domenica 22 Marzo 2026
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Thailandia, riconfermato premier Anutin dopo elezioni

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Il parlamento thailandese ha riconfermato Anutin Charnvirakul come premier con 293 voti su 493, battendo il rivale del centrosinistra Natthaphong Ruengpanyawut, fermo a 119. In carica da settembre dopo una crisi di governo, Anutin aveva indetto elezioni anticipate a febbraio, vinte dal suo partito conservatore Bhumjaithai, con cui ha poi formato una coalizione di centrodestra. La sua ascesa è stata favorita anche dal nazionalismo legato alle tensioni con la Cambogia. La nomina attende l’approvazione del Re, ma pesa un ricorso alla Corte costituzionale che potrebbe invalidare il voto, a causa della presenza di codici a barre e QR sulle schede elettorali che avrebbe compromesso l’anonimato del voto.

In Piemonte ci sarebbero almeno 900 affiliati alla ‘ndrangheta

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Sarebbero almeno 900 gli affiliati alla ‘ndrangheta presenti in Piemonte, distribuiti in 24 comuni e inseriti in 16 “locali” e 30 ‘ndrine. È la fotografia scattata dall’ultimo rapporto “Non è altrove” di Libera Piemonte, che ha esaminato le statistiche diramate dall’ultimo rapporto della Direzione Investigativa Antimafia. Un numero, quello degli uomini d’onore calabresi attivi nella regione, che emerge incrociando i dati delle inchieste giudiziarie con le evidenze investigative, e che colloca il Piemonte tra le regioni del Nord Italia con la più alta densità di presenze mafiose. Dal 2011, inoltre, sono state oltre 25 le inchieste giudiziarie che hanno portato in aula più di 450 indagati, con decine di condanne per associazione di tipo mafioso.

Oltre ai numeri specifici sul fenomeno mafioso e sul narcotraffico – che nel 2024 vede numeri in forte crescita rispetto all’anno precedente, con 1.748 denunce e il sequestro di 4,4  tonnellate di droga, il report si concentra anche sui cosiddetti “reati spia”, quei delitti che più di altri segnalano l’infiltrazione nell’economia legale. I numeri destano infatti grande allarme: nel 2024, secondo l’elaborazione di Libera su dati del Ministero dell’Interno, la regione ha registrato 29.515 reati spia, piazzandosi al secondo posto in Italia dopo la Lombardia (inquadrata come centro nevralgico dell’alleanza “organica” tra mafie nel nord Italia, come testimoniato dalla maxi-inchiesta “Hydra”, appena sfociata in un processo). In particolare, in Piemonte le estorsioni sono aumentate del 16% (902 casi) e il riciclaggio è cresciuto del 54% (74 episodi). Le truffe e frodi informatiche hanno invece segnato un calo del 6,5%; nel 2025 Libera ha censito cinque inchieste piemontesi su corruzione e concussione, con 80 indagati, mentre il gioco d’azzardo – settore particolarmente vulnerabile e tradizionalmente ricollegato a usura e riciclaggio – ha superato nel 2024 i 9 miliardi e mezzo di euro di raccolta.

Il quadro che emerge dalle analisi giudiziarie e investigative è quello di una ‘ndrangheta che, esattamente come la mafia siciliana, non cerca più lo scontro frontale, prediligendo invece quella “strategia della sommersione” che consente di mimetizzarsi con grande efficacia all’interno dell’economia legale. In occasione dell’apertura dell’anno giudiziario 2026, la Procuratrice Generale di Torino – il magistrato Lucia Musti – ha affermato che «non è più il tempo delle semplificazioni quali “gli ‘ndranghetisti soffocano gli imprenditori con le richieste del pizzo”», dal momento che «sempre più sono gli imprenditori che si rivolgono alle organizzazioni di ‘ndrangheta per appaltare segmenti dei loro cicli produttivi, ad esempio logistica, sicurezza, smaltimento rifiuti, recupero crediti a costi dimezzati».

Negli ultimi anni, le inchieste hanno fatto luce sull’influenza e gli interessi delle ‘ndrine in settori strategici dell’economia regionale: dal turistico-alberghiero alla ristorazione, dalla gestione di servizi pubblici all’edilizia e ai trasporti, fino al commercio di prodotti petroliferi e metalli. Nel 2025, la sola Prefettura di Torino ha adottato 22 provvedimenti antimafia, tra informazioni interdittive e dinieghi di iscrizione nelle white list, mentre le segnalazioni di operazioni sospette all’Unità di Informazione Finanziaria hanno raggiunto quota 8.871, con un incremento del 10% rispetto all’anno precedente. Sul fronte dei beni confiscati, il Piemonte risulta la settima regione in Italia per numero di beni sottratti, ma penultima per la capacità di riutilizzo: solo il 23% contro una media nazionale del 45%. «I fattori che portano a questo magro risultato sono diversi e chiamano in causa alcune caratteristiche specifiche del territorio piemontese: nella Regione insistono circa 1180 Comuni, molti dei quali molto piccoli e scarsamente popolati, con una macchina amministrativa ridotta e non sempre in grado di far fronte alle numerose incombenze che gravano sugli Enti Locali – scrive Libera -. A questo si aggiunge una scarsa conoscenza e percezione del fenomeno mafioso sul territori».

La storia della presenza pervasiva della criminalità organizzata in Piemonte è ormai di lungo corso. Il territorio porta ancora addosso la ferita dell’omicidio del procuratore capo di Torino Bruno Caccia, ucciso nel 1983, e quella di una lunga sottovalutazione istituzionale e sociale che per anni ha favorito l’idea di un Nord immune dalle mafie. La svolta è arrivata con l’operazione Minotauro, nel 2011, quando l’arresto di 142 presunti affiliati e complici ha reso evidente il radicamento della ’ndrangheta e i suoi legami con la politica locale. Da allora il sistema delle indagini è cambiato, ma soprattutto è cambiata la lettura del fenomeno: non più semplice importazione criminale, bensì capacità di insediamento stabile in contesti altamente permeabili.

Pakistan, tempesta a Karachi causa almeno 16 morti

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Un violento temporale ha colpito ieri la città di Karachi, centro più popoloso del Pakistan, provocando almeno 16 morti. Piogge intense e venti fino a 90 km/h hanno provocato crolli di edifici, muri, alberi e insegne. Nella zona di Baldia Town, i soccorritori hanno recuperato 13 corpi da un edificio collassato e continuano a cercare dispersi. La maggior parte delle vittime è morta per cedimenti strutturali. Si registrano anche numerosi feriti, blackout e problemi al traffico. Le autorità hanno invitato alla prudenza, mentre il servizio meteorologico avverte di possibili nuove tempeste nei prossimi giorni.

Caro Carburante: il governo approva il taglio delle accise, ma solo per venti giorni

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«Siamo intervenuti con tre misure. Di fatto noi tagliamo 25 centesimi al litro, introduciamo un credito d’imposta per gli autotrasportatori, e diamo vita a un meccanismo antispeculazione che lega il prezzo del carburante all’andamento reale del prezzo del petrolio, introducendo delle sanzioni per chi dovesse discostarsi». Così la premier Giorgia Meloni ha annunciato le nuove misure pensate dal governo per contrastare il caro-carburante dovuto alla guerra in Medio Oriente. La dichiarazione è arrivata in occasione di una intervista al TG1, dedicata per la maggior parte alla propaganda per il sì al referendum, e in cui il tema della guerra e dei suoi effetti in Italia è stato affrontato solo nelle prime battute. Il comunicato stampa in merito al decreto, nel frattempo pubblicato sul portale del Consiglio dei Ministri, ha precisato che il taglio delle accise previsto durerà 20 giorni.

La misura è stata subito bollata dal ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, come «momentanea», perché «i soldi non ci sono». Il provvedimento, varato a ridosso dell’importante tornata referendaria sulla riforma della magistratura e di un Consiglio Ue dedicato alle conseguenze del conflitto, ricalca nei tempi e nelle modalità quanto già fatto nel 2022 dall’allora governo Draghi durante la crisi ucraina. In quel caso si partì con un intervento tampone della durata di un mese, che poi fu più volte prorogato. L’idea è che, se le armi taceranno, i listini internazionali scenderanno e si potrà modulare il rientro. Con i prezzi medi del gasolio attestati intorno a 2,103 euro al litro, la sforbiciata di un quarto di euro porterebbe la pompa a quota 1,798 euro, riavvicinandosi ai valori pre-conflitto. Il costo complessivo dell’operazione si aggira attorno ai 500 milioni di euro, coperture che hanno assorbito anche le risorse inizialmente destinate al potenziamento della social card per i redditi più bassi. Oggi la premier partecipa al Consiglio Europeo. L’Italia chiede di sospendere l’Ets, la tassa sulle emissioni che fa aumentare i prezzi dell’energia. Altri nove Paesi appoggiano la richiesta, ma Bruxelles è contraria. Se l’iniziativa italiana venisse accolta, per venerdì è già pronto un nuovo Consiglio dei ministri.

Oltre al taglio delle accise per tutti gli automobilisti, il decreto stanzia risorse consistenti per l’autotrasporto e la pesca: un credito d’imposta sul gasolio nella misura del 28% per i primi tre mesi dell’anno e un’agevolazione del 20% per i pescherecci. L’obiettivo dichiarato è evitare che il caro-carburante si trasferisca sui prezzi finali dei beni di largo consumo. Sul fronte dei controlli, torna in auge la figura del «Mister prezzi», il garante che, coadiuvato da Guardia di Finanza e Antitrust, dovrà vigilare su eventuali «anomali e repentini incrementi», attivando sanzioni per il reato di manovre speculative.

Sulla misura, però, non sono mancate le polemiche. Secondo le opposizioni, infatti, il decreto dell’esecutivo costituisce l’ennesima operazione di facciata, peraltro a pochi giorni da un voto referendario che, stando al recupero del NO nei sondaggi, vede la maggioranza in forte difficoltà. Il meccanismo, secondo i critici, costituirebbe una sorta di modello “capestro”: si incassa di più grazie ai rincari delle settimane precedenti e si restituisce un importo limitato per soli venti giorni, presentandolo come un intervento risolutivo. Le opposizioni sottolineano che le accise mobili, se applicate correttamente, servirebbero a restituire in automatico l’extragettito e a sterilizzare gli aumenti, non a realizzare operazioni spot che non compensano quanto già pagato dalle famiglie.

Corea del Sud: i lavoratori di Samsung approvano lo sciopero

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I lavoratori sindacalizzati di Samsung Electronics, in Corea del Sud, hanno autorizzato uno sciopero. La votazione si è tenuta ieri, 18 marzo, e ha visto il 93% delle opinioni a favore per il piano di sciopero. I lavoratori chiedono l’abolizione del tetto massimo dei bonus nel settore della produzione di chip, e di legare gli incentivi alla produzione. Se non dovesse venire raggiunto un accordo, i lavoratori prevedono di scioperare per 18 giorni a partire dal 21 maggio, dopo una manifestazione che si dovrebbe tenere il 23 aprile.

Iran: missili e bombe ora si concentrano sugli impianti petroliferi

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La guerra israelo-statunitense all’Iran sta vivendo un’ulteriore escalation. Dopo le sistematiche uccisioni dei vertici della catena di comando iraniana e un ampio attacco israeliano contro il giacimento iraniano di gas di South Pars, uno dei principali hub produttivi di Teheran, le autorità iraniane hanno risposto con la dottrina dell’«occhio per occhio», inaugurando – come precisa il portavoce del Parlamento Qhalibaf – «un nuovo livello di confronto». Nel pomeriggio di ieri, l’Iran ha emanato ordini di evacuazione a tutti i cittadini degli Stati limitrofi che abitano nei pressi delle raffinerie di petrolio di Arabia Saudita, Emirati e Qatar, e nella notte ha iniziato a bombardare i siti designati. La ritorsione iraniana – specie quella sul Qatar – ha costretto Trump a battere in ritirata e ad annunciare che Israele non avrebbe più attaccato il giacimento di South Pars a patto che l’Iran cessi le proprie azioni contro le raffinerie qatariote, e a minacciare Teheran di intensificare i bombardamenti se dovesse continuare le proprie operazioni.

Le autorità iraniane hanno diffuso gli ordini di evacuazione ai Paesi limitrofi attorno alle 13 di ieri, dopo attacchi notturni contro le infrastrutture iraniane, e l’avvenuta conferma dell’uccisione dei ministri dell’Intelligence e della Difesa iraniani e di Ali Larijani, uno dei più importanti uomini politici del Paese. I luoghi interessati sono la raffineria di Samref e il complesso petrolchimico di Al Jubail in Arabia Saudita, il campo di gas di Al Hosn negli Emirati Arabi Uniti, il complesso petrolchimico di Mesaieed in Qatar, e la raffineria Ras Laffan (fasi 1 e 2) sempre in Qatar. Proprio quest’ultima risulta una delle raffinerie più grandi del Paese e uno dei centri di lavorazione del gas maggiori al mondo. «Questi siti sono diventati obiettivi diretti e legittimi e saranno presi di mira nelle prossime ore», ha comunicato Teheran. «In precedenza, erano stati dati avvertimenti chiari e ripetuti ai vostri governanti riguardo all’ingresso in questo pericoloso percorso e al rischio che comporta per il destino delle loro nazioni. Tuttavia, hanno deciso di continuare su questa strada di cieca obbedienza e di prendere decisioni che non riflettono la volontà del loro popolo, ma che sono imposte dall’esterno dei loro confini e in assenza di qualsiasi reale sovranità».

Qualche ora dopo, Israele ha lanciato una poderosa offensiva contro South Pars; descritto come la più grande riserva di gas naturale al mondo, l’impianto è gestito congiuntamente da Iran e Qatar e risulta – per estensione di terreno sfruttato – una delle maggiori infrastrutture di idrocarburi dell’Iran. L’attacco ha portato alla dichiarazione di Qhalibaf e delle autorità iraniane: «L’Iran dormiva, voi l’avete svegliato. La tempesta si scatenerà», ha detto Qhalibaf. Nella notte è scattata «la legge del taglione», ed è giunta la ritorsione iraniana – che noi de L’Indipendente stiamo continuando a seguire con una diretta, attiva sin dal primo giorno di guerra: a venire colpite una raffineria in Arabia Saudita, due petroliere in Qatar ed Emirati, e – soprattutto – la raffineria qatariota di Ras Laffan.

L’eventualità che il conflitto si spostasse direttamente sugli impianti petroliferi era una delle maggiori preoccupazioni degli osservatori. La presa di mira delle stesse risorse – su cui ruotano la maggior parte dei mercati dei Paesi del Golfo – rischia di fare schizzare ancora più in alto i prezzi del petrolio e del gas già lievitati con il blocco dello Stretto di Hormuz. La dichiarazione di Trump, sebbene scritta con i soliti toni bellicisti, pare volere mettere una toppa per evitare che la guerra salga ulteriormente di intensità: il presidente USA ha affermato che Washington non era a conoscenza degli attacchi di Israele su South Pars, e che Tel Aviv non attaccherà più il giacimento, «a meno che l’Iran non decida imprudentemente di attaccare un, in questo caso, molto innocente Qatar». In tal caso, «gli Stati Uniti d’America, con o senza l’aiuto o il consenso di Israele, faranno esplodere in modo massiccio l’intero giacimento di gas di South Pars con una forza e una potenza che l’Iran non ha mai visto prima». La dichiarazione di Trump si concentra sul solo giacimento di South Pars – per l’Iran – e sulle raffinerie qatariote, senza affrontare il tema di eventuali attacchi contro altri Paesi o impianti.

Papua Nuova Guinea: la mobilitazione convince le banche a non finanziare i progetti estrattivi

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Preoccupazioni per il clima, possibili danni agli ecosistemi e rischi per i diritti delle comunità locali. Con queste motivazioni, ventinove istituti finanziari internazionali hanno deciso di non sostenere economicamente uno dei più grandi progetti energetici previsti in Papua Nuova Guinea, guidato dalla compagnia francese TotalEnergies. Tra i soggetti che hanno escluso il proprio coinvolgimento figurano banche e agenzie pubbliche di credito all’esportazione come ING, Rabobank e la Swedish Export Credit Corporation. Il finanziamento riguardava il progetto Papua LNG, un grande impianto destinat...

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Altre due grandi aziende della moda italiana sono indagate per caporalato

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La Procura di Milano ha messo sotto controllo giudiziario le aziende di abbigliamento Dama e Alberto Aspesi, allargando l’inchiesta per i casi di caporalato nella moda. Secondo i magistrati, infatti, i dirigenti delle due aziende avrebbero appaltato parte della propria produzione a due opifici nonostante fossero consapevoli che questi sfruttassero i propri operai, facendoli lavorare senza contratto. Il tribunale ha nominato un amministratore giudiziario che affianchi i dirigenti delle aziende, che sono solo le ultime realtà del mondo della moda indagate per casi di caporalato. A queste si aggiungono circa venti società del settore già sotto inchiesta, accusate di non avere fatto abbastanza per prevenire il regime di sfruttamento a cui sarebbero sottoposti gli operai che lavorano in subappalto nella loro filiera produttiva.

Tra gli indagati figura anche Andrea Dini, amministratore delegato della società Dama Spa – proprietaria del marchio Paul & Shark – e cognato del presidente della Regione Lombardia Attilio Fontana. Nel decreto dell’inchiesta si legge che «in relazione ai brand di alta moda, dagli accertamenti effettuati, è stato rilevato che sia Dama Spa che Aspesi Spa mostrano una generalizzata carenza di modelli organizzativi», nonché «un sistema di internal audit fallace» in cui «a nulla valgono i codici etici, i modelli di gestione e controllo, quando, per il raggiungimento del maggior profitto al più basso costo possibile, si consente la creazione di un sistema produttivo che si basa su una produzione con forza lavoro in condizione di sfruttamento». I pubblici ministeri evidenziano inoltre che ciò «stride con il protocollo di intesa, sottoscritto il 26 maggio 2025 presso la Prefettura di Milano con la partecipazione delle associazioni sindacali e datoriali più rappresentative a livello nazionale, volto a garantire il rispetto della legalità nella filiera produttiva della moda».

Il tutto è nato da due ispezioni, effettuate nel 2023 e nel 2025, in un opificio di Garbagnate Milanese in cui, nonostante il cambio di società da M&G Confezioni a G Max 365, sarebbero state appurate le medesime irregolarità. Tra queste, gli orari massacranti che i lavoratori – senza permesso di soggiorno – dovevano fronteggiare e salari al di sotto dei limiti contrattuali. Otto lavoratori su un totale di trenta sarebbero stati trovati «in stato di clandestinità, circostanza che rende evidente il loro stato di debolezza sociale e di vulnerabilità; situazioni alloggiative degradanti al di sotto del minimo etico sotto il profilo igienico sanitario». Elementi in mano agli investigatori, come rapporti frequenti con l’opificio e carte recanti istruzioni operative e riferimenti aziendali, suggeriscono una possibile consapevolezza da parte delle aziende sottoposte all’indagine di tali dinamiche.

L’episodio va a inserirsi in un solco già tracciato da altre importanti inchieste milanesi che hanno coinvolto grandi nomi della moda negli ultimi anni, tra cui Tod’s Alviero Martini spa, Armani Operations, Dior, Loro Piana e Valentino. Lo scorso dicembre, la Procura della città meneghina ha rivelato che almeno altri 200 operai lavorerebbero in condizioni di sfruttamento in centri di produzione che forniscono 13 grandi aziende del lusso ancora non coinvolte nelle indagini. Si tratta di marchi come Dolce e Gabbana, Versace, Prada, Gucci, e Yves Saint Laurent; nella lista appaiono anche Off-White, Missoni, Ferragamo, Alexander McQueen, Givenchy, Pinko, Coccinelle e Adidas. La Procura di Milano ha chiesto alle aziende di consegnare una serie di documenti al fine di appurare il loro eventuale grado di coinvolgimento nel fenomeno dello sfruttamento dei lavoratori. Il mese scorso, anche il marchio di abbigliamento low-cost Piazza Italia è stato sottoposto a un anno di amministrazione giudiziaria dal Tribunale di Firenze, con l’accusa di aver «agevolato», per «colpevole inerzia e mancata vigilanza», un sistema di sfruttamento del lavoro nella sua filiera produttiva.

Dopo 180 anni, le tartarughe giganti sono ritornate alle Galapagos

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Tartaruga gigante Galapagos

I marinai delle baleniere le caricavano nelle stive, le impilavano le une sulle altre, e le scaricavano su un’altra isola quando serviva alleggerire il carico. Insomma, le tartarughe giganti erano utilizzate come zavorra e come riserva di cibo. Era l’inizio dell’Ottocento, e quello che sembrava puro cinismo si sarebbe rivelato, nello stesso tempo, la causa del rischio di estinzione e l’unico motivo per cui una specie non si è del tutto spenta.

Febbraio 2026: 158 giovani tartarughe giganti vengono rilasciate sull’isola di Floreana, nell’arcipelago delle Galápagos. È la prima volta, dopo 180 anni, che la sottospecie Chelonoidis niger dell’isola rimette le zampe sulla terra in cui si è evoluta. Le tartarughe di Floreana cominciarono a sparire nella prima metà dell’Ottocento catturate dalle baleniere e dalle navi pirata che solcavano il Pacifico e si fermavano alle Galápagos; resistevano mesi senza mangiare nelle stive e ne vennero prelevate a migliaia per essere mangiate, visto che la carne era considerata nutriente e migliore rispetto a quella salata o conservata, o, nei casi migliori, scaricate su altre isole quando serviva far posto o alleggerire il carico.

Questa crudeltà si è rivelata un “dono”. Nei primi anni Duemila, analizzando la genetica delle tartarughe del Vulcano Wolf, a nord di Isabela, i ricercatori scoprirono qualcosa di inatteso: alcuni individui portavano tracce di DNA riconducibili alla sottospecie di Floreana, creduta ormai estinta dal 1840. Era il pezzo mancante. I marinai delle navi che avevano contribuito alla distruzione della specie ne avevano anche, senza saperlo, permesso la sopravvivenza.

Dopo aver identificato una ventina di individui con il profilo genetico più affine all’originale, gli scienziati hanno avviato un programma di allevamento nel centro di riproduzione di Santa Cruz. Il risultato: 158 esemplari tra gli 8 e i 13 anni di età sono stati rilasciati in febbraio in una cerimonia aperta all’intera comunità locale. I bambini dell’isola hanno dato i nomi ai primi animali liberati.

tartarughe liberazione galapagos

Il ritorno della tartaruga gigante non è solo una storia commovente: è una questione di ecologia funzionale. Le tartarughe di Floreana sono quello che gli scienziati chiamano una keystone species, una specie cardine per l’ecosistema in cui vivono. Disperdono i semi delle piante native, modellano la vegetazione con il pascolo e il calpestio, creano microhabitat – tra cui le cosiddette wallows, piccole pozze di fango – che ospitano decine di altre specie.

Lo conferma uno studio pubblicato su Conservation Letters nel 2023, che ha analizzato gli effetti del rewilding delle tartarughe sull’isola di Española: dopo il rilascio degli animali, la popolazione di cactus Opuntia – risorsa chiave per l’intera comunità locale – e le iguana di terra endemiche sono cresciute in modo significativo, grazie all’azione di questi rettili.

«Le tartarughe giganti sono una parte fondamentale di questo sistema», ha dichiarato Rakan Zahawi, direttore esecutivo della Fondazione Charles Darwin, spiegando che: «Contribuiscono a ricostruire processi ecologici da cui dipendono molte altre specie».

L’impatto non si ferma alla terraferma: le tartarughe hanno una relazione simbiotica con gli uccelli marini dell’isola, migliorandone le condizioni di nidificazione, e colonie di uccelli sani contribuiscono a nutrire gli ecosistemi oceanici circostanti, dalle barriere coralline alle aree di pesca. Il rilascio di Floreana è parte dell’Island-Ocean Connection Challenge, un programma che punta a restaurare 40 isole di rilevanza globale entro il 2030.

Su Floreana ratti, gatti e altri animali introdotti dall’uomo nel corso dei secoli avevano decimato la fauna locale. Ma le campagne di eradicazione delle specie invasive avviate nel 2023 stanno dando i loro frutti: le popolazioni di fringuelli endemici sono in ripresa, il Pachay, un uccello che non veniva più avvistato dalla visita di Darwin nel 1835, è stato ritrovato, e lumache native assenti da oltre un secolo sono tornate a vivere. Le tartarughe sono solo l’inizio. Dopo di loro, il piano prevede la reintroduzione del serpente corridore di Floreana, del frosone vermiglione, del gabbiano lavico, del mimo di Floreana e di cinque specie di fringuelli. Alcune torneranno spontaneamente ora che l’habitat si è ripreso; altre richiederanno programmi analoghi a quello appena completato.

«Tutti avevano gli occhi lucidi durante la cerimonia con la comunità», ha raccontato Penny Becker, CEO di Island Conservation. «Cose che per i loro nonni erano solo storie erano finalmente diventate reali. Ricordo di aver parlato con Veronica, la leader della comunità di Floreana, che mi ha detto: non riesco a credere che siamo arrivati fin qui, dopo tanti anni».

Forse è questa la misura più precisa di quanto ci siamo allontanati dal mondo naturale e di quanto sia difficile, e necessario, tornare indietro. Le stesse mani che caricavano le tartarughe nelle stive come cibo le hanno, senza saperlo, salvate. Quelle di oggi le restituiscono a un’isola che le aspettava da quasi due secoli.

Il petrolio mediorientale è diventato il più caro al mondo

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Negli ultimi giorni i prezzi del petrolio proveniente dal Medio Oriente hanno raggiunto i massimi storici, diventando i più alti al mondo, a causa della guerra scatenata da USA e Israele contro l’Iran lo scorso 28 febbraio. La chiusura dello Stretto di Hormuz da parte di Teheran e gli attacchi agli impianti petroliferi delle nazioni del Golfo hanno determinato una riduzione della produzione che ha fatto impennare i prezzi: martedì, il prezzo del petrolio a Dubai per le spedizioni con carico previsto a maggio ha raggiunto il livello record di 157,66 dollari al barile, superando il massimo storico di 147,50 dollari registrato nel 2008 sui future (contratti derivati) del petrolio. Similmente, i future sul petrolio greggio dell’Oman hanno raggiunto un massimo storico di 152,58 dollari al barile, secondo i dati dell’agenzia di stampa Reuters. Oggi però, per la prima volta, i prezzi del petrolio sono lievemente scesi dopo che l’Iraq ha ripreso le esportazioni di greggio tramite oleodotto verso il porto turco di Ceyhan, sul Mediterraneo.

Gli effetti della riduzione dell’offerta del greggio mediorientale si ripercuotono sui consumatori finali e sull’economia globale, con particolare preoccupazione per quanto riguarda i Paesi europei: «Attualmente, la sicurezza fisica dell’approvvigionamento dell’Unione europea è garantita. Tuttavia, l’aumento dei prezzi dei combustibili fossili sta già pesando sulla nostra economia», ha avvertito questa settimana la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen. Le esportazioni di greggio dal Medio Oriente sono diminuite a 11,665 milioni di barili al giorno (bpd) a marzo, rispetto ai quasi 19 milioni di bpd di febbraio, e in calo di circa il 32% rispetto ai livelli di marzo 2025, a causa del blocco del traffico marittimo attraverso lo Stretto di Hormuz, da cui transita circa il 20% del petrolio globalee il 30% di quello commerciato via mare.

Lo Stretto – largo circa 30 chilometri – si trova tra l’Iran e la Penisola arabica e separa il Golfo di Oman – a sud-est – e il Golfo Persico – ad ovest. La sua chiusura sta facendo lievitare i costi anche per le raffinerie asiatiche: l’Asia, che è la principale importatrice di petrolio al mondo, acquista il 60% del suo petrolio e delle materie prime petrolchimiche dal Medio Oriente e ha opzioni limitate a lungo termine per ridurre la sua forte dipendenza dal petrolio mediorientale. La dipendenza asiatica dal petrolio dei Paesi del Golfo può determinare un rallentamento della produzione di beni e materie prima e, di conseguenza, un aumento dei costi con ripercussioni su tutta l’economia a causa della centralità di questa regione nel commercio globale. I principali importatori di petrolio dalla regione del Golfo, infatti, risultano la Cina – che nel 2024 ha importato 5,4 milioni di barili al giorno – e l’India, con 2,1 milioni. In Europa, invece, nello stesso anno sono arrivati 500mila barili al giorno.

La scorsa settimana, l’Agenzia Internazionale dell’Energia ha affermato che la chiusura dello Stretto di Hormuz ha innescato la più grande interruzione dei mercati petroliferi globali della storia, con un calo previsto dell’offerta di circa 8 milioni di barili al giorno a marzo, ovvero circa l’8%. I maggiori Paesi esportatori di petrolio del Golfo – Arabia Saudita, Kuwait, Iran, Iraq, Oman, Qatar, Bahrain ed Emirati Arabi Uniti – nella settimana fino al 15 marzo hanno registrato in media un trasporto di 9,71 milioni di barili al giorno, secondo i dati di Kpler. Il che indica un calo del 61% rispetto ai 25,13 milioni di barili al giorno di febbraio. Per questo si stanno affrettando a cercare rotte di trasporto alternative a quella principale di Hormuz: l’Arabia Saudita sta incrementando rapidamente i flussi attraverso il suo gasdotto Est-Ovest verso il porto di Yanbu sul Mar Rosso, mentre gli Emirati Arabi Uniti stanno aumentando le esportazioni tramite il gasdotto Habshan-Fujairah, che collega i giacimenti terrestri al porto di Fujairah sul Golfo dell’Oman. Secondo il rapporto sul mercato petrolifero di marzo dell’AIE (Agenzia Internazionale dell’Energia), i flussi attraverso l’oleodotto Est-Ovest sono aumentati da una media di 1,7 milioni di barili al giorno (mb/d) nel 2025 a un record di esportazione giornaliera di 5,9 mb/d dal porto occidentale di Yanbu il 9 marzo, e si prevede che l’oleodotto raggiungerà la sua piena capacità di 7 mb/d entro pochi giorni.

Sul piano politico, il presidente statunitense Donald Trump ha cercato un sostegno internazionale per garantire la sicurezza della rotta marittima dello Stretto, auspicando una sorta di “Coalizione Hormuz” per scortare le navi, ma ha ricevuto un secco no sia da parte degli alleati europei che dalla Cina. Sul piano economico, invece, l’industria petrolifera statunitense ha lanciato un allarme: secondo il Wall Street Journal, i vertici delle principali compagnie energetiche hanno avvertito l’amministrazione americana che la crisi energetica legata al conflitto con l’Iran potrebbe intensificarsi nei prossimi mesi. Parallelamente, in Europa cresce la preoccupazione per le ripercussioni sui consumatori e sull’industria europea, tanto che l’Alto rappresentante dell’Unione europea per gli affari esteri e la politica di sicurezza, Kaja Kallas, ha esortato martedì gli Stati Uniti e Israele a porre fine alla guerra con l’Iran. Le prospettive economiche del Vecchio continente, infatti, potrebbero essere viste al ribasso proprio per la situazione in Medio Oriente, mentre sembra che gli Stati Uniti non abbiano un piano preciso per uscire dal conflitto – anche a causa della volontà di Israele di perseguire l’obiettivo del cambio di regime – e l’Iran si sta rivelando più resistente e militarmente organizzato del previsto.