venerdì 4 Aprile 2025
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Gaza, fonti sicurezza: Israele ha violato 266 volte il cessate il fuoco

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Fonti della sicurezza palestinese hanno riferito ad Al Jazeera di aver registrato 266 violazioni dell’accordo di cessate il fuoco nella Striscia di Gaza da quando è entrato in vigore, lo scorso 19 gennaio. Tali violazioni avrebbero portato all’uccisione di almeno 132 palestinesi e al ferimento di oltre 900. La maggior parte delle violazioni si sarebbe verificata nella zona centrale di Gaza, con 110 incidenti, seguiti da 54 a Rafah, 49 a Gaza City, 19 a Khan Younis e 13 nell’area settentrionale della Striscia. Durante il cessate il fuoco, i leader israeliani hanno discusso la possibilità di una ripresa dei combattimenti, con i ministri di estrema destra del governo che premono per l’occupazione militare dell’enclave.

Negli allevamenti lombardi si continuano a uccidere gli animali positivi al Covid

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Gli allevamenti di visoni sono tornati sotto i riflettori per una gestione opaca e preoccupante in relazione alla diffusione del Covid tra gli esemplari. A Capergnanica, centro in provincia di Cremona, si è infatti registrato un nuovo focolaio di SARS-CoV-2, con la conseguente eliminazione di circa 900 esemplari. A rivelarlo è stata la Lega Antivivisezione (LAV), che ha ottenuto i risultati dei tamponi processati dall’Istituto Zooprofilattico Sperimentale della Lombardia e dell’Emilia-Romagna (IZLER) tra settembre 2024 e gennaio 2025. Ciò che più allarma è che il focolaio sarebbe stato identificato già nell’ottobre 2024, ma le autorità sanitarie hanno preferito agire abbattendo gli animali senza rendere pubblica la notizia.

La LAV ha evidenziato come, invece di fornire un’informazione tempestiva e trasparente, si sia optato per l’uccisione degli animali in silenzio. L’associazione ha denunciato che ciò che resta oggi in quell’area sono «cumuli di escrementi accessibili agli uccelli selvatici, dannosi per la salute pubblica e da trattare come rifiuti pericolosi». Simone Pavesi, responsabile LAV Area moda Animal Free, ha dichiarato che «tutti questi animali avrebbero potuto avere una nuova vita, liberi dalle gabbie e da ogni forma di sfruttamento, se solo i Ministri dell’Agricoltura, prima Stefano Patuanelli e poi Francesco Lollobrigida, avessero permesso il trasferimento dei visoni dagli allevamenti ai centri di recupero gestiti dalle associazioni». Al contrario, ha aggiunto Pavesi, «stiamo assistendo ad una lenta e prolungata agonia che questi animali devono patire ogni giorno, senza considerare anche il rischio per la salute pubblica». Si è infatti scelta la strada dell’eliminazione sistematica, lasciando che la situazione sanitaria degli allevamenti rimanesse avvolta nell’ombra. Questo episodio, però, non è un caso isolato. Dal 2020, in Italia, si sono registrati ben cinque focolai di SARS-CoV-2 negli allevamenti di visoni, nonostante l’introduzione di misure di biosicurezza. I primi episodi risalgono al 2020 e al 2021 negli allevamenti di Capralba (Cremona) e Villa del Conte (Padova). Successivamente, altri casi sono stati individuati nel 2022 a Galeata (Forlì-Cesena) e nel 2023 in Lombardia, a Calvagese della Riviera. Tutto ciò nonostante l’entrata in vigore, a gennaio 2022, del divieto di allevamento di visoni e altri animali “da pelliccia”. Di fronte all’ennesimo caso, la LAV è tornata a chiedere con urgenza la chiusura definitiva di tutti gli allevamenti ancora esistenti e la liberazione degli ultimi 400 visoni ancora prigionieri in strutture intensive.

Nel suo dossier “Fashion Spillover”, pubblicato dalla LAV nel 2022, l’associazione già denunciava l’inefficacia delle misure di biosicurezza per prevenire il contagio all’interno degli allevamenti intensivi. Il documento ha evidenziato come gli allevamenti di visoni abbiano rappresentato un pericoloso serbatoio del virus, facilitando la trasmissione uomo-visone-uomo. Già dal 2020 si sono registrati numerosi focolai in Europa e Nord America, con misure di contenimento spesso inefficaci o tardive. In paesi come Olanda, Danimarca e Spagna, le autorità hanno abbattuto milioni di animali per fermare la diffusione del virus. In Italia la risposta è stata insufficiente e tardiva: il governo ha inizialmente evitato test diagnostici obbligatori e, solo dopo le pressioni della LAV, ha disposto la chiusura temporanea degli allevamenti. Secondo la LAV, l’industria della moda ha una grande responsabilità nella diffusione del virus. Il settore delle pellicce, pur essendo ormai in declino, continua a incentivare la presenza di allevamenti intensivi che, oltre alla sofferenza animale, rappresentano un pericolo sanitario e ambientale.

[di Stefano Baudino]

Hacker filorussi, ancora attacchi: colpiti siti istituzionali italiani

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Dopo le azioni di ieri contro i portali web di scali aeroportuali e banche, prosegue anche oggi l’ondata di attacchi hacker a siti italiani da parte del gruppo filorusso NoName057(16), che li ha rivendicati parlando di «punizione per l’Italia». Questa volta sono stati colpiti i portali di vari ministeri, della Guardia di Finanza e dei Carabinieri. I tecnici dell’Agenzia per la cybersicurezza nazionale e della Polizia postale hanno immediatamente effettuato azioni di mitigazione. Gli attacchi seguono l’accusa del governo russo al presidente della Repubblica Mattarella, che a inizio febbraio aveva paragonato «l’odierna aggressione russa all’Ucraina» al «progetto del Terzo Reich».

 

Cortina ’26: per il 60% delle opere non c’è stata nessuna valutazione di impatto ambientale

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A meno di un anno dall’apertura delle Olimpiadi invernali Milano-Cortina 2026, soltanto il 10% delle opere da completare entro l’inizio di febbraio del prossimo anno è stato effettivamente terminato. Per il 50%, i lavori non sono nemmeno iniziati e per il 60% non è stata effettuata alcuna valutazione di impatto ambientale. A delineare il quadro della situazione è Open Olympics 2026, un gruppo composto da una ventina di associazioni – tra cui Libera, Legambiente e WWF – che da mesi porta avanti una campagna di monitoraggio civico sulle controverse Olimpiadi. Per quanto riguarda l’impatto ambientale, Open Olympics ha sottolineato che «la maggior parte delle opere non è stata sottoposta alle valutazioni, in contrasto con quanto previsto dal dossier iniziale, di fatto largamente bypassate grazie ai commissariamenti straordinari».

Il dossier analizza 94 delle 100 opere previste dal Piano delle Opere per i Giochi, per un valore complessivo di circa 3,4 miliardi di euro. La maggior parte degli interventi riguarda infrastrutture stradali e ferroviarie, con investimenti che superano di 5,6 volte quelli destinati alle opere strettamente legate all’evento sportivo. Nello specifico, i costi delle opere legate all’evento olimpico ammontano a circa 440 milioni di euro, mentre quelli per le infrastrutture inquadrate come “legacy” – ovvero come “eredità” lasciata ai territori in seguito alla conclusione delle gare – sono pari a circa 2,45 miliardi. Il report rivela che oltre la metà dei progetti è ancora in fase di progettazione o gara d’appalto, mentre solo il 10% delle opere previste per il completamento entro il 2026 è stato portato a termine. Lombardia e Veneto risultano le regioni con il maggiore volume di spesa, mentre il Trentino è il territorio con il maggior numero di interventi.

Uno degli aspetti più critici evidenziati dal report riguarda le procedure di valutazione ambientale. Per il 60% delle opere, infatti, non è stata prevista alcuna VIA, ritenuta non necessaria o non applicabile secondo le normative vigenti. Solo nel 16% dei casi è stata effettuata una qualche forma di verifica ambientale, mentre il restante 23% delle opere è ancora in attesa di valutazione preliminare. Si tratta di un dato che contrasta con quanto previsto dal dossier iniziale di candidatura, che prometteva un evento rispettoso dell’ambiente e attento alla sostenibilità. L’assenza di VIA per la maggior parte delle opere è stata resa possibile grazie ai commissariamenti straordinari, che hanno di fatto bypassato procedure che avrebbero garantito un maggiore controllo sugli impatti ecologici degli interventi.

Chiedendo piena trasparenza a Fondazione Milano Cortina 2026 – ente che sovrintende i lavori per le Olimpiadi – circa le spese per la realizzazione dei Giochi, le associazioni autrici del rapporto evidenziano con preoccupazione come l’ultimo documento economico cronologicamente disponibile sul sito della Fondazione, il Financial Statement, riporti come, all’ultimo giorno del 2023, la Fondazione abbia registrato un deficit patrimoniale pari circa 108 milioni di euro. Un aspetto su cui, nel luglio scorso, si era concentrata anche la Corte dei Conti della Regione Veneto, secondo cui il bilancio di Fondazione Milano-Cortina 2026 ha un deficit patrimoniale cumulato «in costante peggioramento», senza che vi sia certezza di miglioramento del business plan dei successivi due anni. Allarmante è anche il fattore tempo: con il 50% delle opere ancora in fase di progettazione o gara, il rischio è che la necessità di accelerare i lavori porti a una riduzione dei controlli su ambiente, sicurezza e condizioni di lavoro.

Le Olimpiadi invernali del 2026 sono al centro di scandali e contestazioni sin dal loro lancio. Dalla inchiesta per corruzione che ha coinvolto la Fondazione verso la fine dello scorso maggio, alle evidenti problematiche ambientali che deriverebbero da alcuni dei progetti in cantiere, primo fra tutti quello relativo alla pista da bob, che sembrerebbe fare acqua da tutte le parti. Nonostante il ministro Salvini abbia dichiarato che la pista sia praticamente pronta, negli scorsi giorni un gruppo di scialpinisti, guidato dall’attivista Alberto Peruffo, ha cercato di smentirlo con verifiche sul campo. L’ispezione da loro condotta ha infatti rivelato cantieri in ritardo, alberi abbattuti oltre il conteggio ufficiale e problematiche di sicurezza. Secondo gli ambientalisti, l’area è diventata una discarica di materiali e simbolo di speculazione. Temendo che la pista sia incompleta e insicura, hanno annunciando esposti alla giustizia sportiva.

[di Stefano Baudino]

L’Europa litiga sulla strategia per Kiev, ma concorda sulle spese militari

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Ieri, lunedì 17 febbraio, mentre il segretario di Stato statunitense Marco Rubio veniva ricevuto a Riyad dal principe ereditario dell’Arabia Saudita, Moḥammad bin Salmān, a Parigi si è svolto l’incontro informale lanciato da Macron per parlare della questione ucraina. Il vertice è stato convocato in risposta all’esclusione dell’Unione Europea dai negoziati di pace, e vi hanno partecipato i presidenti e primi ministri di Danimarca, Germania, Italia, Paesi Bassi, Polonia, Regno Unito e Spagna, affiancati dalle autorità europee e dal segretario generale della NATO, Mark Rutte. Del contenuto effettivo delle discussioni si sa poco, ma dalle informazioni a disposizione, ciò che è emerso è stata l’incapacità di parlare con una voce unica, senza che si accavallino dichiarazioni contraddittorie. Dall’Italia sembra essere trapelata la linea più aperta nei confronti degli Stati Uniti, oltre a un evidente criticismo verso la scelta di convocare un vertice informale all’Eliseo tra pochi eletti, piuttosto che un Consiglio straordinario presso le dovute sedi istituzionali. Gli alleati sembrano ancora divisi sull’ipotesi di dispiegamento delle truppe nell’eventuale dopoguerra, mentre le possibili adesioni dell’Ucraina all’Unione Europea e alla NATO paiono ancora incerte.

Tutto fumo e niente arrosto. Si potrebbe sintetizzare così l’incontro informale tenutosi ieri all’Eliseo, mentre in Arabia Saudita veniva imbastita la tavola per svolgere i colloqui veramente importanti. Il vertice era stato convocato d’urgenza dal presidente francese Macron per parlare dell’approccio europeo sul conflitto ucraino e per capire come l’UE potesse ricavare uno spazio nei negoziati, malgrado l’esclusione da questa prima tornata di discussioni da parte degli Stati Uniti, da cui per ora è stata tagliata fuori anche la stessa Ucraina. I primi attriti tra i presenti sembrano essersi registrati sin dalla convocazione dell’incontro. La presidente del Consiglio italiana, Giorgia Meloni, ha dichiarato senza giri di parole di non condividere le modalità con cui Macron aveva pensato la riunione: «Una risposta agli americani sarebbe stata più corretta da parte di Bruxelles con un Consiglio europeo straordinario anziché dare ancora una volta la sensazione che siamo un continente con diversi centri di potere, il che equivale a nessun centro reale di potere», ha detto la premier. In generale, la posizione di Meloni sembra essere stata quella più conciliante nei confronti degli Stati Uniti, e la presidente del Consiglio è ritenuta da molti una delle figure più adatte a mediare grazie al rapporto di maggior vicinanza con il Presidente Trump.

Se Meloni ha mostrato scetticismo nei confronti degli incontri, gli altri presenti non sono riusciti a non contraddirsi l’un l’altro, pur senza rivelare praticamente nulla dei contenuti effettivi della conversazione. Poco prima dei colloqui, il primo ministro britannico Keir Starmer ha scritto sul Daily Telegraph che, nel dopoguerra, il Regno Unito sarebbe pronto a inviare le proprie truppe in Ucraina, venendo spalleggiato dalla Svezia. Il cancelliere tedesco Olaf Scholz, il primo a lasciare gli incontri, ha invece dichiarato che i tempi non risultano ancora maturi per parlare di truppe, posizione che condivide con il governo spagnolo e quello polacco, anche se quest’ultimo sembra essersi opposto in maniera ancora più serrata all’ipotesi.

Proprio sulla questione delle cosiddette “garanzie” da dare all’Ucraina per il mantenimento della pace, l’UE sembra più divisa che mai. Domenica 16 febbraio, in seguito alla conferenza di Monaco, la Finlandia, facendo eco alle parole di Zelensky, ha appoggiato l’adesione dell’Ucraina alla NATO, andando contro le più recenti dichiarazioni del segretario Rutte, che nella stessa conferenza sulla sicurezza ha sostanzialmente detto che la questione è ancora negoziabile. L’incontro all’Eliseo, insomma, sembra essersi concluso con un nulla di fatto, e i leader europei non sembrano essere riusciti a trovare una quadra su nessuno dei temi discussi, tranne, forse, su un solo punto: va aumentata la spesa per la difesa, come già sottolineato dalla presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, che ha annunciato che l’esecutivo UE introdurrà deroghe al Patto di Stabilità per consentire maggiori investimenti in ambito bellico.

In seguito agli incontri Macron ha tenuto una conversazione telefonica con Zelensky, rassicurandolo sulle loro presunte posizioni comuni. Il presidente ucraino, contrariamente a quanto trapelato dalle prime indiscrezioni, non è presente oggi al vertice di Riyad, e ha ribadito che, dalla prospettiva ucraina, non può esserci pace senza un coinvolgimento diretto di Kiev. Gli incontri nella capitale saudita saranno «esclusivamente bilaterali», ha assicurato il consigliere del Cremlino Yury Ushakov. Ushakov è atterrato oggi a Riyad assieme al ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov per parlare con la squadra negoziale statunitense in cui sono presenti, oltre a Rubio, il consigliere per la sicurezza nazionale Michael Waltz e l’inviato speciale per il Medio Oriente Steven Witkoff. Questi primi colloqui sembrano voler in prima istanza inaugurare un percorso di normalizzazione dei rapporti tra USA e Russia e mettere sul piatto le prime condizioni per la pace. L’incontro è iniziato stamattina poco prima delle 9.

[di Dario Lucisano]

Cina-Isole Cook: accordo sull’esplorazione dei fondali marini

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Cina e Isole Cook hanno firmato un accordo di partenariato strategico per la concessione di aree destinate all’estrazione mineraria in acque profonde. L’accordo, siglato lunedì 17 febbraio e pubblicato oggi, prevede un pagamento una tantum di 4 milioni di dollari da parte della Cina e un rafforzamento delle collaborazioni in ambito educativo. Le Isole Cook hanno annunciato l’avvio di programmi di ricerca sui minerali presenti sui fondali marini. Il deep-sea mining è una pratica di estrazione di minerali rari dai fondali oceanici, nota per causare gravi danni all’ecosistema marino.

Brasile, la lotta all’estrazione illegale di oro sta salvando le tribù Yanomami

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A due anni dall’avvio dell’operazione governativa volta a contrastare l’estrazione illegale di oro nel territorio degli Yanomami, l’amministrazione Lula ha reso pubblici i primi dati ufficiali. Le statistiche evidenziano un netto miglioramento delle condizioni di vita della comunità indigena e una drastica riduzione delle attività minerarie illegali nella più grande riserva incontaminata del Brasile. Per decenni, gli Yanomami hanno vissuto sotto la minaccia costante dei garimpeiros, i minatori d’oro illegali, che hanno portato con sé malattie, inquinamento e un drastico peggioramento della qua...

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Argentina, Milei accusato di frode

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Gli avvocati argentini hanno presentato accuse di frode penale contro il presidente Javier Milei, sostenendo che la sua promozione di una criptovaluta abbia causato perdite finanziarie agli investitori. Secondo l’agenzia di stampa Associated Press, che avrebbe visionato i documenti archiviati, Milei è accusato di aver partecipato a una «associazione illecita per commettere frodi» per aver promosso il memecoin Libra con un post sui social, poi cancellato poche ore dopo. C’è chi ritiene che tra le opposizioni stia emergendo l’idea di avviare una procedura di sfiducia, anche se al momento non sembra essere stata formalizzata.

Repubblica Democratica del Congo, i ribelli avanzano: si teme l’allargamento del conflitto

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Dopo la presa di Goma, capitale della provincia orientale del Nord Kivu, ieri, domenica 16 febbraio, i ribelli congolesi sono entrati a Bukavu, seconda città della sponda est e capitale provinciale del Sud Kivu. Il governo congolese ha chiesto alle truppe del Ruanda, che sosterrebbero i ribelli, di ritirarsi dal territorio del Paese, mentre l’ONU ha lanciato un appello ai vari membri perché agiscano in supporto del Congo. A rendere ancora più instabile la situazione nella regione, ci sono gli attacchi delle Forze Alleate Democratiche (ADF), un movimento islamista affiliato allo Stato Islamico, contro cui ha deciso di muoversi Muhoozi Kainerugaba, capo dell’esercito ugandese e figlio del presidente. Dopo avere dato un ultimatum alle forze in gioco, Kainerugaba ha iniziato a marciare verso Bunia, capitale della regione congolese dell’Ituri, a nord della provincia del Nord Kivu, accusando il governo centrale di non stare proteggendo i cittadini dall’ADF. L’esercito ugandese sostiene quello congolese nella lotta contro i militanti islamisti dal 2021, tuttavia, secondo esperti delle Nazioni Unite, anch’esso fornirebbe supporto all’M23, per mettere le mani sulle tante risorse minerarie della regione.

L’avanzata dell’M23 verso Bukavu è iniziata poco dopo la caduta di Goma di fine gennaio. Gli scontri sono stati inaugurati venerdì 14 febbraio, quando i ribelli hanno annunciato di avere conquistato l’aeroporto della città. Nell’arco di una manciata di ore, le forze dell’M23, secondo il governo congolese sostenute direttamente dall’esercito ruandese, sono riuscite a penetrare nella città, e il giorno seguente sembra siano scoppiati i primi scontri nel centro di Bukavu. Lo stesso sabato 15 febbraio, un portavoce del Programma Alimentare Mondiale ha detto all’agenzia di stampa Reuters che il deposito cittadino dell’agenzia, che conteneva 6.800 tonnellate di cibo, era stato saccheggiato, aggiungendo che le attività del gruppo risultavano ormai sospese da settimane a causa del deterioramento della sicurezza. Parallelamente, nella città sono state svuotate le carceri, mentre l’esercito regolare ha tentato di salvare il salvabile, dando fuoco ai depositi di armi per evitare che i ribelli ne entrassero in possesso. Domenica 16 febbraio è arrivata conferma che i ribelli avevano conquistato la città. Il comandante dell’M23 Bernard Byamungu ha dichiarato a Reuters di avere preso il controllo di Bukavu a partire da circa mezzogiorno, pare, secondo le testimonianze, senza incontrare una reale resistenza. Poco dopo, è arrivata la conferma da parte del governatore della provincia del Sud Kivu, Jean-Jacques Purusi. Non è ancora chiaro se l’M23 ha intenzione di continuare la propria avanzata.

Ad aggravare la crisi davanti a quella che sembra una inarrestabile cavalcata dell’M23 è arrivato il capo dell’esercito ugandese, e secondo molti erede alla presidenza. Sabato 15 febbraio, Muhoozi Kainerugaba ha iniziato a marciare verso Bunia per liberare la città dalle forze islamiste che la attaccano, accusando il governo congolese di non stare difendendo adeguatamente la popolazione. A Bunia, denuncia Kainerugaba, le persone di etnia Bahima starebbero venendo uccise dai movimenti islamisti a causa delle inadempienze dell’esercito regolare, che non sarebbe riuscito a sfruttare la presenza ugandese sul territorio, impedendo il dispiegamento delle truppe alleate. L’Uganda sostiene infatti l’esercito congolese nel suo contrasto alle incursioni dell’ADF dal 2021, e a gennaio e febbraio ha mandato ulteriori forze di supporto. Lo stesso sabato, il generale ha condiviso un post che denunciava la scarsa capacità di gestire la crisi da parte dell’esercito congolese mostrando un video che ritraeva i morti che sarebbero stati causati le milizie islamiste della regione. Nello stesso post, l’autore scrive che «un totale di 21 tribù di Ituru hanno tenuto un incontro e hanno formato un’organizzazione politica per combattere per la propria sopravvivenza», aggiungendo che «sette delle loro milizie, completamente armate, hanno formato un alto comando congiunto per proteggere sé stessi e le loro famiglie». Pare che questa nuova forza abbia chiesto all’Uganda di rimanere fuori dalle questioni interne al Congo, ma il generale ha deciso di marciare comunque.

La marcia di Kainerugaba ha alimentato le preoccupazioni che il conflitto tra le forze congolesi e i ribelli dell’M23 sostenuti dal Ruanda possa sfociare in una guerra regionale più ampia. Malgrado il supporto contro l’ADF, infatti, anche l’Uganda è ritenuto vicino all’M23, mentre lo stesso Kainerugaba non ha mai nascosto la propria vicinanza nei confronti del presidente ruandese Paul Kagame. Dopo tutto, l’area interessata, di preciso quella del Congo orientale, fa gola a diversi attori. Il Congo è infatti una terra ricca di risorse minerarie. Negli ultimi 30 anni l’est del Paese è stato teatro di continui scontri, sfollamenti di massa e uccisioni perpetrate dai più di 100 gruppi armati presenti nella regione. Ognuno di questi gruppi combatte per il controllo delle miniere e delle vie commerciali della regione, spesso al soldo di potenze straniere quali gli stessi Ruanda e Uganda, nascondendo i propri obbiettivi dietro divergenze etniche. In più di 30 anni si parla di quasi 5 milioni di morti, centinaia di migliaia di violenze contro le donne congolesi, milioni di sfollati e migliaia di persone che soffrono la fame.

[di Dario Lucisano]

Stati Uniti, decine di proteste in tutto il Paese contro le politiche di Trump e Musk

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In seguito al licenziamento di migliaia di dipendenti pubblici predisposto dal nuovo Dipartimento per l’efficienza governativa (DOGE), guidato dal miliardario Elon Musk e voluto da Trump, in alcune zone degli Stati Uniti si sono registrate proteste contro le politiche del fondatore di Tesla e del presidente della Casa Bianca. In particolare, centinaia di persone si sono radunate davanti alle concessionarie Tesla a New York, Kansas City e in tutta la California per protestare contro i tagli del DOGE. Gli organizzatori hanno riferito di almeno 37 dimostrazioni in uno sforzo coordinato attraverso gli hashtag social TeslaTakedown e TeslaTakover, con i manifestanti che hanno agitato cartelli con le scritte “Detronizzate Musk”, “Nessuno ha votato Elon Musk” e “Fermate il colpo di Stato”. In alcuni Stati democratici, inoltre, sono partite le rivendicazioni contro le politiche riguardanti i diritti all’aborto e delle persone transgender.

Attraverso il DOGE, istituito per ridurre la burocrazia statunitense, Musk ha finora licenziato più di 9.500 dipendenti federali che si occupavano di tutto, dalla gestione dei terreni federali all’assistenza dei veterani militari. I licenziamenti si aggiungono ai circa 75.000 lavoratori che hanno accettato una buonuscita offerta da Musk e Trump. Il presidente statunitense ha affermato che il governo federale è saturo e che troppi soldi vengono persi a causa di sprechi e frodi. Il governo ha circa 36 trilioni di dollari di debito e ha avuto un deficit di 1,8 trilioni di dollari l’anno scorso: c’è un accordo bipartisan sulla necessità di riforme. Tuttavia, l’ondata di licenziamenti ha causato proteste sia tra i dipendenti licenziati che tra i cittadini: molti lavoratori pubblici hanno affermato di sentirsi traditi dallo Stato che hanno servito per anni.

Trump e Musk hanno chiuso quasi completamente alcune agenzie governative come l’Agenzia statunitense per lo sviluppo internazionale e il Consumer Financial Protection Bureau (CFPB). Quest’ultimo era uno dei pochi uffici rimasti dalla crisi del 2008 con lo scopo di aiutare finanziariamente i cittadini comuni, ma è accusato dai repubblicani di abuso di potere. In risposta alla chiusura di queste Agenzie, è nata una nuova rete di dipendenti federali organizzata per contrastare i tagli nel settore pubblico, chiamata Federal Unionists Network (FUN). Chris Dols, uno dei membri fondatori, ritiene che l’attacco al CFPB abbia chiarito qual è il vero obiettivo di Musk e Trump. «[Il CFPB] è la protezione dei consumatori contro le frodi», ha affermato, aggiungendo che «I truffatori se la sono presa con l’agenzia anti-truffa». In altre parole, secondo Dols, se Trump e Musk si preoccupassero davvero di ridurre gli sprechi e le frodi e di migliorare la vita dei lavoratori rafforzerebbero ed espanderebbero la portata del CFPB, anziché tagliarla.

Alcuni manifestanti, soprattutto nei Paesi di stampo più “progressista” come la California, hanno messo in dubbio la legittimità di Elon Musk, sostenendo che nessuno lo ha votato e radunandosi fuori dalle concessionarie Tesla per protesta. Più di una trentina di eventi contro l’oligarca sudafricano naturalizzato statunitense sono andati in scena in varie parti degli USA, come riportato sul sito Action Network, dove si invitano le persone che possiedono delle Tesla o azioni della società a disinvestire, vendere il proprio veicolo e unirsi alle proteste. Le dimostrazioni seguono le notizie di incendi dolosi e danneggiamenti dei saloni Tesla in Oregon e Colorado. Alcuni investitori temono che il sostegno di Musk a Trump possa influenzare le vendite e sottrarre tempo allo sviluppo del marchio automobilistico: a gennaio le azioni Tesla hanno intrapreso una rapida discesa e anche le vendite risultano in calo.

La Casa Bianca ha affermato che Musk opera come dipendente governativo speciale non retribuito. Tale qualifica è riservata ufficialmente a coloro che lavorano per il governo per 130 giorni o meno in un anno. Fino ad ora, il DOGE ha chiuso l’Agenzia statunitense per lo sviluppo internazionale (USAID) e sta cercando di chiudere il Consumer Financial Protection Bureau (CFPB). Inoltre, come parte di una lotta alle politiche “woke“, Musk ha affermato che il suo team ha «risparmiato ai contribuenti oltre 1 miliardo di dollari in folli contratti DEI (diversità, equità e inclusione)».

[di Giorgia Audiello]