sabato 7 Marzo 2026
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DDL Antisemistimo: il Senato approva la norma che criminalizza le critiche a Israele

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Il bilancio è di 105 sì, 24 no e 21 astensioni; si tratta del primo voto sul disegno di legge sull’antisemitismo, approvato ieri dal Senato in prima lettura. Il testo della legge ha subito una modifica, con la soppressione dell’articolo 3, che prevedeva la possibilità da parte del governo di prescrivere lo svolgimento di manifestazioni «in caso di valutazione di grave rischio potenziale per l’utilizzo di simboli, slogan, messaggi e qualunque altro atto antisemita»; rimane tuttavia l’adozione della definizione di “antisemitismo” proposta dall’International Holocaust Remembrance Alliance, che tra le varie cose definisceantisemitaanche le critiche allo Stato di Israele. In precedenza, l’applicazione delle definizioni dell’IHRA ha portato a identificare come antisemiti ordinari episodi di protesta – tra cui murales con la scritta «Palestina libera», adesivi con l’acronimo RAI storpiato in «Radio Televisione Israeliana» e inviti a boicottare i prodotti israeliani.

L’approvazione del ddl antisemitismo da parte del Senato è arrivata ieri, mercoledì 4 marzo. In sede di votazione, il Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi e Sinistra hanno votato contro, mentre la coalizione di destra, Azione e Italia Viva hanno votato a favore. Il PD, invece, si è diviso: una buona parte dei senatori ha preferito astenersi, mentre Graziano Delrio, Walter Verini, Sandra Zampa, Filippo Sensi, Alfredo Bazoli e Pier Ferdinando Casini, parte della cosiddetta “corrente riformista” – formata in parte da ex esponenti della Democrazia Cristiana – ha votato contro. Al termine della discussione, il tanto contestato articolo 3 non è stato approvato; esso prevedeva la possibilità di negare l’autorizzazione a una manifestazione anche nel caso in cui vi fosse un «rischio potenziale» per l’utilizzo di «simboli, slogan, messaggi e qualunque altro atto antisemita» riconoscibile come tale in base alla definizione dell’IHRA.

La medesima definizione, tuttavia, è stata adottata dal testo del ddl, e sono stati respinti gli emendamenti dell’opposizione che richiedevano di adottarne una diversa. L’IHRA definisce l’antisemitismo come «una determinata percezione degli Ebrei che può essere espressa come odio nei loro confronti, le cui manifestazioni, di natura verbale o fisica, sono dirette verso le persone ebree e non ebree, i loro beni, le istituzioni della comunità e i luoghi di culto ebraici». Secondo molti, tale definizione sarebbe troppo vaga e controversa a causa dei suoi riferimenti alle istituzioni. Tra gli esempi di atti antisemiti, la stessa IHRA porta le critiche all’esistenza di uno Stato ebraico, l’equiparazione di Israele al nazismo, o l’applicazione di «due pesi e due misure nei confronti di Israele richiedendo un comportamento non atteso da o non richiesto a nessun altro Stato democratico». Così come formulate, tali casistiche potrebbero rendere tacciabile di antisemitismo chi professa la soluzione a uno Stato per la questione palestinese; inoltre, queste medesime definizioni sono spesso state usate dalle autorità israeliane per giustificare le proprie operazioni a Gaza. In diversi dei suoi discorsi, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha affermato che, approvando risoluzioni per chiedere di frenare le aggressioni nella Striscia e le annessioni in Cisgiordania, la comunità internazionale stesse applicando un doppio standard nei confronti di Israele.

In precedenza, la definizione dell’IHRA è stata utilizzata per definire antisemita ordinari atti di dissenso. Lo scorso anno, un rapporto del Fondazione CDEC (Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea), ripreso da molteplici media nazionali, elencava 877 episodi recenti di antisemitismo prendendo proprio la definizione dell’IHRA come riferimento. Tra di essi un murales con la scritta «Palestina libera»; un adesivo dove l’acronimo RAI veniva storpiato in Radio Televisione Israeliana; una scritta fuori da una scuola elementare che recitava «In Palestina i coetanei di tuo figlio muoiono sotto le bombe»; altri adesivi che invitavano a boicottare i prodotti israeliani e la scritta «AS Roma = Israele» vergata con la bomboletta su un muro del litorale romano, evidentemente da un tifoso laziale. Secondo il rapporto, rappresentavano casi di antisemitismo anche lo striscione “Intifada studentesca” degli studenti dell’Università di Torino, nonché il rifiuto da parte del Consiglio comunale di Pinerolo di conferire la cittadinanza onoraria a Liliana Segre. Il pericolo dell’adozione della definizione dell’IHRA, secondo molti, è quello di mettere al bando movimenti di dissenso come BDS, o legalizzare una sorta di censura preventiva nei confronti di eventi che possano venire inquadrati come antisemiti dalla vaga formulazione dell’IHRA, come successo nel 2023 al bassista e cantante Roger Waters in Germania.

Frana nella Repubblica Democratica del Congo: 200 morti

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Le forti piogge che stanno colpendo la provincia orientale del Nord Kivu, nella Repubblica Democratica del Congo, hanno fatto crollare una miniera di coltan, causando la morte di almeno 200 persone. Tra le vittime ci sarebbero 70 bambini. La miniera è situata nell’area di Rubaya, controllata dal movimento ribelle dell’M23. Rubaya produce circa il 15% del coltan mondiale, che viene trasformato in tantalio, metallo resistente al calore utilizzato dai produttori di telefoni, computer, componenti aerospaziali e turbine. Il sito è stato inserito nell’accordo di cessate il fuoco tra RDC e Ruanda mediato dagli USA, che tra le altre cose prevedeva anche il rilancio della cooperazione nel settore minerario tra Kinshasa e Washington.

Comuni costieri insieme contro la plastica monouso: nasce l’Alleanza di Città e Paesi d’Italia

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Un gruppo di città italiane costiere, testimoni dirette degli effetti dell’avvelenamento dei mari, ha deciso di unire le forze per contrastare l’abuso di plastica monouso. Nasce così l’Alleanza di Città e Paesi d’Italia intorno al Mare, una rete che coinvolge amministrazioni locali, associazioni e mondo scientifico con l’obiettivo di ridurre la dispersione di plastica nelle acque e proteggere la salute delle persone. I primi Comuni ad aderire sono stati Rimini, in Emilia-Romagna e l’abruzzese Vasto, seguiti da Bellaria Igea Marina e Riccione, entrambe in Emilia. 
Il problema dell’inquinamento ...

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USA: prolungato il blocco di voli commerciali per Haiti

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La Federal Aviation Administration ha esteso il divieto sui voli commerciali statunitensi per la capitale di Haiti Port-au-Prince fino al 3 settembre. La FAA ha motivato tale decisione menzionando la situazione precaria del Paese sul fronte della sicurezza, parlando del possibile rischio che le bande criminali prendano di mira gli aerei. L’annuncio segue la sospensione dei voli commerciali statunitensi varata dalla FAA a novembre, dopo che un aereo della Spirit Airlines è stato colpito da colpi d’arma da fuoco durante l’atterraggio all’aeroporto internazionale Toussaint Louverture di Port-au-Prince. Esso arriva mentre il Paese sta fronteggiando un’escalation di violenza delle bande armate.

Da oltre 20 anni, un fiume alla volta: i cittadini che ripuliscono i corsi d’acqua dai rifiuti

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Mincio fiume Pulimincio

Ogni primavera, lungo le rive del Mincio, centinaia di persone si alzano presto, infilano gli stivali e scendono al fiume per ripulirlo da plastica e rifiuti. Nessuno ha chiesto loro di farlo, nessuno li paga, semplicemente hanno compreso che quel corso d’acqua è anche loro, così come delle comunità a monte o a valle. Ecco perché, armati di guanti, pinze e sacchi, si danno appuntamento per raccogliere quello che gli altri hanno abbandonato. Sono 22 anni che non mancano un appuntamento e domenica 8 marzo saranno ancora lì per la prossima edizione.

L’iniziativa si chiama Pulimincio ed è nata dall’ostinazione silenziosa dell’associazione culturale La Luna nel pozzo, in un piccolo comune in provincia di Mantova. La presidente Elena Allegretti la porta avanti da 22 anni, costruendo una rete sempre più ampia di realtà locali, comuni, gruppi sportivi, associazioni ambientaliste e studenti. La ventunesima edizione, nel 2025, ha superato i 500 volontari distribuiti su 17 punti d’intervento, da Peschiera del Garda a Sustinente, con quasi trenta associazioni coinvolte e una decina di tonnellate di rifiuti rimossi dalle rive e dal fondale. Tra i ritrovamenti più sorprendenti, due motorini ripescati grazie ai volontari di Magnet Fishing Mantova. Il fiume restituisce tutto, prima o poi. La ventiduesima edizione si sviluppa su venti punti d’intervento e conta oltre trenta realtà coinvolte.

«Ogni anno partecipano sempre più comuni – racconta Elena Allegretti – ed è assurdo che, con tutta questa gente che aderisce al progetto, ci sia ancora qualcuno che butti dei rifiuti. Noi diciamo sempre che l’ideale sarebbe che questa manifestazione non esistesse più ma fino a quando il problema persiste troviamoci e agiamo». È una storia di comunità nel senso più concreto del termine: persone che si conoscono, si danno appuntamento e tornano. Anno dopo anno.

Mentre sul Mincio si affina un modello rodato, sul Po – il fiume più lungo d’Italia, il grande collettore di quattro Regioni – si sta costruendo qualcosa di più ambizioso. Il 4 aprile 2025 è stato lanciato ufficialmente a Torino il progetto PoSalvaMare, coordinato dall’Autorità di Bacino Distrettuale del Fiume Po e finanziato dal Ministero dell’Ambiente nell’ambito della Legge Salvamare e della missione europea “Restore our Ocean and Waters by 2030”. Partner del progetto sono l’Università di Padova, Plastic Free, Legambiente, il Consorzio Est Ticino Villoresi e altri enti tecnici. Le attività prevedono campagne di raccolta, installazione di barriere galleggianti, monitoraggio con smart-cam e dati satellitari e percorsi educativi nelle scuole, coinvolgendo Piemonte, Lombardia, Emilia-Romagna e Veneto, lungo tutto il corso del Po, fino al delta. La ragione dell’urgenza la spiega un dato del Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente (UNEP): circa l’80% dei rifiuti marini proviene da fonti terrestri, e i fiumi sono la via principale attraverso cui arrivano al mare.

«Difendere il Po significa difendere i territori che il fiume lambisce lungo il suo corso, così come il mare Adriatico in cui sfocia», ha dichiarato Luca De Gaetano, fondatore di Plastic Free, che nel solo 2025 ha mobilitato in tutta Italia oltre 53mila volontari, rimosso 575 tonnellate di rifiuti e coinvolto quasi 78mila studenti in iniziative scolastiche. Giorgio Zampetti di Legambiente ha ricordato che uno studio recente ha censito oltre 15mila rifiuti su sedici fiumi italiani, con una media di 457 oggetti ogni cento metri di sponda.

C’è un filo sottile che unisce queste esperienze, la logica del non aspettare, non delegare e del mettersi in gioco. La differenza tra Pulimincio e PoSalvaMare è solo di scala – una è nata da un’associazione di paese, l’altra da un accordo istituzionale – ma la sostanza è identica: prendersi cura di un bene comune.

Viviamo in un’epoca in cui i problemi sembrano sempre troppo grandi per essere risolti dal basso, e la distanza tra la crisi ambientale e la vita quotidiana appare spesso incolmabile. Storie come queste ricordano che non è sempre così. Che un fiume si pulisce anche un sacchetto alla volta. Che una comunità si costruisce anche tornando allo stesso posto, ogni anno, per prendersi cura dell’ambiente in cui vive. E che il cambiamento – quello vero, quello che dura – comincia quasi sempre da chi ha trovato il coraggio di agire, senza aspettare il permesso di nessuno.

 

Svezia: 6 caccia pattugliano l’Islanda

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La Svezia ha dispiegato sei dei suoi caccia Saab Gripen per partecipare alla missione della NATO Arctic Sentry. I caccia stanno pattugliando i cieli islandesi nell’ambito di una missione volta a rafforzare la presenza della NATO nella regione artica; è la prima volta che vengono dispiegati nell’area. La missione è stata lanciata in un contesto delicato, con la guerra in Ucraina ancora in corso, mentre le tensioni tra USA e UE sulla questione groenlandese risultavano ancora elevate.

Attanasio, 5 anni dopo: chi ha ucciso davvero l’ambasciatore italiano in Congo?

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L’ultima telefonata di Luca Attanasio, prima di essere ucciso a colpi di fucile in una radura del Parco Virunga, dove i gorilla di montagna vivono liberi e alimentano su di loro le leggende di animali quasi mitologici, è stata per la mamma. Una specie di premonizione. «Tra pochi giorni torno a casa, a Roma, non vedo l’ora di vedere i bambini». Non è mai più tornato dalla moglie Zakia, conosciuta il giorno di San Valentino a Casablanca durante l’incarico in Marocco, quando a 33 anni divenne console generale, in quello che è poi stato ribattezzato Palazzo Italia in suo nome. All’alba del suo mal...

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La Banca Centrale Russa ha denunciato l’UE per il congelamento dei beni russi

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La Banca centrale russa ha intentato una causa contro l’Unione europea presentando ricorso al Tribunale generale dell’Unione europea con sede in Lussemburgo per il sequestro a tempo indeterminato dei suoi beni sovrani. I beni congelati ammontano a circa 210 miliardi di euro, di cui 185 depositati presso il depositario belga Euroclear. «Il ricorso è stato presentato ai sensi dell’articolo 263 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea nell’ambito degli sforzi in corso per contestare le azioni illecite dell’Unione europea contro gli asset sovrani della Banca di Russia», si legge nel comunicato della Banca centrale, secondo cui «Il regolamento UE viola i diritti fondamentali e inalienabili di accesso alla giustizia, l’inviolabilità della proprietà e il principio di immunità sovrana degli Stati e delle loro banche centrali, garantiti dai trattati internazionali e dal diritto dell’Unione Europea». L’Istituto russo inoltre accusa Bruxelles di «gravi violazioni procedurali», poiché la Commissione ha utilizzato la maggioranza qualificata dell’articolo 122 anziché l’unanimità richiesta per le decisioni di politica estera. Al momento, l’Ue non ha commentato l’azione legale della Banca russa. I Paesi membri dell’Ue – ad eccezione di Ungheria e Slovacchia – avevano approvato il blocco a tempo indeterminato dei fondi sovrani russi lo scorso 12 dicembre con l’intento di rafforzare la propria posizione nei negoziati di pace in Ucraina e impedire a Mosca di utilizzare le risorse a scopi militari. Se fino a pochi mesi fa, gli asset russi erano congelati attraverso il tradizionale regime di sanzioni, che deve essere rinnovato ogni sei mesi con un voto unanime degli Stati membri, con le modifiche introdotte a dicembre, tali asset risultano definitivamente congelati. Il tutto grazie al ricorso all’articolo 122 del Trattato sul Funzionamento dell’Unione europea (TFUE) che consente agli Stati membri di decidere «in uno spirito di solidarietà» su misure «adeguate alla situazione economica», ma soprattutto permette di scavalcare il Parlamento europeo e richiede solo la maggioranza qualificata. Per questo era stato utilizzato nel contesto di emergenze economiche come quella provocata dalla pandemia di Covid 19 e durante la crisi energetica del 2022. Secondo la Commissione, il contesto della guerra russo-ucraina giustifica l’utilizzo della disposizione, in quanto la guerra russa ha provocato un «grave impatto economico» sull’Ue, causando «interruzioni dell’approvvigionamento, aumento dell’incertezza, maggiori premi di rischio, riduzione di investimenti e spesa dei consumatori». In base a quanto approvato dall’UE, i beni russi rimarranno congelati fino a quando Mosca non rispetterà tre condizioni: cessare la guerra, risarcire l’Ucraina e non rappresentare più un «serio rischio di gravi difficoltà per l’economia europea». Inoltre, una proposta iniziale prevedeva di utilizzare gli asset russi per finanziare militarmente e economicamente l’Ucraina, ma tale proposta non ha trovato l’unanimità degli Stati membri. Di conseguenza, Bruxelles sembra propensa a aggirare l’ostacolo non utilizzando direttamente i fondi russi, ma i profitti generati dagli stessi. A opporsi all’utilizzo dei beni russi per l’Ucraina era stato innanzitutto il Belgio dove risiede la compagnia Euroclear sui cui conti si trovano i beni russi congelati. Già lo scorso dicembre, il Belgio aveva fatto presente il rischio di poter essere ritenuto responsabile qualora la Russia avesse intentato e poi vinto una causa contro la società. Per questo aveva chiesto che i governi dell’UE si impegnassero a reperire congiuntamente il denaro necessario per rimborsare Mosca entro tre giorni, nel caso in cui un tribunale avesse accolto le richieste russe. Insieme al Belgio, anche l’Italia aveva assunto una posizione contraria rispetto all’utilizzo dei beni russi per l’Ucraina. L’Ue ha dunque deciso di prestare all’Ucraina 90 miliardi senza fare ricorso ai fondi russi, ma sulla base di «prestiti contratti dall’UE sui mercati dei capitali» sostenuti «dal margine di bilancio dell’UE». Le preoccupazioni di Euroclear e del Belgio risultano ad oggi più che mai fondate, dato che Mosca ha intrapreso un’azione legale come, del resto, aveva già fatto capire in passato affermando che avrebbe reagito. Al contempo, l’atteggiamento cauto e preventivo di Euroclear fa capire come le azioni di Bruxelles non siano in linea con le norme giuridiche. Già il 12 dicembre 2025, la Corte Arbitrale di Mosca aveva presentato una richiesta di risarcimento danni a Euroclear per 18,2 trilioni di rubli (226 miliardi di dollari) nei confronti della Banca di Russia. Tale importo include i fondi congelati dell’autorità di regolamentazione, il valore dei titoli congelati e i mancati profitti. Il 27 febbraio, Mosca ha depositato l’azione legale al Tribunale Ue, rendendo noto il fatto solo ieri mattina attraverso un breve comunicato stampa. Mosca ha definito il congelamento dei suoi beni una violazione dei diritti sovrani e della proprietà.

Il Giappone chiude la Chiesa dell’Unificazione

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Un tribunale d’appello giapponese ha confermato l’ordine di sciogliere la Chiesa dell’Unificazione, organizzazione religiosa accusata di manipolare i propri fedeli per ottenere donazioni. La Chiesa era attiva da tempo, ma è finita sotto i riflettori nel 2022, quando un uomo che la accusava di avere sottratto il proprio denaro portando sul lastrico la propria famiglia ha assassinato l’ex premier Shinzo Abe, sostenitore dell’organizzazione. Nel 2023, il governo ha avanzato una richiesta per sciogliere l’Organizzazione, accolta nel 2025 da un tribunale del Paese.

Una raccolta firme per opporsi alla sorveglianza e alle deportazioni di massa

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Lunedì 9 marzo il Parlamento Europeo voterà il cosiddetto “Regolamento sui ritorni”, una proposta legislativa che punta a semplificare le deportazioni dei migranti, amplificare i poteri delle autorità, rafforzare la collaborazione con aziende private e intensificare l’uso di tecnologie di sorveglianza. In risposta, numerose organizzazioni per i diritti umani e digitali sostengono la campagna #ProtectNotSurveil, promuovendo una petizione che chiede ai rappresentanti europei di intervenire ora e di rifiutare il regolamento, prima che si consolidi definitivamente un futuro in cui le garanzie fondamentali vengono sacrificate in favore di un modello di business basato sulla vulnerabilità e sulla marginalizzazione delle persone migranti.

Il pacchetto normativo, presentato l’11 marzo 2025, è stato al centro di negoziati tesi e profonde divisioni nel panorama politico europeo, soprattutto per la previsione di espellere richiedenti asilo e migranti verso Paesi terzi diversi da quelli di origine. L’obiettivo è “esternalizzare” la gestione dei flussi migratori, un approccio che richiama il controverso modello Albania promosso dal governo Meloni e che continua a sollevare critiche sul piano giuridico, politico e dei diritti umani. Il regolamento non prevede una valutazione d’impatto adeguata e contiene disposizioni che, a seconda della loro interpretazione, potrebbero persino consentire l’ingresso forzato delle forze dell’ordine in spazi privati o luoghi di culto, ampliando in modo preoccupante i margini di intervento e riducendo le garanzie per le persone coinvolte.

Le nuove tecnologie giocano un ruolo centrale in questo giro di vite, puntando sempre più sull’analisi biometrica delle persone. Sebbene l’uso commerciale di tali strumenti sia stato limitato, la normativa europea sull’intelligenza artificiale – ancora applicata solo in parte – lascia strategicamente ampi margini per gli impieghi di polizia. Ne è un esempio l’Entry/Exit System, che già oggi impone ai viaggiatori provenienti da Paesi extra‑Schengen un livello pervasivo di registrazione biometrica che solamente pochi anni fa sarebbe stato impensabile in Europa.

Partendo da questi presupposti fragili, il Regolamento Ritorni chiederebbe agli Stati membri di “dispiegare misure efficienti e proporzionate per identificare soggetti dalla nazionalità di Paesi terzi che si trattengono illegalmente nel loro territorio”, una formulazione che, di fatto, apre la strada alla legittimazione della profilazione razziale. Inoltre, considerando sia la struttura della norma sia il clima politico attuale, molti temono che questa richiesta verrà attuata replicando pratiche già viste negli Stati Uniti o, ancor prima, nei territori palestinesi occupati: l’adozione di sistemi di riconoscimento facciale e analisi biometrica direttamente sui dispositivi mobili delle forze dell’ordine, così da consentire la scansione delle persone anche negli spazi pubblici.

L’introduzione delle cosiddette “alternative alla detenzione” prevede dunque forme di monitoraggio elettronico e GPS che impongono ai migranti l’obbligo di non allontanarsi da aree designate, una dinamica che ricorda da vicino gli arresti domiciliari. Vengono inoltre sollevate serie preoccupazioni sul trattamento di questi dati, raccolti su larga scala: non solo informazioni altamente sensibili sarebbero accessibili a un ampio numero di autorità, ma con ogni probabilità sarebbero condivise anche con i Paesi terzi incaricati della gestione dei richiedenti asilo, i quali non sono soggetti agli stessi standard europei di tutela dei dati personali. 

In risposta a queste insidie, realtà come Access Now, EDRi, Amnesty International, AlgorithmWatch e molte altre hanno lanciato una raccolta firme nell’ambito dell’iniziativa Protect Not Surveil per opporsi alla deportazione di massa e al consolidamento di un sistema di sorveglianza opaco, invasivo e intriso di bias culturali. La petizione ha soprattutto un valore simbolico, tuttavia rappresenta uno strumento importante per dare voce a chi rifiuta queste derive politiche e vuole mantenere alta l’attenzione sui rischi che tali soluzioni comportano per i diritti fondamentali.