sabato 17 Gennaio 2026
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La Commissione UE vuole prestare all’Ucraina altri 60 miliardi per comprare armi

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90 miliardi di euro: è a tanto che ammonta la cifra che la Commissione Europea propone di prestare all’Ucraina per il biennio 2026-2027. Il piano è stato inoltrato al Parlamento Europeo, che è stato sollecitato ad approvarlo il prima possibile, entro la fine di febbraio o al più tardi all’inizio di marzo. Secondo la proposta, 60 miliardi saranno destinati al supporto militare contro la Russia e 30 miliardi al bilancio statale di Kiev per garantire servizi pubblici e stabilità economica. Nel frattempo, sono già iniziate le discussioni per anticipare parte dei fondi al primo trimestre di quest’anno, in modo da coprire il deficit che in questo momento sta affrontando Kiev.

La presidente della Commissione Ursula von der Leyen ha sottolineato che la decisione «riflette l’impegno incrollabile dell’Europa per la sicurezza, la difesa e la prosperità futura dell’Ucraina». La mozione dovrà essere esaminata e approvata dal Parlamento europeo e dal Consiglio prima di poter entrare in vigore, con possibili erogazioni già a partire da aprile, se i tempi procedurali lo consentiranno. «Siamo consapevoli del fabbisogno finanziario dell’Ucraina, sia consistente che urgente. Per questo motivo ci proponiamo di iniziare a erogare i fondi ad aprile», ha dichiarato il Commissario europeo per l’Economia e la Produttività, Valdis Dombrovskis. Il prestito sarà coperto tramite debito congiunto dell’UE e non richiederà rimborsi da parte dell’Ucraina fino a quando la Russia non pagherà eventuali risarcimenti per i danni di guerra. Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca sono state esentate dal garantire il debito comune al fine di assicurare l’unanimità necessaria per l’approvazione del prestito. Ciò significa che le loro quote, stimate in circa 3-4 miliardi di euro all’anno, ricadranno sugli altri 24 Stati membri. Il rimborso del prestito è ancorato a presupposti fragili: dipende da scenari geopolitici imprevedibili e, in parte, dall’eventualità che Mosca riconosca responsabilità e accetti di versare riparazioni, ipotesi oggi lontana. L’operazione si inserisce in un quadro già molto oneroso: dall’inizio del conflitto, l’Unione e i suoi Stati membri hanno complessivamente mobilitato circa 193,3 miliardi di euro a favore dell’Ucraina, tra aiuti militari, finanziari e umanitari.

Una delle questioni politiche più dibattute riguarda l’origine delle forniture e i vincoli sugli acquisti. È stata la stessa von der Leyen a ribadire quanto aveva già dichiarato a novembre, ossia che «con l’assistenza militare, l’Ucraina può resistere con forza alla Russia e, allo stesso tempo, può integrarsi più strettamente nella base industriale della difesa europea». Il prestito prevede, infatti, una clausola “Made in Europe”, con almeno il 65% delle forniture da industrie europee o ucraine e solo il 35% da Paesi terzi, ammessi quando i materiali non siano disponibili nel continente. Ma gli Stati membri sono divisi: Paesi Bassi e Germania chiedono maggiore flessibilità, con l’ipotesi di destinare fino a 15 miliardi ad acquisti extra-UE, anche tramite il canale NATO per armi statunitensi. Nel vertice del 18 agosto 2025 alla Casa Bianca, l’Ucraina siglò un patto per acquistare 100 miliardi di dollari di armi statunitensi, finanziate dall’UE, in cambio di garanzie di sicurezza post-pace, una cifra anticipata dal Financial Times, confermata da Zelensky nei giorni successivi. Lo scorso novembre, gli Stati Uniti hanno approvato una vendita di nuove armi all’Ucraina per un valore di 105 milioni di dollari, centrata sul supporto ai sistemi Patriot. Washington non invia solo armi, ma pacchetti completi: ricambi, aggiornamenti software, logistica e addestramento.

Una quota rilevante dei 60 miliardi di prestito UE potrebbe così finire nelle casse di Washington per sistemi statunitensi già in uso, attraverso contratti che restano esplicitamente consentiti dal meccanismo europeo. L’“autonomia strategica” proclamata da Bruxelles rischia di rimanere una formula priva di sostanza: mentre si invoca una difesa europea, l’Unione finanzia filiere industriali esterne e consolida la propria dipendenza tecnologica e militare dagli Stati Uniti. Ne deriva un impegno strutturale, destinato a durare nel tempo, senza garanzie concrete di rientro delle somme erogate. Il debito resta interamente sulle spalle dei contribuenti europei, mentre valore e profitti possono migrare altrove. Bruxelles finisce così per assumere il ruolo di garante finanziario di un conflitto che non governa e che contribuisce a prolungare.

Filippine-Giappone: firmato nuovo patto di cooperazione militare

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Filippine e Giappone hanno siglato a Manila un nuovo accordo di cooperazione logistica in ambito difensivo che permetterà la condivisione di forniture civili e militari, dalle munizioni al carburante fino ai beni di prima necessità, durante addestramenti congiunti e in caso di emergenze. L’intesa, firmata dai ministri degli Esteri Theresa Lazaro e Toshimitsu Motegi, punta a rafforzare la deterrenza verso la Cina e a migliorare la capacità di risposta a crisi e disastri naturali. Il Giappone ha inoltre annunciato nuovi aiuti per la sicurezza e lo sviluppo delle Filippine. L’accordo dovrà ora essere ratificato dal Parlamento giapponese.

Raffineria di Falconara: carburante per genocidio e devastazione

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La raffineria API di Falconara Marittima, con i suoi 700mila mq di estensione, 3,9 milioni di tonnellate all’anno di greggio lavorate e una capacità di stoccaggio superiore a 1,5 milioni di metri cubi, sta per essere venduta alla State Oil Company of Azerbaijan Republic (SOCAR), interamente controllata dallo Stato dell’Azerbaijan. Lo scorso 15 settembre è stato sottoscritto l’accordo preliminare con cui API-Holding (di proprietà della famiglia Brachetti Peretti) si impegna alla cessione della totalità delle quote di IP (Italiana Petroli) agli azeri, per 3 miliardi di euro. Nei primi mesi del 2...

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Zone rosse permanenti e fermi a chi manifesta: arriva l’ennesimo “decreto sicurezza”

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L’annuncio ufficiale è stato fatto il 14 gennaio direttamente dal ministro Piantedosi, alla Camera. Un nuovo pacchetto sicurezza è in arrivo in Parlamento, un «banco di prova per capire a chi davvero interessa collaborare per la sicurezza dei cittadini». Il nuovo pacchetto arriva a poche settimane dalla definitiva entrata in vigore del Decreto Sicurezza (dl 1660) e ad appena un anno e mezzo dal Decreto Caivano, ma ne va già a inasprire molte delle disposizioni. Dovrebbe comporsi di due provvedimenti, un disegno di legge e un decreto legge, per un totale di 65 misure che dovrebbero da un lato andare a colpire duramente movimenti e migranti, dall’altro a rafforzare ulteriormente i poteri e le garanzie alla polizia. Secondo la bozza circolata su alcuni media, tra le novità principali vi dovrebbe essere l’introduzione permanente delle cosiddette “zone rosse”, ovvero le aree urbane vietate ai soggetti «pericolosi» o con precedenti penali, al fine di garantire la «sicurezza» urbana e degli spazi pubblici – norma già caratterizzata da criteri vaghi e ampia discrezionalità per le forze dell’ordine. «In questo momento non è possibile togliere divise dalle strade o dalle stazioni» ha dichiarato Salvini, riferendo che proprio su treni e stazioni sono in arrivo almeno altri 250 militari. Nuovi dispositivi di controllo elettronici come le telecamere potrebbero inoltre essere introdotte negli stadi e nelle sedi degli eventi pubblici, mentre dovrebbe essere autorizzata la presenza di più militari nelle strade cittadine. Nel corso delle manifestazioni di piazza, inoltre, la polizia potrebbe essere autorizzata a perquisire le persone sul posto e trattenere negli uffici fino a 12 ore persone anche solo sospettate di rappresentare un «pericolo» per lo svolgimento pacifico degli eventi. Chi viene poi condannato, anche in via non definitiva, per reati di violenza contro persone o cose durante le manifestazioni pubbliche, potrebbe essere interdetto dal giudice a partecipare a «riunioni o assembramenti in luogo pubblico». Le sanzioni amministrative (insidiose, in quanto non richiedono l’approvazione di un giudice per la loro applicazione) per mancato preavviso di un corteo o sit in, per deviazione del percorso della manifestazione e “reati” simili, potrebbero essere enormemente aumentate (fino a 20 mila euro), andando così a colpire duramente le finanze di gruppi e movimenti. Una strategia già perseguita dal governo, con le multe che proprio in queste ore stanno fioccando contro i movimenti per la Palestina, proprio per reati quali blocchi ferroviari e manifestazioni non autorizzate. Per quanto riguarda le forze dell’ordine, la direzione dovrebbe essere diametralmente opposta. Gli agenti potrebbero infatti non vedersi iscritti nel registro delle notizie di reato nel caso in cui le proprie azioni siano giustificate da necessità quali la legittima difesa o il legittimo uso di armi. Una versione “soft” dello scudo penale proposto da FdI e Lega, insomma, il cui obiettivo è garantire l’impunità degli agenti nell’esercizio delle proprie funzioni. Altre misure dovrebbero poi prevedere una stretta sulla vendita delle armi bianche, nell’ottica di prevenzione della violenza giovanile, mentre vengono introdotti nuovi reati contestabili ai ragazzini tra i 12 e i 14 anni. Le navi delle ONG potrebbero inoltre essere sottoposte a un fermo di 30 giorni (misura già cara a Salvini dai tempi del suo incarico come ministro dell’Interno), prorogabile fino a sei mesi, nel caso di «grave minaccia all’ordine pubblico» o «pressione migratoria». Eventuali migranti a bordo? Verrebbero spediti verso Paesi terzi con i quali l’Italia ha accordi – potendo così finalmente riempire, per esempio, i CPR voluti dal governo in Albania. E per evitare che i magistrati si mettano di traverso rispetto alle decisioni del governo su espulsioni e trattenimento in CPR, come avvenuto in passato, i poteri di questi ultimi verrebbero limitati. E proprio in merito al trattenimento in CPR, i provvedimenti dovrebbero introdurre nuove norme che regolano la detenzione amministrativa. Le persone trattenute potrebbero infatti non poter più godere in automatico del patrocinio gratuito per opporsi ai decreti di espulsione. L’arrivo delle nuove misure era stato annunciato dalla Lega già a metà novembre, anche se non sembrerebbe contenere alcune delle norme inizialmente annunciate – come l’inasprimento delle misure contro occupazioni abusive e sgomberi. «È fondamentale che i delinquenti abbiano paura» ha detto Salvini, ministro dei Trasporti ma principale promotore delle nuove norme, che dovrebbero essere discusse già nei prossimi Consigli dei Ministri, entro la fine del mese.

Venezuela: liberato anche Luigi Gasperin

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Un altro connazionale, l’imprenditore Luigi Gasperin, è stato scarcerato in Venezuela ed è nell’ambasciata italiana a Caracas. Lo fa sapere il ministro degli Esteri Antonio Tajani su X. Secondo la Farnesina, Gasperin è «provato ma in condizioni stabili» e ha espresso il desiderio di rimanere in Venezuela e tornare alla città di Maturín (nello Stato di Monágas) dove si trova la sua azienda. Negli ultimi giorni, Caracas ha iniziato a rilasciare diversi detenuti stranieri, tra cui l’italo-venezuelano Biagio Pilieri, Alberto Trentini e Mario Burlò, rimpatriati in Italia dopo lunghi mesi di detenzione.

Il Cile creerà un parco nazionale per proteggere la Patagonia più incontaminata

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Patagonia,_Chile

Il governo del Cile ha avviato l’iter per la creazione del Parco nazionale di Cape Froward, all’estremo sud del continente americano e affacciato sullo Stretto di Magellano, che diventerà il 47° del Paese. Secondo le stime ufficiali, la superficie complessiva protetta potrebbe avvicinarsi ai 200mila ettari, mettendo al riparo uno degli ecosistemi più remoti e fragili della Patagonia. L’area, situata sulla penisola di Brunswick, comprende foreste subantartiche, torbiere, ghiacciai e oltre cento chilometri di costa, un mosaico di ecosistemi tanto diversi quanto fragili. La creazione del parco ga...

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Ryanair taglierà 1 milione di posti per il Belgio

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La compagnia aerea Ryanair ha annunciato che ridurrà i voli da e per l’aeroporto belga di Charleroi, riducendo di 1,1 milioni i posti a sedere. La decisione fa seguito alla introduzione di una tassa per ogni passeggero decisa dall’amministrazione di Charleroi, che entrerà in vigore ad aprile. Il prossimo anno, verranno tagliati altri 1,1 milioni di posti.

La repressione dei movimenti per la Palestina colpisce in tutta Italia: decine di denunce

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Bergamo, Bologna, Catania, Treviso; ma anche Massa, Taranto e soprattutto Torino. In tutta Italia piovono denunce, multe e misure cautelari nei confronti delle persone e dei movimenti solidali con la Palestina. A essere bersaglio della repressione sono centinaia di persone a cui le procure dello Stivale stanno notificando l’avvio di indagini per l’ingente moto di protesta culminato con gli scioperi generali di fine settembre e inizio ottobre 2025. I fatti contestati – nella maggioranza dei casi – sono sempre gli stessi: danneggiamento, interruzione di pubblico servizio e specialmente blocco stradale, nuova fattispecie introdotta con il decreto sicurezza. Il disegno, denunciano gli attivisti, è chiaro: «intimorire e punire» chi si espone contro il genocidio in Palestina e «frammentare e spezzare il movimento di solidarietà con il popolo palestinese». Le denunce, inoltre, arrivano dopo mesi dagli eventi, mentre la Palestina sembra essere sparita dai radar dei media mainstream.

«Come ci aspettavamo, in questi giorni ai/alle partecipanti che sono scesi in piazza fra settembre e ottobre, stanno arrivando decine di multe e notifiche di conclusione delle indagini relative alle oceaniche manifestazioni di sostegno al popolo palestinese. Vogliono intimorirci e farci chinare la testa». Così USB Massa commenta l’arrivo delle denunce nei confronti degli attivisti per la Palestina. Nella sola cittadina toscana sono arrivate 37 denunce e oltre 50 multe per fatti risalente allo sciopero generale del 3 ottobre in sostegno alla Palestina e alla Global Sumud Flotilla, lanciato all’insegna del motto “Blocchiamo Tutto”. I reati contestati sono quelli di interruzione di pubblico servizio, blocco ferroviario e manifestazione non autorizzata.

Il caso di Massa è uno dei più recenti, ma non è l’unico. A inizio anno, a Catania, circa dieci attivisti sono stati denunciati per avere tentato di occupare l’ingresso del porto commerciale lo scorso 22 settembre, e sono ora sottoposti a obbligo di firma; altri 43 sono invece stati sanzionati da una multa da poco meno di 1.000 euro per avere bloccato la stazione per un breve lasso di tempo lo scorso 3 ottobre. Analoghe multe da 200 e 300 euro sono arrivate ad attivisti di Treviso e Bergamo. A Taranto, 28 persone sono indagate per blocco ferroviario; nella città pugliese, oltre alle misure della procura, è arrivato anche il silenziamento di Meta, l’azienda di Mark Zuckerberg, che ha bloccato la pagina Instagram del comitato Taranto per la Palestina. A Bologna, in questi giorni decine di persone stanno ricevendo avvisi di inizio indagine, sempre per il reato di blocco stradale.

La realtà maggiormente colpita da questa nuova ondata di repressione è certamente Torino. Nel capoluogo piemontese, è scattata la cosiddetta “Operazione Riot”, con lo scopo di «smantellare la rete di violenti che si nascondeva dietro i cortei pro Pal del 3 ottobre»; il risultato è quello di 11 misure cautelari, che vanno ad aggiungersi alle 13 nei confronti di attivisti che hanno preso parte a manifestazioni e cortei per la Palestina alla fine del 2024; questi ultimi sono costretti a obbligo di dimora, firme quotidiane, e rientri notturni. Sempre a Torino, è noto il tentativo di espulsione dell’imam Shahin, così come quello dei 6 ragazzi del liceo Einstein, tutti finiti ai domiciliari con le accuse di resistenza aggravata e lesioni a pubblico ufficiale. Altri 36 attivisti sono stati identificati e denunciati nel caso del cosiddetto “assalto a La Stampa”, accusati di danneggiamento aggravato, invasione di edifici e, per alcuni, minacce. La Procura valuta, inoltre, la possibile contestazione dell’associazione per delinquere, che costituirebbe un salto di scala giudiziaria. Recentemente è stato infine sgomberato il centro sociale Askatasuna, realtà radicata nel territorio da anni.

I movimenti colpiti da questa nuova ondata di repressione sono concordi nella loro lettura dei casi. Si tratterebbe di tentativi di intimidazione, volti da una parte a criminalizzare la lotta e a riscrivere la narrazione delle proteste, e dall’altra a disincentivare la partecipazione e a far desistere le persone coinvolte dal proseguire nelle mobilitazioni; le stesse tempistiche con cui sono arrivate multe e denunce sembrano supportare la tesi dei movimenti: esse arrivano a mesi dall’apice dei moti di protesta, in un momento di bassa intensità in cui i media, sulla scorta del cessate il fuoco di ottobre, trattano il genocidio in Palestina solo marginalmente.

La Siria “benedetta” dall’Occidente all’attacco dei curdi: testimonianza dal Rojava

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A partire dal 6 gennaio scorso sono ricominciati gli scontri armati tra le forze legate al nuovo governo Damasco e le milizie popolari legate all’Amministrazione Autonoma Democratica della Siria del Nord-Est (DAANES): l’offensiva ha colpito soprattutto i quartieri a maggioranza curda di Aleppo e ha riattivato la tensione anche lungo il confine con il Rojava. Il risultato è stato un nuovo picco di violenza con decine di morti e feriti, migliaia di sfollati e, secondo le ricostruzioni locali, la presa di controllo di alcuni quartieri da parte del governo centrale. L’escalation arriva nel pieno del confronto sul futuro assetto del Paese: da una parte il nuovo regime di Damasco, benedetto da Occidente, punta a ricentralizzare il controllo dei territori; dall’altra i rappresentati curdi chiedono garanzie politiche e amministrative per proseguire la rivoluzione collettiva e antiautoritaria del confederalismo democratico che difendono in armi dal 2012.

«C’è vento di guerra» dice A., solidale italiana trasferitasi da qualche mese nel Kurdistan occidentale, al telefono con L’Indipendente. A. parla dalla Comune Internazionalista del Rojava, un’esperienza nata nel Nord-Est della Siria che accoglie persone da tutto il mondo per formarsi sull’ideologia dell’autonomia democratica, unirsi alla rivoluzione delle donne e imparare le basi del confederalismo democratico teorizzato da Ocalan. Per motivi di sicurezza, ha preferito rimanere anonima. «I soldati di Al-Joulani si sono avvicinati moltissimo al confine con DAANES; ma anche l’esercito turco si è avvicinato dalla parte turca», riferisce. «Il governo siriano ha rotto gli accordi stipulati il 1° aprile con le SDF [le Forze Democratiche Siriane, ndr] e ha attaccato i quartieri a maggioranza curda di Aleppo, Sheikh Maqsoud e Ashrafiye. Data la situazione, anche un nuovo inizio degli attacchi da parte dello Stato turco sul Rojava non è da escludere, nonostante le trattative di pace in corso tra lo stato turco e il leader del Movimento di Liberazione del Kurdistan, Abdullah Ocalan, che ancora oggi si trova nel carcere di massima sicurezza di Imrali».

«È chiaro che eventuali attacchi andrebbero a minare gli accordi di pace e la possibilità di costruire una soluzione democratica in Medio Oriente» riporta. «Qui in questi giorni ci sono cortei quasi quotidiani. C’è molta voglia di resistere in tutto il Rojava, c’è molta solidarietà. Erano partiti convogli da tutte le città per arrivare a sostenere i quartieri assediati Ashrafieh e Sheikh Maqsoud di Aleppo» continua A. Con il cessate il fuoco concordato tra le milizie del governo di transizione siriano e le Forze di Sicurezza Interna alla città, questi convogli sono rientrati accompagnando e supportando la popolazione sfollata di Aleppo e le persone cadute difendendo la città.

L’11 gennaio il governo di transizione siriano ha preso il controllo dei due quartieri, dopo giorni di massacri, che hanno visto decine di morti e feriti e migliaia di sfollati. Gli scontri sono stati i più violenti dalla caduta del regime di Bashar al Assad nel dicembre del 2024. Scoppiati il 6 gennaio, si sono configurati come un messaggio chiaro da parte del governo siriano e dello Stato turco della loro volontà di ostacolare la possibilità di costruire una Siria unita e democratica. «L’accordo firmato il 1 aprile scorso prevedeva che i due quartieri venissero smilitarizzati; in cambio, Ashrafieh e Sheikh Maqsoud sarebbero rimasti sotto l’autonomia amministrativa che fa riferimento al confederalismo democratico, con la garanzia che non sarebbero stati attaccati» continua la solidale italiana. Accordo che è stato rotto con l’attacco di pochi giorni fa che ha portato alla completa evacuazione di tutta la popolazione, terminato ieri. «Ma si trattava di Asayish, le forze di sicurezza interna, non militari dei curdi. Le Forze Democratiche Siriane avevano lasciato il territorio secondo gli accordi».

I militari siriani giustificano l’aggressione come una risposta a presunti attacchi imputati alle SDF nelle settimane precedenti verso posti di blocco affiliati a Damasco nell’area circostante alla città di Aleppo; le leadership della DAANES respingono le accuse denunciando invece che si tratta di una operazione contro le popolazioni civili più fragili dopo anni di isolamento e violenze, e ricordando che le SDF non hanno alcuna presenza militare nella città. In una dichiarazione diffusa il 7 gennaio, il comando Generale delle SDF aveva lanciato un appello agli attori regionali e internazionali affinché intervenissero per fermare l’attacco, segnalando che la prosecuzione dell’offensiva nei due quartieri rischiasse di creare conseguenze che sarebbero andate ben oltre Aleppo, riaprendo una fase di instabilità e di conflitto su scala nazionale.

I due quartieri di Aleppo furono i primi a liberarsi dal regime di Assad durante la rivoluzione del 2011; a maggioranza curda, erano riusciti a mantenere la loro autonomia in tutti questi anni. I curdi rappresentano circa il 10% della popolazione siriana, ma detengono il controllo di circa il 30% del territorio del Nord-Est del paese. Lì, nel “Rojava Kurdistan”, con la rivoluzione incominciata nel luglio 2012, la popolazione ha costruito una forma di governo autonoma basata sui principi della liberazione delle donne e del confederalismo democratico, istituendo forze autonome di difesa della popolazione, le SDF.

Con l’uscita di scena del regime di Bashar al-Assad l’8 dicembre 2024 e l’avanzata delle milizie guidate da Hayat Tahrir al-Sham (HTS), è incominciata una nuova fase di transizione per la Siria. Il potere centrale che ha sostituito il regime di Assad vuole ricomporre lo Stato riprendendo il controllo sui territori che ha perso, tra cui il Nord-Est della Siria. Dall’altra parte, le leadership della DAANES cercano di proteggere i propri diritti e le proprie forme di autogoverno all’interno del nuovo perimetro statale. Da questo confronto sono nati gli accordi del 10 marzo 2025 tra il governo di transizione e le SDF, presentati come un’intesa per integrare le istituzioni civili e militari della DAANES. Gli accordi hanno aperto a una traiettoria di unificazione che sarebbe dovuta terminare entro la fine del 2025, ma gli scontri dei giorni scorsi testimoniano il tentativo di ostacolarla da parte dell’amministrazione centrale.

Il governo di Ahmea Al Sharaa aveva più volte affermato di voler difendere le minoranze presenti nel Paese, ma gli attacchi scoppiati ad Aleppo nei giorni scorsi rappresentano il terzo episodio di violenze e massacri ai danni delle minoranze, dopo quelli di marzo contro la popolazione alawita, nell’ovest del Paese, e quelli di luglio contro la popolazione drusa, a sud. «Molti non hanno interesse affinché il Paese venga unito, anzi», dice ancora A. «La presidente della Commissione Europea Ursula Von der Leyen è andata a Damasco proprio l’8 gennaio, appena dopo l’inizio dell’attacco» continua, «portando a Damasco un dono di 620 milioni di euro per il prossimo biennio». Un aiuto alla popolazione per ricostruire i servizi essenziali, come parte della proposta di cooperazione economica tra UE e Siria. «Le popolazioni che da anni si impegnano e lottano per la costruzione di una Siria unita e democratica, secondo principi di convivenza, uguaglianza e rispetto delle diversità, continuano a fare la loro parte e a impegnarsi per trovare una soluzione politica ai conflitti. Purtroppo però, molti interessi, nazionali e internazionali, si scontrano in Siria. Il futuro, è tutto da vedere».

Thailandia, deraglia un treno, 32 morti

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Un treno è deragliato nel nord-est della Thailandia uccidendo almeno 32 persone e ferendone 66. L’incidente è avvenuto nella provincia di Nakhon Ratchasima, nel distretto di Sikhio, a circa 200 chilometri a nordovest della capitale Bangkok. Il ministro dei trasporti thailandese ha dichiarato che a bordo del treno erano presenti 195 persone e che sono ancora in corso le indagini sull’accaduto. Dalle prime ricostruzioni, sembra che una gru impiegata in un cantiere ferroviario sia caduta su una delle due carrozze mentre il treno stava transitando, facendolo deragliare e causando un breve incendio.