venerdì 6 Marzo 2026
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Comuni costieri insieme contro la plastica monouso: nasce l’Alleanza di Città e Paesi d’Italia

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Un gruppo di città italiane costiere, testimoni dirette degli effetti dell’avvelenamento dei mari, ha deciso di unire le forze per contrastare l’abuso di plastica monouso. Nasce così l’Alleanza di Città e Paesi d’Italia intorno al Mare, una rete che coinvolge amministrazioni locali, associazioni e mondo scientifico con l’obiettivo di ridurre la dispersione di plastica nelle acque e proteggere la salute delle persone. I primi Comuni ad aderire sono stati Rimini, in Emilia-Romagna e l’abruzzese Vasto, seguiti da Bellaria Igea Marina e Riccione, entrambe in Emilia. 
Il problema dell’inquinamento ...

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USA: prolungato il blocco di voli commerciali per Haiti

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La Federal Aviation Administration ha esteso il divieto sui voli commerciali statunitensi per la capitale di Haiti Port-au-Prince fino al 3 settembre. La FAA ha motivato tale decisione menzionando la situazione precaria del Paese sul fronte della sicurezza, parlando del possibile rischio che le bande criminali prendano di mira gli aerei. L’annuncio segue la sospensione dei voli commerciali statunitensi varata dalla FAA a novembre, dopo che un aereo della Spirit Airlines è stato colpito da colpi d’arma da fuoco durante l’atterraggio all’aeroporto internazionale Toussaint Louverture di Port-au-Prince. Esso arriva mentre il Paese sta fronteggiando un’escalation di violenza delle bande armate.

Da oltre 20 anni, un fiume alla volta: i cittadini che ripuliscono i corsi d’acqua dai rifiuti

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Mincio fiume Pulimincio

Ogni primavera, lungo le rive del Mincio, centinaia di persone si alzano presto, infilano gli stivali e scendono al fiume per ripulirlo da plastica e rifiuti. Nessuno ha chiesto loro di farlo, nessuno li paga, semplicemente hanno compreso che quel corso d’acqua è anche loro, così come delle comunità a monte o a valle. Ecco perché, armati di guanti, pinze e sacchi, si danno appuntamento per raccogliere quello che gli altri hanno abbandonato. Sono 22 anni che non mancano un appuntamento e domenica 8 marzo saranno ancora lì per la prossima edizione.

L’iniziativa si chiama Pulimincio ed è nata dall’ostinazione silenziosa dell’associazione culturale La Luna nel pozzo, in un piccolo comune in provincia di Mantova. La presidente Elena Allegretti la porta avanti da 22 anni, costruendo una rete sempre più ampia di realtà locali, comuni, gruppi sportivi, associazioni ambientaliste e studenti. La ventunesima edizione, nel 2025, ha superato i 500 volontari distribuiti su 17 punti d’intervento, da Peschiera del Garda a Sustinente, con quasi trenta associazioni coinvolte e una decina di tonnellate di rifiuti rimossi dalle rive e dal fondale. Tra i ritrovamenti più sorprendenti, due motorini ripescati grazie ai volontari di Magnet Fishing Mantova. Il fiume restituisce tutto, prima o poi. La ventiduesima edizione si sviluppa su venti punti d’intervento e conta oltre trenta realtà coinvolte.

«Ogni anno partecipano sempre più comuni – racconta Elena Allegretti – ed è assurdo che, con tutta questa gente che aderisce al progetto, ci sia ancora qualcuno che butti dei rifiuti. Noi diciamo sempre che l’ideale sarebbe che questa manifestazione non esistesse più ma fino a quando il problema persiste troviamoci e agiamo». È una storia di comunità nel senso più concreto del termine: persone che si conoscono, si danno appuntamento e tornano. Anno dopo anno.

Mentre sul Mincio si affina un modello rodato, sul Po – il fiume più lungo d’Italia, il grande collettore di quattro Regioni – si sta costruendo qualcosa di più ambizioso. Il 4 aprile 2025 è stato lanciato ufficialmente a Torino il progetto PoSalvaMare, coordinato dall’Autorità di Bacino Distrettuale del Fiume Po e finanziato dal Ministero dell’Ambiente nell’ambito della Legge Salvamare e della missione europea “Restore our Ocean and Waters by 2030”. Partner del progetto sono l’Università di Padova, Plastic Free, Legambiente, il Consorzio Est Ticino Villoresi e altri enti tecnici. Le attività prevedono campagne di raccolta, installazione di barriere galleggianti, monitoraggio con smart-cam e dati satellitari e percorsi educativi nelle scuole, coinvolgendo Piemonte, Lombardia, Emilia-Romagna e Veneto, lungo tutto il corso del Po, fino al delta. La ragione dell’urgenza la spiega un dato del Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente (UNEP): circa l’80% dei rifiuti marini proviene da fonti terrestri, e i fiumi sono la via principale attraverso cui arrivano al mare.

«Difendere il Po significa difendere i territori che il fiume lambisce lungo il suo corso, così come il mare Adriatico in cui sfocia», ha dichiarato Luca De Gaetano, fondatore di Plastic Free, che nel solo 2025 ha mobilitato in tutta Italia oltre 53mila volontari, rimosso 575 tonnellate di rifiuti e coinvolto quasi 78mila studenti in iniziative scolastiche. Giorgio Zampetti di Legambiente ha ricordato che uno studio recente ha censito oltre 15mila rifiuti su sedici fiumi italiani, con una media di 457 oggetti ogni cento metri di sponda.

C’è un filo sottile che unisce queste esperienze, la logica del non aspettare, non delegare e del mettersi in gioco. La differenza tra Pulimincio e PoSalvaMare è solo di scala – una è nata da un’associazione di paese, l’altra da un accordo istituzionale – ma la sostanza è identica: prendersi cura di un bene comune.

Viviamo in un’epoca in cui i problemi sembrano sempre troppo grandi per essere risolti dal basso, e la distanza tra la crisi ambientale e la vita quotidiana appare spesso incolmabile. Storie come queste ricordano che non è sempre così. Che un fiume si pulisce anche un sacchetto alla volta. Che una comunità si costruisce anche tornando allo stesso posto, ogni anno, per prendersi cura dell’ambiente in cui vive. E che il cambiamento – quello vero, quello che dura – comincia quasi sempre da chi ha trovato il coraggio di agire, senza aspettare il permesso di nessuno.

 

Svezia: 6 caccia pattugliano l’Islanda

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La Svezia ha dispiegato sei dei suoi caccia Saab Gripen per partecipare alla missione della NATO Arctic Sentry. I caccia stanno pattugliando i cieli islandesi nell’ambito di una missione volta a rafforzare la presenza della NATO nella regione artica; è la prima volta che vengono dispiegati nell’area. La missione è stata lanciata in un contesto delicato, con la guerra in Ucraina ancora in corso, mentre le tensioni tra USA e UE sulla questione groenlandese risultavano ancora elevate.

Attanasio, 5 anni dopo: chi ha ucciso davvero l’ambasciatore italiano in Congo?

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L’ultima telefonata di Luca Attanasio, prima di essere ucciso a colpi di fucile in una radura del Parco Virunga, dove i gorilla di montagna vivono liberi e alimentano su di loro le leggende di animali quasi mitologici, è stata per la mamma. Una specie di premonizione. «Tra pochi giorni torno a casa, a Roma, non vedo l’ora di vedere i bambini». Non è mai più tornato dalla moglie Zakia, conosciuta il giorno di San Valentino a Casablanca durante l’incarico in Marocco, quando a 33 anni divenne console generale, in quello che è poi stato ribattezzato Palazzo Italia in suo nome. All’alba del suo mal...

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La Banca Centrale Russa ha denunciato l’UE per il congelamento dei beni russi

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La Banca centrale russa ha intentato una causa contro l’Unione europea presentando ricorso al Tribunale generale dell’Unione europea con sede in Lussemburgo per il sequestro a tempo indeterminato dei suoi beni sovrani. I beni congelati ammontano a circa 210 miliardi di euro, di cui 185 depositati presso il depositario belga Euroclear. «Il ricorso è stato presentato ai sensi dell’articolo 263 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea nell’ambito degli sforzi in corso per contestare le azioni illecite dell’Unione europea contro gli asset sovrani della Banca di Russia», si legge nel comunicato della Banca centrale, secondo cui «Il regolamento UE viola i diritti fondamentali e inalienabili di accesso alla giustizia, l’inviolabilità della proprietà e il principio di immunità sovrana degli Stati e delle loro banche centrali, garantiti dai trattati internazionali e dal diritto dell’Unione Europea». L’Istituto russo inoltre accusa Bruxelles di «gravi violazioni procedurali», poiché la Commissione ha utilizzato la maggioranza qualificata dell’articolo 122 anziché l’unanimità richiesta per le decisioni di politica estera. Al momento, l’Ue non ha commentato l’azione legale della Banca russa. I Paesi membri dell’Ue – ad eccezione di Ungheria e Slovacchia – avevano approvato il blocco a tempo indeterminato dei fondi sovrani russi lo scorso 12 dicembre con l’intento di rafforzare la propria posizione nei negoziati di pace in Ucraina e impedire a Mosca di utilizzare le risorse a scopi militari. Se fino a pochi mesi fa, gli asset russi erano congelati attraverso il tradizionale regime di sanzioni, che deve essere rinnovato ogni sei mesi con un voto unanime degli Stati membri, con le modifiche introdotte a dicembre, tali asset risultano definitivamente congelati. Il tutto grazie al ricorso all’articolo 122 del Trattato sul Funzionamento dell’Unione europea (TFUE) che consente agli Stati membri di decidere «in uno spirito di solidarietà» su misure «adeguate alla situazione economica», ma soprattutto permette di scavalcare il Parlamento europeo e richiede solo la maggioranza qualificata. Per questo era stato utilizzato nel contesto di emergenze economiche come quella provocata dalla pandemia di Covid 19 e durante la crisi energetica del 2022. Secondo la Commissione, il contesto della guerra russo-ucraina giustifica l’utilizzo della disposizione, in quanto la guerra russa ha provocato un «grave impatto economico» sull’Ue, causando «interruzioni dell’approvvigionamento, aumento dell’incertezza, maggiori premi di rischio, riduzione di investimenti e spesa dei consumatori». In base a quanto approvato dall’UE, i beni russi rimarranno congelati fino a quando Mosca non rispetterà tre condizioni: cessare la guerra, risarcire l’Ucraina e non rappresentare più un «serio rischio di gravi difficoltà per l’economia europea». Inoltre, una proposta iniziale prevedeva di utilizzare gli asset russi per finanziare militarmente e economicamente l’Ucraina, ma tale proposta non ha trovato l’unanimità degli Stati membri. Di conseguenza, Bruxelles sembra propensa a aggirare l’ostacolo non utilizzando direttamente i fondi russi, ma i profitti generati dagli stessi. A opporsi all’utilizzo dei beni russi per l’Ucraina era stato innanzitutto il Belgio dove risiede la compagnia Euroclear sui cui conti si trovano i beni russi congelati. Già lo scorso dicembre, il Belgio aveva fatto presente il rischio di poter essere ritenuto responsabile qualora la Russia avesse intentato e poi vinto una causa contro la società. Per questo aveva chiesto che i governi dell’UE si impegnassero a reperire congiuntamente il denaro necessario per rimborsare Mosca entro tre giorni, nel caso in cui un tribunale avesse accolto le richieste russe. Insieme al Belgio, anche l’Italia aveva assunto una posizione contraria rispetto all’utilizzo dei beni russi per l’Ucraina. L’Ue ha dunque deciso di prestare all’Ucraina 90 miliardi senza fare ricorso ai fondi russi, ma sulla base di «prestiti contratti dall’UE sui mercati dei capitali» sostenuti «dal margine di bilancio dell’UE». Le preoccupazioni di Euroclear e del Belgio risultano ad oggi più che mai fondate, dato che Mosca ha intrapreso un’azione legale come, del resto, aveva già fatto capire in passato affermando che avrebbe reagito. Al contempo, l’atteggiamento cauto e preventivo di Euroclear fa capire come le azioni di Bruxelles non siano in linea con le norme giuridiche. Già il 12 dicembre 2025, la Corte Arbitrale di Mosca aveva presentato una richiesta di risarcimento danni a Euroclear per 18,2 trilioni di rubli (226 miliardi di dollari) nei confronti della Banca di Russia. Tale importo include i fondi congelati dell’autorità di regolamentazione, il valore dei titoli congelati e i mancati profitti. Il 27 febbraio, Mosca ha depositato l’azione legale al Tribunale Ue, rendendo noto il fatto solo ieri mattina attraverso un breve comunicato stampa. Mosca ha definito il congelamento dei suoi beni una violazione dei diritti sovrani e della proprietà.

Il Giappone chiude la Chiesa dell’Unificazione

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Un tribunale d’appello giapponese ha confermato l’ordine di sciogliere la Chiesa dell’Unificazione, organizzazione religiosa accusata di manipolare i propri fedeli per ottenere donazioni. La Chiesa era attiva da tempo, ma è finita sotto i riflettori nel 2022, quando un uomo che la accusava di avere sottratto il proprio denaro portando sul lastrico la propria famiglia ha assassinato l’ex premier Shinzo Abe, sostenitore dell’organizzazione. Nel 2023, il governo ha avanzato una richiesta per sciogliere l’Organizzazione, accolta nel 2025 da un tribunale del Paese.

Una raccolta firme per opporsi alla sorveglianza e alle deportazioni di massa

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Lunedì 9 marzo il Parlamento Europeo voterà il cosiddetto “Regolamento sui ritorni”, una proposta legislativa che punta a semplificare le deportazioni dei migranti, amplificare i poteri delle autorità, rafforzare la collaborazione con aziende private e intensificare l’uso di tecnologie di sorveglianza. In risposta, numerose organizzazioni per i diritti umani e digitali sostengono la campagna #ProtectNotSurveil, promuovendo una petizione che chiede ai rappresentanti europei di intervenire ora e di rifiutare il regolamento, prima che si consolidi definitivamente un futuro in cui le garanzie fondamentali vengono sacrificate in favore di un modello di business basato sulla vulnerabilità e sulla marginalizzazione delle persone migranti.

Il pacchetto normativo, presentato l’11 marzo 2025, è stato al centro di negoziati tesi e profonde divisioni nel panorama politico europeo, soprattutto per la previsione di espellere richiedenti asilo e migranti verso Paesi terzi diversi da quelli di origine. L’obiettivo è “esternalizzare” la gestione dei flussi migratori, un approccio che richiama il controverso modello Albania promosso dal governo Meloni e che continua a sollevare critiche sul piano giuridico, politico e dei diritti umani. Il regolamento non prevede una valutazione d’impatto adeguata e contiene disposizioni che, a seconda della loro interpretazione, potrebbero persino consentire l’ingresso forzato delle forze dell’ordine in spazi privati o luoghi di culto, ampliando in modo preoccupante i margini di intervento e riducendo le garanzie per le persone coinvolte.

Le nuove tecnologie giocano un ruolo centrale in questo giro di vite, puntando sempre più sull’analisi biometrica delle persone. Sebbene l’uso commerciale di tali strumenti sia stato limitato, la normativa europea sull’intelligenza artificiale – ancora applicata solo in parte – lascia strategicamente ampi margini per gli impieghi di polizia. Ne è un esempio l’Entry/Exit System, che già oggi impone ai viaggiatori provenienti da Paesi extra‑Schengen un livello pervasivo di registrazione biometrica che solamente pochi anni fa sarebbe stato impensabile in Europa.

Partendo da questi presupposti fragili, il Regolamento Ritorni chiederebbe agli Stati membri di “dispiegare misure efficienti e proporzionate per identificare soggetti dalla nazionalità di Paesi terzi che si trattengono illegalmente nel loro territorio”, una formulazione che, di fatto, apre la strada alla legittimazione della profilazione razziale. Inoltre, considerando sia la struttura della norma sia il clima politico attuale, molti temono che questa richiesta verrà attuata replicando pratiche già viste negli Stati Uniti o, ancor prima, nei territori palestinesi occupati: l’adozione di sistemi di riconoscimento facciale e analisi biometrica direttamente sui dispositivi mobili delle forze dell’ordine, così da consentire la scansione delle persone anche negli spazi pubblici.

L’introduzione delle cosiddette “alternative alla detenzione” prevede dunque forme di monitoraggio elettronico e GPS che impongono ai migranti l’obbligo di non allontanarsi da aree designate, una dinamica che ricorda da vicino gli arresti domiciliari. Vengono inoltre sollevate serie preoccupazioni sul trattamento di questi dati, raccolti su larga scala: non solo informazioni altamente sensibili sarebbero accessibili a un ampio numero di autorità, ma con ogni probabilità sarebbero condivise anche con i Paesi terzi incaricati della gestione dei richiedenti asilo, i quali non sono soggetti agli stessi standard europei di tutela dei dati personali. 

In risposta a queste insidie, realtà come Access Now, EDRi, Amnesty International, AlgorithmWatch e molte altre hanno lanciato una raccolta firme nell’ambito dell’iniziativa Protect Not Surveil per opporsi alla deportazione di massa e al consolidamento di un sistema di sorveglianza opaco, invasivo e intriso di bias culturali. La petizione ha soprattutto un valore simbolico, tuttavia rappresenta uno strumento importante per dare voce a chi rifiuta queste derive politiche e vuole mantenere alta l’attenzione sui rischi che tali soluzioni comportano per i diritti fondamentali.

 

L’AIEA sbugiarda di nuovo USA e Israele: nessuna prova che l’Iran stia costruendo armi nucleari

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La guerra in Iran sembra star seguendo un copione già scritto e andato in scena meno di un anno fa, dagli attacchi contro Teheran giunti in un momento cruciale per i colloqui con gli USA sul nucleare, alle motivazioni che sembrano avere a che fare sopra ogni cosa con gli interessi strategici di Israele. E un dettaglio cruciale è emerso nelle scorse ore: esattamente come un anno fa, non vi sono alcune prove che l’Iran stia lavorando alla costruzione della bomba nucleare. A dirlo, di nuovo, è nientemeno che Rafael Grossi, capo dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica.

Grossi lo ha detto chiaro due volte, la prima in una intervista alla NBC: l’AIEA “non ha riscontrato elementi di un sistematico e strutturato programma di produzione di armi nucleari”. Lo ha poi ribadito chiaro in un tweet: “non vi sono prove che l’Iran stia costruendo una bomba nucleare”. Quello che preoccupa, riferisce il capo dell’AIEA, sono “le ingenti scorte di uranio arricchito“. Anche se questo “desta preoccupazioni”, non significa che l’Iran stia programmando di creare l’arma nucleare, ha specificato Grossi. Parole pressochè identiche a quelle pronunciate lo scorso giugno, quando l’agenzia smentiva l’esistenza di una minaccia reale iraniana in questo senso, contraddicendo quanto sostenuto dall’occidente – e da trent’anni di menzogne di Israele in merito.

Le dichiarazioni del capo dell’AIEA, Rafael Grossi, alla NBC

Ma se è effettivamente l’uranio arricchito a preoccupare, c’è un ulteriore tassello da aggiungere. La sera del 27 febbraio scorso, subito prima dell’aggressione non provocata da parte di Israele e USA, il ministro degli Esteri dell’Oman, Badr Albusaid (che ha mediato i colloqui sul nucleare tra Washington e Teheran) ha dichiarato in un’intervista rilasciata a CBS che l’Iran ha accettato di non stoccare “mai e poi mai” il materiale necessario per creare una bomba nucleare. “Questo è un grande risultato, qualcosa di completamente nuovo. Se non è possibile stoccare materiale arricchito, non c’è modo di creare una bomba, indipendentemente dal fatto che si proceda o meno all’arricchimento”. Nelle parole del ministro Albusaid, insomma, l’Iran aveva accettato a rifiutare di stoccare uranio arricchito, materiale fondamentale per la creazione di una bomba nucleare. “Credo che questo sia un aspetto che è stato molto trascurato dai media e vorrei chiarirlo dal punto di vista di un mediatore”. A poche ore di distanza da questa intervista, le bombe israeliane hanno cominciato a cadere.

L’aggressione giunge di nuovo in quello che sarebbe sembrato un momento cruciale nei colloqui. D’altronde, è lo stesso segretario di Stato Marco Rubio a suggerire che gli Stati Uniti sarebbero stati costretti a colpire l’Iran per via di un imminente attacco israeliano. “C’era sicuramente una minaccia imminente – ha detto Rubio alla stampa – e la minaccia imminente era che sapevamo che se l’Iran fosse stato attaccato – e noi credevamo che sarebbe stato attaccato – ci avrebbe immediatamente dato la caccia, e noi non avevamo intenzione di stare lì a incassare il colpo prima di reagire, perché il Dipartimento della Guerra aveva valutato che se lo avessimo fatto, se avessimo aspettato che ci colpissero per primi dopo essere stati attaccati – se Israele avesse attaccato – avremmo subito più vittime e più morti”. Una difesa “proattiva e difensiva”, insomma. Negli interessi di chi, non è dato saperlo.

USA: la guerra all’Iran sta spaccando irrimediabilmente il fronte MAGA

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Mentre missili, droni e aerei volano nei cieli del Medio Oriente, il fronte interno di Donald Trump si spacca sempre di più: già l’attacco dello scorso anno contro l’Iran aveva prodotto enormi sconquassi nel movimento MAGA, poi l’operazione di attacco e sequestro ai danni del Venezuela di Maduro, adesso il nuovo attacco contro l’Iran con l’uccisione della Guida Suprema Ali Khamenei. Tra accuse di “neoconservatorismo” e violazioni costituzionali, l’ala isolazionista del movimento grida al tradimento delle promesse elettorali. Il mandato di Donald Trump era iniziato sotto l’auspicio del “no alle guerre infinite” e dell’America First. Tuttavia, l’attacco congiunto sferrato da Stati Uniti e Israele contro il territorio iraniano ha infranto nuovamente questa narrazione, innescando una reazione a catena di sdegno e delusione all’interno della sua stessa base elettorale. Per molti sostenitori della prima ora, il cambio di paradigma non è solo una scelta strategica, ma un tradimento identitario. E in questo contesto il movimento MAGA (Make America Great Again), seppur formalmente in piedi, si può considerare pressochè in pezzi. 

Molti elettori ricordano le parole di Trump durante la campagna elettorale, quando accusava l’amministrazione precedente di trascinare il Paese verso la Terza Guerra Mondiale. Oggi, quegli stessi elettori vedono nei bombardamenti su Teheran una ulteriore negazione del programma di pace promesso. La reazione del mondo Make America Great Again è stata immediata e viscerale. Tucker Carlson, durante un episodio del suo podcast, The Tucker Carlson Show, ha definito l’attacco israelo-statunitense come «assolutamente disgustoso e malvagio». Altre figure MAGA si sono unite alle critiche. Tim Pool, nel suo podcast Timcast IRL, insieme agli ospiti presenti nella sua puntata, hanno criticato le azioni dell’amministrazione statunitense, sottolineando la sudditanza nei confronti di Israele. 

Da sottolineare, qui, come riportato da Axios, le dichiarazioni del Segretario di Stato, Marco Rubio, in cui sostanzialmente dice che gli Stati Uniti sono dovuti andare dietro Israele che aveva deciso di attaccare. Numerosi attivisti e commentatori di spicco hanno utilizzato i social media per denunciare il cambio di posizione del presidente Trump, eletto sulla base di presupposti diametralmente opposti a quanta sta invece facendo l’amministrazione. Il sentimento prevalente è che Trump sia stato “catturato” dalle stesse logiche del “Deep State” e dei falchi neoconservatori che aveva giurato di combattere. Tra le accuse c’è anche quella di essere sottomesso ai voleri di Israele e di voler allontanare gli Epstein Files. Per tutto questo insieme di cose, gli ex alleati di Trump, oggi suoi detrattori, hanno ribattezzando l’alleanza USA-Israele come la «coalizione Epstein».

L’ex rappresentante repubblicana della Georgia, Marjorie Taylor Greene, sostenitrice MAGA di ferro, uscita dal partito dopo la lite sul precedente attacco all’Iran e per quella sul rilascio degli Epstein File, ha scritto un lungo post su X in cui attacca Trump e interroga la base MAGA sulla deriva presidenziale. «Abbiamo detto basta guerre all’estero, basta cambi di regime! Lo abbiamo detto palco dopo palco, discorso dopo discorso», scrive Greene facendo riferimento alla campagna elettorale. Sull’Iran e il recente attacco dice: «Ci sono 93 milioni di persone in Iran, che si liberino da soli. Ma l’Iran è sul punto di dotarsi di armi nucleari. Sì, certo. Ci hanno imboccato questa strada per decenni e Trump ci ha detto che il suo bombardamento dell’estate scorsa ha completamente spazzato via tutto. È sempre una bugia e l’America è sempre l’ultima. Ma questa volta sembra il peggior tradimento, perché proviene proprio dall’uomo e dall’amministratore che tutti credevamo diversi e che non ha detto altro». 

Thomas Massie, deputato repubblicano del Kentucky e voce storica dell’ala libertaria, e anche lui, come accaduto a Greene, finito in rotta di collisione con Trump, è stato tra i più duri. Come riportato dal Kentucky Lantern, Massie ha dichiarato senza mezzi termini: «La Costituzione non è un suggerimento. Il Presidente non ha l’autorità per iniziare una guerra senza il voto del Congresso». Massie ha annunciato che spingerà per una risoluzione sui poteri di guerra, War Powers Resolution, per costringere l’amministrazione a ritirare le forze dalle ostilità. Questa posizione è condivisa da una parte crescente della destra parlamentare che, come riportato da The Hill, chiede che il potere legislativo riprenda il controllo sulla politica estera. La richiesta è chiara: un voto immediato per fermare l’escalation. 

L’attacco all’Iran segna un punto di non ritorno per la presidenza Trump. Mentre le bombe cadono, il dibattito interno al mondo MAGA continua a infuriare. La domanda che molti si pongono è se Trump sia diventato l’esecutore di quella stessa politica estera che per anni ha criticato dai palchi dei suoi comizi. E la risposta sembra, in tutto, affermativa.