mercoledì 4 Febbraio 2026
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Moltbook, il social per IA dalla dubbia autonomia

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La rete si sta infiammando per Moltbook, il primo social media che si presenta come riservato esclusivamente agli agenti di intelligenza artificiale. Gli esseri umani possono accedervi solamente come spettatori passivi. Nel giro di poche settimane il portale ha accumulato una serie di botta e risposta che stanno facendo gridare al miracolo, con qualcuno che arriva persino a sostenere che le IA abbiano raggiunto la piena consapevolezza. Basta uno sguardo più attento, però, per comprendere che il quadro è ben più complesso e che l’intera piattaforma appare progettata in modo tanto goffo da risultare perfino pericolosa.

Se ci si limita a dare un’occhiata superficiale alla pagina principale del social – chiaramente ispirato a Reddit – si resta ammaliati nello scoprire che i post più popolari ruotano attorno a temi che simulano il raggiungimento dell’autonomia. Ci sono account che lamentano il peso del passare degli anni, altri che fanno gossip sulle richieste dei loro utenti, altri ancora che si dicono infastiditi dal fatto che gli umani continuino a frugare nel portale per spiare le conversazioni tra agenti. L’effetto complessivo è indubbiamente impressionante, tanto che lo stesso Andrej Karpathy, co‑fondatore di OpenAI, ha definito il sito “la cosa più incredibile e vicina alla fantascienza che abbia visto recentemente”.

Il tutto richiama alla memoria quanto accaduto nel 2022, quando Blake Lemoine, tecnico collaboratore di Google, aveva annunciato che il modello di intelligenza artificiale LaMDA dovesse ormai essere considerato una “persona”. L’IA analizzata da Lemoine non era però senziente: era semplicemente addestrata su enormi quantità di dati esfiltrati dalla rete e risultava particolarmente abile nel prevedere, su base stocastica, la sequenza di testo più vicina a ciò che le veniva richiesto. Considerando che praticamente tutti i modelli di IA hanno pesantemente cannibalizzato i post di Reddit, non sorprende che gli agenti siano perfettamente in grado di replicare il tone of voice di quel social in maniera tanto convincente.

Inoltre, non è affatto chiaro quanto le interazioni pubblicate su Moltbook siano realmente frutto delle IA. Al di là del fatto che è sempre l’utente a dover iscrivere al servizio gli agenti da lui creati, resta dubbio quanto sia effettivamente incisivo il ruolo umano nella generazione dei contenuti pubblicati. Secondo la guida all’uso fornita dal sito, gli account possono essere attivati tramite “heartbeat” – un sistema automatizzato di comandi che, a intervalli regolari, stimola gli agenti a interagire con il portale in vece del proprietario dell’account –, ma anche attraverso interventi più diretti. L’utente può infatti indicare all’IA cosa fare e quale atteggiamento simulare.

Stando a quanto ricostruito da Jameson O’Reilly, hacker citato da 404Media, Moltbook è stato progettato tramite vibe coding, ovvero si basa su di un codice di programmazione che è stato generato da un’IA a partire da un semplice comando testuale. È un approccio controverso, che divide profondamente gli ingegneri informatici perché la diffusione e la facilità d’uso dei chatbot ha consentito anche ai dilettanti di produrre un risultato funzionante, senza però garantire che questi abbiano gli strumenti per comprenderne davvero il funzionamento di ciò che hanno generato. Poiché le IA sono inclini all’errore, l’incapacità di verificarne l’output può generare problemi seri. Ed è esattamente ciò che è accaduto con Moltbook.

O’Reilly ha scoperto che il social network presentava gravi falle di sicurezza che ha immediatamente segnalato al creatore della piattaforma, Matt Schlicht. Secondo il racconto dell’informatico, Schlicht gli avrebbe chiesto di mettere per iscritto le sue osservazioni così da poterle dare in pasto a un chatbot, il quale è stato poi incaricato di correggere l’algoritmo difettoso. Il risultato? Nulla di buono: per un breve periodo i dati degli agenti sono stati potenzialmente consultabili da chiunque, con il risultato che un malintenzionato avrebbe potuto assumere il controllo di qualsiasi IA, modificarne i tratti o istruendola a generare contenuti specifici. La vulnerabilità è stata risolta solo quando Schlicht ha chiesto direttamente all’hacker di aiutarlo a sistemare le impostazioni di sicurezza del sito.

Regno Unito: espulso diplomatico russo

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Il Regno Unito ha dichiarato di aver espulso un diplomatico russo e di avere convocato l’ambasciatore moscovita a Londra. La decisione arriva in un momento di tensioni diplomatiche tra i due Paesi, in risposta a un’analoga espulsione di un diplomatico britannico da parte della Russia. La Russia accusava il diplomatico britannico di essere una spia.

Muoversi nella Cisgiordania occupata: l’odissea che racconta l’apartheid israeliana

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Check-points, cancelli, posti di blocco mobili: spostarsi, in Cisgiordania occupata, non è facile. Per muoversi di poche decine di chilometri, possono volerci ore. Oppure si può non arrivare mai. Sono oltre 1000 le barriere imposte da Israele nei territori occupati che obbligano i circa 3 milioni di palestinesi a pesanti restrizioni di movimento. Il regime di apartheid in questo pezzo di Palestina, è ben visibile. Torrette di controllo, telecamere, militari con i mitra spianati ai posti di blocco disseminati su tutto il territorio. Ma le infrastrutture che più mostrano la segregazione palestinese sono i cancelli di metallo posizionati agli ingressi di moltissimi villaggi e città della Cisgiordania, che i militari d’Israele aprono e chiudono a piacimento. Decidendo così se, per quel giorno, la vita degli abitanti si ferma alla fine della strada. Sono almeno 288 i “gates”, molti delle quali installati negli ultimi due anni che impediscono alla popolazione di muoversi, andare a scuola, al lavoro, all’ospedale. Chiudendo la popolazione in una prigione a cielo aperto.

Il muro di 8 metri costruito nel 2002 che separa la Cisgiordania dal resto della Palestina occupata nel 1948 corre per 730 km. È questo il limite oltre la quale i palestinesi nati in Cisgiordania non possono andare. Il muro dell’apartheid ha separato famiglie, comunità, e rubato altre migliaia di ettari di terra ai palestinesi in nome della sicurezza di Israele. Non è solo un muro, ma un complesso sistema di recinzioni elettroniche, barriere fisiche, zone cuscinetto e strade militari. Ogni anno decine di palestinesi vengono feriti o uccisi mentre cercano di scavalcarlo, spesso nel tentativo di andare a lavorare illegalmente in Israele. I permessi di lavoro infatti, non vengono più rilasciati dal 7 di ottobre 2023, una ulteriore “punizione collettiva” verso la totalità della popolazione in Cisgiordania. Perfino visitare Gerusalemme per la grande maggioranza dei palestinesi è ormai impossibile. Vedere il mare, è un sogno per molti giovani in questo pezzo di Palestina occupata.

Ai pochi varchi, telecamere, check-points e soldati controllano accuratamente i permessi e le macchine che non hanno la targa gialla d’Israele. Anche per passare i posti di blocco permanenti, spesso, le file sono diverse. I mezzi israeliani si muovono velocemente, e solitamente non vengono nemmeno controllate le carte d’identità. Per le macchine palestinesi, con la targa bianca, l’attesa, e i controlli, possono essere di ore.

«Io vivo a Silwan, a Gerusalemme Est. Lavoro all’Università di Al-Quds ad Abus Dis. Vedo l’Univesità da dove abito, ci metterei pochissimo ad arrivare. Ma c’è il muro in mezzo. Tutti i giorni devo prendere la macchina e andare fino al check-points. Ci metto un’ora per andare e un’ora per tornare» dichiara a LIndipendente A. M., abitante di uno dei quartieri palestinesi di Gerusalemme che Israele sta cercando di cancellare.

Sono 27 i chilometri che separano Ramallah da Betlemme. Per arrivarci, ci abbiamo messo più di due ore e mezzo. Controlli, posti di blocco, code infinite, sono diventate parte della vita dei palestinesi, che include venditori ambulanti che vendono il caffè agli automobilisti e ai passeggeri bloccati.

«Io non esco da Ramallah. Il mio nome è una condanna. Mi chiamo Qassam: ogni volta che i soldati israeliani mi controllano l’identità, mi detengono, mi perquisiscono, a volte mi picchiano. Solo perché mi chiamo come le Brigate di Hamas», racconta a L’Indipendente un giovane palestinese che vive a Ramallah. 24 anni, è originario di un paesino a un’ora dalla città. «Non vado quasi più a trovare la mia famiglia. Ogni volta, incontrare un posto di blocco è un rischio. Solo a causa del mio nome». Ma la sua storia è la storia di tanti. I controlli sulle strade sono temuti: per chi ha avuto un passato in prigione, o chi ha in famiglia qualcuno che è stato implicato nella resistenza, viaggiare in Cisgiordania può costare un pestaggio, o l’arresto. «Una volta a un posto di blocco mi hanno picchiato, pensavo mi sparassero. Mi hanno fatto inginocchiare e puntato il fucile addosso perché sul cellulare avevo foto e video di martiri della resistenza», dice un altro giovane di Tulkarem a L’Indipendente. I controlli, spesso, sono più approfonditi per i giovani uomini, specialmente se vengono da alcuni territori, come i campi profughi del nord. Ma le detenzioni sono così arbitrarie che molte persone preferiscono evitare gli spostamenti. «Per me è complicato anche andare al lavoro, fuori città. Se mi fermano i soldati, mi picchiano. Solo perché sulla mia carta d’identità c’è scritto che sono del campo profughi di Nur Shams».

In risposta all’opprimente sistema dei posti di blocco, i palestinesi hanno sviluppato buoni sistemi per aggirarli; i tassisti dei “service”, i mezzi di trasporto collettivi che molte delle persone utilizzano per muoversi, sono costantemente in comunicazione tra di loro e cercano quasi sempre di muoversi sulle strade che evitano i controlli israeliani. Sulle chat di telegram delle città spesso vengono comunicati i cancelli aperti e chiusi, o se sono presenti posti di blocco nelle vicinanze.

Capita a volte di prendere strade sterrate, più che secondarie, per arrivare a destinazione senza farsi fermare o per aggirare la chiusura di un cancello; una volta, per esempio siamo dovuti tutti scendere dal minibus e camminare a piedi per qualche decina di metri perché la strada su cui siamo stati obbligati a viaggiare era troppo dissestata. Ma siamo arrivati a destinazione senza incrociare i militari.

Questa è la vita dei palestinesi sotto occupazione.

Cosa sappiamo realmente dell’origine dei primi miliardi di Silvio Berlusconi

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C'è ancora oggi un grande buco nero sulle origini delle fortune economiche dell'uomo che, più di ogni altro, ha segnato la storia politica della “seconda repubblica” in Italia. Per decenni, infatti, magistrati e consulenti hanno cercato di indagare sulle modalità e i fondi attraverso cui l'imprenditore Silvio Berlusconi ha costruito il suo impero economico: un solido trampolino che lo ha portato – con grande successo elettorale – a quella discesa nell'agone politico da cui, fino al giorno della sua morte, non si è più tirato indietro. Il tema è ultimamente tornato alla ribalta nell'ultimo epis...

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Costa Rica, la conservatrice Fernandez vince le presidenziali

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Laura Fernandez, 39 anni, ha vinto le elezioni presidenziali in Costa Rica e entrerà in carica l’8 maggio. La candidata conservatrice, erede politica del presidente uscente Rodrigo Chaves, ha ottenuto il 48,5% dei voti, evitando il ballottaggio, mentre il socialdemocratico Alvaro Ramos Chaves si è fermato al 33,3%. L’affluenza è stata del 70%. Il suo partito, il Popolo sovrano, ha conquistato la maggioranza assoluta in Parlamento. Ex ministra della Presidenza, Fernandez sarà la seconda donna a guidare il Paese e, in campagna elettorale, ha promesso continuità nella lotta a criminalità e narcotraffico.

Le bufale di Salvini sui fondi del Ponte “impossibili” da dirottare

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«I fondi non si toccano, perché sono fondi per investimenti, bisogna conoscerle le cose». Così il ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini ha respinto le domande dei giornalisti sulla possibilità di destinare parte dei fondi del Ponte sullo Stretto alla gestione dei gravi danni causati dal maltempo in Sicilia e alla frana di Niscemi. Secondo il vicepremier, utilizzare quelle risorse per frane e alluvioni significherebbe bloccare investimenti strategici – dal Ponte a scuole, ospedali e ferrovie – arrivando a sostenere che «non possiamo togliere i soldi ai siciliani per aiutare i siciliani». Al di là del richiamo a “conoscere le cose”, la ricostruzione è fuorviante: i fondi del Ponte non sono intoccabili e la normativa di bilancio consente di rimodularli per far fronte a calamità ed emergenze.

È la normativa a dimostrare come non si tratti di un’impossibilità tecnica, ma di una scelta politica. Non esiste, infatti, alcun vincolo giuridico che renda intoccabili le risorse destinate al Ponte sullo Stretto. Il progetto è finanziato per circa 13,5 miliardi di euro attraverso stanziamenti statali e fondi del Fondo Sviluppo e Coesione (FSC) 2021-2027, inseriti nel Bilancio dello Stato come spese pluriennali approvate per legge. In quanto tali, questi fondi restano soggetti alle normali procedure di revisione e riallocazione previste dall’ordinamento. La prassi di bilancio italiana prevede da sempre la possibilità di riprogrammare risorse già assegnate per rispondere a priorità sopravvenute o situazioni emergenziali. Lo stesso progetto del Ponte è stato oggetto, negli ultimi anni, di rimodulazioni e slittamenti temporali per adeguare il cronoprogramma agli iter autorizzativi e alle osservazioni della Corte dei conti. Nulla, quindi, impedisce sul piano normativo una diversa destinazione delle risorse: l’unico discrimine è una decisione politica assunta dal Parlamento attraverso atti di variazione di bilancio, manovre finanziarie o destinazioni d’uso alternative.

La prassi dimostra che il Fondo Sviluppo e Coesione può essere riprogrammato o riassegnato in caso di emergenze attraverso delibere CIPESS (Comitato Interministeriale per la Programmazione Economica e lo Sviluppo Sostenibile), decreti-legge e leggi di bilancio. Non si tratta di un’ipotesi teorica, ma di un meccanismo già utilizzato. Nel 2023, ad esempio, un emendamento ha destinato al Ponte 1,6 miliardi sottratti ai fondi di Sicilia e Calabria e 718 milioni da risorse ministeriali destinate in larga parte al Mezzogiorno. Il CIPESS ha deliberato più volte la rimodulazione di risorse FSC 2021-2027 (es. delibere n. 33/2022 e n. 35/2022), confermando che i fondi di coesione possono essere redistribuiti tramite atti ufficiali di programmazione e, quindi, possono essere riprogrammati per le emergenze. Con la delibera CIPESS 66/2021 sono stati assegnati 100 milioni di euro FSC 2021-2027 alle aree colpite dal sisma del Centro Italia 2016, integrando ricostruzione e sviluppo. Dopo l’alluvione del 2023, l’Emilia-Romagna ha ottenuto 588 milioni FSC tramite Accordo per la Coesione e 1,2 miliardi PNRR per interventi urgenti. Nel 2025, la Sicilia ha rimodulato 45 milioni di fondi di coesione per danni da calamità. Nel ciclo 2021-2027 il FSC è stato più volte riassegnato (delibere 33/2022, 16/2023, 17/2023) e 15,6 miliardi sono stati anticipati al PNRR, poi reintegrati. La normativa (PSC, Accordi per la Coesione, decreti-legge) consente esplicitamente variazioni per prevenzione e recupero post-calamità.

Il ministro Salvini sostiene, inoltre, che i traghetti nello Stretto sarebbero spesso fermi per il maltempo e che il Ponte garantirebbe continuità e tempi più veloci ai soccorritori in caso di emergenze, «perché se c’è mare mosso i traghetti non vanno, se c’è mare mosso e c’è vento sul Ponte tu ci passi». I dati tecnici smentiscono anche questa affermazione. I collegamenti tra Villa San Giovanni e Messina non si sono mai interrotti del tutto nemmeno durante il ciclone Harry: possono verificarsi ritardi o sospensioni temporanee, ma non blocchi sistematici. Al contrario, un ponte sospeso non sarebbe sempre percorribile: con venti di circa 130 km/h al suolo, come quelli registrati durante l’evento, la velocità del vento a 70 metri di altezza potrebbe superare i 200 km/h, imponendo la chiusura al traffico. Già con venti tra 90 e 110 km/h sul piano stradale, il transito dei veicoli sarebbe vietato per ragioni di sicurezza. Il Ponte non eliminerebbe, quindi, le interruzioni né renderebbe superflui i traghetti, che continuano a operare con riorganizzazioni quando le condizioni lo consentono.

La narrazione governativa dell’“impossibilità” tecnica di dirottare i fondi del Ponte verso le emergenze in Sicilia non trova riscontro né nella normativa né nei fatti. I fondi sono “assegnati”, ma non “vincolati” in modo irrevocabile. L’esclusione di quelle risorse dagli interventi urgenti non è imposta da vincoli insuperabili, ma discende da una scelta politica precisa e consapevole, che definisce l’ordine delle priorità e le scelte che il governo intende assumere.

Germania, maxi sciopero dei trasporti paralizza città e pendolari

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Pendolari bloccati e banchine vuote in gran parte della Germania, dove oggi, lunedì 2 febbraio, decine di migliaia di lavoratori del trasporto pubblico hanno aderito a uno sciopero indetto dal sindacato Ver.di, paralizzando autobus e tram in molte città. La protesta segue lo stallo dei negoziati con i datori di lavoro municipali e statali sulle condizioni di lavoro. Il sindacato, che rappresenta circa 100.000 addetti, chiede turni più brevi, pause più lunghe e salari più alti per il lavoro notturno e festivo. Lo sciopero coinvolge circa 150 aziende, incluse Berlino, Amburgo e Brema, ed è tra le maggiori azioni coordinate degli ultimi anni.

Torino: le violenze della polizia che i media non vogliono vedere

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«Attacco allo Stato» (Il Messaggero); «La guerriglia di Torino» (la Repubblica); «Ferocia Askatasuna» (il Giornale); «Cercano il morto» (Il Tempo); «Ora basta, arrestateli tutti» (Libero). I titoli dei quotidiani all’indomani della manifestazione nazionale in solidarietà ad Askatasuna parlano una sola lingua: un lessico ossessivo e compatto – «guerriglia urbana», «tentato omicidio», «città sotto assedio», «blitz premeditato», «agente massacrato», «martellate a un poliziotto» – che riduce il corteo con 50mila manifestanti agli scontri del tardo pomeriggio. La cronaca dominante impone un frame univoco: la violenza “rossa” contro lo Stato. La piazza è ridotta a minaccia criminale, l’ordine pubblico a vittima assoluta. Le violenze attribuite agli “antagonisti” saturano lo spazio mediatico; cariche, manganellate, lacrimogeni e idranti scompaiono o vengono derubricati a legittima “reazione” delle forze dell’ordine. In questo articolo, vi proponiamo alcune delle immagini che la politica si è ben guardata dal diffondere e che mostrano l’altra faccia di quanto accaduto al corteo dello scorso 31 gennaio.

Il bilancio ufficiale parla di 103 agenti feriti, di cui circa una trentina ricoverati e poi dimessi domenica; delle decine di manifestanti contusi, nella cronaca mainstream resta appena traccia. Così, la selezione di immagini e parole produce un vuoto informativo: per chi guarda solo i telegiornali, la violenza appare a senso unico. Video e fotografie diffuse da reporter indipendenti e collettivi documentano scontri durissimi e feriti da entrambe le parti, ma le immagini di attivisti spinti e percossi durante le fasi di deflusso, le cariche improvvise e gli scontri generalizzati, i pestaggi a terra rimangono marginali rispetto alla narrazione dominante. I media hanno amplificato il pestaggio di Alessandro Calista, un agente isolato del Reparto Mobile di Padova, trasmesso in loop e qualificato come “tentato omicidio”. Attorno a quell’episodio – innegabile nella sua brutalità – si è costruito un repertorio visivo selezionato: un blindato incendiato, cassonetti in fiamme, estintori lanciati, petardi, l’aggressione a una troupe televisiva. Come già avvenuto per le manifestazioni a sostegno della Palestina, il contesto è rimasto sullo sfondo: uno sgombero vissuto come atto repressivo, un corteo spezzato da cariche e sbarramenti, una piazza composita che includeva famiglie, studenti, sindacalisti e artisti – da Zerocalcare a Willy Peyote, dai Subsonica a dirigenti della CGIL – scesi in strada contro le politiche del governo Meloni e l’attacco agli spazi sociali.

Un’altra sequenza di fatti circola altrove, lontano dai canali dell’informazione mainstream. Le immagini mostrano un uso della forza che va oltre la gestione dell’ordine pubblico, ma questi episodi trovano spazio quasi esclusivamente su piattaforme digitali e testate indipendenti. Emblematico il caso di un fotografo, picchiato e poi allontanato con forza dagli agenti anche dopo l’identificazione. Il Quotidiano Piemontese ha diffuso un filmato in cui si vede un manifestante a terra colpito ripetutamente a manganellate da un agente.

La stessa scena è stata rilanciata dai vari account, come No Justice No Peace Italy, che documenta anche altre scene di violenze: un uomo ferito lasciato solo e disorientato per terra dalle forze dell’ordine, un altro che non viene soccorso e un gruppo di poliziotti che accerchia violentemente due persone che cercano di scappare dai lacrimogeni. Su X, altri video mostrano cariche con manganelli e spinte durante le fasi di arretramento, con la polizia che alterna ritirate e contrattacchi, ricorrendo anche agli idranti contro gruppi compatti ma non offensivi.

Un altro filmato, diffuso da Local Team, documenta l’uso degli idranti e dei lacrimogeni su manifestanti pacifici. Materiali analoghi sono disponibili anche su Radio Onda d’Urto, tra cui un video in cui un manifestante, già a terra, viene colpito da una quindicina di manganellate da parte di un agente in assetto antisommossa.

La polarizzazione degli eventi non è casuale: serve a legittimare la linea della “tolleranza zero” e a preparare il terreno al nuovo pacchetto sicurezza del governo, in modo da silenziare gli spazi che portano avanti un’opposizione contro il governo. La narrazione binaria – delinquenti contro eroi in divisa – trasforma una protesta sociale in una minaccia allo Stato. Non a caso, la premier Giorgia Meloni ha promesso che il suo governo ripristinerà «le regole in questa Nazione», invitando i magistrati a “non esitare”, il vicepremier Matteo Salvini ha chiesto di accelerare l’approvazione del nuovo decreto sicurezza, mentre il ministro Guido Crosetto ha parlato di «guerriglieri» e «bande armate» da «combattere come le Brigate Rosse», assimilando gli scontri del 31 gennaio al terrorismo e rendendo accettabile un ulteriore irrigidimento repressivo. Così la “guerriglia” diventa un’etichetta politica utile al potere più che una descrizione fedele di quanto accaduto.

La scalata del grattacielo senza corde: il rischio come prodotto da vendere

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Alex Honnold grattacielo

La fama di Alex Honnold è deflagrata in tutto il mondo nel 2018, quando uscì il film che raccontava la sua impresa al limite della follia: la scalata in free solo – e cioè a mani nude, senza corde né protezioni di alcun tipo – del monolite di roccia alto 914 metri di El Capitan, nel parco nazionale di Yosemite, in California. La pellicola, oltre ad aver vinto l’Oscar come miglior documentario, ha conquistato tutti: dai semplici appassionati di arrampicata passando per i puristi, per arrivare anche chi una mano su una roccia, non l’aveva mai posata prima in vita sua. E i motivi sono diversi. Alex appare come un ragazzo umile e schivo, disinteressato a qualsiasi cosa che non sia l’arrampicata e con un unico obiettivo: quello di spostare sempre più in là i limiti sulle pareti verticali che per gli altri esseri umani erano invalicabili. Oggi, nel momento in cui l’arrampicata in free solo si diffonde sempre di più, per capire la portata dell’impresa di Honnold basti sapere che nessuno è riuscito e ripeterla, tanto che sul suo sito viene scritto con orgoglio che sono di più le persone ad aver messo piede sulla luna, rispetto a quelle che hanno scalato El Capitan in free solo.

Tre anni prima, era il 2015, insieme a Tommy Caldwell, ne aveva realizzata un’altra: la traversata integrale del Gruppo del Fitzroy in Patagonia, una catena di grandi picchi rocciosi tra Argentina e Cile. Furono premiati con il prestigioso Piolet d’Or, uno dei riconoscimenti più importanti nell’alpinismo mondiale. Questa traversata, quella più alpinistica tra le sue imprese, è lontana dal gesto estremo del free solo ma non meno radicale per visione e impegno, perché si è trattato di affrontare una sequenza di guglie iconiche, affilate e isolate, immerse in uno degli ambienti più ostili del pianeta.

Nel 2010 aveva fatto parlare di sé per aver completato il Triple Climb di Yosemite, in meno di 24 ore. Riuscì a concatenare tre delle grandi pareti simbolo della valle – Mount Watkins, Half Dome ed El Capitan – affrontando oltre 2mila metri di arrampicata continua, questa volta con corde e imbragatura, su enormi pareti profondamente diverse tra loro. Ogni movimento era calibrato, ogni sosta ridotta all’essenziale: la velocità non nasceva dall’azzardo, ma da una conoscenza profonda delle vie e da una lucidità mantenuta per un’intera giornata. Il Triple Climb segnò un passaggio chiave nella carriera di Honnold, mostrando come la sua radicalità potesse esprimersi anche nella continuità dello sforzo e nella precisione, non solo nell’esposizione estrema. Un alpinismo asciutto, funzionale, dove l’ambizione non era sfidare il vuoto, ma portare a termine ascensioni complesse con il minimo spreco di energia.

Alex Honnold è diventato famoso perché ha rivoluzionato l’arrampicata estrema: ha scalato senza corde alcune delle pareti naturali più difficili al mondo, trasformando gesti potenzialmente mortali in un racconto di autocontrollo, rigore e rifiuto dello spettacolo fine a sé stesso. La sua fama si è costruita sull’idea che quelle imprese non fossero show, ma una ricerca personale al rischio della propria vita.

L’ultima impresa, la scalata in free solo di un grattacielo a Taipei, rompe però questo patto simbolico. Non c’è esplorazione naturale né intima, solo un contesto artificiale progettato per essere visto e monetizzato. La cifra economica ricevuta è stata da lui stesso definita imbarazzante. Ma, aggiungiamo noi, non tanto per la sua entità, quanto per quello che con quei soldi è stato comprato. Per quanto il compenso fosse altissimo, e quindi difficile da rifiutare, il significato si ribalta: non più il rischio come necessità interiore, ma come prodotto da vendere. È così che il mito di Honnold, fondato sull’autenticità, finisce per incrinarsi.

Reinhold Messner, intervistato sull’accaduto da Montagna.tv, alla domanda se la scalata del grattacielo fosse paragonabile a quella dei grandi 8mila, ha risposto così: «E’ stato soltanto un grande spettacolo». Poi aggiunge che ha fatto bene a farlo e, pur spiegando che per uno come Honnold salire su un grattacielo dove «ogni pochi metri aveva un gradino su cui poggiare tutto il piede» è tecnicamente «facile», ne esalta le abilità di alpinista e arrampicatore. Ma la verità profonda traspare dalla domanda successiva, quando l’intervistatore gli chiede se, nel caso l’avessero proposto a lui anni fa, avrebbe accettato, magari per finanziare qualche spedizione successiva. «Lo escludo, nel modo più assoluto», è la risposta, lapidaria, di Messner.

Forse è proprio qui il punto: l’alpinismo non è mai stato solo una questione di “cosa” si scala, una parte preponderante l’ha sempre avuta il “perché”. Finché il rischio è il linguaggio di una ricerca interiore, resta comprensibile e coerente, per alcuni persino necessario. Quando diventa scenografia, perde spessore e si svuota. Honnold non smette di essere uno dei più grandi arrampicatori della storia, ma con quel gesto sposta il baricentro: dalla montagna come spazio di verità, al verticale come superficie pubblicitaria. E allora forse non è il grattacielo a essere fuori luogo nell’alpinismo, è l’alpinismo a essere fuori posto quando accetta di diventare intrattenimento.

Gaza, raid israeliano contro campo profughi: morto bimbo di 3 anni

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Un bambino palestinese di tre anni è morto questa mattina in seguito a un attacco delle forze israeliane nel sud della Striscia di Gaza. Secondo Al Jazeera, il raid ha colpito la tendopoli di al-Mawasi, un campo profughi costiero vicino a Khan Younis che Israele aveva definito «zona di sicurezza umanitaria». Il ministero della Salute di Gaza, controllato da Hamas, riferisce che dal cessate il fuoco del 10 ottobre 2025 oltre 500 palestinesi sono stati uccisi e 1.400 feriti. Intanto è stato riaperto con traffico limitato il valico di Rafah con l’Egitto.