martedì 17 Marzo 2026
Home Blog Pagina 4

Cuba avvia dialoghi con gli USA, ma avverte: “non rinunceremo alla nostra sovranità”

1

«In linea con la politica coerente che la Rivoluzione cubana ha sempre sostenuto nel corso della sua storia, funzionari cubani hanno recentemente tenuto colloqui con rappresentanti del governo degli Stati Uniti»: inizia così l’annuncio del presidente cubano Miguel Díaz-Canel, che conferma l’apertura di una linea di dialogo tra i due Paesi. Significativo che i colloqui siano avvenuti «sotto la guida del Generale dell’Esercito Raúl Castro Ruz in qualità di leader della Rivoluzione», scelta che delinea una precisa politica da parte di L’Avana, la quale non intende rinunciare alla propria sovranità e autodeterminazione. Cuba mantiene insomma la propria apertura a una soluzione diplomatica, come già affermato in passato, senza tuttavia piegarsi alle condizioni che il governo statunitense sta cercando a tutti i costi di imporre al Paese.

L’obiettivo dei dialoghi, spiega il presidente, è cercare «soluzioni, attraverso il dialogo, alle divergenze bilaterali». La crisi economica del Paese castrista, dovuta a sessant’anni di embargo economico imposto dagli USA, è entrata in una fase disastrosa dal golpe statunitense in Venezuela. Dopo la rimozione forzata del presidente Maduro da parte di Washington, infatti, non è più entrata una sola imbarcazione di combustibile sull’isola, come confermato dallo stesso presidente. Queste condizioni stanno avendo un «impatto incommensurabile sulla vita del nostro popolo», ha dichiarato Díaz-Canel. Di fatto, tale blocco era proprio una delle conseguenze con le quali Trump aveva sperato di piegare l’isola castrista, evitando per il momento un intervento militare. Questo tuttavia non è accaduto e L’Avana ha comunque insistito nel lasciare aperta la via della diplomazia e del dialogo (purchè questo avvenisse senza «ricatti politici, minacce e imposizioni»). «Non è la prima volta che si conducono colloqui di questo genere», ricorda Díaz-Canel, aggiungendo che è sempre stata parte della politica della rivoluzione cubana quella di mantenere aperta la via del dialogo.

«Negli scambi che si sono tenuti, la parte cubana ha espresso la volontà di portare avanti questo processo, su basi di uguaglianza e rispetto dei sistemi politici di entrambe gli Stati, della sovranità e dell’autodeterminazione dei nostri governi», ha riferito Díaz-Canel, confermando l’apertura di «spazi di intesa» tra le due parti. Fondamentale, in tal senso, la presenza del generale Raúl Castro, ex presidente del Paese e leader della rivoluzione. Il messaggio mandato dall’isola è chiaro: aperti al dialogo, ma senza piegarsi.

Díaz-Canel ha ribadito che «su questo processo sono esistite molte speculazioni e campagne di manipolazione, alle quali noi non abbiamo mai risposto, come è sempre stata prassi della rivoluzione». Il processo, avverte, sarà «molto lungo» e lo scopo sarà «determinare i problemi bilaterali che necessitano soluzioni; in che modo risolverli; capire se c’è volontà di mettere in pratica azioni a beneficio dei nostri popoli da entrambe le parti. Questo significa trovare ambiti di cooperazione nei quali si può affrontare le minacce e garantire la sicurezza e la pace di entrambe i Paesi e della nostra regione».

Gli ultimi colloqui significativi tra le due parti si sono svolti nel 2016, sotto l’amministrazione Obama, la quale avviò una normalizzazione parziale delle relazioni diplomatiche tra le due parti ma senza rimuovere l’embargo economico, misura che non aveva ottenuto il voto favorevole del Congresso americano. L’embargo fu rinnovato dalla prima amministrazione Trump, che ora sta cercando in tutti i modi di aumentare la pressione sull’isola. Soltanto nell’ultimo anno, le pressioni statunitensi avrebbero comportato un danno da 7,5 miliardi di dollari all’economia cubana, attraverso blocchi commerciali diretti e pressioni a Paesi terzi. Solamente poche settimane fa, nel lanciare un appello al Sud Globale, Díaz-Canel aveva dichiarato: «so che vivremo tempi difficili ma li supereremo con il nostro talento». Lo stesso presidente aveva lasciato intendere l’esistenza di una rete informale con Paesi come Messico, Russia e Cina – che ha recentemente donato all’isola cinquemila sistemi fotovoltaici per mitigare gli effetti della crisi energetica.

Mutui e prestiti: in Italia tassi sopra la media UE

0

Un tasso medio del 3,55%, superiore a quello di Francia (3,06%), Spagna (2,49%) e, in generale, della media UE, che si attesta intorno al 3,23%: nel 2026, le banche italiane sono ancora quelle che impongono la tassazione maggiore sui mutui. Il dato è stato diffuso dal sindacato bancario FABI, che specifica come a imporre tassi superiori ai nostri vi sia solamente la Germania (3,84%). Secondo il sindacato, il divario “è ancora più marcato sul credito al consumo: i prestiti personali in Italia viaggiano all’8,11%, ben al di sopra della media europea del 7,51%”.

In Madagascar le proteste dei giovani hanno causato la caduta del governo

0

La generazione Z continua a essere protagonista nel mondo. Dopo il successo registrato alle urne in Nepal, i giovani malgasci hanno causato, attraverso un’intensa ondata di proteste, la caduta del governo. Il presidente ad interim del Madagascar Michael Randrianirina ha infatti destituito il primo ministro Herintsalama Rajaonarivelo e l’intera squadra di governo, annunciando che sceglierà presto un nuovo premier. Restano in allerta i giovani malgasci, che dopo aver protestato contro la carenza di acqua ed elettricità vedono erosa la legittimità nei confronti della nuova leadership. In tal senso, la misura di Randrianirina può essere vista come un (ultimo) tentativo di tenere sotto controllo la situazione e rafforzare la propria autorità dopo mesi difficili, nonostante gli entusiasmi iniziali.

Continua la fase di turbolenze politiche del Madagascar, aperta con le proteste della generazione Z che nel settembre dello scorso anno portarono alle dimissioni del primo ministro Christian Ntsay. Pochi giorni dopo il presidente Andy Rajoelina scelse come capo del governo il generale Ruphin Zafisambo. Le proteste si intensificarono, fino a diventare rivolta e a sfociare nel colpo di Stato condotto dal colonnello Randrianirina, schieratosi al fianco dei manifestanti. Randrianirina è così diventato presidente ad interim, promettendo elezioni entro due anni e nominando Herintsalama Rajaonarivelo come nuovo primo ministro. Il mandato di Rajaonarivelo è durato appena 5 mesi, finendo ben presto sotto la lente critica dei giovani malgasci che hanno manifestato contro la carenza diffusa di acqua ed elettricità.

Le autorità ad interim sono state poi accusate di governare con poca trasparenza, escludendo i protagonisti della transizione politica dai suoi sviluppi. Randrianirina è corso dunque ai ripari, sollevando Rajaonarivelo dal suo incarico e inviando un segnale di apertura ai manifestanti. Questo potrebbe non bastare: i giovani infatti chiedono misure concrete per una gestione condivisa della nuova fase politica nazionale. Alcuni gruppi hanno inviato un vero e proprio ultimatum al presidente, pretendendo un cambio di rotta, pena l’intensificazione delle proteste. I prossimi mesi saranno cruciali per capire gli equilibri di forza politici in vista del 2027, anno in cui dovrebbe chiudersi il periodo di transizione con la stesura della nuova Costituzione e l’elezione di un nuovo presidente. Appuntamenti a cui i giovani malgasci, protagonisti delle rivolte, pretendono di partecipare con un ruolo primario, dando continuità al protagonismo che la generazione Z sta riportando nel mondo.

Dei ricercatori sono riusciti a coltivare ceci su un simulacro della Luna

0
ceci luna

Immaginate un pugno di polvere. Non quella morbida e arruffata che si accumula sui nostri pavimenti: questa è diversa, tagliente come vetro, sterile, satura di metalli pesanti, priva di qualunque traccia di vita. È regolite lunare e da miliardi di anni ricopre la superficie della Luna come una coltre ostile, mai toccata da una radice. Eppure, in quella polvere, un cece ha germogliato, radicato, è cresciuto e ha prodotto semi. Per la prima volta nella storia. Questo racconto è racchiuso in uno studio pubblicato su Scientific Reports, frutto di una collaborazione tra l’Università del Texas ad Austin e la Texas A&M University. A guidarlo Jessica Atkin, dottoranda in Scienze del suolo, e Sara Oliveira Santos, ricercatrice della University of Texas Institute for Geophysics. Due donne, un laboratorio, una domanda che sembrava fantascienza: si può coltivare cibo sulla Luna?

Per capire la portata di quello che è successo, bisogna sapere cosa rende la regolite così ostile. Non è solo questione di composizione chimica. Il problema è più profondo: a differenza del suolo terrestre, la regolite non contiene microorganismi né materia organica. È roccia frantumata. Inoltre le particelle non trattengono l’acqua, che viene drenata senza lasciare traccia, privando la pianta di ogni idratazione.

Per aggirare questi ostacoli, le ricercatrici hanno costruito la loro ricetta dell’impossibile con tre ingredienti. Il primo: il vermicompost, i rifiuti digeriti dai lombrichi della specie Eisenia fetida, che è un fertilizzante ricchissimo ricavabile dagli scarti organici di una missione spaziale. Un ciclo virtuoso: i rifiuti degli astronauti diventano nutrimento per le piante che li sfamano. Il secondo: le micorrize arbuscolari, funghi simbiotici con cui le radici formano un’alleanza antichissima. Sono stati loro, miliardi di anni fa, a permettere alle prime piante di colonizzare la terraferma. Ora, forse, toccherà a un altro mondo. I funghi aiutano ad assorbire i nutrienti e fungono da scudo contro i metalli pesanti. Il terzo: un sistema di irrigazione a stoppino di cotone, per portare l’acqua direttamente alle radici senza affidarsi al suolo.

I risultati hanno confermato insieme la speranza e i suoi limiti. Miscele fino al 75% di simulante lunare hanno consentito la produzione di ceci raccoglibili. Oltre quella soglia, le piante cedevano: foglie ingiallite, crescita stentata, fioritura mancata. Nel 100% di regolite, i semi sono morti. Ma le piante trattate con i funghi sono sopravvissute molto più a lungo. E i funghi si sono insediati nel substrato, aprendo la strada a un ecosistema potenzialmente autosufficiente.

Una domanda però resta aperta, e non è secondaria: quei ceci si possono mangiare? I chicchi sono in fase di analisi per verificare l’accumulo di metalli pesanti. Finché i test non saranno completati, nessuno li assaggerà. Tutto questo accade mentre la NASA prepara la missione Artemis e mentre Stati Uniti e Cina progettano basi permanenti sulla Luna. Nutrire chi ci vivrà è urgente quanto sapere come respirare, anche perché ogni chilo di cibo lanciato dalla Terra costa migliaia di dollari. Una fattoria lunare che rappresenta una infrastruttura vitale per i futuri piani di inviare nuove missioni umane sul satellite terrestre, che questa volta potrebbero avere l’obiettivo di avviarne la colonizzazione e lo sfruttamento estrattivo.

*Foto della University of Texas Institute for Geophysics

“Non siamo zona di guerra”: a Pisa i manifestanti bloccano un treno carico di armi

0

C’è ancora chi si oppone ai sempre più forti venti di guerra. A Pisa centinaia di manifestanti hanno invaso i binari della stazione, bloccando un treno che dopo aver attraversato l’hub militare toscano era diretto a Udine. Il convoglio, carico di munizioni e mezzi, è stato rispedito indietro dopo sei ore di presidio al binario 3. «La guerra non passa sui nostri territori e sulle nostre vite», ha dichiarato il Movimento No Base, da anni schierato contro la militarizzazione della Toscana. Le persone mobilitatesi a Pisa danno continuità al fermento dal basso nato contro minacce e complicità belliche, che negli ultimi anni ha potuto contare su migliaia di solidali, tra lavoratori dissidenti e iniziative della società civile.

Si è concluso con una vittoria il presidio creatosi ieri pomeriggio alla stazione di Pisa. «Dopo sei ore di blocco dei binari il treno è tornato indietro da dove è venuto», commentano le sigle promotrici: Movimento No Base, Collettivo di fabbrica GKN, Gruppo Autonomo Portuali Livorno e Rete Libere/i di lottare. Il convoglio composto da 32 vagoni carichi di munizioni, esplosivi e veicoli militari era partito dalle acciaierie Jindal Steel Work di Piombino, in direzione Udine. Dopo aver attraversato l’hub militare toscano — diffuso tra Pisa, Livorno e Pontedera — il treno è stato prima rallentato da un presidio dell’Unione Sindacale di Base (USB), per poi essere bloccato definitivamente nella stazione di Pisa. Si tratta di «un risultato decisivo della determinazione e la resistenza di tutti», dichiarano le sigle promotrici, lanciando un messaggio chiaro contro i sempre più forti venti di guerra: «Ovunque possiamo fermarli, in ogni città e in ogni paese. Oggi un primo passo, la pace si può realizzare con la lotta e la lotta continua».

In Toscana, tra basi italiane e americane, la militarizzazione è diventata una costante. Il porto di Livorno, benché civile, è ad esempio attraversato con continuità da armi e merci militari, per lo più provenienti dagli Stati Uniti e diretti alla base di Camp Darby. La mozione contro il transito delle armi, approvata dal Comune di Livorno nel 2021, resta dunque lettera morta. A tenere in vita la mobilitazione antimilitarista sono le migliaia di attivisti dislocati nella regione, a partire dal Movimento No Base, che ha guidato l’iniziativa pisana di ieri pomeriggio. La rete di associazioni ha preso forma contro la costruzione di una base militare a San Piero a Grado, nel Parco naturale di San Rossore, e delle nuove aree addestrative a Pontedera, radicandosi poi sul territorio ed estendendo il raggio d’azione all’intero hub militare toscano.

Per la guerra in Iran, Palantir è pronta a distruggere la democrazia

2

Palantir è un’azienda specializzata nell’analisi avanzata dei dati che è ormai posta da anni al centro delle operazioni militari e dei sistemi di sorveglianza di numerosi governi nel mondo. La natura dei suoi impieghi l’ha resa per forza di cose un’impresa estremamente controversa, una percezione ulteriormente alimentata dal suo CEO, Alex Karp, il quale adotta regolarmente e strategicamente toni ostili nei confronti dei principi democratici e della tutela dei diritti civili. In una recente intervista, Karp ha gettato definitivamente la maschera, dichiarando senza ambiguità che le intelligenze artificiali sviluppate dalla sua azienda influenzeranno il valore del voto dei cittadini, spostando potere politico verso la parte elettorale più allineata ai suoi obiettivi.

Nell’intervista rilasciata giovedì 12 marzo alla CNBC, Karp non ha chiarito se i servizi di Palantir abbiano avuto un ruolo nell’assassinio dell’Ayatollah Ali Khamenei, ma ha ammesso che le tecnologie dell’azienda stiano comunque contribuendo al conflitto in Medio Oriente. Questa ambiguità non è insolita: il silenzio selettivo è parte di una strategia comunicativa che mira anche a costruire un’aura di mistero attorno a un prodotto che, secondo alcune ricostruzioni, sarebbe meno efficace di quanto pubblicizzato. Anche l’enfasi sul fronte bellico, però, non è affatto casuale. Molte aziende civili tenderebbero a minimizzare il proprio coinvolgimento in operazioni che comportano la morte di civili, mentre Palantir sceglie di accentuarlo per veicolare un messaggio preciso: la guerra è ormai inseparabile dalle intelligenze artificiali e gli Stati Uniti – e con essi l’intero Occidente – devono accettare determinati rischi pur di garantirne lo sviluppo e l’impiego.

“Queste tecnologie sono pericolose per la società”, ha dichiarato il CEO. “L’unica giustificazione possibile per continuare a svilupparle è che, se non lo facciamo noi, lo faranno i nostri avversari, e finiremmo soggetti alle loro regole”. Secondo Karp, occorre quindi trovare un compromesso: muoversi rapidamente, anche a costo di provocare danni, ma in nome di un obiettivo superiore. Dopotutto, sostiene, quale sarebbe il senso di assumersi “il rischio di distruggere ogni fibra della nostra società, incluse le sue componenti più potenti, se non per preservare la nostra capacità di essere americani nel prossimo futuro e in quello più lontano?”

La natura dei rischi, per Karp, è del tutto evidente. “Questa tecnologia stravolge gli elettori con formazione umanistica – perlopiù Democratici – e riduce il loro potere economico, aumentando invece quello della classe lavoratrice, tipicamente maschile”. In altre parole, a subire maggiormente l’impatto delle intelligenze artificiali immaginate dal CEO sarebbero proprio i gruppi sociali più distanti dalle politiche dell’attuale governo statunitense, nonché dalle sue stesse posizioni. “Questi sconvolgimenti investiranno ogni aspetto della nostra società”, prosegue, “e perché il sistema regga dobbiamo trovare un punto di incontro su come intendiamo usare questa tecnologia e su come spiegheremo alle persone che probabilmente avranno meno beni e meno accesso a lavori interessanti”. Un sacrificio che, vale la pena ricordarlo, serve ad alimentare strumenti che vengono tra le altre usati in contesti bellici per meglio selezionare i bersagli da colpire e che, con tutta probabilitá, hanno avuto un ruolo nel bombardamento della scuola femminile di Minab.

Il sospetto, però, é che la distruzione del tessuto sociale non sia un contrappasso, ma l’obbiettivo principale dell’intera operazione. Nel 2009, Peter Thiel, fondatore di Palantir, sosteneva apertamente che aver concesso il voto alle donne abbia danneggiato la democrazia di matrice capitalista. Nel 2010, in occasione di una conferenza nota come Liberopia, Thiel è stato poi esplicito nell’esporre le sue idee politiche. “L’idea di base era che non avremmo mai potuto vincere un’elezione su certi argomenti perché eravamo una minoranza minuscola, ma forse, attraverso la tecnologia, possiamo cambiare unilateralmente il mondo senza dover costantemente convincere, pregare e trattare con persone che non saranno mai d’accordo”, aveva dichiarato all’epoca. “Ed è per questo che ritengo che la tecnologia sia un’incredibile alternativa alla politica“.

La guerra all’Iran sta creando “il più grande stop alle forniture petrolifere della storia”

1

L’Agenzia internazionale per l’energia (AIE) ha avvertito nel suo ultimo rapporto che la guerra in Iran sta creando la “più grande interruzione dell’approvvigionamento nella storia del mercato petrolifero globale”, con una riduzione della produzione di petrolio e gas in Medio Oriente di almeno dieci milioni di barili al giorno. Per questo motivo l’Agenzia ha approvato il rilascio di 400 milioni di barili di petrolio dalle riserve di emergenza dei Paesi che ne fanno parte (32 membri e 13 associati), vale a dire più del doppio dei 182 milioni di barili rilasciati all’inizio della guerra in Ucraina. Da parte sua, l’Ue si è sforzata di mostrare calma: dopo aver riunito il “gruppo di coordinamento sul petrolio”, ha dichiarato che «Non sono emerse preoccupazioni immediate sulla sicurezza delle forniture» e, secondo la portavoce dei gruppi di coordinamento Ue sul petrolio e sul gas, «c’è maggiore preoccupazione per l’aumento dei prezzi». Tuttavia, la decisione della nuova Guida suprema iraniana, Mojtaba Khamenei, di mantenere chiuso lo Stretto di Hormuz prospetta un peggioramento della situazione, considerato che dallo Stretto passano il 20% delle forniture globali di petrolio e GNL.

Secondo il rapporto dell’AIE, «in assenza di una rapida ripresa dei flussi di trasporto, le perdite di approvvigionamento sono destinate ad aumentare», prevedendo un calo globale della produzione di petrolio di 8 milioni di barili al giorno quest’anno, con le riduzioni in Medio Oriente che potrebbero essere parzialmente compensate dall’aumento della produzione dei Paesi non-OPEC plus, tra cui Kazakistan e Russia. Non a caso, il presidente statunitense Donald Trump ha suggerito a di sospendere le sanzioni statunitensi sul petrolio straniero, compreso quello russo, nel tentativo di fare scendere i prezzi globali, mentre il presidente russo Vladimir Putin ha colto la palla al balzo offrendo di ripristinare le forniture di gas e petrolio all’Ue. Gli Stati Uniti hanno rilasciato una licenza di 30 giorni che consente ai paesi di acquistare petrolio e prodotti petroliferi russi bloccati in mare. Ciò interesserà 100 milioni di barili di greggio russo, pari a quasi un giorno di produzione mondiale, secondo l’inviato presidenziale russo Kirill Dmitriev. Nel frattempo, nonostante la sospensione delle sanzioni sul petrolio da parte degli USA e l’iniziativa dell’AIE di rilasciare 400 milioni di barili di petrolio dalle riserve, il prezzo degli idrocarburi è aumentato, con il prezzo del greggio di nuovo sopra i 100 dollari al barile.

A determinare l’interruzione della produzione di petrolio nella regione, oltre alla chiusura dello stretto di Hormuz da cui transitano le navi cariche di barili, sono stati anche i danni diretti agli impianti energetici della regione: gli attacchi israeliani, ad esempio, hanno colpito gli impianti petroliferi di Teheran, oltre a raffinerie e depositi in varie parti della città, trasformando la capitale iraniana in un inferno di fuoco. A sua volta, l’Iran ha minacciato di colpire le infrastrutture energetiche regionali se i raid di USA e Israele continueranno a colpire quelle iraniane e ha già colpito alcuni depositi e infrastrutture del gas e del petrolio in vari stati del Golfo. «Da attacchi del genere possono derivare conseguenze prevedibili, ampie e devastanti contro i civili, come incendi mortali fuori controllo, importanti interruzioni delle forniture essenziali, danni ambientali e gravi rischi nel lungo termine per la salute di milioni di persone. Tutto questo significa che tali attacchi possono violare il diritto internazionale umanitario e, in alcuni casi, costituire crimini di guerra», ha dichiarato Heba Morayef, direttrice di Amnesty International per il Medio Oriente e l’Africa del Nord.

Importanti riduzioni dell’offerta si registrano in Iraq, Qatar, Kuwait, Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita. In particolare, il colosso petrolifero statale degli Emirati Arabi Uniti ADNOC ha chiuso la raffineria di Ruwais, con una capacità di 922.000 barili al giorno, dopo che l’attacco di un drone ha provocato un incendio, secondo quanto riferito martedì da una fonte all’agenzia di stampa Reuters. Un altro incendio è scoppiato anche nel porto di Fujairah, un importante snodo globale per lo stoccaggio e il rifornimento di petrolio. In Iraq, la produzione dei principali giacimenti petroliferi meridionali è crollata del 70%, passando da 4,3 milioni di barili al giorno a soli 1,3 milioni, mentre il Qatar ha interrotto le operazioni presso i suoi impianti di GNL il 2 marzo, interessando uno dei più grandi impianti al mondo e una fonte che fornisce circa il 20% del GNL globale. Il 4 marzo ha dichiarato lo stato di forza maggiore sulle spedizioni di GNL.

Nonostante la grave crisi di produzione in Medio Oriente, per ora la situazione risulta ancora sotto controllo. Nel rapporto dell’AIE si legge che «I paesi consumatori dispongono di ingenti quantità di petrolio in deposito per compensare perdite temporanee di approvvigionamento. Le scorte globali di greggio e derivati ​​sono attualmente stimate a oltre 8,2 miliardi di barili, il livello più alto da febbraio 2021». Dall’inizio del conflitto, i prezzi del gas sono aumentati del 50 per cento e quelli del petrolio del 27 per cento. La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, ha dichiarato che il blocco sta valutando la possibilità di porre un tetto massimo ai prezzi del gas per aiutare i consumatori. Secondo l’AIE, l’impatto finale del conflitto sui prezzi del petrolio e del gas dipenderà «in modo determinante, dalla durata delle interruzioni del traffico marittimo attraverso lo Stretto di Hormuz». Inoltre, l’agenzia sottolinea anche come le scorte di emergenza, pur fornendo una soluzione immediata, in assenza di una rapida risoluzione del conflitto, rimangono una misura tampone. In altri termini, più il conflitto si prolunga, più rischia di creare una crisi economica globale con ripercussioni importanti sugli assetti e gli equilibri internazionali.

Il Senato declassa la protezione del lupo: ora si potrà abbattere

0
lupo declassamento abbattimenti

In Italia il lupo è sopravvissuto a secoli di persecuzioni, al veleno, ai bracconieri, e al rischio di estinzione. Ora, con 78 voti favorevoli al Senato, solo 2 contrari e 57 astensioni, rischia di soccombere a qualcosa di molto più attuale: una legge di delegazione europea e dieci anni di inerzia istituzionale. Il Senato ha infatti approvato definitivamente la legge europea che contiene il recepimento del declassamento dello status di protezione del lupo. Dopo il via libera della Camera a dicembre 2025, il governo potrà ora adottare un decreto che sancirà il passaggio del lupo da specie “rigorosamente protetta” a semplicemente “protetta”. Come avevamo già raccontato a febbraio, la partita ha origine a Bruxelles: la Commissione Europea aveva proposto nel dicembre 2023 di abbassare lo status di protezione del lupo nella Direttiva Habitat, con pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale UE nel giugno 2025. L’Italia ha scelto il recepimento immediato, risultando tra i primi Paesi a farlo. Dopotutto lo stesso governo italiano aveva spinto per l’approvazione della norma che libera le doppiette.

Fino ad oggi ogni singolo abbattimento richiedeva una deroga specifica. Con la nuova normativa, le uccisioni potranno invece avvenire nell’ambito di piani di gestione regionali, eseguiti da personale specializzato. Le singole regioni potranno quindi approvare dei “piani di prelievo”, attraverso i quali decidere un numero di abbattimenti. Non si tratta di un via libera totale alla caccia: la specie rimane protetta e un documento tecnico dell’ISPRA ha già fissato un tetto massimo di 160 esemplari da abbattere sulla popolazione nazionale, stimata in circa 3.500 individui. Tuttavia si tratta chiaramente di una netta inversione di tendenza rispetto ai piani di ripopolamento che erano attivi fino a pochi anni fa.

Il problema, sollevato da più voci scientifiche, è che l’Italia si trova ad esercitare questo nuovo potere senza gli strumenti adeguati. Avremmo bisogno «di un piano di gestione vasto — ha spiegato a Ildolomiti.it Luigi Boitani, professore emerito di zoologia alla Sapienza e presidente della Large Carnivore Initiative for Europe — un piano che l’Italia ancora non ha». Un primo tentativo era stato avviato nel 2015 su commissione del ministero dell’Ambiente, ma da allora le Regioni non hanno mai trovato un accordo. Oltre dieci anni di stallo, e ora una nuova norma da applicare senza una base solida.

Le associazioni ambientaliste hanno reagito duramente. Legambiente parla di «grave errore»: «Abbassare il livello di protezione non risolverà i conflitti sociali. Basare il declassamento su una volontà politica, e non scientifica, potrebbe compromettere gli sforzi di conservazione e creare un precedente pericoloso per altre specie». L’ENPA denuncia invece «una grave retromarcia», e considera il provvedimento come «privo di giustificazioni reali, se non quella di tentare di compiacere una parte degli allevatori». La LAV segnala poi che alcune Regioni starebbero già contestando i tetti fissati dall’ISPRA, come accade in Toscana dove la giunta si opporrebbe al limite di 22 abbattimenti assegnato alla Regione.

Rimangono due questioni formali di rilievo. La prima: come ricordato già a febbraio dal Direttore Affari Istituzionali di WWF Italia Dante Caserta, la legge nazionale 157/92 indica ancora il lupo come specie particolarmente protetta e non è stata toccata dal provvedimento, aprendo la strada a possibili contenziosi. La seconda: sono tuttora pendenti dinanzi alla Corte di Giustizia Europea ricorsi contro la stessa decisione di declassamento della Commissione UE e il principio di precauzione avrebbe suggerito di attenderne l’esito.

Sullo sfondo, il problema strutturale rimane irrisolto: i lupi si spostano su territori tra i 50 e i 400 chilometri quadrati, rendendo qualsiasi gestione frammentata per Regioni o Province inefficace. La letteratura scientifica indica del resto che il controllo letale ha effetti incerti – può ridurre le predazioni su un allevamento ma aumentare il rischio nelle aree vicine – mentre le misure non letali, come recinzioni elettrificate e cani da guardiania, restano quelle con le prove di efficacia più solide. Ma richiedono investimenti e politiche di lungo periodo: esattamente ciò che manca in un Paese che, dopo dieci anni, è ancora senza un piano per il lupo.

Garante: Intesa San Paolo sanzionata per 17 milioni

0

Il Garante della privacy ha imposto a Intesa Sanpaolo una multa dal valore di 17,6 milioni di euro. Il Garante ha riconosciuto a Intesa di avere «trattato in modo illecito» i dati di 2,4 milioni di clienti, trasferiti per via unilaterale e automatica a Isybank, digitale controllata dallo stesso istituto finanziario. Per effettuare tale trasferimento, Intesa ha effettuato controlli di profilazione dei propri clienti, in modo da individuare le persone che presentavano le caratteristiche più adatte.

Israele sta censurando le immagini dei danni inflitti dall’Iran

2

Ieri, un bombardamento iraniano si è abbattuto nei pressi del Muro Occidentale (anche noto come Muro del Pianto o, nel mondo musulmano, Muro di al-Buraq), a Gerusalemme. Il ministero degli Esteri israeliano ha pubblicato un video dell’attacco, che è stato ripreso dai media di tutta Italia. La capillarità nella diffusione di tale frammento non stupisce, se si considera lo scarso numero di testimonianze audiovisive della guerra che nelle ultime due settimane sono riuscite a scampare alla censura di Israele. Limitandosi a foto e video, effettivamente, parrebbe quasi che la nuova guerra nel Golfo viaggi interamente a senso unico: nonostante divieti e chiusura di internet, da Teheran sono giunti molteplici video che mostrano un ampio scenario di distruzione, come nel caso dell’attacco sul deposito petrolifero della notte tra il 7 e l’8 marzo. Da Israele, invece, le testimonianze sono risicate, sottoposte alla rigida censura di Tel Aviv, che si sta rivelando ben più stringente di quanto non lo sia quella iraniana.

Praticamente tutte le parti chiamate in causa direttamente o indirettamente in questo conflitto stanno imponendo ai propri cittadini un rigido regime di censura impedendo che video, foto e contenuti multimediali diventino di dominio pubblico. In Italia, come prevedibile, la discussione si concentra sulle misure adottate dall’Iran per evitare la circolazione di video. La rete internet risulta praticamente assente da 14 giorni e le autorità avrebbero imposto divieti di fare foto e video nei pressi dei luoghi degli attacchi e restrizioni di spostamento ai giornalisti. La censura più dura, tuttavia, non pare stare venendo imposta in Iran, ma negli altri Paesi. In Bahrein sono state vietate le proteste contro USA e Israele, tanto che sono state arrestate almeno 60 persone. Negli Emirati, sono state arrestate 20 persone che hanno fatto foto e video ai siti degli attacchi, e altre ancora per avere mostrato solidarietà alla Palestina; come negli UAE, anche in Arabia Saudita. Analoghi arresti sono avvenuti in Qatar e in Kuwait, dove sono state detenute rispettivamente 300 e 2 persone.

Israele stesso sta imponendo una dura censura sulla produzione e diffusione di contenuti multimediali. L’inviato dell’emittente spagnola RTVE ha spiegato che sin dal 28 febbraio, tutti gli operatori mediatici internazionali presenti in Israele hanno ricevuto un avviso dal dipartimento di censura militare di Tel Aviv, in cui venivano date loro le indicazioni sulle modalità con cui era concesso seguire la guerra: i giornalisti non possono fotografare o fare video ai luoghi che hanno subito attacchi, ma neanche registrare i cieli durante un bombardamento o una intercettazione e non possono fornire alcuna specifica che possa aiutare a individuare i luoghi in cui si è abbattuto un attacco. Se per esempio, ha spiegato l’inviato spagnolo, un missile dovesse cadere vicino a un’area civile situata nei pressi di un centro del Mossad, i giornalisti dovrebbero limitarsi a comunicare che ha colpito un edificio civile, senza aggiungere ulteriori dettagli. La censura israeliana ha portato, come nei Paesi arabi, all’arresto di due giornalisti turchi. Essa tuttavia, non si limita a silenziare i giornalisti, ma tocca anche cittadini, residenti e turisti che in questo momento si trovano in Israele. Sin dai primi giorni di guerra, Israele ha comunicato a tutti i civili di non fare e diffondere foto e video dei luoghi dell’attacco, ricordando più volte tale divieto. Nei giorni, ha arrestato almeno due persone – cittadini arabo-israeliani – per avere fotografato il luogo di un attacco e diffuso tali immagini.

Potrà apparire come una stortura per un cittadino europeo, ma alla luce del numero di arresti, dei regolamenti interni e – soprattutto – del quantitativo di immagini che sono riuscite a filtrare da Teheran comparato a quelle arrivate da Israele, la censura imposta dal regime iraniano pare più mitigata rispetto a quella dello Stato ebraico, e Teheran più “trasparente” nel rappresentare questa guerra. Resta da capire per quale motivo le parti coinvolte nel conflitto stiano imponendo una censura così stretta ai propri cittadini e residenti. Davanti ai resoconti di IDF e giornalisti, lo scopo di tali misure parrebbe duplice: da una parte sarebbe una questione strategica; evitare la diffusione di dettagli servirebbe a non fornire informazioni sull’esito degli attacchi ai propri avversari. «Il nemico segue queste documentazioni per migliorare le sue capacità di attacco», si legge a tal proposito in un comunicato delle IDF. Il secondo motivo sarebbe comunicativo: lo stesso inviato spagnolo ha precisato che «l’informazione è un’arma di guerra», ma soprattutto che «nascondere le vulnerabilità è parte della strategia». Censurare gli attacchi, insomma, avrebbe lo scopo di restituire una immagine di forza e solidità. Per i Paesi del Golfo questo significherebbe mantenere quella rappresentazione di località sicure e pacifiche che stanno costruendo negli ultimi anni con l’apertura verso Occidente. Per Israele, invece, riaffermare l’immagine di invincibilità militare che si è costruita nei decenni sin dalla sua fondazione.