Le disuguaglianze estreme non sono un effetto inevitabile della globalizzazione o dello sviluppo economico, ma il prodotto di scelte politiche, lacune fiscali e di una persistente sottovalutazione delle ricadute sociali e democratiche della concentrazione di ricchezza. È quanto emerge dal World Inequality Report 2026, frutto del lavoro di oltre 200 ricercatori internazionali e coordinato dal World Inequality Lab, osservatorio co-diretto da Lucas Chancel, Thomas Piketty e Rowaida Moshrif, con Facundo Alvaredo, Emmanuel Saez e Gabriel Zucman alla guida scientifica. Il rapporto di 208 pagine lanc...
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Il primo ministro bulgaro Rosen Zhelyazkov ha rassegnato le dimissioni del suo governo. L’annuncio arriva poco prima di una seduta parlamentare, in cui i legislatori bulgari avrebbero dovuto votare la fiducia all’esecutivo. Le dimissioni del premier seguono settimane di proteste da parte del popolo bulgaro, sceso in piazza contro le politiche economiche del Paese; le proteste sono state lanciate per contestare la manovra di bilancio del governo, che prevedeva un aumento dei contributi sociali e il raddoppio dell’imposta sui dividendi.
L’Islanda si aggiunge ufficialmente all’ondata di defezioni dall’Eurovision 2026. L’emittente pubblica islandese RÚV ha infatti annunciato che non invierà un concorrente né trasmetterà il concorso a Vienna – in programma il prossimo maggio – per protestare contro la decisione dell’EBU di mantenere in gara la televisione di Stato israeliana. La scelta, comunicata formalmente all’organizzazione, segue le rinunce già deliberate da Spagna, Paesi Bassi, Irlanda e Slovenia e nasce dalla forte pressione pubblica e dalle critiche sul ruolo politico del contest dopo gli avvenimenti legati al conflitto in Gaza. Al contrario, nel dibattito interno all’EBU, l’Italia ha sostenuto la partecipazione del broadcaster israeliano Kan, affermando che prenderà parte alla gara.
La decisione di RÚV è stata motivata con parole dure verso la gestione del dossier da parte dell’EBU: «Abbiamo deciso di non partecipare all’Eurovision Song Contest di Vienna il prossimo anno», comunica l’emittente islandese, che ricorda come la vicenda abbia provocato divisioni interne e polemiche. In un passaggio ufficiale la televisione sottolinea che, «considerato il dibattito pubblico in corso nel Paese e le reazioni alla decisione presa la scorsa settimana dall’EBU, è chiaro che né gioia né serenità prevarranno riguardo alla partecipazione della RÚV all’Eurovision. La RÚV ha quindi deciso di comunicare oggi all’EBU che non prenderà parte all’Eurovision il prossimo anno».
L’allargarsi del boicottaggio è la reazione alla scelta dell’EBU, presa dopo un pacchetto di riforme al regolamento — tra cui la riduzione del numero massimo di televoti per utente e il ritorno delle giurie nelle semifinali — ma senza mettere formalmente ai voti la partecipazione di Israele. La mossa islandese interrompe una lunga serie di partecipazioni: RÚV lascia la gara dopo 21 edizioni consecutive (22 contando l’annullamento del 2020) e valuta ancora il futuro del proprio selettore nazionale, il Söngvakeppnin. Pur ritirandosi, l’emittente precisa che l’Eurovision «andrà regolarmente in onda», lasciando intendere che la protesta riguarda la partecipazione e non la fruizione del programma.
Dopo mesi di discussioni, in seguito all’annuncio ufficiale che Israele parteciperà all’Eurovision Song Contest del 2026, Irlanda, Paesi Bassi, Slovenia e Spagna hanno ritirato la loro partecipazione dall’evento proprio a causa della presenza israeliana. La decisione, presa formalmente a inizio dicembre, ha fatto eco alle dichiarazioni rilasciate nel corso degli ultimi mesi. Spagna e Irlanda hanno anche precisato che non trasmetteranno l’evento nelle proprie reti. Da tempo, infatti, si sono fatte promotrici di una campagna di boicottaggio verso l’emittente israeliana Kan, come forma di solidarietà al popolo palestinese e condanna del genocidio. La discussione sull’eventuale esclusione di Israele dalla competizione va avanti da anni, ma è esplosa da aprile 2025, poco prima dell’apertura dell’ultima edizione.
Il nostro Paese, invece, si muove in senso contrario. La radiotelevisione pubblica italiana (RAI) ha infatti annunciato sabato scorso il proprio sostegno alla partecipazione di Israele all’Eurovision Song Contest 2026, confermando che anche l’Italia parteciperà all’evento. «In qualità di membro dei Big Five l’Italia è da sempre tra i Paesi che hanno creduto e investito nell’Eurovision Song Contest, contribuendo in modo significativo, anche economicamente, al suo sviluppo e al suo successo internazionale – recita il comunicato diffuso dalla tv di Stato italiana –. Negli ultimi anni il nostro impegno è cresciuto costantemente, a testimonianza del valore che attribuiamo a un evento che rappresenta la più longeva manifestazione musicale internazionale, capace di unire culture diverse in una celebrazione comune. L’impegno di Rai all’interno della competizione è conferma della volontà di rafforzare il ruolo dell’Italia nella promozione di musica, cultura e spettacolo a livello internazionale».
«Pick your baby» («Scegli il tuo bambino»), «Have your best baby» («Ottieni il tuo figlio migliore»). Nucleus Genomics, una startup americana di procreazione artificiale, ha tappezzato New York con enormi cartelloni con i volti patinati di neonati, pubblicizzando i suoi servizi di “ottimizzazione genetica”. La promessa è semplice: analizzare il genoma degli embrioni e permettere ai futuri genitori di scegliere quello con il “profilo genetico migliore”, in base a un’analisi che misura probabilità di salute, aspetto, intelligenza e persino predisposizione a malattie psichiatriche. Una strategia che sta prendendo sempre più piede nella Silicon Valley, volta a superare i confini della genetica riproduttiva e allevare “super-bambini” su misura, riaprendo la porta a nuove forme di eugenetica.
Kian Sadeghi, il venticinquenne fondatore e CEO di Nucleus Genomics, ritiene che ogni genitore abbia il diritto di fare proprio questo, selezionando le qualità che desidera per il proprio figlio, dall’altezza al peso all’intelligenza. Sadeghi ha fondato l’azienda nel 2021, ispirato da un cugino morto a causa di una rara malattia genetica. Sostenuto da investitori e importanti imprenditori tecnologici come Peter Thiel e Alexis Ohanian – gli stessi che, con Sam Altman, supportano anche la startup Preventive – Sadeghi afferma che la sua azienda ha già aiutato migliaia di famiglie. Il servizio offerto da Nucleus Genomics per 30.000 dollari – noto come “IVF+” oppure “Nucleus Embryo” – propone di sequenziare il genoma completo dei genitori e fino a venti embrioni prodotti in vitro. Su ciascun embrione la compagnia calcola “punteggi poligenici”, ossia, stime probabilistiche della predisposizione a oltre 2.000 caratteristiche, che spaziano da malattie ereditarie gravi, patologie croniche come diabete o tumori, fino a tratti complessi come altezza, colore di occhi e capelli, quoziente intellettivo, rischio di depressione, autismo o disturbi comportamentali. Il risultato viene presentato ai genitori come una “classifica” di embrioni: sotto forma di grafici, percentuali e semafori, un’interfaccia che asseconda il desiderio di chiarezza e controllo. Secondo la startup, non si tratta di editing genetico, ma di “diagnosi genetica pre-impianto” avanzata: il DNA non viene modificato, ma semplicemente gli embrioni “esistenti” vengono ordinati in base a probabilità genetiche.
Molti esperti, però, mettono in guardia dalle promesse offerte: le previsioni poligeniche sono per loro natura probabilistiche, non certe. Un punteggio di rischio o predisposizione non equivale a una diagnosi e non garantisce che il bambino nascerà sano o “migliore”. La precisione delle previsioni, dicono i critici, è in larga misura illusoria, tanto più che le condizioni complesse come intelligenza, salute mentale o predisposizione a malattie croniche dipendono da decine o centinaia di variabili: genetiche, ambientali, casuali. La complessità delle informazioni, presentate come facili “scelte da menu”, rischia di essere spinta sul piano del marketing: un pacchetto “chiavi in mano” per fabbricare il figlio su misura, che seduce i committenti per la promessa di ottimizzazione genetica, senza affrontare onestamente l’incertezza e la variabilità biologica.
Il caso Nucleus Genomics va letto per quello che è: un cambio di paradigma antropologico, che sposta la fecondazione assistita dal piano terapeutico a quello selettivo, aprendo la strada a un’idea di umanità progettata e fabbricata in laboratorio. La promessa implicita non è la salute, ma la riduzione dell’imprevisto, dell’errore, della devianza. Un immaginario che richiama inevitabilmente scenari distopici come Gattaca di Andrew Niccol o Ilmondo nuovo di Aldous Huxley, dove la programmazione biologica diventa norma e la disuguaglianza si naturalizza, dividendo la società in caste. In questo scenario, la riproduzione smette di essere un evento e diventa un processo industriale, accessibile a chi dispone di risorse economiche. Il nodo non è la tecnologia in sé, ma la logica di mercato che trasforma un figlio in merce, un prodotto su misura, valutabile, confrontabile, scartabile. Una logica infarcita dal credo transumanista, che sogna di abolire malattia, vecchiaia e morte, trasformando la vita in un codice da ottimizzare e potenziare a piacere. La scommessa di Nucleus Genomics e di chi segue questa traiettoria non riguarda il benessere umano, ma un’idea astratta di perfezione che confonde il possibile con il desiderabile e che rischia di cancellare proprio ciò che rende l’uomo tale: l’imperfezione, la complessità, l’imprevedibilità.
Nel 2024 l’aspettativa di vita in Italia ha raggiunto il record di 84,1 anni, il valore più alto nell’UE insieme alla Svezia e superiore di sei mesi ai livelli pre-pandemici, secondo il rapporto “EU Country Health Profiles 2025”. Le malattie cardiovascolari e i tumori costituiscono oltre metà dei decessi, mentre le morti prevenibili riguardano soprattutto cancro ai polmoni, Covid-19 e cardiopatia ischemica. Nonostante il rapido invecchiamento demografico, gli anziani italiani mostrano condizioni sanitarie migliori della media europea, pur persistendo criticità come ipertensione non diagnosticata o non trattata e un crescente tasso di fumatori.
Un anno fa mettevo piede in Siria per la prima volta. Il regime di Assad era crollato da pochi giorni e il Paese era ancora ubriaco di incredulità. Gli agenti di frontiera ci accolsero con un «Siria libera!», gridato più con il petto che con la voce, e in un piccolo negozio di gelato vidi persone cantare e ballare come se, per la prima volta, ci si potesse davvero credere. Era un’euforia fragile, quasi surreale: la sensazione di un popolo che si sveglia e controlla se la gabbia è davvero aperta. Poi, lentamente, l’entusiasmo si è ritirato come fa la marea, lasciando scoperta la domanda che mi avrebbe accompagnata per mesi: come può sollevarsi un Paese così frammentato, sanzionato, in pieno collasso economico, che festeggia la fine della guerra ma rinasce con a capo un ex jihadista?
Ahmed al-Sharaa, oggi alla guida del Governo di Transizione Nazionale, ha una missione dichiarata: ricucire ciò che la guerra ha lacerato. Promette elezioni pienamente democratiche entro quattro o cinque anni, il tempo necessario per ricostruire anagrafe, tribunali, sicurezza e servizi essenziali: le fondamenta minime senza le quali una democrazia resterebbe solo un manifesto.
Le prime elezioni parlamentari della transizione, tenute questo ottobre, sono state un assaggio di cosa potrebbe essere il futuro. Con qualche problema, certo: non tutte le regioni erano coinvolte e un terzo dei seggi è stato nominato direttamente dalla presidenza. Eppure quel giorno molte persone hanno fatto ore di fila davanti a seggi improvvisati, in scuole senza porte e in uffici rattoppati, solo per mettere una croce su una scheda. Non era la perfezione, ma è stato un inizio. Il problema è che le elezioni, da sole, non uniscono un Paese. La Siria oggi è un mosaico separato in diversi pezzi: a nord e nord-ovest resistono gruppi armati e amministrazioni locali; a nord-est i curdi gestiscono un proprio sistema politico-amministrativo; a est le milizie filo-iraniane rimangono radicate. Intorno, gli attori esterni si muovono come se la guerra non fosse mai finita: la Turchia controlla porzioni del nord considerate vitali per la propria sicurezza; l’Iran consolida posizioni; Israele continua i raid contro obiettivi dei Pasdaran; gli Stati Uniti presidiano il nord-est; la Russia mantiene le sue basi. È un intreccio di interessi che paralizza qualsiasi tentativo di ricomporre il Paese. E oltre a tutto questo c’è una minaccia ancora più concreta, silenziosa e devastante: la povertà.
Dopo tredici anni di bombardamenti, con il 90% della popolazione che vive con meno di 2 dollari al giorno e città da rimettere in piedi mattone per mattone, l’economia non è davvero ripartita. Le sanzioni – pensate per colpire Assad e i suoi alleati – restano in gran parte in vigore. Bruxelles continua a rinnovarle quasi integralmente, aggiungendo esenzioni umanitarie che sulla carta dovrebbero semplificare, ma che, nella pratica, creano procedure ambigue e rallentamenti continui. Negli Stati Uniti la sospensione varata da Trump è solo temporanea, e l’incertezza pesa come un macigno. Il risultato è che molti investitori evitano qualsiasi transazione collegata alla Siria. Non rischiano perché potrebbero vedersi i fondi bloccati, i progetti interrotti, o indagini sul rispetto del regime sanzionatorio. È così che un Paese che prova a ripartire si trova le mani legate dietro la schiena. L’importazione di macchinari essenziali per spostare macerie, ricostruire case, centrali elettriche e strade è spesso impossibile: bulldozer e pompe industriali restano fermi ai confini perché le banche straniere non vogliono gestire pagamenti verso la Siria. Nelle campagne, gli agricoltori non riescono a sostituire trattori e impianti d’irrigazione. Perfino la vita digitale quotidiana è limitata: vari servizi online e prodotti Google restano inaccessibili, lasciando cittadini e piccole imprese tagliati fuori da strumenti di lavoro ormai essenziali. Nonostante tutto, la Siria sorprende ancora. Tra gennaio e giugno 2025 più di due milioni di persone sono tornate nelle proprie città. Tra loro, 600mila rifugiati rientrati dall’estero. Tornano in case a metà, quartieri senza acqua, luci, ospedali; tornano sapendo che troveranno più macerie che certezze. Eppure tornano. È un gesto di resistenza, un atto politico ancora prima che personale: ricostruire la propria Patria. Alla fine, la domanda che mi portavo dentro ha trovato una forma, se non una risposta. La Siria non tornerà ciò che era. Diventerà qualcosa di nuovo. Qualcosa che sta cercando di nascere nel modo più difficile: tra frammentazione, pressioni esterne, sanzioni che soffocano e una popolazione che continua a ricostruire pezzo dopo pezzo. Il minimo che possiamo fare è non intralciarli, e rimuovere le sanzioni.
Dopo critiche, annunci e polemiche, il governo ha ceduto il passo alla bocciatura delle carte relative al Ponte sullo Stretto da parte della Corte dei Conti, decidendo di riscriverle. La retromarcia dell’esecutivo era nell’aria da tempo, ma è stata ufficializzata martedì da Pietro Ciucci, Amministratore Delegato della società Stretto di Messina, la società a capo del progetto. Il ministero delle infrastrutture e quello dell’economia, ha spiegato Ciucci, apriranno un dialogo con le istituzioni europee per evitare di incappare nei medesimi errori in cui sono caduti con le prime carte; la delibera del Comitato interministeriale per la programmazione economica e lo sviluppo sostenibile, inoltre, verrà riscritta. La Corte dei Conti aveva bocciato il progetto del Ponte rilevando violazioni sostanziali delle normative nazionali e comunitarie in tema di appalti, tutela dell’ambiente e degli habitat naturali, e sollevando criticità sui costi complessivi dell’opera.
Dopo il no della Corte dei conti alla registrazione della delibera Cipess, la partita del Ponte sullo Stretto si è spostata sul terreno europeo. Ieri, mercoledì 10 dicembre, una delegazione tecnica del Mit, del Mef e della società Stretto di Messina si è recata a un primo incontro operativo con i funzionari della Commissione, con partenza dalla direttiva Habitat; la questione appalti sarà affrontata in un secondo momento. L’obiettivo dichiarato resta riportare la delibera in regola e riaprire la strada ai cantieri. La scelta del governo è stata netta: non forzare procedure e non procedere con una registrazione «con riserva», ma tornare indietro per riscrivere la delibera e affrontare le osservazioni emerse. Secondo la ricostruzione ufficiale, il vicepremier leghista Matteo Salvini «ha appreso con grande soddisfazione che l’orientamento di Bruxelles non è cambiato e c’è totale interesse e determinazione affinché l’opera possa partire quanto prima». Salvini ha quindi ribadito «l’impegno del governo ad andare avanti fornendo tutte le risposte richieste dalla Corte dei Conti».
Nel dialogo con l’Unione Europea l’Italia proverà a dimostrare che le criticità sollevate sono superabili. I rilievi principali toccano tre nodi: la compatibilità ambientale rispetto alla direttiva Habitat, la normativa sugli appalti — in particolare la regola che obbliga a una nuova gara se i costi aumentano oltre il 50% — e il cambio di modello finanziario, dal project financing a un finanziamento interamente pubblico. Altri rilievi più tecnici riguardano la consultazione sulle tariffe, con l’esclusione contestata dell’Autorità di regolazione dei trasporti (Art).
«L’obiettivo è ottenere dalla Corte una registrazione piena della delibera Cipess – ha spiegato Pietro Ciucci, amministratore delegato della Stretto di Messina -. Il percorso individuato non prevede una nuova gara ma la riattivazione dei procedimenti riguardanti la delibera Cipess e il decreto interministeriale relativo al III Atto aggiuntivo alla Convenzione al fine di conformarsi alle motivazioni della Corte dei conti». A più riprese Ciucci ha escluso la scorciatoia della registrazione condizionata: «La registrazione con riserva è teoricamente possibile, ma del tutto inappropriata». Ciucci ha inoltre sottolineato le ragioni tecniche che, a suo avviso, giustificherebbero l’interpretazione italiana sui costi storici e sulle deroghe ambientali, auspicando «una valutazione favorevole della commissione Ue che consideri corretta la nostra interpretazione nell’applicazione delle direttive Habitat e Appalti». Per poi aggiungere: «Una volta acquisita questa valutazione, potrà essere assunta dal governo una seconda delibera al Cipess».
A fine ottobre era arrivata la prima pronuncia della Corte dei Conti, che aveva respinto la delibera del Comitato interministeriale per la programmazione economica e lo sviluppo sostenibile (Cipess) che impegna 13,5 miliardi di euro per la costruzione del Ponte. Tra le altre cose, i magistrati avevano evidenziato la mancata coerenza dei calcoli relativi alle spese per il Ponte, rilevando un «disallineamento tra l’importo asseverato dalla società Kpmg in data 25 luglio 2025 – quantificato in euro 10.481.500.000 – e quello di euro 10.508.820.773 attestato nel quadro economico approvato il 6 agosto 2025», evidenziando come diverse voci, dagli oneri per le condizioni contrattuali (cct) a quelli per la sicurezza, fossero lievitate rispetto al progetto preliminare. Poi, a metà novembre, la Sezione centrale di controllo di legittimità della Corte dei Conti non ha concesso il visto di legittimità al terzo atto aggiuntivo della convenzione tra il Ministero delle Infrastrutture e la società concessionaria Stretto di Messina Spa, ampliando la crisi amministrativa aperta dal precedente rifiuto sul provvedimento Cipess.
Un guasto all’oleodotto della raffineria PCK in Brandeburgo ha provocato nella giornata di ieri la fuoriuscita di almeno 200.000 litri di petrolio, disperso per oltre due ore e mezzo con un getto alto 25 metri. L’incidente, inizialmente oggetto di indiscrezioni su un sabotaggio poi smentito, sarebbe legato ai lavori preparatori per un test di sicurezza. Oltre 100 Vigili del fuoco e 25 dipendenti PCK hanno operato a Zehnebeck, dove i residenti sono stati invitati a restare in casa. La perdita è stata quasi sigillata, ma le autorità temono gravi danni ambientali, con possibile contaminazione dei corsi d’acqua fino alla Welse, affluente dell’Oder.
«Sto cercando di cogliere l’ironia in questa situazione, ma seriamente: siamo spacciati». Così ha reagito Stu Mackenzie quando ha scoperto che su Spotify era comparso un profilo falso della sua band e che alcune loro canzoni erano state ricreate utilizzando l’intelligenza artificiale. Il gruppo aveva abbandonato la piattaforma alcuni mesi fa, dopo che era emerso che il CEO dell’azienda investiva milioni nell’industria bellica. Spotify si è affrettata a cancellare il profilo falso con tante scuse, eppure la musica prodotta con l’IA sta conquistanto uno spazio sempre più ampio sulla piattaforma.
La band in questione sono i King Gizzard & The Lizard Wizard, gruppo rock australiano che nel corso degli anni ha raccolto milioni di fan in tutto il mondo grazie a uno stile eclettico e a una produzione tanto ricca quanto ossessiva: 27 album in studio pubblicati tra il 2012 e il 2025. Nel mezzo c’è anche l’anno di grazia 2017, quando la band di Melbourne ha fatto uscire cinque albumin dodici mesi, ognuno profondamente diverso dagli altri. L’unico filo conduttore? Titoli assurdi e musica ancora più fuori dagli schemi. Tra questi dischi c’era anche Flying Microtonal Banana, album in cui Mackenzie e compagni sperimentavano la musica microtonale, cioè basata su intervalli di note più piccoli rispetto al sistema musicale tradizionale.
La musica microtonale
Il singolo di lancio del disco era Rattlesnake. Ed è stata proprio Rattlesnake la scintilla del caso Spotify. A luglio la band aveva annunciato il ritiro di tutto il proprio catalogo dalla piattaforma dopo che il CEO dell’azienda aveva deciso di reinvestire circa 600 milioni di profitti derivati dagli ascolti musicali nella produzione di droni militari. Da quel momento il profilo ufficiale dei King Gizzard era rimasto vuoto.
Qualche giorno fa, però, un utente di Reddit ha notato qualcosa di strano: un nuovo profilo chiamato King Lizard Wizard, che conteneva diverse canzoni della band, ricostruite interamente con l’intelligenza artificiale. Tra queste la più ascoltata era proprio Rattlesnake, imitata nel suono, nella struttura e persino nei testi.
La segnalazione del plagio su Reddit
I brani risultavano credibilmente simili agli originali, tanto da far pensare che chi li avesse generati avesse semplicemente fornito a un modello IA i testi e qualche riferimento musicale, chiedendo poi di imitare lo stile della band. «Una brutta imitazione dell’Intelligenza Artificiale – commentava l’autore del post su Reddit – dall’estetica al nome della band, fino alla copia delle loro canzoni. Trovo tutto questo assolutamente deplorevole e chiuderò il mio account su Spotify».
Mentre la notizia iniziava a circolare online, il profilo, che nel frattempo aveva raggiunto oltre 34.000 ascoltatori mensili, è stato rimosso. Spotify si è affrettata a prendere le distanze dall’accaduto, definendolo una «violazione delle policy sulla proprietà intellettuale».
Non si tratta di un caso isolato. La musica prodotta con l’intelligenza artificiale sta diventando una presenza fissa nel mercato discografico. A ottobre, nel Regno Unito, il brano I Run del duo dance HAVEN era entrato nella Top 40 dei singoli più ascoltati, ma la verione originale è stata poi rimossa da tutte le piattaforme in quanto la voce generata con l’IA risultava troppo simile a quella della cantante britannica Jorja Smith.
Il profilo fake comparso su Spotify
Non solo: a giugno i Velvet Sundown, gruppo interamente virtuale, hanno raggiunto un milione di ascoltatori mensili su Spotify. Nessuna voce, nessuno strumento, nessun musicista in carne e ossa: solo codice generato da un programma di intelligenza artificiale.
Non è necessariamente un male. L’IA può essere uno strumento creativo potente: permette a chiunque di comporre musica seguendo la propria ispirazione, sperimentando liberamente anche stili complessi come la musica microtonale, senza dover conoscere un linguaggio musicale avanzato o affrontare i costi di produzione e registrazione.
Dall’altra parte, però, il rischio di sconfinare nel plagio o appropriarsi del lavoro altrui è elevato, e il caso King Gizzard lo dimostra chiaramente.
A questo punto la domanda non è più se l’intelligenza artificiale avrà un ruolo nella musica dei prossimi anni, ma quanto spazio le verrà concesso: se saremo noi oppure l’algoritmo a cercare di capire, in futuro, come fare a suonare un quarto di tono senza andare in crisi esistenziale.
In Birmania, un raid aereo attribuito alla giunta militare ha colpito l’ospedale generale di Mrauk-U, nello Stato occidentale di Rakhine, uccidendo almeno 33 persone e ferendone 58, secondo operatori umanitari sul posto. L’attacco è avvenuto mentre la giunta intensifica la sua offensiva militare in vista delle elezioni fissate per il 28 dicembre, cercando di riconquistare territori controllati dai ribelli, incluso l’Arakan Army. La comunità internazionale ha espresso profonda preoccupazione per le crescenti violenze contro i civili nel contesto della guerra civile in corso dal colpo di Stato del 2021.
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