La Procura di Milano ha chiesto il rinvio a giudizio per otto persone per la morte di Ramy Elgami, 19 anni, avvenuta il 24 novembre 2024 dopo un inseguimento tra carabinieri e uno scooter. Il militare alla guida dell’auto è accusato di omicidio stradale con eccesso colposo, mentre l’amico della vittima, che guidava lo scooter, risponde di concorso nello stesso reato. Altri sei carabinieri sono indagati per depistaggio e reati legati a false dichiarazioni e favoreggiamento. La decisione finale spetterà al giudice dell’udienza preliminare, dopo la chiusura delle indagini.
La guerra in Iran alza il prezzo delle bollette e le azioni di ENI: +23% in un mese
Bollette più alte per tutti e benefici per le multinazionali. Si potrebbero sintetizzare così le principali ricadute sull’Italia del primo mese della guerra israelo-statunitense contro l’Iran. L’Autorità di Regolazione per Energia Reti e Ambiente (ARERA) ha reso noto che nel mese di marzo le bollette degli utenti vulnerabili hanno visto un innalzamento del 19,2%, passando dai 35,21 euro al megawattora di febbraio a 52,12 euro. Parallelamente, Eni continua a crescere, sfruttando il costante aumento del prezzo del petrolio. Nell’ultimo mese, tra tutte i maggiori gruppi petroliferi al mondo, il colosso italiano è quello cresciuta di più, collezionando un +23,18%. Davanti allo scenario di emergenza in cui versano i mercati energetici di tutte le Nazioni, il Regno Unito ha tenuto un incontro con oltre 40 Paesi per parlare di quello che pare l’attuale obiettivo della guerra: riaprire un passaggio marittimo che non sarebbe mai stato chiuso se quella guerra non fosse iniziata.
Il comunicato di ARERA è uscito ieri, 2 aprile, e riguarda i circa 2,3 milioni di clienti del Servizio di tutela della vulnerabilità. Per il mese di marzo 2026, comunica l’Autorità, il prezzo di riferimento del gas per il nuovo cliente tipo – ossia una famiglia che consuma circa 1.100 metri cubi di gas annui – «è pari a 130,97 centesimi di euro per metro cubo». Scorporando il prezzo del gas e paragonandolo a quello dello scorso mese, si nota che gli oneri di sistema, il trasporto e lo stesso prezzo della vendita della materia sono rimasti inalterati; ad aumentare sono piuttosto il prezzo per l’approvvigionamento del gas, che passa dai 40,35 centesimi di febbraio a 58,44 centesimi, gravitando attorno al +45%, e – in termini assoluti – le tasse, che aumentano da 32,07 centesimi a 35,10 centesimi, registrando circa un +10%.
Intanto, secondo le ultime rilevazioni diffuse dal Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica (MASE), i prezzi di benzina e gasolio sono rimasti sostanzialmente invariati, registrando leggeri aumenti. Il temporaneo “taglio delle accise” varato dal governo Meloni, insomma, pare stare avendo l’effetto di tenere stabili i prezzi del carburante, senza riuscire a limitarli; secondo indiscrezioni mediatiche, l’esecutivo potrebbe prolungare la misura fino al 30 aprile, in una iniziativa che potrebbe venire annunciata nelle prossime ore. Da stamattina è infatti in corso una riunione del Consiglio dei Ministri per discutere proprio di «disposizioni urgenti in materia di prezzi petroliferi connessi alle crisi dei mercati internazionali».
Mentre le bollette aumentano e il prezzo del carburante resta alle stelle, Eni e tutte le grandi aziende del petrolio – le cosiddette “Big Oil” – continuano a registrare aumenti in borsa. Ieri, le azioni del colosso italiano sono salite del 4,27%, mentre nell’arco dell’ultimo mese sono incrementate del 23,18%; sempre negli ultimi 30 giorni, Chevron è cresciuta del 4,8%, Exxon del 5,83%, Shell del 14,09%; le medaglie di bronzo e di argento per crescita mensile vanno invece rispettivamente alla francese TotalEnergies (+16,62%) e alla britannica British Petroleum (+20,12%), che si posizionano proprio alle spalle di Eni.
Gli aumenti di bollette e prezzi del petrolio sono dovuti alla guerra israelo-statunitense contro l’Iran e gli alleati di Teheran della regione, che ha spinto la Repubblica Islamica a chiudere lo Stretto di Hormuz per rispondere alle aggressioni della coalizione nemica. Situato tra l’Iran e la Penisola arabica il passaggio è uno dei punti più sensibili per il commercio marittimo globale: petrolio e gas naturale dei Paesi del Golfo devono infatti necessariamente passare da lì se vogliono uscire in mare e venire commerciati; da Hormuz passa circa il 20% del petrolio globale, e il 30% di quello commerciato via mare. Ieri, in Regno Unito si è tenuto un incontro di oltre 40 Paesi provenienti da tutti i continenti, nonché di importanti organizzazioni internazionali, tra cui l’Organizzazione Marittima Internazionale e l’Unione Europea: «L’Iran sta cercando di tenere in ostaggio l’economia globale nello Stretto di Hormuz», scrive il Regno Unito, forse dimenticandosi che se oggi quel medesimo passaggio marittimo risulta chiuso è perché Israele e Stati Uniti hanno attaccato Teheran; «Non deve prevalere». I leader mondiali hanno parlato di come forzare l’Iran a riaprire lo Stretto, mettendo sul piatto possibili azioni coordinate contro la Repubblica Islamica, quali sanzioni e pressioni diplomatiche; un intervento militare pare ancora fuori discussione.
Mentre i leader del mondo cercano soluzioni all’emergenza economica globale, la guerra in Asia Occidentale non si ferma. Ieri, tra le ormai rituali dichiarazioni di Trump, che ha dichiarato di avere intenzione di «riportare Teheran all’età della pietra», un missile ha colpito la base italiana dell’UNIFIL – la missione dell’ONU attiva in Libano – di Shama. Intanto, i pasdaran iraniani hanno attaccato una importante sede di Amazon in Bahrein, tenendo fede a quanto dichiarato negli ultimi giorni, quando avevano annunciato che nel caso di ulteriori uccisioni mirate sarebbero state presi di mira i distaccamenti delle grandi aziende tecnologiche statunitensi nella regione. Oggi i bombardamenti incrociati sono continuati, e, davanti a una guerra che non pare volersi fermare, il Segretario del Pentagono Peete Hegseth ha rimosso il capo dell’esercito statunitense, per affidare l’incarico a una persona più vicina a Trump.
Trump licenzia la procuratrice generale Pam Bondi
Il presidente degli USA Donald Trump ha annunciato di avere denunciato la procuratrice generale degli USA Pam Bondi. Bondi verrà sostituita dal suo vice, Todd Blanche, che assumerà la carica di Procuratore Generale ad interim; l’ormai ex procuratrice passerà a un nuovo incarico, «altrettanto importante e necessario, nel settore privato, che verrà annunciato a breve», scrive Trump; ancora ignote le ragioni del suo licenziamento.
Crisi delle nascite e infertilità: i dati (impressionanti) dell’inverno demografico italiano
Nel 2025, l’Italia ha registrato appena 355mila nuovi nati, il valore più basso della sua storia recente, con un crollo del 3,9% rispetto all’anno precedente. A fronte di questo tracollo delle culle, i decessi sono stati 652mila, lasciando un saldo naturale negativo di quasi 300mila unità. Un divario che le migrazioni – pur positive per 296mila ingressi – riescono a tamponare solo in parte, mantenendo la popolazione totale sostanzialmente stabile attorno a 58,9 milioni di abitanti. Ma dietro l’apparente equilibrio si nasconde una realtà drammatica: l’Italia invecchia a ritmo vertiginoso e la piramide demografica si sta capovolgendo, con conseguenze sociali ed economiche destinate a durare per decenni.
Il dato più allarmante citato dal rapporto Istat concerne la fecondità, che l’anno scorso è precipitata a 1,14 figli per donna (ulteriore decremento rispetto agli 1,18 del 2024). L’Italia risulta dunque tra i fanalini di coda nella comunità europea: guardando ai Paesi più importanti, è molto distante ad esempio da Francia (1,61) e Svezia (1,43), mentre la Spagna registra dati ancora peggiori (1,10). Si tratta di un valore molto lontano dalla soglia di sostituzione delle generazioni, che costituisce una piena conferma una tendenza ormai strutturale. Il calo non è solo quantitativo, ma anche sociale: l’età media al parto sale a 32,7 anni, segno di una maternità sempre più rinviata. La regione più fragile resta la Sardegna, ferma a 0,85 figli per donna, mentre il Mezzogiorno, pur restando sopra Centro e Nord, non evita il tracollo della natalità. A resistere è il Trentino-Alto Adige, che registra un tasso di 1,40. «Per il peso di over 65enni l’Italia è il Paese più anziano della Ue27», certifica l’Istat.
Al 1° gennaio 2026, gli ultrasessantacinquenni sono 14,8 milioni (un quarto della popolazione), mentre i bambini sotto i 14 anni sono appena 6,8 milioni (l’11,6%). Un rapporto di oltre due anziani per ogni bambino. L’impressionante squilibrio tra le generazioni si acuisce guardando agli ultra-ottantacinquenni: sono oltre 2,5 milioni, più di 101mila rispetto all’anno prima (gli ultracentenari raggiungono invece quota 24.700 unità). A fronte di questa massa di grandissimi anziani, i neonati sono appena 355mila. Il confronto è impietoso: per ogni bambino nato nel 2025, ci sono più di sette persone con oltre 85 anni. E mentre i giovani sotto i 15 anni diminuiscono di 168mila unità, la popolazione al di sopra dei 65 anni vede un incremento di 240mila. Il Paese, insomma, è sempre più vecchio, con uno squilibrio che tende ad accentuarsi: l’Istat ha già stimato in passato che entro il 2050 gli over 65 passeranno dal 24,3% al 34,6% della popolazione, mentre la fascia 15-64 anni scenderà dal 63,5% al 54,3%; i giovani under 14 anni caleranno, invece, dal 12,2% all’11,2%.
Questo quadro produce effetti concreti sulla società italiana, che ha visto crescere l’età media fino a 47,1 anni (sei mesi in più in un solo anno) e le famiglie unipersonali al 37,1% del totale; quelle con figli, invece, calano al 28,4%. Il numero medio di componenti per famiglia è sceso a 2,2. Il Paese si regge sull’apporto degli stranieri: i residenti di cittadinanza italiana sono diminuiti di 189mila unità, mentre quelli stranieri sono aumentati di 188mila, raggiungendo quota 5,56 milioni. Tale fenomeno non è comunque sufficiente a invertire la tendenza di un «inverno demografico» che rischia di avere pesanti ripercussioni sul futuro del sistema pensionistico, sanitario e del mercato del lavoro.
Guardando al macro-scenario europeo, fotografiamo la medesima rotta. Lo raccontano con dovizia gli emblematici dati recentemente pubblicati da Eurostat, che attestano come, nel 2024, il tasso di fertilità nell’UE abbia toccato il suo valore più basso, fermandosi a 1,34 figli per donna. Nel 2023, la media era di 1,38. Tra i Paesi membri, Malta ha registrato il tasso più basso (1,01). In controtendenza, la Bulgaria guida con 1,72. Emerge inoltre un ritardo nella maternità rispetto al passato: le over 30 risultano essere le più feconde, con l’età media al primo figlio che sale a 29,9 anni. Infine, cresce il contributo delle madri straniere, che rappresentano il 24% dei parti.
Colpita una base UNIFIL italiana in Libano
Una base militare italiana dell’UNIFIL, la missione dell’ONU attiva in Libano, è stata colpita. A dare la notizia è il ministero della Difesa italiano, che spiega che la base sarebbe stata colpita da «detriti, probabilmente provenienti da razzi intercettati dai sistemi antimissile israeliani». La base è situata a Shama, e non sono stati segnalati feriti. «Un soldato italiano, che ha ricevuto immediatamente assistenza medica dal personale della base, ha riferito dolore agli occhi ma non ha riportato ferite aperte. Le sue condizioni non sono considerate motivo di preoccupazione», si legge in un comunicato del ministero.
Gli USA espellono 12 migranti e li spediscono in Uganda
Dodici persone migranti espulse dagli Stati Uniti sono arrivate in Uganda. Il loro trasferimento è stato effettuato sulla base di un accordo siglato tra i due Paesi, parte della più ampia strategia anti-migratoria del presidente Trump che vede proprio nelle espulsioni in Paesi terzi uno dei suoi punti cardine. Gli espulsi sono stati «di fatto abbandonati in Uganda attraverso un processo indegno, straziante e disumanizzante», ha dichiarato l’Ordine degli Avvocati dell’Uganda in un comunicato, aggiungendo che sono arrivati con un volo charter privato. Questi arrivi costituiscono i primi dalla firma dell’accordo bilaterale.
Firenze è la prima città italiana ad aver vietato i monopattini elettrici a noleggio
Per anni sono stati il simbolo della mobilità del futuro: leggeri, veloci e presenti ovunque. Ora, a Firenze, i monopattini elettrici a noleggio spariscono dalle strade del centro storico: è la prima città italiana a vietarli completamente, segnando una linea che potrebbe presto essere seguita anche altrove.
La promessa verde si infrange dunque con la complessità della viabilità urbana e delle nuove norme introdotte dal Codice della strada entrato in vigore alla fine del 2024: se da un lato il casco è già obbligatorio, così come la riduzione della velocità massima a 20 km/h e a 6 nelle aree pedonali, dal 16 maggio lo diventeranno anche la targa identificativa e l’assicurazione per la responsabilità civile per la copertura di eventuali danni.
Nella capitale toscana ieri è scaduta la convenzione tra i tre gestori che avevano vinto il bando, Bit, Bird e RideMovi, e il comune, che non ha voluto rinnovarla nonostante le richieste di una parte della cittadinanza, di associazioni ambientaliste come Legambiente e dei gestori stessi, che hanno reagito in nodo differente. Bird ha scelto il ricorso al TAR che, in attesa della sentenza, ha negato la sospensione del provvedimento; l’azienda, in aperto contrasto con l’amministrazione, ha lasciato i monopattini in strada, che da ieri vengono rimossi dalla polizia municipale. RideMovi ha ritirato tutti i mezzi presenti in città annunciando però che continuerà la collaborazione con il comune per il bike sharing e aumenterà la flotta di bici disponibili. Bit invece ha scelto di puntare sui noleggi a lungo termine – da 3 a 12 mesi – con i mezzi che saranno reperibili in appositi magazzini.
Giorgio Cappiello, capo delle relazioni istituzionali di Bird Italia, accende lo scontro con il municipio. «In attesa della sentenza di merito del Tar non ci fermiamo», ha detto, immaginando un servizio di noleggi privato slegato da convenzioni pubbliche. Bird proporrà quindi un’offerta on demand di noleggio monopattini, forte del fatto che, secondo l’azienda, «il codice della strada consente di lasciare i monopattini negli spazi destinati alle biciclette e agli scooter. Le decisioni di un Comune non possono superare il codice». Non si è fatta attendere la risposta della sindaca Sara Funaro: «La polizia municipale sta facendo controlli e rimuovendo i monopattini dove non possono stare. Per poter stare sul suolo pubblico e effettuare il servizio è necessaria la convenzione con l’amministrazione comunale».
Intanto altre notizie negative arrivano da Bergamo, dove le multe ai monopattini, nel 2025, sono aumentate dell’82,6%, con un totale di 455 sanzioni. L’assessore alla Sicurezza Giacomo Angeloni ha spiegato che l’attenzione sul tema è altissima e che i controlli sarebbero stati richiesti dai cittadini e dalle associazioni di persone con disabilità. Mentre Valerio Bettoni, presidente di Aci Bergamo e Aci Lombardia, anticipa già che: «Anche a Bergamo ci saranno aree escluse dal transito dei monopattini per la loro tutela storica e architettonica, ma anche per il transito dei pedoni».
Firenze ha aperto una strada che va oltre i monopattini: quella in cui la tecnologia non entra più in città per diritto naturale, ma solo se riesce davvero a convivere con lo spazio pubblico. E, per come stanno le cose oggi, non è affatto detto che ci riesca.
Caso Almasri: la Corte Penale Internazionale deferisce l’Italia all’Assemblea
«L’Italia non ha rispettato i propri obblighi internazionali ai sensi dello Statuto di Roma, impedendo alla Corte di esercitare le proprie funzioni e poteri ai sensi dello Statuto». Così la presidenza della Corte Penale Internazionale (CPI) ha annunciato il deferimento dell’Italia all’Assemblea degli Stati membri per le sue inadempienze sul caso Almasri, il torturatore libico rimpatriato con volo di Stato dal governo nonostante il mandato di cattura internazionale emesso dallo stesso tribunale. Non avendo la CPI strumenti coercitivi, il deferimento non comporta sanzioni dirette, ma può avere effetti pratici indiretti, aprendo un caso politico e diplomatico di notevole portata, con possibili ripercussioni sulla credibilità internazionale di Roma nel rispetto dei propri obblighi e della legge internazionali. L’Assemblea potrà ora emettere risoluzioni, chiedere spiegazioni o adottare raccomandazioni sulla condotta dell’Italia e sulle sue future modalità di collaborare con la CPI.
La CPI ha emesso la decisione di deferire l’inadempimento da parte dell’Italia alla richiesta di cooperazione sul caso Almasri all’Assemblea degli Stati membri lo scorso 26 gennaio; la presidenza dell’Assemblea ha trasmesso la decisione al presidente tre giorni dopo e ieri, 1° aprile, ha convocato un rappresentante dell’Italia a una riunione per «discutere le implicazioni della decisione della Corte in merito alla sua mancata cooperazione e per presentare il suo punto di vista su come intende cooperare con la Corte in futuro». L’annuncio del deferimento è arrivato oggi. La CPI spiega che tale decisione è stata presa perché l’Italia non ha eseguito «correttamente la richiesta della Corte di arresto e consegna del signor Njeem [ndr. Almaseri] mentre si trovava sul territorio italiano», e non ha «cooperato con» né «consultato» la «Corte per risolvere le presunte questioni derivanti dall’emissione del mandato d’arresto e dalla presunta richiesta concorrente di estradizione». L’ufficio della presidenza ha dichiarato che «presenterà una relazione sulle azioni intraprese, unitamente a eventuali raccomandazioni, alla prossima sessione dell’Assemblea», in cui i membri saranno chiamati a esprimersi sul caso.
Almasri, soprannominato «il torturatore di Tripoli» dalle organizzazioni che investigano la situazione delle persone migranti in Libia, si trovava a Torino quando, il 19 gennaio 2025, è stato arrestato dalle forze dell’ordine italiane su segnalazione dell’Interpol. Su di lui pendeva un ordine di arresto segreto della Corte Penale Internazionale (CPI) con l’accusa di crimini di guerra e contro l’umanità, principalmente per quanto accade all’interno delle carceri libiche. La Corte d’Appello di Roma ha però giudicato «irrituale» l’operazione, sostenendo che la polizia italiana non avesse l’autorità per agire, come prevedono le norme sulla cooperazione con la Corte dell’Aia, senza una preventiva autorizzazione del ministro della Giustizia. Il ministro della giustizia Nordio, a quel punto, avrebbe potuto sanare la situazione dando l’autorizzazione per convalidare l’arresto, ma non è intervenuto.
In una informativa al Parlamento, Nordio si è difeso dicendo che il mandato è «arrivato in lingua inglese senza essere tradotto con una serie di criticità che avrebbero reso impossibile l’immediata adesione del ministero alla richiesta arrivata dalla Corte d’appello». Tra questa sorta di barriera linguistica, cui Nordio ha fatto più volte riferimento, e il «pasticcio» formale della CPI, il guardasigilli – almeno secondo la sua versione – avrebbe tardato nella lettura degli atti, che in ogni caso avrebbe giudicato «nulli». Così, Almasri è stato scarcerato, con il ministro dell’Interno Piantedosi che ha firmato un decreto di espulsione, dichiarandolo «soggetto pericoloso» e vietandogli l’ingresso in Italia per 15 anni. Almasri è stato quindi riportato in Libia su un aereo dei servizi segreti italiani, per venire arrestato dalle stesse autorità di Tripoli lo scorso novembre.
Investito della questione in seguito alla denuncia presentata sul caso dall’avvocato Luigi Li Gotti, lo scorso agosto il Tribunale dei Ministri aveva archiviato la posizione della premier Giorgia Meloni, chiedendo invece l’autorizzazione a procedere per i ministri Nordio e Piantedosi e per il sottosegretario Alfredo Mantovano, indagati per favoreggiamento, con ulteriori accuse di peculato e rifiuto di atti d’ufficio. Il 9 ottobre, la Camera dei deputati ha però respinto definitivamente la richiesta di processare i tre membri del governo: come previsto, la maggioranza di centrodestra ha votato compatta contro l’autorizzazione a procedere: 251 voti contrari per Nordio, 252 per Mantovano e 256 per Piantedosi, con circa venti voti provenienti anche da parte dell’opposizione. L’esito ha comportato l’archiviazione delle indagini.
FIGC: Gravina si dimette da presidente
Il presidente della Federazione Italiana Giuoco Calcio Gabriele Gravina ha annunciato le proprie dimissioni. Gravina era presidente della FIGC dal 2018, e si è dimesso dopo le polemiche sorte in seno tanto al mondo sportivo quanto a quello politico sulla mancata qualificazione della Nazionale maggiore maschile ai prossimi mondiali. La squadra manca ai mondiali da tre edizioni consecutive. A fare piovere le critiche anche le parole dell’ormai ex presidente sugli altri sport, definiti «dilettantistici». Il prossimo presidente dovrebbe venire nominato il 22 giugno, in occasione di una riunione dell’assemblea federale.








