sabato 14 Marzo 2026
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I contrattacchi iraniani stanno avendo effetti più pesanti di quanto ammesso dagli USA

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L’escalation militare che ha infiammato il Golfo Persico nelle ultime settimane non rappresenta soltanto l’ennesimo capitolo di un conflitto pluridecennale, ma segna un punto di non ritorno strategico che riscrive le regole della sicurezza regionale e globale. Mentre i bollettini ufficiali si concentrano sul conteggio dei danni subiti dall’Iran, la contro-offensiva iraniana denominata “True Promise 4” ha di fatto smantellato il mito dell’invulnerabilità tecnologica occidentale. Il vero successo militare strategico di Teheran è stato quello di aver colpito i “nervi ottici” del sistema difensivo statunitense nella regione. Un colpo molto costoso per gli Stati Uniti, sia in termini economici che militari. Per i primi si parla di circa 2,5 miliardi per tre obiettivi colpiti; per i secondi, della distruzione di parte del sistema integrato di difesa missilistica degli Stati Uniti, il fiore all’occhiello della tecnologia militare USA.

Come riportato anche dai media statunitensi, colpendo sistematicamente i sensori strategici, in particolare il sistema THAAD (Terminal High Altitude Area Defense) negli Emirati Arabi Uniti, il radar AN/TPY-2 in Giordania, e il radar AN/FPS-132 in Qatar, l’Iran ha ottenuto ciò che molti analisti ritenevano impossibile: ha “accecato” parte della rete di allerta missilistica precoce degli Stati Uniti. THAAD è un sistema di difesa contro i missili balistici che può colpire obiettivi distanti 200 chilometri, il cui rilevamento avviene però in un raggio di circa 2.500 chilometri. Il suo costo è di 1 miliardo di dollari mentre il costo di ogni singolo missile sparato è di 12,6 milioni di dollari. AN/TPY-2 è il radar trasportabile che fa parte del sistema THAAD, ed è quello che rileva e traccia i bersagli da colpire. Il costo del solo radar è di circa mezzo miliardo di dollari. L’ AN/FPS-132 è un altro potente radar che fa parte del sistema integrato di allerta missilistica precoce. Il suo costo è di 1,1 miliardi di dollari e la sua “capacità visiva” ha un raggio di azione di circa 5.000 chilometri.

Un radar di sorveglianza aerea AN/TPY-2 distrutto dalle forze armate iraniane. Base di Muwaffaq Salti in Giordania

Questi scudi multimiliardari, venduti come impenetrabili, sono stati resi inerti non da una forza superiore, ma da una strategia di saturazione asimmetrica che ha sfruttato le falle intrinseche della difesa integrata. Senza questi sensori, le batterie di intercettori Patriot e gli stessi THAAD diventano giganti d’argilla, incapaci di tracciare le minacce in tempo utile. È il fallimento della superiorità tecnologica convenzionale davanti alla massa critica di droni e missili a basso costo. Strutture che, oltre ad essere molto costose, sono realizzate con anni di lavoro e dunque non facilmente rimpiazzabili con sistemi nuovi. Proprio per questo, anche se le autorità statunitensi minimizzano la faccenda, gli USA stanno spostando il sistema THAAD presente in Corea del Sud per una destinazione del Medio Oriente.

Per decenni, le monarchie del Golfo – Bahrain, Kuwait, Oman, Arabia Saudita, Qatar ed Emirati – hanno costruito la propria prosperità su un tacito accordo: la concessione di basi militari agli Stati Uniti (e l’istituzione del petrodollaro) in cambio di una sicurezza assoluta. Oggi, questo paradigma è andato in frantumi. L’attacco coordinato a strutture sia militari che civili in tutti i Paesi che compongono il Consiglio di Cooperazione del Golfo (GCC) ha posto i regnanti locali di fronte a un dilemma esistenziale. La presenza militare statunitense, un tempo sentita e utilizzata come una polizza assicurativa, oggi inizia ad essere percepita come un magnete per la guerra. Le scorte di missili intercettori si stanno esaurendo a un ritmo insostenibile: ogni missile iraniano da poche migliaia di dollari richiede intercettori che costano milioni. È una guerra d’attrito finanziario che le petromonarchie, nonostante le loro immense riserve, non possono vincere nel lungo periodo.

Per le monarchie del Golfo, il danno materiale dei missili iraniani è niente in confronto al danno economico e d’immagine che stanno causando le esplosioni. Queste Nazioni hanno attirato decine e decine di migliaia di espatriati e miliardi di dollari di capitali esteri vendendo l’immagine di oasi di pace e ricchezza nel mezzo a un deserto turbolento. Quell’immagine sta bruciando insieme alle infrastrutture colpite. Le grandi compagnie di bandiera, pilastri della diversificazione economica petrolifera, vedono i propri cieli chiusi o considerati zone di guerra. La chiusura dello Stretto di Hormuz ha paralizzato il commercio di gas e petrolio. E non solo. La compagnia marittima Maersk, qualche giorno fa ha annunciato la sospensione delle attività nel Golfo Persico e in Medio Oriente, prefigurando una cogestione totale della logistica regionale. Se il conflitto dovesse protrarsi, la fuga dei capitali e dei cittadini occidentali è un rischio concreto che potrebbe trasformare queste “città del futuro” in cattedrali nel deserto entro pochi mesi.

La crisi attuale dimostra che la deterrenza statunitense nel Golfo è compromessa. L’incapacità di proteggere i sensori critici in Qatar e negli Emirati ha inviato un segnale inequivocabile a Pechino e Mosca: il sistema di sicurezza centrato sugli USA è saturabile e vulnerabile. L’Iran ha dimostrato che per poter affrontare un titano tecnologico basta privarlo della vista. E i Paesi del Golfo stanno imparando a proprie spese che il prezzo per aver permesso agli Stati Uniti di operare contro Teheran dal proprio suolo potrebbe essere la fine del proprio “miracolo” economico. 

Corruzione e sondaggi pessimi: tutti i guai del premier spagnolo Pedro Sánchez

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Il «no a la guerra» di Pedro Sánchez ha fatto clamore, attirando sul premier spagnolo le attenzioni della politica e della stampa internazionale. Una buona parte della stampa italiana di sinistra ha colto l’occasione per idolatrare (o piuttosto continuare a farlo) il premier spagnolo, raccontando una figura che però all’interno del contesto interno appare spesso più sfaccettata. Il suo mandato, iniziato nel 2023, può essere definito a dir poco rocambolesco: tra scandali di corruzione, disastri naturali, una politica internazionale spesso contraddittoria e una crisi immobiliare profonda, Sánchez si è dovuto barcamenare cercando di trovare l’equilibrio all’interno di una maggioranza frammentata e spesso poco affidabile.

Nel suo discorso pronunciato pochi giorni dopo l’aggressione militare israelo-statunitense all’Iran, Sánchez ha dichiarato che la Spagna non avrebbe permesso agli Stati Uniti d’America di utilizzare le basi di Rota e Morón con il fine di attaccare l’Iran e ha reiterato l’importanza delle relazioni diplomatiche contro le azioni militari. Questa posizione ha immediatamente scatenato le reazioni della politica internazionale, che, specialmente a sinistra, ha trovato in Sánchez l’unico leader capace di tenere testa all’imperialismo di Donald Trump e Benjamin Netanyahu.

Tuttavia, non è tutto oro quello che luccica. Nel primo anno dell’attuale legislatura il Partito Socialista Obrero Español (PSOE) è stato scosso da uno scandalo di corruzione che ha portato alle dimissioni dell’ex ministro dei trasporti José Luis Ábalos, quando la polizia giudiziaria della Guardia Civil ha scoperto che il Segretario d’organizzazione del PSOE e numero tre del partito Santos Cerdán ha influenzato l’acquisizione di appalti pubblici a favore di imprese costruttrici. A questo si aggiungono casi di molestie e comportamenti sessisti protratti da alcuni esponenti del PSOE tra i quali spicca la figura dell’ex consigliere politico Francisco Salazar. Agli scandali all’interno del partito si sommano le questioni che hanno minato direttamente la figura del presidente. Seppur mosse dall’organizzazione Manos Limpias, vicina all’estrema destra del Paese e spesso accusata di presentare denunce totalmente infondate o inventate, le imputazioni di traffico di influenza e corruzione che hanno coinvolto Begoña Gómez e David Sánchez, rispettivamente moglie e fratello del premier, hanno contribuito ad una graduale perdita di fiducia da parte dell’elettorato verso Sánchez e il partito.

Questo elemento si rispecchia negli ultimi risultati elettorali in ambito regionale, dove il PSOE ha perso drasticamente consensi a favore del Partido Popular e di VOX. Secondo le stime di gennaio 2026 tracciate dal Gabinet d’Estudis Socials i Opinió Pública (GESOP), se si votasse oggi per le elezioni generali il Partito Popolare raggiungerebbe il 30% dei voti, mentre il PSOE otterrebbe il 26,5%, segnando un calo di cinque punti dalle elezioni del 2023.

Sebbene il governo Sánchez abbia messo in atto politiche in controtendenza rispetto ad altri governi europei, in particolar modo se si considerano la regolarizzazione di 500.000 persone in situazione di irregolarità amministrativa o l’aumento del salario minimo interprofessionale, queste misure sono spesso il risultato di un lavoro strenuo della società civile o degli alleati di governo, che spesso hanno trovato proprio nel PSOE l’ostacolo per approvare rapidamente i decreti che nella stampa italiana vengono raccontati come successi di Pedro Sánchez. Nonostante ciò, Sánchez ha tra le mani una gatta da pelare molto delicata, ovvero l’aumento del prezzo degli immobili. Nel corso degli ultimi anni collettivi e sindacati attivi per il diritto all’abitare sono scesi in piazza per protestare contro politiche inefficaci o che spesso finiscono per tutelare gli interessi degli speculatori immobiliari.

Sulla scena politica internazionale le prime criticità sono emerse subito dopo le dichiarazioni contro l’aggressione degli USA e Israele all’Iran. Mentre risuonava il «no a la guerra», il governo spagnolo ha inviato la fregata Cristobal Colón verso Cipro insieme ad altri Paesi europei per, secondo le dichiarazioni della ministra della Difesa Margarita Robles, «difesa dell’Unione Europea e della sua frontiera orientale». Se gli alleati di governo di Sumar hanno approvato la missione celebrando le intenzioni di Sánchez, altri partiti come Podemos e il Bloque Nacionalista Galego hanno criticato l’operazione, equiparandola ad un intervento militare. A questo si aggiungono le analisi del traffico aereo che hanno dimostrato movimenti militari dalle basi statunitensi di Rota e Morón diretti verso la Sicilia nel giorno in cui Sánchez avrebbe impedito l’utilizzo delle basi per attaccare l’Iran. Alcuni esponenti politici, tra cui l’ex vice premier Pablo Iglesias hanno criticato l’operazione: «questo trucco permette a Washington di utilizzare le basi spagnole come punto di transito senza dichiarare formalmente la partecipazione nell’operazione militare. Questo è stare fuori dalla guerra?» ha affermato Iglesias in un video nel suo profilo Instagram.

Alle contraddizioni si aggiungono le relazioni con Israele: nonostante Sánchez abbia cercato di schierarsi contro le azioni genocide del governo israeliano, la Spagna non ha mai realmente applicato un embargo totale alla compravendita di armi con Tel Aviv e in molte occasioni ha permesso il transito di navi cariche di materiali destinati all’utilizzo nel genocidio in Palestina dai porti spagnoli.

La figura di Pedro Sánchez appare quindi controversa. Internazionalmente dipinto come strenuo rivale di Donald Trump, mentre in patria più simile ad un abile comunicatore, il premier spagnolo inizia a muovere le sue pedine in occasione delle prossime elezioni. Le ultime sconfitte in ambito regionale, sembrano allontanare l’ipotesi di un nuovo mandato socialista. Se le prossime elezioni segneranno la chiusura di una porta in patria, non è da escludere che le prese di posizione di Sánchez possano aprirgli un portone in Europa.

Ecovillaggi in Italia: quanti sono e come si vive davvero

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Una descrizione univoca per cosa realmente sia un ecovillaggio, probabilmente non esiste. E sicuramente la definizione che va per la maggior sui media mainstream, e cioè quella di “comunità neorurali”, non è un termine che storicamente appartiene a questo tipo di realtà, come loro stessi ci hanno spiegato, anche perché in molti lo ritengono riduttivo in relazione alla complessità che li caratterizza.
Negli ecovillaggi si trovano comunità hippy, spesso definite così da chi resta distante da questi mondi o da chi è rimasto con la testa agli anni ’60 del secolo scorso, ma anche bocconiani che han...

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La Spagna ha definitivamente ritirato la propria ambasciatrice in Israele

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Con una comunicazione rilasciata nel Bollettino Ufficiale di Stato, la Spagna ha ritirato ufficialmente la propria ambasciatrice, Ana María Sálomon Pérez, dallo Stato di Israele. La proposta era stata avanzata lo scorso martedì 10 marzo dal ministro degli Affari Esteri ed è stata concordata nell’ultimo Consiglio dei ministri. Si tratta di un gesto diplomatico forte, che segna una frattura politica profonda tra i due Paesi. In precedenza, Israele aveva ritirato il proprio ambasciatore a Madrid dopo che la Spagna aveva riconosciuto ufficialmente lo Stato di Palestina, nel 2024.

Direttiva Case Green, attuazione in ritardo: procedura di infrazione per l’Italia

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Bruxelles ha deciso di avviare procedure di infrazione contro 19 Paesi UE, Italia inclusa, per i ritardi nel presentare alla Commissione i progetti nazionali di ristrutturazione degli edifici, come previsto dalla direttiva Case Green, in scadenza a dicembre 2025. Da questo momento il nostro Paese ha due mesi di tempo per rispondere alle lettere di costituzione in mora, altrimenti l’UE potrà mandare avanti la procedura.

Guerra all’Iran: l’UE si schiera sanzionando Teheran mentre è sotto le bombe

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«L’UE continua a ritenere l’Iran responsabile»: a dirlo è l’Alta Rappresentante per gli Affari Esteri della UE Kaja Kallas, che ha annunciato un nuovo pacchetto di sanzioni contro Teheran. Poco importa se numerosi governi nella UE – compresa l’Italia – abbiano riconosciuto che l’aggressione congiunta USA-Israele è stata unilaterale e al di fuori del diritto internazionale. E che sia arrivata (di nuovo) nel mezzo dei colloqui sul nucleare nell’ambito dei quali, secondo i mediatori, l’Iran si stava mostrando pienamente collaborativo. Così, mentre Teheran è sotto le bombe – che stanno prendendo di mira decine di obiettivi civili, tra i quali scuole e ospedali -, l’UE prende di mira «19 funzionari ed entità del regime responsabili di gravi violazioni dei diritti umani», congelando i loro conti e impedendo loro di fare affari con entità europee. Dei diritti dei civili bombardati da Washington e Tel Aviv, tuttavia, non è stata profferita parola.

La presa di posizione di Bruxelles fa quantomeno venire il sospetto che i criteri in base ai quali vengono disposte le sanzioni siano puramente politici. E dire che persino Giorgia Meloni, alleata di ferro degli USA, è stata costretta ad ammettere ieri davanti alle Camere (dopo dieci giorni di silenzio) che «l’intervento americano e israeliano contro il regime iraniano» si colloca «al di fuori del perimetro del diritto internazionale». Anche il ministro per gli Affari Esteri francese, Jean-Noel Barrot, ha dichiarato in una conferenza stampa tenuta all’indomani dello scoppio della guerra che l’attacco è stato frutto di una decisione «unilaterale» e che «avrebbe dovuto essere dibattuto negli organismi collettivi» preposti a tale scopo. Il vicecancelliere tedesco Lars Klingbeil ha riferito all’emittente ZDF dei «seri dubbi» che l’attacco USA in Iran sia legale, mentre il cancelliere Merz ha epresso preoccupazione per il fatto che Washington e Tel Aviv non sembrino avere «un piano condiviso» per portare la guerra a una fine «rapida e convincente». Per non parlare poi della Spagna, che oltre a criticare l’aggressione ha anche negato alle forze armate USA l’utilizzo delle basi navali e aeree di Rota e Morón de la Frontera, scatenando le ire di Trump.

«Mentre la guerra in Iran continua, l’UE proteggerà i propri interessi e perseguiterà i responsabili della repressione interna. Inoltre, invia un messaggio a Teheran: il futuro dell’Iran non può essere costruito sulla repressione», dichiara Kallas. Le sanzioni UE contro Teheran sono state imposte per la prima volta nel 2011, per condannare gli abusi contro i diritti umani e le attività di proliferazione nucleare – della quale non vi è in realtà alcuna prova, se non le false accuse che Netanyahu e Stati Uniti continuano a lanciare da oltre trent’anni che recentemente hanno trovato (di nuovo) anche la smentita dell’AIEA. Negli scorsi mesi, queste erano state rinnovate per via della repressione delle proteste interne da parte del regime, nel corso delle quali sono state uccise diverse centinaia di persone (anche se il numero esatto è impossibile da stabilire). Nel mezzo della guerra, l’Unione ha deciso di ora di rinnovarle con lo stesso principio, anche se non una parola di condanna è stata spesa nei confronti della deliberata aggressione USA-Israele, che ha peraltro visto tra i primi obiettivi una scuola elementare, bombardata alle otto del mattino con la conseguente uccisione di 165 studentesse. Ma d’altronde, nulla è stato fatto nemmeno per fermare il genocidio del popolo palestinese da parte di Israele, certificato dalle istituzioni preposte e trasmesso globalmente in diretta streaming. Un po’ a suggerire che il rispetto dei diritti umani sia rivendicato solamente quando interessi politici ed economici non si mettono di mezzo.

Per la prima volta in Liguria una persona avrà diritto al suicidio assistito

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suicidio assistito liguria

Dopo quasi trent’anni di malattia e oltre un anno di attese burocratiche, Silvano ha potuto fare ciò che chiedeva da tempo: decidere in autonomia il momento della propria morte. Non è soltanto una vicenda personale: è il segno concreto che anche in Italia, seppur lentamente e tra molti ostacoli, il diritto all’autodeterminazione nel fine vita sta trovando applicazione.

Silvano, 56 anni, genovese, era affetto da sclerosi multipla progressiva da quasi trent’anni. È morto il 26 febbraio 2026, dopo essersi autosomministrato il farmaco per il fine vita, fornito dal Servizio sanitario nazionale insieme alla strumentazione necessaria. Si tratta del primo caso in Liguria e del dodicesimo in Italia.

La sua scelta è arrivata dopo oltre un anno di attese, richieste e ostacoli burocratici. L’Associazione Luca Coscioni ha spiegato che l’azienda sanitaria competente ha fornito farmaco e strumenti, occupandosi anche del posizionamento dell’accesso venoso; a vigilare sulla correttezza della procedura è stato il medico anestesista Mario Riccio. Silvano, ha riferito l’associazione, aveva accanto a sé la moglie e il figlio.

Sul piano giuridico, il caso si inserisce nel quadro aperto dalla sentenza 242 del 2019 della Corte costituzionale, che ha reso non punibile, in precise condizioni, l’aiuto al suicidio medicalmente assistito. Nel 2024 la stessa Corte ha ribadito che, in assenza di una legge organica, restano validi quei requisiti.

La buona notizia sta nel fatto che, sia pure tra ritardi e resistenze, un diritto riconosciuto abbia trovato finalmente applicazione concreta anche in Liguria. Per chi da anni chiede che il fine vita non sia affidato all’arbitrio geografico o alla disponibilità del singolo ufficio sanitario, il caso di Silvano segna un precedente. E ricorda che la civiltà di un Paese si misura anche da questo: dalla capacità di rispettare la volontà di chi chiede, lucidamente, di poter smettere di soffrire.

Sudafrica: convocato l’ambasciatore USA

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Il ministro degli Esteri sudafricano ha convocato l’ambasciatore statunitense nel territorio, dopo una nuova ondata di critiche pervenuta dallo stesso diplomatico. Da quando Trump è tornato in carica, i rapporti diplomatici tra Sudafrica e USA si sono incrinati, con Washington che accusa Pretoria di perseguire la popolazione bianca nel Paese e di condurre una politica estera anti-Stati Uniti. Con lo scoppio della guerra in Iran, lo stesso ambasciatore USA Leo Brent Bozell III ha criticato il Sudafrica e i suoi legami con Teheran e ha affermato che le leggi del Paese favorirebbero la popolazione nera a detrimento di quella bianca.

Sardegna, la repressione colpisce il movimento contro la speculazione energetica: 8 indagati

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La repressione si abbatte sulla Rivolta degli Ulivi, il movimento sardo che nel 2024 si era opposto alla speculazione energetica, mettendo su il presidio di Selargius. Alle porte di Cagliari, centinaia di persone occuparono un terreno che stava per essere espropriato a vantaggio di Terna Spa, per effettuare i lavori del Thyrrenian Link, il cavo che dovrebbe trasportare l’energia elettrica prodotta sull’isola verso il continente. Il 20 novembre 2024, alle prime luci dell’alba, il presidio venne sgomberato da un ingente schieramento di forze dell’ordine dopo oltre 4 mesi di attività e cura del territorio, fornendo carta bianca a Terna. Oggi, a un anno e mezzo di distanza, gli otto attivisti presenti al momento dello sgombero sono stati raggiunti da un avviso di conclusione delle indagini preliminari e accusati dei reati di invasione di terreni, danneggiamento e violenza privata.

Nel caldo di luglio la notizia dell’esproprio coattivo ai danni di Gianluca Melis fece ben presto il giro dell’hinterland cagliaritano. Ai primi sradicamenti degli ulivi presenti nelle campagne di Selargius, ad opera di Terna Spa, la cittadinanza insorse, dando vita a un presidio permanente. L’obiettivo era fermare i lavori, ripiantando gli ulivi estirpati con un gesto pregno di autodeterminazione e volontà di decidere sul proprio territorio, già colpito da una devastazione ambientale imposta dall’alto. La Sardegna paga da anni, infatti, la presenza di basi e poligoni di tiro, l’organizzazione di esercitazioni militari e per ultima la speculazione energetica. «La transizione energetica deve essere ecologica e giusta. Vogliamo dare il nostro contributo per la difesa del pianeta ma lo vogliamo fare in una posizione di parità, non ci sono cittadini e territori di categoria inferiore», chiedono i comitati schieratisi a difesa del territorio.

Per Selargius lo Stato italiano, di concerto con Terna Spa, aveva altri piani: nei terreni di Gianluca Melis doveva passare l’ultimo tratto del Tyrrhenian Link. Quest’ultimo, secondo manifestanti e attivisti, permetterà alle multinazionali di fossile e rinnovabile di installare un numero enorme di impianti, costituendo un preludio alla devastazione del territorio sardo. L’opera, che entrerà in funzione nel 2028, serve infatti a dimostrare che l’energia producibile nell’isola possa effettivamente essere trasportata verso il continente.

Per fare fronte all’esproprio, Melis ha presentato ricorso, le cui procedure sono ancora attive, come confermato a L’Indipendente da Giulia Lai, avvocata degli otto presidianti indagati. «Riteniamo le accuse mosse dalla Procura totalmente infondate. In primo luogo perché su quei terreni Terna ha semplicemente il possesso ma non ne è proprietaria. La procedura espropriativa non si è ancora conclusa», commenta Giulia Lai. «Appare quindi assurdo che sia stata contestata l’invasione di terreni, danneggiamento e violenza privata».

Axonius, l’azienda israeliana che controlla la cybersicurezza del governo USA

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Il concetto di confine nazionale, nell’era della guerra ibrida e del dominio cibernetico, ha smesso di essere una linea tracciata sulle mappe per trasformarsi in un intricato groviglio di stringhe di codice e protocolli di crittografia. Negli Stati Uniti, da questo groviglio, nel cuore delle infrastrutture critiche sta avvenendo una infiltrazione che sta sottraendo sovranità digitale. Non da parte di russi o cinesi, ma da parte di israeliani. La sicurezza informatica del governo federale USA, un tempo gelosamente custodita all'interno del perimetro delle agenzie di intelligence domestiche, è s...

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