Il parlamento polacco ha approvato una proposta di legge per istituire un meccanismo di accesso ai fondi dell’Unione Europea stanziati nell’ambito del piano di riarmo. Il disegno di legge consente alla banca statale per lo sviluppo di gestire un fondo che eroghi il denaro. Esso sblocca la richiesta di prestito della Polonia all’UE relativa al fondo SAFE del piano di riarmo. Il Paese accederebbe a 43,7 miliardi di euro. La legge può essere ancora bloccata dal presidente del Paese, con cui il governo è entrato in collisione proprio riguardo agli interventi di Bruxelles in materia di difesa.
Negli USA non sta succedendo niente sugli scandali degli Epstein Files
Oltre tre milioni di pagine desecretate il 30 gennaio 2026. Un archivio imponente che avrebbe dovuto segnare una svolta storica nel caso Epstein. E, invece, negli Stati Uniti non sta succedendo nulla. A parte l’audizione “show” davanti alla commissione Giustizia della Camera della procuratrice generale Pam Bondi, le schermaglie politiche e la testimonianza dell’ex Segretario di Stato Hillary Clinton al Congresso, in attesa di quella del marito Bill, non si registrano arresti eccellenti né nuove incriminazioni di peso. Mentre in Europa gli Epstein Files stanno coinvolgendo figure di primo piano, oltreoceano la loro diffusione ha suscitato grande attenzione mediatica senza, però, provocare scossoni giudiziari.
L’FBI e il Dipartimento di Giustizia statunitense, già nel luglio 2025, avevano dichiarato di non aver individuato alcuna “lista clienti” incriminante e di non disporre di prove sufficienti per procedere contro terzi non già accusati. Una posizione ribadita di fatto dopo la pubblicazione dei nuovi documenti del 30 gennaio. Le motivazioni ufficiali sono formalmente “tecniche”: molte informazioni contenute nei files si basano su fonti o testimonianze indirette, e su materiale non immediatamente ammissibile in tribunale senza il consenso dei testimoni. Costruire un impianto accusatorio solido, spiegano gli esperti, richiede prove dirette e dichiarazioni formalizzate. A questo si aggiungono ostacoli strutturali. L’accordo di non perseguibilità del 2008, che garantì a Epstein e ai suoi collaboratori una protezione federale estesa, ha limitato per anni il perimetro investigativo. Molti dei reati documentati risalgono a decenni fa e risultano oggi prescritti. Il risultato è un’operazione di trasparenza soltanto formale, che non produce nuove responsabilità giudiziarie. Fa eccezione lo Stato del New Mexico, che ha deciso di avviare un’indagine per accertare se nel territorio limitrofo a Santa Fe siano stati sepolti i corpi di due donne, presumibilmente uccise durante un rapporto sessuale sadomaso, come sostenuto da una segnalazione anonima inviata il 21 novembre 2019 al conduttore radiofonico Eddy Aragon, proveniente da una persona che si è qualificata come ex dipendente dello Zorro Ranch.
Il confronto con l’Europa è inevitabile. Nel Regno Unito, l’ex principe Andrea è stato arrestato e poi rilasciato nell’ambito di un’indagine per misconduct in public office; similmente l’ex ambasciatore ed ex ministro Lord Peter Mandelson è stato posto sotto fermo e rilasciato su cauzione. Il CEO del World Economic Forum, Børge Brende, è stato costretto a dimettersi. In Norvegia risultano indagati l’ex primo ministro Thorbjørn Jagland – a cui il Comitato dei Ministri ha revocato l’immunità – e l’ambasciatrice norvegese in Giordania e Iraq, Mona Juul, che si è dimessa dal suo ruolo. Epstein avrebbe lasciato nel suo testamento 10 milioni di dollari ai due figli di Juul, avuti con il marito, anch’egli diplomatico ed ex mediatore dei colloqui di Oslo, Terje Rød-Larsen, il cui consigliere, Fabrice Aidan, risulta ora indagato in Francia. Dai documenti desecretati emerge che, mentre l’alto funzionario francese lavorava all’ONU, a New York, forniva regolarmente a Epstein informazioni, documenti e rapporti confidenziali dell’organizzazione internazionale. Intanto, in Francia, lo scandalo ha travolto anche l’ex ministro della cultura Jack Lang, che ha lasciato la direzione dell’Istituto del mondo arabo di Parigi. La procura ha aperto un’inchiesta con l’accusa di frode fiscale aggravata anche per Caroline Lang, figlia dell’ex ministro, che ha ricevuto da Epstein fondi in una sua società offshore.
Il dato è politico e giudiziario insieme: in Europa le rivelazioni sugli Epstein Files stanno producendo conseguenze concrete, con procure attive tra indagini, audizioni e perquisizioni. Negli Stati Uniti, al contrario, domina l’inerzia, che alimenta lo scontro politico e la delusione della base MAGA, convinta di trovarsi di fronte a un insabbiamento. Da qui la domanda centrale: come può il più vasto rilascio documentale della recente storia giudiziaria americana non tradursi in nuovi imputati di peso? La spiegazione ufficiale richiama limiti probatori e prescrizioni; quella ufficiosa parla di un imbarazzo strutturale, perché molti dei nomi citati nei file gravitano nel cuore del potere politico ed economico statunitense. Tra questi figurano Larry Summers, ex Segretario al Tesoro ed ex presidente di Harvard, Howard Lutnick, attuale segretario al Commercio, l’ex presidente Bill Clinton e l’attuale inquilino della Casa Bianca Donald Trump, oltre a grandi magnati come Leslie Wexner, fondatore di Victoria’s Secret, e Leon Black, ex CEO di Apollo Global Management.
L’ex candidata alla presidenza ed ex segretaria di Stato Hillary Clinton testimoniando giovedì al Congresso in una commissione che indaga sui rapporti di Jeffrey Epstein ha respinto qualsiasi legame personale con Epstein, definendo Ghislaine Maxwell come una semplice “conoscente”, nonostante questa fosse addirittura presente al matrimonio della figlia, Chelsea Clinton. A oggi, l’unica figura centrale ad aver subito una condanna rilevante è proprio Maxwell. E mentre circolano indiscrezioni su una possibile grazia presidenziale per l’ex compagna e complice di Epstein, l’inchiesta che avrebbe dovuto scoperchiare un sistema e incrinare il presunto “Deep State” rischia di chiudersi con un unico capro espiatorio e con ricadute limitate all’Europa. In un dossier che sfiora le élite politiche, finanziarie e istituzionali dell’Occidente, proprio l’assenza di conseguenze concrete finisce per diventare l’aspetto più eloquente.
Libano, raid israeliani nella Beqaa: un morto e 29 feriti
Le Forze di difesa di Israele hanno condotto raid nell’est del Libano, nella valle della Beqaa, uccidendo una persona e ferendone 29, secondo l’agenzia statale Nna. L’esercito israeliano ha dichiarato di aver colpito otto complessi militari della Forza Radwan di Hezbollah nell’area di Baalbek. I siti, secondo Israele, erano usati per lo stoccaggio di armi, inclusi razzi, e per l’addestramento dell’unità d’élite incaricata di operazioni speciali. Le Idf sostengono che le attività del gruppo e i tentativi di riarmo «violino le intese di cessate il fuoco e rappresentino una minaccia diretta per la sicurezza dello Stato israeliano».
Netflix ritira l’offerta per Warner Bros.: la strada è spianata per Paramount
Netflix ha deciso di ritirare la propria offerta d’acquisto per Warner Bros. Discovery, un passo che stravolge significativamente lo scenario consolidato e apre la strada all’avanzata di Paramount. Se quest’altra operazione dovesse concretizzarsi, David Ellison e la sua famiglia aggiungerebbero un altro asset di peso al loro crescente impero mediatico, consolidando la capacità di influenzare il panorama culturale statunitense e, di sponda, di plasmare l’immaginario globale.
Ieri, giovedì 26 febbraio, Warner Bros. Discovery ha comunicato che, alla luce dei numeri, l’offerta di Paramount risulta superiore a quella inizialmente avanzata da Netflix. Nonostante ciò, il gigante dello streaming ha scelto di non rilanciare. Secondo i co‑CEO Ted Sarandos e Greg Peters, l’operazione “non è più attrattiva a livello finanziario”. Nel loro comunicato precisano che si è sempre trattato di un “bello da avere” al prezzo giusto, non di un’acquisizione da inseguire “a qualsiasi costo”.
Il 4 dicembre Netflix e Warner Bros. Discovery avevano firmato un accordo preliminare per avviare il processo di acquisizione, escludendo di fatto Paramount: la sua offerta, pur competitiva, prevedeva la cessione di alcuni asset che Netflix invece avrebbe lasciato al proprietario originario. Paramount, già allora orientata verso una strategia di acquisizione ostile, negli ultimi giorni ha rilanciato con una proposta più aggressiva: 31 dollari per azione, quote azionarie a tempo per gli investitori e una garanzia da 7 miliardi di dollari nel caso in cui l’antitrust dovesse bloccare l’operazione. Il gruppo si è inoltre detto disposto a coprire i 2,8 miliardi di dollari di penale che Warner Bros. dovrebbe a Netflix per la violazione degli accordi già sottoscritti. Subito dopo l’annuncio del suo ritiro, il titolo di Netflix ha registrato un balzo del 10% in Borsa.
Questo cambio di rotta ha il potenziale di ridisegnare in profondità lo scenario dei media globali, consegnando agli Ellison il controllo di una quota rilevante della produzione hollywoodiana e di una parte dell’informazione giornalistica, considerando che Warner Bros. detiene la CNN. Larry Ellison, autore formale dell’operazione, è diventato in tempi rapidissimi un soggetto centrale dell’industria statunitense: il suo Skydance ha ottenuto la fusione con Paramount solo nel luglio 2025 e ora è riuscito a tenere testa anche a Netflix, con il risultato che la sua sfera d’influenza potrebbe ampliarsi in modo considerevole.
Più che da un mero genio imprenditoriale, il suo successo potrebbe dipendere anche da una serie di fattori collaterali. David è il figlio di Larry Ellison, fondatore di Oracle, colosso dell’analisi dei dati con legami consolidati con le forze armate statunitensi e oggi coinvolto anche nella gestione della versione americana di TikTok. Ellison senior è notoriamente molto vicino all’establishment trumpiano e in passato non ha esitato a investire miliardi per sostenere – e talvolta salvare – le iniziative imprenditoriali dei suoi figli. Per avere un metro della situazione, basti pensare che il fondo dell’imprenditore, l’Ellison Trust, si è impegnato a coprire 45,7 miliardi di dollari dei fondi necessari perché Paramount possa mettere le mani su Warner Bros.
Secondo quanto riportato da Variety, il processo di acquisizione è sostenuto anche dai fondi sovrani di diversi Paesi mediorientali, tra cui Qatar, Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita. In particolare, il Public Investment Fund saudita (PIF), coinvolto nell’offerta, è legato al genero di Donald Trump, Jared Kushner: la sua società di investimenti, Affinity Partners, è stata lanciata alla fine del 2021 grazie a un generoso contributo iniziale di 2 miliardi di dollari da parte del governo saudita, che da allora continua a versare commissioni milionarie. È difficile ignorare la coincidenza temporale: proprio alla fine del 2021 si concludeva il primo mandato Trump, periodo in cui Kushner, pur privo di una reale esperienza diplomatica, era incaricato di gestire i rapporti con diversi Paesi del Medio Oriente.
Uruguay e Argentina ratificano Trattato UE-Mercosur
L’Uruguay è il Primo Paese dell’America Latina ad aver ratificato il trattato di libero scambio con l’Unione europea. Poche ore dopo si è accodata l’Argentina, che ha approvato l’accordo in seconda lettura, inviandolo all’esecutivo per la promulgazione. Per quanto riguarda la controparte europea, invece, la ratifica è subordinata alla pronuncia della Corte di Giustizia dell’UE, attivatasi a seguito delle proteste provenienti dall’Europarlamento.
Liste bloccate e premio di maggioranza: cosa prevede la nuova proposta di legge elettorale
La maggioranza di centrodestra ha depositato in Parlamento una nuova proposta di legge elettorale. L’obiettivo dichiarato della riforma è ottenere maggiore governabilità e stabilità. Non a caso il disegno di legge è stato presto ribattezzato “Stabilicum” e punta a superare l’impianto del vigente “Rosatellum”, a partire dall’eliminazione dei collegi uninominali. Viene poi reintrodotto un premio di maggioranza per la lista o coalizione vincitrice, capace di ottenere almeno il 40% dei voti. Tutte le forze coinvolte nella corsa elettorale dovranno nominare un candidato presidente del Consiglio, ma gli elettori non potranno esprimere alcuna preferenza per deputati e senatori. Le opposizioni insorgono, accusando Fratelli d’Italia e gli altri partiti di maggioranza di non aver aperto un dialogo sulla questione.
Ieri gli esponenti di Fratelli d’Italia, Lega, Forza Italia e Noi moderati, riunitisi in via della Scrofa, hanno raggiunto l’accordo sulla nuova proposta di legge elettorale, in vista delle legislative del 2027. Il testo, depositato in Parlamento, prevede diverse novità, a partire dal premio di maggioranza (pari a 70 deputati e a 35 senatori) per la lista o coalizione che vince le elezioni e ottiene almeno il 40% delle preferenze. In ogni caso, la forza politica destinataria del premio di maggioranza non potrà ottenere più di 230 seggi (su 400) alla Camera e 114 (su 200) al Senato, nell’ottica di preservare il ruolo dell’opposizione. La soglia del 40% si palesa anche nell’inedita previsione di un ballottaggio, sulla falsa riga di quanto avviene nelle elezioni amministrative (in questo caso la soglia è al 50% dei voti).
Al ballottaggio immaginato dal centrodestra accederebbero le prime due liste o coalizioni incapaci di sfondare il tetto delle preferenze, ottenendo invece tra il 35% e il 40% dei voti. Un caso residuale, già definito “di scuola”, visto il bipolarismo di fatto verso cui si è avviata l’Italia nell’ultimo trentennio. Di pari passo al bipolarismo si è sviluppata, a partire dalle presidenze Craxi e Berlusconi, la tendenza alla personalizzazione della politica. Nell’era della volatilità partitica e del tramonto degli ideali, gli elettori si aggrappano al leader di turno. In questo senso va letta la nomina, da parte della lista o della coalizione, di un candidato presidente del Consiglio. Rimanendo invariate le prerogative del Presidente della Repubblica, prassi delle consultazioni compresa, l’indicazione partitica si configura come un elemento di trasparenza e vicinanza agli elettori. Il centrodestra prepara così il terreno alla prossima riforma, quella del premierato, sistema che trova il suo fulcro nell’elezione diretta del presidente del Consiglio.
L’attuale legge elettorale prevede che i 3/8 dei seggi siano distribuiti attraverso collegi uninominali, da cui viene cioè eletto soltanto un candidato. La riforma immaginata dal centrodestra elimina tale elemento maggioritario, prevedendo tutti collegi plurinominali, da cui eleggere più deputati e senatori. Ad ogni modo non saranno gli elettori a esprimere una preferenza ma i partiti, che presenteranno liste bloccate a ogni tornata — nonostante la Consulta abbia più volte tacciato di incostituzionalità tale previsione. Niente da fare dunque per la reintroduzione delle preferenze, fortemente voluta da Fratelli d’Italia ma ostacolata dalla Lega. Altro elemento di continuità col “Rosatellum” è la soglia di sbarramento fissata al 3% dei voti, al di sotto della quale le liste non riescono a portare deputati e senatori in Parlamento.
L’iter legislativo della riforma elettorale — subito ribattezzata “Stabilicum” per la previsione del premio di maggioranza — è appena iniziato e le opposizioni sono già passate all’attacco, accusando le forze del centrodestra di non aver aperto un dialogo sulla questione. «All’opposizione non è stata fatta alcuna proposta, non c’è stato alcun confronto e non abbiamo visto alcun testo. Sembra che nella ridefinizione di una legge fondamentale come quella elettorale siano intenzionati ad agire come hanno fatto sulla riforma della giustizia: unilateralmente e con arroganza politica», ha dichiarato la segretaria del Partito Democratico Elly Schlein.
Il Pakistan bombarda l’Afghanistan: “è guerra aperta”
Dopo settimane di accuse e rappresaglie, torna a infiammarsi il confine tra Pakistan e Afghanistan. Nella notte le forze di sicurezza pakistane hanno lanciato un massiccio attacco aereo su una serie di obiettivi, a partire dalla capitale afghana Kabul, seguita dalla città di Kandahar e dalla provincia di Paktia. Decine di esplosioni avvertite, per un bilancio delle vittime ancora incerto. Il Pakistan rivendica l’uccisione di almeno 133 talebani, al culmine di un’escalation infiammatasi negli ultimi giorni, quando entrambi i Paesi hanno organizzato delle incursioni militari lungo il confine. L’ultimo attacco di Islamabad alza ora il tiro e allarga il conflitto anche alle aree interne. Il ministro della Difesa pakistano Khawaja Muhammad Asif ha dichiarato che «la pazienza è finita», definendo quella con l’Afghanistan ormai una «guerra aperta».
Decine di esplosioni, postazioni militari afghane distrutte e un bilancio delle vittime non ancora definito. L’attacco aereo sferrato dal Pakistan segna il punto più alto delle tensioni, almeno per quanto riguarda gli ultimi mesi. Si tratta infatti di un periodo segnato da un fitto scambio di accuse e attacchi: gli ultimi raid notturni fanno seguito a un’incursione militare realizzata ieri dalle forze di Kabul, scatenata a sua volta da un precedente attacco pakistano. Islamabad l’ha giustificato come una risposta a una serie di attentati suicidi avvenuti nei giorni scorsi. Pochi minuti fa il governo di Kabul ha rivendicato l’avvio di un’operazione terrestre lungo la Linea Durand, il confine con il Pakistan. L’ennesima controffensiva, per ora non confermata, avrebbe come obiettivo la cattura di diversi avamposti militari nemici, con i talebani che rivendicano già l’uccisione di decine di soldati pakistani. Nel frattempo sono arrivate le prime reazioni internazionali: Russia e Cina hanno invitato le parti a una de-escalation e al confronto diplomatico, mentre l’Iran si è offerto come mediatore di eventuali tavoli negoziali.
Il governo guidato da Shehbaz Sharif, che ora parla di «guerra aperta» con l’Afghanistan, accusa la controparte di tramare contro il Pakistan, coprendo gruppi estremisti con l’obiettivo di instaurare un califfato amico. In questa presunta operazione destabilizzante, Kabul coopererebbe con l’India, al punto da essere definita una sua colonia. Il Paese, nemico storico di Islamabad, viene accusato di essere il vero mandante degli attentati suicidi compiuti in Pakistan. A maggio dell’anno scorso le tensioni con Nuova Delhi sfociarono in una guerra lungo il confine, costata la vita a decine di civili.
Colloqui Iran-USA, a Ginevra segnali contrastanti: intesa ancora lontana
Progressi parziali ma distanze profonde nei colloqui tra Iran e Stati Uniti a Ginevra. Secondo fonti vicine a Washington, gli inviati di Donald Trump, Jared Kushner e Steve Witkoff, hanno posto condizioni rigide: smantellamento dei siti nucleari di Fordow, Natanz e Isfahan e consegna dell’uranio arricchito. Teheran, con il ministro Abbas Araghchi, parla invece di “intesa generale” su diversi punti. L’Oman, mediatore, annuncia nuovi incontri tecnici a Vienna con il coinvolgimento dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica. Ma restano nodi cruciali: l’Iran rifiuta di distruggere gli impianti e chiede la revoca totale delle sanzioni.









