lunedì 9 Febbraio 2026
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Una società in cammino

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I have a dream. Ho fatto anch’io un sogno: ognuno di noi insegue qualcosa anche senza volerlo esplicitamente.

Ci si perdeva tra la folla, si seguiva una strada ma senza meta, la guida era un pensiero di fresca, anche un po’ gelida libertà, l’imperativo di un ‘non so dove’ che calpestavo passo dopo passo cantando dentro di me. Vivevo quell’«ora qui», l’«hic et nunc» degli Antichi.

Come una preghiera con cui non chiedi nulla per te ma qualcosa per il mondo intero, in cui ci si possa riconoscere, per andare avanti, come quella gente in marcia, in corteo.

Il canto stesso della vita che alternativamente è solitario e corale, mentale e musicale, il mio, il tuo, il nostro esserci che ci rende innamorati dello stesso palcoscenico, questa strada stipata che però non è un concerto, non è uno stadio, non è una coda in autostrada. È invece un io tu lei lui di cui sappiamo poco, e nemmeno forse quello che ci unisce.

Camminare, andare insieme ha anche una sua filosofia, produce una e molte vicinanze, ci rende tutto più familiare. Frédéric Gros, così scrive nel suo libro Andare a piedi ( RCS 2025): «Nella marcia…rivivo la condizione terrestre dell’uomo, incarnò di nuovo la sua povertà innata, essenziale… C’è dunque una sorta di fierezza nella marcia: siamo in piedi… La marcia promuove un’ideale di autonomia».

Pellegrinaggio urbano, una flânerie di massa, ad essere colti, le case che ribaltano fuori noi tutti, quelli di sei anni fa isolati per forza e quei piccini persino che allora non c’erano ancora.

Incontriamo chiunque e tutti sono onde-pensiero con i propri visi e le proprie espressioni, non chiediamo niente di nuovo, sono sempre quelle pretese arcane di parlarci invece che urlare, di capire prima di obbedire, di stare a sentire i bambini e i vecchi, quelli del non ancora e del non più, esclusi perché non produttivi anche se pur sempre consumatori.

Ma anche nel mio sogno l’irrazionale si prende inesorabile la sua parte. Ogni tanto qualche pazzo con l’auto va fatto passare perché non gli garba tutta questa gente in coda e vorrebbe travolgerla. Va bene, stiamo attenti!

Camminiamo, parliamo, molti hanno cominciato a urlare, qualcuno canta ma sembra stonato, perfino inutile. Il silenzio farebbe più rumore. Noi ci sentiamo maggioranza silenziosa ma questa volta siamo in strada, non più barricati in casa pieni di paura.

Sono sempre un poeta, nella folla e nel sogno. Sento che risuonano in me i versi delle “barricate misteriose” di Silvia Bre: «Ecco che piove,/come se da lontano un cuore astrale/lasciasse andare ogni ragionamento,/e noi sentiamo scorrere il minuto/che ricompone il mondo in un pensiero -/ed è il tempo di un bacio, di un saluto./Di tali cose l’esistenza ha amore».

Risveglio davvero amaro. Qualcosa, qualcuno interrompe, squarcia il tendone del palcoscenico nel solito flutto di sangue, squarcia la pace di una semplice verità che da sola non riesce a farsi notare.

Aveva ragione Pasolini: un poliziotto picchiato e picchiato con violenza e cattiveria vale molto di più di una qualsiasi altra persona. Sembra un mezzo suicidio. Ci siamo infatti anche noi dentro di lui: noi vorremmo che le barricate svanissero con giuste parole, con ascolti pazienti, vorremmo tenere separati controllo e aggressione, difendere le mille idee di una civiltà.

Decidere spetta a chi governa, ma decidere perché qualsiasi corteo, qualsiasi dissenso non riesca a diventare un reato. Perché la violenza, comunque sia, sempre, in ogni caso, darà ragione all’oppressione.

Referendum, ok della Cassazione alla modifica voluta da 500mila cittadini: cosa cambia ora

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La corsa al referendum sulla giustizia è ancora lunga. Un nuovo quesito, proposto da un comitato di 15 cittadini capace di raggiungere le 500mila firme in poche settimane, è stato approvato dall’Ufficio centrale per il referendum della Cassazione. La differenza sostanziale rispetto al quesito dei parlamentari sta nell’indicazione dei sette articoli della Costituzione che cambierebbero con la vittoria del sì. Una precisazione non da poco che, secondo la Corte di Cassazione, aumenterebbe la partecipazione consapevole tra i cittadini in vista del voto. L’intervento a posteriori dei giudici ha configurato una casistica inedita, che apre ora a diversi scenari, compreso il cambio di data. Nel frattempo il governo ha convocato con urgenza un Consiglio dei ministri che tra poche ore dovrebbe fornire qualche dettaglio in più sul futuro del referendum.

Quando una settimana fa il TAR Lazio ha respinto il ricorso presentato da un comitato di 15 cittadini per un cambio di data del referendum, la partita intorno a quest’ultima sembrava avviatasi verso la sua battuta finale, allo scontro sempre più risicato tra il fronte del sì e quello del no. Usciti dalla porta, i cittadini sono rientrati presto dalla finestra: la Cassazione ha dichiarato legittimo il quesito da loro presentato poco prima di Natale, che si affianca così a quello già approvato dai parlamentari. Secondo i giudici, infatti, la precedente ordinanza che approvava il referendum dei parlamentari non ha esaurito la facoltà di altri soggetti di formulare altri quesiti sul tema. L’intervento cittadino “corregge” quello politico, adempiendo agli obblighi della legge n. 352 del 1970 e specificando dunque gli articoli interessati da un’eventuale vittoria del sì, cosa che il quesito dei parlamentari non faceva.

Adesso la palla passa nuovamente a Palazzo Chigi. La modifica del testo referendario a campagna già avviata rappresenta un unicum per l’Italia, che apre ora a diversi scenari e interpretazioni. Gli stessi giuristi si dividono su ciò che accadrà: secondo Stefano Ceccanti, docente di diritto ed ex parlamentare, la data del referendum non dovrebbe cambiare poiché già indetta per decreto, mentre verrebbe soltanto aggiornato il quesito. Per il professore emerito Michele Ainis, invece, appare probabile il cambio di data: «nel quesito proposto dal governo certamente non erano indicati gli articoli della Costituzione allo scopo di rendere più semplice la comprensione del quesito stesso. Ma se a questo punto la Cassazione, tornando sui suoi passi dopo aver approvato il precedente quesito ha stabilito che occorre rimodularlo, non c’è dubbio che slitti la data delle votazioni, perché quella data è incorporata nel decreto. Penso che possa e che debba slittare. Se questo non avverrà sarà possibile sollevare, da parte del comitato per le 500mila firme, un conflitto di attribuzione davanti alla Consulta».

Se il Consiglio dei Ministri convocato con urgenza per mezzogiorno dovesse optare per una nuova data, la prima utile risulterebbe quella del 29-30 marzo, una settimana dopo la previsione attuale. L’alternativa, tenendo conto delle festività, sarebbe il 12-13 aprile. Il campo delle ipotesi dovrebbe ad ogni modo essere sgomberato nelle prossime ore, sbrogliando la matassa giuridica venutasi a creare.

Aggiornamento ore 13.25: Non cambia la data del referendum: il Consiglio dei ministri, secondo quanto si apprende, ha infatti deciso di confermare la consultazione per il 22 e 23 marzo, integrando però il quesito con gli articoli della Costituzione che vengono modificati dalla riforma della Giustizia che contiene la separazione delle carriere.

Trump firma ordine esecutivo su dazi a Paesi che commerciano con l’Iran

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Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha firmato un ordine esecutivo che consente l’imposizione di dazi aggiuntivi, fino al 25%, sulle merci importate da Paesi che acquistano beni o servizi dall’Iran. La misura punta a colpire indirettamente Teheran, estendendo le sanzioni anche ai suoi partner commerciali. L’amministrazione statunitense ha inoltre deciso di prorogare lo stato di emergenza nazionale già in vigore, ritenuto necessario per giustificare ulteriori misure economiche. Secondo la Casa Bianca, le politiche dell’Iran continuano a rappresentare una minaccia straordinaria per la sicurezza nazionale, la politica estera e l’economia degli Stati Uniti.

Militarizzazione, prezzi alle stelle e biglietti invenduti: iniziano le Olimpiadi

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Tra pochi minuti la cerimonia d’apertura suggellerà l’inizio delle Olimpiadi Milano-Cortina, segnate da militarizzazione, prezzi alle stelle e biglietti invenduti. Fino a due giorni fa risultavano ad esempio scoperti migliaia di seggiolini dello Stadio San Siro, dove si svolgerà parte della cerimonia. Gli organizzatori sono dunque corsi ai ripari, tra ribassi e offerte del 2×1 tipiche dei saldi invernali, cui si aggiungono i biglietti regalati a sponsor e politici. L’invenduto si palesa come una costante, che dall’evento inaugurale intreccia il cartellone dei prossimi giorni, per un totale di 1,2 milioni di biglietti staccati su 1,5 milioni stimati. L’Associazione italiana gestori affitti brevi riporta intanto che il dato delle case occupate è il peggiore degli ultimi 11 anni, lanciando l’allarme del flop turistico. Cortina e Milano risultano comunque altamente militarizzate, con uno schieramento di 6mila agenti italiani, cui vanno aggiunti quelli stranieri a seguito delle varie delegazioni.

4 categorie di posti a sedere, coi prezzi via via decrescenti all’allontanarsi dal prato di San Siro: questa la decisione della Fondazione Milano-Cortina (MICO), che per un biglietto di categoria A è arrivata a chiedere 2.026 euro. A seguire, 1.400 euro per la categoria B e la metà per quella C. Chiudono i 260 euro della “popolare” categoria D, corrispondente al terzo anello dello stadio. I circa 10mila biglietti invenduti a due giorni dalla cerimonia d’apertura avrebbero fatto allarmare gli organizzatori, che hanno così deciso di lanciare l’offerta del “compri 2 e paghi 1” ai minori di 26 anni intenzionati ad aggiudicarsi un posto nel terzo anello milanese. Una scelta dell’ultimo minuto che ha provocato non pochi malumori tra coloro che avevano comprato il biglietto a prezzo pieno.

Sempre nell’ottica del riempimento dello stadio, gli organizzatori avevano precedentemente messo in campo due strategie: vendere ai volontari fino a un massimo di quattro biglietti a testa, al prezzo singolo di 26 euro, e distribuire pacchetti di posti a sedere a sponsor e politici, come i consiglieri comunali di Milano. Ammonterebbero a circa 300mila i tagliandi destinati agli sponsor per l’interezza dei Giochi olimpici, che si aggiungono ai 900mila venduti sulla piattaforma ufficiale. Ciò restituisce un totale di 1,2 milioni di biglietti, il 20% in meno rispetto all’obiettivo iniziale fissato a 1,5 milioni.

Il tema dell’invenduto si rispecchia nella denuncia dell’Associazione italiana gestori affitti brevi, che al posto del boom turistico sperato si è ritrovata il tasso di occupazione delle case peggiore degli ultimi 11 anni. I proprietari puntano il dito contro il costo elevato dei biglietti per le gare delle Olimpiadi, denunciando una scarsa domanda di alloggi a fronte di un’offerta elevata. Nel frattempo c’è chi tenta il colpo grosso, arrivando a chiedere fino a 180mila euro per due settimane a Milano.

Il flop turistico delle Olimpiadi Milano-Cortina — quelle dagli ecosistemi stravolti, costi infiniti e opere rimaste incomplete — non ne ha intaccato la militarizzazione, per un dispiegamento di 6mila agenti italiani cui si aggiungono quelli stranieri arrivati a seguito delle varie delegazioni. Fa ancora discutere il caso ICE, al centro di un rimpallo che si protrae da giorni all’interno della politica italiana nonché tra quest’ultima e quella americana. Nelle scorse ore, infatti, la responsabile della Sicurezza e dei Servizi della delegazione statunitense, Nicole Deal, ha smentito la presenza dell’ICE in Italia, sconfessando la versione di Matteo Piantedosi. Due giorni fa il Ministro dell’Interno aveva confermato l’arrivo degli agenti USA, privati però delle «attività operative di polizia».

Ieri, mentre la Fiamma olimpica girava per Milano, centinaia di manifestanti hanno inscenato una protesta contro l’ICE e la partecipazione di Israele alle Olimpiadi. Il fine settimana vedrà l’organizzazione delle Utopiadi al Palasharp occupato, per una tre giorni di sport popolare che intende sfidare i riflettori delle Olimpiadi Milano-Cortina. «Contestiamo la militarizzazione delle città per eventi che hanno come solo scopo la privatizzazione di essa», scrivono i promotori, concentrando l’attenzione sulle conseguenze a corto raggio della militarizzazione, tra traffico e quartieri paralizzati, scuole chiuse, espulsione degli indigenti. «In una città che dà priorità al lusso e al profitto, che spinge ai margini chi la abita creando posto solo per i loro standard di ricchezza, ci schieriamo dalla parte degli espulsi e degli indesiderati, perché è lì che stiamo». Soltanto nelle ultime 48 ore due senza tetto sono stati stroncati dal freddo a Milano, portando a 6 il bilancio di morti da inizio anno, mentre la città era impegnata a spolverare le sue vetrine migliori in attesa del grande evento internazionale.

UE: presentato 20° pacchetto di sanzioni alla Russia

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La Commissione europea ha presentato il 20° pacchetto di sanzioni alla Russia. Sulla scia di quanto fatto con le precedenti 19, la misura intende colpire i settori russi dell’energia, dei servizi finanziari e del commercio. La novità è lo “strumento anti-elusione”, con l’obiettivo di «impedire che prodotti sensibili raggiungano la Russia», ha detto l’Alta Rappresentante dell’UE Kaja Kallas. La proposta passa ora al vaglio del Consiglio dell’Unione europea, che la discuterà la prossima settimana.

I mondiali fantasma di Cortina ’41: quando Hitler e Mussolini si misero gli sci

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Bandiere con la croce uncinata del Terzo Reich che sventolano, anzi garriscono ovunque, tra le vie di Cortina e le piste da sci, come se ci fosse sullo sfondo la Porta di Brandeburgo, invece del massiccio delle Tofane. Militari in divisa, tedeschi e italiani, che passeggiano e si mescolano ai civili. Senza fucili, disarmati: anzi, festosamente coinvolti dal clima sereno. E poi cerimonie di premiazione di atleti che salutano col braccio teso, tra soldati che sfilano a passo dell'oca, con un gigantesco ritratto di Mussolini proprio sopra al palco d'onore. Nel febbraio del 1941 la Seconda Guerra ...

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La Global Flotilla torna ancora più grande: 100 barche e 2 convogli di terra per rompere l’assedio di Gaza

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La nave della Freedom Flotilla al largo di Catania

La Global Sumud Flotilla tornerà a sfidare il blocco israeliano sulla Striscia di Gaza. Più di 100 barche cercheranno di raggiungere la Palestina via mare, mentre due convogli daranno manforte via terra. Migliaia di persone mobilitate, tutte con un unico obiettivo: raggiungere Gaza e rompere l’isolamento e l’assedio che proseguono nel silenzio internazionale dopo l’inizio della “tregua”. La nuova missione dal basso per Gaza è stata annunciata ieri a Johannesburg, in Sudafrica: partirà in primavera e sarà la più grande missione civile mai organizzata per portare solidarietà alla popolazione palestinese. «Il 29 marzo partiremo da Barcellona, e poi a scaglioni ci saranno altre partenze: dalla Tunisia, dall’Italia e da altri porti del Mediterraneo», annuncia a L’Indipendente Maria Elena Delia, portavoce italiana della Global Sumud Flotilla.

La scorsa missione della Flotilla, fermata brutalmente da Israele, aveva visto la partecipazione di 43 imbarcazioni con circa 500 attivisti da 44 Paesi diretti verso le coste di Gaza, in quella che era la prima iniziativa internazionale di massa portata avanti dalla società civile. «Questa volta saremo più di 100 barche, di cui due molto grandi: una completamente dedicata a medici e personale sanitario, con un migliaio di persone a bordo; e l’altra con circa 300 tra educatori e operai edili», afferma Delia.

Questa volta, in concomitanza con la navigazione delle barche, ci saranno anche due convogli di terra. «Uno attraverserà il Maghreb: partirà dall’Algeria e attraverserà la Tunisia e la Libia, per raggiungere l’Egitto. L’altro invece partirà dall’Asia orientale. Saranno convogli con centinaia di mezzi – camion e auto – che cercheranno di arrivare al valico di Rafah».

Anche sulle barche ci saranno aiuti materiali per la popolazione di Gaza, con la volontà di «aprire un corridoio umanitario permanente che, di fatto, non è stato riaperto». La portavoce sottolinea infatti che, nonostante si parli di “Fase due”, i valichi d’accesso a Gaza, tra cui Rafah, restano semi-chiusi e non permettono un afflusso sufficiente di aiuti in quella che è una «crisi umanitaria indotta dal governo israeliano». L’obiettivo politico, dice Delia, resta lo stesso: «rompere l’assedio di Gaza e il blocco navale illegale che continua a esistere». Sulla Striscia, infatti, i bombardamenti israeliani non si sono mai fermati: sono oltre 570 i morti palestinesi e 1.500 i feriti dall’inizio del cessate il fuoco di ottobre. Il valico di Rafah, riaperto solo pochi giorni fa, permette a pochissime persone di uscire ed entrare, mentre sono decine di migliaia quelle che necessitano cure all’estero o che vogliono tornare a Gaza.

«L’indifferenza e l’inazione dei governi testimoniano un comportamento vergognoso e complice, frutto di scelte di campo chiaramente guidate da interessi economici e politici. Noi, come società civile, parte di questo movimento creato dal basso, abbiamo scelto di non rimanere fermi e silenti». Anche se l’intensità dei bombardamenti è diminuita, dice Delia, «Gaza continua a essere sotto assedio, la Palestina continua a essere occupata, gli insediamenti illegali continuano a esistere e ad allargarsi in Cisgiordania… la Palestina continua a dover essere liberata», conclude.

In primavera ci sarà anche la nuova partenza delle Thousand Madleens e della Freedom Flotilla Coalition, gli altri due movimenti internazionali che via mare cercano di rompere l’assedio di Gaza. «Dobbiamo continuare ad agire, a fare pressione, dentro i nostri Paesi così come alle coste della Striscia, affinché il genocidio finisca e la Palestina possa finalmente essere libera», dice Andrea Usala, uno dei rappresentanti delle Thousand Madleens Italia a L’Indipendente. «Intanto, a Genova, dal 18 al 22 febbraio, come Thousand Madleens stiamo organizzando un training con focus sul Mediterraneo politico, sulla resistenza in mare, sulla prossima missione della Flotilla: sarà aperto a diversi movimenti di resistenza. Ci sarà anche un concerto e un congresso tra le realtà che noi chiamiamo la “resistenza a terra”», continua Usala. «Quello che stiamo vedendo nell’ultimo periodo in Italia è semplicemente l’inizio di una repressione studiata, sintomo di un governo succube dell’amministrazione Trump. Le Flotilla ci devono ricordare che, se vogliamo cambiare le cose, dobbiamo farlo da qui, dai Paesi occidentali complici. Anche questo è il senso del training», conclude il portavoce, invitando a tenere alta l’attenzione e a essere pronti a future mobilitazioni. «Speriamo con tutto il cuore che la missione in primavera sia l’ultima».

Oman: si sono conclusi i primi colloqui tra Iran e USA

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Si è svolta in Oman una prima giornata negoziale tra Iran e Stati Uniti, composta da due turni di colloqui indiretti. Teheran e Washington hanno consegnato al ministro degli Esteri dell’Oman, Badr Al Busaidi, le rispettive proposte per procedere e giungere a un accordo. Il dossier più importante resta lo sviluppo del programma nucleare iraniano. Il ministero degli Esteri dell’Oman afferma in un comunicato che i colloqui si sono concentrati sulla creazione «di condizioni adeguate per la ripresa dei negoziati diplomatici».

L'”inverno cripto” colpisce anche il Bitcoin

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Che il settore blockchain sia un terreno ad alto rischio è ormai evidente. Il Bitcoin, tuttavia, aveva costruito negli anni un’aura di relativa solidità, riuscendo a imporsi come riferimento del comparto e a catalizzare un grado di fiducia che nessun’altra criptovaluta era riuscita a eguagliare. L’attuale scenario geopolitico, segnato da tensioni crescenti e da un’incertezza globale che si riflette su ogni mercato, ha tuttavia incrinato anche questa narrazione. Dal picco del 6 ottobre, il Bitcoin ha imboccato una traiettoria discendente rapidissima, con un crollo che ha bruciato un valore stimato di circa 1.200 miliardi di dollari, riportando al centro del dibattito la fragilità strutturale di un ecosistema che continua a essere vulnerabile agli shock esterni.

Solamente nella giornata di ieri, giovedì 5 febbraio, la criptovaluta ha perso circa il 10% del valore di mercato, proseguendo una tendenza ribassista che si trascina ormai da mesi e che ha riportato le quotazioni ai livelli precedenti all’insediamento di Donald Trump alla Casa Bianca nel 2024. L’elezione del presidente aveva inizialmente alimentato un forte ottimismo nei confronti dell’intero settore, complice una retorica apertamente favorevole alle criptovalute, la quale potrebbe essere stata influenzata sia dagli interessi della sua famiglia nel comparto, sia dalla vicinanza di alcuni membri della sua cerchia a figure di primo piano dell’industria. Tra queste, Changpeng Zhao, fondatore di Binance, condannato nel 2024 per violazioni legate al riciclaggio e sanzionato con una multa da 4,8 miliardi di dollari. Zhao ha scontato una pena detentiva di quattro mesi negli Stati Uniti, tuttavia la sua posizione legale è tornata al centro dell’attenzione dopo la grazia concessa lo scorso ottobre dallo stesso presidente Trump.

Questi presupposti fortunati non sono però riusciti a compensare il prepotente impatto delle turbolenze globali. Gli investitori stanno, alla ricerca di sicurezza, stanno abbandonando gli asset ad alta volatilità per rifugiarsi in beni percepiti come più sicuri. Per avere un ordine di grandezza, secondo dati citati da Business Insider, nell’ultimo anno l’oro ha messo a segno un incremento del 70%, mentre l’argento è arrivato addirittura a toccare il 160%. A complicare ulteriormente il quadro è intervenuta anche la recente nomina di Kevin Warsh alla guida della Federal Reserve: molti osservatori ritengono che il suo avvento possa preludere a un approccio più severo nei confronti dell’ecosistema blockchain, alimentando ulteriori incertezze sul futuro del settore.

In questa fase, le criptovalute stanno iniziando a risentire anche della concorrenza esercitata dalle tecnologie di intelligenza artificiale, la nuova “big thing” capace di attirare capitali speculativi, investitori privati, data center e talenti ingegneristici. Una migrazione che, a sua volta, sta progressivamente svuotando quelle comunità online che avevano trasformato il mondo crypto in un fenomeno identitario di aggregazione e che lo alimentavano con il furore della loro fede. Parallelamente, l’ultima serie di documenti resi pubblici dal Dipartimento di Giustizia statunitense, nell’ambito delle indagini sul giro di abusi legato a Jeffrey Epstein, emergono infatti diversi legami – diretti e potenziali – tra Epstein e la promozione della criptovaluta. 

Nello specifico, è emerso che nel 2014 Epstein ha investito nella piattaforma di scambio Coinbase e che, tra il 2002 e il 2017, ha sostenuto direttamente le attività del MIT legate alle valute digitali, convogliando 850,.000 dollari verso il Massachusetts Institute of Technology. Non sorprende che un soggetto attivo nei paradisi fiscali e coinvolto in un vasto giro di sfruttamento minorile potesse guardare con interesse a un sistema finanziario parallelo e indipendente da quello offerto dalle banche centralizzate. Ciononostante, la rivelazione ha messo in forte imbarazzo alcuni dei membri più idealisti dell’area libertaria, i quali non hanno affatto gradito lo scoprire un simile retaggio all’interno della storia del Bitcoin.

L’immagine simbolo del poliziotto ferito a Torino è stata rielaborata con l’IA

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Un poliziotto in ginocchio sull’asfalto bagnato, il corpo piegato in avanti e sorretto da un collega che si china per aiutarlo. Uno indossa ancora il casco, l’altro ha il volto scoperto e teso; una mano cerca appoggio sulla spalla per sostenete il collega ferito. La scena è isolata dal buio della notte, illuminata da luci artificiali che ne accentuano il carico emotivo. Così si presenta la fotografia pubblicata dalla Polizia di Stato il 1° febbraio su X, a corredo della comunicazione sugli scontri avvenuti a Torino durante la manifestazione a sostegno di Askatasuna del giorno precedente. Lo scatto, divenuto virale sui social e sui media, si è imposto come immagine simbolo della violenza subita dalle forze dell’ordine. Tuttavia, un’analisi più attenta mostra che si tratta di una immagine modificata con l’utilizzo dell’intelligenza artificiale. L’immagine, tra l’altro, non collima con altri materiali originali dello stesso istante diffusi dai profili social del partito di maggioranza, Fratelli dItalia, e da diversi media e agenzie di stampa.

L’immagine è stata sottoposta dalla nostra redazione a diversi strumenti di rilevamento di contenuti generati o modificati con intelligenza artificiale. I risultati non sono identici, ma convergono tutti su un punto: la fotografia mostra una percentuale significativa di intervento AI, variabile dal 32% fino a oltre il 99% a seconda del detector utilizzato. La variabilità delle percentuali è spiegabile dal fatto che la base dell’immagine è reale, ma lo scatto è stato successivamente rigenerato tramite intelligenza artificiale per aumentarne la risoluzione e accentuarne l’effetto drammatico. Non si tratta, quindi, di un’immagine interamente costruita, bensì di un frame estratto da un video autentico dell’assalto al poliziotto e poi rielaborato con strumenti di AI generativa. L’intervento ha evidentemente migliorato nitidezza e definizione, puntando soprattutto a rafforzarne l’impatto emotivo. Ma non solo, ha anche modificato in maniera sostanziale la fotografia.

A sinistra, l’immagine originale del poliziotto ferito durante gli scontri avvenuti sabato a Torino, e a destra, la stessa foto rielaborata con l’utilizzo dell’intelligenza artificiale come è stata pubblicata sul profilo della Polizia di Stato

Il confronto diretto tra il video degli scontri e la foto diffusa sui social istituzionali rivela numerose incongruenze visibili a occhio nudo, difficilmente spiegabili con una semplice differenza di angolazione. Nel video originale il poliziotto indossa una maschera antigas e impugna uno scudo antisommossa; nella foto postata dalla Polizia di Stato, questi elementi scompaiono o vengono trasformati. Il volto, coperto nel filmato, appare invece visibile e, dunque, ricostruito, con artefatti grafici tipici del “riempimento generativo” utilizzato da software AI. Anche lo sfondo cambia: una vettura visibile nel video sparisce, la pavimentazione non coincide, le fonti di luce risultano incoerenti. Le texture dei pantaloni e dei guanti mostrano una morbidezza innaturale, le scritte “Polizia” risultano deformate, le pieghe dei tessuti sembrano ridisegnate. Tutti segnali noti a chi lavora con immagini AI: quando l’algoritmo “immagina” ciò che non vede, crea una scena plausibile, ma non vera. Il risultato è una foto più pulita, più drammatica, ma anche meno fedele alla realtà.

L’analisi porta a una conclusione chiara: con altissima probabilità l’immagine diffusa dalla Polizia di Stato è il prodotto finale di una catena di rielaborazioni AI, partite da un video reale – che nessuno contesta – ma spinte progressivamente verso una rappresentazione emotivamente più efficace. In questo processo, il volto ricostruito e la postura “iconica” del poliziotto diventano centrali: l’AI colma ciò che la realtà non mostrava abbastanza chiaramente, aggiungendo un livello di empatia visiva. Il problema non è tecnologico, ma comunicativo.

Non è la prima volta in cui sull’account Instagram della Polizia di Stato vengono pubblicati contenuti evidentemente generati con intelligenza artificiale, segno di un uso ormai abituale di questi strumenti nella comunicazione social.

Si potrebbe obiettare, e non a torto, che si tratta di modifiche di poco conto, che non cambiano la sostanza dell’immagine né quello che rappresenta. Tuttavia, in un’era in cui la distinzione tra reale e falso si fa sempre più labile e l’uso dell’IA a fini propagandistici entra nella quotidianità, appare doveroso che le istituzioni dello Stato facciano un uso responsabile delle nuove tecnologie. Che la polizia di Stato, a qualsiasi fine, modifichi contenuti in suo possesso tramite l’uso dell’intelligenza artificiale e li divulghi senza comunicarne l’alterazione è certamente un possibile motivo d’allarme rispetto alla poca trasparenza, o quantomeno alla superficialità con cui queste operazioni possono essere svolte anche da parte dello Stato. In un’epoca in cui le immagini influenzano il dibattito pubblico, la trasparenza resta una responsabilità istituzionale.