Il Comune di Milano ha avviato la seconda fase del Piano straordinario per la casa, individuando cinque aree cittadine destinate alla realizzazione di circa 3.500 nuovi alloggi. I primi bandi sono attesi a partire da febbraio, mentre l’assegnazione definitiva dei siti è prevista tra la fine del 2026 e l’inizio del 2027. L’intervento riguarda complessivamente poco meno di 200mila metri quadrati di superficie edificabile e rappresenta una parte del traguardo più ampio di 10mila abitazioni annunciato dall’amministrazione nell’autunno del 2024.
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Il parlamento norvegese ha approvato un piano di acquisto da 2 miliardi di dollari rivolto all’acquisizione di artiglieria a lungo raggio. Lo scopo dichiarato del piano è quello di rafforzare la deterrenza del Paese contro la Russia nell’Artico. «Si tratta di armi che possono arrivare molto oltre le linee nemiche», ha dichiarato al parlamento il portavoce dell’opposizione in materia di difesa; «è un elemento decisivo nella guerra moderna». Il piano di preciso prevede l’acquisizione di 16 piattaforme di lancio. Non è ancora chiaro chi si sia assicurato il contratto di fornitura dell’attrezzatura; secondo fonti citate da quotidiani internazionali, il contratto potrebbe coinvolgere un’azienda sudcoreana.
In una Sicilia messa a durissima prova dai danni del ciclone Harry, una frana di proporzioni macroscopiche sta lentamente divorando il territorio di Niscemi, in provincia di Caltanissetta, costringendo all’evacuazione circa 1.500 residenti e minacciando di isolare l’intera cittadina. Il movimento franoso, che si estende per un fronte di circa quattro chilometri nell’area del torrente Benefizio, ha causato cedimenti verticali fino a 25 metri, lasciando decine di abitazioni sull’orlo del precipizio. La situazione, definita drammatica dalle autorità, continua a peggiorare con nuovi smottamenti, mentre la protezione civile e le forze dell’ordine lavorano incessantemente per mettere in sicurezza la popolazione e valutare soluzioni per la viabilità ormai compromessa.
La frana, riattivatasi con violenza dopo un primo evento lo scorso 16 gennaio, interessa i quartieri di Sante Croci, Trappeto e via Popolo. Tre strade su quattro risultano impraticabili e sono state chiuse; moltissime case, negozi e uffici sono stati abbandonati. Nel frattempo, come comunicato dal portale ufficiale del Comune, è stato attivato l’ufficio di assistenza alla popolazione. «La situazione – ha spiegato il sindaco Massimiliano Conti – continua a peggiorare perché si sono registrati altri cedimenti. In nottata, si è verificato un taglio verticale di 25 metri». Il primo cittadino, coordinando il centro operativo comunale, ha dovuto disporre l’evacuazione preventiva di centinaia di persone, dichiarando inagibili a tempo indeterminato le loro abitazioni. La maggior parte degli sfollati ha trovato riparo da parenti e amici, mentre altri sono stati alloggiati con brandine nel palazzetto dello sport “Pio La Torre”, messo a disposizione dal Comune.
Le conseguenze sull’assetto urbano sono gravissime. Per precauzione, la cosiddetta zona rossa di sicurezza è stata allargata. Come spiegato dal ministro per la Protezione civile Nello Musumeci al termine di una riunione dell’Unità di crisi a Roma, la fascia di rispetto è passata da 100 a 150 metri, mentre la linea di frana ha raggiunto i quattro chilometri. Oltre al pericolo diretto per le abitazioni, Niscemi rischia l’isolamento. Le strade provinciali SP10 e SP12, fondamentali per i collegamenti verso la statale Gela-Catania, sono state interdette al transito a causa dei cedimenti, lasciando attiva solo la provinciale 11 per la direzione di Gela. Il presidente del Libero consorzio dei Comuni di Caltanissetta, Walter Tesauro, ha espresso vicinanza alla popolazione e assicurato che si attiverà «tutto ciò che rientra nelle competenze dell’Ente, in pieno coordinamento con le istituzioni regionali e locali, affinché l’emergenza possa essere affrontata con rapidità, responsabilità e concreta attenzione alle esigenze dei cittadini».
Nel frattempo, la vita della comunità è paralizzata. Tutte le scuole di ogni ordine e grado sono rimaste chiuse, mentre i tecnici comunali e regionali, supportati da rilievi con droni e sopralluoghi in elicottero, studiano l’evoluzione del fenomeno e la sua possibile correlazione con la frana di gennaio. Il sindaco Conti, in un appassionato appello via social, ha esortato i cittadini alla massima cautela: «È una frana drammatica, non voglio che qualcuno prenda sottogamba questo evento. Per fortuna non si sono registrati feriti ma solo danni a case e oggi. State a casa». E ancora: «Faremo di tutto intanto per mettere in sicurezza il territorio – ha detto – state a casa e seguite le indicazioni. le scuole resteranno chiuse. Vi invito a non superare il limite della zona transennata».
Gli esperti lanciano un allarme che va oltre l’emergenza immediata. Michele Orifici, vicepresidente nazionale della Società italiana di Geologia ambientale, ha spiegato che il dissesto «riguarda la sostanziale evoluzione di quello che nell’anno 1997 causò ingenti danni». Secondo il geologo, il recente ciclone Harry – che ha lasciato vaste aree del Sud devastate, con una stima dei danni che ammonta a circa 2 miliardi di euro – e la frequenza con cui eventi meteo sempre più potenti si abbattono nell’area del Mediterraneo «impongono di guardare al futuro in maniera molto più attenta», rendendo necessarie «azioni strategiche di adattamento al cambiamento climatico molto rapide con priorità a quei territori che, per le proprie caratteristiche geologiche, sono storicamente esposti al dissesto e al rischio idrogeologico». La critica situazione di Niscemi diventa così il simbolo più emblematico della fragilità di un territorio sempre più martoriato.
La tensione nei Caraibi non accenna a diminuire dopo il blitz americano contro il Venezuela dello scorso 3 gennaio, conclusosi con la cattura del presidente Nicolás Maduro e di sua moglie Cilia Flores. Il presidente Donald Trump ha infatti alzato il tiro e ha minacciato in maniera diretta Messico, Colombia e Cuba. Lo scorso 17 gennaio, dunque, il Consiglio Nazionale di Difesa Cubano si è riunito per valutare e rafforzare i piani di preparazione militare e contrastare eventuali piani di cambio di regime sull’isola da parte di Washington.
Per il governo cubano l’attacco al Venezuela è stato un duro colpo per diversi motivi: Caracas è il principale partner ideologico dell’Avana, con il suo modello socialista bolivariano fortemente vicino ai valori della Rivoluzione. La special relationship tra i due Paesi garantiva alla più grande delle Antille un rifornimento costante di petrolio, vitale per tenerne in piedi l’economia strangolata da più di 60 anni di blocco economico, e assicurava a Caracas di poter contare su personale militare e dei servizi segreti cubani per la sicurezza delle proprie infrastrutture. Ed è proprio tra questi elementi cubani che si contano le maggiori vittime del blitz statunitense del 3 gennaio, costato la vita a circa 80 uomini delle forze di sicurezza a guardia della residenza da cui sono stati prelevati Nicolás Maduro e Cilia Flores. Cuba piange in questi giorni le sue 32 vittime, ma al tempo stesso si prepara a un attacco che, ormai sembra certo, non è lontano.
Le stesse dichiarazioni dell’establishment statunitense non lasciano spazio a dubbi: già all’indomani dell’attacco a Caracas il Segretario di Stato Marco Rubio aveva detto che Cuba era “in guai seri”, mentre Trump dichiarava «Cuba sta per crollare. Non credo serva alcun intervento».
La prospettiva di un regime change a L’Avana non è nuova alla politica statunitense, che ne è anzi il principale sponsor da ormai più di sessant’anni, con alle spalle diversi attentati sull’Isola e almeno un tentativo fallito di invasione armata. Già in estate, il dispiegamento della più grande flotta navale mai schierata nel Mar dei Caraibi aveva preoccupato fortemente il governo cubano, consapevole di essere nella lista nera del Presidente statunitense: d’altronde, lo stesso Trump nel suo primo mandato aveva inasprito fortemente le già drastiche misure economico-commerciali-finanziarie in vigore all’epoca da cinque decenni, che strangolano l’economia cubana e le impediscono un accesso equo ai mercati internazionali. Un attacco al Venezuela, tra i principali partener cubani nella regione, alleato nelle più influenti organizzazioni regionali (come la CELAC e l’ALBA), rappresenta chiaramente un avvertimento e una minaccia per l’Avana.
Non sorprende allora che lo scorso 17 gennaio si sia riunito il Consiglio Nazionale di Difesa «con l’obiettivo di aumentare e migliorare il livello di preparazione e coesione degli organi di gestione e del personale», di «valutare la preparazione militare in caso di guerra», secondo un comunicato diffuso da canali ufficiali. L’incontro, presieduto dal Presidente di Cuba Miguel Díaz-Canel, aveva l’obiettivo di «analizzare e approvare i piani e le misure per la transizione allo Stato di Guerra», come parte della «preparazione del paese secondo il concetto strategico della Guerra dell’intero Popolo», si legge su Cubadebate.cu.
L’espressione si riferisce alla dottrina formulata da Fidel Castro, assurta a concezione difensiva strategica del Paese, basata sullo «spiegamento del sistema di difesa territoriale come fondamento della sua potenza militare e sull’uso più vario di tutte le forze e risorse della società e dello Stato», secondo l’articolo 3.b della Ley 75 de la Defensa Nacional.
Lo Stato di Guerra non è ancora stato dichiarato, ma L’Avana inizia a prepararsi allo scenario peggiore, quello di un tentativo di regime change sul modello venezuelano recentemente sperimentato. Uno scenario che, al netto delle dichiarazioni neutraliste di Trump – secondo cui «Cuba cadrà da sola» – sembra farsi sempre più reale.
Da un lato, il Presidente ha annunciato sui social un prossimo aumento del 50% delle spese militari, dagli attuali 1.000 miliardi di dollari (già il 13% in più rispetto allo scorso anno) a 1.500 miliardi entro la fine del 2027. Una promessa che finora si limita a un annuncio social, e per la quale sembra difficile l’amministrazione riuscirà a reperire i fondi necessari.
I presidenti di Cuba, Miguel Diaz-Canel (a sinistra) e il presidente del Venezuela, Nicolas Maduro (a destra), durante una visita di Stato in Venezuela
Dall’altro lato, un’inchiesta del Wall Street Journal ha rivelato che l’amministrazione statunitense starebbe attivamente puntando a un cambio di regime a Cuba entro la fine dell’anno, e che si sarebbe già mossa per cercare all’interno dell’amministrazione cubana la persona con cui trattare la transizione. Un golpe basato sulla riproposizione del modello seguito in Venezuela, dunque: pressione psicologica mediante minacce e accuse, schieramento militare, attacchi mirati per spingere la società civile al collasso interno e qualche funzionario al tradimento.
La presenza della portaerei USS George H.W. Bush a 60 miglia dalle coste di Varadero, nonché la velata minaccia su Truth al governo cubano a “raggiungere un accordo” prima che sia “troppo tardi” non lasciano spazio a dubbi.
Non a caso, l’avventura venezuelana ha fruttato bene a Donald Trump in termini di popolarità interna: immediatamente dopo i fatti del 3 gennaio, l’elettorato repubblicano si è compattato dietro al suo presidente, contraltare a una crisi di consenso unica secondo i sondaggi, che fotografano l’immagine di un presidente trasversalmente impopolare i cui consensi sono in caduta libera. La risoluzione della questione cubana – non a caso promessa entro la fine dell’anno – potrebbe rappresentare un’ancora di salvezza per la popolarità del presidente, da valutare a seguito delle delicatissime elezioni di midterm di questo novembre.
Nel frattempo, Cuba si prepara a resistere. Non ha promulgato lo Stato di Guerra, ma ha rafforzato le infrastrutture militari e la compagine civile del suo sistema di difesa: una prassi nel paese caraibico, che vive da sei decenni una situazione di assedio non solo economico-finanziario-commerciale, ma anche concretamente militare, dal momento che lo spauracchio dell’invasione non è mai davvero venuto meno dopo gli scontri della Baia dei Porci.
Cuba rafforza anche i legami con i partner regionali, contrastando la narrativa di Washington che la vorrebbe ormai isolata dopo la caduta di Maduro: il presidente Miguel Díaz-Canel ha riportato su X un colloquio telefonico con Delcy Rodriguez, presidente ad interim del Venezuela, a cui ha espresso il «sostegno e la solidarietà» di Cuba, a sottolineare la continuità della vicinanza dei due Paesi. Ha cementato i rapporti col Messico, anch’egli nel mirino della repressione trumpiana, e con la sua presidente Claudia Sheinbaum, che si è resa disponibile a mediare nel dialogo tra Cuba e USA. Dialogo al quale Díaz-Canel si è detto sempre aperto, pur non accettando minacce e imposizioni, e su un livello paritario.
A livello internazionale, sono stati riaffermati gli storici legami con Cina e Russia. Mercoledì 21 gennaio Raul Castro ha ricevuto nel Palacio de la Revolución il ministro dell’Interno russo, Vladimir Alexandrovich Kolokolcev, nell’ambito di un rafforzamento delle relazioni tra “paesi fratelli”.
Il giorno prima, l’ambasciatore cinese Hua Xin ha confermato il «vincolo di amicizia speciale che lega Cuba e Pechino» rinsaldato dall’approvazione cinese dell’invio di 60.000 tonnellate di riso verso l’Isola e un pacchetto di aiuti da 80 milioni di dollari per l’acquisto di equipaggiamento e materiale elettrico, per rinforzare e ammodernare le infrastrutture energetiche cubane.
Lorenzo Barone è riuscito nella seconda parte della sua impresa sovrumana, attraversando in canoa, e in solitaria, l’oceano Atlantico. Partito da Nouadhibou, in Mauritania, lo scorso 19 dicembre, è arrivato in Amazzonia, nella Guyana francese, percorrendo in acqua circa 4200 chilometri. “Non è andato tutto esattamente come avevo previsto: mi sono ribaltato di notte imbarcando acqua, un pannello solare si è rotto, il dissalatore elettrico aveva una piccola perdita e sono stato obbligato sin dall’inizio a usare il manuale, la nausea si è dilungata per tre settimane”, ha raccontato in un post.
Ora si aprono la terza e la quarta ed ultima fase del progetto “Dust”, che prevedono l’attraversamento della giungla amazzonica e, infine, le Ande, con la scalata alla vetta del vulcano più alto al mondo, l’Ojos del Salado.
Negli ultimi giorni il video di Alessandro Barbero è diventato un caso politico. Questa vicenda infatti, al di là delle posizioni di Barbero sulla riforma della giustizia, solleva domande ben più profonde. Domande che gettano luce su alcune dinamiche essenziali per comprendere il funzionamento del dibattito pubblico in Italia e sulla libertà di parola e d’espressione. E sul ruolo che rivestono i social.
Ma facciamo un passo indietro. Nel video Barbero esponeva le sue ragioni per votare no al referendum e dava voce alle sue preoccupazioni sulle possibili conseguenze istituzionali della riforma. Il contenuto, diventato virale in poche ore, aveva ottenuto centinaia di migliaia di visualizzazioni. Ma poco dopo era stato oscurato e la sua visibilità era stata ridotta con l’accusa di contenere «informazioni false o fuorvianti».
Tale oscuramento ha fatto seguito a una verifica operata da Open, uno dei partner italiani di Meta per il programma di fact-checking. Se ufficialmente per Meta e per Open non si tratta di censura, perché il video teoricamente è ancora online, nella pratica la riduzione di visibilità di un determinato contenuto è una forma indiretta di censura perché ne limita la diffusione. Ma per capire la posta in gioco, dobbiamo chiederci: che cos’è il fact-checking? Come funziona? Chi decide cosa è vero e cosa non lo è, e con quale autorità?
Il fact-checking è nato per combattere la disinformazione e la propagazione di fake news. In Italia è stato affidato ad alcune testate giornalistiche come Open.
Open non è un algoritmo ma è una redazione con una linea editoriale, un orientamento culturale, un sistema di valori ben preciso. Ed ecco che ci avviciniamo al primo nodo della questione. Nessuna testata giornalistica può essere davvero imparziale: resta, per definizione, parte di un ecosistema ben preciso. Non può essere un osservatore neutrale, soprattutto quando entrano in gioco visioni politiche contrapposte. Quando viene chiamato a giudicare opinioni politiche, anziché semplici fatti verificabili, ci troviamo davanti a un problema di legittimità.
Lo storico Alessandro Barbero nel 2015
Secondo le spiegazioni ufficiali, il video è stato segnalato perché considerato «troppo virale» e poi giudicato «fuorviante». Ma la virilità non è un indicatore di verità o falsità: è semplicemente un indice di diffusione. Ma veniamo ora alla seconda accusa mossa al video di Barbero: l’accusa di essere fuorviante. Qui si gioca un punto cruciale: dove finisce l’informazione e dove inizia l’opinione?
Il fact-checking nasce come abbiamo detto per contrastare la diffusione di notizie false: eventi, dati, dichiarazioni oggettive. Un video generato da IA che ritrae Putin e Trump che giocano a golf è a tutti gli effetti una fake news; un video, invece, dove uno storico esprime le sue opinioni e i suoi personali timori su una riforma in corso (riforma sottoposta a referendum e dunque divenuta oggetto di dibattito pubblico) è ben altro.
Un’opinione è un giudizio personale che non può essere giudicata come vera o falsa in senso oggettivo. Dire ad esempio: «Ritengo che questa riforma indebolirà l’indipendenza della magistratura» è una valutazione soggettiva, che può essere argomentata o contraddetta, ma non si presta a una verifica come un fatto empirico. La parte centrale e rilevante del video di Barbero, infatti, non era l’esposizione del testo della legge, ma l’interpretazione delle conseguenze istituzionali e politiche di tale legge.
Anche se Barbero avesse commesso imprecisioni e semplificazioni, anche se la sua ricostruzione fosse stata parziale, come tendono ad essere la quasi totalità dei discorsi che non che non vengono passati al vaglio di un comitato redazionale, le opinioni per la loro stessa natura non nascono per offrire un’informazione precisa e puntuale. Le opinioni servono a condividere non a informare.
Le opinioni esprimono uno stato d’animo, un pensiero, un’interpretazione soggettiva. Per questo si chiamano opinioni. Quando il fact-checking etichetta come fuorviante un’opinione personale, per quanto contestabile sia, non si sta più difendendo la verità, ma si sta limitando la sfera delle opinioni ammissibili nel dibattito pubblico.
Come riuscire infatti, pur con tutta la buona volontà e le migliori intenzioni, a demarcare una linea che divida il fatto nudo e crudo dall’opinione quando si parla di temi complessi? Quando entrano in gioco temi caldi e sensibili, ai quali ogni fact-checker, in quanto essere umano, è a sua volta sensibile? E se le opinioni vengono classificate come «informazioni false o fuorvianti», allora ogni giudizio diventa un potenziale bersaglio di moderazione.
Ma perché proprio quel video e non altri? Questa in effetti è stata una domanda che si sono fatti in molti. Se un intellettuale come Barbero è stato penalizzato per alcuni passaggi interpretativi dubbi, sorge spontaneo chiedersi perché non esista un programma uguale per i politici. Perché il post di un leader politico non subisce lo stesso trattamento, anche quando diffonde errori o semplificazioni fuorvianti di eguale se non maggiore portata?
In effetti una risposta c’è: i politici non subiscono fact-checking perché le regole della piattaforma lo impediscono. I politici sono esenti da qualsiasi moderazione dei loro contenuti, ma non lo sono gli intellettuali, gli scrittori, gli storici, i liberi cittadini. Siamo cioè nel bel mezzo di un sistema volutamente e dichiaratamente asimmetrico.
Le implicazioni di ciò sono palesi: solo alcune opinioni possono circolare liberamente, mentre altre sono soggette a verifiche e possono essere depotenziate com’accaduto con Barbero. Il caso Barbero ci costringe ad affrontare una verità scomoda: il fact-checking può diventare uno strumento di censura mascherata. La democrazia richiede che le opinioni possano circolare, confrontarsi e persino contraddirsi senza essere penalizzate da enti esterni o soggetti terzi. Altrimenti si intaccano i principi cardine della libertà d’espressione.
Da tempo ormai i social network non sono più semplici piattaforme di condivisione personale: sono spazi dove si formano le opinioni, dove si fa politica, luoghi di confronto e scontro che nel bene e nel male sono diventati vitali nel dibattito pubblico. Ma questi spazi non sono regolati come i media tradizionali: non rispondono alle stesse garanzie di pluralismo e controlli esterni. Le piattaforme e i loro partner di fact-checking non sono soggetti a norme sui limiti alla libertà di espressione. Non c’è alcun contraddittorio pubblico trasparente, nessuna possibilità di revisione imparziale oltre agli strumenti interni offerti da Meta stessa. Ciò ha dato vita a un meccanismo squilibrato che ripropone un tema antico: il controllo delle opinioni.
Nel mondo romano la censura aveva una forma istituzionalizzata: il censor poteva valutare quali testi o discorsi erano appropriati per la città, cancellando opere ritenute immorali o pericolose per la stabilità politica. Successivamente, nel medioevo libri e manoscritti venivano messi all’Indice: la Chiesa proibiva testi ritenuti eretici, limitando la diffusione di idee scientifiche e filosofiche. Ciò ci ricorda come la gestione della parola e del sapere non sia un fenomeno moderno, ma un pericolo antico che si ripresenta oggi in chiave digitale.
Quando una piattaforma decide di ridurre la diffusione di un contenuto, quella decisione ha un impatto reale sull’ecosistema informativo: influenza chi vede cosa, modella il discorso pubblico, impone vincoli alla circolazione delle idee. E allora dovremmo domandarci se possiamo accettare che meccanismi opachi e non sottoposti a controllo pubblico decidano quali opinioni hanno diritto di circolare e quali no. Siamo disposti a prendere per oro colato le parole di una società privata con sede negli Stati Uniti?
Se non rivediamo il modo in cui controlliamo, etichettiamo e moderiamo i contenuti, finiremo per consegnare alle piattaforme private il diritto di definire non solo la verità dei fatti, ma la legittimità delle opinioni. E questo, in una democrazia, non può essere accettabile.
«L’Abraham Lincoln Carrier Strike Group è attualmente dispiegato in Medio Oriente per promuovere la sicurezza e la stabilità regionale». È il Comando centrale degli Stati Uniti (CENTCOM) a confermare che il gruppo d’attacco navale guidato dalla portaerei USS Abraham Lincoln, richiamato all’ordine dal suo pattugliamento nel Mar Cinese Meridionale, è arrivato lunedì in Medio Oriente. Secondo fonti ufficiali di Washington, lo spostamento degli asset militari mira a «garantire la sicurezza regionale e proteggere le forze statunitensi», ma lascia aperta la possibilità di un’azione offensiva contro Teheran.
A inizio mese, il presidente americano Donald Trump sarebbe stato vicino ad autorizzare un attacco contro il regime iraniano dopo la repressione delle proteste. La scelta sarebbe stata sospesa, ma il rafforzamento militare nella regione è proseguito. Fonti della Casa Bianca, citate da Axios, confermano che l’opzione resta sul tavolo, anche se le rivolte interne sono ormai state in gran parte soffocate. Proprio Trump, di ritorno da Davos, aveva anticipato l’ingente dispiegamento di mezzi militari verso il Medio Oriente: «Abbiamo un’armata che si dirige in quella direzione, e forse non dovremo usarla», aveva sentenziato a bordo dell’Air Force One, sottolineando che la presenza serve principalmente a deterrenza e pressione contro l’Iran. La USS Abraham Lincoln trasporta con sé la sua forza aerea imbarcata di circa 90 velivoli, tra caccia multiruolo F-35C e F/A-18 Hornet e Super Hornet, affiancati dagli E/A-18 Growler per la guerra elettronica e dagli E-2 Hawkeye per il controllo e l’allerta precoce. Oltre alla componente navale, il Pentagono ha redistribuito in Medio Oriente aerei da combattimento, forze di supporto logistico e sistemi avanzati di difesa, con F-15, F-16 e altre unità trasferite alle basi in Giordania, Qatar e Arabia Saudita. La presenza degli F-15 segnala una capacità offensiva profonda: possono trasportare carichi pesanti e colpire a lunga distanza. Israele li ha già impiegati a giugno contro l’Iran insieme agli F-35, con questi ultimi incaricati di neutralizzare le difese aeree e aprire la strada agli attacchi successivi.
Da Teheran arriva un monito netto: il Paese è pronto a un nuovo conflitto con Israele e Stati Uniti in caso di attacco e i vertici militari iraniani promettono una risposta «totale e tale da suscitare rimpianto». Il portavoce del Ministero degli Esteri avverte che l’insicurezza che ne deriverebbe «travolgerebbe tutti». Mentre gli Emirati Arabi Uniti fanno sapere che non consentiranno operazioni contro l’Iran dal proprio territorio, Israele morde il freno, delineando la prospettiva di un nuovo attacco, a soli sei mesi di distanza dalla cosiddetta “guerra dei dodici giorni”. Pur in assenza di segnali ufficiali sulle reali intenzioni di Washington, la stampa israeliana riferisce che l’ipotesi di un’azione militare americana contro Teheran resta concreta e che un dossier sui «preparativi per un attacco» sarebbe già sul tavolo del governo di Israele, i cui vertici si dicono pronti «a tutti gli scenari». In questo contesto si inseriscono anche gli avvertimenti dei gruppi filoiraniani in Iraq, Yemen e Libano. Gli Houthi nello Yemen e Kataib Hezbollah in Iraq hanno indicato di essere pronti a riattivare attacchi, ad esempio contro navi commerciali nel Mar Rosso o installazioni statunitensi, se la tensione dovesse tradursi in un conflitto aperto.
Questa combinazione di minacce, movimenti armati e incertezza diplomatica sta creando uno dei momenti più delicati nelle relazioni tra Washington e Teheran degli ultimi anni, con implicazioni che vanno ben oltre il Medio Oriente. In un’intervista rilasciata lunedì sera, Trump ha affermato che la situazione con l’Iran è “in evoluzione”, aggiungendo che la diplomazia rimane sul tavolo: «Vogliono raggiungere un accordo. Lo so. Ci hanno contattato in numerose occasioni. Vogliono parlare», ha precisato il tycoon. In attesa delle prossime mosse, diversi analisti fanno notare che un “regime change” rischierebbe di innescare una guerra civile in un Paese da 92 milioni di abitanti, fortemente armato, ricco di risorse energetiche e incastonato tra aree esplosive: il Belucistan al confine con il Pakistan e l’Afghanistan dei talebani. Un attacco degli Stati Uniti contro l’Iran rischierebbe, inoltre, di trasformarsi in una guerra di logoramento: eroderebbe la capacità di proiezione americana, già impegnata in operazioni come quella in Venezuela e sotto la pressione di sfide globali, potrebbe drenare risorse militari ed economiche, favorire il riequilibrio globale a favore della Cina e consolidare una resistenza internazionale all’egemonia statunitense.
Un gruppo di milizie armate ha lanciato un attacco su un convoglio di soldati nigeriani attivo nello Stato nordorientale del Borno, uccidendo 7 persone e rapendone 13, tra cui il loro comandante. Nessun gruppo ha reclamato l’attacco, ma secondo fonti di sicurezza sarebbe stato condotto da militanti del gruppo islamista di Boko Haram, vicino ad Al Qaeda. L’attacco arriva in una situazione tesa per la Nigeria: sempre oggi, l’esercito ha liberato 11 ostaggi rapiti nell’area di Kaduna, città situata nell’omonimo Stato centrosettentrionale. In generale, gli episodi di attacchi e rapimenti da parte di gruppi armati ai danni di militari e popolazione civile stanno aumentando.
Un’imponente operazione di polizia coordinata a livello globale dall’Interpol ha inflitto un duro colpo ai network criminali dediti alla tratta di esseri umani e al traffico di migranti. Come comunicato dalla stessa organizzazione, nell’ambito della più vasta azione del suo genere mai condotta, oltre 14.000 agenti hanno operato in 119 Paesi tra il 10 e il 21 novembre, portando all’arresto di 3.744 sospetti e alla protezione di 4.414 potenziali vittime. L’operazione, denominata “Liberterra III”, ha inoltre permesso di identificare quasi 13.000 persone coinvolte in schemi di migrazione illegale e di avviare 720 nuove indagini, segnando un punto di svolta nella lotta contro tale crimine transnazionale.
L’Organizzazione internazionale di polizia criminale, con sede a Lione, ha reso noti i risultati dell’operazione, sottolineando la portata e la complessità dello sforzo congiunto. «Le reti criminali si evolvono, sfruttando nuove rotte, piattaforme digitali e popolazioni vulnerabili», ha dichiarato in un comunicato il segretario generale dell’Interpol Valdecy Urquiza, aggiungendo che «identificare questi schemi permette alle forze dell’ordine di anticipare le minacce, distruggere le reti prima e proteggere meglio le vittime». Dei 3.744 arresti effettuati, oltre 1.800 sono specificamente legati a reati di tratta e traffico di migranti. Un aspetto particolarmente significativo emerso dall’operazione riguarda l’evoluzione delle dinamiche criminali. L’Interpol ha evidenziato un cambiamento emergente nei flussi, con casi che coinvolgono vittime sudamericane e asiatiche trafficate verso o attraverso l’Africa: si tratta di un’inversione rispetto ai modelli storici che vedevano principalmente il trasferimento di vittime africane verso l’estero. Lo sfruttamento sessuale rimane la forma più diffusa, ma si registra un forte aumento dei casi di lavoro forzato, criminalità organizzata, servitù domestica e persino traffico di organi.
Le autorità dei Paesi dell’Africa occidentale e centrale, tra cui Benin, Burkina Faso, Costa d’Avorio, Ghana, Senegal e Sierra Leone, hanno riferito di azioni di grande impatto, comunicando che le forze dell’ordine hanno salvato centinaia di vittime e smantellato «molteplici centri di reclutamento e sfruttamento». In queste regioni, le vittime vengono spesso adescate con la falsa promessa di un impiego all’estero. I trafficanti applicano tariffe elevatissime e, in una modalità che ricorda uno schema piramidale, costringono le vittime a reclutare a loro volta amici e familiari in cambio di condizioni migliori. L’operazione ha intercettato migranti su rotte pericolose lungo le coste di Senegal, Guinea-Bissau, Marocco e Algeria, nonché all’interno di reti terrestri in Perù, Brasile e altri Paesi. Le attività investigative hanno anche rivelato operazioni su vasta scala in altri continenti. In Asia, ad esempio, le autorità hanno scoperto 450 lavoratori in un unico raid in un complesso in Myanmar.
A porre la lente di ingrandimento sui numeri della tratta di esseri umani è stato, recentemente, il Rapporto Globale sulla Tratta di Persone 2024 dell’UNODC. L’analisi ha fotografato un peggioramento del fenomeno, alimentato da povertà, conflitti armati e crisi climatiche che aumentano la vulnerabilità allo sfruttamento. La ricerca ha coperto 156 Paesi e i casi rilevati tra il 2019 e il 2023. Nel 2022 le vittime di tratta sono risultate aumentate del 25% rispetto al 2019, con un incremento del 31% nel traffico di minori, fenomeno presente anche nei Paesi più ricchi. Donne e ragazze rappresentano il 61% delle vittime, prevalentemente sfruttate sessualmente, mentre per i ragazzi prevalgono il lavoro forzato e altre forme di sfruttamento, come criminalità forzata e accattonaggio. Un focus specifico è stato dedicato all’Africa, evidenziando flussi complessi e un forte aumento del traffico di minori nell’Africa subsahariana.
La violenta tempesta che sta colpendo gli USA, oltre a blackout diffusi e pesanti disagi, ha causato 30 morti. Circa due terzi del Paese sono interessati da temperature sotto lo zero, con Midwest, Sud e Nord-Est tra le aree più colpite. A New York almeno 8 persone sono state trovate morte all’aperto; due persone sono state investite da spazzaneve in Massachusetts e Ohio, alcuni adolescenti sono morti in incidenti con lo slittino in Arkansas e Texas e una persona è morta assiderata in Kansas. Le nevicate hanno paralizzato trasporti e scuole. Oltre 12mila i voli cancellati o in ritardo, più di 560mila utenze senza elettricità.
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