domenica 5 Aprile 2026
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Caso Almasri: la Corte Penale Internazionale deferisce l’Italia all’Assemblea

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«L’Italia non ha rispettato i propri obblighi internazionali ai sensi dello Statuto di Roma, impedendo alla Corte di esercitare le proprie funzioni e poteri ai sensi dello Statuto». Così la presidenza della Corte Penale Internazionale (CPI) ha annunciato il deferimento dell’Italia all’Assemblea degli Stati membri per le sue inadempienze sul caso Almasri, il torturatore libico rimpatriato con volo di Stato dal governo nonostante il mandato di cattura internazionale emesso dallo stesso tribunale. Non avendo la CPI strumenti coercitivi, il deferimento non comporta sanzioni dirette, ma può avere effetti pratici indiretti, aprendo un caso politico e diplomatico di notevole portata, con possibili ripercussioni sulla credibilità internazionale di Roma nel rispetto dei propri obblighi e della legge internazionali. L’Assemblea potrà ora emettere risoluzioni, chiedere spiegazioni o adottare raccomandazioni sulla condotta dell’Italia e sulle sue future modalità di collaborare con la CPI.

La CPI ha emesso la decisione di deferire l’inadempimento da parte dell’Italia alla richiesta di cooperazione sul caso Almasri all’Assemblea degli Stati membri lo scorso 26 gennaio; la presidenza dell’Assemblea ha trasmesso la decisione al presidente tre giorni dopo e ieri, 1° aprile, ha convocato un rappresentante dell’Italia a una riunione per «discutere le implicazioni della decisione della Corte in merito alla sua mancata cooperazione e per presentare il suo punto di vista su come intende cooperare con la Corte in futuro». L’annuncio del deferimento è arrivato oggi. La CPI spiega che tale decisione è stata presa perché l’Italia non ha eseguito «correttamente la richiesta della Corte di arresto e consegna del signor Njeem [ndr. Almaseri] mentre si trovava sul territorio italiano», e non ha «cooperato con» né «consultato» la «Corte per risolvere le presunte questioni derivanti dall’emissione del mandato d’arresto e dalla presunta richiesta concorrente di estradizione». L’ufficio della presidenza ha dichiarato che «presenterà una relazione sulle azioni intraprese, unitamente a eventuali raccomandazioni, alla prossima sessione dell’Assemblea», in cui i membri saranno chiamati a esprimersi sul caso.

Almasri, soprannominato «il torturatore di Tripoli» dalle organizzazioni che investigano la situazione delle persone migranti in Libia, si trovava a Torino quando, il 19 gennaio 2025, è stato arrestato dalle forze dell’ordine italiane su segnalazione dell’Interpol. Su di lui pendeva un ordine di arresto segreto della Corte Penale Internazionale (CPI) con l’accusa di crimini di guerra e contro l’umanità, principalmente per quanto accade all’interno delle carceri libiche. La Corte d’Appello di Roma ha però giudicato «irrituale» l’operazione, sostenendo che la polizia italiana non avesse l’autorità per agire, come prevedono le norme sulla cooperazione con la Corte dell’Aia, senza una preventiva autorizzazione del ministro della Giustizia. Il ministro della giustizia Nordio, a quel punto, avrebbe potuto sanare la situazione dando l’autorizzazione per convalidare l’arresto, ma non è intervenuto.

In una informativa al Parlamento, Nordio si è difeso dicendo che il mandato è «arrivato in lingua inglese senza essere tradotto con una serie di criticità che avrebbero reso impossibile l’immediata adesione del ministero alla richiesta arrivata dalla Corte d’appello». Tra questa sorta di barriera linguistica, cui Nordio ha fatto più volte riferimento, e il «pasticcio» formale della CPI, il guardasigilli – almeno secondo la sua versione – avrebbe tardato nella lettura degli atti, che in ogni caso avrebbe giudicato «nulli». Così, Almasri è stato scarcerato, con il ministro dell’Interno Piantedosi che ha firmato un decreto di espulsione, dichiarandolo «soggetto pericoloso» e vietandogli l’ingresso in Italia per 15 anni. Almasri è stato quindi riportato in Libia su un aereo dei servizi segreti italiani, per venire arrestato dalle stesse autorità di Tripoli lo scorso novembre.

Investito della questione in seguito alla denuncia presentata sul caso dall’avvocato Luigi Li Gotti, lo scorso agosto il Tribunale dei Ministri aveva archiviato la posizione della premier Giorgia Meloni, chiedendo invece l’autorizzazione a procedere per i ministri Nordio e Piantedosi e per il sottosegretario Alfredo Mantovano, indagati per favoreggiamento, con ulteriori accuse di peculato e rifiuto di atti d’ufficio. Il 9 ottobre, la Camera dei deputati ha però respinto definitivamente la richiesta di processare i tre membri del governo: come previsto, la maggioranza di centrodestra ha votato compatta contro l’autorizzazione a procedere: 251 voti contrari per Nordio, 252 per Mantovano e 256 per Piantedosi, con circa venti voti provenienti anche da parte dell’opposizione. L’esito ha comportato l’archiviazione delle indagini.

FIGC: Gravina si dimette da presidente

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Il presidente della Federazione Italiana Giuoco Calcio Gabriele Gravina ha annunciato le proprie dimissioni. Gravina era presidente della FIGC dal 2018, e si è dimesso dopo le polemiche sorte in seno tanto al mondo sportivo quanto a quello politico sulla mancata qualificazione della Nazionale maggiore maschile ai prossimi mondiali. La squadra manca ai mondiali da tre edizioni consecutive. A fare piovere le critiche anche le parole dell’ormai ex presidente sugli altri sport, definiti «dilettantistici». Il prossimo presidente dovrebbe venire nominato il 22 giugno, in occasione di una riunione dell’assemblea federale.

Cisgiordania: scioperi e proteste contro la legge sulla pena di morte

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RAMALLAH, PALESTINA OCCUPATA – Negozi, attività, uffici: ieri, in tutte le città della Cisgiordania, così come nei piccoli paesi, si è tenuto uno sciopero generale che ha bloccato ogni genere di realtà, mentre a Ramallah centinaia di persone hanno sfilato in corteo. La protesta è stata chiamata da alcuni dei principali partiti politici contro la legge sulla condanna a morte approvata il 30 marzo dalla Knesset israeliana. Al fianco della Palestina, in tutto il mondo si sono mosse migliaia di persone, per protestare contro l’ennesima decisione di Israele che viola apertamente i diritti umani e il diritto internazionale: sit-in e marce hanno avuto luogo da Londra e Amsterdam fino ai campi profughi palestinesi del Libano, mentre numerose città siriane sono scese in piazza chiamando all’azione in solidarietà con il popolo palestinese. Centinaia di persone hanno marciato anche per le strade di Gaza, nonostante le difficili condizioni di vita date dal genocidio in corso.

In seguito allo sciopero proclamato contro la legge della pena di morte per i prigionieri palestinesi, da nord a sud della Cisgiordania sono state chiuse tutte le attività. Foto di Moira Amargi

«Lo Stato d’Israele è uno Stato che vuole più e più sangue», dice Khadura Fares, ex Ministro per gli Affari dei detenuti ed ex detenuti per l’Autorità Palestinese a L’Indipendente. L’uomo, 14 anni spesi nelle galere israeliane, era in prima linea nel corteo che si è mosso per le strade di Ramallah. «Questa legge, razzista e fascista, lo dimostra. Ci sono 9.500 prigionieri nelle carceri. Ufficialmente, Israele ne ha assassinati 89 (dal 7 ottobre 2023, ndr), ma siamo sicuri che le vittime sono ancora di più, anche se Israele non le sta dichiarando. Noi crediamo che questa legge razzista sia diventata parte di una nuova strategia di Israele: il genocidio fatto a Gaza, la politica assassina che stanno portando avanti in Cisgiordania, la chiusura delle moschee e delle chiese… Israele non è pericoloso solo per i palestinesi, perché sta occupando le nostre terre e ci sta uccidendo, ma sta diventando pericoloso anche per tutto il resto del mondo». Khadura Fares chiede un intervento internazionale. «L’unica cosa che importa sono le sanzioni, quindi chiediamo alle persone in Europa di fare pressione sui loro governi per imporre sanzioni contro Israele. Non è accettabile che l’UE continui la propria politica di doppio standard: 11.000 sanzioni contro la Russia, e nessuna contro Israele». Nel mentre, nell’inferno delle prigioni israeliane, i detenuti palestinesi continuano a soffrire torture sistematiche come parte del piano di vendetta israeliano che ha seguito il 7 ottobre.

«Questa legge mostra quanto è profonda la discriminazione contro i palestinesi, e quanto è profondo il sistema di apartheid», dice Mustafa Barghouti a L’Indipendente. Medico, attivista e politico palestinese, è da sempre impegnato nella difesa dei diritti umani. «Quando gli israeliani uccidono i palestinesi, non succede niente contro di loro. Su oltre 10mila casi di attacchi di coloni israeliani terroristi contro palestinesi, solo 8 casi sono stati investigati», afferma. «Israele sta inoltre violando il diritto internazionale, perché non ha diritto di imporre questa legge sul territorio che sta occupando». Barghouti chiama all’azione la comunità internazionale, mandando un messaggio ai leader e ai politici di tutto il mondo: «È ora di prendere decisioni pratiche», dice. «Bisogna agire, boicottare Israele. Perché Israele non capirà finché non sentirà di avere perso la legittimità, che non è uno Stato legittimo. Noi speriamo che il mondo si svegli, e che dica “ora basta”».

Intanto, su tutto il territorio la violenza dei coloni e dell’esercito non si ferma. Nuovi attacchi si sono verificati in numerose comunità palestinesi; a Tayasir coloni israeliani hanno dato alle fiamme numerose macchine e abitazioni, ferendo almeno 4 persone mentre negli stessi giorni hanno costruito un nuovo avamposto illegale nell’area. La scorsa settimana almeno tre giovani, di cui un ragazzo di 15 anni sono stati uccisi dall’esercito in due diversi raid sul territorio, portando a 1.138 le vittime palestinesi uccise dal 7 ottobre 2023. Padre Abdallah, italiano che ha sposato la causa palestinese sin dalla sua giovinezza combattendo con i fedayyin in Libano, ha concluso così la protesta di ieri: «L’occupazione vuole la terra senza popolo, e tutto questo serve per far sparire il popolo palestinese; ma questa lunga notte finirà con una nuova alba, l’alba della libertà e dell’indipendenza».

“Il collutorio è pericoloso per la salute”: negli USA partono le cause contro Colgate

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Colgate-Palmolive dovrà affrontare due azioni legali collettive per presunta confezione ingannevole dei suoi collutori per bambini. Lo ha deciso un giudice federale di Chicago accogliendo l’istanza dei consumatori che hanno promosso le cause, i quali sostengono che i colori vivaci e i gusti accattivanti come «Bubble Fruit» e «Silly Strawberry» inducano i genitori a ritenere che il prodotto sia sicuro anche per i bambini al di sotto dei sei anni, nonostante le linee guida sanitarie statunitensi raccomandino espressamente di non utilizzare collutori al fluoro in quella fascia d’età. Il fluoro, infatti, può risultare dannoso se ingerito, soprattutto dai più piccoli.

I querelanti hanno evidenziato come le confezioni di Colgate riportino in primo piano le parole «bambini» o «per bambini», creando confusione sui limiti di età. La giudice distrettuale Andrea Wood ha accolto la tesi, scrivendo che i consumatori ragionevoli potrebbero non sapere dove «tracciare il confine» quando le etichette sembrano invitare all’uso da parte dei minori. Ha inoltre provveduto a respingere la difesa di Colgate, secondo cui gli acquirenti saprebbero che i collutori sono farmaci da banco e leggerebbero le avvertenze della Food and Drug Administration stampate sul retro. L’avvocato dei consumatori che hanno denunciato Colgate, Michael Connett, ha dichiarato che i tribunali si sono mostrati ricettivi verso le istanze dei querelanti in merito all’etichettatura ingannevole. «Ci auguriamo che queste sentenze servano da campanello d’allarme per i produttori, affinché smettano di promuovere un uso non sicuro dei prodotti al fluoro», ha affermato. In attesa di un possibile risarcimento per i consumatori e di una revisione delle confezioni, le cause contro Colgate confluiranno ora ora davanti al giudice federale.

Non è la prima volta che Colgate viene attenzionata sul versante giudiziario a causa del marketing connesso a prodotti al fluoro. Lo scorso anno, il colosso americano aveva infatti accettato di modificare le confezioni dei suoi dentifrici per bambini (Colgate, Tom’s of Maine e Hello), indicando «quantità di dentifricio sicure e adatte all’età» dei bambini sotto i sei anni, in conformità con le istruzioni riportate sulle etichette, in seguito alle preoccupazioni espresse dal procuratore generale del Texas, Ken Paxton (Procter & Gamble, produttore di Crest, aveva raggiunto un accordo simile a gennaio). Quest’ultimo aveva infatti giudicato «ingannevole» la comunicazione relativa al fluoro. Anche sui dentifrici si è infatti espressa la giudice distrettuale Andrea Wood, la quale ha però respinto una causa analoga relativa al dentifricio Colgate perché, in quel caso, le etichette indicavano espressamente che i bambini tra i due e i sei anni devono usarne una «quantità pari a un pisello». «Considerato nel suo contesto, lo spazzolino con una striscia intera di dentifricio serve unicamente a rappresentare l’atto di lavarsi i denti», ha scritto Wood, chiarendo che l’immagine non costituisce un invito a usare una quantità eccessiva.

Indonesia, terremoto 7.6 nel Mar delle Molucche: un morto

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Un terremoto di magnitudo 7.6 ha colpito il Mare delle Molucche, in Indonesia, causando un morto e un ferito. La scossa principale è avvenuta al largo dell’isola di Ternate a 35 km di profondità. La vittima è deceduta nel crollo di un edificio a Manado, dove un’altra persona è rimasta ferita a una gamba. Sono state registrate circa 50 scosse di assestamento, la più forte di magnitudo 5.5. Inizialmente era stato lanciato un allarme tsunami, poi revocato. Onde fino a 75 cm hanno interessato diverse località nelle Molucche e nel Sulawesi Settentrionale.

Prima sottofinanziato, poi rinviato, infine cestinato: addio al Piano casa del governo Meloni

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piano casa governo Meloni

«Bisogna intervenire subito perché ogni casa vuota è un’occasione persa per una famiglia che ha bisogno di un tetto. Servono politiche rapide per rimettere questi spazi a disposizione dei cittadini». Sono le parole di Marco Buttieri, presidente di Federcasa — la federazione che riunisce gli enti gestori delle case popolari italiane — pronunciate durante un convegno di Ater Udine sulla rigenerazione urbana, quando ha spiegato che il finanziamento di 970 milioni di euro destinato al recupero delle case popolari sfitte è stato sospeso per le conseguenze dell’attacco americano e israeliano all’Iran. Soldi a fondo perduto, stanziati dal Ministero delle Infrastrutture per recuperare le 60-90mila abitazioni di edilizia residenziale pubblica oggi chiuse per mancate manutenzioni. Non è una notizia isolata. È la puntata finale di una storia iniziata oltre un anno fa, fatta di annunci roboanti, cifre che si sgonfiano a ogni passaggio e decreti attuativi che non arrivano mai.

Al Meeting di Rimini 2025, la premier Giorgia Meloni, d’intesa con il ministro Salvini, aveva annunciato un “Piano Casa Italia” decennale, un intervento strutturale da circa 15 miliardi di euro, finalizzato a calmierare i prezzi degli affitti e favorire l’acquisto della prima casa per giovani coppie e ceto medio. A novembre 2025 tocca al ministro per gli Affari Europei Tommaso Foti abbassare l’asticella spiegando che il piano avrebbe avuto una dimensione superiore agli 8 miliardi di euro, con investimenti anche di privati. A dicembre, però, la legge di bilancio racconta una storia diversa. Nero su bianco, nella manovra, si trovano 50 milioni per il 2027, 50 milioni per il 2028, e nulla per il 2026. In totale, sommando tutti gli stanziamenti sparsi tra le diverse leggi, si arriva a circa 970 milioni spalmati tra 2026 e 2030.

Troppo poco. Secondo Carlo Cottarelli, per costruire 100mila alloggi servirebbero almeno 25 miliardi di euro, mentre secondo il segretario di Fillea-Cgil Antonio Di Franco la cifra adatta sarebbe di 35 miliardi. Anche Confindustria, ai ferri corti con il governo dopo il taglio retroattivo del credito d’imposta legato a Transizione 5.0, chiede da tempo un piano casa nazionale

Alla conferenza stampa di inizio anno, Meloni corregge il tiro: il governo è «in dirittura di arrivo» con il piano, che però si ridimensiona a 100mila nuove case a prezzi calmierati nei prossimi dieci anni, al netto delle case popolari. Il 25 febbraio 2026, durante un question time alla Camera, Salvini aveva rilanciato il progetto: 1 miliardo e 200 milioni di euro per recuperare circa 60mila alloggi, restituendoli alle famiglie che sono in lista d’attesa. Cantieri già nel 2026, promette il ministro. Dieci giorni dopo il decreto doveva approdare in Consiglio dei Ministri. Non è mai arrivato. Il decreto attuativo – che avrebbe reso il piano operativo – era già in ritardo sulla tabella di marcia originaria, con il termine dei 180 giorni già scaduto. Poi è arrivata la notizia della sospensione.

Il meccanismo è chiaro: i costi della guerra in Iran – lo shock energetico, i rincari delle materie prime, l’aumento delle spese militari – stanno erodendo le risorse disponibili per la spesa sociale. E la casa è tra le prime voci a saltare.

«Ancora una volta il governo usa le paventate risorse destinate al recupero delle case popolari sfitte come un bancomat», scrive Massimo Pasquini, voce storica dell’associazionismo per il diritto all’abitare, sul blog de Il Fatto Quotidiano. «Non abbiamo bisogno di finanziare il riarmo né, tantomeno, affrontare l’aumento dei costi energetici con il taglio delle spese sociali, in particolare per l’abitare».

Il quadro che emerge non riguarda solo i 970 milioni sospesi. Già in precedenza il governo aveva azzerato il fondo contributo affitti – una misura vitale per le famiglie in difficoltà – e aveva svuotato il fondo istituito dalla legge del 2014 per il recupero dell’edilizia pubblica. La guerra è diventata la giustificazione, ma il disimpegno sulla casa è strutturale.

L’ultima scommessa del governo sarebbe quella di affidarsi ai capitali privati con una partership che preveda canoni “calmierati”. «La partnership pubblico-privata, per come sta andando finora soprattutto in Italia, è fallimentare. Il caso più eclatante è quello degli studentati: si danno finanziamenti e agevolazioni fiscali ai grandi fondi, e poi gli stessi grandi fondi fanno profitti, non mettendo gli alloggi a prezzi effettivamente calmierati», sottolinea Giulia Scuderi, europarlamentare di Alleanza Verdi-Sinistra.

Ma dietro la polemica politica, restano i problemi reali dei cittadini. Secondo i dati di Federcasa e dei principali osservatori regionali, aggiornati al 2024-2025, in Italia vengono assegnati mediamente tra i 15mila e i 20mila alloggi popolari l’anno. Ma le famiglie in graduatoria sono circa 650mila. Solo il 3% di chi è in lista riesce a ottenere una casa. Nel settore in edilizia privata, nel frattempo, tra il 2020 e il 2024 sono state costruite circa 280-300mila nuove abitazioni. Tutte a prezzi di mercato e nessuna per chi ne ha davvero bisogno.

Nel frattempo, mentre il 4° Rapporto Federproprietà-Censis stima in 8,5 milioni le “case dormienti”, non utilizzate o sotto-utilizzate, il 15,5% delle famiglie italiane vive in condizioni di disagio abitativo, con 1,5 milioni di nuclei in situazione grave o acuta. A fine 2026 i canoni di locazione cresceranno dell’8,1% su base nazionale, con punte del 9,3% a Bari. Gli affitti per studenti universitari sono già cresciuti del 9,5% su base annua. E il 79% dei giovani italiani tra i 20 e i 29 anni, secondo l’OCSE, vive ancora con i genitori.

Molise, crolla ponte sul fiume Trigno: non ci sono vittime o feriti

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Dopo tre giorni di piogge intense è crollato il ponte sul fiume Trigno, lungo la statale 16 tra Abruzzo e Molise. Il cedimento è avvenuto improvvisamente intorno alle 9, mentre erano in corso verifiche per una possibile riapertura al traffico: la struttura ha collassato a metà. La strada era già chiusa in via precauzionale dopo l’esondazione del fiume, evitando conseguenze gravi. Il ponte, situato tra San Salvo e Montenero di Bisaccia, rappresentava un collegamento strategico tra le due regioni: il crollo provoca ora pesanti disagi alla viabilità locale.

La storia infinita dei depistaggi sulla strage che uccise Paolo Borsellino

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A soli 57 giorni dalla tremenda strage di Capaci, il 19 luglio 1992 un'autobomba esplodeva a Palermo, in via Mariano D'Amelio, uccidendo il magistrato Paolo Borsellino e gli agenti di scorta Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina. A distanza di quasi 34 anni, però, grossi pezzi di verità sul quel massacro sono ancora tutti da scrivere. Sin da quel pomeriggio, infatti, entrò in funzione una clamorosa macchina del depistaggio che coinvolse uomini delle istituzioni di cui oggi conosciamo nomi e cognomi e altri di cui, invece, ancora oggi ignoriamo ...

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Camera, sospesi 32 deputati per proteste contro convegno sulla “remigrazione”

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L’Ufficio di presidenza della Camera ha sospeso complessivamente 32 deputati di opposizione per l’occupazione della sala stampa del 30 gennaio, organizzata per impedire una conferenza sulla “remigrazione”. Ventidue parlamentari sono stati sospesi per 5 giorni e altri dieci per 4 giorni, con sanzioni più severe per chi aveva occupato i posti degli oratori. Fra i parlamentari sospesi per 5 giorni, 10 sono del PD, 8 del M5S e 4 di AVS. L’evento, promosso dal leghista Domenico Furgiuele, prevedeva interventi di esponenti dell’estrema destra, anche neonazisti. I deputati hanno giustificato la protesta ritenendo inaccettabile ospitare alla Camera rappresentanti di movimenti neofascisti o radicali.

La “minaccia” di Trump all’Europa: “porterò gli USA fuori dalla NATO”

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La NATO è una «tigre di carta» e l’uscita degli USA dall’Alleanza Atlantica è «irrevocabile». A dirlo è il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, in una intervista al quotidiano britannico The Telegraph. Trump ha specificato di stare «seriamente» considerando l’uscita degli USA dalla NATO a causa del rifiuto di inviare navi da guerra verso lo Stretto di Hormuz da parte dei membri dell’Alleanza. «Noi siamo sempre stati lì per loro, e lo saremmo sempre stati. Loro non sono lì per noi», ha detto Trump. Le dichiarazioni arrivano in un momento in cui gli Stati Uniti e Israele sembrano trovarsi in seria difficoltà sul campo: la guerra in Iran, che doveva essere una “operazione lampo”, si sta trascinando ormai da oltre un mese (con evidenti difficoltà sul campo da parte di Tel Aviv e Washington), scatenando una crisi energetica globale. In un contesto del genere, il rifiuto dei Paesi UE a farsi trascinare nel conflitto ha incendiato ulteriormente i malumori del tycoon.

Nei giorni scorsi, il presidente USA ha lanciato critiche e minacce nei confronti di diversi Stati europei, proprio per la mancata collaborazione nelle operazioni militari in Medio Oriente. Dopo che la Francia ha chiuso il proprio spazio aereo ai mezzi militari carichi di armi e diretti verso Israele, Trump ha pubblicato un post sul suo social Truth nel quale ha accusato Parigi di essere “ALQUANTO INUTILE [maiuscolo originale, ndr]” nell’ambito della guerra contro l’Iran e che “gli Stati Uniti se ne RICORDERANNO!!!”. Una risposta della quale la Francia si è detta “sorpresa” dal momento che la propria posizione è la medesima dall’inizio del conflitto: pochi giorni dopo l’attacco, infatti, Parigi aveva fatto sapere che non avrebbe permesso all’esercito USA di usare le basi francesi, salvo offrire un “appoggio temporaneo” in caso questi avessero avuto l’incarico di difendere i partner di Parigi nella regione. Ancora meno lusinghiere erano state le parole spese da Trump nei confronti del premier spagnolo Pedro Sanchez, che aveva minacciato di imporre un embargo al Paese socialista e di troncare tutte le relazioni commerciali – minaccia che ad ora non ha avuto seguito, anche se le basi di Rota e Moron permangono chiuse ai voli USA coinvolti nella guerra, insieme all’intero spazio aereo spagnolo. Il presidente non ha poi mancato di deridere il premier britannico Keir Starmer, dichiarando “non avete nemmeno una marina. Siete troppo vecchi e avevate portaerei che non funzionavano”. Tuttavia, Starmer lo ha ribadito chiaramente: “Questa non è la nostra guerra e non verremo trascinati dentro di essa”.

Dall’inizio della guerra in Iran, Trump (che ha vinto le elezioni promettendo di non scatenare guerre) continua a ripetere che la fine è molto vicina e che gli obiettivi statunitensi sono ormai stati raggiunti, con l’avversario dipinto come ridotto in ginocchio e senza speranze di rialzarsi. Un quadro che non sembra poi tanto corrispondere alla realtà delle cose: la “operazione lampo” annunciata a inizio conflitto si sta incancrenendo, il cambio di regime non si è verificato e l’Iran si sta dimostrando padrone assoluto dello Stretto di Hormuz. La situazione è tale per cui gli USA sono stati costretti a prepararsi ad eventuali operazioni di terra, dispiegando all’incirca 10 mila marines in Medio Oriente – eventualità che piace poco agli stessi vertici militari USA. A tutto ciò si aggiungono le dichiarazioni del presidente USA in merito a un accordo di pace sempre più vicino, puntualmente smentite dai vertici iraniani, che lo hanno accusato di star solamente cercando di influenzare l’andamento dei mercati e contenere la crisi energetica che ha travolto l’Occidente. Di fatto, il piano di pace ipotizzato da Washington è stato prontamente rispedito al mittente, senza nemmeno passare per mediatori o colloqui.

A fronte delle difficoltà sul terreno e della riluttanza dei Paesi UE a entrare in un conflitto scatenato unilateralmente da USA e Israele, Trump ha prima minacciato di interrompere i rifornimenti di armi all’Ucraina, poi attaccato i singoli Paesi e infine l’Alleanza Atlantica. Le dichiarazioni hanno mandato in allarme Mark Rutte, segretario generale della NATO, che dovrebbe incontrare il tycoon la prossima settimana. Tuttavia, permangono dubbi riguardo al fatto che questa rappresenti solamente l’ennesima minaccia di Trump che verosimilmente non avrà seguito. La NATO, infatti, è sempre stato lo strumento principe che ha permesso agli USA di avere una presenza militare importante nella UE, mantenendo anche un controllo sulle alleanze del continente e garantendo un appoggio militare alle guerre imperialiste scatenate da Washington. Si pensi in primis alla Russia, prima della guerra alleato commerciale della UE, ora tagliata fuori a favore degli Stati Uniti, divenuti primi fornitori di GNL del continente. E poi alle guerre in Jugoslavia (i cui bombardamenti furono lanciati senza autorizzazione del Consiglio di Sicurezza ONU) e in Medio Oriente, finalizzate a ottenere cambi di regime funzionali agli interessi imperialistici di Washington. Inclusa quella attuale contro l’Iran, nella quale gli USA non stanno riuscendo, per ora, a trascinare l’Alleanza.