Dopo giorni di proteste e presidi, gli operai dello stabilimento Ex Ilva di Cornigliano (Genova) hanno deciso di rimuovere il blocco stradale e di tornare al lavoro. La decisione arriva dopo una nota del Ministero delle Imprese e del Made in Italy (Mimit), che ha escluso un piano di chiusura degli impianti e ha chiarito che la produzione a Taranto è in fase di manutenzione per ripristinare una capacità di 4 milioni di tonnellate. La svolta avviene dopo l’incontro a Roma tra il ministro del Made in Italy Adolfo Urso, il presidente della Regione Liguria Marco Bucci e il sindaco di Genova Silvia Salis.
L’addio alle RAM di Crucial ci ricorda che le aziende non guardano più al consumatore
Micron Technology ha annunciato che entro febbraio 2026 abbandonerà il mercato consumer, sancendo di fatto la fine del marchio di RAM Crucial, storicamente utilizzato da appassionati e professionisti nell’assemblaggio dei computer. La scelta è motivata dai profondi cambiamenti strutturali nel settore dei semiconduttori, che spingono l’azienda a concentrare tutte le risorse sulla crescente domanda di memoria e storage destinati all’intelligenza artificiale e ai data center. Per Micron risulta dunque più vantaggioso servire grandi clienti aziendali, caratterizzati da volumi elevati e margini ben superiori rispetto al mercato tradizionale, tuttavia non è affatto l’unica a seguire questa strategia e la conseguenza per i consumatori sarà un ulteriore aumento dei prezzi dei dispositivi e dell’elettronica.
Crucial, nato nel 1996 come marchio consumer di Micron, è stato per decenni un punto di riferimento tra le soluzioni più affidabili e accessibili per moduli RAM, SSD e memorie flash. Con la sua uscita di scena, gli utenti alla ricerca di componenti dal buon rapporto qualità-prezzo per desktop e portatili vedranno restringersi l’offerta, subendo maggiori difficoltà nel reperire kit economici o di fascia media. Quella esercitata dall’azienda sembra quindi una scelta ovvia: i consistenti investimenti pubblici e privati nei data center hanno alimentato una domanda massiva di componenti ad alto margine di reddito, fomentando un mercato dove la vendita su larga scala riduce l’incertezza sui volumi e garantisce guadagni più elevati.
L’annuncio di Micron e la sua rivoluzione interna potrebbero però essere anche frutto di una strategia miope. Per un’azienda tecnologica, concentrare gli sforzi sul settore corporate legato all’intelligenza artificiale consente oggi di massimizzare il ritorno degli investimenti. Tuttavia, persino i leader del comparto riconoscono che il mercato dell’IA si trovi oggi al centro di una bolla speculativa, il cui destino resta incerto: non è chiaro se esploderà o si limiterà a sgonfiarsi, né quando ciò accadrà. In caso di normalizzazione dei prezzi, Micron potrebbe dunque ritrovarsi con una filiera produttiva che ha sacrificato diversificazione e fedeltà al brand per privilegiare una concentrazione del fatturato, il che la espone a rischi strutturali.
La decisione di Micron non rappresenta però un caso isolato, si inserisce in un trend che segna un vero punto di svolta per l’intero settore tecnologico. Come riportato da Dexerto, a fine novembre NVIDIA – colosso dei processori grafici e oggi tra le aziende più ricche al mondo – ha ammesso candidamente “essere evoluta negli ultimi 25 anni da un’azienda specializzata in GPU per videogiocatori alla realtà odierna, ovvero a un’azienda di infrastrutture per data center”. Secondo alcune indiscrezioni, l’azienda starebbe inoltre valutando di modificare i propri standard di vendita, smettendo di includere le RAM nei prodotti finiti e trasferendo così sugli acquirenti l’intero costo dei moduli di memoria.
La corsa all’intelligenza artificiale – dopata dalle sovvenzioni governative – ha già di per sé spinto in modo significativo la domanda delle componenti informatiche, inoltre il quadro è complicato ulteriormente dai capricciosi dazi statunitensi, spesso mutevoli e imprevedibili, i quali generano forti incertezze sui prezzi delle materie prime, dei semilavorati e, di riflesso, dei prodotti finiti, siano essi computer, smartphone o console videoludiche. Ecco dunque che molte aziende che ricorrono a comunicare i prezzi dei propri dispositivi solo a ridosso del lancio, mentre altre hanno introdotto rincari su prodotti già in commercio da anni, i quali, in un contesto di normalità, avrebbero dovuto progressivamente svalutarsi.
Per i consumatori, il risultato è un aumento dei costi che cresce a vista d’occhio e con una rapidità allarmante. La produzione di RAM e GPU è sempre stata soggetta a occasionali picchi di prezzo, tuttavia oggi l’inflazione appare ormai sistematica e fatalista. Secondo Gerry Chen, general manager di TeamGroup intervistato da DigiTimes, nel solo mese di dicembre i prezzi di alcune memorie sono saliti di circa l’80~100%. Una crisi che non sembra destinata a risolversi a breve: alcuni analisti prevedono che la curva dei prezzi continuerà a crescere per tutto il 2026 e potrebbe protrarsi addirittura fino oltre il 2028.
Caporalato nella moda, altri 13 marchi del lusso coinvolti nelle indagini
Non si ferma l’inchiesta sui casi di caporalato nella moda della Procura di Milano, che ha rivelato come altri 203 operai lavorerebbero in condizioni di sfruttamento in centri di produzione che forniscono 13 grandi aziende del lusso ancora non coinvolte nelle indagini. Si tratta di marchi di alta moda come Dolce e Gabbana, Versace, Prada, Gucci, e Yves Saint Laurent; nella lista appaiono anche Off-White, Missoni, Ferragamo, Alexander McQueen, Givenchy, Pinko, Coccinelle e Adidas. La Procura ha chiesto alle aziende di consegnare una serie di documenti al fine di appurare il loro eventuale grado di coinvolgimento nel fenomeno dello sfruttamento dei lavoratori. Nelle indagini erano già finite coinvolte Tod’s Alviero Martini spa, Armani Operations, Dior, Loro Piana e Valentino.
La Procura di Milano allarga così in modo significativo il suo fronte d’indagine sul caporalato e lo sfruttamento del lavoro nelle filiere del made in Italy, coinvolgendo alcune delle più prestigiose firme della moda globale. Il pubblico ministero Paolo Storari, con i carabinieri del Nucleo ispettorato del lavoro, ha notificato ordini di consegna che riguardano committenti e fornitori. Ai marchi è stato richiesto di fornire documentazione per «appurare il grado di coinvolgimento» delle società e «l’idoneità dei modelli organizzativi» a prevenire tali fenomeni. Si concede dunque tempo alle aziende per autocorreggersi, presentando spontaneamente i propri modelli di prevenzione, gli audit interni e la documentazione sui fornitori. Negli atti notificati, la Procura precisa di aver «rilevato che, nell’ambito delle indagini svolte, sono emersi episodi di utilizzo di manodopera di etnia cinese in condizioni di pesante sfruttamento» che ha lavorato anche per queste aziende. Per ciascun brand, vengono indicati i fornitori critici già individuati, il numero di lavoratori trovati in condizioni di bisogno e gli articoli di lusso sequestrati, pronti per essere rimessi in commercio.
Questa mossa arriva dopo settimane di tensione, in seguito al caso che ha coinvolto il marchio Tod’s: nell’inchiesta sul gruppo sono emerse accuse che potrebbero configurare consapevolezza nella certificazione delle linee di produzione. Davanti al giudice il management ha dichiarato la volontà di collaborare per la «dignità» dei lavoratori, ma la Procura avverte che la linea può irrigidirsi e tradursi in commissariamenti qualora non vengano cambiati gli assetti degli appalti, come già avvenuto per altre grandi case. Dal marzo 2024, il Tribunale di Milano ha infatti disposto l’amministrazione giudiziaria per Alviero Martini spa, Armani Operation, Manufacture Dior, Valentino Bags Lab e Loro Piana di Lvmh: non risultano formalmente indagate, ma si ritiene abbiano agevolato in modo colposo e inconsapevole lo sfruttamento. Il sistema illegale era emerso in tutta la sua gravità già con il caso della fornitura Crocolux di Trezzano sul Naviglio, dove nel 2023 morì un giovane operaio bengalese.
Le indagini mostrano un modello trasversale, con filiere ramificate e fino a sette livelli di subappalto, dove il cuore del profitto illegale è la compressione estrema di costi e diritti. Il cosiddetto “metodo Storari”, molto discusso in ambito giuridico, segna un’inversione di prospettiva: per la prima volta si risale in modo sistematico alla committenza finale, cercando di attribuire responsabilità lungo l’intera catena di produzione. L’azione della Procura meneghina è infatti volta a riportare al centro della responsabilità non solo le piccole officine abusive, ma l’intero sistema del lusso che da esse trae beneficio, con ricarichi che dagli atti risultano poter raggiungere anche il 10.000%.
Roma, blitz dei carabinieri alla criminalità organizzata: 14 arresti
I carabinieri del Nucleo Investigativo di Roma si è resto protagonista di un’ondata di arresti contro la criminalità organizzata a Roma, arrestando 14 persone. Le persone sono accusate a vario titolo di tentato omicidio, detenzione illecita di armi da fuoco, tentato sequestro di persona ed estorsione, col fine di agevolare le attività del cosiddetto “clan Senese”. Alcune delle ipotesi di reato sono aggravate dal metodo di stampo mafioso. Le indagini sono state coordinate dalla Direzione Distrettuale Antimafia della Capitale, e hanno fatto emergere responsabilità riguardo a due omicidi avvenuti nella medesima città, ad attività di spaccio, e a un tentativo di estorsione.
Israele all’Eurovision: Irlanda, Olanda, Slovenia e Spagna annunciano il boicottaggio
Dopo mesi di discussioni è arrivato l’annuncio ufficiale: Israele parteciperà all’Eurovision Song Contest del 2026, che si terrà il prossimo maggio a Vienna. A non farlo, tuttavia, saranno Irlanda, Paesi Bassi, Slovenia e Spagna, che, come preannunciato, hanno ritirato la loro partecipazione dall’evento proprio a causa della presenza israeliana; Spagna e Irlanda hanno anche precisato che non trasmetteranno l’evento nelle proprie reti. Le emittenti dei quattro Paesi hanno comunicato il loro ritiro subito dopo l’annuncio ufficiale della partecipazione di Israele, facendo eco alle dichiarazioni rilasciate nel corso degli ultimi mesi. Da tempo, infatti, si sono fatte promotrici di una campagna di boicottaggio verso l’emittente israeliana Kan, come forma di solidarietà al popolo palestinese e condanna del genocidio. La discussione sull’eventuale esclusione di Israele dalla competizione va avanti da anni, ma è esplosa da aprile 2025, poco prima dell’apertura dell’ultima edizione.
L’annuncio della partecipazione di Israele all’Eurovision 2026 è arrivato ieri, 4 dicembre, a seguito di una votazione sul cambio delle regole della kermesse. Il voto riguardava i criteri di assegnazione dei punteggi, diventati oggetto di revisione a causa di un polverone alzatosi durante l’ultima edizione che ha interessato proprio l’emittente Kan e il governo israeliano, accusati di avere interferito nei risultati; a tal proposito, l’Unione europea di radiodiffusione (EBU) – l’emittente che produce l’evento – ha deciso di ridurre il peso dei voti da casa e di introdurre una giuria di esperti. Oltre a ciò, centrale nelle discussioni era anche l’ipotesi di partecipazione di Israele alla competizione. L’emittente slovena RTVSLO, ha spiegato che i partecipanti non hanno votato direttamente sulla partecipazione di Israele; 11 Stati volevano aprire un voto esclusivo sulla sua esclusione, 5 si sono astenuti e gli altri hanno votato contro. Per tale motivo, la questione non è neanche stata votata.
Già a settembre, le emittenti di Irlanda, Islanda, Paesi Bassi, Spagna e Slovenia avevano annunciato che non avrebbero partecipato alla kermesse se Israele fosse stata nuovamente ammessa, e prima della discussione di ieri avevano richiesto che la questione fosse votata a scrutinio segreto, richiesta che non è stata loro concessa. A tale richiesta avevano partecipato anche Montenegro, Turchia e Algeria. La Germania, invece, si era schierata apertamente a favore di Tel Aviv, annunciando che avrebbe considerato l’opzione di non partecipare se fosse stata esclusa. Nei loro comunicati, Avotros (l’emittente olandese), RTE (l’emittente irlandese), RTVE (l’emittente spagnola) e RTVSLO reiterano le motivazioni già fornite in precedenza, affermando in linea generale che la partecipazione di Israele risulta in contrasto con i valori promossi dall’evento e da esse stesse in quanto emittenti, e che dunque non parteciperanno alla competizione. Il segretario generale di RTVE, Alfonso Morales, ha inoltre fatto riferimento al caso dell’anno scorso e all’uso «politico» dell’evento da parte di Israele, alludendo al fatto che lo Stato ebraico sfrutterebbe la competizione per ripulire la propria immagine. Per tale motivo, sostiene Morales, l’Eurovision non può essere considerato un «evento culturale neutrale».
Il tentativo di boicottare la partecipazione di Israele all’Eurovision va avanti da ben prima del 7 ottobre 2023, ma l’opzione è stata pubblicamente messa sul piatto solo nel 2024, proprio dalla emittente slovena RTVSLO. Il tema è poi esploso nell’aprile di quest’anno, quando anche Islanda e Spagna si sono schierate contro la presenza di Israele all’evento, accusando l’EBU di applicare un doppio standard, escludendo la Russia da una parte e permettendo a Israele di partecipare dall’altra. A maggio, in occasione dell’apertura dei concerti, le proteste sono poi arrivate direttamente in piazza, con decine di manifestanti che si sono riuniti davanti al Turquoise Carpet di Basilea (sede dell’edizione 2025) per contestare la cantante israeliana Yuval Raphael.
Il Regno Unito convoca l’ambasciatore russo e sanziona i servizi
Il governo del Regno Unito ha convocato l’ambasciatore russo e sanzionato il GRU, i servizi segreti moscoviti. L’annuncio arriva dopo la conclusione di una indagine pubblica su un caso risalente al 2018, quando l’ex agente del GRU Sergei Skripal, che collaborava con i servizi britannici, era stato oggetto di un attacco con gas nervino Novichok, che a causa di un incidente portò alla morte di una donna, Dawn Sturgess. Secondo le indagini, due uomini del GRU portarono il gas in Regno Unito all’interno di una boccetta di profumo, che venne raccolta e utilizzata da Sturgess. La Russia ha sempre rigettato l’accusa di essere coinvolta nell’incidente.
ChatGPT funziona male, ma sarebbe meglio se funzionasse anche peggio
«C’è una rivoluzione silenziosa che sta ridisegnando il nostro modo di vivere e lavorare. Le intelligenze artificiali, entrate dapprima di soppiatto nelle nostre abitudini quotidiane, oggi afferrano interi settori produttivi e li rimodellano seconda una logica nuova: rapidità, automazione, efficienza. Dietro l’euforia dell’innovazione si nasconde una domanda che fino a pochi anni fa sarebbe sembrata fantascienza: che fine farà il lavoro umano?».
Ecco, e se vi dicessi che il paragrafo che avete appena letto è stato scritto da ChatGPT? Sentendo sempre più spesso parlare di quest’applicazione che sta letteralmente spopolando tra giovani e non, ho voluto testarla e metterla a prova. I primi risultati che ho ottenuti sono stati penosi. Per arrivare al paragrafo che avete letto ho dovuto far leggere all’IA i miei articoli precedenti per farle memorizzare il mio stile, poi ho dovuto darle indicazioni precise su come doveva essere impostato l’attacco e quale tono usare, quali espressioni evitare.
Alla fine, facendo un calcolo del tempo che ho impiegato per scrivere un paragrafo della stessa lunghezza con il tempo che ha richiesto addestrare ChatGPT, la bilancia, nel mio caso, pende a favore della scrittura manuale.
L’utilizzo dell’IA si è tradotta in una perdita di tempo e non in un guadagno. Inoltre, a dispetto di tutti i miei sforzi, non sono riuscita del tutto a umanizzare la scrittura della macchina. Per riconoscere la scrittura umana da quella artificiale occorre prestare attenzione al tono delle frasi, al loro ritmo, al suono che hanno. La scrittura generata da IA tende ad avere un tono eccessivamente impostato e formale; è drammaticamente perfetta e dunque tragicamente falsa. Ma se fortunatamente per ora le IA fanno fatica a imitare lo stile di un pezzo culturale o di un articolo di approfondimento, di tutti quei contenuti cioè dove si sente con forza lo stile e la voce di un giornalista, ChatGPT può imitare più facilmente lo stile di un pezzo di cronaca. E questo non lascia ben sperare.
Uno studio dell’Università di Trento del 2021 lo dice chiaramente: il 33,2% dei lavoratori svolge una mansione ad altissimo rischio di automazione. E non si parla soltanto di giornalisti, grafici, redattori, traduttori; sono centinaia le professioni a rischio: contabili, consulenti, interpreti, analisti, impiegati, sportellisti, camerieri. In Italia ci sono già i primi ristoranti che hanno assunto camerieri-robot. Per non parlare ovviamente di tutti coloro che in passato lavoravano nei cosiddetti servizi clienti e che oggi sono già stati in larga parte sostituiti da IA, per la grande gioia di noi consumatori costretti a dialogare e a cercare invano di spiegare a una voce artificiale il disservizio di cui siamo vittima.

Mentre si applaude l’innovazione, migliaia di lavori, e di lavoratori, scompaiono. Al loro posto sono subentrate entità digitali che non chiedono ferie, non si ammalano, non scioperano. L’equazione è molto semplice: più la tecnologia avanza, più i posti di lavoro diminuiscono.
Non posso fare a meno di domandarmi come si potrà gestire l’esubero di lavoratori improvvisamente a piede libero perché sostituti da più economiche ed efficienti intelligenze artificiali.
Ho notato che ultimamente si parla sempre più spesso di reddito universale, una misura ideata, almeno ai suoi albori, con lo scopo di garantire ai cittadini una somma mensile che garantisca a ogni individuo di poter vivere dignitosamente. Una misura nata per combattere la povertà, per arginare le diseguaglianze sociali e dare a tutti la possibilità di elevarsi socialmente e di non dover accettare lavori sottopagati perché spinti dalla mera necessità di sopravvivere.
Una misura che ovviamente ha suscitato dibattiti e polemiche infinite e che non è mai stata applicata in Italia; ciò che però mi ha inquietata è che ultimamente si parli di reddito universale come possibile risposta alla disoccupazione futura creata dalle intelligenze artificiali. Resta però in sospeso la domanda: dove trovare i soldi per finanziare questa costosissima manovra? Anche a ciò è stata trovata una soluzione: tassare le intelligenze artificiali, in modo ridotto ovviamente per garantire alle aziende quel margine di guadagno competitivo rispetto all’assunzione di un lavoratore umano. Basta poco per intuire che le entrate derivate dalla tassazione agevolata di un numero esiguo di intelligenze artificiali, a scapito dei milioni di lavoratori che andranno a sostituire, non potrà che produrre entrate marginali nelle casse dello Stato che a loro volta si tradurranno in un reddito minimo da devolvere ai lavoratori improvvisamente superflui e non necessari. Il reddito universale sembra a tutti gli effetti una misura studiata non per agevolare i poveri, ma per tenere buone le persone mentre il lavoro scompare.
Per anni ci è stato raccontato che la tecnologia ci avrebbe liberati dalla fatica e ci avrebbe regalato più tempo per vivere. Ma vivere come? Senza autonomia economica? Senza uno scopo, un fine, una professione? Che razza di libertà è quella che dipende da una carta prepagata dello Stato? In una società in cui il lavoro anziché essere un diritto diventerà un privilegio, e in parte lo è già soprattutto per i giovani, visti i livelli di disoccupazione giovanile, quale fisionomia acquisirà la nostra cultura? Come si evolverà il pensiero umano e quali progressi etici accadranno in un mondo popolato da una massa di disoccupati da una parte e dall’altra da una piccola casta di privilegiati che ancora lavora?
Si stanno gettando le basi per la nascita di una nuova aristocrazia che avrà accesso a tutto ciò che rende la vita interessante e che potrà costruire il mito della propria superiorità sull’utilità che riveste nella società a scapito di un proletariato di disoccupati costretti a un ozio imposto e forzato.
Ma senza spingerci tanto in avanti, c’è un altro aspetto che merita di essere discusso, qualcosa che non è probabile che accada nell’immediato futuro, ma che è già accaduto e che sta accadendo adesso.
Non si tratta più di una questione economica e della perdita di posti di lavoro, ma di qualcosa di più pervasivo: le intelligenze artificiali stanno trasformando e modificando il modo in cui pensiamo. Per millenni l’uomo ha affinato le proprie capacità mentali attraverso lo studio, la ricerca, la scrittura, e le mille attività che sono proprie di noi esseri umani.
Oggi invece stiamo delegando tutte quelle attività che richiedono uno sforzo mentale a un dispositivo esterno. Le IA vengono usate per scrivere email, elaborare progetti, svolgere compiti e mansioni che l’uomo non ha più il tempo o la voglia di svolgere. È comodo, certo. Ma è proprio questo il punto: questa rapidità, questa apparente generosità della macchina ci rende progressivamente più passivi. Le neuroscienze hanno dimostrato che la mente per svilupparsi e non appassire ha bisogno di lentezza e di fatica. Le sinapsi si rafforzano nell’esercizio, un po’ come i muscoli si rafforzano grazie a un allenamento costante e continuativo nel tempo. La domanda che dovremmo porci non è se l’IA sia utile, ma quale prezzo stiamo pagando per questa comodità mentale.

Il filosofo greco Eratostene calcolò la circonferenza della terra grazie a semplici bastoni che proiettavano delle ombre. Copernico elaborò la sua teoria che rivoluzionò l’astrofisica attraverso calcoli e studi manuali. Oggi invece senza una calcolatrice perfino una semplice moltiplicazione mette in crisi ragazzi e adulti.
Oppure pensiamo a come fino a pochi anni fa si facevano le ricerche: si prendevano in mano le enciclopedie, una presenza immancabile nella casa di ogni italiano, e si dava inizio a un vero e proprio viaggio nella conoscenza: i libri venivano sfogliati, le informazioni setacciate.
Era un lavoro lungo, faticoso, estenuante perfino. Oggi invece basta un click. Vuoi sapere in che anno è stata combattuta una certa battaglia? Chi ha inventato il grammofono? Come si chiama l‘uomo che ha dipinto La ronda dei carcerati?
IA, come ChatGPT ad esempio, sono in grado di fornire una risposta immediata. Ma questa non è ricerca e neanche conoscenza: è consumo di informazioni. Non servirà a niente sapere che un uomo di nome Van Gogh ha dipinto La ronda dei carcerati e non servirà a niente sapere che la rivoluzione francese è avvenuta nel 1789, se ci si limita ad assimilare in modo passivo queste informazioni. Il dato non diventa concetto, non si innerva nel pensiero, non trasforma la mente.
Qualcuno obietterà: ma grazie alle IA è tutto più semplice e immediato. Ciò è innegabile, ma era durante questo processo fatto di leggere, scegliere, valutare, soppesare e mettere a raffronto le diverse informazioni che nasceva qualcosa che oggi manca: il senso critico. La innovazioni tecnologiche semplificano la vita, ma questo si traduce in una perdita di funzioni cognitive essenziali: ragionamento, creatività, immaginazione.
Inoltre, quando ci abituiamo a usare un dispositivo che fornisce soluzioni immediate e apparentemente neutre, iniziamo a immaginare il mondo secondo la sua forma, non più secondo la nostra. La creatività, che per definizione devia, inciampa e sbaglia, rischia di irrigidirsi fino a diventare una copia edulcorata delle proposte della macchina. Ci stiamo allontanando sempre più da quel margine di imperfezione che ha generato le più grandi opere dell’umanità, perché ogni vera scoperta nasce dal contrasto, dalla resistenza e non dall’automatismo. Quando leggiamo e ripetiamo a pappagallo le risposte che ci fornisce una macchina, non stiamo pensando, non stiamo ragionando, ci limitiamo a fare da cassa di risonanza per i pensieri e le parole pensate da un cervello artificiale. Prendiamo in prestito il cervello di una macchina, e diventiamo noi stessi cervelli presi in prestito. Superflui, non necessari. E così, mentre la tecnica avanza, il cervello retrocede. Non perché sia diventato improvvisamente incapace, ma semplicemente perché abbiamo smesso di usarlo.










