Centinaia di voli della compagnia aerea tedesca Lufthansa sono stati cancellati a causa di uno sciopero dei piloti e del personale di volo. La protesta è scattata alle 00:01 di oggi, e tocca Lufthansa, Lufthansa Cityline e Lufthansa Cargo. Lo sciopero è stato indetto dal sindacato VC, che rappresenta circa 4.800 piloti, per chiedere un aumento delle pensioni aziendali. Parallelamente, il sindacato degli assistenti di volo, UFO, ha invitato i dipendenti a scioperare contro la minacciata chiusura del ramo regionale della compagnia. I disagi hanno colpito in particolare gli aeroporti di Francoforte, Berlino, Amburgo e Düsseldorf.
Prosegue il riarmo europeo: approvati i piani di 8 Paesi per 38 miliardi di euro
I ministri della Difesa dell’Unione Europea hanno dato il via libera definitivo ai piani di finanziamento per la difesa di otto Paesi nell’ambito del fondo SAFE per il riarmo. I beneficiari sono Belgio, Bulgaria, Cipro, Croazia, Danimarca, Portogallo, Romania e Spagna, che hanno chiesto l’accesso a una somma complessiva di oltre 38 miliardi di euro. L’approvazione arriva dopo un primo parere positivo della Commissione, arrivato lo scorso 15 gennaio; ora, l’esecutivo UE potrà stringere accordi con i Paesi coinvolti e procedere all’erogazione dei pagamenti di prefinanziamento, che corrispondono a un massimo del 15% della somma richiesta. A breve, rimarca il Consiglio, dovrebbe arrivare l’approvazione dei piani di altri otto Paesi, tra i quali figura la stessa Italia, che ha chiesto l’accesso a un prestito di quasi 15 miliardi di euro.
«Il Consiglio ha adottato oggi una serie di decisioni di attuazione che rendono disponibile l’assistenza finanziaria nell’ambito del programma SAFE a otto Stati membri dell’UE». Inizia così il comunicato dei ministri della Difesa dell’UE, riunitisi in Consiglio per approvare la richiesta di prestito degli otto Paesi coinvolti. Il passaggio dal Consiglio costituiva un passaggio tecnico nell’ambito della procedura di esecuzione che precede la stipula degli accordi di prestito tra i Paesi e la Commissione, e segue l’approvazione dei piani nazionali di ciascuno Stato membro da parte dello stesso esecutivo UE. A esso, seguirà proprio la sottoscrizione degli accordi tra Commissione e governi nazionali, che aprirà la strada ai prefinanziamenti richiesti dai Paesi, dal valore complessivo di oltre 5,5 miliardi di euro. Le successive tornate di finanziamenti verranno erogate sulla base degli aggiornamenti periodici che gli Stati beneficiari dei prestiti saranno tenuti a fornire alla Commissione.
All’appello manca ancora l’analoga approvazione dei piani di altri 11 Stati membri: quelli di Francia, Repubblica Ceca e Ungheria sono ancora sotto scrutinio da parte della Commissione, mentre quelli di Estonia, Finlandia, Grecia, Italia, Lettonia, Lituania, Polonia e Slovacchia sono già stati approvati dall’esecutivo e devono ora ricevere il semaforo verde dal Consiglio. Il comunicato dei ministri della Difesa spiega che questa seconda serie di approvazioni dovrebbe arrivare formalmente il prossimo 17 febbraio. Questi secondi otto Paesi hanno chiesto l’accesso a un totale di quasi 75 miliardi di finanziamenti, di cui 8,85 miliardi verrebbero erogati sotto forma di prefinanziamenti. L’Italia, di preciso, ha chiesto un prestito di 14,9 miliardi; dalla tabella fornita dal Consiglio, pare che non sia previsto un prefinanziamento per Roma che, nel caso, dovrebbe aggirarsi a un massimo di circa 2,1 miliardi di euro.
Il fondo SAFE è uno dei due principali strumenti pensati nell’ambito del piano di riarmo dell’Unione Europea. Esso prevede lo stanziamento di 150 miliardi di prestiti diretti agli Stati che ne fanno richiesta, con lo scopo di consentire l’accesso ad appalti congiunti e semplificati; l’UE intende raccogliere tale cifra sui mercati. L’obiettivo principale del fondo è sostenere e incentivare la cooperazione industriale nel settore della difesa tra i membri. Oltre all’istituzione del fondo, il piano di riarmo prevede che i Paesi membri possano incrementare in modo significativo la spesa militare senza essere soggetti ai vincoli imposti dal Patto di stabilità e crescita, consentendo di generare fino a 650 miliardi di euro di investimenti nei prossimi quattro anni.
Bari: 12 condanne a membri di CasaPound
Si è concluso il processo relativo all’aggressione avvenuta a Bari il 21 settembre 2018 a danno di alcuni cittadini. I giudici hanno condannato 12 militanti baresi di CasaPound per i reati di manifestazione fascista e riorganizzazione del disciolto partito fascista, una fattispecie riconosciuta per la prima volta nella storia repubblicana. I 12 neofascisti sono stati privati dei diritti politici per cinque anni. Sette di loro sono stati condannati anche per lesioni, con una pena che va dai 18 ai 30 mesi di carcere.
Trump ha firmato la più vasta opera di smantellamento delle politiche ambientali USA
L’amministrazione Trump ha messo nel mirino la “Endangerment finding”, la dichiarazione scientifica che nel 2009 ha messo nero su bianco il collegamento tra emissioni di gas serra e pericoli per la salute. La dichiarazione ha fatto da pilastro scientifico e giuridico alle politiche climatiche di Barack Obama, tra cui la regolamentazione delle emissioni delle industrie e delle centrali elettriche, così come degli standard sui carburanti. L’abrogazione del testo del 2009 era stata preannunciata dalla portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, in quella che l’Agenzia per la Protezione dell’Ambiente (EPA) ha descritto come la più grande deregolamentazione ambientale nella storia statunitense. Le fanno eco le associazioni ecologiste e i governatori democratici che hanno già annunciato ricorsi al piano di Trump.
La “Endangerment finding” ha stabilito nel 2009 la pericolosità per la salute umana di sei gas serra, tra cui anidride carbonica, metano e protossido di azoto, imponendone una regolamentazione, curata poi dall’Agenzia per la Protezione dell’Ambiente (EPA). In continuità con la dichiarazione del 2009, l’amministrazione Obama ha approvato diverse leggi che hanno ad esempio inasprito i limiti alle emissioni di veicoli e centrali elettriche, come il Clean Power Plan. Un decennio e mezzo dopo, la Casa Bianca guidata da Donald Trump inverte la rotta, privando le norme ambientaliste della loro base giuridica. La scelta di revocare i vincoli sulle emissioni — spiega Karoline Leavitt — è dettata dalla volontà di «sprigionare ulteriormente il predominio energetico americano e ridurre i costi», sorvolando di fatto su quelli sociali e sanitari. A tal proposito, si fa cenno a future iniziative per promuovere l’approvvigionamento elettrico da centrali a carbone, altamente inquinanti. Diverse sigle ambientaliste e spezzoni dello schieramento democratico hanno annunciato ricorsi in tribunale, per un orizzonte di battaglie legali che dureranno anni, durante i quali la Casa Bianca continuerà lungo la propria strada.
La decisione dell’amministrazione Trump non è un fulmine a ciel sereno, piuttosto appare coerente col mandato presidenziale che in appena un anno ha visto l’uscita degli Stati Uniti dall’Accordo di Parigi e dalla Convenzione ONU sui cambiamenti climatici, dando una spallata alla (mai decollata del tutto) tutela internazionale dell’ambiente.
Calunnie contro Francesca Albanese: travisano le sue parole per forzarla alle dimissioni
Israele «nemico comune dell’umanità», le parole di Albanese per le quali la Francia ne ha chiesto le dimissioni (Corriere della Sera); Sotto accusa la frase “Israele nemico comune” (Quotidiano Nazionale); “Israele nemico comune dell’umanità”, la Francia chiede le dimissioni di Francesca Albanese (Il Riformista). Nell’attribuire virgolettati inventati alla Relatrice Speciale dell’ONU, i media mainstream sono seguiti a ruota da un consistente spezzone politico europeo, guidato dalla Francia, che ne chiede le dimissioni. «Israele nemico comune dell’umanità» è la frase attribuita a Francesca Albanese durante il suo intervento al Forum di Al Jazeera. Nel giornalismo fatto di click frenetici, evidentemente era troppo chiedere di prendersi quattro minuti per andare alla fonte e verificare la notizia prima di diffonderla. Il travisamento delle parole dell’Albanese è la prova di quanto sostenuto nel suo discorso, relativamente all’esistenza di un sistema che in questi due anni ha armato nonché coperto politicamente e finanziariamente Israele, amplificandone «la narrativa pro-apartheid e genocidiaria».
Quello del 7 febbraio scorso al Forum di Al Jazeera è stato uno dei tanti interventi che Francesca Albanese ha realizzato negli ultimi due anni passati in giro per il mondo a parlare di Palestina e diritto internazionale (violato). Il suo discorso era passato inosservato, fino a quando non si è messa in moto la macchina della polemica, montata dai media mainstream e dalla destra europea. «Abbiamo trascorso gli ultimi due anni a osservare la pianificazione e la messa in atto di un genocidio. E il genocidio non è finito», dice la Relatrice Speciale dell’ONU sui territori palestinesi occupati, passando poi all’inerzia della comunità internazionale.
«Il fatto che invece di fermare Israele la maggior parte del mondo l’abbia armato, gli abbia dato scusanti politiche, sostegno economico e finanziario, questa è una sfida. Il fatto che la maggior parte dei media occidentali abbia amplificato la narrativa pro-apartheid e genocidiaria è una sfida, ma allo stesso tempo anche un’opportunità». Questo perché — dice l’Albanese — «se il diritto internazionale è stato pugnalato al cuore, è anche vero che mai prima d’ora la comunità globale aveva visto così chiaramente che tutti noi affrontiamo, noi che non controlliamo grandi capitali finanziari, algoritmi e armi. Ora vediamo che noi come umanità abbiamo un nemico comune». Il passaggio che abbiamo trascritto e virgolettato dura appena un minuto. Bastava un minuto per evitare la polemica e verificare la notizia: Francesca Albanese non cita Israele come nemico comune dell’umanità, ma l’intero agglomerato di crimini, complicità e profitto che ha permesso il genocidio del popolo palestinese, di fronte al quale soltanto l’azione collettiva e coordinata può porre un argine (nel discorso viene ad esempio citato il boicottaggio e quindi il consumo consapevole). Lo chiarisce anche in un post sui suoi profili social dopo il polverone mediatico: «Il nemico comune dell’umanità è IL SISTEMA che ha reso possibile il genocidio in Palestina, compreso il capitale finanziario che lo finanzia, gli algoritmi che lo oscurano e le armi che lo rendono possibile». La denuncia generale di Francesca Albanese era già stata avanzata in altre occasioni, come la pubblicazione del rapporto ONU “Economia del genocidio”.
La gogna mediatica delle ultime ore è stata presto sfruttata dalla destra europea, che è tornata all’attacco di Francesca Albanese. La Francia ha chiesto le dimissioni dal suo incarico alle Nazioni Unite, con il Ministro degli Esteri Jean-Noel Barrot che ha dichiarato: «condanniamo senza riserva alcuna le parole della signora Albanese che prendono di mira non il governo israeliano, di cui è consentito criticare la politica, ma Israele in quanto popolo e in quanto nazione, il che è assolutamente inaccettabile».
La ricostruzione pretestuosa di Parigi è stata presto sposata dall’Italia: la Lega ha prontamente depositato una risoluzione per chiedere le dimissioni di Francesca Albanese, accusandola di antisemitismo. Un’anticipazione di quello che potrebbe accadere in Italia con l’approvazione della legge voluta proprio dal leghista Massimiliano Romeo, che punta a silenziare le critiche verso Tel Aviv o le iniziative di pressione, equiparandole ad atti antisemiti.
Maltempo Portogallo: 16 vittime e migliaia di sfollati
Blocco navale, rimpatri, multe alle ONG: l’Italia approva il nuovo decreto anti-migranti
All’indomani dell’approvazione delle nuove norme europee sulla migrazione, che procedono sempre più verso la via dell’annullamento del diritto all’asilo, il governo italiano ha approvato il proprio pacchetto di norme. Lo ha fatto nuovamente con un decreto legge, trattando dunque l’immigrazione come una materia eternamente emergenziale, senza ancora una volta prevedere una legge strutturale con adeguata discussione parlamentare che tratti il tema in maniera organica. La maggior parte del decreto è volto a specificare le modalità di ricezione e attuazione del Patto sulla migrazione europeo, che entrerà in vigore il prossimo 12 giugno. Per quanto riguarda le novità introdotte, invece, oltre al blocco navale per le ONG e alle restrizioni ai criteri di ricongiungimento familiare, vi è una norma che vieta ai migranti trattenuti nei CPR di utilizzare telefonini, soprattutto se dotati di videocamere. Il fine esplicito è quello di impedire la registrazione di qualunque cosa avvenga tra le mura dei centri – compresi quindi pestaggi da parte delle forze dell’ordine, condizioni di trattenimento degradanti e deterioramento della condizione psichica delle persone trattenute.
Con le nuove norme, «nei casi di minaccia grave per l’ordine pubblico o la sicurezza nazionale» le autorità possono, su proposta del ministero dell’Interno e con delibera del Consiglio dei Ministri, interdire temporaneamente l’attraversamento delle acque territoriali. La misura è diretta, anche se non esplicitamente, alle imbarcazioni delle ONG che operano i salvataggi in mare e che provvedono a portare i sopravvissuti sulle nostre coste. Essa arriva a poche settimane di distanza da quella che potrebbe configurarsi come la più grande tragedia degli ultimi anni nel Mediterraneo, con oltre mille morti stimati per via dell’uragano Harry e (secondo quanto denunciato dalle ONG) anche del ritardo nei soccorsi da parte delle autorità. Il blocco navale può avere durata massima di 30 giorni e può essere prorogato di ulteriori 30, «fino a un massimo di sei mesi». Il decreto specifica che a costituire «minaccia grave» sono quattro tipi di circostanze: rischio di terrorismo, pressione migratoria «eccezionale», emergenze sanitarie ed «eventi internazionali di alto livello». Va sottolineato come la pressione migratoria sia strutturalmente «eccezionale» nel contesto italiano, dal momento che gli investimenti sono dirottati quasi del tutto sulla prevenzione (per lo più inefficace) delle partenze e per nulla sul miglioramento e l’ampliamento delle strutture di ricezione e accoglienza.
Il provvedimento introduce anche alcune novità in merito di trattenimento nei CPR (Centri di Permanenza e Rimpatrio), dove «sono assicurati i diritti fondamentali e la dignità della persona». Eppure, all’interno delle strutture – che sono centri di detenzione amministrativa e non carceri – l’utilizzo di telefoni cellulari (autorizzato solamente in determinati «orari, spazie e modalità» decise dal personale, incaricato di «custodirli») è previsto solamente se «privi di telecamera». In aggiunta a ciò, «all’interno della struttura e delle sue immediate pertinenze non sono consentite, salvo espressa autorizzazione della prefettura, riprese videofotografiche o registrazioni audio che abbiano ad oggetto la struttura, le persone trattenute, il personale delle forze di polizia, del soggetto incaricato della gestione ovvero ogni altra persone presente a qualsiasi titolo». Non che si tratti di una vera e propria novità: in moltissimi casi, a discrezione della struttura, i telefoni venivano ritirati e, se dotati di telecamere, queste venivano rotte. Questa prassi viene ora normata, impedendo ai trattenuti di documentare le torture e i trattamenti inumani cui sono quotidianamente sottoposti. La norma riceve il via libera del CdM nello stesso giorno in cui a Torino l’ex direttrice del CPR, Annalisa Spataro, riceveva una condanna per omicidio colposo in relazione alla morte di Moussa Balde, affetto da gravi problemi psichici e rinchiuso lo stesso in isolamento in una cella del Centro, dove si è suicidato.
Vengono dunque introdotte nuove circostanze che possono determinare l’espulsione del migrante e vengono ristretti i criteri che permettono i ricongiungimenti familiari. Anche le norme riguardanti l’accoglienza vengono parzialmente riviste, con l’obbligo dei giovani di lasciare i centri di accoglienza a 19 anni (anzichè 21). Una compressione di diritti, insomma, che non guarda in faccia nemmeno i giovanissimi, i loro diritti e il loro futuro. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni lo festeggia come un successo: un provvedimento, come tutti i precedenti, «molto significativo per fermare l’immigrazione illegale di massa e i traffico di esseri umani».
Scontri in Pakistan, 9 morti
Un gruppo dii miliziani armati ha lanciato un attacco nella città di Dera Ismail Khan, nell’area nordoccidentale del Pakistan, uccidendo cinque agenti di polizia. A dare la notizia sono fonti delle forze dell’ordine locali. Dalle ricostruzioni, i miliziani, nascosti in un’area boschiva, avrebbero aperto il fuoco contro una pattuglia, che avrebbe risposto sparando contro gli aggressori. Quattro i miliziani uccisi. Nessun gruppo ha rivendicato la responsabilità dell’attacco, tuttavia la città si trova ai margini del distretto Waziristan, lungo il confine afghano, dove da tempo è attivo il gruppo islamista Tehreek-e-Taliban Pakistan.









