Per molte donne, arrivare a una diagnosi di endometriosi, malattia estremamente invalidante sulla quale fino a tempi recenti non sono stati condotti studi adeguatamente approfonditi, significa attraversare anni di dolore e segnali difficili da interpretare. Le indicazioni cliniche più recenti e gli studi condotti su ampie basi di dati stanno però ora compiendo passi avanti, rendendo possibile anticiparne il riconoscimento: allargando lo sguardo sui sintomi che si manifestano in tutto il corpo e riducendo così il ricorso immediato a procedure invasive.
L’endometriosi è una malattia cronica che ...
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La mattina del 28 marzo, Ansar Allah, il gruppo yemenita meglio noto con il nome di Houthi, ha scagliato il suo primo missile contro Israele dallo scoppio della nuova guerra del Golfo. Il movimento è stato categorico: le operazioni continueranno «fino a quando l’aggressione non cesserà su tutti i fronti di resistenza». La sua discesa in campo apre un nuovo fronte di guerra in Asia Occidentale: il coinvolgimento di Ansar Allah, rischia di allargare ulteriormente l’orizzonte del conflitto, costringendo a intervenire i Paesi del Golfo – prima fra tutti l’Arabia Saudita -, già impegnati a esercitare pressioni su Trump per spingerlo a intensificare gli attacchi su Teheran. Il pericolo più concreto è quello di una eventuale chiusura dello Stretto di Bab el Mandeb, sul Mar Rosso, che rischierebbe di trascinare forzatamente in guerra l’Unione Europea, ancora attiva nella zona con la missione militare Aspides.
La discesa in campo di Ansar Allah è stata a suo modo inaspettata: il gruppo arriva da un momento di crisi, con la rinnovata esplosione delle tensioni interne, un ridimensionamento dovuto alla campagna europeo-statunitense degli ultimi due anni e la precaria situazione con Riyad, con cui è in vigore un cessate il fuoco dal 2022. Centri di studio e analisti si sono interrogati a fondo sui motivi che avrebbero spinto Ansar Allah a entrare in guerra. Le ipotesi più concrete sono che: il movimento avesse già concordato con l’Iran di scendere in campo in un secondo momento; dopo un primo momento di incertezza, il gruppo abbia valutato che un’ipotetica sconfitta dell’Iran metterebbe a rischio la sua tenuta; Ansar Allah abbia maturato la decisione di rafforzare la posizione negoziale dell’Iran. La scelta, in ogni caso, sembra ben ponderata, così come l’obiettivo degli attacchi: l’International Crisis Group osserva che Ansar Allah «attaccando Israele e, finora, nessun altro, sta dimostrando la sua capacità evitando una rottura immediata dell’intesa raggiunta con Washington sul Mar Rosso»; la Chatham House osserva invece che «gli Houthi sono in una posizione migliore dell’Iran per minacciare le infrastrutture saudite e le basi militari occidentali nel Golfo».
Nonostante dimensioni e capacità relativamente ridotte, la milizia yemenita non va sottovalutata: Ansar Allah ha resistito ad anni di pressioni e aggressioni da parte dei maggiori potentati della Penisola Arabica e possiede le risorse per attaccare le infrastrutture critiche nella regione; a tutto ciò si aggiunge l’asso nella manica del gruppo, che controlla direttamente la parte nordoccidentale del Golfo di Aden e l’intero Stretto di Bab el Mandeb. Situato tra il Mar Rosso e l’Oceano Indiano (passando proprio per il Golfo di Aden), lo Stretto costituisce un importante snodo di passaggio per il commercio marittimo globale; l’ultima volta che Ansar Allah decise di chiuderlo in supporto alla Palestina – nel 2024 – il traffico globale sul Mar Rosso diminuì del 50%, e l’alleanza internazionale a guida USA scelse di agire direttamente, attaccandolo. Lo stesso anno, l’UE attivò la missione Aspides – a guida italiana – appositamente per contrastare le attività di Ansar Allah sul Mar Rosso. La missione comunitaria è ancora attiva, e dunque, se lo Stretto dovesse venire chiuso, l’UE verrebbe costretta a intervenire nel conflitto per garantire il traffico di navi dal passaggio.
L’importanza dello Stretto di Bab el Mandeb unitamente alla resilienza e alle capacità offensive di Ansar Allah rendono la sua entrata in guerra molto più significativa di quello che potrebbe sembrare, specie considerando gli ultimi sviluppi nei dialoghi tra le forze coinvolte nel conflitto. Negli ultimi giorni, numerosi quotidiani, agenzie di stampa, think tank, e analisti, hanno riportato che Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, le due principali potenze nella Penisola, starebbero premendo sugli USA per «finire il lavoro» in Iran, trovando l’appoggio della quasi totalità dei Paesi del Golfo – Oman escluso. Per quanto riguarda gli EAU, la notizia è stata confermata dallo stesso ambasciatore del Paese negli USA, che ha scritto un articolo di opinione per il Wall Street Journal, affermando senza mezzi termini che «un semplice cessate il fuoco non basta». Secondo l’ambasciatore, ci sarebbe «bisogno di una soluzione definitiva che affronti l’intera gamma di minacce iraniane». Secondo fonti del New York Times, anche il principe ereditario Mohammed bin Salman, «leader de facto dell’Arabia Saudita», avrebbe spinto Trump a intensificare la guerra all’Iran, «sostenendo che la campagna militare congiunta tra Stati Uniti e Israele rappresenta un’opportunità storica per rimodellare il Medio Oriente».
In generale, le ricostruzioni mediatiche che hanno preceduto l’attacco di Ansar Allah contro Israele, riportano che i Paesi del Golfo – inizialmente lontani dall’idea di prolungare il conflitto – si sarebbero accorti della precarietà delle loro economie, messe a rischio dalla ritorsione iraniana, e avrebbero iniziato a vedere sotto un’altra luce l’idea di smantellare il regime. Parallelamente, tra le medesimi Nazioni, sarebbe cresciuto il timore di un ritiro degli USA: «E se si limitasse a dichiarare vittoria?», scrive il quotidiano francese Le Monde, ipotizzando – facendo eco alle preoccupazioni dei Paesi del Golfo – uno scenario in cui Washington decida di ritirarsi dal conflitto limitandosi ad affermare trionfalmente di avere ottenuto tutti i risultati che cercavano, in pieno stile Trump. L’entrata in scena di Ansar Allah e la minaccia di bloccare Bab el Mandeb – rilanciata in via ufficiosa dall’agenzia di stampa iraniana Tasnim – potrebbero spingere gli USA a perseguire quest’ultima soluzione, invece di quella richiesta dai Paesi della Penisola.
L’incognita maggiore a tal riguardo resta l’Arabia Saudita, che con la discesa in campo di uno dei propri nemici regionali potrebbe decidere di emularlo, aumentando il rischio che il traffico sul Mar Rosso venga interrotto e scatenando al contempo una guerra totale su scala regionale. In ultima istanza, davanti a tale scenario, mancherebbe solo un’azione da parte dei gruppi di resistenza palestinesi, che potrebbero decidere di tentare il proverbiale “tutto per tutto”, combattendo al fianco di Teheran.
Non solo le basi militari: in una decisione che rappresenta al momento un unicum nel contesto europeo, la Spagna ha deciso di chiudere il proprio spazio aereo a tutti i mezzi degli Stati Uniti coinvolti nella guerra in Iran. La decisione arriva dopo che, pochi giorni fa, Madrid aveva già negato l’utilizzo delle basi di Rota e Moron, entrambe situate in Andalusia, ai mezzi USA coinvolti nella guerra. La decisione rappresenta solamente l’ultima delle iniziative che il governo spagnolo ha intrapreso per esprimere la piena contrarietà alla guerra lanciata da Washington e Israele in Medio Oriente – una posizione che ha già fatto infuriare Trump, il quale ha minacciato ritorsioni contro il governo socialista.
La notizia, anticipata dal quotidiano El Pais, è stata confermata dalla stessa ministra della Difesa, Margarita Robles, alla stampa: dopo aver sottolineato nuovamente che “non autorizzeremo, come detto fin dall’inizio, l’uso delle basi di Moròn e Rota per qualunque tipo di azione legata alla guerra in Iran”, Robles ha specificato che tale divieto include “l’utilizzo dello spazio aereo”. Si tratta di una guerra contro la quale la Spagna “è del tutto contraria”, in quanto “profondamente illegale e ingiusta”. Le basi e lo spazio aereo rimangono chiusi, dunque, a tutti i mezzi coinvolti nell’operazione Epic Fury, mentre saranno accessibili ai mezzi coinvolti in altre missioni. Per estensione, il divieto riguarda anche qualsiasi mezzo da rifornimento, inclusi quelli dislocati in Paesi terzi. L’unica eccezione riguarda le situazioni di emergenza, nelle quali sarà autorizzato l’atterraggio di un velivolo in difficoltà. La comunicazione, anticipata da Sanchez la scorsa settimana, è giunta a poche ore dalla notizia dell’uccisione in Medio Oriente di un membro della missione UNIFIL, originario dell’Indonesia, per la quale Robles ha espresso “forte preoccupazione”.
Sanchez aveva ribadito la posizione del proprio Paese all’indomani dell’inizio della guerra: “la posizione del governo di Spagna si riassume in tre parole: no alla guerra“. La chiusura delle basi di Rota e Moron avevascatenato le ire di Trump, che ha minacciato di rompere le relazioni commerciali con il governo socialista e imporre un embargo al Paese iberico. Nonostante ciò, Madrid non ha fatto un passo indietro nelle proprie posizioni, mandando un segnale forte anche al resto dei governi UE e mostrando come sia possibile assumere posizioni non belliciste e soggette alle velleità imperialistiche di USA e Israele.
Mentre l’Italia registra un aumento dell’uso di psicofarmaci tra bambini e adolescenti, prima ancora dei numeri, c’è una domanda che non possiamo più eludere: da dove nasce questo malessere, se di malessere possiamo parlare? È davvero solo un problema individuale o è il sintomo di qualcosa che riguarda la scuola, la famiglia, la società intera? Per provare a capire cosa stia accadendo alle nuove generazioni e capire come mai così tanti giovani oggi fanno così fatica a stare nel mondo che abbiamo costruito per loro, abbiamo chiesto di aiutarci a leggere il presente a una delle voci più autorevo...
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Il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, Pichetto Fratin, ha posto alla Camera la questione della fiducia sul decreto Bollette. La misura verrà votata domani alle 14, con dichiarazione di voto alle 12.20. Il provvedimento, che dovrà essere convertito in legge entro il 21 aprile e dovrà quindi anche fare il passaggio in Senato, contiene provvedimenti quali la riduzione del costo di energia elettrica e gas per famiglie e imprese.
«Sarebbe una risorsa preziosa per qualsiasi unità». Il 29 giugno 2011, Jeffrey Epstein scrive ad Anat Barak, figlia dell’ex primo ministro israeliano Ehud Barak, per raccomandare personalmente una giovane newyorkese di 18 anni, “Tali”, proponendola per l’ingresso in «una delle unità d’élite delle Forze di Difesa Israeliane». Nella mail, il finanziere ne sottolinea il profilo: «molto estroversa», dotata di «naturale leadership», già ammessa al Barnard College della Columbia University e con numerosi soggiorni in Israele alle spalle. Dietro quel nome si cela Talia Lefkowitz, figlia dell’avvocato Jay Lefkowitz, tra i protagonisti della trattativa che nel 2008 portò al controverso accordo di patteggiamento tra Epstein e il procuratore federale Alex Acosta.
Le e-mail mostrano come Epstein si rivolgesse direttamente a figure legate ai vertici politici israeliani per “sponsorizzare” la figlia del suo avvocato, descritta come perfetta per diventare «ambasciatrice di Israele in uno dei campus universitari più importanti del Paese, la Columbia». Qualche ora dopo il primo messaggio, Anat Barak risponde dicendo che Tali «sembra una ragazza fantastica» e promette al finanziere: «La contatterò e ci occuperemo di lei». Successivamente, la figlia dell’ex premier israeliano contatta direttamente Tali, spiegando che «Jeffrey Epstein mi ha parlato di te e dei tuoi piani di arruolarti nelle Forze di Difesa Israeliane quest’estate». Lo scambio di messaggi evidenzia un passaggio di mano tra élite, che trasforma una carriera militare in un dossier gestito dall’alto. Si tratta dell’ennesimo tassello che suggerisce l’esistenza di circuiti paralleli, in cui influenze private e interessi geopolitici si sovrappongono, lontano da ogni controllo democratico. Il caso evidenzia anche come Epstein fosse impegnato nelle attività di lobbying sionista negli Stati Uniti. In questo schema, la mobilità sociale non è più frutto di merito, ma di intercessioni invisibili, di reti relazionali che scavalcano le procedure ufficiali e che riguardano Tel Aviv. Più che il destino di una singola giovane, ciò che emerge è la normalizzazione di un meccanismo: l’accesso privilegiato come strumento geopolitico.
Interpellata dalla redazione di Greyzone, Talia Lefkowitz non ha risposto alle richieste di chiarimento sul suo rapporto con Jeffrey Epstein, ma il suo percorso evidenzia una traiettoria significativa: dopo aver servito come sergente in un’unità d’élite dei paracadutisti delle Forze di Difesa Israeliane, probabilmente la 35ª Brigata, coinvolta nelle operazioni a Khan Younes nel 2024, è emersa come attivista apertamente sionista durante gli studi al Barnard College. Ha scritto per testate come The Jerusalem Post e The Times of Israel, criticando ambienti universitari statunitensi, e si è distinta all’interno di Hillel International, di cui è stata anche membro del consiglio. In seguito, ha lavorato nel settore filantropico per organizzazioni impegnate nella promozione dell’identità ebraica e del sostegno a Israele, collaborando con la fondazione del finanziere ultra-sionista Paul Singer, la Paul E. Singer Foundation. Singer è stato uno dei principali finanziatori delle campagne presidenziali di Donald Trump e di Marco Rubio, e attualmente possiede la compagnia petrolifera venezuelana Citgo Petroleum. Oggi, Lefkowitz lavora come “consulente filantropica” per l’Areivim Philanthropic Group, che dichiara di voler «influenzare la prossima generazione di ebrei attraverso un’educazione ebraica, ebraica, sionista e israeliana, sia formale che esperienziale».
Il percorso individuale di Talia Lefkowitz si inserisce in un quadro più ampio che rafforza la vicinanza di Epstein a Israele. Oltre al ben noto rapporto con Ehud Barak, attraverso la sua fondazione il finanziere americano effettuò donazioni dirette a organizzazioni centrali dell’ecosistema israeliano, tra cui la Friends of the Israel Defense Forces (FIDF) – con un contributo esplicito a sostegno dell’IDF – e il Jewish National Fund (JNF), attivo anche nella gestione dei territori e negli insediamenti. Parallelamente, e-mail e atti giudiziari indicano il suo ruolo di intermediario in contatti di alto livello, incluso un incontro tra Benjamin Netanyahu e dirigenti di JPMorgan, in una fase cruciale legata al dossier energetico del giacimento Leviathan. Nel complesso, tutti questi elementi mostrano come Epstein operasse in qualità di nodo di connessione tra finanza internazionale, politica, intelligence e apparati strategici, e come abbia svolto il ruolo di facilitatore per le politiche di Tel Aviv.
La guerra tra Ucraina e Russia, entrata nel suo quarto anno di ostilità, continua. Nei giorni scorsi Mosca ha lanciato un attacco con quasi mille droni — il numero più alto dall’inizio del conflitto — verso il territorio ucraino; Kiev non è stata da meno, ricorrendo a centinaia di veicoli aerei senza pilota. Alcuni di questi droni sono però esplosi non sul territorio russo, dove erano diretti, ma nei vicini Paesi baltici oltre che in Finlandia. L’invasione dello spazio aereo è stata ammessa dalle stesse autorità locali, che non hanno però posto freni all’escalation o limiti all’utilizzo del proprio territorio, a tutela dell’incolumità dei cittadini. Di fronte alle esplosioni e ai danni dei droni ucraini, i Paesi coinvolti hanno preferito addossare colpe e responsabilità alla Russia, riprendendo le proteste passate contro le violazioni dello spazio aereo europeo da parte di Mosca. «Questo non è un incidente locale — ha detto la premier lituana Inga Ruginiene — ma fa parte di un quadro di sicurezza più ampio. L’aggressione russa contro l’Ucraina crea ulteriori rischi per l’intera regione».
Nella notte tra martedì e mercoledì Kiev ha sferrato l’attacco con droni più vasto degli ultimi quattro anni. Dal Cremlino fanno sapere di aver intercettato 389 droni su diverse regioni. Segnalato un impatto sul porto di Ust-Luga, terminale russo per l’esportazione di petrolio, grano, carbone e fertilizzanti. Ust-Luga si trova a qualche chilometro dal confine con l’Estonia, dove è esploso uno dei droni ucraini diretti in Russia, colpendo la centrale elettrica di Auvere. Come l’Estonia, anche la Lettonia aveva subito qualche giorno prima l’invasione del proprio spazio aereo da parte di Kiev. Lunedì scorso le forze armate hanno monitorato la traiettoria di un drone abbattutosi su un lago ghiacciato, a circa 20km dal confine con la Bielorussia. Secondo il governo lettone, il lancio sarebbe avvenuto durante un attacco al Porto di Primorsk, altro importante terminale russo sul Baltico.
I droni ucraini sono arrivati anche più a nord, in Finlandia. «Domenica mattina — ha dichiarato il Ministero della Difesa — sono stati osservati nello spazio aereo finlandese alcuni oggetti lenti a bassa quota», schiantatisi poi nei pressi di Kouvola. A seguito delle prime indagini, l’aeronautica ha potuto confermare che uno dei due droni caduti fosse un AN196-Lyuti ucraino. Si tratta di un veicolo aereo capace di volare per circa mille chilometri, trasportando testate fino a 75 chili. Nel commentare la notizia, il primo ministro finlandese Petteri Orpo ha dichiarato che Kiev ha effettuato diversi attacchi in Russia, lungo il vasto confine con la Finlandia. In un primo momento, Orpo aveva detto di star «prendendo la questione molto seriamente». Una volta confermata la provenienza ucraina, il premier ha usato toni diversi, concentrandosi sulle cause dell’incidente. Secondo Orpo, il disturbo dei segnali da parte di Mosca avrebbe causato un’interferenza coi veicoli, facendoli precipitare nel territorio finlandese.
Il tono usato da Petteri Orpo è in linea con quello dei colleghi baltici, che di fronte all’invasione dello spazio aereo — conclusasi senza feriti — non hanno opposto la minima resistenza. A partire dalla condanna dell’utilizzo del proprio territorio per attività belliche, che tra impatti ed esplosioni espone la popolazione civile a gravi pericoli.
Un 17enne di Pescara, residente a Perugia, è stato arrestato dai carabinieri del Ros per aver pianificato una strage scolastica. Nei suoi confronti, la Procura dei minori dell’Aquila contesta anche propaganda e istigazione a delinquere per motivi razziali, etnici e religiosi, oltre a detenzione di materiale con finalità terroristica. Il ragazzo seguiva un gruppo Telegram legato alla supremazia della “razza ariana” e cercava manuali per fabbricare armi, ordigni chimici e batteriologici, comprese armi 3D e Tatp. L’operazione del Ros ha interessato Abruzzo, Emilia Romagna, Umbria e Toscana, sequestrando documenti e vademecum per atti terroristici e sabotaggi.
La vittoria del «No» al referendum costituzionale sulla giustizia in Italia, che ha respinto la riforma della separazione delle carriere tra giudici e pm promossa dal governo Meloni, ha fatto registrare conseguenze dirette anche oltralpe. All’esito della tornata referendaria, infatti, il Consiglio superiore della magistratura francese ha pubblicato un comunicato in cui, prendendo atto di quanto accaduto nel nostro Paese, ha lanciato un appello al presidente Emmanuel Macron e al governo affinché siano finalmente realizzate le riforme necessarie a garantire maggiore indipendenza della magistratura transalpina dal potere esecutivo. L’organo di autogoverno dei giudici francesi rivendica da tempo questa battaglia, a cui il voto italiano sembra avere impresso un nuovo slancio.
«Il Consiglio superiore della magistratura desidera riaffermare il proprio profondo attaccamento all’unità del corpo giudiziario, che riunisce giudici e pubblici ministeri in una cultura comune fondata su uno stesso statuto, una formazione unica e una deontologia condivisa, garantendo ai cittadini una giustizia indipendente e imparziale, dalla fase delle indagini fino al giudizio», si legge nella nota del CSM francese, diramata nella giornata del 27 marzo. In Francia, il corpo giudiziario conta al suo interno due formazioni: quella dei magistrats du siège (giudicanti) e quella dei magistrats du parquet (requirenti). Se le modalità di reclutamento e formazione sono identiche per entrambe le categorie, esse differiscono in quanto a status giuridico e garanzie. I magistrati giudicanti godono del principio di inamovibilità e sono indipendenti dal potere esecutivo; al contrario, i magistrati requirenti sono subordinati dal punto di vista gerarchico al ministro della Giustizia, che decide in maniera discrezionale i loro trasferimenti e orienta la loro azione.
Il CSM francese parte proprio dal risultato del referendum in Italia per sostenere che, in una cornice di crescente attenzione all’indipendenza della magistratura dagli altri poteri dello Stato, sia opportuno che anche la Francia metta mano a riforme per ovviare a determinate carenze strutturali. A questo proposito, l’organo auspica «la realizzazione della riforma dello status del pubblico ministero prevista dal progetto di legge costituzionale relativo alla riforma del Consiglio superiore della magistratura, adottato il 26 aprile 2016 da entrambe le Camere del Parlamento»: un provvedimento che prevede come le nomine dei magistrati del pubblico ministero proposte dal Ministro della giustizia «siano sottoposte a un parere vincolante del Consiglio (attualmente il parere è solo consultivo)» e che «la sezione del Consiglio competente per i magistrati del pubblico ministero deliberi come organo disciplinare e non più soltanto come organo consultivo in materia disciplinare».
Almeno dal 2000, il Consiglio d’Europa suggerisce di favorire cultura comune tra giudici e Pm, non impedendo il passaggio tra le funzioni. Nella primavera del 2024, in seguito al via libera da parte del Consiglio dei ministri italiano al disegno legge sulla separazione delle carriere dei magistrati, l’Associazione europea dei giudici (European association of judges, Eaj) ha parlato dei progetti di legge costituzionali del governo Meloni come di un «grave attacco all’indipendenza della magistratura», capace di «minare l’attuale equilibrio di poteri esistenti in Italia». A ogni modo, almeno per ora, tale pericolo è stato sventato: il referendum sulla separazione delle carriere si è schiantato contro il muro della volontà popolare, che ha bocciato la riforma con il 53,7% dei NO.
Sabato 28 febbraio, Israele ha dato il via a un nuovo attacco contro l’Iran, con missili che hanno colpito diverse zone della capitale Teheran. Centinaia le vittime, compresa la Guida suprema Ali Khamenei, cui è succeduto il figlio, Mojtaba Khamenei. L’attacco è giunto solamente due giorni dopo la ripresa dei colloqui tra Iran e USA, dei quali Trump si era detto non soddisfatto nonostante l’Oman, lo Stato mediatore, avesse parlato di “un’apertura senza precedenti” a nuove idee per un accordo sul dossier sul nucleare. In risposta all’aggressione israelo-statunitense, l’Iran ha bombardato diverse basi statunitensi nei Paesi del Golfo. I raid tra le parti sono andati avanti tutto il fine settimana e per i giorni successivi. Nella notte tra domenica 8 e lunedì 9 marzo, la milizia libanese Hezbollah ha lanciato un attacco contro una base israeliana ad Haifa, aprendo un nuovo fronte della guerra; nella tarda serata di lunedì 9 marzo, i pasdaran hanno annunciato la chiusura dello Stretto di Hormuz, facendo schizzare i prezzi del petrolio. A fine mese si sono uniti al conflitto anche gli Houthi, lanciando diversi missili verso Israele.
30 marzo – Ore 20.15 – I caschi blu uccisi salgono a due
Sono due i soldati dell’UNIFIL, la missione dell’ONU in Libano, uccisi dall’attacco di ieri sera. A dare la notizia sono gli stessi caschi blu. Intanto, secondo l’emittente qatariota Al Jazeera un attacco israeliano avrebbe ucciso un soldato libanese nel sud del Paese.
30 marzo – Ore 16.24 – Rubio all’Iran: “Stop alla produzione di droni e missili a corto raggio”
Il segretario di Stato USA Marco Rubio è stato intervistato dall’emittente qatariota Al Jazeera. Rubio ha dichiarato che “i missili a corto raggio lanciati dall’Iran hanno un solo scopo: attaccare l’Arabia Saudita, gli Emirati Arabi Uniti, il Qatar, il Kuwait e il Bahrein”, e che per tale motivo l’Iran deve “smettere di produrre i droni e i missili che abbiamo visto di recente”.
Rubio ha anche affermato che “in un modo o nell’altro”, l’Iran sarà costretto a riaprire lo Stretto di Hormuz, e che gli USA si starebbero preparando a formare – e guidare – una coalizione militare internazionale nell’eventualità in cui dovessero decidere di intervenire militarmente. “Se l’Iran scegliesse di chiudere lo Stretto di Hormuz dopo la fine dell’operazione militare, dovrà affrontare gravi conseguenze”.
30 marzo – Ore 14.08 – Trump minaccia attacchi a infrastrutture energetiche, impianti di desalinizzazione e Khark
Il presidente degli USA Donald Trump ha rilasciato un post sul proprio social Truth in cui torna a minacciare di distruggere “completamente” tutti gli impianti di generazione elettrica e i pozzi petroliferi iraniani se Teheran non riaprirà lo Stretto di Hormuz; gli USA hanno anche minacciato di distruggere e attaccare l’isola di Khark, il principale centro logistico di idrocarburi dell’Iran e – “forse” – gli impianti di desalinizzazione.
30 marzo – Ore 12.40 – La Spagna chiude lo spazio aereo ai voli coinvolti nella guerra all’Iran
Il governo spagnolo ha disposto la chiusura dello spazio aereo per tutti i velivoli coinvolti nella guerra all’Iran. Il divieto riguarda tanto gli aerei impegnati nei bombardamenti quanto quelli di supporto e rifornimento. Negato l’utilizzo agli USA delle basi aeree di Rota e Morón de la Frontera, nonostante le minacce di un embargo commerciale. Crescono dunque le tensioni tra Madrid e Washington.
30 marzo – Ore 12.15 – Il Pakistan si candida a fare da mediatore tra USA e Iran
A Islamabad, capitale del Pakistan, si è appena concluso un vertice tra i ministri degli Esteri di Arabia Saudita, Turchia ed Egitto che, insieme ai padroni di casa, hanno discusso del conflitto in corso in Asia occidentale.
I quattro Paesi invocano la de-escalation, ponendo enfasi sull’unità del mondo musulmano. Il vertice avrebbe lavorato per porre le basi a un tavolo negoziale tra le parti in guerra. Il Pakistan, Paese ospitante, si candida per questo ruolo.
Se da un lato il presidente USA Trump oscilla tra aperture a tavoli diplomatici e ipotesi di invasioni terrestri, dall’altro Teheran alza un muro sull’ipotesi negoziale.
30 marzo – Ore 11.30 – Nuova ondata di missili iraniani su Israele
Una nuova ondata di missili iraniani è stata lanciata verso Israele. Sirene nel nord del Paese. Colpita la raffineria Bazan ad Haifa.
30 marzo – Ore 10.30 – Un soldato UNIFIL è stato ucciso
La missione UNIFIL, dispiegata in Libano, ha comunicato la morte di un peacekeeper e il ferimento di un altro soldato, entrambi indonesiani. Sono stati colpiti da alcuni proiettili, la cui provenienza non è stata ancora specificata da UNIFIL.
Nel frattempo è arrivata la condanna da parte di António Guterres, Segretario Generale delle Nazioni Unite, che invoca il rispetto del diritto internazionale.
I strongly condemn Sunday’s incident during which an Indonesian peacekeeper of @UNIFIL_ was killed amidst hostilities between Israel & Hizbullah. Another Indonesian peacekeeper was seriously injured in the same incident.
30 marzo – Ore 10.10 – Attacchi israeliani su Beirut; l’Iran conferma la morte di Alireza Tangsiri
Israele ha lanciato un nuovo attacco aereo sulla periferia meridionale di Beirut. Il bilancio delle vittime non è ancora definitivo ma si contano già diversi morti e feriti tra la popolazione civile.
L’Iran ha confermato la morte di Alireza Tangsiri, comandante della marina del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie, ferito nei giorni scorsi durante un bombardamento israeliano.
30 marzo – Ore 09.40 – Kuwait: l’Iran colpisce impianto di dissalazione
Le autorità del Kuwait hanno confermato l’attacco iraniano a un impianto di dissalazione, segnalando l’uccisione di un lavoratore indiano. Si tratta della rappresaglia annunciata da Teheran a seguito dei bombardamenti subiti ai siti industriali e strategici, ad opera di Israele e Stati Uniti.
30 marzo – Ore 8.00 – I fatti della notte
Intervistato dal Financial Times nella giornata di ieri, Trump ha detto senza mezzi termini che gli USA vorrebbero “prendere il petrolio iraniano”, similmente a quanto fatto poche settimane fa con il Venezuela di Maduro. “Quello che preferirei è prendere il petrolio in Iran, ma alcune persone stupide negli Stati Uniti dicono: perchè lo stai facendo? Ma sono persone stupide” ha riferito il presidente al quotidiano. Per portare a termine l’obiettivo, sarebbe necessario impadronirsi dell’isola di Kharg, hub di esportazione della maggior parte del petrolio iraniano. “Magari prendiamo l’isola di Kharg, non lo so. Abbiamo molte opzioni” ha dichiarato Trump. Nelle ultime settimane, gli USA hanno schierato circa 10 mila marines in Medio Oriente.
Attacchi in tutto l’Iran hanno colpito scuole, infrastrutture energetiche e zone residenziali, mentre Israele ha dichiarato di aver intercettato alcuni missili iraniani. Attacchi con droni sono proseguiti su molti dei Paesi del Golfo.
I prezzi del greggio hanno sfiorato questa mattina i 116 dollari a barile, la cifra più alta in due settimane.
Un attacco missilistico ha colpito per la prima volta la base USA Victory, a Baghdad: non ci sono feriti perchè l’area era stata recentemente evacuata.
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