venerdì 4 Aprile 2025
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150 mila tonnellate di fanghi tossici nei campi: se la cava con 16 mesi di condanna

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Solo un anno e quattro mesi di carcere, peraltro con il beneficio della sospensione della pena. È questa l’entità della condanna inflitta dal GUP di Brescia Angela Corvi a Giuseppe Giustacchini, amministratore dell’azienda WTE, per aver riversato tra il 2018 e il 2019 circa 150mila tonnellate di fanghi tossici su 3mila ettari di terreni agricoli sparsi tra Lombardia, Piemonte, Veneto ed Emilia-Romagna. Una quantità impressionante di rifiuti inquinanti, spacciati per fertilizzanti, finiti nei campi di ignari agricoltori. Eppure, a Giustacchi è arrivato poco più di un buffetto, con soli sedici mesi di condanna. Più impattanti i provvedimenti presi contro l’azienda, condannata a pagare una sanzione amministrativa di oltre 77mila euro, cui è stata confermato il sequestro di conti correnti e i beni ai fini della confisca e che dovrà impegnarsi nel ripristino dello stato dei luoghi contaminati.

Per l’imputato la Procura aveva chiesto 4 anni di carcere, già scontati di un terzo per via del rito abbreviato. La sentenza è arrivata al termine dell’udienza preliminare presso il Tribunale di Brescia, quando il giudice ha ritenuto Giustacchini colpevole di traffico illecito di rifiuti. Contestualmente, però, l’uomo è stato assolto dalle accuse di traffico di influenze illecite – reato depotenziato dalle recenti modifiche normative promosse dal governo -, mentre sono stati dichiarati prescritti i reati di discarica abusiva ed esalazioni moleste. Avendo tempi di prescrizione più breve, tali reati sono decaduti prima che il processo si concludesse: si tratta di una dinamica tipica nei processi ambientali, dove il tempo necessario per le indagini e il procedimento porta spesso alla prescrizione di reati minori. La WTE è stata riconosciuta responsabile civile e condannata al pagamento di una sanzione amministrativa di 77.400 euro, al sequestro dei conti correnti e alla revoca definitiva dell’autorizzazione a operare. La società dovrà anche provvedere, nei limiti del possibile, al ripristino delle aree inquinate. I suoi legali hanno già annunciato ricorso in appello. Sul banco degli imputati erano finiti in tutto 24 soggetti, tra persone fisiche e aziende. La sentenza ha portato a una sola condanna, due assoluzioni e cinque proscioglimenti, ma il percorso giudiziario è ancora lungo: dopo questo verdetto, il processo ordinario vedrà altri dodici imputati affrontare l’aula di tribunale per chiarire le proprie responsabilità. Nei procedimenti si sono costituiti parte civile per chiedere il risarcimento danni alla WTE la Provincia di Brescia e Cremona, i Comuni di Lonato, Visano e Calvisano, il comitato Cittadini di Calcinato, il comitato referendario per l’acqua pubblica e due residenti di Calcinato.

Le indagini hanno dimostrato che i fanghi tossici, derivanti dalla depurazione di acque reflue urbane e industriali, erano contaminati da metalli pesanti e idrocarburi. Secondo l’accusa, l’azienda WTE li avrebbe trattati e poi venduti agli agricoltori come fertilizzanti, sfruttando una normativa poco chiara che ha consentito di spacciarli per prodotti agricoli. A chiarire il quadro saranno le motivazioni del verdetto. La pronuncia ha sollevato reazioni contrastanti. La sindaca di Calcinato, Vincenza Corsini, ha espresso forte amarezza: «Le sentenze si rispettano ma faccio davvero fatica a sentirmi soddisfatta, visto quello che per anni il mio paese e i suoi abitanti hanno patito». Sulla stessa scia il sindaco di Calvisano Angelo Formentini: «Non sta a me giudicare la coerenza della pena. Mi limito a ricordare che con l’abuso d’ufficio un sindaco rischiava una condanna più corposa. E se un commercialista sbaglia una dichiarazione dei redditi si becca un anno e un mese». Anche Emanuele Moraschini, presidente della Provincia di Brescia, ha sottolineato la gravità della vicenda, ricordando però che grazie a questo scandalo sono stati «infittiti i paletti normativi per la tutela dei terreni agricoli».

[di Stefano Baudino]

Parigi sempre più fuori dall’Africa: anche la Costa d’Avorio caccia i soldati francesi

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Dopo Mali, Niger, Burkina Faso e Senegal, anche la Costa d’Avorio ha avviato la progressiva espulsione dei militari francesi dalle sue basi militari. In particolare, ieri si è tenuta una cerimonia ufficiale con cui la Francia ha restituito alle forze armate della Costa d’Avorio la gestione della base militare di Port-Bouet, ad Abidjan, che utilizzava dal 1978. La riduzione del personale militare francese nel Paese dell’Africa occidentale è in corso dal 2023, quando i militari di Parigi erano circa mille. Oggi sono rimasti circa 300 uomini del quarantatreesimo Battaglione di fanteria della Marina francese, i reparti anfibi delle forze armate, ed è previsto che la loro presenza verrà ulteriormente ridotta, lasciando nel Paese solo una ottantina di militari per addestrare i soldati ivoriani. Tuttavia, come preannunciato dal ministro della Difesa ivoriano, Tene Birahima Ouattara, i due Paesi hanno concordato di non interrompere completamente i loro rapporti militari, stabilendo, invece, un’intesa più flessibile per quanto riguarda l’impegno francese, in linea con gli interessi della Costa d’Avorio. Come anche il Senegal, la Costa d’Avorio intende riequilibrare le relazioni con Parigi senza interrompere bruscamente del tutto le relazioni con le forze francesi. «Il mondo cambia ed è evidente che la nostra relazione di difesa doveva evolvere», ha commentato il ministro della Difesa francese Sebastien Lecornu durante la cerimonia, aggiungendo che la Francia «non sta scomparendo».

In questo contesto di riformulazione delle relazioni tra Parigi e Yamoussoukro, i due ministri della Difesa – Ouattara e Lecornu – hanno siglato un nuovo accordo di partenariato militare volto prevalentemente all’addestramento dei soldati ivoriani: in particolare, una scuola ivoriana per i sistemi di informazione e comunicazione, sostenuta dalla Francia, continuerà le sue attività in questa sede, mentre Parigi rimarrà impegnata anche nelle attività dell’Accademia internazionale antiterrorismo di Jacqueville, alla periferia di Abidjan, e in quelle dell’Istituto interregionale per la sicurezza marittima. Gli ottanta militari francesi rimanenti formerebbero «la base di un distaccamento congiunto a seconda delle esigenze da voi manifestate, esigenze che saranno costantemente rivalutate, in particolare in termini di addestramento», ha affermato il ministro della Difesa francese. Nonostante ciò, il cambio di paradigma dello Stato africano e la ricerca di indipendenza e sovranità traspare chiaramente dal fatto che la base di di Port-Bouet prenderà il nome del generale Thomas d’Aquin Ouattara, il primo capo di Stato maggiore dell’esercito ivoriano. Il presidente della Costa d’Avorio, Alassane Ouattara, aveva già dichiarato a dicembre che le truppe francesi si sarebbero dovute ritirare dal Paese a partire da gennaio, con un approccio cauto nei modi, ma determinato nella sostanza: il presidente ivoriano aveva affermato, infatti, che l’ex padrone coloniale sarebbe rimasto un «importante alleato».

La Costa d’Avorio è l’ultimo Stato dell’Africa occidentale che ha deciso di espellere le forze francesi dal suo territorio dopo Mali, Burkina Faso e Niger, tutte nazioni in cui, tra il 2020 e il 2023, si sono verificati colpi di Stato che hanno portato al governo giunte militari antioccidentali. Ma anche in Ciad e in Senegal i rispettivi governi hanno deciso che le truppe francesi non sono più utili alla sicurezza del territorio invitando i contingenti a lasciare le basi del Paese. Nello specifico, il Mali ha decretato l’espulsione delle truppe francesi nel 2022, seguito dal Burkina Faso e dal Niger nel 2023. Nel dicembre del 2024, invece, ministro degli Esteri del Ciad, Abderaman Koulamallah, aveva annunciato la fine dell’accordo di cooperazione in materia di difesa con la Francia, spiegando che la decisione «fa parte dell’impegno del Capo di Stato davanti al popolo sovrano» ed è un modo per «affermare la nostra sovranità». Anche il presidente senegalese, Bassirou Diomaye Faye, durante il discorso di fine anno, aveva ribadito «la chiusura di tutte le basi francesi nel Paese», dopo la richiesta formale, di fine novembre, da parte di Dakar. Parallelamente all’indebolimento della presenza francese in Africa, si assiste all’ascesa nel continente delle nazioni rivali dell’Occidente, tra cui Russia e Cina. Mosca, in particolare, è vista particolarmente con favore dai popoli e dai governi africani per via del suo approccio considerato anticolonialista e paritario.

Tutto ciò si è tradotto in un rapido mutamento politico nei Paesi dell’Africa Subsahariana, il cui obiettivo è quello di riacquisire la sovranità sul sistema economico, monetario e sulle risorse naturali. Proprio a tal fine, Niger, Mali e Burkina Faso hanno firmato un trattato con il quale hanno dato vita alla Confederazione degli Stati del Sahel, volta a creare una comunità libera dal controllo di potenze straniere. In questo quadro, la Francia è sempre più fuori dall’Africa: a partire dalla prossima estate, infatti, le forze francesi manterranno basi militari permanenti solo in Gabon e a Gibuti.

[di Giorgia Audiello]

Cybersicurezza, ancora attacchi hacker a siti italiani

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Per il quinto giorno consecutivo, prosegue la campagna di attacchi hacker ai danni di enti ed aziende italiane. Lo comunica alla stampa l’Agenzia per la cybersicurezza nazionale, aggiungendo che dopo che ieri erano stati colpiti vari soggetti nei settori della giustizia, finanziario e trasporti, oggi sono stati attaccati enti governativi, finanziari ed energetici. Tra i bersagliati questa volta Leonardo, Banca d’Italia, Autorità dei trasporti, Edison, Fininvest, Parmalat. A quanto si apprende, si tratta dello stesso gruppo NoName057, che ha agito anche nei giorni scorsi colpendo decine di siti web italiani della finanza e di produzione di armi, rivendicando poi gli attacchi.

Il nuovo piano pandemico approvato dal governo Meloni

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Viene riconosciuto l’uso dei vaccini ma non come unico strumento di contrasto, sono previste restrizioni alla libertà personale solo in casi “eccezionali” senza il ricorso ai Dpcm e c’è l’obbligo per le istituzioni a rendicontare pubblicamente il loro operato: sono questi i punti salienti del nuovo Piano nazionale pandemico inviato in Conferenza Stato-Regioni per la discussione e la successiva approvazione. A cinque anni dall’emergenza coronavirus, è stato redatto un nuovo documento di oltre 150 pagine che sostituirà quello precedente – scaduto nel 2023 – e avrà durata quadriennale, ovvero si estenderà fino al 2029. Nonostante il Piano non sia ancora confermato definitivamente, il testo ha già innescato il consueto gioco delle parti politico: da una parte, le opposizioni attaccano affermando che le uniche modifiche sono state effettuate «per evitare di fare copia e incolla» dai documenti precedenti, mentre dall’altra dal governo si sottolinea che proprio tali modifiche distinguono il nuovo documento dalla «disastrosa gestione Conte-Speranza» e dal suo «approccio ideologico e dogmatico».

Il contenuto del documento

La bozza, inviata in Conferenza Stato-Regioni e resa disponibile alla stampa nelle ultime ore, sottolinea che per l’attuazione delle misure del piano pandemico nazionale è stata autorizzata la spesa di 50 milioni di euro per l’anno 2025, 150 milioni per il 2026 e 300 milioni di euro annui dal 2027 in poi. Le principali novità riguardano restrizioni, strategie di prevenzione e contrasto ad un eventuale patogeno. Vengono prefigurati tre scenari di rischio, di cui due dovuti a virus influenzali e considerati più probabili e uno “peggiore”, poco probabile ma impossibile da escludere. All’interno di ogni caso viene stimato il numero di ricoveri probabili e gli accessi medi in terapia intensiva – che vanno da qualche migliaio per il primo scenario a centinaia di migliaia per lo scenario peggiore – precisando al contempo, però, che tali simulazioni tengono conto soltanto delle caratteristiche dell’eventuale patogeno e non di altri fattori che potrebbero condizionarne la diffusione. Per quanto riguarda le restrizioni ed eventuali lockdown, si legge: «di fronte ad una pandemia di carattere eccezionale, si può presentare la necessità e l’urgenza di adottare misure relative ad ogni settore e un necessario coordinamento centrale, valutando lo strumento normativo migliore e dando priorità ai provvedimenti parlamentari. È escluso l’utilizzo di atti amministrativi per l’adozione di ogni misura che possa essere coercitiva della libertà personale o compressiva dei diritti civili e sociali. Solo con leggi o atti aventi forza di legge e nel rispetto dei principi costituzionali possono essere previste misure temporanee, straordinarie ed eccezionali in tal senso». Significa che il piano del governo Meloni non rinuncia alla possibilità di mettere in campo tutte le restrizioni viste in campo durante l’era Covid, ma stabilisce che queste non possano essere approvate con un semplice Dpcm della presidenza del Consiglio, ma varate come leggi ordinarie. Anche se non sarà necessario per forza un passaggio parlamentare, dato che potrebbero essere approvate con provvedimento d’urgenza come decreto legge (quindi approvate solo dal governo).

Inoltre, altre novità riguardano il tema della vaccinazione e della comunicazione. Si legge che «i vaccini approvati e sperimentati risultano misure preventive efficaci, contraddistinte da un rapporto rischio-beneficio significativamente favorevole; non possono essere considerati gli unici strumenti per il contrasto agli agenti patogeni ma vanno utilizzati insieme ai presidi terapeutici disponibili». Il tutto, con una campagna di informazione che dovrà astenersi dall’usare «toni drammatici» che potrebbero «generare discriminazioni e stigma sociale». Le istituzioni, infatti, anche per risolvere i conflitti che potrebbero insorgere «tra la sfera privata e quella collettiva» a causa di ipotetiche restrizioni, sono obbligate ad agire «in ottemperanza al principio di trasparenza», rendicontando «pubblicamente il loro operato». Infine, tra i punti salienti vi è la costituzione del Commissario straordinario all’emergenza, figura nominata dal governo che agisce per un tempo determinato «allo scopo di far fronte ad eventi straordinari attraverso poteri esecutivi speciali». In particolare, potrebbe partecipare attivamente alla predisposizione della campagna vaccinale e all’acquisto delle «contromisure mediche necessarie per fronteggiare il patogeno emergente».

La reazione politica

Il documento, nonostante sia stato inviato alle Regioni per ulteriori discussioni ed eventuali modifiche, sembra aver già acceso il dibattito politico a riguardo: da una parte, il Movimento 5 Stelle denuncia un “copia e incolla”, mentre dall’altra viene sottolineato che le principali modifiche effettuate sono proprio ciò che distinguono il documento dalla “disastrosa gestione precedente”: «A quanto si apprende, nella bozza è previsto l’uso dei vaccini e del lockdown in caso di grave emergenza pandemica. Certo, la destra ha dovuto escludere l’uso dei Dpcm, per evitare di fare copia e incolla dalle misure anti-Covid anche a livello amministrativo, ma per quanto riguarda gli aspetti sanitario e sociale il piano ripercorre fedelmente quanto fatto dal governo Conte durante la pandemia. Siamo felici che nel momento in cui occorreva tutelare la Salute dei cittadini la scienza abbia battuto la propaganda antiscientifica tanto cara a questa destra», si legge in un comunicato del partito pentastellato. D’altra parte, per Fratelli d’Italia le cose stanno diversamente: «Il Piano Pandemico che il governo ha trasmesso oggi alle Regioni manda in soffitta la disastrosa gestione Conte-Speranza e il suo approccio ideologico e dogmatico, per mettere al centro il cittadino con i suoi diritti. Bene che sia stata archiviata l’era dei lockdown arbitrari, imposti con atti amministrativi come i Dpcm ed annunciati via social: misure temporanee e straordinarie di questo genere potranno essere adottate solo con il coinvolgimento del Parlamento. La nuova strategia, infatti, riconosce sì l’importanza dei vaccini, ma non esclude l’utilizzo di altri presidi terapeutici per contrastare agenti patogeni», scrive il partito al governo.

[di Roberto Demaio]

Auto elettriche, Antitrust avvia quattro istruttorie

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L’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato ha avviato quattro istruttorie contro BYD, Stellantis, Tesla e Volkswagen per possibili pratiche commerciali scorrette sui veicoli elettrici. L’indagine riguarda informazioni potenzialmente fuorvianti su autonomia, degrado della batteria e limiti della garanzia. Le case automobilistiche avrebbero fornito dati generici e talvolta contraddittori senza chiarire l’impatto di fattori esterni sul chilometraggio reale e, inoltre, mancherebbero dettagli trasparenti sulla perdita di capacità delle batterie nel tempo e sulle reali condizioni di garanzia. Per questo motivo, i funzionari dell’Autorità hanno effettuato un’ispezione presso le sedi coinvolte con l’ausilio del Nucleo Speciale Antitrust della Guardia di Finanza.

Il telescopio James Webb ha immortalato la nascita di un sistema planetario in formazione

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Il telescopio spaziale James Webb si è nuovamente confermato uno strumento fondamentale per la ricerca astronomica e, questa volta, lo ha fatto mostrando agli scienziati un’opportunità unica nello studio della formazione planetaria: è quanto scoperto nel sistema PDS 70, formato da una giovane stella circondata da un disco di gas e polvere in cui si stanno formando due pianeti, chiamati PDS 70 b e PDS 70 c. I risultati sono stati ottenuti da un team guidato dalla dottoranda Dori Blakely dell’Università di Victoria, il quale ha dettagliato le nuove evidenze all’interno di un nuovo studio sottoposto a revisione paritaria e pubblicato sulla rivista scientifica The Astronomical Journal. Sfruttando la precisione del telescopio Webb ed un’innovativa tecnica chiamata Aperture Masking Interferometry (AMI), gli scienziati hanno scoperto che i due pianeti stanno ancora crescendo raccogliendo materiale dal disco protoplanetario, e il tutto con la presenza di particolari strutture che potrebbero favorire la formazione di lune simili a quelle osservate attorno a Giove e Saturno: «È come vedere una foto di famiglia del nostro Sistema Solare quando era solo un bambino», commentano gli autori, sottolineando che la scoperta potrebbe insegnare agli scienziati come i sistemi planetari, come il nostro, nascono e si sviluppano.

Non bastavano galassie da record, fusioni di buchi neri e pianeti bollenti capaci di squarciare a metà la comunità scientifica, evidentemente, per fermare la scia di scoperte effettuate grazie al telescopio James Webb (JSWT), strumento per l’astronomia a raggi infrarossi lanciato a dicembre del 2021 grazie ad una collaborazione NASA, ESA e CSA. Questa volta, come riporta lo studio recentemente pubblicato su The Astronomical Journal, è toccato ad un sistema ancora in formazione, chiamato PDS 70: un insieme di corpi celesti considerato un “laboratorio naturale” per comprendere come si sviluppano i pianeti giganti. La scoperta, come spiegato dagli autori, è avvenuta sfruttando la capacità del JSWT di misurare la luce infrarossa in combinazione con una innovativa tecnica chiamata Aperture Masking Interferometry, le quali hanno consentito di ottenere immagini con una risoluzione “senza precedenti” capaci di dettagliare con maggiore precisione il processo di formazione planetaria. Usare questa tecnica innovativa «è come abbassare i riflettori accecanti di una giovane stella in modo da poter vedere i dettagli di ciò che la circonda, in questo caso i pianeti», ha spiegato Prof. René Doyon, Direttore del Trottier Institute for Research on Exoplanets e coautore della ricerca.

Rappresentazione artistica della stella e del suo disco protoplanetario. Credit: NASA, ESA, CSA, Joseph Olmsted (STScI)

In particolare, è stato scoperto che i due pianeti stanno attirando materiale dal disco «proprio come bambini che afferrano i mattoncini per costruire una torre», accumulando gas e competendo con la stella ospite per il materiale del disco. Si tratta di osservazioni che, come spiegato dagli autori, supportano l’idea che i pianeti giganti si formino principalmente estraendo gradualmente massa dal gas e dalla polvere che li circonda e ciò, potenzialmente, potrebbe aiutare a capire come Giove e Saturno potrebbero essersi formati nel nostro sistema solare. Inoltre, i dati hanno suggerito che i due corpi celesti potrebbero avere anelli chiamati “dischi circumplanetari” che potrebbero ospitare la formazione di lune simili a quelle più vicine alla Terra. Infine, è stato scoperto un potenziale terzo oggetto situato all’interno di una lacuna del disco protoplanetario, definito da una debole emissione luminosa la cui natura è ancora incerta. Potrebbe trattarsi di un braccio di polvere e gas in movimento o di un altro pianeta in fase di formazione, ma l’enigma andrà chiarito grazie ad ulteriori osservazioni future.

Quel che rimane certo, per ora, è che gli scienziati siano convinti che il nuovo studio rappresenti un passo in avanti fondamentale nella comprensione dei meccanismi che regolano la nascita e l’evoluzione dei pianeti, in quanto offrirebbe una visione diretta di processi che, miliardi di anni fa, potrebbero aver plasmato anche il nostro Sistema Solare: «Queste osservazioni ci danno un’incredibile opportunità di assistere alla formazione dei pianeti mentre avviene. Vedere i pianeti nell’atto di accumulare materiale ci aiuta a rispondere a domande di vecchia data su come si formano ed evolvono i sistemi planetari. È come guardare un sistema solare che si costruisce davanti ai nostri occhi», ha commentato Doug Johnstone, responsabile della ricerca presso il Centro di ricerca astronomica e astrofisica Herzberg del Consiglio nazionale delle ricerche del Canada e coautore dello studio.

[di Roberto Demaio]

Guerre e massacro in Palestina fanno volare i profitti di Leonardo: 17,8 miliardi nel 2024

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Mentre a Gaza si consuma una delle più gravi tragedie umanitarie del nostro tempo, l’industria della difesa italiana registra risultati da record. Leonardo, colosso dell’aerospazio e della sicurezza, ha infatti chiuso il 2024 con numeri che certificano una crescita impetuosa: ricavi a 17,8 miliardi di euro (+11,1%), ordini per 20,9 miliardi (+16,8%) e un margine operativo lordo (EBITDA) di 1,525 miliardi (+12,9%). Una performance che ha superato le previsioni degli analisti e che testimonia come il perdurare delle tensioni geopolitiche alimenti i profitti dell’industria bellica. In una nota diramata dall’azienda, si legge che è «di particolare rilievo l’apporto dell’elettronica per la difesa e sicurezza, sia nella componente europea, sia, in particolare, in quella statunitense, e nel business elicotteri». Un mercato su cui Leonardo continua a investire, avendo iniziato a inviare gli elicotteri AgustaWestland AW119Kx “Koala-Ofer” a Israele per l’addestramento dei suoi piloti.

Dietro questi numeri si cela una verità scomoda: il boom degli affari di Leonardo è trainato dalla crescente domanda di armamenti alimentata dai conflitti in corso, tra cui l’invasione russa dell’Ucraina e l’offensiva israeliana su Gaza. L’azienda, partecipata per il 30,2% dal Ministero dell’Economia e delle Finanze italiano, ha rafforzato la sua posizione come attore chiave del settore Difesa, beneficiando degli investimenti crescenti dei governi occidentali per il riarmo. Gli ordini nel settore dell’Elettronica per la Difesa hanno raggiunto quota 10,3 miliardi, in crescita rispetto ai 9 miliardi del 2023. In forte espansione anche la divisione Cybersecurity, passata da 692 a 833 milioni di euro di ordini in un solo anno. Anche la produzione di velivoli ha registrato un balzo significativo, con una crescita del 20,8% degli ordini. Uno dei segmenti più redditizi per Leonardo è rappresentato dalla sua partecipazione in MBDA, il consorzio europeo dei missili, che fornisce armamenti a Kiev nel contesto della guerra contro la Russia.

A trainare gli affari dell’azienda è al momento anche il progetto internazionale GCAP (Global Combat Air Program), che vede l’Italia affiancata a Regno Unito e Giappone nello sviluppo di un caccia di sesta generazione, destinato a sostituire gli Eurofighter dal 2035. Lo scorso dicembre è stata siglata la joint venture paritaria che guiderà la produzione del nuovo velivolo, con Leonardo capofila per la parte italiana. A completare il quadro si aggiunge un’altra alleanza strategica: la joint venture sui droni con il colosso turco Baykar, che verrà finalizzata nelle prossime settimane. Questo accordo posiziona Leonardo in un segmento di mercato in forte espansione, con droni che giocano un ruolo sempre più centrale nelle moderne operazioni militari, come dimostrato proprio dai conflitti in Ucraina e in Medio Oriente. L’azienda ha inoltre incrementato del 12,6% il proprio organico, assumendo quasi 7.000 nuovi lavoratori, con particolare attenzione ai giovani under 30, che oggi rappresentano il 15% dei dipendenti.

Nel frattempo, Leonardo continua a fare affari con Tel Aviv. Dopo aver consegnato nei mesi scorsi 30 aerei da addestramento M-346, l’azienda ha cominciato a inviare elicotteri AgustaWestland AW119Kx “Koala-Ofer” per addestrare i piloti della Israel Air Force (IAF) presso la base aerea di Hatzerim, nel deserto del Negev. Questi velivoli sostituiranno i più datati Bell-206 “Saifan”, offrendo avanzate tecnologie di avionica e capacità di volo notturno. La vendita fa parte di una serie di trattative iniziate nel 2019 e concluse nel 2022, che prevedono la fornitura di 16 elicotteri e servizi logistici per 20 anni, per un valore totale di almeno 67 milioni di dollari.

Anche il 2023 era stato chiuso da Leonardo con risultati record, registrando ordini sopra le previsioni a 17,9 miliardi di euro (+3,8%) e ricavi per un ammontare di 15,3 miliardi (+3,9% rispetto al 2022), in parte anche grazie all’aggressione a Gaza. L’importante ruolo delle armi “Made in Italy” a Gaza è stato evidenziato dagli stessi israeliani, che hanno dichiarato al sito specializzato Israel Defense che i missili che hanno colpito la Striscia provenivano anche da cannoni fabbricati in Italia e venduti a Tel Aviv. Un dato citato anche dall’Osservatorio sulle armi nei porti europei e mediterranei The Weapon Watch, che ha pubblicamente smentito l’azienda, dopo che quest’ultima aveva affermato che l’esercito israeliano non stesse utilizzando mezzi di sua produzione nella carneficina di Gaza.

[di Stefano Baudino]

Esplosioni a Bat Yam, Israele rafforza le incursioni in Cisgiordania

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Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha ordinato l’intensificazione delle operazioni militari dell’esercito nella Cisgiordania occupata dopo che, ieri sera, tre autobus sono esplosi nella città israeliana di Bat Yam, nella periferia meridionale di Tel Aviv, senza provocare feriti. La polizia israeliana ha parlato di un tentativo di attacchi terroristici coordinati. Come riportano l’agenzia di stampa Wafa e i media locali, nelle ultime ore le forze israeliane hanno effettuato incursioni a Tulkarem e Jenin, uccidendo un uomo e danneggiando case e infrastrutture. L’IDF ha inoltre preso d’assalto il campo profughi di al-Azza a Betlemme, nella Cisgiordania meridionale.

In Europa aumenta ancora la superficie coltivata con metodo biologico

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In Europa cresce a ritmo sostenuto la percentuale di superfici agricole coltivate con metodo biologico. L’agricoltura libera dalla chimica di sintesi, interessando 17,7 milioni di ettari, ha ora raggiunto l’11% con un incremento del 3,6% rispetto al 2022. Sono questi i dati evidenziati dal documento The World of Organic Agriculture 2024, riferiti al 2023, presentati dall’Istituto di ricerca sull’agricoltura biologica, in collaborazione con la Federazione delle associazioni del biologico, alla fiera mondiale per gli alimenti biologici (Biofach).

Guardando ai singoli Paesi, la Spagna è in prima posizione, con 3 milioni di ettari, segue la Francia con 2,8 milioni di ettari. L’Italia occupa il terzo posto con 2,5 milioni di ettari, ma è prima come percentuale di Superficie Agricola Utilizzata (SAU) destinata al biologico. Quest’ultima, nello Stivale sfiora il 20%, circa il doppio della media europea. Il nostro Paese si conferma quindi leader del settore in Europa, mantenendo anche il primato per quanto riguarda il numero di produttori bio, i quali sono oltre 84.191 sui 495.000 attivi nell’intera Europa. Inoltre, l’Italia si posiziona al vertice della classifica anche per il numero di trasformatori, quasi 25.000, su un totale in Europa di 94.627. In termini di mercato, dopo un lieve calo nel 2022, è tornato positivo anche questo andamento per il Vecchio Continente, che ha raggiunto i 54,7 miliardi di euro in Europa (+3%), di cui 46,5 miliardi nell’Unione Europea (+ 2,9%). La Germania rimane il mercato principale, con vendite che si attestano a 16,1 miliardi di euro. A livello globale, L’UE si posiziona come il secondo mercato per i prodotti biologici, dopo gli Stati Uniti con 59 miliardi di euro. Sempre a livello mondiale, l’area agricola coltivata a biologico è aumentata del 2,6% nel 2023, raggiungendo un totale di 98,9 milioni di ettari, gestiti da 4,3 milioni di produttori biologici.

«L’incremento delle superfici agricole – ha dichiarato Maria Grazia Mammuccini, Presidente FederBio – conferma la resilienza del metodo agricolo biologico, in grado di tutelare le fertilità del suolo, salvaguardare la biodiversità, rispondere alla crisi climatica, garantendo sicurezza alimentare per le generazioni future e il giusto reddito per gli agricoltori». L’agricoltura biologica esclude infatti pesticidi e fertilizzanti sintetici, favorendo tecniche naturali o comunque non impattanti. Diversamente da quella convenzionale, garantisce una maggiore tutela degli ecosistemi portando al contempo a prodotti generalmente più sani. «Anche se le vendite hanno ripreso a crescere – ha concluso Mammuccini – occorre però continuare a spingere sui consumi, sensibilizzando ulteriormente i cittadini sui benefici che il buon cibo biologico apporta per la salute delle persone e dell’ambiente. Inoltre, per incentivare una transizione duratura verso un modello di consumo sostenibile e responsabile, è fondamentale supportare gli investimenti in ricerca e innovazione per fare del biologico il modello di riferimento per l’intero sistema agroalimentare e per orientare le strategie future della PAC post 2027».

[di Simone Valeri]

Caso Cospito, Delmastro condannato a 8 mesi per rivelazione di segreto d’ufficio

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Il sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro (FDI) è stato condannato in primo grado dal Tribunale di Roma a otto mesi di reclusione per rivelazione di segreti d’ufficio. Il caso riguarda informazioni riservate su Alfredo Cospito, anarchico al 41-bis, divulgate nel febbraio 2023 dal deputato Giovanni Donzelli in Parlamento. Donzelli aveva riportato conversazioni intercettate tra Cospito e mafiosi, che Delmastro aveva ottenuto dai vertici del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria (DAP). Il discorso collegava tali conversazioni a una visita di parlamentari PD al carcere di Sassari, insinuando connivenze. La Procura aveva chiesto per Delmastro l’assoluzione. Le opposizioni attaccano il governo e chiedono le sue dimissioni, il ministro Nordio lo difende.