendoli tramite l’arma della fame e della necessità a essere parte di questo nuovo esperimento sociale e tecnologico. Il tutto, in nome della “sicurezza”.

I progettisti prevedono diverse iniziative per «prevenire l’influenza di Hamas», con l’introduzione di portafogli elettronici in shekel per «mitigare la diversione di beni e fondi verso i canali finanziari di Hamas», sostituendo l’economia gazawa basata in gran parte sulla moneta contante. La presentazione non menziona il fatto che Israele sta limitando l’ingresso di merci a Gaza da oltre 20 anni. Un portavoce dell’IDF ha affermato che Israele non parteciperà alla costruzione o alla gestione del complesso degli Emirati Arabi, ma che sarà l’ISF (la Forza Internazionale di Stabilizzazione) a partecipare con le sue truppe sul campo. Non è specificato chi effettuerà i controlli per l’accesso o gestirà la raccolta di dati biometrici.

«Questa comunità che sta per essere realizzata a Rafah costituirà il modello su cui basarsi per approfondire e ampliare il controllo israeliano», ha dichiarato a Drop Site Jonathan Whittall, un alto funzionario delle Nazioni Unite in Palestina tra il 2022 e il 2025, dopo aver esaminato una trascrizione dei materiali. «Questa è la fase successiva nella militarizzazione degli aiuti». L’esperto specifica: «Dopo che Gaza è stata rasa al suolo, affamata e deliberatamente sottoposta ad assedio negli ultimi anni, queste “nuove” comunità costruite sulle macerie delle case della popolazione non sono solo laboratori di governance per testare il controllo e la sottomissione definitivi, ma sono anche la reincarnazione dei campi profughi. Sono progettate per contenere una nuova generazione di palestinesi espropriati, efficacemente selezionati e confinati in zone sempre più ristrette controllate da Israele in cambio della sopravvivenza. Nel frattempo, le cosiddette “zone rosse” rimangono sotto assedio, sempre più isolate da un sistema umanitario che viene deliberatamente ostacolato».

Intanto, nella Striscia di Gaza, Israele continua a bombardare. Ieri, 27 gennaio, due palestinesi sono stati uccisi a Gaza City, mentre aerei da guerra israeliani hanno lanciato raid aerei a Rafah, a Gaza e Khan Younis, accompagnati da pesanti raffiche di fuoco provenienti da veicoli militari. La marina israeliana ha anche attaccato con colpi di arma da fuoco e bombardamenti i pescherecci palestinesi al largo della costa di Khan Younis. Mentre il silenzio dei media è gia calato sulla Striscia, e si parla di “fase due” di un cessate-il-fuoco mai iniziato, salgono a 488 il numero di palestinesi uccisi dai militari di Tel Aviv dagli accordi dell’11 ottobre, e a 1350, il numero dei feriti registrati. Almeno 1300 le violazioni del cessate-il-fuoco commesse da Israele.

I portuali del Mediterraneo hanno proclamato lo sciopero internazionale contro il riarmo

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Da Genova a Bilbao, da Tangeri ad Antalya, il 6 febbraio almeno 21 porti del Mediterraneo si fermeranno in una giornata di sciopero internazionale contro il riarmo europeo, la guerra e il traffico di armi. Dieci scali italiani incroceranno le braccia insieme a quelli di Grecia, Spagna, Marocco e Turchia, bloccando per 24 ore uno dei cuori logistici del commercio globale. Una mobilitazione che intreccia la solidarietà con la Palestina al rifiuto di trasformare i porti in retrovie militari e che prende di mira quella che i promotori definiscono “economia di guerra”: un sistema che scarica i costi sui lavoratori e alimenta gli interessi dell’industria bellica.

«I portuali non lavorano per le guerre» è lo slogan che sintetizza l’opposizione dei portuali alla movimentazione di merci belliche e al crescente riarmo europeo. Promossa dall’Unione Sindacale di Base (USB) insieme ad altri sindacati portuali di diversi Paesi – Enedep (Grecia), LAB (Paesi Baschi), Liman-Is (Turchia) e ODT (Marocco) – la mobilitazione punta a smascherare il legame tra porti, logistica globale e industria bellica: una filiera in cui la militarizzazione degli scali si traduce anche in arretramenti su diritti, salari e tutele per la salute e la sicurezza dei lavoratori. Al centro delle rivendicazioni c’è innanzitutto la richiesta di fermare il flusso di armamenti dai porti verso i teatri di guerra, con un’attenzione particolare alle spedizioni dirette in Palestina, e l’invito rivolto a governi e amministrazioni locali ad adottare un embargo commerciale nei confronti di Israele. I sindacati contestano inoltre il piano di riarmo dell’Unione europea e la progressiva militarizzazione degli scali e delle infrastrutture strategiche, rifiutando che la corsa alle armi diventi il pretesto per nuove privatizzazioni e per processi di automazione che mettono a rischio posti di lavoro e diritti.

Lo sciopero internazionale del 6 febbraio si inscrive in una lunga serie di lotte nei porti del Mediterraneo contro il traffico di armi e la guerra. A partire dal giugno 2025, portuali francesi a Fos-sur-Mer hanno bloccato un container con 14 tonnellate di componenti per mitragliatrici destinate all’esercito israeliano, rifiutandosi di caricarlo su una nave della compagnia israeliana ZIM e dichiarando di non voler partecipare al genocidio in corso a Gaza. L’azione ha avuto eco anche in Italia, con lavoratori di Genova e altri collettivi che hanno sorvegliato la nave nelle fasi di scalo e annunciato presidi per impedire eventuali carichi bellici simili nel loro porto. A Ravenna, nel settembre 2025, la combinazione di proteste di portuali e cittadini ha portato le istituzioni locali e la società di gestione del porto a impedire l’imbarco di container di munizioni provenienti dalla Repubblica Ceca su una nave diretta a Haifa, dopo che lavoratori avevano segnalato la presenza del carico e migliaia di persone avevano manifestato lungo le banchine del porto. Queste azioni non sono eventi isolati, ma parte di un impulso più ampio del movimento portuale europeo contro la complicità nell’invio di armamenti verso teatri di guerra, con richieste esplicite di bloccare le esportazioni di armi verso Israele e di interrompere l’utilizzo dei porti civili per finalità militari. In Italia queste iniziative hanno dialogato con mobilitazioni più vaste, come lo sciopero nazionale del 22 settembre 2025 in solidarietà con la popolazione di Gaza, che ha coinvolto trasporti, portualità e altri settori in proteste e blocchi diffusi contro la cooperazione militare e commerciale con Israele.

La giornata del 6 febbraio è stata pensata per essere internazionale e si prevede l’adesione di porti europei e nordafricani. Alcuni scali come Pireo (Grecia), Bilbao (Spagna), Tangeri (Marocco) e Antalya (Turchia) figurano tra quelli già confermati, oltre a dieci porti italiani come Genova, Trieste, Livorno, Ancona, Civitavecchia, Ravenna, Salerno, Bari, Crotone e Palermo. L’organizzazione logistica dello sciopero prevede blocchi e manifestazioni coordinate: alcuni porti inizieranno le azioni alle prime ore del mattino, altri concentreranno le mobilitazioni nel tardo pomeriggio o alla sera, in base anche alle differenze di fuso orario nel bacino mediterraneo. Un blocco di 24 ore nei porti del Mediterraneo può incidere sulle catene globali e, al tempo stesso, scardinare il ruolo passivo assegnato ai lavoratori nei settori strategici, aprendo la strada a una nuova stagione di lotte transnazionali fondate sulla solidarietà tra gli scali del Mediterraneo.