Una campagna straordinaria dei Nas, svolta tra il 19 febbraio e il 22 marzo, ha evidenziato gravi criticità nelle mense ospedaliere e nei servizi di ristorazione sanitaria. Su 558 strutture controllate in tutta Italia, 238 sono risultate irregolari, pari al 42,7%. Le violazioni più frequenti riguardano carenze igienico-sanitarie, problemi strutturali, mancata applicazione delle procedure HACCP e irregolarità nella conservazione degli alimenti, con particolare attenzione alle diete per pazienti fragili. Le autorità hanno disposto sospensioni, sanzioni, sequestri di cibo non idoneo e, nei casi più gravi, denunce e chiusure di attività a rischio.
Il parlamento israeliano ha approvato la pena di morte per i detenuti palestinesi
Al via le esecuzioni dei prigionieri palestinesi: è stata approvata ieri in ultima lettura dal parlamento israeliano la legge che prevede la pena di morte per impiccagione per i palestinesi “colpevoli” di terrorismo in chiave anti-israeliana. Nonostante il termine “palestinese” non compaia mai esplicitamente, il provvedimento prevede infatti la condanna per chiunque uccida una persona nell’ambito di un atto di terrorismo finalizzato a colpire lo Stato di Israele o negarne l’esistenza. La pena di morte diventa inoltre la regola nei tribunali militari della Cisgiordania, dove solo in casi speciali i detenuti potranno ottenere al suo posto l’ergastolo. Erano anni che Ben Gvir e i membri di Potere Ebraico cercavano di far approvare questo provvedimento, che ora è diventato legge con 62 voti a favore alla Knesset (incluso quello di Netanyahu), 48 contrari e un’astensione.
Secondo la legge, i condannati a morte dovranno essere rinchiusi in un centro di detenzione separato, dove non saranno consentite visite se non da parte del personale autorizzato, e i colloqui con gli avvocati saranno ammessi solo tramite videoconferenza, mentre l’esecuzione dovrà essere eseguita entro 90 giorni dalla sentenza. La pena di morte potrà essere inoltre inflitta senza richiesta da parte della procura: non è necessaria l’unanimità, è sufficiente una maggioranza semplice. Il provvedimento sembra inoltre preparato appositamente per negare – o limitare fortemente – ai palestinesi ogni possibilità di grazia o appello. Per i detenuti processati nei tribunali civili di Israele, la pena di morte potrebbe essere commutata in ergastolo.
Poco prima dell’inizio della votazione, Ben Gvir ha tenuto un discorso infuocato dal podio, descrivendo la legge come un provvedimento atteso da tempo e un segno di forza e orgoglio nazionale. «Da oggi, ogni terrorista saprà, e il mondo intero saprà, che a chiunque tolga una vita lo Stato di Israele toglierà la vita», ha affermato. Quando la legge è stata approvata, l’aula è esplosa in un boato di gioia, con Ben Gvir che ha iniziato a distribuire bicchieri di champagne.
Domenica 29 marzo, Regno Unito, Francia, Germania e Italia avevano espresso una timida contrarietà a quanto stava accadendo, diffondendo una nota congiunta nella quale avevano espresso «profonda preoccupazione» per la legge e affermato che essa rischia di «minare gli impegni di Israele in materia di principi democratici». Dal canto suo, l’Autorità Palestinese ha definito il disegno di legge «un crimine di guerra contro il popolo palestinese», affermando che esso viola la Quarta Convenzione di Ginevra, «in particolare le tutele che essa garantisce alle persone e le garanzie di un processo equo».
Già in passato Amnesty International aveva esortato Israele ad abbandonare la legislazione sulla pena di morte, avvertendo che tali misure violerebbero il diritto internazionale e «rafforzerebbero ulteriormente il sistema di apartheid israeliano» nei confronti dei palestinesi. L’organizzazione per i diritti umani B’Tselem ha ricordato che il tasso di condanne per i palestinesi processati dai tribunali militari è pari a circa il 96%. «In molti casi, queste condanne si basano su “confessioni” ottenute mediante pressioni e torture durante gli interrogatori», ha affermato ieri in un comunicato stampa. Israele ha fortemente intensificato le sue violazioni nei confronti dei detenuti palestinesi dall’inizio della guerra nell’ottobre 2023: torture sistematiche inclusa fame forzata, violenze fisiche e sessuali, oltre alla negazione sistematica delle cure mediche sono la quotidianità nelle prigioni d’Israele, nell’inazione internazionale.
A tutte queste torture, che hanno portato alla morte di circa 100 detenuti palestinesi dall’inizio del genocidio a Gaza, si aggiunge ora la pena capitale. E mentre Ben Gvir esulta e distribuisce champagne, l’unica “democrazia” del Medio Oriente appare in tutta la sua miserabile realtà: uno Stato di apartheid, suprematista, razzista, e ora, assassino anche per legge.
Come l’ingresso in campo degli Houthi può cambiare la guerra all’Iran
La mattina del 28 marzo, Ansar Allah, il gruppo yemenita meglio noto con il nome di Houthi, ha scagliato il suo primo missile contro Israele dallo scoppio della nuova guerra del Golfo. Il movimento è stato categorico: le operazioni continueranno «fino a quando l’aggressione non cesserà su tutti i fronti di resistenza». La sua discesa in campo apre un nuovo fronte di guerra in Asia Occidentale: il coinvolgimento di Ansar Allah, rischia di allargare ulteriormente l’orizzonte del conflitto, costringendo a intervenire i Paesi del Golfo – prima fra tutti l’Arabia Saudita -, già impegnati a esercitare pressioni su Trump per spingerlo a intensificare gli attacchi su Teheran. Il pericolo più concreto è quello di una eventuale chiusura dello Stretto di Bab el Mandeb, sul Mar Rosso, che rischierebbe di trascinare forzatamente in guerra l’Unione Europea, ancora attiva nella zona con la missione militare Aspides.
La discesa in campo di Ansar Allah è stata a suo modo inaspettata: il gruppo arriva da un momento di crisi, con la rinnovata esplosione delle tensioni interne, un ridimensionamento dovuto alla campagna europeo-statunitense degli ultimi due anni e la precaria situazione con Riyad, con cui è in vigore un cessate il fuoco dal 2022. Centri di studio e analisti si sono interrogati a fondo sui motivi che avrebbero spinto Ansar Allah a entrare in guerra. Le ipotesi più concrete sono che: il movimento avesse già concordato con l’Iran di scendere in campo in un secondo momento; dopo un primo momento di incertezza, il gruppo abbia valutato che un’ipotetica sconfitta dell’Iran metterebbe a rischio la sua tenuta; Ansar Allah abbia maturato la decisione di rafforzare la posizione negoziale dell’Iran. La scelta, in ogni caso, sembra ben ponderata, così come l’obiettivo degli attacchi: l’International Crisis Group osserva che Ansar Allah «attaccando Israele e, finora, nessun altro, sta dimostrando la sua capacità evitando una rottura immediata dell’intesa raggiunta con Washington sul Mar Rosso»; la Chatham House osserva invece che «gli Houthi sono in una posizione migliore dell’Iran per minacciare le infrastrutture saudite e le basi militari occidentali nel Golfo».
Nonostante dimensioni e capacità relativamente ridotte, la milizia yemenita non va sottovalutata: Ansar Allah ha resistito ad anni di pressioni e aggressioni da parte dei maggiori potentati della Penisola Arabica e possiede le risorse per attaccare le infrastrutture critiche nella regione; a tutto ciò si aggiunge l’asso nella manica del gruppo, che controlla direttamente la parte nordoccidentale del Golfo di Aden e l’intero Stretto di Bab el Mandeb. Situato tra il Mar Rosso e l’Oceano Indiano (passando proprio per il Golfo di Aden), lo Stretto costituisce un importante snodo di passaggio per il commercio marittimo globale; l’ultima volta che Ansar Allah decise di chiuderlo in supporto alla Palestina – nel 2024 – il traffico globale sul Mar Rosso diminuì del 50%, e l’alleanza internazionale a guida USA scelse di agire direttamente, attaccandolo. Lo stesso anno, l’UE attivò la missione Aspides – a guida italiana – appositamente per contrastare le attività di Ansar Allah sul Mar Rosso. La missione comunitaria è ancora attiva, e dunque, se lo Stretto dovesse venire chiuso, l’UE verrebbe costretta a intervenire nel conflitto per garantire il traffico di navi dal passaggio.
L’importanza dello Stretto di Bab el Mandeb unitamente alla resilienza e alle capacità offensive di Ansar Allah rendono la sua entrata in guerra molto più significativa di quello che potrebbe sembrare, specie considerando gli ultimi sviluppi nei dialoghi tra le forze coinvolte nel conflitto. Negli ultimi giorni, numerosi quotidiani, agenzie di stampa, think tank, e analisti, hanno riportato che Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, le due principali potenze nella Penisola, starebbero premendo sugli USA per «finire il lavoro» in Iran, trovando l’appoggio della quasi totalità dei Paesi del Golfo – Oman escluso. Per quanto riguarda gli EAU, la notizia è stata confermata dallo stesso ambasciatore del Paese negli USA, che ha scritto un articolo di opinione per il Wall Street Journal, affermando senza mezzi termini che «un semplice cessate il fuoco non basta». Secondo l’ambasciatore, ci sarebbe «bisogno di una soluzione definitiva che affronti l’intera gamma di minacce iraniane». Secondo fonti del New York Times, anche il principe ereditario Mohammed bin Salman, «leader de facto dell’Arabia Saudita», avrebbe spinto Trump a intensificare la guerra all’Iran, «sostenendo che la campagna militare congiunta tra Stati Uniti e Israele rappresenta un’opportunità storica per rimodellare il Medio Oriente».
In generale, le ricostruzioni mediatiche che hanno preceduto l’attacco di Ansar Allah contro Israele, riportano che i Paesi del Golfo – inizialmente lontani dall’idea di prolungare il conflitto – si sarebbero accorti della precarietà delle loro economie, messe a rischio dalla ritorsione iraniana, e avrebbero iniziato a vedere sotto un’altra luce l’idea di smantellare il regime. Parallelamente, tra le medesimi Nazioni, sarebbe cresciuto il timore di un ritiro degli USA: «E se si limitasse a dichiarare vittoria?», scrive il quotidiano francese Le Monde, ipotizzando – facendo eco alle preoccupazioni dei Paesi del Golfo – uno scenario in cui Washington decida di ritirarsi dal conflitto limitandosi ad affermare trionfalmente di avere ottenuto tutti i risultati che cercavano, in pieno stile Trump. L’entrata in scena di Ansar Allah e la minaccia di bloccare Bab el Mandeb – rilanciata in via ufficiosa dall’agenzia di stampa iraniana Tasnim – potrebbero spingere gli USA a perseguire quest’ultima soluzione, invece di quella richiesta dai Paesi della Penisola.
L’incognita maggiore a tal riguardo resta l’Arabia Saudita, che con la discesa in campo di uno dei propri nemici regionali potrebbe decidere di emularlo, aumentando il rischio che il traffico sul Mar Rosso venga interrotto e scatenando al contempo una guerra totale su scala regionale. In ultima istanza, davanti a tale scenario, mancherebbe solo un’azione da parte dei gruppi di resistenza palestinesi, che potrebbero decidere di tentare il proverbiale “tutto per tutto”, combattendo al fianco di Teheran.
La Spagna ha chiuso lo spazio aereo ai mezzi USA coinvolti nella guerra in Iran
Non solo le basi militari: in una decisione che rappresenta al momento un unicum nel contesto europeo, la Spagna ha deciso di chiudere il proprio spazio aereo a tutti i mezzi degli Stati Uniti coinvolti nella guerra in Iran. La decisione arriva dopo che, pochi giorni fa, Madrid aveva già negato l’utilizzo delle basi di Rota e Moron, entrambe situate in Andalusia, ai mezzi USA coinvolti nella guerra. La decisione rappresenta solamente l’ultima delle iniziative che il governo spagnolo ha intrapreso per esprimere la piena contrarietà alla guerra lanciata da Washington e Israele in Medio Oriente – una posizione che ha già fatto infuriare Trump, il quale ha minacciato ritorsioni contro il governo socialista.
La notizia, anticipata dal quotidiano El Pais, è stata confermata dalla stessa ministra della Difesa, Margarita Robles, alla stampa: dopo aver sottolineato nuovamente che “non autorizzeremo, come detto fin dall’inizio, l’uso delle basi di Moròn e Rota per qualunque tipo di azione legata alla guerra in Iran”, Robles ha specificato che tale divieto include “l’utilizzo dello spazio aereo”. Si tratta di una guerra contro la quale la Spagna “è del tutto contraria”, in quanto “profondamente illegale e ingiusta”. Le basi e lo spazio aereo rimangono chiusi, dunque, a tutti i mezzi coinvolti nell’operazione Epic Fury, mentre saranno accessibili ai mezzi coinvolti in altre missioni. Per estensione, il divieto riguarda anche qualsiasi mezzo da rifornimento, inclusi quelli dislocati in Paesi terzi. L’unica eccezione riguarda le situazioni di emergenza, nelle quali sarà autorizzato l’atterraggio di un velivolo in difficoltà. La comunicazione, anticipata da Sanchez la scorsa settimana, è giunta a poche ore dalla notizia dell’uccisione in Medio Oriente di un membro della missione UNIFIL, originario dell’Indonesia, per la quale Robles ha espresso “forte preoccupazione”.
Sanchez aveva ribadito la posizione del proprio Paese all’indomani dell’inizio della guerra: “la posizione del governo di Spagna si riassume in tre parole: no alla guerra“. La chiusura delle basi di Rota e Moron aveva scatenato le ire di Trump, che ha minacciato di rompere le relazioni commerciali con il governo socialista e imporre un embargo al Paese iberico. Nonostante ciò, Madrid non ha fatto un passo indietro nelle proprie posizioni, mandando un segnale forte anche al resto dei governi UE e mostrando come sia possibile assumere posizioni non belliciste e soggette alle velleità imperialistiche di USA e Israele.
Dl Bollette, il governo pone la fiducia
Caso Epstein: nuove rivelazioni sulla connessione con Israele
«Sarebbe una risorsa preziosa per qualsiasi unità». Il 29 giugno 2011, Jeffrey Epstein scrive ad Anat Barak, figlia dell’ex primo ministro israeliano Ehud Barak, per raccomandare personalmente una giovane newyorkese di 18 anni, “Tali”, proponendola per l’ingresso in «una delle unità d’élite delle Forze di Difesa Israeliane». Nella mail, il finanziere ne sottolinea il profilo: «molto estroversa», dotata di «naturale leadership», già ammessa al Barnard College della Columbia University e con numerosi soggiorni in Israele alle spalle. Dietro quel nome si cela Talia Lefkowitz, figlia dell’avvocato Jay Lefkowitz, tra i protagonisti della trattativa che nel 2008 portò al controverso accordo di patteggiamento tra Epstein e il procuratore federale Alex Acosta.
Le e-mail mostrano come Epstein si rivolgesse direttamente a figure legate ai vertici politici israeliani per “sponsorizzare” la figlia del suo avvocato, descritta come perfetta per diventare «ambasciatrice di Israele in uno dei campus universitari più importanti del Paese, la Columbia». Qualche ora dopo il primo messaggio, Anat Barak risponde dicendo che Tali «sembra una ragazza fantastica» e promette al finanziere: «La contatterò e ci occuperemo di lei». Successivamente, la figlia dell’ex premier israeliano contatta direttamente Tali, spiegando che «Jeffrey Epstein mi ha parlato di te e dei tuoi piani di arruolarti nelle Forze di Difesa Israeliane quest’estate». Lo scambio di messaggi evidenzia un passaggio di mano tra élite, che trasforma una carriera militare in un dossier gestito dall’alto. Si tratta dell’ennesimo tassello che suggerisce l’esistenza di circuiti paralleli, in cui influenze private e interessi geopolitici si sovrappongono, lontano da ogni controllo democratico. Il caso evidenzia anche come Epstein fosse impegnato nelle attività di lobbying sionista negli Stati Uniti. In questo schema, la mobilità sociale non è più frutto di merito, ma di intercessioni invisibili, di reti relazionali che scavalcano le procedure ufficiali e che riguardano Tel Aviv. Più che il destino di una singola giovane, ciò che emerge è la normalizzazione di un meccanismo: l’accesso privilegiato come strumento geopolitico.
Interpellata dalla redazione di Greyzone, Talia Lefkowitz non ha risposto alle richieste di chiarimento sul suo rapporto con Jeffrey Epstein, ma il suo percorso evidenzia una traiettoria significativa: dopo aver servito come sergente in un’unità d’élite dei paracadutisti delle Forze di Difesa Israeliane, probabilmente la 35ª Brigata, coinvolta nelle operazioni a Khan Younes nel 2024, è emersa come attivista apertamente sionista durante gli studi al Barnard College. Ha scritto per testate come The Jerusalem Post e The Times of Israel, criticando ambienti universitari statunitensi, e si è distinta all’interno di Hillel International, di cui è stata anche membro del consiglio. In seguito, ha lavorato nel settore filantropico per organizzazioni impegnate nella promozione dell’identità ebraica e del sostegno a Israele, collaborando con la fondazione del finanziere ultra-sionista Paul Singer, la Paul E. Singer Foundation. Singer è stato uno dei principali finanziatori delle campagne presidenziali di Donald Trump e di Marco Rubio, e attualmente possiede la compagnia petrolifera venezuelana Citgo Petroleum. Oggi, Lefkowitz lavora come “consulente filantropica” per l’Areivim Philanthropic Group, che dichiara di voler «influenzare la prossima generazione di ebrei attraverso un’educazione ebraica, ebraica, sionista e israeliana, sia formale che esperienziale».
Il percorso individuale di Talia Lefkowitz si inserisce in un quadro più ampio che rafforza la vicinanza di Epstein a Israele. Oltre al ben noto rapporto con Ehud Barak, attraverso la sua fondazione il finanziere americano effettuò donazioni dirette a organizzazioni centrali dell’ecosistema israeliano, tra cui la Friends of the Israel Defense Forces (FIDF) – con un contributo esplicito a sostegno dell’IDF – e il Jewish National Fund (JNF), attivo anche nella gestione dei territori e negli insediamenti. Parallelamente, e-mail e atti giudiziari indicano il suo ruolo di intermediario in contatti di alto livello, incluso un incontro tra Benjamin Netanyahu e dirigenti di JPMorgan, in una fase cruciale legata al dossier energetico del giacimento Leviathan. Nel complesso, tutti questi elementi mostrano come Epstein operasse in qualità di nodo di connessione tra finanza internazionale, politica, intelligence e apparati strategici, e come abbia svolto il ruolo di facilitatore per le politiche di Tel Aviv.
I droni ucraini continuano ad invadere lo spazio aereo europeo
La guerra tra Ucraina e Russia, entrata nel suo quarto anno di ostilità, continua. Nei giorni scorsi Mosca ha lanciato un attacco con quasi mille droni — il numero più alto dall’inizio del conflitto — verso il territorio ucraino; Kiev non è stata da meno, ricorrendo a centinaia di veicoli aerei senza pilota. Alcuni di questi droni sono però esplosi non sul territorio russo, dove erano diretti, ma nei vicini Paesi baltici oltre che in Finlandia. L’invasione dello spazio aereo è stata ammessa dalle stesse autorità locali, che non hanno però posto freni all’escalation o limiti all’utilizzo del proprio territorio, a tutela dell’incolumità dei cittadini. Di fronte alle esplosioni e ai danni dei droni ucraini, i Paesi coinvolti hanno preferito addossare colpe e responsabilità alla Russia, riprendendo le proteste passate contro le violazioni dello spazio aereo europeo da parte di Mosca. «Questo non è un incidente locale — ha detto la premier lituana Inga Ruginiene — ma fa parte di un quadro di sicurezza più ampio. L’aggressione russa contro l’Ucraina crea ulteriori rischi per l’intera regione».
Nella notte tra martedì e mercoledì Kiev ha sferrato l’attacco con droni più vasto degli ultimi quattro anni. Dal Cremlino fanno sapere di aver intercettato 389 droni su diverse regioni. Segnalato un impatto sul porto di Ust-Luga, terminale russo per l’esportazione di petrolio, grano, carbone e fertilizzanti. Ust-Luga si trova a qualche chilometro dal confine con l’Estonia, dove è esploso uno dei droni ucraini diretti in Russia, colpendo la centrale elettrica di Auvere. Come l’Estonia, anche la Lettonia aveva subito qualche giorno prima l’invasione del proprio spazio aereo da parte di Kiev. Lunedì scorso le forze armate hanno monitorato la traiettoria di un drone abbattutosi su un lago ghiacciato, a circa 20km dal confine con la Bielorussia. Secondo il governo lettone, il lancio sarebbe avvenuto durante un attacco al Porto di Primorsk, altro importante terminale russo sul Baltico.
I droni ucraini sono arrivati anche più a nord, in Finlandia. «Domenica mattina — ha dichiarato il Ministero della Difesa — sono stati osservati nello spazio aereo finlandese alcuni oggetti lenti a bassa quota», schiantatisi poi nei pressi di Kouvola. A seguito delle prime indagini, l’aeronautica ha potuto confermare che uno dei due droni caduti fosse un AN196-Lyuti ucraino. Si tratta di un veicolo aereo capace di volare per circa mille chilometri, trasportando testate fino a 75 chili. Nel commentare la notizia, il primo ministro finlandese Petteri Orpo ha dichiarato che Kiev ha effettuato diversi attacchi in Russia, lungo il vasto confine con la Finlandia. In un primo momento, Orpo aveva detto di star «prendendo la questione molto seriamente». Una volta confermata la provenienza ucraina, il premier ha usato toni diversi, concentrandosi sulle cause dell’incidente. Secondo Orpo, il disturbo dei segnali da parte di Mosca avrebbe causato un’interferenza coi veicoli, facendoli precipitare nel territorio finlandese.
Il tono usato da Petteri Orpo è in linea con quello dei colleghi baltici, che di fronte all’invasione dello spazio aereo — conclusasi senza feriti — non hanno opposto la minima resistenza. A partire dalla condanna dell’utilizzo del proprio territorio per attività belliche, che tra impatti ed esplosioni espone la popolazione civile a gravi pericoli.
Perugia, progettava strage a scuola: arrestato 17enne
Un 17enne di Pescara, residente a Perugia, è stato arrestato dai carabinieri del Ros per aver pianificato una strage scolastica. Nei suoi confronti, la Procura dei minori dell’Aquila contesta anche propaganda e istigazione a delinquere per motivi razziali, etnici e religiosi, oltre a detenzione di materiale con finalità terroristica. Il ragazzo seguiva un gruppo Telegram legato alla supremazia della “razza ariana” e cercava manuali per fabbricare armi, ordigni chimici e batteriologici, comprese armi 3D e Tatp. L’operazione del Ros ha interessato Abruzzo, Emilia Romagna, Umbria e Toscana, sequestrando documenti e vademecum per atti terroristici e sabotaggi.










