venerdì 4 Aprile 2025
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Trump a raffica contro Zelensky: “comico mediocre e dittatore non eletto”

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«Comico dal successo modesto» e «dittatore senza elezioni». Sono queste le parole che il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha usato per definire l’omologo ucraino Volodymyr Zelensky. Le accuse sono arrivate dopo la risposta di Zelensky a una serie di affermazioni di Trump sul suo conto e sull’inizio della guerra, in cui il presidente ucraino ha definito il magnate una «vittima della propaganda russa». Dopo lo scambio, diversi leader europei hanno preso le difese del presidente ucraino, invocando la calma e ricordando che la priorità è arrivare a una pace. Lo scambio tra i due presidenti arriva in un momento estremamente delicato per l’Ucraina, esclusa dai primi colloqui con la Russia, e rischia di causare una rottura definitiva tra Washington e Kiev.

Lo scambio di dichiarazioni è scattato dopo una conferenza stampa del presidente Trump tenutasi martedì 18 febbraio presso la residenza di Mar-a-Lago, a Palm Beach, in Florida. I giornalisti hanno evidenziato la volontà di Mosca di avviare le trattative con l’Ucraina solo dopo che il Paese avrà indetto nuove elezioni. Trump ha descritto tale posizione come ragionevole, affermando che dopo anni di guerra Zelensky godrebbe dell’appoggio di solo il 4% della popolazione. Trump ha poi parlato degli aiuti forniti dagli USA all’Ucraina, che ammonterebbero a più di «350 miliardi» di dollari; «la metà», però , sarebbe sparita, e nemmeno Zelensky saprebbe dove si trovi. Il passaggio più criticato della conferenza stampa, tuttavia, è stato quello in cui Trump ha parlato dell’inizio della guerra. Il presidente stava facendo delle considerazioni sulle lamentele arrivate da parte ucraina, che, in occasione del primo incontro con funzionari russi a Riyad, è stata esclusa dai colloqui. «Non siamo stati invitati, ho sentito dire. Beh, sei lì da tre anni. Avresti dovuto farla finita in tre anni. Non avresti mai dovuto iniziarla [ndr. la guerra]».

Ieri, in risposta alle diverse dichiarazioni di Trump, Zelensky ha accusato il presidente di essere stato abbindolato dalla propaganda russa e di aver detto un sacco di falsità. Trump, quindi, ha perso la testa. Alle 16:47 ha condiviso un post sul proprio social in cui si scaglia contro Zelensky, accusandolo di aver trascinato il Paese in una guerra che non avrebbe mai potuto vincere, raggirando Biden per ottenere miliardi di dollari e approfittandosi di lui. Trump ha poi ripetuto le accuse lanciate in conferenza stampa, definendo Zelensky un «dittatore». Qualche ora dopo, Zelensky ha pubblicato un video in cui commenta le accuse di Trump: gli USA, sostiene Zelensky, avrebbero dato all’Ucraina poco meno di 100 miliardi tra aiuti militari e statali; il Paese non indirebbe elezioni perché è sotto legge marziale e perché le condizioni, tra sfollati, danni alle infrastrutture e bombardamenti, lo impedirebbero; il suo presunto indice di apprezzamento sarebbe oltre il 50%, come dimostrerebbe un sondaggio di ieri. Zelensky ha così lanciato il guanto di sfida: nelle prossime due settimane, ha detto il presidente ucraino, verranno commissionati sondaggi sull’indice di gradimento per Trump, Erdogan e i primi ministri britannico e polacco. «Renderò pubblici i risultati».

A supporto di Zelensky si sono sollevati il presidente francese Macron e il premier britannico Keir Starmer, che ha provato a mantenere gli animi tranquilli, ribadendo il suo «sostegno agli sforzi degli Stati Uniti» per trovare un accordo di pace. Le dure parole di Trump e l’affilata risposta di Zelensky allargano ancora di più quella frattura tra Ucraina e UE da una parte e Stati Uniti dall’altra che in tanti preannunciavano da tempo, palesatasi in occasione della conferenza di Monaco sulla sicurezza e ingigantitasi con l’esclusione di Kiev e Bruxelles dai colloqui di Riyad. Dopo simili dichiarazioni, è difficile immaginare cosa possa succedere. Lo scambio di ieri, tuttavia, rischia di inaugurare un irrecuperabile allontanamento tra l’attuale amministrazione Trump e l’Ucraina, a cui potrebbe seguire una simile rottura con l’Unione Europea.

[di Dario Lucisano]

Gaza, Hamas riconsegna i corpi di quattro ostaggi israeliani

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Il gruppo palestinese Hamas ha allestito un palco a Khan Younis, dove ha esposto quattro bare con le salme di altrettanti ostaggi israeliani morti. I corpi sono stati consegnati alla Croce Rossa e quindi a Israele. Le salme tornate nello Stato ebraico sono quelle dell’83enne Oded Lifshitz, della 32enne Shiri Bibas e dei suoi figli Kfir e Ariel, di 9 mesi e 4 anni. Il premier israeliano Netanyahu è stato raffigurato sopra di loro come un vampiro assetato di sangue, con una didascalia che recita: «Il criminale di guerra li ha assassinati con i missili degli aerei da caccia».

La Cassazione ha stabilito che la violenza economica ai danni della partner è reato

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Con la sentenza n. 1268/25, la Corte di Cassazione ha riconosciuto la violenza economica come una forma di maltrattamento, qualificandola espressamente come reato, accanto agli abusi fisici e psicologici. Questo significa che comportamenti destinati a limitare l’autonomia economica della partner sono ora considerati parte integrante del reato di maltrattamenti previsto dall’articolo 572 del Codice Penale.
La sentenza deriva da un caso che ha visto un uomo condannato per aver limitato, per vent'anni, l’autonomia economica della moglie. Dal 2000 al 2019, la donna è stata costretta a rinunciare a...

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La Danimarca aumenta la spesa militare di 6,7 miliardi

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La prima ministra danese Mette Frederiksen ha annunciato che il Paese spenderà altri 50 miliardi di corone (circa 6,7 miliardi di euro) nella difesa nei prossimi due anni, in risposta alla «crescente minaccia» russa. L’aumento degli investimenti nella difesa arriva per colmare le presunte mancanze dell’industria bellica danese, in particolare nei sistemi di difesa missilistica terra-aria. Per farlo, sembra che la Danimarca intenda affacciarsi ai mercati esteri e aumentare le importazioni: «Ho un messaggio per il capo della difesa: compra, compra, compra», ha dichiarato la premier in conferenza stampa. I vari appalti, ha spiegato Frederiksen, verranno assegnati senza passare attraverso le tradizionali procedure di gara.

Un leader indigeno e anticapitalista sarà l’ago della bilancia nel futuro dell’Ecuador

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Il prossimo 13 aprile in Ecuador si svolgerà il secondo round delle elezioni presidenziali, nelle quali il presidente uscente Daniel Noboa e la rappresentante della sinistra Luisa Gonzalez si contenderanno la guida del Paese per i prossimi quattro anni. Durante il primo turno, i due candidati si sono divisi in maniera pressochè uguale il 90% delle preferenze. Per questo motivo, ora per assicurarsi la maggioranza sarà necessario guadagnarsi l’appoggio del candidato arrivato terzo. Si tratta di Leonidas Iza, leader indigeno che ha collezionato oltre il 5% delle preferenze, ovvero all’incirca mezzo milione di voti. Iza ha già fatto sapere che l’appoggio all’uno o all’altro candidato non è affatto scontato e che, comunuque, la decisione verrà presa in maniera collettiva insieme ai membri del Movimento Pachakutik, il suo gruppo politico, per dimostrare alla politica che «il voto non appartiene nè ai leader nè ai partiti», ma alla collettività e al popolo.

Leonidas Iza è una figura tutt’altro che nuova per la storia politica recente del Paese: dirigente del CONAIE (la Confederazione delle Nazionalità Indigene dell’Ecuador), nel 2022 era infatti stato a capo delle rivolte antigovernative che provocarono una profonda crisi del Paese, culminata con le dimissioni dell’ex presidente Guillermo Lasso. Proprio il CONAIE aveva infatti redatto una lista di 10 richieste per migliorare le condizioni di vita dei cittadini – tra queste, riduzione e congelamento del prezzo dei carburanti, maggiori garanzie e tutele per agricoltori e allevatori e lo stop allo sfruttamento estrattivo e minerario – e indetto uno sciopero nazionale per costringere il governo a intavolare un dialogo. Durante le rivolte, Iza era stato arrestato e rilasciato con l’accusa di aver bloccato i servizi pubblici del Paese. Nel pretenderne la liberazione, gli indigeni avevano «preso in custodia» diversi agenti di polizia. Una volta liberato, Iza aveva continuato a guidare la ribellione, pretendendo risposte concrete dal governo e cercando di coinvolgere anche la popolazione non indigena.

A votare Iza è stata tutta quella frangia di popolazione “antisistema”, stanca di dover scegliere tra quello che lui aveva definito un governo di destra «fascista» (quello di Noboa) e una finta sinistra di «socialdemocratici» (rappresentata da Gonzalez) e propenso a dare allo Stato una direzione anticapitalista. La vera sinistra, aveva dichiarato Iza durante un’intervista, «siamo noi, che difendiamo l’ecologia e il territorio per la vita, per il consumo interno del Paese». Il suo programma elettorale era fondato in primo luogo sul riconoscimento di uno Stato plurinazionale e della giustizia indigena. Insieme a questi due punti, un’importanza fondamentale la ricoprivano il diritto all’autodeterminazione dei popoli, la sovranità alimentare e la transizione ecologica, oltre che il miglioramento della situazione economica e lavorativa del Paese. Iza proponeva una completa riforma del sistema delle carceri, la rinegoziazione degli accordi economici con il Fondo Monetario Internazionale e, in generale, la creazione di «un modello nel quale il rispetto alla vita, alla giustizia, alla scienza e alla democrazia prevalgano sul capitale come asse centrale delle nostre decisioni e delle nostre forme di vita». A guidare il lavoro del governo, secondo il leader indigeno, avrebbero dovuto essere i principi «della reciprocità, della proporzionalità e della correlazione integrale».

Iza ha già fatto sapere che non vi sarà alcun endorsment per nessuno dei due candidati ora in lista fino a che il Movimento Pachakutik non deciderà collettivamente se uno dei due programmi è davvero votato alla crescita e al benessere del Paese. In caso contrario, non verrà appoggiato nessuno dei due. Non sarò io a definire l’esito delle elezioni, ha dichiarato Iza, ma «il potere politico collettivo». Questo per dimostrare alla politica che è possibile coniugare «la democrazia comunitaria, quella diretta e quella rappresentativa». «Non facciamo endorsment a nessuno, noi sosteniamo una proposta per il Paese», ha dichiarato. «La vecchia politica è rappresentata in questo momento dal candidato della destra [Noboa, ndr], che è disposto ad annientare i popoli. Ci siamo confrontati con questa politica vecchia di 200 anni, quando i movimenti indigeni e popolari non venivano nemmeno considerati nel definire questo Paese. Su questo abbiamo vinto». Proprio per questo motivo, appare alquanto improbabile che la scelta possa ricadere sul governo di Daniel Noboa. Il processo decisionale, tuttavia, sarà lento: ai candidati, riferisce il leader, toccherà avere pazienza.

[di Valeria Casolaro]

Il Governo si rifiuta di rispondere sul caso Paragon e sullo spionaggio di giornalisti e attivisti

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Il Governo italiano ha di fatto posto il segreto di Stato sul caso Paragon, celando all’occhio pubblico ogni informazione aggiuntiva riguardante il rapporto tra Forze dell’ordine e il programma di spyware noto come Graphite. Dopo giorni di mezze omissioni, velate imprecisioni e chiusure ermetiche, resta il dubbio su chi abbia sorvegliato illecitamente giornalisti e attivisti, nonché il ruolo rivestito dall’Amministrazione Meloni sull’intera faccenda.

Come successo per il caso Almasri, il Governo non ha assunto responsabilità dirette, non ha invocato esplicitamente la ragion di Stato per occultare le informazioni riguardanti l’azienda israeliana Paragon Solutions, piuttosto ci è girata scivolosamente attorno. Palazzo Chigi aveva affrontato inizialmente le voci che la legavano allo spyware con una nota pubblicata il 5 febbraio in cui, sostanzialmente, diceva di essere consapevole di “presunte attività di spionaggio”, ma si dichiarava estranea a ogni illegalità. Da allora, The Guardian e Haaretz hanno rivelato non solo che l’Italia ha firmato dei contratti con Paragon Solutions, ma che questi sono stati sospesi, se non addirittura cancellati, a causa della violazione dei termini di servizio e del quadro etico dell’azienda.

Il 12 febbraio, il ministro per i Rapporti con il Parlamento, Luca Ciriani (FdI), ha risposto a molteplici interrogazioni parlamentari dell’opposizione, ammettendo l’esistenza di un legame contrattuale in essere tra l’impresa israeliana e lo Stato. “Nessuno ha rescisso in questi giorni alcun contratto nei confronti dell’intelligence. Tutti i sistemi sono stati e sono pienamente operativi contro chi attenta agli interessi e alla sicurezza della Nazione”, ha dichiarato il politico, minacciando poi querele a chiunque sostenga che il Governo abbia spiato giornalisti e attivisti. Due giorni dopo, i servizi segreti hanno comunicato all’agenzia di stampa ANSA che “l’Intelligence italiana e Paragon Solutions hanno concordato di sospendere l’operatività del sistema fino alla conclusione della procedura di due diligence condotta dal Copasir e dall’Agenzia nazionale per la cybersicurezza”. Non è mai stato esplicitato se la sospensione in questione sia quella citata nei giorni scorsi dalle testate straniere o se la stessa sia avvenuta successivamente all’intervento di Ciriani.

Essendo rimasto un certo grado di ambiguità, le opposizioni son tornate a fare domande, tuttavia ieri, 18 febbraio, il Governo ha annunciato che non si sarebbe presentato al Question Time previsto per oggi. Ovvero, si rifiuta di rispondere. Fanpage rivela che la decisione sia stata ufficializzata da un comunicato siglato dal Presidente della Camera, Lorenzo Fontana (Lega), il quale riporta che quanto già detto dal Governo in occasione della passata interrogazione contenga “le uniche informazioni pubblicamente divulgabili”. Secondo Alfredo Mantovano, sottosegretario con delega ai servizi segreti, il resto “deve intendersi classificato” e l’Amministrazione Meloni avrebbe intenzione di rispondere solamente al comitato parlamentare che cura i rapporti con i servizi segreti, il Copasir.

Non è chiaro come mai il Governo, dopo aver risposto a colpi di mezze verità, abbia improvvisamente deciso di trincerarsi nel silenzio. Aleggia il sospetto che il cambio di rotta sia dovuto alla serie di domande che erano previste per oggi, le quali riguardavano specificatamente il rapporto tra Polizia penitenziaria e lo spyware Graphite. Un’ipotesi che è parzialmente sostenuta dalle dichiarazioni social di Matteo Renzi (IV), il quale sostiene di aver “parlato a lungo oggi con il sottosegretario Mantovano. Mi ha detto che il governo sarebbe venuto solo se avessimo cambiato le domande“. Nel frattempo, la Federazione nazionale della Stampa italiana (Fnsi) e l’Ordine nazionale dei giornalisti hanno entrambe avviato una denuncia contro ignoti presso la Procura di Roma.

[di Walter Ferri]

Attacchi hacker, colpiti siti finanziari e del trasporto pubblico

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Dopo aver bersagliato i siti governativi e militari italiani nei giorni scorsi, questa volta è capitato a diverse istituzioni finanziarie, industrie degli armamenti e aziende del trasporto pubblico: è il resoconto dell’ondata di attacchi condotta dal gruppo Noname057(16), che per la terza mattinata consecutiva ha colpito diversi siti italiani. Lo ha rivelato alla stampa l’Agenzia per la cybersicurezza nazionale che, tramite il direttore generale, ha spiegato che «è in atto una serie di campagne DDoS ricorrenti, che spesso scattano in occasione di interventi istituzionali». L’incidenza della dannosità degli attacchi sarebbe diminuita dal 19% al 15% secondo quanto riportato, nonostante gli episodi, però, siano saliti da 319 a 519.

Oltre 230 organizzazioni internazionali chiedono ai governi di smettere di armare Israele

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Oltre 230 organizzazioni, tra cui Amnesty International, hanno chiesto con una lettera congiunta ai governi coinvolti nel programma Joint Strike Fighter di interrompere immediatamente il trasferimento di armi a Israele, inclusi i caccia F-35. Nonostante l’obbligo legale di fermare le esportazioni, molti governi continuano infatti a consentire il trasferimento di componenti attraverso gli USA o partner terzi. Per questo, la società civile globale ha avviato azioni legali contro i propri governi. Negli ultimi mesi, le forze armate israeliane hanno usato gli F-35 per attaccare Gaza. Tra gli episodi più noti c’è quello del luglio 2024, quando un F-35 è stato utilizzato per bombardare la “zona sicura” di Al-Mawasi, a Khan Younis, uccidendo 90 palestinesi.

La richiesta di fermare l’invio di caccia a Israele è stata inviata ieri, lunedì 18 febbraio. Ad esclusione degli Stati Uniti, sottolinea la nota, il programma Joint Strike Fighter è sottoscritto solo da Stati firmatari del Trattato sul commercio di armi (ATT), che prevede l’interruzione del commercio diretto e indiretto di attrezzature e tecnologie militari, comprese parti e componenti, «qualora vi sia il rischio concreto che tali attrezzature e tecnologie possano essere utilizzate per commettere o facilitare una grave violazione del diritto umanitario internazionale o del diritto internazionale dei diritti umani». Oltre a ciò, l’invio di caccia F-35 viola la Convenzione di Ginevra, il diritto umanitario internazionale consuetudinario e varie leggi nazionali. La lettera delle organizzazioni, inoltre, ricorda le ultime sentenze della Corte Internazionale di Giustizia: in una di esse, l’organo sancisce che, essendoci il rischio concreto che Israele stia commettendo un genocidio, Israele e gli Stati membri devono attuare misure per prevenire che venga commesso; nell’altra, la CIG definisce illegali gli insediamenti israeliani in Cisgiordania e obbliga Israele a cessare l’occupazione e tutti gli Stati a non aiutarla o assisterla nella sua occupazione illegale del territorio palestinese occupato.

L’invio di armamenti verso Israele, insomma, è illegale. E per quanto riguarda gli F-35, continua la lettera, questi sono stati utilizzati diverse volte proprio per commettere crimini contro l’umanità a Gaza, che gli Stati che collaborano con Israele dovrebbero impedire che vengano commessi. Malgrado i Paesi dicano di aver fermato l’invio di armamenti verso Tel Aviv, sottolineano le organizzazioni, i Paesi partner dell’F-35 «hanno presentato una serie di posizioni incoerenti che consentono di continuare a esportare parti e componenti dell’F-35 verso Israele», finendo per consentire «i trasferimenti nell’ambito delle licenze esistenti o la fornitura “indiretta” attraverso gli Stati Uniti o altri partner dell’F-35». Per fermare il programma e l’export di armi, sono state avviate cause legali in Australia, Canada, Danimarca, Paesi Bassi, Regno Unito e Stati Uniti, che in due casi – Australia e Paesi Bassi – sono culminate in processi che hanno ordinato la cessazione dell’esportazione di armamenti da parte dei governi. In Italia, la lettera è stata inviata alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni, al ministro degli Esteri e della Cooperazione Internazionale Antonio Tajani e al ministro della Difesa Guido Crosetto. Il Paese risulta partner di secondo livello nel programma Joint Strike Fighter ed è l’unico Stato in Europa a ospitare sul proprio territorio un impianto di assemblaggio finale del caccia F-35.

[di Dario Lucisano]

Google chiude un contenzioso versando 326 milioni al Fisco italiano

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L’azienda informatica Google ha chiuso un contenzioso tributario con il Fisco italiano versando 326 milioni di euro, innescando la richiesta di archiviazione del caso da parte della Procura di Milano, che indagava per evasione fiscale. In particolare, secondo la nota firmata dal procuratore Marcello Viola, era emerso che l’impresa estera Google Ireland Limited aveva «omesso la dichiarazione e il versamento delle imposte sui redditi prodotti in Italia per il tramite di una ipotizzata stabile organizzazione occulta di tipo materiale costituita dai server e dall’infrastruttura tecnologica essenziale per il funzionamento dell’omonima piattaforma per l’offerta di servizi digitali». L’indagine aveva ricostruito l’intera attività economica svolta dalla società e le omesse dichiarazioni di alcuni redditi, che avevano dato il via alla contestazione.

Emergono i primi contenuti del possibile accordo di pace tra Russia e USA

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Dai colloqui svoltisi ieri a Riad tra gli alti funzionari di Russia e USA è emersa la volontà delle due superpotenze di ripristinare i contatti politico-diplomatici ed economici dopo l’interruzione di tutti i rapporti nel 2022 in seguito allo scoppio del conflitto in Ucraina, lavorando allo stesso tempo a un accordo di pace che ponga fine alla guerra, iniziata ormai quasi tre anni fa. Si tratta di una radicale inversione di tendenza rispetto alla precedente amministrazione Biden, il cui principale obiettivo era stato quello di isolare Mosca a livello internazionale e durante la quale i rapporti tra il Cremlino e la Casa Bianca hanno raggiunto il livello più basso dai tempi della Guerra Fredda. All’incontro nella capitale dell’Arabia Saudita, durato quattro ore e mezza, si sono incontrati il Segretario di Stato americano Marco Rubio e il suo omologo russo Sergey Lavrov. Con loro erano presenti anche il consigliere per la sicurezza nazionale di Trump, Michael Waltz e l’inviato speciale statunitense per il Medio Oriente, Steven Witkoff, il consigliere per gli affari esteri del presidente russo Vladimir Putin, Yuri Ushakov, e il direttore del Russian Direct Investment Fund (RDIF) Kirill Dmitriev.

Rubio ha reso noto che le due parti hanno stabilito di perseguire tre obiettivi fondamentali: ripristinare il personale nelle rispettive ambasciate a Washington e Mosca, creare una squadra di alto livello per supportare i colloqui di pace con l’Ucraina, rinsaldare le relazioni avviando una cooperazione economica. «La conversazione è stata molto utile» ha dichiarato Lavrov, facendo eco a Rubio e aggiungendo di avere «motivo di credere che la parte americana abbia iniziato a comprendere meglio la nostra posizione». L’incontro è servito anche a  preparare l’incontro tra Trump e Putin che potrebbe aver luogo già a fine febbraio, anche se la data non è ancora stata concordata. Lo stesso presidente americano ha detto che i colloqui di Riad «sono andati molto bene e ora sono più fiducioso di prima, perché la Russia vuole mettere fine alla guerra».

Tra i principali interessi delle due potenze, c’è quello di rinsaldare la cooperazione economico-commerciale e di porre fine alla guerra in Ucraina, in quanto ciò potrebbe «sbloccare la porta» a «incredibili opportunità» di collaborare con i russi su questioni di interesse comune «che si spera saranno positive per il mondo e miglioreranno anche le nostre relazioni a lungo termine», ha spiegato Marco Rubio. Lo stesso ha anche affermato che verranno istituite squadre di alto livello da parte di entrambe i Paesi per avviare i colloqui e porre fine al conflitto. Da parte sua, la Russia ha ribadito di non poter tollerare la possibilità che l’Ucraina entri nell’Alleanza Atlantica, e ha chiesto, dunque, di revocare la promessa del 2008 di ammettere un giorno l’Ucraina nell’alleanza militare (NATO): «Abbiamo spiegato oggi ai nostri colleghi ciò che il Presidente (Vladimir) Putin ha ripetutamente sottolineato: che l’espansione della NATO, l’assorbimento dell’Ucraina nell’Alleanza del Nord Atlantico, rappresentano una minaccia diretta agli interessi della Federazione Russa, una minaccia diretta alla nostra sovranità», ha affermato Lavrov. Allo stesso tempo, la delegazione russa non ha fatto concessioni di alcun tipo e il ministro degli Esteri russo ha dichiarato che Mosca non accetterà l’invio di truppe NATO nel Paese, qualunque sia la bandiera sotto cui operano. «Certamente, per noi questo è inaccettabile», ha commentato. Inoltre, secondo quanto riferito dalla Tass, le discussioni hanno probabilmente toccato la stabilità strategica, in particolare alla luce della cessazione del Trattato sulle forze nucleari a raggio intermedio (INF) nel 2019.

Grandi esclusi dai colloqui risultano l’Ucraina e l’UE, irritate dal mancato coinvolgimento nelle trattative. Kiev ha detto che i piani per porre fine alla guerra non dovrebbero essere fatti senza i rappresentanti ucraini e il presidente Volodymyr Zelensky ha rimandato il suo viaggio in Arabia Saudita, previsto ieri, per non legittimare l’incontro tra USA e Russia. Tuttavia, alle obiezioni sul mancato coinvolgimento di Kiev ai colloqui, il capo della Casa Bianca ha risposto che gli ucraini hanno avuto tempo tre anni, e molto più tempo prima dello scoppio della guerra nel 2022, per trovare un accordo: «questo problema si sarebbe potuto risolvere molto facilmente. Sarebbe bastato anche uno scarso negoziatore, avrebbe potuto dire questo anni fa, evitando la perdita di territori e vite umane», ha detto Trump. Inoltre, l’inquilino della Casa Bianca ha affermato che «In Ucraina non si tengono elezioni da molto tempo. C’è la legge marziale e Zelensky ha il 4% nei sondaggi. Si capisce, perché il suo paese è distrutto, come e peggio di Gaza». Ciò significa che se Kiev vuole sedersi al tavolo delle trattative deve tenere nuove elezioni.

La strada verso i negoziati è, dunque, ancora lunga, ma sono state poste le basi per il raggiungimento di una stabilità tra Russia e USA che potrebbe agevolare la risoluzione del conflitto. Uno scenario che vede protagoniste le grandi potenze, escludendo, invece, le nazioni che finora hanno seguito pedissequamente le indicazioni della precedente amministrazione Biden. Lo stesso Lavrov ha dichiarato che «è necessario ripulire l’eredità dell’amministrazione Biden, che ha fatto di tutto per distruggere anche i primi accenni alle fondamenta stesse di una partnership a lungo termine tra i nostri Paesi».

[di Giorgia Audiello]