venerdì 4 Aprile 2025
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Bulgaria, manifestanti bersagliano edificio UE, feriti e arresti

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Migliaia di manifestanti e sostenitori del partito bulgaro Vazrazhdane hanno protestato a Sofia, con un corteo degenerato in scontri con la polizia, feriti e arresti. Lo riportano le agenzie di stampa locali ed internazionali, sottolineando che la marcia è stata spontanea e non regolamentata e prevedeva come destinazione finale l’edificio di rappresentanza della Commissione europea. Nonostante i cordoni, i manifestanti sono riusciti a raggiungere l’edificio e, secondo quanto riportato dal vicedirettore di polizia Stefan Ivanov, hanno lanciato «uova piene di vernice rossa» ed «oggetti pirotecnici». Il bilancio, per ora, è di circa 10 poliziotti feriti – non gravi – e di 6 persone arrestate.

Roma, Bologna e altre città europee chiedono all’Ue un piano per la crisi abitativa

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Ci sono i sindaci delle città italiane Roma e Bologna, ma anche quelli di metropoli come Amsterdam, Parigi e Barcellona: sono 12 gli amministratori che, rappresentando circa 15 milioni di persone, si sono recati al Parlamento europeo in occasione della sessione plenaria del Comitato delle Regioni annunciando la presentazione di un piano di emergenza per gli alloggi. A fronte della crescente crisi abitativa e della «crescente carenza di opzioni» per «famiglie a basso e medio reddito, lavoratori essenziali e giovani», i sindaci propongono l’attuazione di nuove politiche più concrete per garantire più case accessibili, raddoppiando inoltre le risorse dei fondi di Coesione arrivando a 15 miliardi di euro. Serve «fare di più» e «farlo subito» è stato evidenziato, e un modo per farlo sarebbe allargare le maglie degli aiuti di Stato per «consentire maggiori investimenti in alloggi sociali e a prezzi accessibili da parte delle istituzioni pubbliche a tutti i livelli». Come previsto, il commissario europeo con delega alle politiche abitative, Dan Jørgensen, ha espresso cautela chiarendo di voler attendere le raccomandazioni della commissione speciale prima di redigere il piano.

I dati mostrano come la crisi abitativa europea si aggravi di anno in anno, con prezzi degli affitti in crescita esponenziale e una disponibilità sempre più ridotta di alloggi accessibili. Secondo i dati Eurostat, il 10-15% delle case private nelle città europee è sfitto, mentre la pressione del turismo di massa e la mancanza di regolamentazioni sugli affitti brevi contribuirebbero all’impennata dei costi. Alcuni governi locali, come quello di Barcellona, avevano già avviato misure restrittive per limitare la speculazione immobiliare, ma viene denunciato che senza un quadro normativo europeo il problema rischia di restare irrisolto. Per questo motivo, dopo il rinvio del piano europeo per gli alloggi al 2026, dodici capitali e città d’arte europee hanno chiesto a Bruxelles di affrettarsi a mettere in campo un’azione urgente per risolvere tale problema. Amsterdam, Atene, Barcellona, Budapest, Parigi, Roma, Varsavia, Lisbona, Lione, Bologna, Ghent e Lipsia hanno chiesto l’attuazione di nuove iniziative al Parlamento europeo, incontrando il commissario Dan Jørgensen e la presidente della commissione speciale per la Crisi abitativa dell’Eurocamera Irene Tinagli e annunciando un piano di emergenza per gli alloggi.

Tra i provvedimenti proposti, il raddoppio delle risorse del fondo di Coesione destinati alle politiche abitative, da 7,5 a 15 miliardi di euro, «consentire maggiori investimenti in alloggi sociali e a prezzi accessibili da parte delle istituzioni pubbliche a tutti i livelli» mettendo sul piatto nuovo debito comune e attivando le clausole di salvaguardia previste dal nuovo Patto di stabilità per escludere gli investimenti in alloggi dai massimali di deficit e debito. «Tempi eccezionali richiedono misure eccezionali», sottolinea il sindaco di Roma Roberto Gualiteri, specificando che gli investimenti non vanno fatti solo in altri ambiti come la difesa comune o come fatto cinque anni fa con la pandemia. «I Pnrr in tutti i Paesi europei possono essere un portafoglio di risorse immediatamente disponibili, sia per le risorse non spese, sia per i risparmi dai ribassi d’asta», ha aggiunto il sindaco di Bologna Matteo Lepore. D’altra parte, il commissario Jørgensen ha chiarito di voler attendere le raccomandazioni della commissione speciale guidata da Tinagli prima di redigere il piano. «Ne prendiamo atto», ha risposto la sindaca di Parigi, Anne Hidalgo, suggerendo però che i fondi di Coesione «dovrebbero essere direttamente convogliati verso i governi locali e i loro partner locali».

[di Roberto Demaio]

Confesercenti, i dati: “Anno da dimenticare, chiusi 61mila negozi”

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Per il commercio, il 2024 è stato «un anno da dimenticare», in quanto tra gennaio e dicembre hanno avviato l’attività appena 23.188 nuove imprese mentre 61.634 hanno chiuso definitivamente i battenti. Lo rivela Confesercenti, basandosi su una recente analisi condotta sui dati camerali. Se il trend continuasse, riporta l’associazione, il numero di nuove aperture potrebbe scendere a zero già nel 2034, visto che le chiusure continuano ad aumentare ad un ritmo di 169 attività al giorno. Per quanto riguarda le regioni, il peggior rapporto iscrizioni/chiusure è stato rilevato nelle Marche, seguita da Sicilia, Lazio, Sardegna e Umbria.

I media si scandalizzano per le bare di Hamas, ma dimenticano le fosse comuni israeliane

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Hamas ha riconsegnato i corpi dei primi quattro ostaggi defunti a Israele. Le loro bare erano esposte su un palchetto davanti a un cartellone che ritraeva un Netanyahu dall’aspetto demoniaco, attirando l’indignazione dei giornali di tutto il mondo: “Il palco dell’orrore”, “Bare esposte come trofei”, “L’ultimo macabro show di Hamas” sono solo alcuni dei titoli apparsi sulle principali testate. Come al solito, la cerimonia di Hamas rivela la doppia morale di media e istituzioni occidentali, pronti a chiedere il rispetto dei diritti umani ai movimenti di liberazione più che agli Stati democratici che su quegli stessi diritti dovrebbero fondarsi. Il 25 settembre 2024, nessuno di questi media riportava che Israele aveva inviato a Gaza i corpi in decomposizione di 88 palestinesi senza nome, ammassati nel rimorchio di un camion. A gennaio, aprile, maggio e giugno 2024, fredde cronache raccontavano la scoperta di fosse comuni con centinaia di corpi e resti umani. A maggio, pochi descrivevano con lo stesso sdegno le immagini dei civili di Rafah morti arsi vivi.

La cerimonia di consegna dei corpi degli ostaggi a Israele è avvenuta giovedì 20 febbraio e ha inaugurato lo scambio di defunti tra le parti. Per l’occasione, Hamas ha allestito il solito palco su cui ha disposto le quattro bare dei defunti, coprendolo con un grande telo nero. Alzate le tende, la scena ha rivelato un ampio cartellone che mostrava i volti dei quattro ostaggi stampati davanti a un Netanyahu-vampiro ricoperto di sangue, accusandolo apertamente della loro morte. Hamas ha spiegato le proprie intenzioni: «Il messaggio della resistenza era chiaro e unitario. Non dimenticheremo, non perdoneremo. Netanyahu è responsabile dell’uccisione di diversi prigionieri sionisti tenuti a Gaza con bombe fornite dagli Stati Uniti».

Come prevedibile, la cerimonia ha attirato numerose critiche da parte delle istituzioni e dei giornali di tutto il mondo; effettivamente, la riconsegna di quattro casse da morto davanti a una folla gremita può apparire dissacrante nei confronti di coloro che hanno perso la vita. Tuttavia, prima di esprimere giudizi, andrebbe individuato cosa avrebbe dovuto fare Hamas per non essere oggetto di critiche e, allo stesso tempo, tutelarsi da possibili accuse da parte di Israele. Senza considerare che i quattro israeliani, quanto meno, hanno avuto la dignità di essere restituiti alle loro famiglie all’interno di bare dopo aver ricevuto una sepoltura spesso negata agli stessi palestinesi. Non si può infatti dire lo stesso degli 88 palestinesi che lo scorso settembre sono stati riconsegnati nelle mani di Hamas, gettati su un camion in stato di putrefazione e privi di identificazione (ne abbiamo parlato in un articolo de L’Indipendente), fatto che i media mainstream si sono guardati bene dal menzionare. E come loro, nemmeno gli oltre 500 morti trovati in 7 distinte fosse comuni hanno avuto la stessa fortuna.

L’ONU ha definito «abominevole e spaventoso» il modo in cui sono stati trattati i defunti, mentre Israele ha promesso vendetta, accusando Hamas di non avere consegnato né i corpi indicati né le chiavi per aprire le casse. I giornali hanno colto l’occasione per affilare le proprie penne contro il movimento palestinese: “Il palco dell’orrore di Hamas: esposte le bare dei bambini israeliani”, titola Il Giornale, descrivendo la cerimonia come una «macabra messa in scena». Il 27 maggio 2024, in occasione di uno dei primi bombardamenti aerei a Rafah, in seguito a cui sono morte arse vive – con tanto di video – oltre 40 persone, lo stesso Giornale, citando le parole di Netanyahu, titolava “Un tragico incidente”. L’Avvenire, invece, scrive: “Gaza. Bare nere per i bimbi, Netanyahu vampiro: l’ultimo macabro show di Hamas”; quello stesso 27 maggio, riportava la notizia con un secco “Raid di Israele a Rafah”, scrivendo, con le dovute virgolette, che secondo le ricostruzioni della Mezzaluna palestinese alcune persone erano rimaste «bruciate vive». E ancora La Repubblica, che se giovedì ha parlato di «macabro show», l’8 giugno 2024, in occasione della strage di Nuseirat, titolava “Israele, liberati 4 ostaggi in un blitz a Gaza”, ignorando i 274 palestinesi uccisi nella cosiddetta “operazione”.

Quello di giovedì costituisce l’ennesimo caso di doppiopesismo da parte dei media e delle istituzioni occidentali, pronti a difendere a spada tratta i diritti degli alleati senza riconoscerne i doveri. Quando per 470 giorni è stata Israele a violare la dignità e i più elementari diritti umani, nessuno ha gridato allo scandalo. Oggi, invece, si chiede a un movimento di liberazione di rispettare quei comportamenti che uno Stato che si definisce democratico ha più volte deliberatamente ignorato, davanti allo sguardo complice di quegli stessi giudici parziali.

[di Dario Lucisano]

L’invocazione di Saffo ad Afròdite (VII-VI sec.a.C.)

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Afròdite, dea dal trono screziato,
subdola tessitrice, figlia di Zeus, ti prego,
non soggiogare, eccelsa, alle ingrate
ansie il mio cuore,
ma qui vieni, tu che di lontano
un tempo davi ascolto alla mia voce
e venisti dalla casa paterna
sul carro d’oro.
Ti portavano i passeri, volando
belli e veloci sulla terra nera
e dal cielo agitavano le folte
ali nell’etere.
Rapidi giunsero. E tu, o beata,
con un sorriso sul volto immortale
mi chiedevi perché soffrivo ancora
e ti invocavo,
e che cosa volevo nel profondo
del mio animo folle. 
“Chi di nuovo 
devo persuadere a tornare al tuo amore,
Saffo, chi ancora ti fa del male?
Se fugge sarà lei a inseguirti,
se sprezza i doni li offrirà domani,
se non ti ama, anche contro voglia
t’amerá presto.”
Vieni per me anche ora, scioglimi
dai gravi affanni e ogni desiderio
del cuore esaudisci, nella mischia 
stammi vicina.
 

Vive di una contraddizione l’amore: da un lato appaga, offre pienezza di sentimenti, esalta, dall’altro provoca, non soddisfa del tutto, mette inquietudine.

Per la poesia è sempre stato così: l’amore ‘’ditta dentro’’, detta, scrive dentro di noi, ispira, come dicevano poeti e cantori nel Medioevo.

La voce della poesia, della canzone musicata sa esprimere il lato più controverso dell’innamoramento e dell’amore: l’indifferenza e poi la contesa, la rivalità.

«Ti prego Afròdite, torna ad aiutarmi», implora Saffo che invoca la dea e per lei prova amore, con quel senso religioso della trasfigurazione per cui la dea viene vista muoversi su un carro dorato, luminoso, trasportato nel cielo dal fremito delle ali di passeri.

«Ascolta la mia voce», prega Saffo con parole che tradiscono il senso della sua ode, che è una preghiera. Un’espressione questa che il mondo del melodramma e della canzone, nei secoli seguenti, hanno fatto propria, perché la voce diventi segno di forza, di eros, di appagamento.

Nell’ode scritta da Saffo la dea prende a sua volta la parola, promette a Saffo che lei verrà cercata, che l’amata alla fine saprà apprezzarla.

«Nella mischia stammi vicina»: l’amore ci espone a delle prove, ha talvolta il sapore aspro di una battaglia. Alla dea spetta allora, come un sigillo, quello speciale sorriso enigmatico, promettente ma vagamente ambiguo, che i Greci riservavano all’oracolo, a chi conosceva il sentimento e le sentenze del tempo a venire.

[di Gian Paolo Caprettini]

Hamas ha rilasciato altri due ostaggi israeliani

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Il gruppo palestinese Hamas ha rilasciato oggi altri due ostaggi israeliani. Si tratta di Tal Shoham e Avera Mengistu, che sono stati fatti salire sul palco allestito da Hamas a Rafah, per poi essere caricati sulle auto della Croce Rossa e infine consegnati ai soldati dell’esercito israeliano. Avera Menistu è stato tenuto prigioniero per oltre un decennio, mentre Tal Shoham il 7 ottobre era in visita al kibbutz Beeri con la moglie Adi e i loro due figli, che sono stati rilasciati nel novembre 2023. L’operazione prevede la liberazione di 602 detenuti palestinesi in cambio del ritorno a casa dei sei ostaggi.

Tutte le privatizzazioni del governo “sovranista” di Giorgia Meloni

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Nel 2018 opponendosi alle vendite dei beni nazionali, l’attuale presidente del Consiglio Giorgia Meloni affermava «No alla privatizzazione di Poste Italiane: per Fratelli d’Italia è un gioiello che deve rimanere in mano italiana e pubblica, è un presidio di legalità e di presenza dello Stato». Una posizione messa nero su bianco in un documento programmatico del partito: «Le reti, le infrastrutture e le aziende operanti in determinati settori sono centrali per concorrere alla crescita e allo sviluppo economico del Paese. Per questo serve che lo Stato torni a essere proprietario delle infrastrut...

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Slovacchia, proteste filo-europee in tutto il Paese

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Ieri a Bratislava e in altre 40 città slovacche, migliaia di persone si sono riunite per chiedere le dimissioni del primo ministro Robert Fico, manifestando la propria vicinanza all’Unione Europea. A Bratislava hanno partecipato circa 12.000 persone. Le proteste di ieri si collocano sulla scia di un movimento sorto all’inizio di gennaio dopo una visita del premier Fico a Mosca. Da allora si è tenuta circa una manifestazione ogni due settimane. Ieri, inoltre, ricorreva il settimo anniversario dell’uccisione del giornalista investigativo slovacco Jan Kuciak.

A 60 anni dalla sua uccisione le battaglie di Malcom X sono ancora attuali

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Il 21 febbraio 1965, a New York, veniva ucciso il famoso leader afroamericano Malcolm X. Oggi, 60 anni dopo la sua morte, le sue lotte politiche rimangono attuali, specie riguardo al razzismo all’interno della società statunitense, che è tutt’altro che scomparso e che, semmai, è stato solo nascosto dall’avvento del politically correct. Malcolm X è stato un pensatore e un attivista radicale, convertito all’Islam, che per anni ha sostenuto posizioni differenti rispetto alla lotta politica del movimento per i diritti civili di Martin Luther King.

Prima di compiere un parziale rimodellamento del suo pensiero politico, Malcolm X non intendeva portare avanti la battaglia contro la segregazione razziale, ma sosteneva, per liberarsi dal giogo dei bianchi, la fine della diaspora dei neri e il loro ritorno in Africa. Egli ha sempre respinto la strategia della non-violenza del movimento per i diritti civili, sostenendo invece che i neri avevano tutto il diritto di difendersi e di armarsi. Malcolm X credeva che il governo degli Stati Uniti dovesse pagare riparazioni ai neri per tutto il lavoro non retribuito svolto dai loro antenati durante la schiavitù.

Di Malcolm X non ci sono scritti: il suo pensiero politico è stato da lui espresso in maniera orale durante tutti i comizi tenuti. Insieme a Martin Luther King, con cui stava avvenendo un avvicinamento nell’ultimo anno della sua vita, Malcolm X è stato uno dei più grandi leader della lotta politica della comunità nera degli Stati Uniti.

Malcolm Little, meglio noto come Malcolm X, e poi come el-Hajj Malik el-Shabazz, è nato il 19 maggio 1925 a Omaha, Nebraska, quarto di sette figli. I suoi genitori erano sostenitori dell’attivista giamaicano panafricanista Marcus Garvey, fondatore dell’Universal Negro Improvement Association (UNIA), di cui facevano parte. Dunque, Malcolm è cresciuto in un contesto familiare dove l’azione politica era presente e discussa.

Per l’appartenenza dei genitori all’UNIA, la famiglia si trasferì nel 1926 a Milwaukee e poco dopo a Lansing, Michigan, a causa delle azioni del Ku Klux Klan contro la comunità nera dove vivevano. Nel 1931, il padre morì in circostanze poco chiare, probabilmente ucciso dalla Legione Nera, un’organizzazione suprematista bianca nata da un distaccamento del Ku Klux Klan.

Dopo un passaggio da Boston e Flint, nel 1943 Malcolm X, ancora noto come Malcolm Little, si trasferì nel quartiere Harlem di New York. Alla fine del 1945, Malcolm tornò a Boston, dove lui e quattro complici commisero una serie di furti ai danni di ricche famiglie bianche e, nel 1946, fu per questo arrestato.

Tra il 1958 e il 1964, Malcolm X ha compiuto tre viaggi in Africa, uno in Arabia Saudita, dove fece il suo pellegrinaggio alla Mecca, e uno in Palestina, in solidarietà con il popolo palestinese sotto occupazione da parte degli ebrei sionisti.

Nel corso delle visite nel continente africano, ha visitato la Repubblica Araba Unita (unione politica di breve durata tra Egitto e Siria), il Sudan, la Nigeria, il Ghana, l’Egitto, l’Etiopia, la Tanganica, la Guinea, il Senegal, la Liberia, l’Algeria e il Marocco. Durante questi viaggi, ha conosciuto i più importanti leader africani impegnati nella decolonizzazione.

Malcolm X ha sempre criticato l’imperialismo statunitense e le sue violenze, in Africa come in ogni altra parte del mondo. Malcolm X attirò verso di sé e il suo credo politico anche personaggi noti, come il campione di pugilato Cassius Clay, che nel 1964 cambiò prima il suo nome in Cassius X e poi in Muhammad Ali.

Nello stesso anno, Malcolm X cambiò ulteriormente il suo nome, chiamandosi el-Hajj Malik el-Shabazz.

L’8 marzo 1964, Malcolm X annunciò pubblicamente la sua rottura con la Nazione dell’Islam, pur dichiarando di rimanere musulmano. La motivazione fu legata ai dissidi con Elijah Muhammad sulla visione del futuro, sulle pratiche politiche e su alcuni comportamenti tenuti dal capo dell’organizzazione islamica, che Malcolm X non condivideva.

Il leader afroamericano annunciò la creazione di un’organizzazione nazionalista nera con il fine di elevare la coscienza politica della comunità nera, così come di voler lavorare con i leader dei diritti civili, spiegando che Elijah Muhammad glielo aveva sempre impedito. Così, Malcolm X fondò la Muslim Mosque Inc. (MMI) e l’Organizzazione dell’Unità Afroamericana (OAAU).

Da questo momento, Malcolm X cercò di avvicinarsi al movimento per i diritti civili, che però riteneva avrebbe dovuto concentrarsi sulla definizione della lotta politica nei termini dei diritti umani. Questa ridefinizione della lotta politica aveva implicazioni sia filosofiche che pratiche. Per quanto riguarda le seconde, come sostenuto da Malcolm X, il movimento avrebbe potuto portare le sue denunce davanti alle Nazioni Unite, dove egli era convinto che le nazioni emergenti del mondo avrebbero dato il loro sostegno.

Malcolm X ha sottolineato la connessione diretta tra la lotta interna degli afroamericani per la parità di diritti e le lotte per l’indipendenza delle nazioni del Terzo Mondo. Nei suoi discorsi al Militant Labor Forum, sponsorizzato dal Partito Socialista dei Lavoratori, Malcolm X ha criticato il capitalismo e ha detto che non era un caso se i nuovi paesi indipendenti del Terzo Mondo si stessero orientando verso il socialismo.

“È impossibile per una persona bianca credere nel capitalismo e non credere nel razzismo. Non puoi avere il capitalismo senza razzismo, ebbe a dire durante uno dei suoi discorsi.

Sulla scia di questo rimodellamento del pensiero politico, il 26 marzo 1964, Malcolm X incontrò Martin Luther King per quella che sarebbe stata la prima e unica volta in cui i due leader afroamericani si videro insieme.

l 21 febbraio 1965, Malcolm X viene assassinato sul palco della Audubon Ballroom di Manhattan, mentre si stava preparando a parlare a una riunione dell’OAAU. Il suo assassinio fu compiuto da esponenti della Nazione dell’Islam, che più volte avevano pubblicamente minacciato di morte il loro ex membro.

Alla fine degli anni Sessanta, attivisti neri sempre più radicali basarono in gran parte la loro lotta politica sugli insegnamenti di Malcolm X: il movimento Black Power, il Black Arts Movement e l’adozione diffusa dello slogan “Nero è bello”.

[di Michele Manfrin]

Nel Regno Unito è in vendita il primo cibo per animali a base di carne coltivata

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Un negozio per animali situato nel distretto di Brentford, a ovest di Londra, è diventato il primo luogo in Europa dove viene venduta carne coltivata. A darne notizia è la stessa azienda produttrice, Meatly, che specifica come il cibo umido per cani, denominato Chick Bites, sia composto da un mix di pollo coltivato e ingredienti di origine vegetale. Meatly è la prima azienda britannica ad aver ottenuto l’autorizzazione alla commercializzazione di un prodotto a base di carne coltivata, dopo che, nel luglio 2024, il Regno Unito ne ha permesso la produzione e la vendita a esclusivo uso animale. L’obiettivo dell’azienda è testare la reazione del pubblico e degli investitori, con l’intento dichiarato di rendere il prodotto realmente disponibile su larga scala entro tre anni.

La carne contenuta in Chick Bites, secondo i dettagli diffusi dall’azienda, è stata coltivata a partire da una singola cellula animale prelevata da un uovo di gallina, alla quale vengono poi aggiunti vitamine, minerali e amminoacidi per conferirle valori nutrizionali e un sapore analoghi a quelli della carne tradizionale. La coltivazione avviene in contenitori a temperatura e acidità controllate, attraverso un processo di fermentazione definito analogo a quello utilizzato per produrre yogurt o birra. A partire da una singola cellula, sarebbe possibile produrre «abbastanza carne coltivata per nutrire gli animali domestici per sempre», senza l’uccisione di alcun animale.

Il prezzo al dettaglio, secondo quanto riportato dal quotidiano britannico Daily Mail, è di 3,49 sterline per una busta da 50 grammi. Sebbene sia probabile che il prezzo di vendita, appena il doppio rispetto a quello del normale cibo per animali, sia stato mantenuto artificiosamente basso per ragioni pubblicitarie. Infatti, le stime attuali parlano ancora di costi di almeno 63 euro al chilogrammo per la produzione su larga scala, almeno dieci volte superiori al costo di produzione della carne di pollo da allevamento.

Al di fuori del Regno Unito, attualmente nessun altro Paese europeo ha autorizzato la produzione o la commercializzazione di carne coltivata, né per il consumo umano né per l’alimentazione animale. Nell’Unione Europea, la carne coltivata è considerata un novel food e, per essere immessa sul mercato, deve ottenere l’approvazione dell’Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare (EFSA) e della Commissione Europea. Al momento, alcune richieste di autorizzazione sono in fase di valutazione, come quella della startup francese Gourmey, che nel luglio 2024 ha presentato domanda per un foie gras coltivato, e quella dell’azienda olandese Mosa Meat, che nel gennaio 2025 ha richiesto l’approvazione per il grasso bovino coltivato. Gli unici tre Paesi al mondo in cui la carne coltivata è attualmente autorizzata sono Singapore (dove i bocconcini di pollo coltivato prodotti dalla startup statunitense Eat Just sono stati approvati già nel dicembre 2020), gli Stati Uniti (con le prime autorizzazioni rilasciate nel giugno 2023 alle aziende Upside Foods e Good Meat) e Israele (dove, nel gennaio 2024, è stata autorizzata la produzione e la vendita di carne coltivata da cellule bovine).