giovedì 3 Aprile 2025
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In Svezia una donna è stata condannata per crimini contro gli yazidi in Siria

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yazidi

Lina Ishaq, una donna svedese unitasi al gruppo jihadista Stato Islamico (ISIS) in Siria, è stata condannata a 12 anni di carcere per aver preso parte al genocidio, crimini contro l'umanità e crimini di guerra nei confronti del popolo yazida, una minoranza etnico-religiosa di lingua curda, concentrata principalmente nel Kurdistan iracheno, ma presente anche in Siria, Turchia e in alcune aree della diaspora, come Germania e Stati Uniti. Nello specifico, la cinquantaduenne è stata ritenuta colpevole di aver tenuto in schiavitù tre donne e sei bambini yazidi nella sua casa a Raqqa tra il 2014 e i...

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Belgio, decine di migliaia in piazza contro la riforma delle pensioni

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Decine di migliaia di belgi sono scesi in piazza oggi a Bruxelles per protestare contro le riforme pensionistiche previste dal nuovo governo. La polizia locale ha riferito sulla piattaforma social X che hanno aderito allo sciopero circa 60mila persone. I dimostranti si sono scontrati con la polizia fuori dalla sede del partito liberale di centro-destra MR, parte della coalizione di governo, con gli agenti che hanno utilizzato gas lacrimogeni e un cannone ad acqua. I media locali hanno descritto scontri simili presso la sede di un altra forza politica della coalizione, Les Engages, un partito cristiano democratico.

Caso Paragon, il governo nega di spiare i giornalisti: querele per chi dice il contrario

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Mercoledì 12 febbraio, in risposta a un’interrogazione parlamentare, il Governo ha esplicitato la sua posizione sullo scandalo Paragon, opponendosi all’accusa secondo la quale lo Stato italiano avrebbe adoperato uno spyware per compromettere i telefoni di giornalisti e attivisti. Il ministro per i Rapporti con il Parlamento, Luca Ciriani (FdI), è infatti intervenuto al Question Time, chiarendo che, nonostante l’Amministrazione abbia in atto un contratto con l’azienda israeliana, l’Intelligence non ha fatto nulla di male. Ciriani si è inoltre detto pronto a querelare chiunque suggerisca il contrario.

Palazzo Chigi aveva già pubblicato una nota sul caso il 5 febbraio, tuttavia molti dubbi erano rimasti irrisolti e, nel frattempo, sono emerse ulteriori indiscrezioni meritevoli di approfondimento. Federici Fornaro (PD) e Francesco Silvestri (M5S) hanno chiesto al Ministro preposto di colmare i buchi e di chiarire i non detti. “Come tutte le intelligence del mondo, anche i Servizi italiani, al fine di contrastare le organizzazioni terroristiche o criminali, in nome della sicurezza nazionale da molti anni fanno ricorso a strumenti come quelli prodotti e forniti dall’azienda Paragon Solutions”, ha risposto Ciriani.

Il Ministro ha dunque confermato che lo Stato ha in essere un contratto con l’azienda israeliana e ha negato formalmente quanto riportato dal The Guardian, ovvero che la Paragon Solutions abbia interrotto i rapporti con l’Italia a seguito di una violazione del codice etico del contratto siglato. “Va dato atto che la società Paragon Solutions ha garantito la fornitura del servizio, in ottemperanza alle clausole contrattuali, con massima professionalità e serietà. Nessuno ha rescisso in questi giorni alcun contratto nei confronti dell’intelligence. Tutti i sistemi sono stati e sono pienamente operativi contro chi attenta agli interessi e alla sicurezza della Nazione”.

Questi servizi, ha garantito Ciriani reiterando la posizione del Governo, non sarebbero stati adoperati dallo Stato per spiare i giornalisti e gli attivisti che ne contestano le scelte politiche. Detto questo, il Ministro non ha però mancato di notare che “la puntuale e costante applicazione della legge 124/2007 [quella che tutela le azioni a danno dei giornalisti, ndr] non esclude la disponibilità ad aggiornare la legislazione medesima, se necessario”. Attraverso l’interrogazione parlamentare è emerso anche che, martedì 11, l’Agenzia Informazioni e Sicurezza Esterna (AISE) ha riferito al Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica (Copasir) sull’uso dello spyware.

Non ci sono stati chiarimenti sul chi abbia a questo punto spiato il Direttore di Fanpage, Francesco Cancellato, e gli attivisti che si oppongono al Governo, men che meno il perché. Il Ministro dei trasporti e Vicepresidente del Consiglio Matteo Salvini (Lega) aveva esplorato il tema ammettendo la propria ignoranza, ma suggerendo che “occorre un momento di chiarezza in quelli che sembrano regolamenti di conti all’interno dei servizi di Intelligence che svolgono un ruolo fondamentale per la stabilità, la sicurezza e la democrazia del Paese”. 

Seguendo il ragionamento della salviniana opinione, insomma, potrebbe non essere stata l’Intelligence a spiare i cittadini italiani, bensì un gruppo di dissidenti interni ai Servizi Segreti che ha agito in autonomia. Illazioni su cui è forse meglio non attardarsi troppo, visto che il Governo è pronto a sguinzagliare i propri avvocati. “Il Governo intende adire le vie legali nei confronti di chiunque, in questi giorni, lo ha direttamente accusato di aver spiato i giornalisti. Come tutti hanno potuto constatare, il Governo non ha spiato i giornalisti, ma semmai li ha portati in salvo”, ha concluso Ciriani.

[di Walter Ferri]

Corte Costituzionale: eletti i giudici mancanti

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Dopo più di un anno di riunioni andate a vuoto, il Parlamento ha eletto i quattro giudici della Corte Costituzionale che mancavano all’appello. Il via libera è arrivato in seduta congiunta dopo 14 votazioni per un giudice e 5 per gli altri tre. È infatti dal novembre 2023 che il Parlamento non trovava un accordo per la sostituzione di Silvana Sciarra, mentre a dicembre erano scaduti i mandati di altri tre giudici. I giudici eletti sono tutti giuristi e professori universitari: Roberto Cassinelli, voluto da Forza Italia; Massimo Luciani, sostenuto dalle opposizioni; Francesco Saverio Marini, consigliere giuridico di Giorgia Meloni; e Maria Alessandra Sandulli, sostenuta da entrambe le parti.

La transizione di Eni si fa con il gas, meglio se comprato dagli Stati Uniti

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La transizione energetica in Italia avverrà con nuovi metanodotti, con il gas liquido trasportato via nave, con lo stoccaggio della CO₂ nei vecchi giacimenti esauriti, eventualmente anche con il nucleare. Sicuramente non con le fonti rinnovabili. È questo il messaggio che emerge forte e chiaro da un convegno tenutosi a Ravenna, organizzato da Il Resto del Carlino, dal titolo Energia e sostenibilità, a cui hanno partecipato alcuni dei principali protagonisti della politica energetica italiana: l’amministratore delegato di Eni, Claudio Descalzi, l’amministratore delegato di Snam, Stefano Venier, e il presidente di Confindustria, Emanuele Orsini. Tutti concordi su un punto: la crisi energetica si supera diversificando le fonti di approvvigionamento. Tuttavia, non potenziando l’eolico, il solare o l’idroelettrico, bensì costruendo sempre più infrastrutture per acquistare gas da qualsiasi paese sia disposto a vendercelo. Ovviamente con l’eccezione della Russia: «Anche dopo la fine della guerra in Ucraina non torneremo al gas russo» è stato il commento, lapidario, di Descalzi.

Il tema è di grande attualità, soprattutto considerando che a gennaio il prezzo dell’elettricità in Italia ha registrato una nuova impennata,con un aumento del 44%. «In base ai dati del 2024, l’Italia sta pagando l’87% in più rispetto alla Francia, il 72% in più rispetto alla Spagna e il 38% in più rispetto alla Germania» ha spiegato Orsini, esprimendo forte preoccupazione per le ricadute sul settore industriale. Aumenti che, inevitabilmente, si rifletteranno anche sulle bollette degli italiani: secondo le stime di Nomisma, nel 2025 le famiglie spenderanno in media 216 euro in più rispetto ai già elevati costi del 2024. Sempre che il mercato si mantenga stabile, evento sempre più raro.

L’aumento dei costi in Italia è legato al fatto che il prezzo dell’elettricità è strettamente connesso a quello del gas e che il nostro Paese continua a farne largo uso: oltre la metà della produzione energetica nazionale deriva da fonti fossili, mentre le rinnovabili restano ferme al 19%. Negli ultimi giorni si è discusso molto della forte crescita economica della Spagna, il cui PIL è aumentato del 3,2% nel 2024. Molti analisti concordano sul fatto che uno dei fattori determinanti sia proprio il basso costo dell’elettricità, dovuto allo sviluppo massiccio delle energie rinnovabili, che nel 2024 hanno coperto il 57,5% del fabbisogno energetico del Paese. Nel nostro paese, invece, gli impianti eolici restano bloccati, mentre si dà priorità alla rigassificazione del gas liquido, importato via mare principalmente dagli Stati Uniti. Del resto, il presidente Donald Trump è stato chiaro: «Se l’Europa vuole evitare i dazi, dovrà investire in armi e in GNL» ha dichiarato nei giorni scorsi. Un invito di fronte al quale la “sovranissima” Italia si è già pienamente allineata.

Proprio a Ravenna, Snam è pronta ad accogliere la nave rigassificatrice BW Singapore, che arriverà in porto tra pochi giorni dopo un iter accelerato, che ha permesso di approvare e realizzare il progetto in meno di due anni. L’impianto entrerà in funzione ad aprile e, da quel momento, inizieranno gli arrivi delle navi cariche di gas liquido statunitense (Inutile sottolineare quanto costi, sia economicamente che a livello di impatto ambientale, trasportare gas via nave invece che attraverso un gasdotto). Ravenna è sempre più strategica per Snam ed Eni, che puntano a trasformarla in un hub europeo del gas. Tra i progetti principali, spicca il metanodotto Linea Adriatica, che partirà dalla provincia di Taranto per raggiungere il Nord Europa passando proprio per Ravenna. Inoltre, nuovi condotti collegheranno l’Italia ai giacimenti di gas in Egitto e Libia: «E qual è la prima porta d’accesso in quei territori per l’Europa?» ha domandato Venier. «Indubbiamente Ravenna».

E la transizione energetica? Secondo Venier e Descalzi, dovrebbe passare principalmente attraverso il sistema di stoccaggio della CO₂ (Carbon Capture and Storage, CCS). Anche in questo caso, Ravenna è all’avanguardia: qui è stato inaugurato il primo impianto in Italia, che prevede l’iniezione della CO₂ prodotta dalle industrie locali nei giacimenti di gas esauriti al largo dell’Adriatico, con l’obiettivo di ridurre le emissioni. Tuttavia, questa tecnologia è controversa: uno studio del 2022 ha rilevato che 10 dei 13 principali impianti CCS nel mondo hanno fallito o funzionato ben al di sotto delle aspettative.

Insomma, questi sono i piani di “Energia e sostenibilità”: in un’ora di colloquio con il presidente della Regione Michele de Pascale, i due amministratori delegati hanno sorvolato quasi completamente sullo sviluppo delle fonti rinnovabili. L’unico accenno, segnalato con poco entusiasmo, è stato a un progetto bloccato da anni, che tuttavia potrebbe realmente segnare un passo in avanti per l’Italia nel settore dell’energia pulita: il parco eolico Agnes.

Si tratta di un impianto offshore da 75 turbine, al largo dell’Adriatico, che insieme ai pannelli fotovoltaici potrebbe generare energia pulita e a basso prezzo, sufficiente a soddisfare il fabbisogno di mezzo milione di famiglie. A Ravenna se ne è iniziato a parlare ben prima del rigassificatore, eppure i lavori non sono ancora partiti. L’impianto per la riconversione del gas liquido invece, altamente inquinante e a caro prezzo, sarà operativo tra poche settimane e godrà di una concessione di 25 anni.

[di Fulvio Zappatore]

Dalle pale agli asini: i nuovi capolavori dei media sulla “crisi” dell’esercito russo

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Gli asini scendono letteralmente in campo nel conflitto russo-ucraino, ritagliandosi con gli zoccoli un piccolo ruolo da protagonisti sui media mainstream. Pubblicata con enfasi da Il Messaggero (Guerra ucraina, russi a cavallo? «Esaurite le scorte militari». Il generale Sobolev: «Asini per trasportare munizioni»), la notizia è stata desunta da un pezzo traduci, copia e incolla di Newsweek, che ci informa che la Russia avrebbe iniziato a schierare le sue truppe a cavallo – divenute poi misteriosamente asini – in Ucraina, a causa della carenza di equipaggiamenti, «mentre emergono notizie secondo cui il presidente Vladimir Putin avrebbe quasi esaurito le sue scorte militari sovietiche». 

Secondo la rivista statunitense, che è ancora in attesa di conferma via mail dal governo russo (che non escludiamo abbia preso la missiva come uno scherzo o un tentativo di phishing), esaurite le scorte militari (ma non erano già finite?), ora ci sarebbero gli asini a trasportare le munizioni, a dimostrazione delle “gravi difficoltà della Russia”. A testimonianza della ricostruzione, alcuni misteriosi e traballanti video pubblicati su X e rilanciati da Anton Gerashchenko, attuale consigliere ed ex viceministro presso il Ministero degli affari interni dell’Ucraina, e l’intervista del 6 febbraio del generale Viktor Sobolev, membro della Duma di Stato russa, al Gazeta. In questa intervista, il generale spiega che «i droni ucraini danno la caccia principalmente ai veicoli che forniscono munizioni e cibo alle unità e alle suddivisioni situate in prima linea» e che, quindi, si è deciso di ricorrere agli asini. Il che non significa, sia chiaro, che i soldati russi combattono a dorso d’asino come un moderno Sancho Panza, ma che si è pensato a un escamotage per evitare che i droni continuino a impallinare i blindati russi. Un soldato interpellato da Newsweek avrebbe spiegato che gli asini vengono assegnati alle unità di supporto, adducendo difficoltà nel trasporto dovute alla distruzione dei camion militari: «Abbiamo problemi con i trasporti, i nostri camion vengono distrutti. Quindi ora abbiamo un asino per trasportare le munizioni». La notizia era troppo ghiotta per non ritagliarsi ampio spazio sulle colonne dei media pro-Kiev.

Il 4 febbraio Forbes ha pubblicato un articolo in cui, invece di fare chiarezza sui video di alcuni soldati a cavallo che circolano sui social russi, si plaude alla de-meccanizzazione della fanteria russa: «È finalmente successo. Un video che è circolato sui social media questa settimana mostra due soldati russi a cavallo nel fangoso paesaggio ucraino». Davide Ascia, autore del pezzo, è però consapevole «che questo non significa che la Russia stia perdendo la guerra più ampia. Per quanto gravi siano i problemi di generazione di forza della Russia, quelli dell’Ucraina sono peggiori». 

La crisi del Cremlino è sicuramente il sogno pruriginoso dell’Occidente collettivo che dall’inizio dell’Operazione Speciale ci ha regalato alte vette di informazione: dai russi costretti a combattere senza calzini perché «Sul campo di battaglia neanche il freddo sta con Putin»(cit. Il Foglio, 26 novembre 2022) e a mani nudi con le pale, (Guerra nucleare? Missili ipersonici? La Russia (senza fondi) combatte con le pale e i carri armati della Seconda guerra mondiale, sempre Il Messaggero, 6 marzo 2023) all’esaurimento dei chip (ancora Il Messaggero, Russia a secco di chip, in crisi industria e difesa. Così soffre la macchina bellica, 7 settembre 2022). Mancano all’appello sono le fionde e i gavettoni.

La narrazione dominante è oscillata dalla cronaca delle presunte efferatezze russe alle ingenue ricostruzioni delle difficoltà dell’esercito russo (vi ricordate la bufala dei forni crematori mobili pubblicata dal Telegraph in cui affermava che, in Ucraina, l’esercito russo portava al proprio al seguito dei forni crematori mobili per nascondere le sue perdite, con tanto di video fake a corredo?). La guerra sembrava sempre sul punto di finire, grazie alla fantomatica controffensiva ucraina, che nel 2022 ha inebriato i media occidentali: questi, storditi dai fumi delle analisi alcoliche pro-Kiev, hanno pregustato nuove schiaccianti vittorie. A due anni e mezzo di distanza, smuovere quei ricordi può essere doloroso, come ripercorrere lo stato dell’informazione del nostro Paese.

È bene ricordare come i media mainstream abbiano ripetuto a spron battuto che la Russia non era più in grado di sostenere la guerra. Sempre sul punto di collassare. Solo che questo “punto” si spostava sempre più in là, come avviene nelle migliori profezie che non si realizzano. Se non è avvenuto oggi, accadrà “domani”.

Dal marzo 2022, infatti, la stampa occidentale ha più volte insistito sulla narrazione secondo la quale la Russia sarebbe senza risorse, armi né munizioni, incapace di continuare a sostenere il conflitto. A ripeterlo è stato anche il capo dell’intelligence militare ucraina, Kyrylo Budanov, che nel marzo 2023 si diceva convinto che «l’esercito russo fallirà nei suoi obiettivi questa primavera, esaurirà i suoi strumenti di guerra». Insomma, tre mesi e poi tutti a casa. Peccato che siano passati quasi due anni da questa litania, rimbalzata sui quotidiani, ma smentita dai fatti. 

Il 4 marzo del 2022, già La Stampa sosteneva questa versione: secondo l’economista Vladimir Mirov – collaboratore di Navalny – Putin aveva finito le risorse e la guerra in Ucraina si sarebbe fermata entro 2-3 settimane al massimo. L’intervista era stata ripresa da Open e altri colleghi, con scarse doti di lungimiranza, ma in prima linea sul fronte dell’Inquisizione digitale. A prefigurare l’imminente collasso del Cremlino era anche il Wall Street Journal che, sempre a marzo 2022, sosteneva che «Putin potrebbe temere più il default che la sconfitta in Ucraina». Sempre a marzo, il WSJ sosteneva che il conflitto sarebbe durato al massimo due settimane. Ursula von der Leyen, che esattamente un anno fa invitava l’Europa ad armarsi per salvaguardare la libertà dell’UE dalle mire espansionistiche del Cremlino (si sa mai che arrivi fino al Portogallo), ora chiama a raccolta l’UE dichiarando che «oggi si fa la storia, spezzate le catene con la Russia». Ma a risultare spezzata sembra semmai la credibilità degli osservatori occidentali.

[di Enrica Perucchietti]

Milano dice sì al decreto urbanistico sulla cementificazione senza regole

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Nonostante le proteste dei comitati locali, degli ambientalisti e di numerosi accademici, il Consiglio comunale di Milano ha approvato l’ordine del giorno a sostegno del controverso decreto “Salva Milano”. La normativa, fortemente voluta dall’amministrazione del sindaco Beppe Sala, prevede un allentamento delle regole urbanistiche, facilitando l’approvazione di nuovi progetti edilizi, compresi quelli precedentemente bloccati per mancata conformità al piano urbanistico comunale. Le critiche della società civile sono nette: il provvedimento rischia di aprire le porte a una deregolamentazione che favorisce gli speculatori immobiliari e riduce i margini di controllo sulle costruzioni. A livello nazionale, la legge è stata già approvata alla Camera ed è ora in esame al Senato: nonostante il nome “Salva Milano”, gli effetti del provvedimento non sarebbero limitati alla città meneghina, ma influenzerebbero anche le altre realtà urbane.

Il Consiglio comunale di Milano si è espresso, con 22 sì e 7 no, a favore del via libera del Parlamento al contestato decreto “Salva Milano”. La proposta di legge nazionale, che mira a fornire un’interpretazione autentica di norme urbanistiche esistenti, avrebbe valenza su tutto il territorio italiano. L’ordine del giorno votato dai consiglieri milanesi, proposto da Partito Democratico, Lista Sala e Riformisti, è invece un atto politico locale, senza valore vincolante, ma dal forte significato politico. Il provvedimento ha spaccato la maggioranza. A dire no sono stati tre consiglieri di Europa Verde e uno del PD, che hanno definito il decreto una vera e propria sanatoria edilizia. Il fronte ambientalista e urbanistico si è mobilitato inviando a Palazzo Madama un appello firmato da 180 accademici, tra cui esponenti di spicco come Salvatore Settis e Paolo Maddalena, che hanno denunciato il rischio di un’urbanizzazione selvaggia senza una visione organica della città. Mentre il centrosinistra ha portato avanti l’odg con una maggioranza risicata e frammentata, il centrodestra ha giocato su più tavoli: da un lato la Lega ha espresso contrarietà, con Matteo Salvini che ha però rivendicato la paternità della norma; dall’altro Fratelli d’Italia ha utilizzato il decreto come strumento politico, accusando il PD di incoerenza.

Il provvedimento è al centro di forti critiche perché potrebbe favorire la speculazione immobiliare, incentivando nuove costruzioni senza adeguate garanzie urbanistiche. Nello specifico, il decreto chiarisce infatti che l’approvazione preventiva di un piano particolareggiato o di lottizzazione convenzionata non è obbligatoria per interventi edilizi in aree già urbanizzate, compresi nuovi edifici, demolizioni e ricostruzioni con aumento di volume o altezza, andando a considerare conformi gli interventi realizzati prima dell’entrata in vigore della nuova normativa, anche senza piani urbanistici approvati, a meno che non sia stata disposta la demolizione. Il provvedimento amplia inoltre la definizione di «ristrutturazione edilizia», ​​includendo demolizioni e ricostruzioni che modifichino sagoma, prospetti e volumetrie, purché rispettino la normativa regionale e comunale, sancendo che gli interventi potranno superare i limiti di altezza e densità stabiliti dalle norme precedenti, salvo che non ci sia un «interesse pubblico concreto» al loro rispetto.

Un ulteriore punto controverso riguarda l’impatto economico del decreto. Ufficialmente si afferma che la norma non avrà costi aggiuntivi per lo Stato, ma tale tesi è stata smentita da Aldo Travi, Professore Emerito di Diritto Amministrativo dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. In una comunicazione inviata al Senato, Travi ha evidenziato che l’approvazione del provvedimento comporterà invece oneri aggiuntivi per gli enti locali. Infatti, ha scritto il docente, «i Comuni che, attenendosi a una corretta interpretazione della legge e agli orientamenti giurisprudenziali, hanno qualificato gli interventi come nuove costruzioni, e non come ristrutturazioni edilizie, dovranno restituire ai cittadini gli importi riscossi in più: come è noto, infatti, i contributi per le nuove costruzioni sono più elevati di quelli per le ristrutturazioni edilizie».

Intanto, fuori da Palazzo Marino, la mobilitazione contro il decreto non si è fermata. Comitati civici, sindacati e associazioni ambientaliste hanno manifestato per denunciare una visione urbanistica che mette al primo posto gli interessi dei grandi gruppi immobiliari a discapito della sostenibilità e della qualità della vita dei cittadini. «Salviamo Milano dal cemento», recitavano gli striscioni esposti dai manifestanti, mentre il dibattito interno alla maggioranza rivelava tutte le contraddizioni della politica urbanistica dell’amministrazione Sala. Secondo i dimostranti, il provvedimento rappresenta una chiara vittoria della speculazione edilizia sulla pianificazione urbanistica, aggravando i problemi di vivibilità della città.

[di Stefano Baudino]

Monaco di Baviera, auto sulla folla: 20 feriti

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Un’automobile si è schiantata sulla folla a Monaco di Baviera, in Germania, ferendo almeno 20 persone. Secondo i giornali locali, prima della collisione si sarebbero sentiti degli spari, ma non è ancora nota la natura dell’incidente. Un cronista tedesco riferisce che potrebbe esserci una vittima. Dalle ricostruzioni, sembra che l’auto abbia investito un folto gruppo di persone che partecipavano a una manifestazione legata a uno sciopero indetto dal sindacato Verdi. Oggi, inoltre, la città tedesca sarà sede di incontri diplomatici tra i funzionari tedeschi, il vicepresidente degli Stati Uniti JD Vance e il presidente ucraino Volodymyr Zelenskiy. L’incidente è avvenuto a circa 1,5 chilometri dalla sede degli incontri.

Trump a colloquio con Putin e Zelensky per discutere di pace, ma senza l’UE

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Il presidente statunitense Donald Trump ieri ha tenuto conversazioni telefoniche prima con il capo russo, Vladimir Putin, e poi con quello ucraino, Volodymyr Zelensky, escludendo di fatto le nazioni europee dalle trattative per la pace tra Russia e Ucraina. Uno smacco per l’Ue che ha rivendicato, per ora senza successo, un ruolo centrale al tavolo dei negoziati, in nome della sicurezza europea. Secondo quanto riportato dallo stesso Trump, i colloqui telefonici hanno gettato le basi per avviare i negoziati e porre fine alla guerra in Ucraina che va avanti ormai da tre anni: «Penso che siamo sulla strada giusta per ottenere la pace. Penso che il Presidente Putin voglia la pace, il Presidente Zelensky voglia la pace e io voglio la pace. Voglio solo vedere che la gente smette di essere uccisa», ha affermato l’inquilino della Casa Bianca, aggiungendo che anche il capo del Cremlino desidera porre fine velocemente alla guerra. «Lui vuole che finisca. Non vuole finirla e poi tornare a combattere sei mesi dopo», ha detto Trump ai giornalisti nello Studio Ovale. Dopo la telefonata con Putin, durata più di un’ora, il presidente americano ha parlato anche con il presidente ucraino. «Ho avuto una conversazione significativa con @POTUS (President of The United States [n.d.r.]). Abbiamo parlato delle opportunità per raggiungere la pace, discusso della nostra disponibilità a lavorare insieme, e delle capacità tecnologiche dell’Ucraina, compresi i droni e altre industrie avanzate», ha scritto Zelensky su X.

Parlando direttamente con Putin e Zelensky, il presidente statunitense ha di fatto tagliato fuori le nazioni europee dalla preparazione agli accordi per una futura pace. Cosa che ha infastidito i governi europei, in particolare Gran Bretagna, Francia e Germania. I rappresentanti delle principali nazioni europee hanno dichiarato mercoledì che avrebbero dovuto prendere parte a qualsiasi futura negoziazione sul destino dell’Ucraina e che solo un accordo equo con garanzie di sicurezza avrebbe assicurato una pace duratura. Hanno, inoltre, affermato di essere pronti a sostenere  ancora l’Ucraina per metterla in una posizione di forza. Tuttavia, la portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, rispondendo a una domanda della stampa, ieri ha dichiarato che «non ci sono nazioni europee attualmente coinvolte». Una vera e propria sconfitta per l’Ue, estromessa dalle trattative su una guerra che ha luogo proprio nel cuore dell’Europa e dovuta alla sua mancanza di autonomia sul piano geopolitico e alla sua debolezza economico-politica.

I colloqui telefonici sono avvenuti dopo che il segretario alla Difesa americano, Pete Hegseth, aveva dichiarato che Kiev avrebbe dovuto rinunciare ai suoi obiettivi di unirsi alla NATO e di riconquistare tutto il territorio occupato dalla Russia, segnando un cambiamento radicale nell’approccio di Washington al conflitto rispetto all’amministrazione precedente. «Vogliamo, come voi, un’Ucraina sovrana e prospera. Ma dobbiamo iniziare riconoscendo che tornare ai confini dell’Ucraina pre-2014 è un obiettivo irrealistico», ha detto Hegseth durante un incontro presso la sede della NATO a Bruxelles, aggiungendo anche che «Inseguire questo obiettivo illusorio non farà che prolungare la guerra e causare più sofferenza». Il segretario alla Difesa ha poi spiegato che qualsiasi pace duratura deve includere «robuste garanzie di sicurezza per assicurare che la guerra non ricominci», affermando però che le truppe statunitensi non saranno dispiegate in Ucraina come parte di tali garanzie. In un post sulla sua piattaforma social, Trump ha affermato che il Segretario di Stato Marco Rubio, il Direttore della CIA John Ratcliffe, il Consigliere per la sicurezza nazionale Michael Waltz e l’inviato per il Medio Oriente Steve Witkoff avrebbero guidato i negoziati per porre fine alla guerra.

La trasformazione inevitabile dei confini dell’Ucraina e l’impossibilità della sua adesione alla NATO sono le grandi novità che al momento sembrano emergere dai colloqui telefonici e dalle dichiarazioni dei funzionari statunitensi. Ma l’elemento più significativo è la sconfitta dell’Unione Europea, destinata a un ruolo irrilevante in un contesto in cui vengono potenzialmente ridefiniti i rapporti di forza e gli equilibri internazionali.

[di Giorgia Audiello]

Israele consolida l’occupazione del Golan siriano costruendo nove basi militari

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Dopo due mesi dalla caduta di Assad, l’espansione militare israeliana all’interno del territorio siriano non sembra volersi arrestare. Secondo immagini satellitari diffuse inizialmente dal Washington Post, le forze israeliane penetrate nella zona cuscinetto in Siria avrebbero già iniziato a insediarvisi e a stabilire basi militari. Le rivelazioni sono trapelate all’inizio del mese di febbraio, ma stanno venendo integrate giorno dopo giorno dall’apparizione di nuove possibili immagini di strutture e siti di costruzione. In totale, sembra che Israele stia edificando nove distinte basi con relative infrastrutture stradali in un’area che si estende dal Monte Hermon al triangolo di confine nel Golan meridionale, e che voglia fermarvisi permanentemente. Le strutture, infatti, si starebbero dotando di tutto il necessario per affrontare le condizioni climatiche rigide della stagione invernale, così come delle infrastrutture e attrezzature essenziali per fungere da centri di osservazione strategica e di sicurezza.

Le prime informazioni circa la possibile costruzione di basi militari in Siria da parte dell’esercito israeliano sono state condivise dal Washington Post lo scorso 2 febbraio e riportate dai media israeliani. Nel suo articolo, il quotidiano statunitense, osservando immagini satellitari, rivelava l’avvenuta costruzione di due basi militari sul lato siriano delle Alture del Golan, con annesse strade appena asfaltate a collegarle. Inoltre, le immagini satellitari fornite dal giornale identificano un’area con evidenti lavori di costruzione in atto, situata diversi chilometri a sud delle precedenti. Le due nuove strutture, sostiene l’analista William Goodhind, sembrano essere dotate di tutte le attrezzature necessarie per fungere da punti di osservazione avanzati e appaiono simili alle altre basi di osservazione israeliane già situate sulle Alture del Golan. La prima struttura sarebbe collocata vicino alla città di Jabata al-Khashab e sembrerebbe in una fase di costruzione più avanzata, mentre la seconda si troverebbe più a sud, vicino ad Al-Hamidiyah. La posizione della struttura di Jabata al-Khashab garantirebbe a Israele l’accesso a punti di osservazione strategici, mentre quella di Al-Hamidiyah agevolerebbe il pieno sfruttamento della rete stradale della regione. La strada appena asfaltata, invece, si troverebbe a circa 15 chilometri a sud della città di Quneitra e correrebbe dalla linea di confine fino alla cima di una collina vicino al villaggio di Kodana.

Il giorno dopo le rivelazioni del Washington Post, l’unità di verifica dell’emittente qatariota Al Jazeera (denominata Sanad) ha diffuso ulteriori immagini, ottenute il 19 dicembre 2024 e l’1 febbraio 2025, che mostravano altre quattro basi già edificate e una quinta in fase di costruzione, parlando in totale di sette strutture. Alle basi di Jabata al-Khashab e Al-Hamidiyah, Al Jazeera ne aggiungeva una a ovest del villaggio di Hadar, una a nord di Quneitra, due a sud del lago Aziz e una sopra Tal al-Ahmar. Nei pressi delle basi, Sanad osservava anche cantieri aperti per costruire strade. Al Jazeera, inoltre, riportava una serie di testimonianze da parte dei cittadini siriani residenti all’interno e nelle vicinanze della zona demilitarizzata, che parlavano dei movimenti dell’esercito israeliano: secondo gli abitanti locali, in questi ultimi due mesi i militari israeliani avrebbero installato posti di blocco, condotto arresti e organizzato incursioni nelle abitazioni e nei punti di chiusura delle strade dell’area. Alle immagini di Al Jazeera è seguito un articolo dell’emittente saudita Al-Arabiya, che, citando fonti militari israeliane, ha parlato della costruzione di altre due strutture, senza tuttavia fornire dettagli sulla loro ubicazione. I siti militari, scrive Al-Arabiya, farebbero parte «degli sforzi in corso da parte di Israele per creare una zona cuscinetto tra la Siria e le Alture del Golan, con l’obiettivo primario di rafforzare la difesa della regione nord-orientale». In totale si parla dunque di nove distinte strutture militari.

La presunta costruzione di basi militari all’interno della zona cuscinetto al confine con la Siria e nell’area a controllo siriano farebbe parte della più ampia operazione “Frecce di Basar”, lanciata dopo la caduta di Bashar Al-Assad. Con essa, l’esercito e l’aviazione israeliana hanno portato avanti un piano di distruzione totale delle capacità militari del Paese, finendo per demolire circa l’80% di esse. Pochi giorni dopo, Israele ha approvato un piano per espandere i propri insediamenti nelle Alture del Golan occupate, raddoppiando la popolazione nell’area mediante l’installazione di nuove infrastrutture energetiche e l’implementazione di servizi educativi e residenziali da portare avanti nel Golan già occupato. Il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, inoltre, ha dichiarato che le forze militari israeliane sarebbero rimaste nella zona demilitarizzata siriana fino a data da destinarsi e comunque almeno fino alla fine del 2025; la possibile installazione di queste nuove basi, unitamente ai piani di espansione delle colonie e alle dichiarazioni di Netanyahu, che ha sempre definito il Golan territorio di Israele, sembrano svelare in maniera chiara le mire dello Stato ebraico, che coinciderebbero con l’occupazione – fino ad arrivare a una possibile annessione – dell’intero Golan siriano.

[di Dario Lucisano]