La giustizia venezuelana ha avviato la liberazione di 379 prigionieri politici dopo il via libera di una nuova legge di amnistia dal Parlamento, approvata all’unanimità e promossa dal governo ad interim. Il deputato che presiede la commissione incaricata del processo ha spiegato che «la Procura ha presentato richieste di amnistia ai tribunali competenti (…) per un totale di 379 persone» e che «queste persone saranno rilasciate e amnistiate» tra oggi e domani mattina. Il procuratore generale ha definito la norma come la chiusura di «un importante ciclo storico» e un’opportunità per avviare un nuovo dialogo nazionale.
Decine di migliaia di cittadini europei e statunitensi hanno partecipato al genocidio a Gaza
Sarebbero almeno 50mila i cittadini di tutto il mondo che hanno combattuto per l’esercito israeliano a Gaza, nella guerra genocida di Israele che ha ucciso almeno 72.061 persone. I dati, diffusi dalla ONG israeliana Hatzlacha, gettano per la prima volta luce sui numeri effettivi dei cittadini – la maggior parte dei quali europei e statunitensi – che hanno partecipato ai massacri, sollevando domande sulla responsabilità legale internazionale degli stranieri implicati in crimini di guerra contro i palestinesi.
I dati sono stati diffusi per la prima volta dall’organizzazione di giornalismo investigativo Declassified UK, dopo che un avvocato di Hatzlacha ha fatto richiesta di visione dei dati all’IDF, nel marzo 2025. Il via libera, tuttavia, è arrivato solamente in queste settimane, a un anno di distanza. Sarebbero 12.135 soldati arruolati nell’esercito israeliano con passaporto americano, 6.127 con passaporto francese. A seguire oltre 5mila sono cittadini anche russi, quasi 4mila i tedeschi, 3.200 gli ucraini, 1.686 i britannici, 1.675 i rumeni, 1.668 i polacchi, quasi gli 1.400 etiopi e 1.200 i canadesi. Non mancano i soldati israeliani con cittadinanza italiana: ben 828, a cui se ne sommano altri 100 che hanno anche un terzo passaporto oltre quello italiano e israeliano. In totale, sarebbero 4.440 i soldati che possiedono due cittadinanze straniere oltre a quella israeliana, mentre 162 persone ne possiedono ben tre. I dati fotografano un esercito con una grossa componente diasporica e internazionale, ben diversa da quella che era stata presentata fino ad oggi. E che chiama alle responsabilità e alla giustizia internazionale.
L’esercito di Tel Aviv comprende circa 169.000 effettivi in servizio attivo e 465.000 riservisti — di cui, secondo le nuove statistiche, quasi l’8% possiede doppia o multipla cittadinanza. La legge israeliana sul servizio militare obbligatorio esenta i cittadini con doppia nazionalità residenti all’estero, rendendo l’arruolamento un atto volontario — una distinzione importante quando tali crimini vengono giudicati nei tribunali stranieri. La natura volontaria del servizio, infatti, potrebbe rendere i soldati più responsabili per i presunti crimini. Di fatto, tutti i militari che hanno commesso crimini di guerra a Gaza sono perseguibili penalmente dagli Stati che hanno sottoscritto la Convenzione sul genocidio del 1948. Ma la maggior parte dei Paesi non sembra interessata a indagare sui possibili crimini commessi dai loro concittadini o da altri soldati delle IDF in vacanza sul territorio nazionale, che invece – come accade in Italia – vengono addirittura protetti dalle forze dell’ordine del Belpaese.
A dicembre 2023 il Sudafrica ha formalmente portato Israele davanti alla Corte Internazionale di Giustizia con l’accusa di genocidio. Per arrivare a una sentenza finale, ci vorranno anni. Nel mentre, la Corte ha emesso misure provvisorie, ordinando a Israele di adottare provvedimenti per prevenire atti di genocidio a Gaza e di consentire un accesso senza ostacoli agli aiuti umanitari. Ancora una volta, Tel Aviv si pone al di sopra del diritto internazionale mentre il blocco degli aiuti continua, i massacri non si fermano e i divieti di continuare il proprio lavoro alle ONG creeranno altre vittime premeditate. Nel marzo dello scorso anno, l’International Centre of Justice for Palestinians (ICJP) ha annunciato la campagna Global 195 per chiamare a rispondere individui israeliani e con doppia cittadinanza per crimini di guerra e crimini contro l’umanità a Gaza. La coalizione mira ad agire simultaneamente in più giurisdizioni per richiedere mandati di arresto privati e avviare procedimenti legali contro i soggetti implicati, inclusi membri dell’esercito israeliano e l’intero comando militare e politico israeliano. Non ci sono ancora casi comprovati di cittadini israeliani o con doppia cittadinanza arrestati per crimini di guerra commessi a Gaza. Ma sono numerosi i gruppi per i diritti umani che stanno cercando di farli perseguire penalmente.
Nel Regno Unito, nell’aprile 2025, il Centro Palestinese per i Diritti Umani (PCHR), con sede a Gaza, e il Public Interest Law Centre (PILC), con sede nel Regno Unito, hanno presentato un rapporto di 240 pagine alla Metropolitan Police inglese. Nel dossier accusano 10 individui britannici di omicidio, trasferimento forzato di persone e attacchi contro personale umanitario durante i primi 8 mesi di guerra. In Germania lo scorso anno è stato presentato un caso contro un soldato di 25 anni nato e cresciuto a Monaco, accusato di aver ucciso civili nei pressi degli ospedali al-Quds e Nasser di Gaza. L’uomo faceva parte di un’unità nota come “Refaim” (“fantasma” in ebraico), responsabile di vari crimini di guerra, ed è finito sotto accusa grazie alle denunce mosse da numerosi centri per i diritti umani. Procedimenti legali contro membri della stessa unità sono in corso anche in Francia, Italia, Sudafrica e Belgio.
La Hind Rajab Foundation – la fondazione che ha preso il nome della bambina palestinese di 5 anni uccisa a Gaza, diventata simbolo del genocidio – sta raccogliendo enormi quantità di dati identificativi dei soldati israeliani. La fondazione ha già presentato diversi casi, incluso un ricorso storico che prende di mira 1.000 soldati israeliani, ed è alla guida di uno sforzo internazionale per la responsabilità sui crimini di guerra a Gaza.
Tramite l’analisi di centinaia di video pubblicati dagli stessi soldati su TikTok, Instagram e YouTube, ha tracciato numerosi soldati accusati di crimini contro l’umanità. Nel ricorso presentato ci sono almeno 12 cittadini francesi, 12 statunitensi, 4 canadesi, 3 britannici e due olandesi. Nel gennaio dello scorso anno, un ricorso presentato dalla Hind Rajab Foundation ha portato un giudice brasiliano a ordinare un’indagine su un soldato israeliano in vacanza nel Paese. Il soldato è stato costretto a fuggire, spingendo l’esercito israeliano a ordinare a tutte le truppe che avevano partecipato ai combattimenti di nascondere la propria identità.
I dati emersi recentemente dovrebbero spingere gli Stati a indagare sui loro concittadini attivi nell’esercito israeliano a Gaza, e a portarli a giudizio nel caso abbiano commesso crimini. La scelta di farlo o meno, rifletterà nuovamente il livello di complicità e di connivenza degli stati – soprattutto europei e statunitense – con il genocidio agito da Israele e tuttora in corso.
USA, colpita altra barca di presunti narcos nel Pacifico: tre morti
Gli Stati Uniti hanno annunciato di aver condotto un nuovo attacco contro un’imbarcazione sospettata di traffico di droga nell’Oceano Pacifico orientale, nella tarda serata di venerdì. Il Comando meridionale degli Stati Uniti ha riferito su X di aver effettuato un «attacco cinetico letale» contro un natante identificato dall’intelligence come mezzo del narcotraffico lungo rotte note. Nell’operazione sono stati uccisi tre presunti narcotrafficanti, definiti «narcoterroristi», senza perdite tra le forze americane. L’azione rientra nell’Operazione Southern Spear, iniziativa controversa promossa dal presidente Donald Trump per contrastare il traffico di droga verso gli Stati Uniti.
Sudan, il massacro di cui non si parla: rapporto ONU inizia a parlare di “genocidio”
Nel silenzio internazionale la guerra in Sudan ha superato i mille giorni di ostilità, portando con sé crisi umanitarie, sfollamenti e decine di migliaia di vittime. Le Nazioni Unite hanno pubblicato un rapporto su uno degli eventi più sanguinosi del conflitto: la presa di El Fasher, capitale del Darfur settentrionale, da parte delle Forze di supporto rapido (RSF). Per conto dell’ONU, una missione internazionale indipendente ha accertato i fatti avvenuti tra il 26 e il 27 ottobre 2025, descrivendoli come «un’operazione pianificata e organizzata secondo le caratteristiche distintive del genocidio», che ha preso di mira le comunità non-arabe. Il riferimento giuridico resta, come per quanto riguarda le indagini sul massacro israeliano in Palestina, la Convenzione per la prevenzione e la repressione del delitto di genocidio.
Per la Convenzione del 1948 si palesa il crimine di genocidio quando «l’intenzione di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso» viene concretizzata attraverso almeno uno dei seguenti atti: «misure miranti a impedire nascite all’interno del gruppo; trasferimento forzato di fanciulli da un gruppo ad un altro; uccisione di membri del gruppo; lesioni gravi all’integrità fisica o mentale di membri del gruppo; il fatto di sottoporre deliberatamente il gruppo a condizioni di vita intese a provocare la sua distruzione fisica, totale o parziale». Le ultime tre fattispecie si sarebbero verificate in Sudan per mano dei miliziani delle RSF, nell’ambito della guerra contro l’esercito regolare che va avanti da tre anni. A stabilirlo è la missione indipendente composta da esperti di diritto che le Nazioni Unite avevano attivato per far luce su quanto accaduto a El Fasher nell’ottobre 2025.
Nel rapporto presentato al Consiglio ONU per i diritti umani — dal titolo eloquente “Tratti di genocidio in El Fasher” — la missione di inchiesta ha descritto «la campagna di distruzione, pianificata e dai contorni genocidari, contro le comunità non-arabe» della capitale del Nord Darfur. «L’intento genocidario — si legge nel rapporto — emerge come l’unica conclusione ragionevole alla luce del carattere sistematico delle uccisioni su base etnica, delle violenze sessuali, della distruzione e delle dichiarazioni pubbliche delle RSF che chiedono apertamente l’eliminazione delle comunità non arabe, in particolare Zaghawa e Fur». La presa di El Fasher è stata preceduta da un assedio durato un anno e mezzo, che ha indebolito la popolazione attraverso l’uso della fame come arma, la deprivazione e il trauma fisico e psicologico.
La missione di inchiesta, oltre a documentare i crimini di guerra e i crimini contro l’umanità commessi dalle RSF, li inquadra dunque in un più ampio contesto genocidario, portando l’ONU a parlare per la prima volta della guerra sudanese in questi termini. Da novembre a gennaio gli esperti hanno intervistato 320 persone, tra vittime e sopravvissuti, raccogliendo diverse testimonianze su uccisioni di massa, torture e violenze sessuali. A tali testimonianze è stata poi affiancata la consultazione di diverse fonti indirette, come rapporti, video e incontri con ong e agenzie presenti sul territorio. La missione d’inchiesta ha denunciato la mancata collaborazione del Sudan, le cui Forze armate rappresentano la controparte in guerra con le RSF. Un silenzio, quello delle istituzioni sudanesi, che fa rumore se si pensa alle accuse di crimini di guerra e crimini contro l’umanità rivolte nei mesi scorsi proprio contro l’esercito regolare. Crimini su cui l’ultima missione d’inchiesta non ha potuto indagare: il mandato, affidato dal Consiglio ONU per i diritti umani con la risoluzione S-38/1 del 14 novembre 2025, riguardava esclusivamente i fatti di El Fasher.
La presa della capitale del Darfur settentrionale rappresenta uno degli eventi più sanguinosi della guerra in Sudan, che in tre anni ha comportato la più grave crisi umanitaria al mondo, milioni di sfollati e decine di migliaia di vittime. Mentre sul conflitto soffiano i venti degli interessi globali, i civili pagano le conseguenze maggiori. «Nessun posto del Sudan è salvo dal pericolo di attacchi», ha detto Rosemary Dicarlo, sottosegretaria generale delle Nazioni Unite.
Decreto Milleproroghe: il governo pone la fiducia
Il governo Meloni ha posto la questione di fiducia sulla conversione in legge del decreto Milleproroghe, attualmente in discussione alla Camera dei Deputati. Il voto sul testo bloccato e non emendabile è previsto lunedì. Tra le varie misure che compongono il testo figura la proroga della protezione sanitaria ai profughi ucraini e la deroga normativa per i nuovi hotspot e centri migranti.
In Europa carne e latticini ricevono il triplo di sussidi dei prodotti vegetali
Mentre l’Unione Europea si prepara a decidere il futuro della Politica Agricola Comune (PAC) per il periodo 2028-2034, un nuovo rapporto dell’organizzazione benefica Foodrise lancia l’allarme: miliardi di euro di fondi pubblici continuano a finanziare in modo sproporzionato la produzione di carne e latticini ad alto impatto ambientale. Nello specifico, si parla del 77% dei fondi elargiti, pari a 39 miliardi di euro, contro 3,6 miliardi a frutta e verdura e 2,4 ai cereali. Il tutto avviene mentre la produzione animale è responsabile della stragrande maggioranza delle emissioni incorporate nella filiera alimentare europea. Nel suo report, Foodrise chiede una redistribuzione dei fondi e lo stop a finanziamenti per promozione di carne e latticini.
La cifra destinata ad alimenti di origine animale è dunque più che tripla rispetto ai soli 11,6 miliardi andati ai prodotti vegetali. Un divario che diventa un abisso se si confrontano singole categorie: la carne bovina e ovina ha ricevuto circa 580 volte più fondi dei legumi (8 miliardi contro 14 milioni), mentre il lattiero-caseario ha ottenuto 500 volte più della frutta a guscio e semi (16 miliardi contro 29 milioni). Tale disparità persiste nonostante l’impatto climatico del settore. Le stime indicano che gli alimenti di origine animale sono responsabili tra l’81 e l’86% delle emissioni di gas serra incorporate nella produzione alimentare dell’UE, pur fornendo solo il 32% delle calorie e il 64% delle proteine consumate dagli europei. A titolo di paragone, la produzione di manzo causa in media da 21 a 62 volte più emissioni rispetto ai legumi per grammo di proteine, i quali offrono peraltro benefici per la salute del suolo grazie alla loro capacità di fissare l’azoto.
Il report è stato pubblicato in una fase cruciale, in cui i decisori politici sono chiamati a definire il nuovo bilancio agricolo. La riforma dei sussidi per sostenere la transizione verso diete sane e sostenibili è richiesta da tempo da numerosi organismi, tra cui il Gruppo dei principali consulenti scientifici dell’UE, la Corte dei conti europea, la Banca mondiale e la Commissione EAT-Lancet. Tuttavia, queste spinte progressiste si scontrano con un contesto politico in cui l’UE, sotto la pressione delle lobby agroindustriali e l’avanzata delle forze di estrema destra, sta ridimensionando diversi impegni ambientali. Si discute perfino l’ipotesi di un divieto di etichettatura per gli “hamburger vegetariani”, riservando termini come “hamburger” e “salsiccia” ai soli prodotti a base di carne.
Il rapporto avanza diverse raccomandazioni operative. Tra queste, spiccano l’implementazione di un Piano d’Azione a Base Vegetale per promuovere questi alimenti lungo l’intera filiera e l’istituzione di un Fondo per una Transizione Giusta agroalimentare per sostenere gli agricoltori nel cambiamento. Un’altra richiesta immediata da parte di Foodrise è la fine dell’utilizzo dei fondi UE per la promozione e il marketing di carne e latticini, attività che si porrebbero in contraddizione con gli obiettivi climatici e sanitari dell’Unione. Non mancano i precedenti politici a cui ispirarsi. Il Dialogo strategico del 2024 sul futuro dell’agricoltura UE, che ha visto l’accordo tra gruppi agricoli, società civile e mondo accademico, ha riconosciuto una chiara inclinazione verso un maggior consumo di alimenti vegetali, sottolineando che «è fondamentale sostenere questa tendenza».
«È scandaloso che una quota così ingiusta di sussidi UE, pari a miliardi di euro di denaro dei contribuenti europei, venga investita per sostenere la produzione di carne e latticini ad alte emissioni e per distorcere le diete europee – ha dichiarato Martin Bowman, Senior Campaigns Manager di Foodrise, ha commentato -. La PAC è a un bivio e i responsabili politici dell’UE hanno un’enorme opportunità di cambiare rotta e adottare le misure necessarie per sostenere una transizione giusta verso diete sane, sostenibili e ricche di vegetali. Che sappiamo avere il potenziale per aumentare i redditi degli agricoltori, ridurre la dipendenza dalle importazioni, mitigare i cambiamenti climatici, migliorare la salute degli europei e ripristinare la natura».
USA, la Corte Suprema ha dichiarato illegittimi i dazi di Trump
Con una sentenza storica, i giudici della Corte Suprema hanno bocciato la politica dei dazi imposta da Donald Trump a livello mondiale. Il presidente USA avrebbe dovuto chiedere l’approvazione del Congresso e non agire in solitaria, fondando la propria decisione sull’International Emergency Economic Powers Act (IEEPA) del 1977. Tale legge, affermano i giudici, «non autorizza il presidente a imporre tariffe». La Corte Suprema ha così sferrato un duro colpo alla presidenza Trump, in un periodo già segnato dalla bassa popolarità e dall’incognita segnata dalle elezioni di medio termine in programma a novembre.
Con 6 voti a favore e 3 contrari, la Corte Suprema degli Stati Uniti ha dichiarato l’illegittimità dei dazi imposti dall’amministrazione Trump, sottolineando la competenza in materia del Congresso e la possibilità residuale di prevedere deleghe al presidente. «Quando il Congresso concede il potere di imporre tariffe commerciali — scrive il giudice capo John Roberts — lo fa chiaramente e con vincoli precisi. In questo caso non ha fatto nessuna delle due cose». Trump, nello scavalcare il Legislatore, ha fatto riferimento allo IEEPA, una legge del 1977 che però «non autorizza il presidente a imporre tariffe e dazi» in modo arbitrario, precisa la Corte nella sentenza.
Smontato l’impianto giuridico, restano da capire le conseguenze commerciali per gli USA e soprattutto il destino degli oltre 130 miliardi di dollari raccolti in questi mesi grazie ai dazi imposti da Trump alla quasi totalità dei Paesi del mondo.
Argentina: la riforma del lavoro passa alla Camera
In Argentina la Camera dei Deputati ha approvato la riforma del lavoro promossa dal governo Milei. Il testo, dal forte impianto neoliberista, ha subito diverse modifiche rispetto al progetto iniziale, come l’eliminazione dell’articolo relativo ai congedi medici. La proposta, passata con 135 voti a favore e 115 contrari nonostante il malcontento popolare, è stata trasmessa al Senato, dove è atteso nei prossimi giorni il via libera definitivo.
Il New Mexico sta indagando su presunti corpi sepolti vicino al ranch di Epstein
«Sapevi che da qualche parte sulle colline fuori dallo Zorro Ranch, due ragazze straniere sono state sepolte su ordine di Jeffrey e della Signora G? Entrambe sono morte per strangolamento durante sesso violento e fetish». Il 21 novembre 2019, il conduttore radiofonico Eddy Aragon ricevette una mail da un presunto ex dipendente dello Zorro Ranch di Jeffrey Epstein, in New Mexico. Il mittente sosteneva che due giovani erano state sepolte nelle colline circostanti su ordine del finanziere e di «Signora G», verosimilmente Ghislaine Maxwell. Chiedeva un bitcoin in cambio di sette video che avrebbero mostrato Epstein fare sesso con minorenni. Aragon non trattò e inoltrò immediatamente la mail all’FBI. A oltre sei anni dai fatti, il Dipartimento di Giustizia del New Mexico ha annunciato di aver aperto un’indagine sull’accusa.
La segnalazione era rimasta sepolta tra gli atti, ora è riemersa tra gli Epstein Files pubblicati il 30 gennaio dal Dipartimento di Giustizia americano. La mail riporta il tentativo di estorsione con un elenco dei video che il mittente avrebbe ceduto in cambio del pagamento in criptovalute, ma non fornisce riscontri oggettivi sull’esistenza di corpi o su attività di occultamento. Lo scrivente precisava che «Ciò che è incriminante riguardo a Jeffrey Epstein deve ancora essere scritto», senza allegare, però, fotografie o coordinate per individuare il luogo in cui sarebbero stati seppelliti i corpi. Alla luce della nuova ondata di pubblicazioni e del rinnovato interesse mediatico sul caso Epstein, il United States Department of Justice del New Mexico ha deciso di non ignorare la pista. «Stiamo indagando attivamente su questa accusa», ha dichiarato la portavoce Lauren Rodriguez, precisando che è stata richiesta una copia non censurata dell’e-mail del 2019 per esaminarne integralmente contenuti, intestazioni e metadati. È un passaggio tecnico ma sostanziale: significa verificare provenienza, eventuali tracce digitali e dettagli che nelle versioni pubbliche risultano oscurati.
Lo Zorro Ranch, esteso complesso di oltre 3.000 ettari a circa 48 chilometri da Santa Fe, è stato per anni uno dei luoghi simbolo dell’universo Epstein. Meno mediatico rispetto alla townhouse di Manhattan o all’isola privata nelle Isole Vergini, Little Saint James, il ranch del New Mexico è rimasto in secondo piano dopo l’arresto del 2019 e la morte del finanziere nel carcere federale di New York. Eppure, nelle carte processuali e nelle testimonianze raccolte in diversi procedimenti civili, la proprietà compare più volte come scenario di incontri e permanenze di giovani donne e minori. In particolare, lo Zorro Ranch era stato pensato dal finanziere per ospitare un laboratorio in cui giovani donne selezionate sarebbero state inseminate con il suo sperma e avrebbero dato alla luce i “suoi” bambini. In una occasione, durante una cena organizzata nella residenza di Epstein nell’Upper East Side di Manhattan, Jaron Lanier, pioniere e teorico della realtà virtuale, ha raccontato di aver avuto una conversazione che lo aveva profondamente colpito: tra gli invitati, una scienziata che lavorava per la NASA gli avrebbe spiegato che Epstein coltivava il progetto di mettere incinte contemporaneamente venti donne all’interno dello Zorro Ranch. Durante la conversazione, questa ricercatrice avrebbe illustrato come il finanziere immaginasse una sorta di “fucina di bambini”, ispirata a un precedente reale: il Repository for Germinal Choice, un controverso progetto nato negli anni Ottanta con l’intento dichiarato di migliorare il patrimonio genetico dell’umanità attraverso la raccolta di sperma di uomini ritenuti eccezionali, in particolare vincitori del Premio Nobel.
Ex dipendenti hanno parlato di un via vai costante, di misure di sicurezza e della presenza di ospiti illustri nella tenuta di Epstein. Nulla, finora, ha mai attestato l’esistenza di sepolture clandestine. La mail fa riferimento alla morte delle due giovani per “strangolamento”, durante pratiche di sesso estremo. La principale accusatrice di Epstein, Maxwell e dell’ex principe Andrea, Virginia Giuffre, nel suo libro di memorie pubblicato postumo, racconta che a un certo punto, agli inizi degli anni Duemila, il finanziere aveva iniziato a interessarsi di sadomasochismo: «Aveva iniziato a usare fruste, corde e altri strumenti di tortura». In Nobody’s girl, Giuffre riferisce di queste pratiche massacranti a che veniva sottoposta e che le procuravano talmente tanto dolore da “pregare di svenire”: «Quando succedeva, mi risvegliavo solo per subire altre molestie».
Al momento non risultano scavi, rilievi forensi o accertamenti sul terreno dello Zorro Ranch. L’indagine annunciata dal Dipartimento di Giustizia del New Mexico è ancora in fase preliminare e si concentra sull’analisi documentale e sulla tracciabilità della segnalazione del 2019. Resta però un dato politico e giudiziario: a distanza di anni dalla morte di Epstein, nuove accuse continuano a emergere dagli archivi, costringendo le istituzioni a tornare su un caso che si voleva archiviato. E mentre le autorità verificano la veridicità dei documenti desecretati, una domanda resta inevasa: quante parti della storia di Jeffrey Epstein non sono mai state realmente indagate?









