venerdì 4 Aprile 2025
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Congo, si accendono gli scontri a Bukavu. I ribelli: “presa la città”

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Dopo la presa dell’aeroporto di Bukavu, seconda città della Repubblica Democratica del Congo situata nell’area orientale del Paese al confine col Ruanda, continuano gli scontri per il controllo della città, dove i ribelli affermano di essere entrati. Secondo l’agenzia di stampa Reuters, il Movimento del 23 marzo, sostenuto dal Ruanda, sarebbe entrato nella città nella serata di ieri, e oggi avrebbe ormai raggiunto il centro e ottenuto il controllo della zona. L’esercito, tuttavia, scrive di stare ancora combattendo. Al momento non è chiaro chi controlli a tutti gli effetti la città.

Il 2024 è stato il più mortale degli ultimi 30 anni per i giornalisti

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Uccisi in guerra, assassinati dal crimine organizzato, ridotti al silenzio con la violenza. Il 2024 verrà ricordato come l’anno più mortale per i giornalisti da almeno tre decenni. Lo ha reso noto il Committee to Protect Journalists (CPJ) all’interno di un report che attesta come, in un solo anno, si contino nel mondo 124 giornalisti e operatori dei media uccisi, due terzi dei quali palestinesi assassinati dall’esercito israeliano. Si tratta di numeri allarmanti, che offrono la fotografia una drammatica escalation della repressione contro la libertà di stampa. Dal genocidio in atto in Medio Oriente all’America Latina, dal fronte ucraino alle dittature che mettono a tacere ogni voce scomoda, il giornalismo è sempre più un mestiere a rischio.

Il numero totale di giornalisti assassinati nel corso del 2024 ha superato il record del 2007, quando imperversava il conflitto in Iraq, in cui si erano registrate 113 uccisioni. Le principali cause di morte, lo scorso anno, sono state omicidi mirati, attacchi durante il lavoro sul campo e bombardamenti indiscriminati. I massacri da parte dell’esercito israeliano in Medio Oriente hanno rappresentato uno dei contesti più pericolosi per i reporter: qui sono stati uccisi 85 giornalisti, in crescita rispetto ai 78 del 2023. Molti operatori dei media hanno perso la vita durante attacchi aerei o scontri a fuoco, mentre cercavano di documentare la situazione sul campo. Al di fuori di Gaza (82) e Libano (3), il CPJ ha documentato l’uccisione di altri 39 giornalisti e operatori dei media in 16 Paesi. Le situazioni peggiori si sono verificate in Sudan (6 giornalisti uccisi), Pakistan (6), Messico (5), Siria (4), Myanmar (3), Iraq (3) e Haiti (2). «I dati mostrano che gli omicidi di freelance sono aumentati costantemente dal 2020 prima di aumentare vertiginosamente nel 2024, il che indica un ambiente globale sempre più rischioso per questi giornalisti, molti dei quali scrivono da zone di conflitto e collaborano con importanti organi di stampa – scrive il CPJ -. Alcuni organi di stampa hanno adottato misure per proteggere i freelance, ma il freelance tipico lavora spesso da solo, senza l’accesso del personale a dispositivi di protezione, guardie di sicurezza, assicurazione per cure mediche o benefit che aiuterebbero i familiari sopravvissuti». Nel 2024, il CPJ ha fornito assistenza finanziaria a 114 giornalisti freelance – 31 in più rispetto al 2023 – sotto forma di sovvenzioni di emergenza.

Uno degli aspetti più allarmanti evidenziati nella ricerca è l’alto tasso di impunità per i crimini contro i giornalisti. In molti dei Paesi menzionati, infatti, gli omicidi dei reporter non vengono adeguatamente indagati, lasciando spazio a un clima di paura e autocensura. È il caso del Messico, dove le autorità messicane hanno soffocato le indagini sugli omicidi, e del Pakistan, che vede una lunga storia di inattività nelle indagini sugli omicidi di giornalisti. In Siria, i cronisti sono stati presi di mira e uccisi dal regime del presidente Bashar Al Assad senza che nessuno ne assumesse le responsabilità per anni, rendendola una nazione con uno dei peggiori record di libertà per gli assassini dei giornalisti. Le forze paramilitari del Sudan e le forze militari del Myanmar, inoltre, prendono di mira i giornalisti come nemici, invece di trattarli come civili. Di fronte a questa crisi senza precedenti, il CPJ e altre associazioni per i diritti umani hanno sollecitato l’adozione di misure più severe per proteggere i giornalisti e garantire giustizia per le vittime. Tra le richieste principali vi sono l’introduzione di sanzioni contro i Paesi che non perseguono i crimini contro i reporter, un maggiore supporto alla protezione fisica dei giornalisti nelle aree di conflitto e il rafforzamento degli strumenti legali per combattere l’impunità.

[di Stefano Baudino]

India, ressa in stazione: almeno 15 morti

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Nella notte tra ieri e oggi, domenica 16 febbraio, almeno 15 persone sono morte e altre 15 sono rimaste ferite calpestate dalla calca presso la stazione ferroviaria principale della capitale indiana, Nuova Delhi. A comunicarlo ai giornalisti sono le autorità locali, che hanno precisato che l’incidente è avvenuto nei pressi di due binari, mentre le persone erano intente a salire sui treni diretti a Prayagraj. Secondo quanto riportano i media locali, il bilancio delle vittime include 10 donne, tre bambini e diversi pellegrini. Sono state avviate indagini per capire l’origine dell’incidente.

Vicenza, in piazza “contro ogni aggressione fascista”

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La manifestazione regionale a Vicenza “contro ogni aggressione fascista” ha visto scendere in piazza migliaia di persone. Si è trattato soprattutto di giovani, sostenuti da associazioni politiche e sindacali. L’iniziativa, organizzata dalla Rete degli Studenti Medi insieme ai collettivi locali, è la risposta all’aggressione subita da un giovane del liceo Pigafetta ad opera di un gruppo di militanti di Azione Studentesca, l’organizzazione giovanile di Fratelli d’Italia.

Intesa Sanpaolo chiude il conto di Visione TV, l’emittente accusata di “filoputinismo”

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Il conto bancario di Visione TV è stato chiuso. L’emittente web fondata da Francesco Toscano, disallineata dalla narrazione dei media mainstream sul racconto del conflitto tra Russia e Ucraina, ha infatti ricevuto lo scorso 5 febbraio una comunicazione ufficiale dalla filiale di Reggio Calabria di Banca Intesa Sanpaolo che ne annuncia l’estinzione. Nella lettera si legge: «Con riferimento al conto corrente a voi intestato, con la presente vi comunichiamo il recesso della nostra banca dal relativo contratto e dalla inerente convenzione di assegno, ai sensi e per gli effetti delle norme contrattuali che regolano il rapporto». Nessuna spiegazione ulteriore, nessun riferimento specifico a violazioni o problematiche di natura tecnica, solo la chiusura di un rapporto bancario. Eppure, secondo Francesco Toscano, il provvedimento ha una evidente matrice politica. L’accusa principale mossa dai detrattori di Visione TV, rispedita al mittente da Toscano, è infatti quella di essere un canale di «propaganda russa».

Ma andiamo per ordine. Lo scorso dicembre, il fondatore di Visione TV Francesco Toscano era stato convocato in filiale per chiarimenti su alcuni bonifici diretti a collaboratori della realtà editoriale. Pochi giorni dopo, il 19 dicembre, la testata Linkiesta aveva pubblicato un articolo a firma di Massimiliano Coccia – marito dell’eurodeputata PD Pina Picierno – in cui si anticipava la chiusura del conto di Visione TV e dell’associazione Vento dell’Est, inserendoli nella «galassia putiniana in Italia». Nel pezzo, Coccia scriveva che «su Visione Tv, testata giornalistica diretta da Francesco Toscano e vicina ad Democrazia Sovrana e Popolare di Marco Rizzo, che è anche casa editrice, l’alert sarebbe scattato dopo la pubblicazione del libro di Vladimir Putin “Le vere cause del conflitto russo ucraino” e per le numerose iniziative organizzate insieme a rappresentanti del governo russo in Italia». Il 24 dicembre, il conto di Vento dell’Est è stato chiuso. A distanza di poco più di un mese, la “profezia” si è avverata anche per Visione TV. Interpellata sulla questione, Banca Intesa ha dichiarato di non poter commentare «casi singoli e specifici», ma ha ribadito che le proprie decisioni sono «improntate all’adempimento degli obblighi normativi». Toscano, però, respinge questa lettura e si appella all’amministratore delegato dell’istituto, Carlo Messina, chiedendo chiarezza.

«Quello che io reputo di particolare importanza è approfondire questa vicenda affinché non passi il messaggio che si legittima un uso arbitrario di funzioni pubbliche, come la raccolta del risparmio, legato a decisioni di enti che rispondono a una parte politica – ha dichiarato Toscano a L’Indipendente –. Penso che siamo di fronte a un punto di non ritorno. Noi dobbiamo capire se siamo entrati in una nuova fase in cui un posizionamento diverso da quello del mainstream su un piano culturale e comunicativo produce in maniera sostanziale, ma negata sul piano formale, una reazione che sa di punizione. La banca, nella sua risposta, ha parlato di “violazione di normative”, escludendo motivazioni politiche. Intanto sarebbe buona prassi, quando si prende una decisione, specificare le cause. La prima volta che sono stato chiamato dal direttore della filiale di Reggio Calabria mi è stato chiesto conto di alcuni pagamenti all’indirizzo di due collaboratori. Io ho risposto che li abbiamo pagati limpidamente perché lavorano, credo sarebbe stato peggio sfruttarli o pagarli in nero, o sbaglio?».

L’accusa principale mossa a Visione TV è di essere un canale di «propaganda russa». Toscano è infatti convinto che il problema sia la linea editoriale dell’emittente: «Massimiliano Coccia, marito di Picierno, ha parlato per primo di questa vicenda su Linkiesta, scrivendo che sarebbe caduta su di noi “la scure del monitoraggio bancario per propaganda filorussa”. E come faceva Coccia a sapere due mesi prima della chiusura del conto? Aveva dato una notizia oppure un input?». Linkiesta aveva citato «fonti investigative» secondo cui l’emittente avrebbe «sostenuto attivamente le politiche di invasione del Cremlino». Toscano, dal canto suo, respinge con forza queste affermazioni e sottolinea come Visione TV abbia semplicemente portato avanti un discorso critico nei confronti della NATO e dell’UE. «Noi non siamo filo-Putin né filo-Trump, ma quando parliamo del conflitto russo-ucraino ci basiamo sulla realtà oggettiva, prendendo atto del fatto che la Russia sta vincendo la guerra. Se questo basta per chiuderci i conti, allora c’è un grande problema di democrazia».

A ogni modo, Toscano non demorde: «Ora voglio andare fino in fondo rispetto a questa vicenda. Ho l’impressione che siamo in un momento molto pericoloso. Ogni regime morente cerca di blindarsi esasperando azioni e concetti. Quando si è in difficoltà si perde il senso del pudore e del limite. Io vivo questi messaggi come passaggi verso una direzione che è ancora più pericolosa, verso una repressione ancora più violenta verso chi dissente. Chiederò che la vicenda venga approfondita in ogni sede e mi auguro che qualche parlamentare se ne occupi e presenti al governo un’interrogazione urgente». Il fondatore di Visione TV ha dichiarato che l’emittente continuerà la propria attività giornalistica e ha annunciato iniziative per sensibilizzare l’opinione pubblica sul tema della censura finanziaria nei confronti di media non allineati.

[di Stefano Baudino]

Tennis, caso clostebol: Sinner squalificato per 3 mesi

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Il tennista italiano Jannik Sinner è stato squalificato per tre mesi. A comunicarlo è la WADA, l’agenzia mondiale anti-doping. La squalifica, che decorre dal 9 febbraio al 4 maggio, pone fine al caso clostebol, dal nome di uno steroide anabolizzante che Sinner ha assunto in modo inconsapevole a causa della negligenza dello staff. La versione è stata accettata dall’agenzia nell’ambito di un patteggiamento con l’atleta italiano, che salterà così gli appuntamenti di Indian Wells, Miami, Montecarlo e Madrid, rientrando per gli Internazionali di Roma.

Documenti svelano progetti di interferenza USA in Iran

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Il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti per anni ha finanziato, attraverso il fondo Near East Regional Democracy (NERD), un programma per influenzare la politica dell’Iran, volto – in ultima istanza – a rovesciare il governo di Teheran. È quanto emerge da documenti riservati e da un rapporto intitolato “U.S. Foreign Assistance to the Middle East: Historical Background, Recent Trends, and the FY2024 Request” (Assistenza estera degli Stati Uniti al Medio Oriente: retroterra storico, tendenze recenti e richieste per l’anno fiscale 2024). Nel rapporto si legge che “Per l’anno fiscale 2024, l’amministrazione Biden ha richiesto 65 milioni di dollari per NERD (10 milioni di dollari in più rispetto al livello effettivo dell’anno fiscale 2022 e al livello richiesto per l’anno fiscale 2023 di 55 milioni di dollari) per promuovere una società civile vivace, aumentare il libero flusso di informazioni e promuovere l’esercizio dei diritti umani, inclusi almeno 16,75 milioni di dollari per la libertà di Internet”. Si specifica anche che “A causa dell’ostilità tra Stati Uniti e Iran e della visione del governo iraniano del NERD come mezzo per finanziare un cambio di regime, i programmi vengono svolti tramite formazione in paesi terzi e formazione online e contenuti multimediali. Il governo degli Stati Uniti non rende pubblici le attività e i beneficiari del NERD a causa dei rischi per la sicurezza posti dal governo iraniano”. Si tratta, dunque, di programmi portati avanti contro la volontà del governo di un Paese sovrano.

Nel rapporto in questione, è presente una tabella che riassume le disposizioni relative al Medio Oriente e al Nord Africa (MENA) contenute nei testi di legge della Camera e del Senato USA e nelle relazioni di accompagnamento. Per quanto riguarda l’Iran si legge che “I fondi stanziati nell’ambito dei programmi diplomatici, dell’ESF e dei conti NADR Non-Proliferation, AntiTerrorism, Demining and Related Programs) saranno resi disponibili per sostenere: (1) la politica degli Stati Uniti per impedire all’Iran di raggiungere la capacità di produrre o altrimenti ottenere un’arma nucleare; (2) una risposta rapida a qualsiasi violazione delle risoluzioni del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite; (3) l’attuazione, l’applicazione e il rinnovo delle sanzioni contro l’Iran; e (4) i programmi per la democrazia in Iran, eufemismo per indicare un cambio del sistema di governo e del governo stesso. Il programma USA per l’Iran si preoccupa anche del libero accesso a Internet, sottolineando che “Il Comitato prende atto delle rapide restrizioni di Internet, della censura dei contenuti e delle interruzioni della rete mobile imposte dal governo iraniano in seguito all’inizio delle proteste a livello nazionale nel settembre 2022. Il Comitato sostiene la continua partnership tra il Dipartimento di Stato, l’Agenzia statunitense per i media globali, l’Open Technology Fund e altri dipartimenti e agenzie per implementare la strategia completa per promuovere l’accesso alla libertà di Internet in Iran, come richiesto dalla sezione 414 dell’Iran Threat Reduction and Syria Human Rights Act del 2012 (Legge pubblica112–159)”. Il libero accesso a Internet rende più facile la divulgazione della propaganda contro il regime degli ayatollah e l’eventuale organizzazione di proteste, sulla scia delle rivoluzioni colorate messe in atto in est Europa dalle ONG occidentali.

Da documenti trapelati di recente, visionati dal sito specializzato in Medio Oriente The Cradle, emerge la presenza di finanziamenti all’opposizione iraniana. Il NERD ha invitato i candidati a “proporre attività” che avrebbero “rafforzato gli sforzi della società civile per organizzarsi attorno a questioni di importanza per il popolo iraniano durante il periodo elettorale e per chiedere conto ai leader eletti e non eletti delle richieste dei cittadini”. L’obiettivo era inoltre quello di istruire i cittadini sui presunti “difetti dei processi elettorali iraniani” e porre particolare enfasi “allo sviluppo di strategie e attività che aumentassero la partecipazione delle donne nella società civile, nella difesa dei diritti, nello stato di diritto e negli sforzi di buona governance”. Il documento afferma di voler coltivare “un governo iraniano più reattivo e responsabile che sia internamente stabile ed esternamente un membro pacifico e produttivo della comunità delle nazioni”. Tradotto, un governo incline a assecondare i progetti di Washington in Medio Oriente e nel mondo.

NERD non è l’unico canale attraverso cui gli USA hanno esercitato ingerenze in Iran: il National Endowment for Democracy (NED), ad esempio, ha investito almeno 4,6 milioni di dollari in 51 diversi progetti in Iran tra il 2016 e il 2021, come mostrano i registri pubblici ora archiviati. Queste attività potrebbero avere influito sui disordini di massa del 2022 in Iran, anche perché la stessa NED, una settimana dopo l’inizio delle dimostrazioni, ha incoraggiato chiunque fosse interessato alla “copertura delle crescenti proteste” a seguire l’Abdorrahman Boroumand Center, organizzazione non governativa senza scopo di lucro dedicata alla promozione dei diritti umani e della democrazia in Iran, sovvenzionata proprio dal NED.

Programmi analoghi a quello iraniano sono presenti in tutto il Medio Oriente, ma una particolare attenzione è dedicata al regime degli ayatollah, considerato il più strenuo oppositore di Washington nella regione. Recentemente, dopo che Trump ha annunciato lo smantellamento dell’Agenzia statunitense per lo sviluppo internazionale (USAID) – strumento per esercitare ingerenze all’estero – l’agenzia di stampa statale iraniana IRNA ha affermato che “tagliare il bilancio dell’opposizione estera” potrebbe influenzare positivamente “la sfera delle relazioni” tra Teheran e Washington.

[di Giorgia Audiello]

Turchia, rimosso un sindaco eletto pro-curdo

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La Turchia ha rimosso un altro sindaco provinciale filo-curdo accusandolo di legami con il terrorismo e sostituendolo con un un funzionario statale. A dare la notizia è lo stesso Ministero degli Interni turco. Di preciso, a venire destituito è Abdullah Zeydan, membro del partito DEM e sindaco della provincia orientale di Van. Quello di Abdullah Zeydan risulta il decimo caso di arresto e destituzione di un sindaco dell’opposizione con accuse legate al terrorismo. I politici dell’opposizione, inoltre, hanno dovuto affrontare una serie di indagini legali, detenzioni e arresti in quello che in tanti ritengono uno sforzo del governo per mettere a tacere il dissenso e reprimere il popolo curdo.

Israele ha rilasciato 369 palestinesi, il numero più alto dall’inizio della tregua

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Sono giunti a destinazione i pullman con a bordo decine di prigionieri palestinesi, nell’ambito dello scambio che prevedeva il rientro del maggior numero di detenuti dall’inizio della tregua. Tra le persone liberate, 36 scontavano l’ergastolo nelle carceri israeliane, mentre altri 333 erano stati rapiti dall’esercito dello Stato ebraico a partire dal 7 ottobre 2023. Sono dunque 369 i palestinesi che possono tornare nelle proprie case, che si aggiungono agli altri 766 rientrati in occasione dei precedenti scambi, per un totale di 1.135 prigionieri liberati. Malgrado gli ormai consueti tentativi di smorzare l’entusiasmo da parte dell’esercito israeliano, in rete iniziano a circolare i primi video di festeggiamenti da parte della popolazione palestinese. La liberazione dei prigionieri è stata in bilico fino a giovedì 13 febbraio, quando Hamas, in seguito a una serie di colloqui con gli alleati, ha annunciato che avrebbe dato seguito al rilascio degli ostaggi israeliani. Circa una settimana fa, lo stesso gruppo palestinese aveva infatti dichiarato che avrebbe trattenuto gli ostaggi a causa delle «continue violazioni degli accordi» da parte di Israele; del resto, oggi stesso, sabato 15 febbraio, a Khan Younis, un ragazzo sarebbe stato gravemente ferito dagli spari dell’esercito di Tel Aviv.

I pullman di prigionieri sono partiti nella mattina di oggi e sono arrivati a destinazione in tarda mattinata. Il viaggio prevedeva due convogli: uno diretto a Ramallah, con a bordo 36 ergastolani, e un secondo, composto – come mostrano i video condivisi dai media arabi – da almeno una dozzina di veicoli, diretto a Khan Younis. Dei 36 ex detenuti a vita, 24 verranno deportati in Egitto, mentre 12 dovrebbero rimanere in Cisgiordania; almeno 4 di essi sono stati presi in carico dalla Mezzaluna Rossa Palestinese a causa delle loro condizioni di salute precarie. Molti dei 333 prigionieri arrivati nella Striscia di Gaza, invece, sono stati ricevuti dalla Croce Rossa per ricevere le cure mediche necessarie, che verranno loro fornite presso l’ospedale Europeo di Khan Younis. Il più anziano di questo sesto scambio è Musa Nawawra, di Betlemme: Musa ha 71 anni, di cui gli ultimi 28 passati in carcere, dove scontava due ergastoli e una pena di 21 anni. In cambio dei 369 palestinesi, Hamas ha rilasciato 3 israeliani.

Sin dalla mattina, malgrado i tentativi di impedirlo da parte dell’esercito israeliano, il popolo palestinese si è radunato per le strade per festeggiare il rientro dei propri cari. Sul web circolano video che ritraggono le forze israeliane intente a sparare lacrimogeni vicino alla casa del detenuto palestinese Nael Obeid ad Al-Isawiya, nella Gerusalemme occupata, per impedire lo svolgimento delle cerimonie di benvenuto organizzate. L’esercito avrebbe inoltre invaso le case e attaccato le famiglie dei prigionieri Hafez Sharay’a, Abdel-Rahman Miqdad, Mazen al-Qadi e dello stesso Musa Nawawra. Oltre a ciò, i media arabi riportano che l’esercito israeliano avrebbe aperto il fuoco nella città di Khuza’a, a est di Khan Younis, ferendo gravemente un «giovane uomo». In generale, dall’entrata in vigore del cessate il fuoco, sarebbero state registrate violazioni israeliane quasi ogni giorno, a esclusione di qualche sabato che coincideva con lo scambio di prigionieri, e le autorità palestinesi parlano di circa 100 morti dal 19 gennaio.

In occasione della liberazione dei prigionieri, Hamas ha organizzato un vistoso ricevimento per i 333 detenuti che dovevano rientrare nella Striscia, per lanciare un chiaro messaggio a Israele e ai suoi alleati: «Il rilascio del sesto gruppo di prigionieri nemici è la conferma che non c’è modo di liberarli se non attraverso negoziati e l’impegno a rispettare i requisiti dell’accordo di cessate il fuoco», ha scritto Hamas, in riferimento alle accuse di ripetuta violazione degli accordi che in un primo momento avevano fatto dubitare che lo scambio odierno sarebbe potuto avvenire. «Non c’è migrazione se non verso Gerusalemme», ha aggiunto il gruppo, in risposta «a tutti gli appelli allo sfollamento e alla liquidazione lanciati da Trump e da coloro che sostengono il suo percorso contro le forze del colonialismo e dell’occupazione». In questo passaggio, il riferimento è al piano di deportazione avanzato da Trump, che ha proposto uno sfollamento di massa dei palestinesi dalla Striscia per costruire la nuova «Riviera del Medio Oriente», in un vero e proprio «investimento immobiliare». Hamas, inoltre, ha rilanciato la propria volontà ad aprire il tavolo delle trattative per concordare i dettagli della seconda fase della tregua.

Nel frattempo, con la stessa benedizione di Trump, continuano le aggressioni dei coloni e l’operazioneMuro di Ferro” in Cisgiordania. Nel governatorato di Nablus si sono registrati scontri, specialmente nella città di Beita; a Betlemme i coloni hanno dato fuoco a due veicoli e ferito, riporta la Mezzaluna Rossa, 16 palestinesi durante un attacco al villaggio di Al-Minya; a Tulkarem continuano le aggressioni e gli arresti presso il campo profughi; a Jenin l’esercito israeliano ha sparato e arrestato un giovane accusandolo di portare una cintura esplosiva, per poi negare le sue stesse affermazioni. Sempre a Jenin, l’assedio israeliano va avanti da 25 giorni: l’esercito ha distrutto quasi 500 unità abitative, ucciso circa 50 persone, privato il 35% dei residenti di acqua, portato avanti 153 raid verso abitazioni e 14 attacchi aerei, arrestato almeno 150 persone. Proprio riguardo agli arresti di Jenin e Tulkarem, va sottolineato che, malgrado Israele stia liberando centinaia di prigionieri, con la scusa dell’operazione Muro di Ferro, ne sta arrestando altrettanti. Secondo gli stessi media israeliani, dieci giorni fa, in Cisgiordania, l’esercito aveva arrestato almeno 380 palestinesi. Dal 7 ottobre, mentre a Gaza si susseguivano stragi, in Cisgiordania venivano condotti raid per arrestare i cittadini; le ultime stime ufficiali parlano di oltre 10.000 arresti dall’avvio dell’operazione “Spade di Ferro”, dello stesso 7 ottobre 2023.

[di Dario Lucisano]

La repubblica di Sanremo

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Sto seguendo Roberto Benigni al Festival di Sanremo. Sono colpito delle sue battute che me lo fanno ammirare, su Bella ciao e Giorgia, quale?… che durerà nel tempo e su Trump che vorrebbe la Liguria…

Bello lo spirito toscano che prende l’attualità, i suoi protagonisti e li getta nell’arena. Questo sarebbe lo spirito antisistema, carnevalesco e sovversivo che non risparmia i potenti, che ridicolizza le loro ambizioni.

Una storia antica nel nostro Occidente, con il potere imperiale di Roma il quale favoriva addirittura le «libertates decembris» che poi avrebbero generato il Carnevale.

Un periodo senza freni inibitori, amministrato transitoriamente dalla sfrenatezza popolaresca, dal senso provocatorio del ridicolo.

Ma Benigni va verso la chiusura e scivola nella piaggeria che non compete al suo ruolo ma che forse è dovuta alle sue appartenenze. Eccolo che ricorda due anni fa  il suo colloquio lì all’Ariston col Presidente della Repubblica. Ed ecco che si riaffaccia la magia di basso profilo.

L’attore e il comico, l’intelligente e l’arguto, dopo aver stigmatizzato che agli italiani piace salire sul carro del vincitore, si estingue blaterando lodi per il nostro Presidente della Repubblica.

La sinistra banale e stonata eccola qui. Purtroppo un attore che, pur avendo le sue simpatie e antipatie, dovrebbe smarcarsi per etica, per definizione costitutiva del suo status di artista, lontano da tutti e cattivo con tutti cede a Cesare.

La logica perversa degli schieramenti e dei loro impiegati si prende un’altra volta i suoi spazi.

Mi viene in mente il cinquecentesco Bertoldo a cui scappa un peto dinanzi al sovrano. «Maestà io sono un villano, se facessi diverso sarei un re».

[di Gian Paolo Caprettini]