venerdì 4 Aprile 2025
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Gaza, Hamas riconsegna i corpi di quattro ostaggi israeliani

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Il gruppo palestinese Hamas ha allestito un palco a Khan Younis, dove ha esposto quattro bare con le salme di altrettanti ostaggi israeliani morti. I corpi sono stati consegnati alla Croce Rossa e quindi a Israele. Le salme tornate nello Stato ebraico sono quelle dell’83enne Oded Lifshitz, della 32enne Shiri Bibas e dei suoi figli Kfir e Ariel, di 9 mesi e 4 anni. Il premier israeliano Netanyahu è stato raffigurato sopra di loro come un vampiro assetato di sangue, con una didascalia che recita: «Il criminale di guerra li ha assassinati con i missili degli aerei da caccia».

La Cassazione ha stabilito che la violenza economica ai danni della partner è reato

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Con la sentenza n. 1268/25, la Corte di Cassazione ha riconosciuto la violenza economica come una forma di maltrattamento, qualificandola espressamente come reato, accanto agli abusi fisici e psicologici. Questo significa che comportamenti destinati a limitare l’autonomia economica della partner sono ora considerati parte integrante del reato di maltrattamenti previsto dall’articolo 572 del Codice Penale.
La sentenza deriva da un caso che ha visto un uomo condannato per aver limitato, per vent'anni, l’autonomia economica della moglie. Dal 2000 al 2019, la donna è stata costretta a rinunciare a...

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La Danimarca aumenta la spesa militare di 6,7 miliardi

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La prima ministra danese Mette Frederiksen ha annunciato che il Paese spenderĂ  altri 50 miliardi di corone (circa 6,7 miliardi di euro) nella difesa nei prossimi due anni, in risposta alla «crescente minaccia» russa. L’aumento degli investimenti nella difesa arriva per colmare le presunte mancanze dell’industria bellica danese, in particolare nei sistemi di difesa missilistica terra-aria. Per farlo, sembra che la Danimarca intenda affacciarsi ai mercati esteri e aumentare le importazioni: «Ho un messaggio per il capo della difesa: compra, compra, compra», ha dichiarato la premier in conferenza stampa. I vari appalti, ha spiegato Frederiksen, verranno assegnati senza passare attraverso le tradizionali procedure di gara.

Un leader indigeno e anticapitalista sarĂ  l’ago della bilancia nel futuro dell’Ecuador

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Il prossimo 13 aprile in Ecuador si svolgerĂ  il secondo round delle elezioni presidenziali, nelle quali il presidente uscente Daniel Noboa e la rappresentante della sinistra Luisa Gonzalez si contenderanno la guida del Paese per i prossimi quattro anni. Durante il primo turno, i due candidati si sono divisi in maniera pressochè uguale il 90% delle preferenze. Per questo motivo, ora per assicurarsi la maggioranza sarĂ  necessario guadagnarsi l’appoggio del candidato arrivato terzo. Si tratta di Leonidas Iza, leader indigeno che ha collezionato oltre il 5% delle preferenze, ovvero all’incirca mezzo milione di voti. Iza ha giĂ  fatto sapere che l’appoggio all’uno o all’altro candidato non è affatto scontato e che, comunuque, la decisione verrĂ  presa in maniera collettiva insieme ai membri del Movimento Pachakutik, il suo gruppo politico, per dimostrare alla politica che «il voto non appartiene nè ai leader nè ai partiti», ma alla collettivitĂ  e al popolo.

Leonidas Iza è una figura tutt’altro che nuova per la storia politica recente del Paese: dirigente del CONAIE (la Confederazione delle NazionalitĂ  Indigene dell’Ecuador), nel 2022 era infatti stato a capo delle rivolte antigovernative che provocarono una profonda crisi del Paese, culminata con le dimissioni dell’ex presidente Guillermo Lasso. Proprio il CONAIE aveva infatti redatto una lista di 10 richieste per migliorare le condizioni di vita dei cittadini – tra queste, riduzione e congelamento del prezzo dei carburanti, maggiori garanzie e tutele per agricoltori e allevatori e lo stop allo sfruttamento estrattivo e minerario – e indetto uno sciopero nazionale per costringere il governo a intavolare un dialogo. Durante le rivolte, Iza era stato arrestato e rilasciato con l’accusa di aver bloccato i servizi pubblici del Paese. Nel pretenderne la liberazione, gli indigeni avevano «preso in custodia» diversi agenti di polizia. Una volta liberato, Iza aveva continuato a guidare la ribellione, pretendendo risposte concrete dal governo e cercando di coinvolgere anche la popolazione non indigena.

A votare Iza è stata tutta quella frangia di popolazione “antisistema”, stanca di dover scegliere tra quello che lui aveva definito un governo di destra «fascista» (quello di Noboa) e una finta sinistra di «socialdemocratici» (rappresentata da Gonzalez) e propenso a dare allo Stato una direzione anticapitalista. La vera sinistra, aveva dichiarato Iza durante un’intervista, «siamo noi, che difendiamo l’ecologia e il territorio per la vita, per il consumo interno del Paese». Il suo programma elettorale era fondato in primo luogo sul riconoscimento di uno Stato plurinazionale e della giustizia indigena. Insieme a questi due punti, un’importanza fondamentale la ricoprivano il diritto all’autodeterminazione dei popoli, la sovranitĂ  alimentare e la transizione ecologica, oltre che il miglioramento della situazione economica e lavorativa del Paese. Iza proponeva una completa riforma del sistema delle carceri, la rinegoziazione degli accordi economici con il Fondo Monetario Internazionale e, in generale, la creazione di «un modello nel quale il rispetto alla vita, alla giustizia, alla scienza e alla democrazia prevalgano sul capitale come asse centrale delle nostre decisioni e delle nostre forme di vita». A guidare il lavoro del governo, secondo il leader indigeno, avrebbero dovuto essere i principi «della reciprocitĂ , della proporzionalitĂ  e della correlazione integrale».

Iza ha giĂ  fatto sapere che non vi sarĂ  alcun endorsment per nessuno dei due candidati ora in lista fino a che il Movimento Pachakutik non deciderĂ  collettivamente se uno dei due programmi è davvero votato alla crescita e al benessere del Paese. In caso contrario, non verrĂ  appoggiato nessuno dei due. Non sarò io a definire l’esito delle elezioni, ha dichiarato Iza, ma «il potere politico collettivo». Questo per dimostrare alla politica che è possibile coniugare «la democrazia comunitaria, quella diretta e quella rappresentativa». «Non facciamo endorsment a nessuno, noi sosteniamo una proposta per il Paese», ha dichiarato. «La vecchia politica è rappresentata in questo momento dal candidato della destra [Noboa, ndr], che è disposto ad annientare i popoli. Ci siamo confrontati con questa politica vecchia di 200 anni, quando i movimenti indigeni e popolari non venivano nemmeno considerati nel definire questo Paese. Su questo abbiamo vinto». Proprio per questo motivo, appare alquanto improbabile che la scelta possa ricadere sul governo di Daniel Noboa. Il processo decisionale, tuttavia, sarĂ  lento: ai candidati, riferisce il leader, toccherĂ  avere pazienza.

[di Valeria Casolaro]

Il Governo si rifiuta di rispondere sul caso Paragon e sullo spionaggio di giornalisti e attivisti

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Il Governo italiano ha di fatto posto il segreto di Stato sul caso Paragon, celando all’occhio pubblico ogni informazione aggiuntiva riguardante il rapporto tra Forze dell’ordine e il programma di spyware noto come Graphite. Dopo giorni di mezze omissioni, velate imprecisioni e chiusure ermetiche, resta il dubbio su chi abbia sorvegliato illecitamente giornalisti e attivisti, nonché il ruolo rivestito dall’Amministrazione Meloni sull’intera faccenda.

Come successo per il caso Almasri, il Governo non ha assunto responsabilità dirette, non ha invocato esplicitamente la ragion di Stato per occultare le informazioni riguardanti l’azienda israeliana Paragon Solutions, piuttosto ci è girata scivolosamente attorno. Palazzo Chigi aveva affrontato inizialmente le voci che la legavano allo spyware con una nota pubblicata il 5 febbraio in cui, sostanzialmente, diceva di essere consapevole di “presunte attività di spionaggio”, ma si dichiarava estranea a ogni illegalità. Da allora, The Guardian e Haaretz hanno rivelato non solo che l’Italia ha firmato dei contratti con Paragon Solutions, ma che questi sono stati sospesi, se non addirittura cancellati, a causa della violazione dei termini di servizio e del quadro etico dell’azienda.

Il 12 febbraio, il ministro per i Rapporti con il Parlamento, Luca Ciriani (FdI), ha risposto a molteplici interrogazioni parlamentari dell’opposizione, ammettendo l’esistenza di un legame contrattuale in essere tra l’impresa israeliana e lo Stato. “Nessuno ha rescisso in questi giorni alcun contratto nei confronti dell’intelligence. Tutti i sistemi sono stati e sono pienamente operativi contro chi attenta agli interessi e alla sicurezza della Nazione”, ha dichiarato il politico, minacciando poi querele a chiunque sostenga che il Governo abbia spiato giornalisti e attivisti. Due giorni dopo, i servizi segreti hanno comunicato all’agenzia di stampa ANSA che “l’Intelligence italiana e Paragon Solutions hanno concordato di sospendere l’operativitĂ  del sistema fino alla conclusione della procedura di due diligence condotta dal Copasir e dall’Agenzia nazionale per la cybersicurezza”. Non è mai stato esplicitato se la sospensione in questione sia quella citata nei giorni scorsi dalle testate straniere o se la stessa sia avvenuta successivamente all’intervento di Ciriani.

Essendo rimasto un certo grado di ambiguitĂ , le opposizioni son tornate a fare domande, tuttavia ieri, 18 febbraio, il Governo ha annunciato che non si sarebbe presentato al Question Time previsto per oggi. Ovvero, si rifiuta di rispondere. Fanpage rivela che la decisione sia stata ufficializzata da un comunicato siglato dal Presidente della Camera, Lorenzo Fontana (Lega), il quale riporta che quanto giĂ  detto dal Governo in occasione della passata interrogazione contenga “le uniche informazioni pubblicamente divulgabili”. Secondo Alfredo Mantovano, sottosegretario con delega ai servizi segreti, il resto “deve intendersi classificato” e l’Amministrazione Meloni avrebbe intenzione di rispondere solamente al comitato parlamentare che cura i rapporti con i servizi segreti, il Copasir.

Non è chiaro come mai il Governo, dopo aver risposto a colpi di mezze veritĂ , abbia improvvisamente deciso di trincerarsi nel silenzio. Aleggia il sospetto che il cambio di rotta sia dovuto alla serie di domande che erano previste per oggi, le quali riguardavano specificatamente il rapporto tra Polizia penitenziaria e lo spyware Graphite. Un’ipotesi che è parzialmente sostenuta dalle dichiarazioni social di Matteo Renzi (IV), il quale sostiene di aver “parlato a lungo oggi con il sottosegretario Mantovano. Mi ha detto che il governo sarebbe venuto solo se avessimo cambiato le domande“. Nel frattempo, la Federazione nazionale della Stampa italiana (Fnsi) e l’Ordine nazionale dei giornalisti hanno entrambe avviato una denuncia contro ignoti presso la Procura di Roma.

[di Walter Ferri]

Attacchi hacker, colpiti siti finanziari e del trasporto pubblico

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Dopo aver bersagliato i siti governativi e militari italiani nei giorni scorsi, questa volta è capitato a diverse istituzioni finanziarie, industrie degli armamenti e aziende del trasporto pubblico: è il resoconto dell’ondata di attacchi condotta dal gruppo Noname057(16), che per la terza mattinata consecutiva ha colpito diversi siti italiani. Lo ha rivelato alla stampa l’Agenzia per la cybersicurezza nazionale che, tramite il direttore generale, ha spiegato che «è in atto una serie di campagne DDoS ricorrenti, che spesso scattano in occasione di interventi istituzionali». L’incidenza della dannositĂ  degli attacchi sarebbe diminuita dal 19% al 15% secondo quanto riportato, nonostante gli episodi, però, siano saliti da 319 a 519.

Oltre 230 organizzazioni internazionali chiedono ai governi di smettere di armare Israele

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Oltre 230 organizzazioni, tra cui Amnesty International, hanno chiesto con una lettera congiunta ai governi coinvolti nel programma Joint Strike Fighter di interrompere immediatamente il trasferimento di armi a Israele, inclusi i caccia F-35. Nonostante l’obbligo legale di fermare le esportazioni, molti governi continuano infatti a consentire il trasferimento di componenti attraverso gli USA o partner terzi. Per questo, la società civile globale ha avviato azioni legali contro i propri governi. Negli ultimi mesi, le forze armate israeliane hanno usato gli F-35 per attaccare Gaza. Tra gli episodi più noti c’è quello del luglio 2024, quando un F-35 è stato utilizzato per bombardare la “zona sicura” di Al-Mawasi, a Khan Younis, uccidendo 90 palestinesi.

La richiesta di fermare l’invio di caccia a Israele è stata inviata ieri, lunedì 18 febbraio. Ad esclusione degli Stati Uniti, sottolinea la nota, il programma Joint Strike Fighter è sottoscritto solo da Stati firmatari del Trattato sul commercio di armi (ATT), che prevede l’interruzione del commercio diretto e indiretto di attrezzature e tecnologie militari, comprese parti e componenti, «qualora vi sia il rischio concreto che tali attrezzature e tecnologie possano essere utilizzate per commettere o facilitare una grave violazione del diritto umanitario internazionale o del diritto internazionale dei diritti umani». Oltre a ciò, l’invio di caccia F-35 viola la Convenzione di Ginevra, il diritto umanitario internazionale consuetudinario e varie leggi nazionali. La lettera delle organizzazioni, inoltre, ricorda le ultime sentenze della Corte Internazionale di Giustizia: in una di esse, l’organo sancisce che, essendoci il rischio concreto che Israele stia commettendo un genocidio, Israele e gli Stati membri devono attuare misure per prevenire che venga commesso; nell’altra, la CIG definisce illegali gli insediamenti israeliani in Cisgiordania e obbliga Israele a cessare l’occupazione e tutti gli Stati a non aiutarla o assisterla nella sua occupazione illegale del territorio palestinese occupato.

L’invio di armamenti verso Israele, insomma, è illegale. E per quanto riguarda gli F-35, continua la lettera, questi sono stati utilizzati diverse volte proprio per commettere crimini contro l’umanitĂ  a Gaza, che gli Stati che collaborano con Israele dovrebbero impedire che vengano commessi. Malgrado i Paesi dicano di aver fermato l’invio di armamenti verso Tel Aviv, sottolineano le organizzazioni, i Paesi partner dell’F-35 «hanno presentato una serie di posizioni incoerenti che consentono di continuare a esportare parti e componenti dell’F-35 verso Israele», finendo per consentire «i trasferimenti nell’ambito delle licenze esistenti o la fornitura “indiretta” attraverso gli Stati Uniti o altri partner dell’F-35». Per fermare il programma e l’export di armi, sono state avviate cause legali in Australia, Canada, Danimarca, Paesi Bassi, Regno Unito e Stati Uniti, che in due casi – Australia e Paesi Bassi – sono culminate in processi che hanno ordinato la cessazione dell’esportazione di armamenti da parte dei governi. In Italia, la lettera è stata inviata alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni, al ministro degli Esteri e della Cooperazione Internazionale Antonio Tajani e al ministro della Difesa Guido Crosetto. Il Paese risulta partner di secondo livello nel programma Joint Strike Fighter ed è l’unico Stato in Europa a ospitare sul proprio territorio un impianto di assemblaggio finale del caccia F-35.

[di Dario Lucisano]

Google chiude un contenzioso versando 326 milioni al Fisco italiano

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L’azienda informatica Google ha chiuso un contenzioso tributario con il Fisco italiano versando 326 milioni di euro, innescando la richiesta di archiviazione del caso da parte della Procura di Milano, che indagava per evasione fiscale. In particolare, secondo la nota firmata dal procuratore Marcello Viola, era emerso che l’impresa estera Google Ireland Limited aveva «omesso la dichiarazione e il versamento delle imposte sui redditi prodotti in Italia per il tramite di una ipotizzata stabile organizzazione occulta di tipo materiale costituita dai server e dall’infrastruttura tecnologica essenziale per il funzionamento dell’omonima piattaforma per l’offerta di servizi digitali». L’indagine aveva ricostruito l’intera attivitĂ  economica svolta dalla societĂ  e le omesse dichiarazioni di alcuni redditi, che avevano dato il via alla contestazione.

Emergono i primi contenuti del possibile accordo di pace tra Russia e USA

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Dai colloqui svoltisi ieri a Riad tra gli alti funzionari di Russia e USA è emersa la volontĂ  delle due superpotenze di ripristinare i contatti politico-diplomatici ed economici dopo l’interruzione di tutti i rapporti nel 2022 in seguito allo scoppio del conflitto in Ucraina, lavorando allo stesso tempo a un accordo di pace che ponga fine alla guerra, iniziata ormai quasi tre anni fa. Si tratta di una radicale inversione di tendenza rispetto alla precedente amministrazione Biden, il cui principale obiettivo era stato quello di isolare Mosca a livello internazionale e durante la quale i rapporti tra il Cremlino e la Casa Bianca hanno raggiunto il livello piĂą basso dai tempi della Guerra Fredda. All’incontro nella capitale dell’Arabia Saudita, durato quattro ore e mezza, si sono incontrati il Segretario di Stato americano Marco Rubio e il suo omologo russo Sergey Lavrov. Con loro erano presenti anche il consigliere per la sicurezza nazionale di Trump, Michael Waltz e l’inviato speciale statunitense per il Medio Oriente, Steven Witkoff, il consigliere per gli affari esteri del presidente russo Vladimir Putin, Yuri Ushakov, e il direttore del Russian Direct Investment Fund (RDIF) Kirill Dmitriev.

Rubio ha reso noto che le due parti hanno stabilito di perseguire tre obiettivi fondamentali: ripristinare il personale nelle rispettive ambasciate a Washington e Mosca, creare una squadra di alto livello per supportare i colloqui di pace con l’Ucraina, rinsaldare le relazioni avviando una cooperazione economica. «La conversazione è stata molto utile» ha dichiarato Lavrov, facendo eco a Rubio e aggiungendo di avere «motivo di credere che la parte americana abbia iniziato a comprendere meglio la nostra posizione». L’incontro è servito anche a  preparare l’incontro tra Trump e Putin che potrebbe aver luogo giĂ  a fine febbraio, anche se la data non è ancora stata concordata. Lo stesso presidente americano ha detto che i colloqui di Riad «sono andati molto bene e ora sono piĂą fiducioso di prima, perchĂ© la Russia vuole mettere fine alla guerra».

Tra i principali interessi delle due potenze, c’è quello di rinsaldare la cooperazione economico-commerciale e di porre fine alla guerra in Ucraina, in quanto ciò potrebbe «sbloccare la porta» a «incredibili opportunità» di collaborare con i russi su questioni di interesse comune «che si spera saranno positive per il mondo e miglioreranno anche le nostre relazioni a lungo termine», ha spiegato Marco Rubio. Lo stesso ha anche affermato che verranno istituite squadre di alto livello da parte di entrambe i Paesi per avviare i colloqui e porre fine al conflitto. Da parte sua, la Russia ha ribadito di non poter tollerare la possibilitĂ  che l’Ucraina entri nell’Alleanza Atlantica, e ha chiesto, dunque, di revocare la promessa del 2008 di ammettere un giorno l’Ucraina nell’alleanza militare (NATO): «Abbiamo spiegato oggi ai nostri colleghi ciò che il Presidente (Vladimir) Putin ha ripetutamente sottolineato: che l’espansione della NATO, l’assorbimento dell’Ucraina nell’Alleanza del Nord Atlantico, rappresentano una minaccia diretta agli interessi della Federazione Russa, una minaccia diretta alla nostra sovranità», ha affermato Lavrov. Allo stesso tempo, la delegazione russa non ha fatto concessioni di alcun tipo e il ministro degli Esteri russo ha dichiarato che Mosca non accetterĂ  l’invio di truppe NATO nel Paese, qualunque sia la bandiera sotto cui operano. «Certamente, per noi questo è inaccettabile», ha commentato. Inoltre, secondo quanto riferito dalla Tass, le discussioni hanno probabilmente toccato la stabilitĂ  strategica, in particolare alla luce della cessazione del Trattato sulle forze nucleari a raggio intermedio (INF) nel 2019.

Grandi esclusi dai colloqui risultano l’Ucraina e l’UE, irritate dal mancato coinvolgimento nelle trattative. Kiev ha detto che i piani per porre fine alla guerra non dovrebbero essere fatti senza i rappresentanti ucraini e il presidente Volodymyr Zelensky ha rimandato il suo viaggio in Arabia Saudita, previsto ieri, per non legittimare l’incontro tra USA e Russia. Tuttavia, alle obiezioni sul mancato coinvolgimento di Kiev ai colloqui, il capo della Casa Bianca ha risposto che gli ucraini hanno avuto tempo tre anni, e molto più tempo prima dello scoppio della guerra nel 2022, per trovare un accordo: «questo problema si sarebbe potuto risolvere molto facilmente. Sarebbe bastato anche uno scarso negoziatore, avrebbe potuto dire questo anni fa, evitando la perdita di territori e vite umane», ha detto Trump. Inoltre, l’inquilino della Casa Bianca ha affermato che «In Ucraina non si tengono elezioni da molto tempo. C’è la legge marziale e Zelensky ha il 4% nei sondaggi. Si capisce, perché il suo paese è distrutto, come e peggio di Gaza». Ciò significa che se Kiev vuole sedersi al tavolo delle trattative deve tenere nuove elezioni.

La strada verso i negoziati è, dunque, ancora lunga, ma sono state poste le basi per il raggiungimento di una stabilitĂ  tra Russia e USA che potrebbe agevolare la risoluzione del conflitto. Uno scenario che vede protagoniste le grandi potenze, escludendo, invece, le nazioni che finora hanno seguito pedissequamente le indicazioni della precedente amministrazione Biden. Lo stesso Lavrov ha dichiarato che «è necessario ripulire l’ereditĂ  dell’amministrazione Biden, che ha fatto di tutto per distruggere anche i primi accenni alle fondamenta stesse di una partnership a lungo termine tra i nostri Paesi».

[di Giorgia Audiello]

UE, nuove sanzioni alla Russia

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L’Unione Europea ha annunciato nuove sanzioni contro la Russia. Il sedicesimo pacchetto di restrizioni introduce il divieto di importazione dell’alluminio primario russo e amplia la lista delle navi che farebbero parte della cosiddetta “flotta ombra”, di cui la Russia si servirebbe per aggirare le restrizioni sul commercio di idrocarburi. Le sanzioni arrivano all’indomani del primo incontro per negoziare una pace tenutosi a Riyad, che ha visto la partecipazione esclusiva di Stati Uniti e Russia. Al termine del vertice, il segretario di Stato statunitense Marco Rubio si è mostrato aperto ad allargare il tavolo anche all’UE, sottolineando come tutte le parti dovranno fare delle concessioni e suggerendo un alleggerimento delle sanzioni.