L’Italia resta sorda ai numerosi appelli scientifici arrivati da più parti negli ultimi mesi, ed è tra i primi Paesi europei a recepire la norma sul declassamento della protezione del lupo, che passa dall’essere “rigorosamente protetto” a solamente “protetto”. L’eliminazione dell’avverbio “rigorosamente”, però, non comporta solo una modifica grammaticale, perché avrà effetti precisi nella vita di questo animale e, anche se non si tratta di un via libera alla caccia al lupo, sarà più semplice prevederne gli abbattimenti.
Tra le prime reazioni quella di WWF Italia: “Il declassamento rappresenta una scelta politica e ideologica che non genererà alcun vantaggio per il comparto zootecnico, minacciato da problemi ben più gravi della presenza del lupo, come dimostrano anche i recenti numeri a livello italiano ed europeo (il lupo è responsabile della perdita di solo lo 0,6% del bestiame)”. Non solo, perché l’assegnazione punta il dito sulle mancanze istituzionali, spiegando che: “Per anni Governo e Regioni si sono rifiutati di approvare il Piano Lupo, spesso non mettendo in atto le misure di prevenzione dei danni, che una gestione oculata avrebbe dovuto prevedere: hanno anzi alimentato un allarme sociale proprio per giustificare questa soluzione, tanto drastica, quanto inutile”.
Dante Caserta, Direttore Affari Istituzionali e Legali di WWF Italia, mette l’accento su una questione formale, sottolineando che: “È fondamentale ribadire che il declassamento non significa che il lupo diventerà una specie cacciabile. Occorre ricordare che il lupo resterà una specie protetta, e andrà comunque assicurato il mantenimento dello stato di conservazione soddisfacente. Manca peraltro un passaggio formale e sostanziale di rilievo: la modifica della legge 157/92 per la quale il lupo è ancora specie rigorosamente protetta”.
Con il cambio legislativo le Regioni potranno definire i cosiddetti “piani di prelievo”, a fronte di necessità specifiche, tenendo presente che un documento tecnico dell’ISPRA, l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale, riportato anche nel decreto del MASE, stabilisce che non si potranno abbattere più 160 esemplari sui circa 3.500 che compongono l’intera popolazione nazionale. “Oggi mancano dati aggiornati per molte aree italiane su quanti lupi vengono abbattuti già ora illegalmente. Si aprirà quindi un’ulteriore fase di contenziosi a dimostrazione che sulla gestione faunistica la politica non è in grado di dare risposte capaci di risolvere efficacemente i problemi”, sostiene Isabella Pratesi, Direttrice del programma Conservazione di WWF Italia.
“La strada intrapresa dalla politica è una scorciatoia pericolosa che certo va contro una tradizione di tutela portata avanti da circa mezzo secolo nel nostro Paese”, ribadiscono dall’associazione spiegando una gestione lungimirante dovrebbe basarsi su dialogo e investimenti su misure di prevenzione che, se applicate correttamente, si dimostrano l’unica soluzione efficace per mitigare i conflitti sul medio-lungo termine.
Sono diversi gli studi scientifici che spiegano infatti come l’abbattimento non sia la soluzione ai conflitti con le attività umane. La letteratura scientifica indica che l’abbattimento del lupo non è una soluzione affidabile e generalizzabile: può ridurre i danni su un’azienda ma aumentare il rischio nelle aree vicine, e in molti casi l’effetto dipende più dal contesto gestionale che dal numero di lupi. Le revisioni scientifiche mostrano che le misure non letali (recinzioni, cani da guardiania, gestione del pascolo) sono spesso quelle con evidenze più consistenti per ridurre i danni, mentre le prove a favore del controllo letale sono più deboli o variabili.
I dati raccolti dalla rete dei parchi italiani evidenziano come la gestione del lupo sia un processo articolato, che va ben oltre il semplice controllo della specie. Include attività costanti di monitoraggio, misure di prevenzione dei danni agli allevamenti, sistemi di indennizzo, azioni di contrasto al bracconaggio, valutazioni sanitarie e interventi nelle aree periurbane – le zone di transizione ai confini dei centri abitati – oggi sempre più frequenti. Un insieme di competenze ed esperienze che, secondo i promotori del progetto WolfNext – che ha riunito presso il Ministero dell’Ambiente i rappresentanti di 18 parchi nazionali per condividere dati scientifici e pratiche operative sulla convivenza con il lupo – rappresenta ora una base fondamentale a supporto delle Regioni.
“Se l’approccio è mandare i cacciatori a sparare, è quello sbagliato, non per ideologia ma perché non produce risultati”, ha spiegato Simone Angelucci, referente di WolfNext per il Parco nazionale della Maiella, sottolineando che senza monitoraggio, selettività e conoscenza del territorio i prelievi rischiano di essere inefficaci.










