giovedì 3 Aprile 2025
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La Danimarca aumenta la spesa militare di 6,7 miliardi

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La prima ministra danese Mette Frederiksen ha annunciato che il Paese spenderà altri 50 miliardi di corone (circa 6,7 miliardi di euro) nella difesa nei prossimi due anni, in risposta alla «crescente minaccia» russa. L’aumento degli investimenti nella difesa arriva per colmare le presunte mancanze dell’industria bellica danese, in particolare nei sistemi di difesa missilistica terra-aria. Per farlo, sembra che la Danimarca intenda affacciarsi ai mercati esteri e aumentare le importazioni: «Ho un messaggio per il capo della difesa: compra, compra, compra», ha dichiarato la premier in conferenza stampa. I vari appalti, ha spiegato Frederiksen, verranno assegnati senza passare attraverso le tradizionali procedure di gara.

Un leader indigeno e anticapitalista sarà l’ago della bilancia nel futuro dell’Ecuador

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Il prossimo 13 aprile in Ecuador si svolgerà il secondo round delle elezioni presidenziali, nelle quali il presidente uscente Daniel Noboa e la rappresentante della sinistra Luisa Gonzalez si contenderanno la guida del Paese per i prossimi quattro anni. Durante il primo turno, i due candidati si sono divisi in maniera pressochè uguale il 90% delle preferenze. Per questo motivo, ora per assicurarsi la maggioranza sarà necessario guadagnarsi l’appoggio del candidato arrivato terzo. Si tratta di Leonidas Iza, leader indigeno che ha collezionato oltre il 5% delle preferenze, ovvero all’incirca mezzo milione di voti. Iza ha già fatto sapere che l’appoggio all’uno o all’altro candidato non è affatto scontato e che, comunuque, la decisione verrà presa in maniera collettiva insieme ai membri del Movimento Pachakutik, il suo gruppo politico, per dimostrare alla politica che «il voto non appartiene nè ai leader nè ai partiti», ma alla collettività e al popolo.

Leonidas Iza è una figura tutt’altro che nuova per la storia politica recente del Paese: dirigente del CONAIE (la Confederazione delle Nazionalità Indigene dell’Ecuador), nel 2022 era infatti stato a capo delle rivolte antigovernative che provocarono una profonda crisi del Paese, culminata con le dimissioni dell’ex presidente Guillermo Lasso. Proprio il CONAIE aveva infatti redatto una lista di 10 richieste per migliorare le condizioni di vita dei cittadini – tra queste, riduzione e congelamento del prezzo dei carburanti, maggiori garanzie e tutele per agricoltori e allevatori e lo stop allo sfruttamento estrattivo e minerario – e indetto uno sciopero nazionale per costringere il governo a intavolare un dialogo. Durante le rivolte, Iza era stato arrestato e rilasciato con l’accusa di aver bloccato i servizi pubblici del Paese. Nel pretenderne la liberazione, gli indigeni avevano «preso in custodia» diversi agenti di polizia. Una volta liberato, Iza aveva continuato a guidare la ribellione, pretendendo risposte concrete dal governo e cercando di coinvolgere anche la popolazione non indigena.

A votare Iza è stata tutta quella frangia di popolazione “antisistema”, stanca di dover scegliere tra quello che lui aveva definito un governo di destra «fascista» (quello di Noboa) e una finta sinistra di «socialdemocratici» (rappresentata da Gonzalez) e propenso a dare allo Stato una direzione anticapitalista. La vera sinistra, aveva dichiarato Iza durante un’intervista, «siamo noi, che difendiamo l’ecologia e il territorio per la vita, per il consumo interno del Paese». Il suo programma elettorale era fondato in primo luogo sul riconoscimento di uno Stato plurinazionale e della giustizia indigena. Insieme a questi due punti, un’importanza fondamentale la ricoprivano il diritto all’autodeterminazione dei popoli, la sovranità alimentare e la transizione ecologica, oltre che il miglioramento della situazione economica e lavorativa del Paese. Iza proponeva una completa riforma del sistema delle carceri, la rinegoziazione degli accordi economici con il Fondo Monetario Internazionale e, in generale, la creazione di «un modello nel quale il rispetto alla vita, alla giustizia, alla scienza e alla democrazia prevalgano sul capitale come asse centrale delle nostre decisioni e delle nostre forme di vita». A guidare il lavoro del governo, secondo il leader indigeno, avrebbero dovuto essere i principi «della reciprocità, della proporzionalità e della correlazione integrale».

Iza ha già fatto sapere che non vi sarà alcun endorsment per nessuno dei due candidati ora in lista fino a che il Movimento Pachakutik non deciderà collettivamente se uno dei due programmi è davvero votato alla crescita e al benessere del Paese. In caso contrario, non verrà appoggiato nessuno dei due. Non sarò io a definire l’esito delle elezioni, ha dichiarato Iza, ma «il potere politico collettivo». Questo per dimostrare alla politica che è possibile coniugare «la democrazia comunitaria, quella diretta e quella rappresentativa». «Non facciamo endorsment a nessuno, noi sosteniamo una proposta per il Paese», ha dichiarato. «La vecchia politica è rappresentata in questo momento dal candidato della destra [Noboa, ndr], che è disposto ad annientare i popoli. Ci siamo confrontati con questa politica vecchia di 200 anni, quando i movimenti indigeni e popolari non venivano nemmeno considerati nel definire questo Paese. Su questo abbiamo vinto». Proprio per questo motivo, appare alquanto improbabile che la scelta possa ricadere sul governo di Daniel Noboa. Il processo decisionale, tuttavia, sarà lento: ai candidati, riferisce il leader, toccherà avere pazienza.

[di Valeria Casolaro]

Il Governo si rifiuta di rispondere sul caso Paragon e sullo spionaggio di giornalisti e attivisti

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Il Governo italiano ha di fatto posto il segreto di Stato sul caso Paragon, celando all’occhio pubblico ogni informazione aggiuntiva riguardante il rapporto tra Forze dell’ordine e il programma di spyware noto come Graphite. Dopo giorni di mezze omissioni, velate imprecisioni e chiusure ermetiche, resta il dubbio su chi abbia sorvegliato illecitamente giornalisti e attivisti, nonché il ruolo rivestito dall’Amministrazione Meloni sull’intera faccenda.

Come successo per il caso Almasri, il Governo non ha assunto responsabilità dirette, non ha invocato esplicitamente la ragion di Stato per occultare le informazioni riguardanti l’azienda israeliana Paragon Solutions, piuttosto ci è girata scivolosamente attorno. Palazzo Chigi aveva affrontato inizialmente le voci che la legavano allo spyware con una nota pubblicata il 5 febbraio in cui, sostanzialmente, diceva di essere consapevole di “presunte attività di spionaggio”, ma si dichiarava estranea a ogni illegalità. Da allora, The Guardian e Haaretz hanno rivelato non solo che l’Italia ha firmato dei contratti con Paragon Solutions, ma che questi sono stati sospesi, se non addirittura cancellati, a causa della violazione dei termini di servizio e del quadro etico dell’azienda.

Il 12 febbraio, il ministro per i Rapporti con il Parlamento, Luca Ciriani (FdI), ha risposto a molteplici interrogazioni parlamentari dell’opposizione, ammettendo l’esistenza di un legame contrattuale in essere tra l’impresa israeliana e lo Stato. “Nessuno ha rescisso in questi giorni alcun contratto nei confronti dell’intelligence. Tutti i sistemi sono stati e sono pienamente operativi contro chi attenta agli interessi e alla sicurezza della Nazione”, ha dichiarato il politico, minacciando poi querele a chiunque sostenga che il Governo abbia spiato giornalisti e attivisti. Due giorni dopo, i servizi segreti hanno comunicato all’agenzia di stampa ANSA che “l’Intelligence italiana e Paragon Solutions hanno concordato di sospendere l’operatività del sistema fino alla conclusione della procedura di due diligence condotta dal Copasir e dall’Agenzia nazionale per la cybersicurezza”. Non è mai stato esplicitato se la sospensione in questione sia quella citata nei giorni scorsi dalle testate straniere o se la stessa sia avvenuta successivamente all’intervento di Ciriani.

Essendo rimasto un certo grado di ambiguità, le opposizioni son tornate a fare domande, tuttavia ieri, 18 febbraio, il Governo ha annunciato che non si sarebbe presentato al Question Time previsto per oggi. Ovvero, si rifiuta di rispondere. Fanpage rivela che la decisione sia stata ufficializzata da un comunicato siglato dal Presidente della Camera, Lorenzo Fontana (Lega), il quale riporta che quanto già detto dal Governo in occasione della passata interrogazione contenga “le uniche informazioni pubblicamente divulgabili”. Secondo Alfredo Mantovano, sottosegretario con delega ai servizi segreti, il resto “deve intendersi classificato” e l’Amministrazione Meloni avrebbe intenzione di rispondere solamente al comitato parlamentare che cura i rapporti con i servizi segreti, il Copasir.

Non è chiaro come mai il Governo, dopo aver risposto a colpi di mezze verità, abbia improvvisamente deciso di trincerarsi nel silenzio. Aleggia il sospetto che il cambio di rotta sia dovuto alla serie di domande che erano previste per oggi, le quali riguardavano specificatamente il rapporto tra Polizia penitenziaria e lo spyware Graphite. Un’ipotesi che è parzialmente sostenuta dalle dichiarazioni social di Matteo Renzi (IV), il quale sostiene di aver “parlato a lungo oggi con il sottosegretario Mantovano. Mi ha detto che il governo sarebbe venuto solo se avessimo cambiato le domande“. Nel frattempo, la Federazione nazionale della Stampa italiana (Fnsi) e l’Ordine nazionale dei giornalisti hanno entrambe avviato una denuncia contro ignoti presso la Procura di Roma.

[di Walter Ferri]

Attacchi hacker, colpiti siti finanziari e del trasporto pubblico

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Dopo aver bersagliato i siti governativi e militari italiani nei giorni scorsi, questa volta è capitato a diverse istituzioni finanziarie, industrie degli armamenti e aziende del trasporto pubblico: è il resoconto dell’ondata di attacchi condotta dal gruppo Noname057(16), che per la terza mattinata consecutiva ha colpito diversi siti italiani. Lo ha rivelato alla stampa l’Agenzia per la cybersicurezza nazionale che, tramite il direttore generale, ha spiegato che «è in atto una serie di campagne DDoS ricorrenti, che spesso scattano in occasione di interventi istituzionali». L’incidenza della dannosità degli attacchi sarebbe diminuita dal 19% al 15% secondo quanto riportato, nonostante gli episodi, però, siano saliti da 319 a 519.

Oltre 230 organizzazioni internazionali chiedono ai governi di smettere di armare Israele

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Oltre 230 organizzazioni, tra cui Amnesty International, hanno chiesto con una lettera congiunta ai governi coinvolti nel programma Joint Strike Fighter di interrompere immediatamente il trasferimento di armi a Israele, inclusi i caccia F-35. Nonostante l’obbligo legale di fermare le esportazioni, molti governi continuano infatti a consentire il trasferimento di componenti attraverso gli USA o partner terzi. Per questo, la società civile globale ha avviato azioni legali contro i propri governi. Negli ultimi mesi, le forze armate israeliane hanno usato gli F-35 per attaccare Gaza. Tra gli episodi più noti c’è quello del luglio 2024, quando un F-35 è stato utilizzato per bombardare la “zona sicura” di Al-Mawasi, a Khan Younis, uccidendo 90 palestinesi.

La richiesta di fermare l’invio di caccia a Israele è stata inviata ieri, lunedì 18 febbraio. Ad esclusione degli Stati Uniti, sottolinea la nota, il programma Joint Strike Fighter è sottoscritto solo da Stati firmatari del Trattato sul commercio di armi (ATT), che prevede l’interruzione del commercio diretto e indiretto di attrezzature e tecnologie militari, comprese parti e componenti, «qualora vi sia il rischio concreto che tali attrezzature e tecnologie possano essere utilizzate per commettere o facilitare una grave violazione del diritto umanitario internazionale o del diritto internazionale dei diritti umani». Oltre a ciò, l’invio di caccia F-35 viola la Convenzione di Ginevra, il diritto umanitario internazionale consuetudinario e varie leggi nazionali. La lettera delle organizzazioni, inoltre, ricorda le ultime sentenze della Corte Internazionale di Giustizia: in una di esse, l’organo sancisce che, essendoci il rischio concreto che Israele stia commettendo un genocidio, Israele e gli Stati membri devono attuare misure per prevenire che venga commesso; nell’altra, la CIG definisce illegali gli insediamenti israeliani in Cisgiordania e obbliga Israele a cessare l’occupazione e tutti gli Stati a non aiutarla o assisterla nella sua occupazione illegale del territorio palestinese occupato.

L’invio di armamenti verso Israele, insomma, è illegale. E per quanto riguarda gli F-35, continua la lettera, questi sono stati utilizzati diverse volte proprio per commettere crimini contro l’umanità a Gaza, che gli Stati che collaborano con Israele dovrebbero impedire che vengano commessi. Malgrado i Paesi dicano di aver fermato l’invio di armamenti verso Tel Aviv, sottolineano le organizzazioni, i Paesi partner dell’F-35 «hanno presentato una serie di posizioni incoerenti che consentono di continuare a esportare parti e componenti dell’F-35 verso Israele», finendo per consentire «i trasferimenti nell’ambito delle licenze esistenti o la fornitura “indiretta” attraverso gli Stati Uniti o altri partner dell’F-35». Per fermare il programma e l’export di armi, sono state avviate cause legali in Australia, Canada, Danimarca, Paesi Bassi, Regno Unito e Stati Uniti, che in due casi – Australia e Paesi Bassi – sono culminate in processi che hanno ordinato la cessazione dell’esportazione di armamenti da parte dei governi. In Italia, la lettera è stata inviata alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni, al ministro degli Esteri e della Cooperazione Internazionale Antonio Tajani e al ministro della Difesa Guido Crosetto. Il Paese risulta partner di secondo livello nel programma Joint Strike Fighter ed è l’unico Stato in Europa a ospitare sul proprio territorio un impianto di assemblaggio finale del caccia F-35.

[di Dario Lucisano]

Google chiude un contenzioso versando 326 milioni al Fisco italiano

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L’azienda informatica Google ha chiuso un contenzioso tributario con il Fisco italiano versando 326 milioni di euro, innescando la richiesta di archiviazione del caso da parte della Procura di Milano, che indagava per evasione fiscale. In particolare, secondo la nota firmata dal procuratore Marcello Viola, era emerso che l’impresa estera Google Ireland Limited aveva «omesso la dichiarazione e il versamento delle imposte sui redditi prodotti in Italia per il tramite di una ipotizzata stabile organizzazione occulta di tipo materiale costituita dai server e dall’infrastruttura tecnologica essenziale per il funzionamento dell’omonima piattaforma per l’offerta di servizi digitali». L’indagine aveva ricostruito l’intera attività economica svolta dalla società e le omesse dichiarazioni di alcuni redditi, che avevano dato il via alla contestazione.

Emergono i primi contenuti del possibile accordo di pace tra Russia e USA

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Dai colloqui svoltisi ieri a Riad tra gli alti funzionari di Russia e USA è emersa la volontà delle due superpotenze di ripristinare i contatti politico-diplomatici ed economici dopo l’interruzione di tutti i rapporti nel 2022 in seguito allo scoppio del conflitto in Ucraina, lavorando allo stesso tempo a un accordo di pace che ponga fine alla guerra, iniziata ormai quasi tre anni fa. Si tratta di una radicale inversione di tendenza rispetto alla precedente amministrazione Biden, il cui principale obiettivo era stato quello di isolare Mosca a livello internazionale e durante la quale i rapporti tra il Cremlino e la Casa Bianca hanno raggiunto il livello più basso dai tempi della Guerra Fredda. All’incontro nella capitale dell’Arabia Saudita, durato quattro ore e mezza, si sono incontrati il Segretario di Stato americano Marco Rubio e il suo omologo russo Sergey Lavrov. Con loro erano presenti anche il consigliere per la sicurezza nazionale di Trump, Michael Waltz e l’inviato speciale statunitense per il Medio Oriente, Steven Witkoff, il consigliere per gli affari esteri del presidente russo Vladimir Putin, Yuri Ushakov, e il direttore del Russian Direct Investment Fund (RDIF) Kirill Dmitriev.

Rubio ha reso noto che le due parti hanno stabilito di perseguire tre obiettivi fondamentali: ripristinare il personale nelle rispettive ambasciate a Washington e Mosca, creare una squadra di alto livello per supportare i colloqui di pace con l’Ucraina, rinsaldare le relazioni avviando una cooperazione economica. «La conversazione è stata molto utile» ha dichiarato Lavrov, facendo eco a Rubio e aggiungendo di avere «motivo di credere che la parte americana abbia iniziato a comprendere meglio la nostra posizione». L’incontro è servito anche a  preparare l’incontro tra Trump e Putin che potrebbe aver luogo già a fine febbraio, anche se la data non è ancora stata concordata. Lo stesso presidente americano ha detto che i colloqui di Riad «sono andati molto bene e ora sono più fiducioso di prima, perché la Russia vuole mettere fine alla guerra».

Tra i principali interessi delle due potenze, c’è quello di rinsaldare la cooperazione economico-commerciale e di porre fine alla guerra in Ucraina, in quanto ciò potrebbe «sbloccare la porta» a «incredibili opportunità» di collaborare con i russi su questioni di interesse comune «che si spera saranno positive per il mondo e miglioreranno anche le nostre relazioni a lungo termine», ha spiegato Marco Rubio. Lo stesso ha anche affermato che verranno istituite squadre di alto livello da parte di entrambe i Paesi per avviare i colloqui e porre fine al conflitto. Da parte sua, la Russia ha ribadito di non poter tollerare la possibilità che l’Ucraina entri nell’Alleanza Atlantica, e ha chiesto, dunque, di revocare la promessa del 2008 di ammettere un giorno l’Ucraina nell’alleanza militare (NATO): «Abbiamo spiegato oggi ai nostri colleghi ciò che il Presidente (Vladimir) Putin ha ripetutamente sottolineato: che l’espansione della NATO, l’assorbimento dell’Ucraina nell’Alleanza del Nord Atlantico, rappresentano una minaccia diretta agli interessi della Federazione Russa, una minaccia diretta alla nostra sovranità», ha affermato Lavrov. Allo stesso tempo, la delegazione russa non ha fatto concessioni di alcun tipo e il ministro degli Esteri russo ha dichiarato che Mosca non accetterà l’invio di truppe NATO nel Paese, qualunque sia la bandiera sotto cui operano. «Certamente, per noi questo è inaccettabile», ha commentato. Inoltre, secondo quanto riferito dalla Tass, le discussioni hanno probabilmente toccato la stabilità strategica, in particolare alla luce della cessazione del Trattato sulle forze nucleari a raggio intermedio (INF) nel 2019.

Grandi esclusi dai colloqui risultano l’Ucraina e l’UE, irritate dal mancato coinvolgimento nelle trattative. Kiev ha detto che i piani per porre fine alla guerra non dovrebbero essere fatti senza i rappresentanti ucraini e il presidente Volodymyr Zelensky ha rimandato il suo viaggio in Arabia Saudita, previsto ieri, per non legittimare l’incontro tra USA e Russia. Tuttavia, alle obiezioni sul mancato coinvolgimento di Kiev ai colloqui, il capo della Casa Bianca ha risposto che gli ucraini hanno avuto tempo tre anni, e molto più tempo prima dello scoppio della guerra nel 2022, per trovare un accordo: «questo problema si sarebbe potuto risolvere molto facilmente. Sarebbe bastato anche uno scarso negoziatore, avrebbe potuto dire questo anni fa, evitando la perdita di territori e vite umane», ha detto Trump. Inoltre, l’inquilino della Casa Bianca ha affermato che «In Ucraina non si tengono elezioni da molto tempo. C’è la legge marziale e Zelensky ha il 4% nei sondaggi. Si capisce, perché il suo paese è distrutto, come e peggio di Gaza». Ciò significa che se Kiev vuole sedersi al tavolo delle trattative deve tenere nuove elezioni.

La strada verso i negoziati è, dunque, ancora lunga, ma sono state poste le basi per il raggiungimento di una stabilità tra Russia e USA che potrebbe agevolare la risoluzione del conflitto. Uno scenario che vede protagoniste le grandi potenze, escludendo, invece, le nazioni che finora hanno seguito pedissequamente le indicazioni della precedente amministrazione Biden. Lo stesso Lavrov ha dichiarato che «è necessario ripulire l’eredità dell’amministrazione Biden, che ha fatto di tutto per distruggere anche i primi accenni alle fondamenta stesse di una partnership a lungo termine tra i nostri Paesi».

[di Giorgia Audiello]

UE, nuove sanzioni alla Russia

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L’Unione Europea ha annunciato nuove sanzioni contro la Russia. Il sedicesimo pacchetto di restrizioni introduce il divieto di importazione dell’alluminio primario russo e amplia la lista delle navi che farebbero parte della cosiddetta “flotta ombra”, di cui la Russia si servirebbe per aggirare le restrizioni sul commercio di idrocarburi. Le sanzioni arrivano all’indomani del primo incontro per negoziare una pace tenutosi a Riyad, che ha visto la partecipazione esclusiva di Stati Uniti e Russia. Al termine del vertice, il segretario di Stato statunitense Marco Rubio si è mostrato aperto ad allargare il tavolo anche all’UE, sottolineando come tutte le parti dovranno fare delle concessioni e suggerendo un alleggerimento delle sanzioni.

Che fine ha fatto Fabrizio De André? Confessioni di una reduce di Sanremo

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Sanremo è finito. Dopo una maratona di cinque giorni e trentatré cantanti in gara, di cinque serate che hanno monopolizzato le conversazioni, alimentato i dibattiti, creato scandali e dato vita a polemiche potenzialmente infinite possiamo finalmente dirlo: Sanremo è finito. Ma quest’anno, dopo una latitanza di dieci anni dal festival più amato e odiato della musica italiana, posso dire finalmente di averlo visto e di averlo visto fino in fondo. Di averne gustato e sorbito ogni siparietto, ogni gag, ogni momento epico, tragico e melodrammatico, e reduce da questa folle maratona/abbuffata posso trarne una verità. E condividerla con voi. Sanremo a suo modo mi ha dato tanto, perché questo festival con i suoi alti e i suoi bassi è lo specchio più perfetto della musica, e di riflesso della società italiana, degli ultimi trent’anni.

Togliamoci subito il sassolino dalla scarpa: la canzone vincitrice Balorda nostalgia di Olly, giovane cantautore genovese, non mi dice nulla. Ma sono state tante le canzoni che erano in lizza e sono entrate nel podio o non ci sono entrare per un soffio: Volevo essere un duro di Corsi, Battito di Fedez, Quando sarai piccola di Cristicchi, Incoscienti giovani di Achille Lauro, L’albero delle noci di Brunori Sas. Alcune meriterebbe un approfondimento, ma per restare in tema con la canzone che effettivamente ha vinto Sanremo, per tutta la durata del festival il sentimento che mi ha dominata non è stato la curiosità, la meraviglia, la sorpresa, la commozione e no, neanche la noia, ma uno e uno soltanto: la nostalgia.

Il vincitore del settantacinquesimo Festival di Sanremo, Olly con il brano Balorda Nostalgia

Quando durante la prima serata Carlo Conti ha mandato in onda il videomessaggio di Papa Francesco, in sostanza un appello contro la guerra, grande assente del resto dalle canzoni in gara, io mi sono ricordata di quando la guerra qualcuno l’aveva messa in musica. Mi sono ricordata di quando ho visto la guerra con un generale sulla collina, e poi l’ho ritrovata in un campo di mille papaveri rossi. Mi sono ricordata di quando sono stata accanto a Cristo appesa alla Croce e di quando sono stata bambina in Via del Campo. Mi sono ricordata di quando mi hanno derisa e umiliata per la mia bassa statura, di quando mi hanno legata a un palo dell’Hotel Supramonte e di quel «tipo strano, quello che ha venduto per tremila lira sua madre a un nano». Di quando ho imparato che a giudicare sono bravi tutti, perché «si sa che la gente dà buoni consigli, se non può più dare cattivo esempio». Ma che comprendere, sentire e perdonare sono per pochi

E mentre la kermesse di Sanremo continuava indisturbata, nella mia mente si riaffacciavano i versi de La città vecchia con i suoi ritmi goliardici e i suoi colori.

Una gamba qua, una gamba là, gonfi di vino
Quattro pensionati mezzo avvelenati al tavolino
Li troverai là col tempo che fa estate e inverno
A stratracannare, a stramaledir le donne, il tempo ed il governo

Una strofa come questa è senza tempo. I social hanno preso il posto delle taverne e i like e le condivisioni esercitano lo stesso potere narcotizzante del vino, ma quale canzone italiana è riuscita a dare in appena quattro versi un ritratto più perfetto di quest’umanità rassegnata, sconfitta e dimenticata?

Se l’amore libero che costa a bocca di rosa l’espulsione dal paesino di Sant’Ilario oggi non fa più scandalo, chi non si piega e non si omologa, chi insegue la propria passione senza sé e senza ma, desta sempre scalpore. E l’ipocrisia di chi fa la morale agli altri, quando non può più dare il cattivo esempio è sempre la stessa. Certo, se la storia del giovane ladro che va a caccia di cervi nel parco del re per sfamare la sua famiglia sembra appartenere con i suoi toni lamentosi a un passato remoto, la famosa riserva che ha fatto guadagnare a Geordie una «corda d’oro» è il simbolo di quei luoghi simbolo che appartengono a una piccola cerchia di eletti, intoccati e intoccabili. 

Un po’ come per i classici: eterni e senza tempo. Basta aprire una pagina a caso di Tolstoj, immergersi in uno dei monologhi di Dostoevskij per ritrovare l’umanità di oggi e di ieri, santi e peccatori, sognatori, asceti, arrampicatori sociali, borghesucci corrotti e aristocratici indolenti, come sa essere borghese Ivan Illich che si danna l’anima e rinuncia alla sua vita pur di possedere una casa che sia in tutto e per tutto uguale a quell’alta borghesia o dell’aristocrazia. Ma se gli uomini non cambiano, cambiano i loro miti, e cambia la fisionomia dei loro sogni se non la loro essenza.

E allora mi sono domandata: qual è la fisionomia della Città Vecchia di oggi? Chi è che canta, che sta cantando o canterà delle nuove ipocrisie e metterà alla berlina i vecchi professori che di giorno mostrano una faccia e di notte, quando sono lontani dai riflettori della pubblica opinione, ne mostrano un’altra? Chi sta cantando e canterà di questa umanità dolente, e ce ne mostrerà i vizi e le debolezze, la forza e la crudeltà, perché «lo sanno a memoria il diritto divino, ma scordano sempre il perdono». Chi decostruirà i miti del nostro tempo? Chi ne sta mettendo in discussione i comandamenti, radicali, pervasivi, invisibili come tutti i comandamenti? De André lo ha fatto attraverso canzoni come Un giudice, Don Raffaé, Carlo Martello ritorna dalla battaglia di Poitiers, canzoni che hanno il sapore, il ritmo e il suono della antiche ballate popolari e il piglio beffardo e allegro di un Sostakovic che prende per il naso il potere con quei ritmi così esageratamente trionfali, nati e composti per deriderne le manie di grandezza. 

«Per strade tante facce non hanno un bel colore, qui chi non terrorizza, si ammala di terrore», intona De André che dà voce al malessere sociale e collettivo di chi «aspetta la pioggia per non piangere da solo». C’è un sapore anarchico in una canzone-poema come Il bombarolo che lancia il guanto di sfida ai politicanti di mestiere, ai socialisti da salotto, a quei «profeti molto acrobati della rivoluzione», e poi nella riga successiva, con lo scatto di una nota, il malcontento cessa di essere malcontento fine a sé stesso e si traduce in azione, azione sofferta, maledetta, condannata e condannabile ma pur sempre azione. C’è una forza dirompente nel grido di quel bombarolo che esclama «oggi farò da me, senza lezione».

E mi domando anche: chi è che canterà della guerra? Lui che ha cantato del massacro di Sand Creek e ha messo nelle braccia di Piero un fucile ma gli ha impedito di sparare perché «se gli sparo in fronte o nel cuore, soltanto il tempo avrà per morire. Ma il tempo a me resterà per vedere. Vedere gli occhi di un uomo che muore», non si è pronunciato in roboanti affermazioni contro la guerra. Non ha lanciato appelli in favore della pace, in quei pochi minuti sul palco tra un siparietto e l’altro come fanno oggi gli artisti che chiamiamo socialmente impegnati. Lui la guerra l’ha trasformata in canzone, l’ha messa in musica, e ci ha fatto sentire e vedere e immaginare il colore degli occhi di un uomo che muore. 

E mentre gli usi questa premura,
quello si volta, ti vede e ha paura,
Ed imbracciata l’artiglieria,
non ti ricambia la cortesia.

L’esitazione di Piero, il suo rifiuto di sparare a quel giovane che marcia diretto chissà dove e per volere di chissà chi, di sparare a quel giovane come lui, identico a lui tranne che per un dettaglio, il colore della sua uniforme, ecco il rifiuto di Piero spazza via in un attimo tutta la folle retorica che divide il mondo in buoni e cattivi, amici e nemici, tra quelli che la guerra la fanno perché hanno ragione e quelli che hanno torto marcio.

Cristiano De André, musicista e primogenito di Fabrizio De André si esibisce in una cover del brano Crêuza de mä con il concorrente Bresh a Sanremo 2025

E sempre lui ci ha consegnato quest’immagine, eterna e universale come sa esserlo soltanto l’arte, di questo giovane che riposa lì, in quel campo di grano, sotto mille papaveri rossi, insegnandoci anche che a «crepare di maggio ci vuole tanto, troppo coraggio». 

Ma se usciamo dall’universo-mondo di De André, la «notte crucca e assassina» di De Gregori e «quella madre di cinque figli, nati e cresciuti come conigli» vale di più di mille discorsi. De Gregori scrive e dice proprio «conigli» e quest’immagine, questa similitudine ci fa sentire appieno la tragedia di vite umane spogliate di senso, significato e valore. 

Il singolo di Fedez Battito che affronta il tema della depressione, mi ha fatto subito tornare in mente un altro brano, un’altra canzone, forse l’unico grande successo di Alberto Fortis che in tre minuti appena sdogana il tema del suicidio, frantuma la retorica del malato-guerriero, ci fa sentire appieno la tragedia di una vita che si spezza con il suo La sedia di lillà. E poi prende commiato da noi ascoltatori con un verso che si è imprime bruciante nella tua memoria: «sono andato a casa sua, sono andato con i fiori, mi hanno detto che era uscito, che era andato a passeggiare, ma vedevo un’ombra appesa, la vedevo dondolare, l’ombra non voleva stare sulla sedia di lillà».

Perché la buona arte non deve consolare ma turbare, essere la proverbiale ascia che scuota «quel mare ghiacciato che è in noi», come avrebbe detto Kafka.

Il passare del tempo e il suo trascorrere che ha fatto capolino nell’edizione di quest’anno, mi ha fatto invece ripensare al Pensionato di Guccini, la  ballata in onore di un uomo comune, un vecchio professore che non ha brillato né per ingegno né per coraggio eppure canta Guccini «i miei pensieri corron dietro la sua vita, a tutti i volti visti dalla lampadina antica». Con lo sguardo introspettivo di un Pascoli attento a cogliere quei suoni minuti e quelle piccole cose che costituiscono l’architettura, la grammatica interna di una vita, «fra mobili che non hanno mai visto altri spledori, giornali vecchi e angoli di polvere e di odori, fra i suoni usati e strani dei suoi riti quotidiani, mangiare, sgomberare e poi lavare piatti e mani» e la cupezza di un Montale che mette in musica il mal di vivere ha scritto un brano improponibile, incantabile e invendibile, fuori dalle logiche di qualsiasi mercato, di qualsiasi prodotto di successo, eppure intramontabile. Come lo era la sua Avvelenata, il poema-manifesto di un artista che manda al diavolo il mercato, la musica, la fama e il teatro: «ma s’io avessi previsto tutto questo, dati causa e pretesto, le attuali conclusioni, credete che per questi quattro soldi, questa gloria da stronzi, avrei scritto canzoni!»

La solitudine degli esclusi, dei diversi, degli incompresi, grande tormentone di quest’anno, Battisti l’aveva incastonata nell’immagine di quel ragazzo che guardava passare il carretto dei gelati, mentre le atmosfere retrò di Luna di Togni hanno fatto da colonna sonora a tutti i sognatori malinconici di un’epoca.

Naturalmente l’amore è stato il tema portante dell’edizione di Sanremo di quest’anno, ma i vari singoli che si sono succeduti l’uno dopo l’altro, alcuni meritevoli altri meno, mi hanno fatto ripensare a quando ero lì con Margherita a correre e a ballare per le strade «perché lei vuole la gioia, perché lei odia il rancore». Mi sono ricordata di quando ho atteso ore e ore soltanto per un bacio, un abbraccio, una carezza e ogni sera era un’incognita «un’attesa, pari a un’agonia». E poi mi sono ricordata di quando ho perso l’amore, «quando si fa sera», e allora ho avuto voglia di gridare, di «rinnegare il cielo e prendere a sassate tutti i sogni ancora in volo». E di quando capii quanto è difficile essere donna perché no, gli uomini non piangono, e gli uomini non cambiano. Mi ricordo di quando sentii il miracolo di questa voce che cessava di essere voce come se ogni nota, ogni accordo ogni sillaba diventasse un tutt’uno con il cuore ferito di questa donna ferita dalla vita e dal troppo amore.

Passando infatti dal cantautorato alla musica melodica, alla musica leggera, alla musica romantica, se artisti come Giorgia, Annalisa, Achille Lauro hanno belle voci e sanno usarle e scrivono canzoni che trasmettono emozioni, mi sono domandata però: qual è la differenza tra una canzone bella e una indimenticabile? Quando senti Mia Martini che canta «gli uomini non cambiano» capisci che la musica non è una questione di accordi, di note, di voce ma di qualcos’altro. Quel qualcosa che alle volte esce dal corpo di chi la ospita e s’incarna in una canzone, in una nota, in una parola e tu allora la senti tanto intensamente, così fortissimamente come se chi canta ti stesse dicendo: «eccolo qui, il mio cuore messo a nudo». Io non l’ho mai vissuta quell’epoca, sono nata troppo tardi, ma quella musica lì l’ho vissuta, l’ho sentita in ogni muscolo, in ogni nervo, in ogni fibra di me stessa ed è quella la musica che mi è rimasta nel cuore. E ne ho avuto nostalgia.

Lucio Corsi si esibisce durante la prima serata di Sanremo con il suo brano Volevo essere un duro

Certo, Lucio Corsi con quell’aria da menestrello d’altri tempi, di un Charlie Chaplin con la bombetta in mano, l’aspetto androgino alla Bowie e lo spirito fanciullesco di un Gianni Rodari, ha introdotto una ventata di novità e dato uno scossone al festival; ma non basta un singolo come Volevo essere un duro per far sparire la nostalgia.

Perché vedo lo stesso decadimento, lo stesso rimpicciolimento nella letteratura, nel cinema, nell’arte. Mentre nelle scienze tecniche la nostra sarà ricordata come un’epoca di grandi scoperte e grandi  innovazioni, come un’epoca di cose audaci e di aspirazioni audacie, in ambito umanistico, letterario, musicale e artistico siamo come «nani sulle spalle di giganti». E ci sentiamo tali: è questa la vera tragedia. È come se avessimo rinunciato ad essere grandi, ad essere indimenticabili. A fare cose indimenticabili. O forse avremmo bisogno soltanto di un altro David Bowie che ci ricordi: «We can be Heroes…just for one day».

[di Guendalina Middei, in arte Professor X]

Il leader indiano Leonard Peltier è tornato a casa dopo 49 anni nelle prigioni USA

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Oggi, dopo 49 anni di detenzione, l’attivista per i diritti dei nativi americani Leonardo Peltier è uscito di prigione. Lo scorso gennaio, Peltier ha ricevuto una commutazione della pena in uno degli ultimi atti dell’ex presidente Joe Biden, che tuttavia non ha concesso all’attivista la piena grazia, portandolo a trascorrere il resto dei suoi giorni ai domiciliari e non da persona libera. Oggi ottant’enne, l’attivista è in carcere dal 26 giugno 1975, con l’accusa di avere ucciso due agenti dell’FBI dopo uno scontro a fuoco presso la riserva di Pine Ridge. Il processo a suo carico fu costellato di irregolarità, prove false e minacce ai testimoni. Attivisti, politici, intellettuali e pensatori di tutto il mondo hanno chiesto, nel corso dei decenni, la grazia, rimanendo però inascoltati.

La scelta di commutare la pena dell’attivista nativo americano è stata concessa dall’amministrazione Biden il 20 gennaio, durante il suo ultimo giorno da presidente in carica. Le ragioni con cui l’ex presidente ha deciso di concedere i domiciliari all’attivista sono varie e spaziano dall’età avanzata di Peltier, al continuo deterioramento della sua salute, per arrivare anche alle forti pressioni per il suo rilascio da parte delle nazioni tribali, di premi Nobel per la pace, di ex funzionari delle forze dell’ordine e delle organizzazioni per i diritti umani. Peltier era detenuto presso il Federal Correctional Complex Coleman in Florida ed è rientrato a casa nella riserva indigena di Turtle Mountain, in North Dakota.

Leonard Peltier è stato un attivista per i diritti civili dei nativi americani sin da giovane, appartenete all’American Indian Movement (AIM). Nel 1975 si trovava nella riserva di Pine Ridge, Sud Dakota, quando due agenti dell’FBI, Coler e Williams, dichiararono di stare inseguendo il nativo Jimmy Eagle, ricercato per furto con scasso. Gli agenti, probabilmente pensando di aver individuato il veicolo di Eagle, aprirono il fuoco contro un ranch senza identificarsi. All’interno c’erano alcuni membri dell’AIM, tra cui Peltier. Quest’ultimo e gli altri che si trovavano con lui, senza sapere chi stesse sparando e perché, risposero a loro volta al fuoco. Nel giro di pochi minuti, circa 150 agenti della squadra SWAT del FBI, del BIA e altre squadre armate circondarono il ranch. Nella sparatoria Coler e Williams persero la vita e Peltier fu accusato dell’omicidio assieme agli altri, i quali vennero tuttavia assolti. Lui, invece, venne scelto come capro espiatorio a cui fare scontare una pena esemplare.

[di Dario Lucisano]