sabato 29 Novembre 2025
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Il Venezuela revoca i permessi di volo a sei compagnie

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Il Venezuela ha ritirato i permessi di volo alle compagnie aeree Iberia, TAP, Avianca, Latam Colombia, Turkish Airlines e Gol. La scelta del Venezuela arriva in risposta alla decisione da parte delle compagnie di ritirare temporaneamente i voli commerciali dopo gli avvertimenti statunitensi: la scorsa settimana, l’autorità di regolamentazione dell’aviazione statunitense ha diramato un comunicato rivolto alle compagnie aeree avvertendole dei potenziali rischi che avrebbero corso sorvolando il Venezuela, a causa di un «peggioramento della situazione di sicurezza e di un’intensificata attività militare al suo interno». Il governo venezuelano aveva chiesto alle agenzie di riprendere i voli, dando loro un ultimatum di 48 ore per farlo, che tuttavia è scaduto.

Gaza: secondo uno studio i palestinesi uccisi sarebbero oltre 110mila

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Sarebbero almeno 110mila i palestinesi uccisi da Israele durante la guerra di Gaza, negli ultimi due anni, di cui il 27% bambini sotto i 15 anni. Secondo i calcoli del team di ricerca del Max Planck Institute for Demographic Research di Rostock, il numero delle vittime sarebbe stato finora sottostimato: «Non conosceremo mai il numero esatto dei morti», afferma Irena Chen, co-responsabile del progetto. «Stiamo solo cercando di stimare nel modo più accurato possibile quale potrebbe essere un ordine di grandezza realistico».

I ricercatori di Rostock hanno incrociato dati provenienti da fonti differenti e applicato una proiezione statistica per stimare il numero reale delle vittime palestinesi. Oltre alle cifre del Ministero della Salute della Striscia di Gaza, gestito da Hamas, hanno integrato un’indagine indipendente condotta sulle famiglie e segnalazioni di decessi emerse attraverso i social media. Finora, l’unico riferimento ufficiale restava quello del ministero locale, che nei primi due anni di guerra ha dichiarato 67.173 morti. Tuttavia, diversi gruppi di ricerca hanno già evidenziato come questo conteggio risulti prudenziale, poiché prende in considerazione esclusivamente i decessi formalmente certificati, ad esempio, quelli registrati da strutture ospedaliere. Con il progressivo collasso del sistema sanitario e la chiusura di molti ospedali, il Ministero ha iniziato a basarsi anche sulle notifiche fornite dai familiari, sottoposte a verifica da un apposito comitato. Resta, però, esclusa una quota rilevante di vittime, come quelle rimaste sepolte sotto le macerie dopo i bombardamenti, che non vengono mai ufficializzate. Lo studio di Rostock si inserisce in questo vuoto informativo: fondandosi anche su ricerche precedenti, il gruppo ha elaborato stime articolate della mortalità, analizzando separatamente sesso ed età delle vittime per restituire un quadro più realistico dell’impatto del conflitto sulla popolazione: tra il 7 ottobre 2023 e il 6 ottobre 2025, i morti nella Striscia di Gaza sarebbero compresi tra circa 99.997 e 125.915: la cifra mediana si attesta a 112.069. I calcoli degli scienziati mostrano, inoltre, che circa il 27% dei caduti in guerra sono probabilmente bambini sotto i 15 anni e circa il 24% donne.

Tra i dati utilizzati emerge un sondaggio condotto dal team guidato da Michael Spagat, professore al Royal Holloway College dell’Università di Londra. Il personale locale del Palestinian Center for Policy and Survey Research ha visitato circa 2.000 famiglie, rappresentative di una popolazione di circa 2 milioni nei cinque governatorati di Gaza, chiedendolo loro informazioni sul destino dei propri membri dall’inizio della guerra. Altri studi – come quello pubblicato all’inizio di quest’anno da un gruppo di ricercatori della London School of Hygiene and Tropical Medicine su The Lancet – avevano già suggerito che le vittime potessero essere molto più numerose di quelle ufficiali, stimando fino al 30-40 per cento in più rispetto ai conteggi del governo di Gaza controllato da Hamas. Gli scienziati del Max Planck Institute di Rostock hanno anche calcolato l’impatto della guerra sull’aspettativa di vita nella Striscia di Gaza. Prima della guerra, era di 77 anni per le donne e 74 anni per gli uomini. Per il 2024, i demografi prevedono una cifra di 46 anni per le donne e 36 per gli uomini. Ciò indica che se gli attacchi israeliani dovessero continuare, i palestinesi raggiungerebbero solo questa età media.

Lo studio rafforza le denunce su bombardamenti estesi e sproporzionati, operazioni condotte in contesti densamente abitati e mancata tutela della popolazione civile, temi già sollevati da ONG e organismi internazionali. Oltre il profilo giuridico e politico, emerge una frattura più profonda: l’impatto irreversibile sull’equilibrio sociale e demografico della Striscia. In un territorio che prima della guerra contava circa due milioni di abitanti, la perdita di decine di migliaia di vite rappresenta una devastazione strutturale, che si traduce in generazioni spezzate e in un tessuto comunitario lacerato.

Una settimana senza social riduce i sintomi di ansia e depressione

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Una pausa di soli sette giorni dai social media può bastare a migliorare sensibilmente il benessere mentale, riducendo ansia, depressione e insonnia, soprattutto nei giovani adulti. Lo rivela uno studio condotto da Maddalena Cipriani della Università di Bath, pubblicato su JAMA Network Open, che ha analizzato l’effetto della sospensione dell’utilizzo delle principali piattaforme social (Facebook, Instagram, Snapchat, TikTok e X) in un gruppo di 417 giovani di età compresa tra i 18 e i 24 anni.

La ricerca non si è limitata a monitorare semplici autovalutazioni: i ricercatori hanno integrato l’uso degli smartphone con una tecnica detta “digital phenotyping”, che cattura in tempo reale dati sull’attività del dispositivo, mobilità, tempo trascorso a casa, comunicazioni e stato emotivo mediante richieste quotidiane. Questo approccio consente di superare i limiti delle misure auto-segnalate, spesso imprecise o soggette a distorsione. Al termine delle due settimane iniziali, 19 (4,6%) volontari sono stati squalificati. Dei rimasti 398 partecipanti, 25 (6,3%) si sono ritirati. I 373 partecipanti rimasti hanno scelto di aderire al programma, di questi, 295 (79,1%) hanno completato la fase di “social media detox”. Al termine della settimana di disintossicazione digitale è stata registrata una riduzione del 16,1 per cento dei sintomi ansiosi e del 24,8 per cento di quelli depressivi, insieme a un miglioramento del 14,5 per cento nei disturbi del sonno. Parallelamente, sono aumentati i livelli di benessere soggettivo, lucidità mentale e capacità di concentrazione, con una diminuzione della ruminazione mentale e dell’irritabilità.

L’effetto si è rivelato particolarmente marcato nei soggetti con disagio psicologico moderato o elevato già presente all’inizio dello studio. In questi casi, l’interruzione del flusso continuo di notifiche e stimoli ha ridotto l’attivazione emotiva cronica e il senso di pressione derivante dal confronto sociale costante. La disconnessione ha favorito un riequilibrio dei ritmi circadiani, una maggiore stabilità dell’umore e una percezione di maggiore controllo sul proprio tempo. Dal punto di vista neuropsicologico, gli autori ipotizzano un calo dell’iperstimolazione dopaminergica legata allo scrolling compulsivo e una riduzione dell’attivazione dell’asse dello stress, con effetti diretti sulla regolazione emotiva. Curiosamente, lo studio non ha registrato un miglioramento significativo nei livelli di solitudine, un dato che gli autori leggono come una prova del ruolo “sociale” reale di queste piattaforme: per alcuni utenti, la sospensione può alleviare l’ansia e la depressione, ma anche ridurre le occasioni sociali. Dal punto di vista delle abitudini digitali, i cambiamenti osservati non sono stati radicali. Durante la settimana di sospensione dai social, il tempo totale trascorso sullo smartphone non ha subito un crollo significativo e, in alcuni casi, ha persino registrato un lieve aumento. Al contrario, è cresciuto il tempo medio passato in casa. Questo dato indica che i benefici psicologici non sono riconducibili semplicemente a una riduzione complessiva dell’uso dello schermo, ma piuttosto a una diminuzione delle dinamiche più nocive legate ai social, come l’iperstimolazione emotiva, il confronto costante e il coinvolgimento compulsivo.

Lo studio si inserisce in un filone sempre più solido che individua un nesso tra uso intensivo dei social media e l’aumento del rischio di disturbi ansioso-depressivi, insonnia e calo dell’autostima, soprattutto nelle fasce più giovani. I ricercatori precisano che non si tratta di demonizzare la tecnologia, ma di ridefinire modalità e tempi di utilizzo. Restano da chiarire la durata dei benefici osservati e l’efficacia di strategie di disconnessione ripetute, ma il dato è chiaro: anche una pausa breve può interrompere un circolo vizioso di dipendenza, iperstimolazione e logoramento psicologico, aprendo la strada a un rapporto più sano e consapevole con il digitale.

Cina, treno travolge operai sui binari a Kunming: 11 morti

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Nella mattinata di oggi, un treno adibito ai test di apparecchiature sismiche ha investito un gruppo di operai nella stazione di Luoyang, a Kunming, nella provincia cinese dello Yunnan, causando 11 morti e 2 feriti. Secondo i media statali, il convoglio stava percorrendo una curva quando ha travolto gli operai, entrati nell’area dei binari. Le autorità ferroviarie hanno dichiarato che le cause dell’incidente sono ancora in fase di accertamento. Il traffico ferroviario è stato temporaneamente sospeso per consentire i soccorsi, per poi tornare regolare.

Ahmad Salem: da 6 mesi in carcere in Italia per dei video su Gaza

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Ormai da sei mesi, il cittadino palestinese Ahmad Salem è detenuto in Italia per avere chiamato una mobilitazione contro il genocidio del proprio popolo. Ahmad, 24 anni di età, è detenuto presso il carcere di Rossano, in provincia di Cosenza, con le accuse di istigazione a delinquere e autoaddestramento con finalità di terrorismo. L’impianto accusatorio si reggerebbe «su un paio di frasi decontestualizzate estratte da un video di otto minuti pubblicato online», nel quale Ahmad «invitava alla mobilitazione contro il genocidio in corso a Gaza, alla sollevazione in Cisgiordania e a scendere nelle piazze in Libano», denunciano pagine di attivisti. A suo favore si è mobilitata anche una deputata del Movimento 5 Stelle, che ha annunciato una interrogazione parlamentare ai Ministeri della Giustizia, dell’Interno e degli Affari Esteri.

Ahmad Salem, nato e cresciuto nel campo profughi di al-Baddawi in Libano, era arrivato in Italia in cerca di protezione internazionale e si era recato a Campobasso per presentare regolare richiesta di asilo politico. Durante l’audizione davanti alla Commissione territoriale, il suo telefono è stato sequestrato e perquisito, dando il via a un procedimento giudiziario che ora lo vede sotto accusa. Il quadro accusatorio poggia, secondo gli atti, su poche frasi isolate e su spezzoni estratti da un video di circa otto minuti in cui Salem parla del genocidio a Gaza, sollecita mobilitazione in Cisgiordania e invoca la partecipazione nelle piazze del Libano; un passaggio in cui condanna il silenzio del mondo arabo è stato ritenuto dalla Digos di Campobasso elemento di «propaganda jihadista». Sempre dal suo cellulare sarebbero stati recuperati filmati che, per l’accusa, avrebbero carattere istruttivo: in realtà si tratta di riprese degli attacchi compiuti dalla resistenza palestinese contro mezzi militari israeliani, gli stessi filmati che negli ultimi anni sono circolati su canali pubblici e testate giornalistiche italiane e non contengono istruzioni tecniche né indicazioni di addestramento.

Nonostante la fragilità delle prove raccolte, Ahmad Salem resta detenuto nella casa circondariale di Corigliano-Rossano, una struttura dotata di sezioni dedicate a detenuti classificati come Alta Sicurezza o coinvolti in procedimenti complessi legati al terrorismo islamico. La vicenda ha cominciato a circolare in queste settimane attraverso alcune reti dell’attivismo pro-Palestina, sollevando interrogativi sulla trasparenza del caso. I reati contestati ad Ahmad Salem – istigazione a delinquere e autoaddestramento con finalità di terrorismo – fanno riferimento all’articolo 270 quinquies del codice penale, noto come “terrorismo della parola”, recentemente introdotto con il “DL Sicurezza” ad aprile. I suoi legali hanno presentato ricorso in Cassazione e hanno sollevato la questione di costituzionalità di questa norma, che amplia ulteriormente il margine repressivo in Italia.

A intervenire sul caso è stato il Gruppo Territoriale del Movimento 5 Stelle di Reggio Calabria, che ha espresso «profonda preoccupazione» per l’accaduto e annunciato la presentazione di una interrogazione parlamentare a firma della deputata Stefania Ascari, indirizzata ai Ministeri della Giustizia, dell’Interno e degli Affari Esteri. Numerosi gruppi Pro-pal hanno inoltre annunciato che nei prossimi giorni si svolgerà una manifestazione davanti al carcere di contrada Ciminata, con l’obiettivo dichiarato di chiedere informazioni ufficiali e visibilità sul caso.

Questo caso si inserisce in un contesto più ampio che vede lo Stato italiano dotarsi di strumenti repressivi sempre più stringenti, non solo per colpire le lotte sociali e il movimento di solidarietà, ma anche ogni espressione di appoggio alla Palestina. L’ultimo caso è quello che ha coinvolto Mohamed Shahin, imam della moschea di via Saluzzo (Torino), raggiunto da un decreto di espulsione e rinchiuso in un Centro di Permanenza e Rimpatrio (CPR) per aver affermato che gli attacchi di Hamas del 7 ottobre furono un atto di resistenza dovuto ad anni di occupazione e decine di guerre. Dopo essere stato detenuto in un primo momento nel CPR di Torino, Shahin è stato trasportato in quello di Caltanissetta e da qui verrà rimandato nel suo Paese d’origine, l’Egitto. Il suo rimpatrio potrebbe comportare per lui la detenzione, se non anche la morte, dal momento che in patria è considerato un dissidente per la sua aperta opposizione al regime di Al Sisi. I movimenti per la Palestina accusano il governo di aver colpito Shahin per essersi pubblicamente esposto e aver dato voce a un’idea condivisa dalle piazze che da due anni chiedono la fine della guerra.

Incendio a Hong Kong, almeno 55 morti, centinaia i dispersi

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Sale ancora il bilancio dei morti per il violento incendio che ha devastato a Hong Kong sette delle 8 torri residenziali di Wang Fuk Court di Tai Po. Il rogo ha causato finora un totale di 55 vittime, di cui 4 dopo il ricovero d’urgenza in ospedale, e 279 dispersi. Gi incendi in quattro degli otto condomini del complesso sono stati spenti, altri tre roghi sono sotto controllo. Un edificio non è stato interessato. Tre uomini dell’impresa edile responsabile dei lavori dei condomini sono stati arrestati con l’accusa di omicidio colposo. L’organismo anticorruzione di Hong Kong ha dichiarato di aver avviato un’indagine sui lavori di ristrutturazione del complesso residenziale.

Perù, ex presidente Vizcarra condannato a 14 anni di galera per corruzione

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L’ex presidente peruviano Martín Vizcarra è stato condannato a 14 anni di carcere per aver accettato tangenti pari a circa mezzo milione di euro tra il 2011 e il 2014, quando era governatore di Moquegua, in cambio di favoritismi a due imprese edilizie. Pur annunciando ricorso, dovrà iniziare subito a scontare la pena. Vizcarra, 62 anni, centrista senza partito, fu presidente dal 2018 al 2020 dopo le dimissioni di Pedro Pablo Kuczynski per lo scandalo Odebrecht. Nel 2020 era stato destituito dal parlamento con un impeachment legato alle stesse accuse di corruzione.

Famiglia nel bosco: come una falsa narrazione decide chi è “civile” e chi no

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Si è parlato tantissimo della famiglia del bosco e dell’allontanamento disposto dal Tribunale dei minori dell’Aquila per i figli di Catherine Birmingham e Nathan Trevallion, la coppia anglo-australiana balzata agli onori della cronaca per la loro scelta di vivere in un boschetto del Vastese in cerca di pace e di un contatto più diretto con la natura. Questa vicenda ha sollevato tantissimi interrogativi e si è trasformata in uno scontro, alimentato da disinformazione e sensazionalismo, tra i difensori di una vita più genuina e coloro che invece hanno acceso i riflettori sui diritti dei minori. 

Ma c’è un aspetto ben più interessante che è stato taciuto, una questione che in questa lunga diatriba tra civiltà e libertà, potestà genitoriale e diritti del minore non è stata analizzata. E che vorrei portare alla vostra attenzione, servendomi degli strumenti che ci offrono la filosofia e la linguistica per capire la vera posta in gioco e la genesi di questo scontro. 

Ma prima va chiarita una volta per tutte la questione dell’home schooling, o più precisamente della mancata scolarizzazione che è stata imputata ai figli dei Trevallion-Birmingham. Il Ministero dell’Istruzione ha comunicato con una nota che «risulta regolarmente espletato l’obbligo scolastico attraverso l’educazione domiciliare legittimata dalla Costituzione e dalle leggi vigenti e tramite l’appoggio a una scuola autorizzata».

Chiarita questa vicenda, il punto nevralgico dietro l’intervento dei servizi sociali poggia le sue basi sullo stato dell’abitazione descritto come insalubre, pericoloso, e incompatibile con la crescita dei bambini. In particolare vengono imputati alla famiglia l’assenza di allaccio alle utenze di gas e luce e di pericolosità strutturale dell’intero edificio, anche se il Corriere della Sera riporta che la perizia di un geometra segnala che dal punto di vista strutturale «l’abitazione risulta in discrete condizioni generali». 

Ma dato che si è insistito molto sul freddo patito dai bambini, evocando scenari quasi dickensiani, occorre innanzitutto fare un po’ di chiarezza. Tanto per darvi un po’ di numeri: sono 1300 i comuni di alta montagna, e circa 4 milioni le persone che li abitano, che non sono serviti da gas diretto. Le aziende non reputano conveniente investire in queste aeree meno densamente popolate e l’onere di trovare metodi alternativi per riscaldare gli ambienti, come bomboloni di gas metano, stufe a pellet, camini a legna, termostufe, etc, ricade sui singoli cittadini. Non esiste una invece una stima precisa delle case italiane che non sono allacciate all’acquedotto: ma si tratta di realtà comuni nelle zone rurali e nelle case di campagna che fanno uso di pozzi artesiani e cisterne di raccolta dell’acqua. 

Ma per tornare alla nostra famiglia, l’inviata del Corriere, mandata sul posto, riporta che la casetta dei Birmingham-Trevallion è ben riscaldata da un caminetto e stufa a legna con una temperatura interna di 22 gradi. La casa s’illumina la sera di luci alimentate dai pannelli solari, mentre l’acqua per bere, lavarsi e svolgere le normali mansioni quotidiane viene attinta da un pozzo. «È pieno d’acqua qui ed è acqua buona, perché dobbiamo pagarla se non manca?» si difende Nathan Trevallion. 

In effetti la reale ed effettiva carenza d’acqua, una realtà comune a fin troppe famiglie siciliane abbandonate per mesi e mesi al degrado più assoluto, pare un’accusa assurda in un contesto ricco di acqua come quello di Palmoli.

«La cena ieri sera è stata verso le 17.30, poi i bambini hanno fatto il bagno in una vasca in legno fumante davanti al fuoco» racconta Paola Manfredi, inviata di Vanityfair che a Novembre aveva voluto trascorrere una giornata in compagnia della coppia, «per poi andare a dormire verso le 18.30 nella camera dove dorme tutta la famiglia, con le lucine da festa che la illuminano dolcemente».

La famiglia ha scelto di non avere il gas, non di stare al freddo, ha scelto di non essere allacciata alla rete idro-elettrica e non di stare al buio o di vivere senza acqua. Eppure i media, i giornali, perfino il Tribunale dei Minori lasciano supporre che la famiglia del bosco alla civiltà (rappresentata dall’allaccio alle utenze nazionali) abbia scelto lo stato selvaggio.

Catherine Birmingham e Nathan Trevallion insieme ai loro figli

Ecco questa è ciò che la linguistica e la filosofia chiamano falsa dicotomia. Si tratta di una fallacia logica o di un’espediente retorico che offre due opzioni presentandole come se fossero le uniche due scelte possibili, quando in realtà esistono anche altre alternative. Ad esempio è una falsa dicotomia la domanda «preferisci il mare o la montagna?». La scelta, infatti, è pilotata e costretta tra mare e montagna, escludendo a priori risposte come «preferisco il lago, la collina, le acque termali etc». Ricorderete certamente l’ormai celebre «pace o aria condizionata» di Mario Draghi. O ancora sono false dicotomie affermazione del tipo «critichi il sistema capitalistico? Allora devi essere un comunista». Si tratta di una strategia retorica e manipolatoria che crea l’illusione di una libera scelta. In breve si può riassumere nel «o con noi o contro di noi». 

Nessuno mette in dubbio che i bambini debbano vivere al caldo, in un ambiente illuminato o che abbiano il diritto di farsi il bagno. Catherine e Nathan non rivendicano il diritto di sacrificare i bisogni primari dei loro figli in nome di un idilliaco e romantico ritorno allo stato di natura, ma rivendicano il diritto di decidere come e con quali mezzi provvedere ai loro bisogni primari. Se servirsi di mezzi ufficiali e nazionali per così dire o di metodi alternativi di riscaldamento/illuminazione. Questo non è uno scontro tra diritti e (supposto) abuso di minori, ma è uno scontro tra la scelta di provvedere in autonomia ai propri bisogni primari e il monopolio di Stato e di grandi aziende private che pretendono di essere gli unici in grado di soddisfare questi bisogni. 

Merita di essere letto questo passo tratto da quel meraviglioso saggio che si chiama La democrazia in America di Alexis Tocqueville, filosofo e giurista francese e precursore della sociologia moderna. Lo Stato «lavora volentieri al benessere della gente, ma vuole esserne l’unico agente e regolatore; […] estende il suo braccio sull’intera società; ne copre la superficie con una rete di piccole regole complicate, minuziose ed uniformi, attraverso le quali anche gli spiriti più originali e vigorosi non saprebbero come sollevarsi; esso non spezza le volontà, ma le infiacchisce; raramente costringe ad agire, ma si sforza continuamente di impedire che si agisca; non distrugge, ma impedisce di creare; non tiranneggia direttamente, ma ostacola, comprime, snerva, estingue, riducendo infine la nazione a non essere altro che una mandria di animali timidi ed industriosi, della quale il governo è il pastore».

La domanda da porsi sul caso della famiglia nel bosco pertanto non dovrebbe essere: la casa dei Birmingham-Trevallion è allacciata alle utenze e ha una rete idrica? Ma le domande da farsi sono: i bambino vivono al caldo? Sono puliti? Hanno luce a sufficienza per soddisfare le loro esigenze? Se la risposta a tali domande è affermativa, come hanno testimoniato le inchieste svolte, l’intervento di sospensione della potestà genitoriale è davvero legittimo? O si tratta di un abuso?

Infine, anche il cosiddetto isolamento sociale dei bambini sbandierato dai media e utilizzato per giustificare la sentenza di allontanamento, dato che lede il diritto alla vita relazionale del minore, poggia su un pregiudizio ideologico di fondo. 

Tale scenario di isolamento cozza con la presenza di una trentina di famiglie neorurali con figli a carico che vivono in quella stessa zona praticando la stessa filosofia di vita dei Birmingham-Trevallion. Si potrebbe dire che la casa della famiglia del bosco dista solo pochi chilometri dal centro abitato, e che non è più isolata delle centinaia di migliaia di case sparse sul territorio alpino e nelle zone rurali della nostra penisola. 

L’abitazione di Catherine Birmingham e Nathan Trevallion nel bosco

Tuttavia ciò che è interessante è che ancora una volta lo Stato, i media e perfino il Tribunale dei Minori si siano arrogati il diritto di decidere in base ai loro parametri cosa sia la socializzazione, quali relazioni siano benefiche, simbolo di socialità e benessere relazionale e quali invece non vadano considerate come tali. Un bambino che frequenta la scuola elementare, anche se è isolato dalla classe, bullizzato dai compagni e deriso dai coetanei, è avviato, agli occhi dello Stato, a un percorso relazionale sano e proficuo. Tre fratellini che crescono in compagnia dei figli dei loro vicini e che hanno modo di relazionarsi con bambini, adulti e perfino gli animali del loro personale angolo di paradiso sono considerati selvaggi e privati dai genitori di un diritto a loro fondamentale. 

Ancora una volta sul banco dell’accusa non c’è un episodio di maltrattamento e neanche di irresponsabilità genitoriale, ma di due diverse e contrapposte visioni dell’esistenza e definizioni di socialità, dove l’unica riconosciuta dallo Stato sembra essere quella che passi attraverso la frequentazione di in un istituto scolastico. Come se appunto l’unica forma di socialità durante l’infanzia possa garantirla la scuola, e dunque lo Stato.

Una menzione a parte la merita la proposta del sindaco di Palmoli che ha generosamente offerto alla coppia un’abitazione in paese dove poter soggiornare assieme ai loro figli, un’offerta che seppur dettata dalla generosità diventa un ricatto morale che di fatto costringerebbe una famiglia che cerca pace e tranquillità a trasferirsi forzatamente in un contesto semi-urbano fatto di strade, macchine, rumori molesti di chi abita al piano di sopra o nella casa accanto, tutto ciò che ovviamente questa famiglia aveva cercato di evitare. E li costringe ad abbandonare quella che per anni hanno chiamato casa, per non parlare degli animali che vivevano con loro.

L’unica vera carenza e anomalia in questa famiglia, seppur diffusa in molte parti del mondo ma non in Italia, è rappresentata dal bagno esterno a secco, una scomodità e una stravaganza a dir poco obsoleta. Eppure sarebbe opportuno domandarsi se tutti coloro che hanno lavorato a stretto contatto con questa famiglia e ne abbiamo predisposto l’allontanamento dei figli in una struttura protetta, abbiano realmente soppesato i pro e i contro di tale misura. Il trauma, e le conseguenti ripercussioni psicologiche, per un bambino nell’essere separato forzatamente da un genitore e da quella che considera la propria casa vale la presenza di uno sciacquone in casa? Ai posteri l’ardua sentenza.

Riarmo UE: la Commissione apre anche ad armi nucleari e all’uranio impoverito

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La Commissione europea vuole reintrodurre la possibilità di investire in armi controverse. L’esecutivo comunitario ha infatti proposto una modifica al testo che definisce il progetto industriale e di riarmo Prontezza 2030, sostituendo il termine «armi controverse» con il termine «armi vietate», in un passaggio che definisce i progetti da escludere. I partiti The Left, Socialisti e Verdi hanno avanzato obiezioni sulla modifica, respinte dal parlamento, sottolineando che essa «limita l’ambito di applicazione dei tipi di armi esclusi a sole quattro categorie, nello specifico le mine antipersona, le munizioni a grappolo, le armi biologiche e le armi chimiche», finendo per includere nei potenziali investimenti anche armi nucleari, all’uranio impoverito, o dispositivi incendiari.

Nella sua proposta, la Commissione scrive che la definizione di armi controverse contenuta nel regolamento UE «lascia troppa incertezza e confuzione per gli amministratori e dovrebbe essere chiarita e semplificata, in particolare perchè i trattati e le convenzioni internazionali pertinenti di cui gli Stati membri sono parti non fanno riferimento alle armi controverse, ma piuttosto alle armi proibite». Il motivo è sempre lo stesso: potenziare la prontezza della difesa europea, programma che prevede l’investimento di 800 miliardi entro il 2030. Con la nuova modifica, dunque, le armi proibite si limiterebbero a «mine antiuomo, munizioni a grappolo, armi biologiche e chimiche il cui uso, possesso, sviluppo, trasferimento, fabbricazione e stoccaggio sono espressamente vietati dalle convenzioni internazionali». Armamenti quali munizioni all’uranio impoverito, armi incendiarie (quali il fosforo bianco) e nucleari non figurano nell’elenco, potendo dunque potenzialmente essere classificate come idonee per la classificazione ESG (Environmental, Social, Governance, ovvero l’etichetta che valuta la sostenibilità di un’azienda o un investimento sulla base di criteri ambientali, sociali e di governance).

Gli armamenti che rimarrebbero esclusi sono stati oggetto di numerose denunce nel corso della storia, proprio per le conseguenze devastanti derivanti dal loro utilizzo. Nel 2001, la procuratrice del tribunale penale per l’ex Jugoslavia, Carla del Ponte, aveva dichiarato che l’impiego di armi all’uranio impoverito da parte della NATO fosse assimilabile a un crimine di guerra, per via dei gravi danni alla salute che queste causano alle persone che vi sono esposte. L’Osservatorio Nazionale Amianto (ONA) italiano ha censito all’incirca 8 mila militari che, al ritorno dalle guerre nei Balcani, furono colpiti da diverse malattie, le più frequenti delle quali linfomi di Hodgkin e non Hodgkin e leucemia. Secondo il presidente dell’ONA, Ezio Boanni, almeno 400 persone sono morte per tumori causati dall’esposizione all’uranio impoverito, impiegato nel 1995 e nel 1999 in Bosnia Erzegovina e in Kosovo. Nel 2013, la Corte dei Conti del Lazio emise una sentenza nella quale si accoglieva il ricorso di un militare che era stato di stanza in Kosovo e ammalatosi successivamente di tumore, nella quale si sottolineava la correlazione tra la malattia e le condizioni ambientali nelle quali l’uomo aveva prestato servizio, confermata sulle perizie eseguite sui tessuti neoplastici dell’uomo. La stessa sentenza dichiarava che la contaminazione era anche avvenuta tramite l’acqua e il cibo approvvigionati in loco. Per quanto riguarda le armi incendiarie, un esempio micidiale è il fosforo bianco, utilizzato per esempio da Israele in Palestina in varie occasioni, come denunciato dall’ONU stessa. Una delle ultime sarebbe proprio nell’ambito dell’aggressione in Libano, secondo quanto dimostrerebbero le immagini raccolte da Amnesty. L’attacco sarebbe stato condotto il 13 ottobre 2023 contro obiettivi civili nel villaggio di Dhayra, nel Libano meridionale. Il fosforo bianco è una sostanza incendiaria che brucia una volta esposto all’aria: chi vi entra in contatto può incorrere in danni respiratori gravi, insufficienze al funzionamento di organi vitali e altri danni permanenti.

Spari vicino alla Casa Bianca, gravi due agenti, fermato attentatore

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Due membri della Guardia Nazionale sono stati gravemente feriti mercoledì pomeriggio in una sparatoria avvenuta a pochi isolati dalla Casa Bianca a Washington. Un uomo di 29 anni, di origine afghana entrato negli Stati Uniti nel 2021, è stato arrestato dopo essere stato colpito durante lo scontro a fuoco. Le autorità definiscono l’accaduto come un “attacco mirato” contro i militari. In risposta, il governo ha mobilitato altri 500 soldati della Guardia Nazionale a Washington. Non è ancora chiaro il movente; l’indagine è in corso.