giovedì 3 Aprile 2025
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OpenAI diventa virale imitando lo stile di un artista che odia l’IA

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Di recente ha fatto il giro del web il nuovo generatore di immagini di OpenAI, se non altro perché gli utenti si divertono a mettere alla prova l’efficacia dello strumento replicando lo stile grafico dello Studio Ghibli, celebre casa d’animazione giapponese conosciuta per capolavori quali Il mio vicino Totoro e La città incantata. La tendenza, fomentata con entusiasmo dall’azienda di intelligenza artificiale, assume una connotazione particolarmente cinica, specialmente se si considera il noto scetticismo di Hayao Miyazaki, co-fondatore di Studio Ghibli, nei confronti dell’automatizzazione dell’arte.

Non appena è stato lanciato l’ultimo aggiornamento dell’IA, gli utenti hanno rapidamente constatato che il modello online non solo è in grado di generare immagini di alta qualità, ma riesce anche a riprodurre fedelmente stili e tecniche di artisti ancora in attività. In poco tempo hanno iniziato a emergere disegni ispirati ai Simpsons e a Rick and Morty, ma il fatto che a diventare virale sia stato il tratto di Miyazaki ha il sapore di una provocazione deliberata, la quale viene accentuata dalla natura dei soggetti che sono stati rappresentati.

Una provocazione che apparentemente non è stata accolta da Sam Altman, CEO di OpenAI, il quale ha anzi incoraggiato il trend modificando il proprio profilo in modo da seguire il tema. Il fenomeno ha dunque assunto connotazioni più esplicite quando meme internettiani e molteplici immagini politiche sono state immesse nel sistema, rinascendo sotto forma di colorati disegni. Dall’impiccagione di Saddam Hussein all’attacco alle Torri Gemelle, passando per una serie di eventi che hanno segnato la storia contemporanea e l’immaginario collettivo della Rete, il fenomeno ha assunto dimensioni sorprendenti. La spirale degenerativa si è completata quando il profilo X della Casa Bianca ha deciso di cavalcare l’onda della viralità, traducendo nello stile di Miyazaki le fotografie dell’arresto di Virginia Basora-Gonzalez, donna accusata di spaccio di fentanyl. Un messaggio che si contrappone nettamente all’ethos di Studio Ghibli, sia sul piano politico che su quello tecnico.

Nel 2016, dopo aver assistito a una dimostrazione su come le intelligenze artificiali potessero essere applicate nel mondo dell’animazione, Miyazaki non nascose il suo disappunto. “Sono assolutamente disgustato, non desidererei mai integrare questa tecnologia nel mio lavoro”, aveva dichiarato, “ritengo con fermezza che sia un oltraggio alla vita stessa”. La sua conclusione era stata lapidaria: “Sento che ci stiamo avvicinando alla fine dei tempi. Noi esseri umani stiamo perdendo la fiducia in noi stessi”.

Oltre a creare un paradosso etico e autoriale, l’esplosiva popolarità di queste illustrazioni solleva notevoli interrogativi anche sulla tutela dei diritti d’autore. L’anno scorso, OpenAI aveva ammesso apertamente che preservare il copyright avrebbe reso “impossibile” lo sviluppo del suo modello di IA. Possiamo dunque presumere che le immagini dei film di Miyazaki siano ormai finite in pasto alla macchina già da tempo, tuttavia, secondo OpenAI, il generatore di immagini avrebbe dovuto prevenire forme di plagio adottando un “approccio conservatore”: l’azienda sostiene infatti di aver inserito nel sistema alcuni comandi che dovrebbero impedire l’imitazione dello stile di artisti ancora in vita. Smentita dai fatti, OpenAI ha successivamente chiarito che gli “stili generici di uno studio” possono però essere liberamente replicati.

Per l’impresa tech, il limite non è dunque etico, artistico o legislativo, quanto tecnico: Altman ha annunciato che le richieste di generazione di immagini sono troppo frequenti, che i processori di ChatGPT “stanno fondendo”. Per questo, gli utenti non abbonati dovranno subire dei “limiti temporanei” che gli impediranno di commissionare all’IA più di tre immagini al giorno. Studio Ghibli, da parte sua, non ha ancora commentato la situazione e si concentra piuttosto sul selezionare nuovo personale che possa dare una mano a coronare i suoi traguardi artigianali.

[di Walter Ferri]

Turchia, centinaia di migliaia di manifestanti contro incarcerazione Imamoglu

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A Istanbul, in Turchia, centinaia di migliaia di manifestanti hanno protestato nel quartiere di Maltepe contro l’incarcerazione del sindaco Ekrem Imamoglu, principale rivale del presidente Tayyip Erdogan. Lo riportano le agenzie di stampa locali e internazionali, pubblicando le immagini del corteo. I manifestanti, che hanno affollato metropolitane, traghetti e autobus, hanno scandito slogan come “Giustizia e legge,” e “O tutti insieme o nessuno di noi!”. Al raduno è stata letta anche una lettera di Imamoglu: «Non ho paura, siete dietro di me e al mio fianco. Non ho paura perché la nazione è unita. La nazione è unita contro l’oppressore». Secondo gli organizzatori, la protesta avrebbe coinvolto 2,2 milioni di persone presenti per l’evento.

Il Consiglio dei Ministri ha approvato la stretta sul diritto alla cittadinanza

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Il governo ha deciso: ottenere la cittadinanza italiana per discendenza non sarà più così semplice. Con il pacchetto di riforme approvato dal Consiglio dei Ministri, l’Italia pone infatti un freno alla trasmissione automatica dello ius sanguinis, limitandola ai discendenti di prima e seconda generazione. Non più trisavoli o bisnonni come lasciapassare per un passaporto europeo, ma solo genitori o, al massimo, nonni nati in Italia. Un provvedimento che giunge dopo anni di crescita esponenziale dei cittadini italiani residenti all’estero, passati da 4,6 a 6,4 milioni in appena un decennio. È stato inoltre stabilito lo spostamento della gestione delle domande dai consolati all’estero a un nuovo ufficio centrale presso la Farnesina, con un periodo transitorio di circa un anno per l’organizzazione del sistema.

La riforma introduce criteri più stringenti per ottenere la cittadinanza italiana attraverso la discendenza. Da ora in avanti, saranno riconosciuti come italiani dalla nascita solo coloro che hanno almeno un genitore o un nonno nato in Italia. Per i figli di italiani nati all’estero, il riconoscimento sarà automatico solo se almeno uno dei genitori ha risieduto in Italia per almeno due anni continuativi prima della nascita del figlio. Saranno comunque processate secondo le regole precedentemente vigenti le richieste di riconoscimento della cittadinanza documentate e presentate entro il 27 marzo 2025. La riforma promossa dall’esecutivo si articola anche in una seconda fase, che prevede un disegno di legge in cui si stabilisce che i cittadini nati e residenti all’estero mantengano nel tempo un legame reale con il nostro Paese, esercitando i diritti e i doveri del cittadino almeno una volta ogni venticinque anni.

Negli ultimi anni, il numero di italiani all’estero è aumentato del 40%, con richieste di cittadinanza in forte crescita in Paesi come Argentina, Brasile e Venezuela. Secondo le stime, tra i 60 e gli 80 milioni di persone nel mondo potrebbero potenzialmente avanzare una richiesta di riconoscimento della cittadinanza italiana. Questo ha messo sotto pressione i servizi consolari, che si sono trovati a dover gestire decine di migliaia di domande. La stretta sul diritto alla cittadinanza segna una svolta nella politica migratoria italiana, limitando uno dei meccanismi che per decenni hanno consentito la trasmissione del passaporto italiano a discendenti di emigrati ormai lontanissimi. Le nuove regole non hanno toccato lo ius soli o lo ius scholae, lasciando immutato il percorso per chi nasce o cresce in Italia da genitori stranieri. La riforma, insomma, non amplia i diritti per chi vive stabilmente nel Paese, ma restringe quelli di chi ha legami solo sulla carta.

Negli ultimi mesi, effettivamente, il dibattito parlamentare si era maggiormente incentrato sul tema dello Ius Scholae e dello Ius Soli, mostrando posizioni diverse sul tema all’interno della stessa maggioranza. Lo scorso ottobre, dopo aver passato l’estate ad aprire al Partito Democratico sullo Ius Scholae – per poi cassarlo in sede parlamentare -, Forza Italia ha avanzato una proposta di legge per concedere la cittadinanza ai figli di immigrati regolari. Denominata Ius Italiae, la proposta prevede che i nati in Italia o coloro che arrivano entro i 5 anni, residenti per 10 anni, possano ottenere la cittadinanza a 16 anni se completano il percorso scolastico obbligatorio. La “fuga in avanti” di Forza Italia ha però scatenato le ire della Lega, fortemente contraria all’introduzione della misura.

[di Stefano Baudino]

Guinea, ex dittatore Camara graziato per «motivi di salute»

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L’ex dittatore guineano Moussa Dadis Camara, condannato a 20 anni di carcere per le sue responsabilità dei massacri del settembre 2009 in Guinea, è stato graziato per «motivi di salute» dal capo della giunta della Guinea, sulla base di un decreto letto dal generale Amara Camara, portavoce presidenziale. Dopo un processo durato quasi due anni, nell’agosto 2024 Moussa Dadis Camara è stato condannato per crimini contro l’umanità. Il 28 settembre 2009, come verificato dall’ONU, almeno 156 persone furono uccise e centinaia di altre rimasero ferite durante la repressione di una manifestazione dell’opposizione in uno stadio di Conakry e dintorni, mentre almeno 109 donne furono violentate.

La responsabilità degli intellettuali

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«Quanto a coloro che si sono limitati a guardare, nel silenzio e nell’apatia, il lento svolgersi di questa catastrofe nel corso degli ultimi anni, in quale pagina della storia meritano di essere inseriti?». È il 1966, queste sono parole di Noam A. Chomsky che, in apertura del suo celebre saggio The Responsibility of Intellectuals, scrive sulla guerra in Vietnam ; e in chiusura: «La storia recente sta a dimostrare che a noi americani poco importa quale sia la forma di governo che un paese ha, a patto che sia ‘aperto’ nel senso che diamo a questo termine, che sia cioè suscettibile di penetrazione economica e di controllo politico. Se per ottenere questo in Vietnam dobbiamo mettere in atto un genocidio, ebbene, sarà il prezzo che ci toccherà pagare in difesa della libertà e dei diritti dell’uomo». 

Queste spietate considerazioni, con i debiti distinguo, rischiano di venire applicate con successo a quanto sta accadendo in Palestina, di cui siamo inevitabilmente complici, dal momento che facciamo parte di un sistema di alleanze, un sistema tuttavia che mostra un anacronismo di base perché perpetua vecchie metodologie e orizzonti superati dai fatti. Dal momento, ad esempio, che l’Urss non esiste più, perché persistono patti militari contro l’attuale Russia, persistono forse perché il governo russo non è sufficientemente democratico? È fuori di dubbio che la pace in Ucraina vada ricercata con ogni mezzo anche perché dovrà servire a porre fine a una situazione piena di rischi a largo raggio.  

E ora che i cinesi, attraverso i loro progressi interni, stanno forse dimostrando agli asiatici che «i loro metodi possono essere migliori e più efficaci di quelli democratici», come ci comportiamo? così paventava Walter Rostow, analista della politica statunitense in Asia, nel lontano 1955, con parole riprese da Chomsky. E dunque, che cosa significa oggi aprire alla Cina e chiudere alla Russia? Che cosa ne dicono i nostri responsabili strategici, soprattutto nel campo dell’economia, come è logicamente sostenibile una tale contraddizione? Ovviamente non basterà sottolineare la gestione del governo russo oppressiva contro ogni forma di opposizione, così da fare apparire l’Europa una specie di succursale degli Stati Uniti che difende la libertà in Occidente.

Come reagiamo noi intellettuali all’idea di doverci rendere nemica la Russia, in quanto paese, mettendo in campo la vetusta concezione, un tempo valida, di un’ Urss che voleva dilagare nell’Europa occidentale? Perché non insistiamo, proprio in quanto europei, nella visione di una Russia che parzialmente fa anch’essa parte dell’Europa? Perché non ne facciamo seguire dei progetti di cooperazione? Perché abbiamo vanificato le prospettive di nuovi orizzonti che si potevano aprire dopo la caduta dell’Urss? Mikhail Gorbaciov scriveva nel 1987 (Perestrojka. Il nuovo pensiero per il nostro paese e per il mondo) che era necessario il dialogo, che bisognava «rafforzare la fiducia tra le nazioni». Affermava, probabilmente anche con quella speciale astuzia sovietica nel voler apparire benevoli, che «il  mondo non è più quello di un tempo e i suoi problemi nuovi non si possono affrontare sulla base di un pensiero mutuato dai secoli precedenti… Siamo passeggeri a bordo della stessa nave, la Terra, e non dobbiamo permettere che faccia naufragio. Non ci sarà una seconda Arca di Noè». E ancora:«noi …ripudiamo le aspirazioni egemoniche e le rivendicazioni globali degli Stati Uniti… Tuttavia rispettiamo il diritto del popolo degli Stati Uniti, come di ogni altro popolo, di vivere secondo le sue leggi, le sue tradizioni e i suoi gusti».

Non emergono attualmente reali proposte e iniziative dal campo intellettuale o forse non sono abbastanza prese in considerazione. Fatta eccezione dei primi anni del governo Berlusconi, dove alcuni professori rivestivano ruoli ministeriali e di rappresentanza parlamentare, bilanciando la innegabile egemonia della sinistra, il ruolo propositivo è venuto a mancare, anzi è venuto a mancare, paradossalmente,  anche quel sostegno acritico denunciato da Chomsky, per cui «gli intellettuali hanno perso più o meno interesse alla trasformazione totale del nostro modo di vivere». Gli intellettuali non contano più nulla. Le rare eccezioni (ad esempio, quella lucida di Massimo Cacciari) non sono in grado di suggerire forme di mobilitazione, di dissenso efficace, forse sono ammesse perché autorevoli, e anche perché rispondenti a un quadro predisposto.

L’apporto degli intellettuali nelle attività di governo e di progettazione sembra recentemente essersi ancora più rarefatto e non riesce in ogni caso a costruire alternative credibili (e decenti) a un sistema consolidato di pensiero. L’ignoranza dilaga in chi ci governa assumendo quasi forme di provocazione. Eppure «c’è effettivamente una sorta di consenso fra gli intellettuali che hanno conseguito potere e benessere economico», scriveva Chomsky «ad accettare la società così com’è facendosi paladini dei suoi valori». E di fatto questo accade anche per coloro che sono fortemente critici, non foss’altro perché si avvalgono dei media allineati, ricevendo consenso dal loro modo di operare. 

Scriveva nel 1936 Denis de Rougemont, grande umanista svizzero, primo presidente del Consiglio d’Europa, nel suo strepitoso Diario di un intellettuale disoccupato (trad.it. Fazi editore, 1997), a tale proposito: il ruolo degli intellettuali «non sarebbe piuttosto quello di conoscere un po’ meglio della ‘gente’ ciò di cui la gente ha bisogno, quel che domanda realmente? Perché la gente non domanda quel che ha l’aria di domandare, e che ci si affretta a offrirle a buon mercato. In realtà si esprime male, tradisce il proprio pensiero, i propri desideri, non osa parlare, non ha formule per confessare il malessere, per domandare i ‘rimedi’ che ci vorrebbero. Non le è stato insegnato. Si è preferito prenderla in giro. La si è presa per quello che ha l’aria di essere…Come se il fine dei fini fosse quello di prendere in parola dei pover’uomini preventivamente abbrutiti dalla scuola, dalla stampa, dai partiti e dal cinema». 

Una visione pessimistica, certamente, che tuttavia va tenuta presente se, come suggeriva G.K. Chesterton (1908),«in qualche modo bisogna trovare la maniera di amare il mondo senza fidarsene».

[di Gian Paolo Caprettini]

Ponte sullo Stretto, iter fermo: senza deroga UE, tempi più lunghi

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L’iter per l’approvazione del Ponte sullo Stretto è in stallo. Nonostante gli annunci del Ministero delle Infrastrutture, il progetto non ha ancora ottenuto l’autorizzazione ambientale e non può essere approvato dal Cipess. Il problema principale riguarda tre siti di interesse comunitario, per cui le compensazioni ambientali previste sono insufficienti: serve una deroga della Commissione Europea, che richiede una risposta formale, allungando i tempi. Dopo un recente vertice, non è stato annunciato l’invio del progetto al Cipess. L’amministratore delegato di Stretto di Messina, Pietro Ciucci, ha confermato che i lavori potrebbero iniziare solo nel 2026, partendo con opere complementari.

Birmania, sono già oltre mille le vittime del terremoto, migliaia i dispersi

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Sarebbero già oltre mille le vittime del violento terremoto di magnitudo 7.7 che ha scosso ieri la Birmania e che continua ancora oggi, con diverse violente scosse di assestamento in corso. Tuttavia, sono ancora migliaia le persone intrappolate sotto le macerie dei palazzi crollati, motivo per il quale si teme che il bilancio finale delle vittime possa essere di molto superiore. Inoltre, sono molte le persone che vivono in luoghi remoti del Paese, dove la comunicazione è normalmente difficile e dove si teme che i morti possano essere numerosi. In un Paese già devastato da una lunga guerra civile, i danni potrebbero essere incalcolabili.

L’epicentro del sisma si trova a 10 km di profondità nei pressi della città di Sagaing, a pochi chilometri da Mandalay, la seconda città più grande del Paese. La scossa, verificatasi poco prima dell’una del pomeriggio, è stata talmente potente da essere stata avvertita con forza anche a Bangkok, in Thailandia, a mille chilometri circa di distanza. Qui, il crollo di un grattacielo in costruzione ha causato la morte di almeno 10 persone, anche se sono almeno ancora un centinaio gli operai dispersi. La scossa è stata inoltre avvertita anche in Cina, Cambogia e in India.

Secondo il Servizio Geologico degli Stati Uniti (USGS), a causare il sisma sarebbe stato lo sfregamento di due placche tettoniche, quella indiana e quella eurasiatica. Secondo le previsioni del Servizio, le scosse di assestamento potrebbero continuare per tutta la prossima settimana con magnitudo che potrebbe arrivare a 5, causando quindi potenzialmente ulteriori danni gravi. Le vittime potenziali del sisma di ieri, stima l’USGS, potrebbero superare le 10 mila unità, con danni economici che potrebbero arrivare a superare il PIL dell’intera Birmania.

In queste ore stanno cominciando ad arrivare i primi aiuti internazionali, in primis da Russia, India, Malesia e Singapore, mentre la Corea del Sud ha annunciato la mobilitazione di due milioni di dollari di fondi tramite varie organizzazioni internazionali. Il presidente Donald Trump ha inoltre dichiarato che gli Stati Uniti “aiuteranno” il Paese.

[di Valeria Casolaro]

Livorno, assalto a portavalori: bottino di 4 milioni

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Nella serata di ieri una banda armata ha assaltato un portavalori sull’Aurelia a San Vincenzo (Livorno), ottenendo un bottino di circa 4 milioni di euro. Secondo quanto ricostruito dai carabinieri, la banda criminale, composta da una decina di elementi, ha fermato il portavalori con un furgone porta animali, sparando colpi in aria per fare scappare i vigilantes e facendo saltare il portavalori con l’esplosivo. I componenti della banda si sono dunque impossessati del denaro, per poi fuggire a bordo di tre auto. Nessuno è rimasto ferito, ma le persone che hanno assistito parlano di una rapina «da film». A sparire sarebbero stati i soldi delle pensioni.

Altri tre Comuni italiani sono stati sciolti per mafia

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Su proposta del Ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, il Consiglio dei Ministri ha deliberato ieri lo scioglimento dei consigli comunali di Tremestieri Etneo (Catania), San Luca (Reggio Calabria) e Poggiomarino (Napoli), «in considerazione degli accertati condizionamenti da parte della criminalità organizzata». Pochi giorni fa era arrivata la condanna dell’ex sindaco di Tremestieri Etneo Santi Rando a otto anni per voto di scambio politico-mafioso nelle amministrative 2015. San Luca, già sciolto per mafia altre due volte in 25 anni, aveva visto l’assenza di candidati alle elezioni comunali di giugno 2023. A Poggiomarino, lo scorso ottobre era stato arrestato, tra gli altri, l’allora sindaco Maurizio Falanga, che avrebbe preso parte a un patto politico-mafioso. Uno spaccato che non fa che rendere evidente come – in particolare nelle regioni a tradizionale insediamento mafioso – la criminalità organizzata continui a tenere in scacco grosse porzioni del territorio, influendo pesantemente sul suo scacchiere politico e amministrativo.

Nello specifico, il Comune di Tremestieri Etneo è stato sciolto per mafia dopo la condanna appena rimediata in primo grado, col rito abbreviato, dall’ex sindaco Santi Rando per voto di scambio. Insieme a lui è stato condannato a sette anni e due mesi Pietro Alfio Cosentino, accusato di concorso esterno e voto di scambio-politico mafioso e inquadrato dai pm come il collegamento tra politica e Cosa Nostra. È cognato del boss Vito Romeo, cui sono stati inflitti sei anni. Condannato anche Francesco Santapaola, cugino di secondo grado dello storico capomafia Nitto. Tra le altre condanne, spiccano anche quelle stabilite per i carabinieri Antonio Battiato e Antonio Cunsolo (quattro anni e quattro mesi di reclusione per ciascuno). A San Luca, comune sciolto per mafia per ben tre volte dal 2000 ad oggi, la situazione si è mostrata in tutta la sua criticità quando, alle elezioni del giugno 2024, nessuno si presentò come candidato sindaco. Lo scioglimento del consiglio comunale sarebbe motivato da presunte infiltrazioni della ‘ndrangheta nell’amministrazione locale, con le indagini della commissione d’accesso agli atti che avrebbero evidenziato come il potere della criminalità organizzata abbia compromesso il buon andamento dell’azione dell’amministrazione comunale del sindaco uscente Bruno Bartolo. Quest’ultimo, eletto nel 2019 dopo una fase in cui il Comune era stato commissariato ancora per mafia, aveva deciso di non riproporre la sua candidatura, negando però che vi fosse stata alcuna pressione o condizionamento da parte della ‘ndrangheta. La notizia dello scioglimento per infiltrazioni di Poggiomarino è invece arrivata proprio mentre andava in scena l’udienza del processo che vede alla sbarra l’ex sindaco del comune napoletano, Maurizio Falanga, per i suoi presunti legami con la Camorra. Insieme a lui sono imputati il suo vice Luigi Belcuore e l’imprenditore Franco Carillo, ritenuto l’intermediario del patto politico-mafioso con il boss Rosario Giugliano, che si sarebbe giocato sulla promessa di affidamenti di appalti pubblici in cambio di sostegno elettorale. L’inchiesta della Dda che ha poi portato all’apertura del processo è nata dalle dichiarazioni di un ex boss pentito, che ha parlato agli inquirenti degli intrecci mafia-politica dietro alla competizione elettorale.

Secondo i dati più recenti, fino alla fine del 2024 sono stati 386 i consigli comunali sciolti per infiltrazioni mafiose (25 dei quali annullati a seguito di ricorso), cui ovviamente vanno aggiunti gli ultimi scioglimenti. A questi occorre inoltre sommare quelli di 7 aziende ospedaliere, cinque in Calabria e due in Campania. Tracciando un bilancio all’interno di un articolato dossier, nel novembre del 2023 Avviso Pubblico aveva rilevato come le infiltrazioni nei Comuni, «lungi dal costituire un dato episodico», rappresentano un «dispositivo strutturale dei clan», capaci di ottenere «occasioni strategiche di radicamento territoriale e di arricchimento». In particolare, l’associazione aveva evidenziato che, sebbene «non manchino pressioni, minacce e intimidazioni sulle amministrazioni o durante il delicato momento delle campagne elettorali», la strategia privilegiata dai clan «è quella utilitaristica», che li spinge «a sfruttare ogni varco e ogni relazione possibile, anche con l’imprenditoria». Proprio per questo motivo, nonostante fino a oggi il 95% degli scioglimenti si concentri in quattro regioni del Sud – Calabria, Campania, Sicilia e Puglia – risultano ormai in crescita esponenziale anche gli scioglimenti di Enti Locali nel territorio del Nord e del Centro Italia, il cui retroterra economico si presenta estremamente funzionale agli investimenti illegali delle mafie.

[di Stefano Baudino]

Scarichi non depurati nell’ambiente: Val d’Aosta e Sicilia costano una maxi multa all’Italia

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L’Italia dovrà pagare una multa di 10 milioni di euro, più una penalità di 13,7 milioni ogni sei mesi di ritardo nell’adeguarsi alla direttiva europea sul trattamento delle acque reflue urbane. La sanzione, emessa dalla Corte di giustizia dell’UE, deriva da una violazione accertata già nel 2014 e mai risolta. Nonostante i progressi, persistono infatti gravi irregolarità negli agglomerati di Castellammare del Golfo, Cinisi, Terrasini e Courmayeur, dove lo scarico non trattato delle acque reflue danneggia l’ambiente. L’UE, dopo anni di richiami, ha perso la pazienza, imponendo ora misure più severe per garantire il rispetto delle norme.

Questa sanzione non è un fulmine a ciel sereno: il caso affonda le radici in una lunga storia di inadempienze. Già nell’aprile del 2014, la Corte aveva stabilito che l’Italia non aveva rispettato gli obblighi derivanti dalla direttiva comunitaria. All’epoca, erano stati individuati ben 41 agglomerati urbani in cui le acque reflue non venivano adeguatamente raccolte e trattate. Da allora, il numero di località non conformi si è ridotto, ma quattro di esse – Castellammare del Golfo, Cinisi, Terrasini in Sicilia e Courmayeur in Valle d’Aosta – continuano a scaricare i propri reflui in aree sensibili, continuando a provocare un grave danno ambientale. L’inerzia italiana ha portato la Commissione Europea a deferire nuovamente il Paese nel giugno del 2023, poiché, dopo oltre vent’anni dalla scadenza del termine per il recepimento della direttiva e nove anni dopo la prima condanna, le irregolarità non erano state sanate. La nuova sentenza della Corte UE, pronunciata il 27 marzo, ha certificato la persistente inadempienza, determinando così l’imposizione della maxi-multa.

Nello specifico, i giudici di Lussemburgo hanno attestato nella loro pronuncia che l’assenza di trattamento delle acque reflue urbane «costituisce un danno all’ambiente e deve essere considerata come particolarmente grave». Nonostante esso risulti diminuito nel tempo «grazie alla riduzione significativa del numero di agglomerati» non a norma, passato dai 41 contestati nel 2014 a quattro, secondo la corte persiste «un pregiudizio all’ambiente», che risulta «tanto più grave se si considera che i quattro agglomerati non conformi scaricano le loro acque reflue in aree sensibili». Le sanzioni imposte sono il risultato della valutazione di tre fattori principali: la gravità dell’infrazione, la sua durata e la capacità finanziaria dello Stato membro. Nonostante i progressi compiuti, il ritardo accumulato è stato giudicato eccessivo. La multa semestrale da 13,7 milioni di euro non avrà effetto retroattivo, ma si applicherà a partire dalla data della sentenza e verrà riscossa automaticamente fino a quando l’Italia non avrà completato le misure necessarie per conformarsi alla direttiva.

Per acque reflue urbane si intende l’insieme delle acque di scarto domestiche e industriali convogliate in reti fognarie a partire da un agglomerato urbano. Le prime provengono da insediamenti di tipo residenziale e sono costituite prevalentemente dai “rifiuti” del metabolismo umano e delle attività domestiche. Le seconde variano in funzione della tipologia di attività industriale condotta in un dato stabilimento e possono essere classificate come “pericolose” o “non pericolose” per l’ambiente. Pertanto, tali acque di scarto, che certamente non possono essere reimmesse nell’ambiente tal quali, devono essere sottoposte a dei rigorosi trattamenti atti a depurarle. Nel 2021, l’Agenzia Europea dell’Ambiente (EEA) aveva reso noti dati che sottolineavano quanto la quota di acque reflue urbane raccolte e trattate in linea con gli standard dell’UE fosse in aumento in tutta l’Unione, con oltre il 90% delle acque reflue urbane raccolto e trattato in conformità alla relativa direttiva comunitaria. Con circa il 56% delle acque reflue trattate in conformità con la direttiva UE, il nostro Paese si posizionava poco sopra i peggiori della classe. Oggi ci troviamo di fronte a una situazione in progressivo miglioramento, ma che vede ancora la sussistenza di gravi irregolarità. Su cui l’UE, evidentemente, non vuole più soprassedere.

[di Stefano Baudino]