La guardia costiera di Taiwan ha dichiarato di aver sequestrato una nave mercantile con presunti collegamenti con la Cina, accusandola di aver manomesso un cavo sottomarino collocato nello Stretto di Taiwan. La nave è la “Hong Tai 58”, ha equipaggio cinese, ma batte bandiera del Togo. Taiwan la accusa di essere di fatto una nave cinese che batte una bandiera di comodo per celare la propria appartenenza. Il presunto episodio di sabotaggio di cui è accusato l’equipaggio riguarda un cavo sottomarino per la connessione internet destinata alle Isole Penghu. Le autorità di Taiwan hanno dichiarato che le indagini sono ancora in corso.
Ucraina, due votazioni all’ONU sanciscono la frattura USA-UE
Dopo le due mozioni approvate ieri, lunedì 24 febbraio, dall’Assemblea Generale dell’ONU, il Consiglio di Sicurezza ha adottato la risoluzione proposta dagli Stati Uniti, che chiede una pace in Ucraina senza riconoscerne l’integrità territoriale. Il contenuto della mozione si sviluppa in poche righe, in cui il documento si limita a «piangere la tragica perdita di vite umane» e «ribadire che lo scopo principale delle Nazioni Unite è mantenere la pace e la sicurezza internazionale e risolvere pacificamente le controversie», per infine «implorare una rapida fine del conflitto e sollecitare inoltre una pace duratura tra Ucraina e Federazione Russa». In sede di votazione, Francia e Regno Unito, gli unici Paesi europei a essere membri permanenti del Consiglio di Sicurezza, si sono astenuti e non hanno esercitato il diritto di veto. Anche l’Europa, insomma, ha acconsentito tacitamente alla linea Trump, mettendo fine alla politica del sostegno incrollabile all’Ucraina fino alla vittoria.
La mozione statunitense è stata approvata con 10 voti a favore e 5 astensioni, provenienti da Danimarca, Francia, Grecia, Regno Unito e Slovenia. Prima del voto, la rappresentante degli Stati Uniti ha affermato che il Consiglio si trova «sul precipizio della storia con un compito solenne: creare le condizioni per porre fine alla guerra più sanguinosa nel continente europeo» dalla creazione dell’organo. La risoluzione, ha sottolineato, si limita a essere «un simbolico, semplice primo passo verso la pace», e «non è un accordo di pace». Esso, però, ha continuato la rappresentante USA, getterebbe le basi per arrivare a un accordo. Il rappresentante della Federazione Russa, da parte sua, ha detto di considerare il testo: «un’iniziativa di buon senso», definendo gli emendamenti dell’UE come «l’ennesimo ultimatum anti-russo». Il testo non è ancora stato pubblicato, ma da quanto riporta il sito delle Nazioni Unite è stato approvato senza emendamenti e dovrebbe dunque corrispondere alla bozza.
Ieri, prima della votazione del Consiglio di Sicurezza, lo stesso testo era passato al vaglio dell’Assemblea Generale, che lo aveva approvato con l’aggiunta di un emendamento dell’UE. Quest’ultimo riaffermava l’impegno per la «sovranità, l’indipendenza, l’unità e l’integrità territoriale dell’Ucraina all’interno dei suoi confini riconosciuti a livello internazionale». Tale passaggio era contenuto in un’altra risoluzione, anch’essa approvata dall’Assemblea Generale, proposta da UE e Ucraina. Questa seconda mozione faceva esplicito riferimento all’aggressione russa e dava più responsabilità alla Federazione, a cui chiedeva di «ritirare immediatamente, completamente e incondizionatamente tutte le sue forze militari dall’Ucraina». Entrambe le mozioni avevano trovato l’opposizione di Russia e Stati Uniti. Contrariamente alle risoluzioni dell’Assemblea Generale, quelle approvate dal Consiglio di Sicurezza hanno valore vincolante, e il loro contenuto deve dunque essere applicato. Non avendo la risoluzione statunitense effettivi risvolti pratici, essa, come sottolineata dalla rappresentante statunitense, non cambia davvero le carte in tavola.
[di Dario Lucisano]
Gaza, altri bimbi morti per il freddo: famiglie dormono all’aperto
Nelle ultime ore, tre bambini sono morti a causa del freddo intenso a Gaza. Lo rende noto Al Jazeera. L’accordo di cessate il fuoco tra Hamas e Israele ha infatti permesso a oltre 60mila palestinesi di tornare alle loro città e ai loro villaggi d’origine, dove hanno però trovato aree inabitabili. Israele, finora, non ha consentito l’ingresso nella Striscia di un numero sufficiente di rifugi mobili e tende. Molti bambini erano già morti prima del cessate il fuoco a causa del freddo a Gaza, dove vivevano con le loro famiglie in tende improvvisate.
Ucraina, Assemblea ONU approva risoluzione per l’integrità territoriale: USA votano contro
Oggi, lunedì 24 febbraio, in occasione del terzo anniversario della guerra in Ucraina, l’Assemblea generale dell’ONU ha approvato una risoluzione per promuovere «una pace giusta e duratura» nel Paese, riaffermandone «l’integrità territoriale» e condannando l’aggressione russa. Da parte degli USA è arrivato un voto contrario. Washington aveva infatti proposto una mozione che si concentrava unicamente sulla promozione della pace, mancando di riconoscere i confini internazionali ucraini e di addossare responsabilità alla Russia. A votare a favore, invece, sono stati 93 Paesi, tra cui l’intero blocco europeo, esclusa l’Ungheria, che ha votato contro. Tra le astensioni di peso, infine, si notano quelle della Cina, dell’Iran, dell’Arabia Saudita e in generale del blocco BRICS, ad eccezione dell’Indonesia, che ha votato a favore.
La risoluzione dell’Assemblea Generale votata oggi è stata preparata dall’Ucraina e dagli Stati membri dell’UE. Il documento chiede la de-escalation, una cessazione anticipata delle ostilità e una «risoluzione pacifica» della guerra in Ucraina. Riafferma l’impegno per la «sovranità, l’indipendenza, l’unità e l’integrità territoriale dell’Ucraina all’interno dei suoi confini riconosciuti a livello internazionale» e ribadisce la richiesta alla Russia di «ritirare immediatamente, completamente e incondizionatamente tutte le sue forze militari dall’Ucraina». Al momento della stesura, la bozza di risoluzione ha avuto 57 co-sponsor.
Il voto contrario degli USA è arrivato poco prima della discussione di un’altra bozza di risoluzione, proposta dagli stessi Stati Uniti. Quest’ultima risulta molto più breve e non contiene alcun riferimento né all’aggressione russa né all’impegno per la sovranità dell’Ucraina, limitandosi a lanciare un appello per la pace. La risoluzione statunitense è stata approvata dopo l’inserimento di un emendamento di matrice europea, che ha aggiunto tra le premesse l’impegno alla sovranità e all’indipendenza di Kiev, come formulato nell’altra risoluzione. A votare a favore sono stati gli stessi 93 Paesi che hanno votato il documento ucraino, mentre gli USA si sono astenuti.
[di Dario Lucisano]
In Italia si consumano oltre 6 mila litri di acqua per persona al giorno
L’acqua è una risorsa preziosa, ma in Italia i numeri del consumo idrico fanno riflettere: ogni cittadino consuma in media 6.300 litri al giorno, un dato che ci colloca al settimo posto tra i Paesi dell’Unione Europea. Lo ha reso noto uno studio condotto da The European House – Ambrosetti (TEHA) e presentato alla VI riunione della Community Valore Acqua per l’Italia. Se questa cifra sembra sorprendente, il motivo risiede nell’impronta idrica complessiva, che comprende sia i consumi diretti, come quelli per uso domestico, sia quelli indiretti, ovvero l’acqua necessaria per produrre beni e servizi di cui usufruiamo quotidianamente. I quali, combinati assieme, fotografano una situazione tutt’altro che rosea per il nostro Paese.
La ricerca svolta da TEHA attesta che il consumo medio diretto di ogni italiano arriva a 215 litri al giorno. Solo Grecia (324 litri) e Irlanda (252 litri) registrano dati superiori all’interno dell’UE. Applicando un coefficiente di moltiplicazione – che per l’Italia è pari a 29 e va da un minimo di 14 per l’Irlanda a un massimo di 40 del Portogallo – si ottiene la quota di impatto complessivo sulla risorsa idrica, ovvero 6.300 litri giornalieri per abitante, che comprende anche i prodotti che ogni italiano consuma. A livello europeo, l’Italia si posiziona dietro a Lussemburgo e Portogallo (6.900 litri), Spagna (6.700), Cipro e Ungheria (6.500) e Grecia (6.400). Molto più virtuosi risultano invece Paesi come la Francia (4.900 litri), la Germania (3.900 litri) e il Regno Unito (3.400 litri). Il quadro diventa però ancora più critico se si guarda al consumo annuo complessivo. L’Italia utilizza infatti 130 miliardi di metri cubi d’acqua ogni anno, il valore più alto in Europa. A seguire ci sono Germania (120 miliardi), Francia (110 miliardi) e Spagna (100 miliardi). Un elemento particolarmente preoccupante è il peso dell’impronta idrica grigia, ovvero il volume di acqua dolce necessario per diluire gli inquinanti generati nei processi industriali, agricoli e domestici. In Italia, questa componente rappresenta il 23,9% del totale dell’impronta idrica, un valore che evidenzia la necessità di politiche più incisive per la riduzione dell’inquinamento e per un uso più efficiente delle risorse idriche.
Secondo l’ultimo rapporto dell’ISTAT dedicato alla rete idrica italiana, uscito nella Primavera dell’anno scorso, nel solo 2022 l’acqua dispersa nelle reti comunali di distribuzione del Paese avrebbe soddisfatto le esigenze idriche di 43,4 milioni di persone per un intero anno. Le statistiche, condivise dall’Istituto Nazionale di Statistica, vanno di pari passo con i dati che emergono dal lungo Libro Bianco Valore Acqua 2024, redatto ancora da TEHA. Nel report viene infatti dettagliatamente analizzata la questione dell’emergenza idrica in Italia che, tra situazioni di siccità alimentate dai cambiamenti climatici e gestione delle risorse, rileva non poche criticità. Secondo The European House – Ambrosetti, che ha preso come riferimento l’anno precedente a quello oggetto delle analisi ISTAT, l’infrastruttura idrica italiana, «inefficiente ed obsoleta», disperderebbe nella fase di distribuzione il 41% dell’acqua prelevata pari a 8308m3/km, posizionando lo Stivale in fondo alla classifica europea per perdite idriche.
[di Stefano Baudino]
Bangladesh e Pakistan riprendono commercio diretto dopo oltre 50 anni
La Pedemontana è costata ai cittadini veneti 47 milioni in appena nove mesi
In soli nove mesi di gestione la Superstrada Pedemontana Veneta ha già generato nelle casse della Regione Veneto un buco di 47 milioni di euro. La stima è stata certificata da un referto della Sezione di controllo della Corte dei Conti del Veneto: da marzo a novembre 2024, la Regione Veneto ha incassato 93,5 milioni di euro dai pedaggi, ma ha dovuto sborsare 140,8 milioni di euro alla società costruttrice SIS, come canone di utilizzo. Si tratta, oltretutto, di debiti destinati ad aggravarsi, dal momento che il canone di utilizzo, in base agli accordi contrattuali, crescerà progressivamente fino a toccare i 332,3 milioni di euro nel 2059. La Pedemontana Veneta è da tempo nel mirino della Corte dei Conti, che già nel 2022 aveva denunciato che l’opera avrebbe potuto provocare un buco complessivo di 12 miliardi di euro.
L’opera, lunga 94 chilometri con ulteriori 68 chilometri di opere complementari, collega Vicenza e Treviso. Celebrata come un’infrastruttura strategica per la mobilità regionale, essa si sta però rivelando un pesante fardello per le casse pubbliche. Uno degli aspetti più preoccupanti riguarda i costi futuri. Il canone annuo che la Regione dovrà versare alla SIS è destinato ad aumentare progressivamente: dai 165 milioni di euro della prossima annualità fino a un massimo di 435,5 milioni nel penultimo anno di gestione, per poi stabilizzarsi a 332,3 milioni nell’ultima annualità. La relazione della sezione di controllo della Corte dei Conti non si limita a evidenziare il deficit economico, segnalando anche altre criticità. Una delle principali raccomandazioni dei magistrati contabili è l’applicazione delle sanzioni per i ritardi accumulati nel completamento dell’opera, dal momento che la consegna della Pedemontana era prevista per il 2020, ma – tra ostacoli burocratici e problemi infrastrutturali – l’ultima tratta è stata aperta solo il 29 dicembre 2023, mentre l’interconnessione con la A4 è stata completata a maggio 2024. Resta poi aperto il il tema dei 20 milioni di euro versati dalla Regione al concessionario ma non dovuti, nonché il nodo della possibile riclassificazione della superstrada, che consentirebbe di aumentare il limite di velocità da 110 a 130 km/h, equiparandolo a quello delle autostrade. La questione sta alimentando polemiche politiche. I consiglieri regionali di Europa Verde, Andrea Zanoni e Renzo Masolo, hanno attaccato la gestione dell’opera, esortando il presidente della Regione Luca Zaia a rinegoziare la convenzione con SIS. «Se Zaia non vuole essere ricordato come il presidente che ha lasciato buchi finanziari sulla pelle dei veneti, deve intervenire subito», hanno dichiarato.
L’opera fu inserita nel piano regionale dei trasporti del Veneto nel 1990: negli anni a venire è stata protagonista di numerosi scandali, ricorsi, esposti di comunità intere contro la sua realizzazione, valutata più volte come «inutile, dannosa e costosissima» soprattutto per via dell’alto consumo di suolo. Già nel bilancio di previsione 2023/25 della regione Veneto si evidenziava come ci si aspettasse che la Pedemontana potesse provocare un buco di decine di milioni di euro nelle casse regionali per i successivi tre anni. A parlare delle criticità nella realizzazione della Superstrada, in particolare sul versante finanziario e contrattuale, era stato in un’intervista a L’Indipendente il progettista Nicola Troccoli, che aveva individuato diverse criticità nella realizzazione della Pedemontana Veneta. A suo avviso, infatti, la terza convenzione siglata tra Regione Veneto e la concessionaria SIS ha ribaltato il rischio d’impresa dal privato al pubblico, garantendo alla società costruttrice un canone di disponibilità indipendentemente dagli incassi dell’infrastruttura. Troccoli ha poi sottolineato come la convenzione abbia permesso al concessionario di ottenere quota del canone di disponibilità anche con l’apertura di tratte parziali, dilazionando così il termine effettivo dei 38 anni di concessione e favorendo ulteriori ritardi. Il progettista ha inoltre evidenziato che sarebbe stato molto più vantaggioso per la Regione far completare il finanziamento dell’opera allo Stato o all’ANAS, evitando l’accordo con SIS, in modo tale da ridurre drasticamente i costi di realizzazione e permettendo ai cittadini veneti di utilizzare l’infrastruttura gratuitamente.
[di Stefano Baudino]
A Londra sono stati scoperti i resti di un’antica basilica romana
Ospitava un edificio pubblico all’interno del quale venivano prese importanti decisioni economiche, politiche ed amministrative, risale a circa 2.000 anni fa ed è stata rinvenuta durante i lavori di costruzione: è la basilica situata a Londra sotto il seminterrato di un palazzo di uffici, descritta come “uno dei reperti più importanti della storia romana rinvenuti nella città”. La struttura faceva parte di un complesso più ampio che includeva il foro, aveva le dimensioni imponenti di 40 metri di lunghezza, 20 di larghezza e 12 di altezza e presentava tratti di muro in pietra che costituivano la sua base, alta circa due piani e mezzo. «È davvero significativo: questo è il cuore della Londra romana. Questo edificio ci racconterà molto sulle origini di Londra, sul perché Londra è cresciuta e perché è stata scelta come capitale della Gran Bretagna. È semplicemente incredibile», ha commentato Sophie Jackson del Museum of London Archaeology (MOLA).

La scoperta è avvenuta durante la riqualificazione di un edificio per uffici in Gracechurch Street 85, nel distretto finanziario della città di Londra. Precedenti indagini archeologiche avevano già rivelato l’ubicazione approssimativa dell’antica basilica e, perciò, sono state create alcune piccole fosse per rinvenire cosa si nascondesse al di sotto del pavimento in cemento. Al terzo, tentativo, il colpo di fortuna: «Si può vedere un’enorme porzione di muratura romana, ed è incredibile che sia sopravvissuta così bene. Siamo assolutamente entusiasti che ce ne sia così tanta qui», ha commentato Jackson. Gli archeologi hanno poi spiegato che il muro è stato realizzato con un tipo di pietra calcarea del Kent e nascondeva altri reperti, tra cui una tegola con impresso il timbro di un funzionario dell’antica città. Inoltre, hanno aggiunto che l’edificio faceva parte del foro di Londra, un centro sociale e commerciale con un cortile grande più o meno quanto un campo da calcio: «La basilica è il municipio e di fronte c’è una grande piazza del mercato con una serie di negozi e uffici tutt’intorno. È il posto in cui si veniva per fare affari, per risolvere la propria causa in tribunale, è dove venivano fatte le leggi e dove venivano prese decisioni su Londra, ma anche sul resto del Paese», hanno affermato.
Nonostante la tabella di marcia prevista, la scoperta ha causato un cambio di programma improvviso per i proprietari dell’edificio, i quali hanno spiegato che i resti romani, che saranno completamente scavati a breve, saranno incorporati nei nuovi uffici e aperti al pubblico. Impresa tutt’altro che semplice per alcuni architetti che, intervistati dalla stampa locale, hanno evidenziato numerosi ostacoli che però, una volta superati, garantiranno uno spettacolo unico: «Il progetto è stato modificato in modo completo. Cose semplici come le colonne hanno dovuto letteralmente cambiare posizione, per evitare di distruggere tutte queste pietre speciali che abbiamo trovato nel terreno. Sarà assolutamente incredibile vedere le persone usare e godere di questo spazio, muoversi nella sala pubblica e arrivare a vedere i resti», ha spiegato l’architetto James Taylor.
[di Roberto Demaio]
Israele rompe la tregua a Gaza, invade la Cisgiordania e bombarda il Libano
È stata una giornata all’insegna di attacchi e violazioni israeliane quella di ieri, domenica 24 febbraio. Per la prima volta in vent’anni, l’esercito dello Stato ebraico è entrato con i carri armati a Jenin, nella Cisgiordania occupata, nel segno di un ampliamento della cosiddetta “operazione Muro di Ferro” che dovrebbe portare a un’invasione militare di almeno un anno. Nel frattempo, a Gaza, Hamas ha consegnato gli ultimi sei israeliani nelle proprie mani, portando a termine gli oneri previsti dalla fase 1 dell’accordo di cessate il fuoco e ricevendo in cambio il mancato rilascio di 620 prigionieri palestinesi, motivato dalle presunte «umilianti cerimonie» che il gruppo palestinese riserverebbe ai propri ostaggi. Non contenta, l’aviazione israeliana ha bombardato il sud del Libano, violando così l’accordo di cessate il fuoco anche con Hezbollah; l’attacco avrebbe preso di mira un sito di stoccaggio di armi ed è avvenuto in concomitanza con la celebrazione dei funerali del defunto leader di Hezbollah, Hassan Nasrallah, ucciso lo scorso settembre dallo Stato ebraico.
L’intensificazione degli attacchi in Cisgiordania è stata annunciata dal governo israeliano. Il quotidiano israeliano Times of Israel riporta che il ministro della Difesa di Tel Aviv, Israel Katz, ha detto di aver incaricato l’IDF di rimanere nei campi profughi della regione per un anno, ripulendoli dai «terroristi» e non permettendo a nessuno di tornare nelle proprie abitazioni. Altri media israeliani, inoltre, citano fonti vicine al primo ministro secondo cui l’esercito intenderebbe creare ampi corridoi a Tulkarem e Jenin per consentire la libera circolazione delle proprie forze e per velocizzare lo schieramento di mezzi pesanti. Il politico palestinese Mustafa Barghouthi ha affermato che, dopo la giornata di ieri, Israele ha dato avvio alla più vasta operazione militare su territorio cisgiordano dal 2002. Per ora, sembrerebbe che i carri armati siano entrati solo nella città di Jenin, anche se i media israeliani scrivono che presto potrebbero essere schierati altrove. Nella stessa Jenin pare che i soldati israeliani abbiano bloccato gli ingressi alla città con cumuli di terra. A Qabatiya, a sud di Jenin, è stato imposto un coprifuoco, e la stessa città è stata oggetto di raid della fanteria israeliana, che è arrivata anche nelle adiacenti al-Yamoun e Burqin.
In generale, dal lancio dell’operazione “Muro di Ferro” lo scorso gennaio, gli attacchi israeliani proseguono in tutta la Cisgiordania. Le città più colpite sono Jenin e Tulkarem, in cui Israele ha portato avanti un piano di demolizione con mezzi pesanti, come bulldozer, causando uno sfollamento di massa dei palestinesi. Ad oggi, il numero di sfollati si aggira attorno ai 40.000 residenti, provenienti dai campi profughi di Jenin, Tulkarem, Nur Shams e Far’a. Dal lancio dell’operazione “Muro di Ferro”, Israele ha ucciso almeno 70 palestinesi, ma le ultime stime risalgono all’inizio di febbraio e rischiano di nascondere numeri molto più alti. Stando agli ultimi dati, oltre 150 case sono state completamente distrutte nel campo di Jenin e nei suoi dintorni, diverse strade e infrastrutture sono state danneggiate, quattro ospedali sono rimasti senz’acqua e la città si trova ad affrontare una grave crisi umanitaria a causa di un blocco dei rifornimenti: l’ANP riporta che il 50% di Jenin risulta senza acqua, cibo ed elettricità.
Mentre a Jenin l’esercito israeliano dispiegava carri armati, a Gaza la tregua è entrata in una fase di stallo. Dopo il mancato scambio, infatti, il leader di Hamas, Mahmoud Mardawi, ha annunciato che il gruppo palestinese non si impegnerà in ulteriori discussioni sul cessate il fuoco finché Israele non rilascerà i 620 palestinesi che avrebbero dovuto essere liberati sabato. Il portavoce di Hamas ha affermato che il gruppo mantiene aperti i canali con i mediatori egiziani e qatarioti, mentre oggi gli alti funzionari dell’Unione Europea incontreranno il ministro degli Esteri israeliano Gideon Saar nella capitale belga, Bruxelles. Parallelamente, proseguono le violazioni degli accordi anche in Libano. Ieri, in occasione dei funerali del leader di Hezbollah, Hassan Nasrallah, tenutisi a Beirut, l’aviazione israeliana ha lanciato un bombardamento nel sud del Libano, dove, in teoria, dovrebbe essere ristabilita l’area demilitarizzata. Nella stessa Beirut, Israele ha inviato una squadra di aerei da combattimento che hanno sorvolato la capitale libanese. «Non c’è limite al fondo», ha commentato il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, accusando Israele di aver violato la sovranità libanese.
[di Dario Lucisano]