giovedì 3 Aprile 2025
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“No allo stato di polizia”: in migliaia in piazza contro il ddl 1660

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Migliaia di persone sono scese ieri in piazza per protestare contro l’ormai noto disegno di legge 1660. La mobilitazione, chiamata dalla Rete No DDL Sicurezza – A Pieno Regime e condivisa da decine di realtà locali e nazionali, ha coinvolto il Paese da nord a sud con presidi e cortei. «Zone rosse, sgomberi e sfratti, daspo e guerra ai poveri. Nelle nostre città e nelle nostre periferie il ddl Sicurezza è già operativo, con la repressione del dissenso e la persecuzione delle classi popolari trasformate in classi pericolose», si legge nel comunicato della Rete. Decreto Caivano, complicità col genocidio in Palestina, deportazioni in Albania, caso Almasri sono gli altri temi che hanno accompagnato la critica al governo Meloni. Il corteo capitolino ha unito la contestazione all’esecutivo al ricordo di Valerio Verbano, il diciottenne ucciso nel 1980 da un gruppo di neofascisti romani.

A Venezia gli attivisti della Rete No DDL Sicurezza – A Pieno Regime sono saliti sul tetto della stazione S. Lucia, una delle zone rosse istituite per il periodo di Carnevale, e srotolato uno striscione eloquente: «Diamo il DASPO a questo governo». A Milano, dove ha sfilato uno dei cortei più numerosi della giornata, non sono mancati i cori per la Palestina e in memoria di Ramy Elgaml. Il serpentone napoletano ha attraversato il cuore della città e nei pressi della sede di Fratelli d’Italia è stata mostrata un’immagine ritraente la presidente del Consiglio Giorgia Meloni col criminale Najeem Osema Almasri Habish, con su scritto «complici di tortura».

Il disegno di legge 1660 è stato approvato dalla Camera a settembre scorso e trasmesso al Senato, dove è stato ribattezzato ddl 1236. La sostanza – quella di una misura altamente repressiva – non cambia. Tra gli articoli più controversi figurano l’articolo 11, che trasforma in reato (da illecito amministrativo) il blocco stradale o ferroviario con il proprio corpo, punibile con un mese di carcere. La pena aumenta a un periodo tra sei mesi e due anni se il blocco è commesso da più persone riunite. Un assalto ai picchetti operai che negli ultimi mesi, soprattutto nel settore della logistica, stanno scaldando piazze e luoghi di lavoro per tutelare i propri diritti. Un esempio è la mobilitazione organizzata dai Cobas nei magazzini GLS campani. Nel mirino dell’articolo 11 finiscono anche i blocchi stradali operati dai movimenti ecologisti.

Non solo operai e ambientalisti. Il ddl Sicurezza – ribattezzato ddl Paura dalla Rete A pieno regime – colpisce anche chi manifesta contro le grandi opere, come il Tav o il Ponte sullo Stretto. L’articolo 19 introduce infatti un’aggravante al reato di ostruzione della realizzazione di opere pubbliche o infrastrutture, aumentando le pene di due terzi quando “violenza o minaccia” vengono utilizzate per impedire la realizzazione di opere pubbliche o infrastrutture strategiche. A essere presi di mira dal disegno di legge non sono solo i movimenti sociali organizzati, ma anche migranti, detenuti e persone accusate di reato, per una misura che criminalizza e discrimina, spacciando agli elettori la repressione per sicurezza.

[di Salvatore Toscano]

Germania, urne aperte per elezioni federali

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È arrivato il giorno delle elezioni federali in Germania, che vede coinvolti 60 milioni di cittadini aventi diritto al voto. Le urne resteranno aperte fino alle ore 18. Quattro i principali candidati alla Cancelleria tedesca: Friedrich Merz (CDU| centrodestra), Alice Weidel (AfD| estrema destra), il dimissionario Olaf Scholz (SPD| centrosinistra) e Robert Habeck (Verdi). La consultazione di oggi è stata anticipata dopo la crisi di governo scoppiata lo scorso novembre.

 

Emergenza arsenico a Messina: nuovi sequestri nel cantiere del raddoppio ferroviario

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L’arsenico torna a fare paura a Messina. La Procura della Repubblica ha disposto il sequestro di un’area di circa 20mila metri quadrati tra Contesse e il Villaggio Unrra, nella zona sud della città, dopo il ritrovamento di materiali di scavo con concentrazioni di arsenico superiori ai limiti di legge. Si tratta del terzo sequestro in pochi mesi nell’ambito dei lavori per il raddoppio ferroviario sulla linea Messina-Catania-Palermo: a ottobre, un provvedimento simile aveva colpito un’area di stoccaggio a Nizza di Sicilia, seguito poi da un sequestro nel comune di Alì Terme. Il nodo centrale delle indagini, coordinato dalla sostituta procuratrice Roberta La Speme, è la gestione di questi materiali: il rischio è che la dispersione di arsenico possa avere ripercussioni sull’ambiente e sulla salute pubblica.

L’appalto di RFI è gestito dal Consorzio Messina Catania Lotto Nord, di cui fanno parte Webuild – società che effettuerà i lavori per il Ponte sullo Stretto, partecipata dallo Stato italiano attraverso CDP Equity S.p.A., che detiene il 16,47% del capitale sociale – e Pizzarotti. L’inchiesta ha preso slancio lo scorso autunno, quando le analisi condotte dopo gli scavi della galleria Sciglio, a Nizza di Sicilia, hanno rivelato la presenza di arsenico nei materiali di risulta. I monti Peloritani, da cui proviene il materiale, contengono naturalmente arsenico, ma il problema nasce dalla gestione degli accumuli. A Nizza di Sicilia, la vasca di stoccaggio sequestrata non era infatti adeguatamente coperta, così le piogge torrenziali hanno favorito il dilavamento delle sostanze tossiche, contaminando il suolo e aumentando il rischio di infiltrazioni nelle falde acquifere. L’inchiesta si è ora allargata alla città di Messina. Nelle zone residenziali il tetto massimo di arsenico consentito per legge è di 20 mg/kg, ma nei luoghi requisiti dalla procura i numeri sembrerebbero essere molto superiori. Il caso è stato segnalato dal sindaco di Roccalumera e deputato all’Assemblea Regionale Siciliana di Sud Chiama Nord, Giuseppe Lombardo, il quale ha chiesto una maggiore trasparenza sui dati ambientali e un monitoraggio costante dell’inquinamento nelle aree interessate. A muoversi è stato anche il Partito Democratico, che ha presentato un’interrogazione parlamentare al ministro dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratin per sollecitare interventi e verifiche sul rispetto delle normative ambientali. Il Consorzio Messina-Catania ha sempre sostenuto che i materiali di scavo sono trattati in sicurezza, ma la magistratura vuole verificare se le procedure adottate siano state effettivamente rispettate.

Il Consorzio ha provato a rassicurare la popolazione, spiegando che gli scavi sono stati temporaneamente sospesi per consentire ulteriori analisi sui materiali di risultati. Ma ora anche i cittadini vogliono vederci chiaro. L’associazione di volontariato #Isamupubbirazzu ha organizzato una raccolta firme per chiedere maggiore chiarezza sui materiali accumulati nei siti di stoccaggio e per sollecitare interventi immediati per la tutela della salute pubblica. L’iniziativa si è tenuta tra la mattinata di ieri e il pomeriggio di oggi di fronte alla scuola Salvo D’Acquisto del Villaggio Unrra, uno dei punti più sensibili della zona. Intanto, lunedì prossimo si terrà un consiglio comunale straordinario per affrontare il tema del presunto inquinamento ambientale nelle aree sequestrate. All’incontro parteciperanno il sindaco Federico Basile, le autorità sanitarie locali, Rfi e Italferr, oltre all’Osservatorio ambientale del raddoppio ferroviario. Sarà l’occasione per fare il punto sulla situazione e individuare le prossime mosse per scongiurare nuovi rischi.

[di Stefano Baudino]

Bulgaria, manifestanti bersagliano edificio UE, feriti e arresti

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Migliaia di manifestanti e sostenitori del partito bulgaro Vazrazhdane hanno protestato a Sofia, con un corteo degenerato in scontri con la polizia, feriti e arresti. Lo riportano le agenzie di stampa locali ed internazionali, sottolineando che la marcia è stata spontanea e non regolamentata e prevedeva come destinazione finale l’edificio di rappresentanza della Commissione europea. Nonostante i cordoni, i manifestanti sono riusciti a raggiungere l’edificio e, secondo quanto riportato dal vicedirettore di polizia Stefan Ivanov, hanno lanciato «uova piene di vernice rossa» ed «oggetti pirotecnici». Il bilancio, per ora, è di circa 10 poliziotti feriti – non gravi – e di 6 persone arrestate.

Roma, Bologna e altre città europee chiedono all’Ue un piano per la crisi abitativa

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Ci sono i sindaci delle città italiane Roma e Bologna, ma anche quelli di metropoli come Amsterdam, Parigi e Barcellona: sono 12 gli amministratori che, rappresentando circa 15 milioni di persone, si sono recati al Parlamento europeo in occasione della sessione plenaria del Comitato delle Regioni annunciando la presentazione di un piano di emergenza per gli alloggi. A fronte della crescente crisi abitativa e della «crescente carenza di opzioni» per «famiglie a basso e medio reddito, lavoratori essenziali e giovani», i sindaci propongono l’attuazione di nuove politiche più concrete per garantire più case accessibili, raddoppiando inoltre le risorse dei fondi di Coesione arrivando a 15 miliardi di euro. Serve «fare di più» e «farlo subito» è stato evidenziato, e un modo per farlo sarebbe allargare le maglie degli aiuti di Stato per «consentire maggiori investimenti in alloggi sociali e a prezzi accessibili da parte delle istituzioni pubbliche a tutti i livelli». Come previsto, il commissario europeo con delega alle politiche abitative, Dan Jørgensen, ha espresso cautela chiarendo di voler attendere le raccomandazioni della commissione speciale prima di redigere il piano.

I dati mostrano come la crisi abitativa europea si aggravi di anno in anno, con prezzi degli affitti in crescita esponenziale e una disponibilità sempre più ridotta di alloggi accessibili. Secondo i dati Eurostat, il 10-15% delle case private nelle città europee è sfitto, mentre la pressione del turismo di massa e la mancanza di regolamentazioni sugli affitti brevi contribuirebbero all’impennata dei costi. Alcuni governi locali, come quello di Barcellona, avevano già avviato misure restrittive per limitare la speculazione immobiliare, ma viene denunciato che senza un quadro normativo europeo il problema rischia di restare irrisolto. Per questo motivo, dopo il rinvio del piano europeo per gli alloggi al 2026, dodici capitali e città d’arte europee hanno chiesto a Bruxelles di affrettarsi a mettere in campo un’azione urgente per risolvere tale problema. Amsterdam, Atene, Barcellona, Budapest, Parigi, Roma, Varsavia, Lisbona, Lione, Bologna, Ghent e Lipsia hanno chiesto l’attuazione di nuove iniziative al Parlamento europeo, incontrando il commissario Dan Jørgensen e la presidente della commissione speciale per la Crisi abitativa dell’Eurocamera Irene Tinagli e annunciando un piano di emergenza per gli alloggi.

Tra i provvedimenti proposti, il raddoppio delle risorse del fondo di Coesione destinati alle politiche abitative, da 7,5 a 15 miliardi di euro, «consentire maggiori investimenti in alloggi sociali e a prezzi accessibili da parte delle istituzioni pubbliche a tutti i livelli» mettendo sul piatto nuovo debito comune e attivando le clausole di salvaguardia previste dal nuovo Patto di stabilità per escludere gli investimenti in alloggi dai massimali di deficit e debito. «Tempi eccezionali richiedono misure eccezionali», sottolinea il sindaco di Roma Roberto Gualiteri, specificando che gli investimenti non vanno fatti solo in altri ambiti come la difesa comune o come fatto cinque anni fa con la pandemia. «I Pnrr in tutti i Paesi europei possono essere un portafoglio di risorse immediatamente disponibili, sia per le risorse non spese, sia per i risparmi dai ribassi d’asta», ha aggiunto il sindaco di Bologna Matteo Lepore. D’altra parte, il commissario Jørgensen ha chiarito di voler attendere le raccomandazioni della commissione speciale guidata da Tinagli prima di redigere il piano. «Ne prendiamo atto», ha risposto la sindaca di Parigi, Anne Hidalgo, suggerendo però che i fondi di Coesione «dovrebbero essere direttamente convogliati verso i governi locali e i loro partner locali».

[di Roberto Demaio]

Confesercenti, i dati: “Anno da dimenticare, chiusi 61mila negozi”

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Per il commercio, il 2024 è stato «un anno da dimenticare», in quanto tra gennaio e dicembre hanno avviato l’attività appena 23.188 nuove imprese mentre 61.634 hanno chiuso definitivamente i battenti. Lo rivela Confesercenti, basandosi su una recente analisi condotta sui dati camerali. Se il trend continuasse, riporta l’associazione, il numero di nuove aperture potrebbe scendere a zero già nel 2034, visto che le chiusure continuano ad aumentare ad un ritmo di 169 attività al giorno. Per quanto riguarda le regioni, il peggior rapporto iscrizioni/chiusure è stato rilevato nelle Marche, seguita da Sicilia, Lazio, Sardegna e Umbria.

I media si scandalizzano per le bare di Hamas, ma dimenticano le fosse comuni israeliane

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Hamas ha riconsegnato i corpi dei primi quattro ostaggi defunti a Israele. Le loro bare erano esposte su un palchetto davanti a un cartellone che ritraeva un Netanyahu dall’aspetto demoniaco, attirando l’indignazione dei giornali di tutto il mondo: “Il palco dell’orrore”, “Bare esposte come trofei”, “L’ultimo macabro show di Hamas” sono solo alcuni dei titoli apparsi sulle principali testate. Come al solito, la cerimonia di Hamas rivela la doppia morale di media e istituzioni occidentali, pronti a chiedere il rispetto dei diritti umani ai movimenti di liberazione più che agli Stati democratici che su quegli stessi diritti dovrebbero fondarsi. Il 25 settembre 2024, nessuno di questi media riportava che Israele aveva inviato a Gaza i corpi in decomposizione di 88 palestinesi senza nome, ammassati nel rimorchio di un camion. A gennaio, aprile, maggio e giugno 2024, fredde cronache raccontavano la scoperta di fosse comuni con centinaia di corpi e resti umani. A maggio, pochi descrivevano con lo stesso sdegno le immagini dei civili di Rafah morti arsi vivi.

La cerimonia di consegna dei corpi degli ostaggi a Israele è avvenuta giovedì 20 febbraio e ha inaugurato lo scambio di defunti tra le parti. Per l’occasione, Hamas ha allestito il solito palco su cui ha disposto le quattro bare dei defunti, coprendolo con un grande telo nero. Alzate le tende, la scena ha rivelato un ampio cartellone che mostrava i volti dei quattro ostaggi stampati davanti a un Netanyahu-vampiro ricoperto di sangue, accusandolo apertamente della loro morte. Hamas ha spiegato le proprie intenzioni: «Il messaggio della resistenza era chiaro e unitario. Non dimenticheremo, non perdoneremo. Netanyahu è responsabile dell’uccisione di diversi prigionieri sionisti tenuti a Gaza con bombe fornite dagli Stati Uniti».

Come prevedibile, la cerimonia ha attirato numerose critiche da parte delle istituzioni e dei giornali di tutto il mondo; effettivamente, la riconsegna di quattro casse da morto davanti a una folla gremita può apparire dissacrante nei confronti di coloro che hanno perso la vita. Tuttavia, prima di esprimere giudizi, andrebbe individuato cosa avrebbe dovuto fare Hamas per non essere oggetto di critiche e, allo stesso tempo, tutelarsi da possibili accuse da parte di Israele. Senza considerare che i quattro israeliani, quanto meno, hanno avuto la dignità di essere restituiti alle loro famiglie all’interno di bare dopo aver ricevuto una sepoltura spesso negata agli stessi palestinesi. Non si può infatti dire lo stesso degli 88 palestinesi che lo scorso settembre sono stati riconsegnati nelle mani di Hamas, gettati su un camion in stato di putrefazione e privi di identificazione (ne abbiamo parlato in un articolo de L’Indipendente), fatto che i media mainstream si sono guardati bene dal menzionare. E come loro, nemmeno gli oltre 500 morti trovati in 7 distinte fosse comuni hanno avuto la stessa fortuna.

L’ONU ha definito «abominevole e spaventoso» il modo in cui sono stati trattati i defunti, mentre Israele ha promesso vendetta, accusando Hamas di non avere consegnato né i corpi indicati né le chiavi per aprire le casse. I giornali hanno colto l’occasione per affilare le proprie penne contro il movimento palestinese: “Il palco dell’orrore di Hamas: esposte le bare dei bambini israeliani”, titola Il Giornale, descrivendo la cerimonia come una «macabra messa in scena». Il 27 maggio 2024, in occasione di uno dei primi bombardamenti aerei a Rafah, in seguito a cui sono morte arse vive – con tanto di video – oltre 40 persone, lo stesso Giornale, citando le parole di Netanyahu, titolava “Un tragico incidente”. L’Avvenire, invece, scrive: “Gaza. Bare nere per i bimbi, Netanyahu vampiro: l’ultimo macabro show di Hamas”; quello stesso 27 maggio, riportava la notizia con un secco “Raid di Israele a Rafah”, scrivendo, con le dovute virgolette, che secondo le ricostruzioni della Mezzaluna palestinese alcune persone erano rimaste «bruciate vive». E ancora La Repubblica, che se giovedì ha parlato di «macabro show», l’8 giugno 2024, in occasione della strage di Nuseirat, titolava “Israele, liberati 4 ostaggi in un blitz a Gaza”, ignorando i 274 palestinesi uccisi nella cosiddetta “operazione”.

Quello di giovedì costituisce l’ennesimo caso di doppiopesismo da parte dei media e delle istituzioni occidentali, pronti a difendere a spada tratta i diritti degli alleati senza riconoscerne i doveri. Quando per 470 giorni è stata Israele a violare la dignità e i più elementari diritti umani, nessuno ha gridato allo scandalo. Oggi, invece, si chiede a un movimento di liberazione di rispettare quei comportamenti che uno Stato che si definisce democratico ha più volte deliberatamente ignorato, davanti allo sguardo complice di quegli stessi giudici parziali.

[di Dario Lucisano]

L’invocazione di Saffo ad Afròdite (VII-VI sec.a.C.)

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Afròdite, dea dal trono screziato,
subdola tessitrice, figlia di Zeus, ti prego,
non soggiogare, eccelsa, alle ingrate
ansie il mio cuore,
ma qui vieni, tu che di lontano
un tempo davi ascolto alla mia voce
e venisti dalla casa paterna
sul carro d’oro.
Ti portavano i passeri, volando
belli e veloci sulla terra nera
e dal cielo agitavano le folte
ali nell’etere.
Rapidi giunsero. E tu, o beata,
con un sorriso sul volto immortale
mi chiedevi perché soffrivo ancora
e ti invocavo,
e che cosa volevo nel profondo
del mio animo folle. 
“Chi di nuovo 
devo persuadere a tornare al tuo amore,
Saffo, chi ancora ti fa del male?
Se fugge sarà lei a inseguirti,
se sprezza i doni li offrirà domani,
se non ti ama, anche contro voglia
t’amerá presto.”
Vieni per me anche ora, scioglimi
dai gravi affanni e ogni desiderio
del cuore esaudisci, nella mischia 
stammi vicina.
 

Vive di una contraddizione l’amore: da un lato appaga, offre pienezza di sentimenti, esalta, dall’altro provoca, non soddisfa del tutto, mette inquietudine.

Per la poesia è sempre stato così: l’amore ‘’ditta dentro’’, detta, scrive dentro di noi, ispira, come dicevano poeti e cantori nel Medioevo.

La voce della poesia, della canzone musicata sa esprimere il lato più controverso dell’innamoramento e dell’amore: l’indifferenza e poi la contesa, la rivalità.

«Ti prego Afròdite, torna ad aiutarmi», implora Saffo che invoca la dea e per lei prova amore, con quel senso religioso della trasfigurazione per cui la dea viene vista muoversi su un carro dorato, luminoso, trasportato nel cielo dal fremito delle ali di passeri.

«Ascolta la mia voce», prega Saffo con parole che tradiscono il senso della sua ode, che è una preghiera. Un’espressione questa che il mondo del melodramma e della canzone, nei secoli seguenti, hanno fatto propria, perché la voce diventi segno di forza, di eros, di appagamento.

Nell’ode scritta da Saffo la dea prende a sua volta la parola, promette a Saffo che lei verrà cercata, che l’amata alla fine saprà apprezzarla.

«Nella mischia stammi vicina»: l’amore ci espone a delle prove, ha talvolta il sapore aspro di una battaglia. Alla dea spetta allora, come un sigillo, quello speciale sorriso enigmatico, promettente ma vagamente ambiguo, che i Greci riservavano all’oracolo, a chi conosceva il sentimento e le sentenze del tempo a venire.

[di Gian Paolo Caprettini]

Hamas ha rilasciato altri due ostaggi israeliani

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Il gruppo palestinese Hamas ha rilasciato oggi altri due ostaggi israeliani. Si tratta di Tal Shoham e Avera Mengistu, che sono stati fatti salire sul palco allestito da Hamas a Rafah, per poi essere caricati sulle auto della Croce Rossa e infine consegnati ai soldati dell’esercito israeliano. Avera Menistu è stato tenuto prigioniero per oltre un decennio, mentre Tal Shoham il 7 ottobre era in visita al kibbutz Beeri con la moglie Adi e i loro due figli, che sono stati rilasciati nel novembre 2023. L’operazione prevede la liberazione di 602 detenuti palestinesi in cambio del ritorno a casa dei sei ostaggi.

Tutte le privatizzazioni del governo “sovranista” di Giorgia Meloni

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Nel 2018 opponendosi alle vendite dei beni nazionali, l’attuale presidente del Consiglio Giorgia Meloni affermava «No alla privatizzazione di Poste Italiane: per Fratelli d’Italia è un gioiello che deve rimanere in mano italiana e pubblica, è un presidio di legalità e di presenza dello Stato». Una posizione messa nero su bianco in un documento programmatico del partito: «Le reti, le infrastrutture e le aziende operanti in determinati settori sono centrali per concorrere alla crescita e allo sviluppo economico del Paese. Per questo serve che lo Stato torni a essere proprietario delle infrastrut...

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