Un vasto incendio divampato la scorsa settimana nella Patagonia condivisa da Argentina e Cile si è esteso in questi giorni fino al villaggio di Epuyén, di circa duemila abitanti, devastando quasi diecimila ettari di foresta. La combinazione di siccità prolungata, temperature elevate e forti venti ha favorito la propagazione delle fiamme, rendendo difficili le operazioni di spegnimento. Oltre tremila persone, inclusi numerosi turisti, sono state evacuate. Più di 500 vigili del fuoco operano nella provincia di Chubut. Nonostante lo spegnimento di 22 roghi, la situazione resta critica. Secondo Greenpeace Argentina, quest’estate sono già andati in fumo 52mila ettari.
Birmania: nel pieno della guerra civile inizia il processo per genocidio contro l’esercito
Mentre i caccia dell’esercito birmano bombardavano un piccolo villaggio nella regione di Magway, a migliaia di chilometri di distanza, all’Aia, si sono aperte davanti alla Corte internazionale di giustizia (CIG) le udienze di uno dei procedimenti più rilevanti nella storia recente del diritto internazionale. La giunta militare della Birmania è chiamata a rispondere dell’accusa di genocidio per la persecuzione sistematica della minoranza rohingya, espulsa con la violenza dallo Stato di Rakhine a partire dal 2017. L’esito del processo potrebbe creare un precedente e orientare anche quello per genocidio intentato dal Sudafrica contro Israele per i crimini commessi nella Striscia di Gaza.
Un Paese sprofondato in una guerra civile dopo il colpo di Stato del 2021, in seguito alla presa del potere da parte del Tatmadaw (le forze armate birmane) che hanno rovesciato il governo di Aung San Suu Kyi, vede per la prima volta incrinarsi l’impunità dei suoi generali. Non è un dettaglio: è la prima volta che uno Stato africano non leso promuove un caso di questo tipo contro un altro Paese in nome di un principio universale e in difesa dei diritti di una popolazione. Il percorso che ha condotto alla prima udienza del 12 gennaio è stato lungo e segnato da snodi procedurali di grande rilievo. Il procedimento nasce dall’azione avviata dal Gambia, con il sostegno politico e finanziario dell’Organizzazione della Cooperazione Islamica, che ha chiamato la giunta militare birmana a rispondere della violazione della Convenzione sul genocidio, per le persecuzioni contro i rohingya, minoranza musulmana privata da decenni di diritti e cittadinanza. Nel 2017, l’esercito birmano avviò una campagna di violenze sistematiche – uccisioni, stupri, villaggi incendiati e rasi al suolo – che costrinse oltre 700mila persone a fuggire in Bangladesh. Le prove raccolte negli anni delineano un’operazione pianificata di pulizia etnica. Nel 2020, la Corte ordinò alla giunta militare misure urgenti per proteggere i rohingya, ma dopo il golpe del 2021 l’esercito ha ignorato gli obblighi e continuato le persecuzioni, come documentato dall’ONU, che denuncia un’escalation di violenze, con bombardamenti su scuole, ospedali e campi profughi.
Tra il 2024 e il 2025, undici Stati (Canada, Danimarca, Francia, Germania, Paesi Bassi, Regno Unito, Maldive, Slovenia, Rdc, Belgio, Irlanda) hanno presentato richiesta di intervento e sono stati ammessi a partecipare alle udienze sul merito per esporre le loro osservazioni, a sostegno dell’interpretazione della Convenzione proposta dal Gambia. Sui fatti del 2017 è stata aperta anche un’inchiesta separata della Corte penale internazionale dove, nel 2024, il procuratore capo, Karim Khan, ha chiesto alla Corte di emanare un mandato d’arresto per il vertice della giunta militare della Birmania, il generale Min Aung Hlaing. Con l’avvio delle udienze di merito, la Corte entra nella fase decisiva: saranno esaminate testimonianze e perizie sulle operazioni contro i rohingya. Il nodo centrale è dimostrare l’intento genocida. Alla Corte internazionale di giustizia (CIG) si giudica la responsabilità dello Stato per violazione della Convenzione, alla Corte penale internazionale (CPI) quella penale dei singoli, con piani giuridici ed effetti radicalmente diversi. Per il Gambia l’intento genocida emerge da un disegno complessivo: violenze sistematiche, villaggi distrutti, stupri di massa, odio istituzionale e negazione dei diritti.
L’esito del processo è un banco di prova per il diritto internazionale: riafferma che il genocidio riguarda l’intera comunità globale, mette in discussione i criteri con cui la Corte accerta l’intento genocida e riapre il nodo dell’efficacia delle sue decisioni. Nicholas Koumjian, capo della Commissione d’indagine dell’ONU, ha spiegato che «è probabile che il caso stabilisca un importante precedente su come il genocidio viene definito e su come possa essere dimostrato». Uno su tutti: il caso di genocidio che coinvolge Israele per i crimini commessi nella Striscia di Gaza, intentato nel 2024 dal Sudafrica. La posta in gioco è evitare una giustizia a geometria variabile, capace di colpire i generali birmani, ma indulgente con Tel Aviv. L’offensiva israeliana su Gaza ha già mostrato quanto facilmente il linguaggio dell’autodifesa possa trasformarsi in uno scudo politico e quanto il diritto internazionale, senza una reale volontà di applicarlo, rischi di restare lettera morta.
Forti scosse di terremoto in Romagna: paura e persone in strada
Due scosse di terremoto hanno scosso la Romagna nella mattinata di oggi, martedì 13 gennaio, generando paura tra la popolazione. La prima, di magnitudo 4,3, è stata registrata alle 9.27 con epicentro a sud-ovest di Russi, la seconda di 4,1 pochi minuti dopo a est di Faenza. A Forlì centinaia di persone sono scese in strada e tutti gli edifici pubblici sono stati evacuati per precauzione. Non si registrano danni rilevanti, ma sono in corso verifiche dei vigili del fuoco. Per consentire i controlli, la circolazione ferroviaria è stata sospesa su varie linee della rete romagnola.
Gli USA invitano i propri cittadini a lasciare l’Iran
Gli Stati Uniti hanno lanciato un allarme urgente ai loro cittadini in Iran, invitandoli a lasciare il Paese immediatamente per ragioni di sicurezza, a causa dell’intensificarsi delle proteste in tutto il Paese e del blocco di internet. L’avviso del Dipartimento di Stato sottolinea che non essendoci un’ambasciata USA in Iran, l’assistenza consolare è limitata e i cittadini devono organizzarsi per partire autonomamente. Intanto, Donald Trump sta valutando diverse opzioni diplomatiche con l’Iran. Secondo l’emittente CBS News e il New York Times, il Pentagono avrebbe presentato al presidente americano diverse opzioni militari contro la Repubblica Islamica, incluse possibili azioni contro siti militari e civili, cyberattacchi e altri piani di pressione strategica.
Referendum giustizia, il governo fissa le date: il Comitato per il no annuncia battaglia
Il Consiglio dei ministri ha fissato per il 22 e 23 marzo 2026 la data del referendum sulla riforma della giustizia voluta dal ministro Carlo Nordio, ignorando la prassi che richiede di attendere la fine del periodo di raccolta firme prevista per il 30 gennaio e i tre mesi dalla pubblicazione della legge in Gazzetta Ufficiale. La scelta, confermata dalla premier Giorgia Meloni, arriva nonostante siano già state raccolte dall’iniziativa popolare oltre 350mila firme per chiedere il referendum contro la riforma costituzionale. Il governo punta a forzare i tempi per capitalizzare un vantaggio dei sì nei sondaggi. Il Comitato per il No, promotore della raccolta firme, annuncia ricorso al TAR del Lazio e, intanto, ha scritto al Colle, appellandosi al presidente Sergio Mattarella.
La pluralità di interpretazioni giuridiche sulle tempistiche e l’attesa per la conclusione della raccolta firme hanno acceso lo scontro politico. La riforma, già approvata dal Parlamento, modifica il Titolo IV della Costituzione con l’obiettivo di separare le carriere dei magistrati requirenti e giudicanti e prevede la revisione dell’organizzazione del Consiglio superiore della magistratura. La scelta di anticipare la data in pieno marzo, includendo anche le elezioni suppletive in Veneto, è stata giustificata dall’esecutivo come una normale applicazione delle norme che prevedono di stabilire la data entro un termine perentorio (generalmente tra 50 e 70 giorni) dalla pubblicazione della legge in Gazzetta Ufficiale e dall’ammissione del quesito. Considerando le festività di Pasqua, se l’esecutivo non avesse anticipato la data con un blitz, non si sarebbe potuto votare prima di metà aprile.
Il Comitato per il No, un gruppo di 15 giuristi capitanati dall’avvocato Carlo Guglielmi, critica l’esecutivo per aver voluto “forzare i tempi”: fissare la data prima della fine della raccolta firme non solo disattende la prassi costituzionale, ma lesiona diritti fondamentali di partecipazione democratica. La legge sui referendum costituzionali prevede, infatti, che chi ha raccolto almeno 500.000 firme, o altri organi istituzionali, possa chiedere la consultazione popolare. A oggi, per raggiungere l’obiettivo c’è tempo fino al 30 gennaio e la raccolta ha superato quota 350mila sottoscrizioni. L’avvocato Piero Adami, che sta seguendo il ricorso al TAR, ha osservato che la campagna popolare rischia di essere “svuotata”, perché finché la raccolta non è formalmente conclusa e depositata presso la Corte di Cassazione, i promotori non possono nemmeno avviare attività pubbliche di campagna come previsto dalla legge. Critico anche l’avvocato Guglielmi, che ha dichiarato che «Il governo ha deciso di ignorare la Costituzione», arrivando al punto da «sfottere con un suo ministro gli oltre 350mila cittadini che in pochi giorni hanno firmato», deprecando le esternazioni alla stampa del ministro al PNRR Tommaso Foti, che ha ironizzato sull’ipotesi del ricorso al TAR e alla domanda su cosa succederebbe se il ricorso fosse accolto, ha risposto: «Se mio nonno fosse un treno…».
La vicenda potrebbe arrivare davanti alla Corte costituzionale se i ricorsi dovessero superare i primi gradi di giudizio. Dal Quirinale è arrivato il messaggio che Mattarella non si opporrà alla scelta del governo, pur segnalando il pericolo di un possibile stallo giudiziario. La decisione di fissare il referendum in anticipo ha subito diviso il quadro politico italiano. Secondo alcuni analisti, la decisione di forzare i tempi è legata a una componente strategica: si tratta di un referendum che prescinde dal quorum e i sondaggi interni suggeriscono che la proposta di riforma, al momento, avrebbe un vantaggio a favore del Sì. In questo modo, affrettare la data di voto potrebbe favorire questo risultato. Il fronte del No insiste sulla raccolta firme perché ritiene che il tempo giochi a suo favore: i sondaggi mostrano negli ultimi giorni una riduzione del fronte del sì e anche poche settimane in più potrebbero essere decisive. Al di là della questione procedurale, il tema di fondo è la percezione diffusa che l’esecutivo stia comprimendo gli spazi di partecipazione popolare in vista dell’appuntamento referendario. Per questo, l’avvocato Guglielmi precisa che «la raccolta delle firme non solo ovviamente continua, ma ciò che è accaduto oggi è l’ulteriore e definitivo motivo per cui occorre firmare e far firmare».
Attacco in Pakistan: 7 morti
Sette agenti di polizia pakistani sono stati uccisi in seguito a un attacco con un ordigno esplosivo. A dare la notizia è la polizia del distretto nord-occidentale di Tank, dove si è verificato l’attacco. L’attacco è stato rivendicato dal gruppo Tehreek-e-Taliban Pakistan (TTP), che il Pakistan ritiene essere supportato dal Paese confinante dell’Afghanistan. Da tempo, Islamabad accusa i talebani afghani di fornire rifugio ai militanti separatisti del TTP; Kabul ha sempre negato le accuse. Gli scorsi mesi, questa instabilità diplomatica ha portato a una escalation militare nel confine tra i due Paesi, terminata con una tregua siglata lo scorso ottobre.
Cosa sappiamo davvero sulle proteste in Iran
Da settimane, il popolo iraniano ha lanciato una delle maggiori proteste degli ultimi anni. Scoppiata a causa del crollo della moneta locale, la protesta è diventata sempre più intensa allargandosi in un generale moto contro l’amministrazione del Paese. Il governo, di contro, ha bloccato la rete internet e represso duramente i manifestanti: secondo i diversi bilanci, sarebbero state uccise oltre 500 persone e più di 10.000 sarebbero state arrestate. La notizia delle proteste ha fatto il giro del mondo: gli USA minacciano di intervenire militarmente, mentre in Italia i media danno sempre più spazio al figlio del deposto scià, e dipingono uno scenario che vede il governo dell’Ayatollah sull’orlo del collasso; ma è davvero così? Politicamente, l’Iran è un Paese molto più sfaccettato di quanto siamo abituati a concepirlo, e – per quanto non si possano fare previsioni – è già successo che delle proteste che sembrava dovessero rovesciare il regime non vi riuscissero.
Come sono iniziate (e come si sono evolute) le proteste
Le proteste in Iran sono iniziate circa tre settimane fa, nei mercati di Teheran. A fare scattare la miccia è stata la crisi economica e il crollo del rial, con il conseguente aumento dei prezzi. Da allora, si sono estese a tutte le province del Paese e in centinaia di centri; le proteste non sono aumentate solo di estensione, ma anche di intensità: i primi episodi di scontri sono iniziati a emergere circa una settimana fa. Con essi è incrementata anche la repressione, tanto che secondo alcune fonti sarebbero stati schierati anche i pasdaran. Uno degli episodi che ha fatto più rumore si è verificato il 6 gennaio, quando le forze di sicurezza sono entrate in un ospedale dove si trovavano attivisti e civili feriti, per poi aprire il fuoco e lanciare gas lacrimogeni nella struttura. Le ONG internazionali parlano di 544 morti e 10.681 arresti; organizzazioni politiche europee citano la Fondazione Narges Mohammadi, e affermano che i morti potrebbero essere 2.000, se non 5.000. Va specificato, tuttavia, che tali dati restano stime, e che non c’è ancora modo di verificare il bilancio delle vittime della repressione.
Tra l’8 e il 9 gennaio, le autorità hanno bloccato l’accesso a internet. Da quel momento, le notizie ci arrivano da fonti indipendenti che utilizzano i satelliti di Starlink – la società di Elon Musk – per connettersi alla rete. È, insomma, difficile sapere che cosa stia succedendo davvero nel Paese. Numerosi video e foto che circolano online mostrano strade incendiate, moschee bruciate, piazze e vie ricolme di persone, ma anche campi e marciapiedi con decine di cadaveri. Alcuni media internazionali sarebbero riusciti a contattare dei residenti, che confermerebbero l’intensa repressione e le ingenti proteste. Parallelamente, tra ieri e oggi, 12 gennaio, sembra siano scoppiate delle proteste parallele in sostegno al governo. A dare accento a questo moto sono stati i media di proprietà governativa, che hanno diffuso foto e video di piazze dense di partecipanti. Alcune delle persone intervistate sostengono di avere partecipato alle manifestazioni contro il caro prezzi, e di essersi defilati dal nuovo moto di protesta a causa delle presunte violenze. Come per i bilanci delle vittime, non è possibile confermare la reale entità delle proteste (tanto governative, quanto antigovernative), anche perché la maggior parte dei contenuti diffusi si fermano a ieri.
Le reazioni interne ed esterne

Inizialmente, le autorità iraniane affermavano di ritenere legittime le manifestazioni contro il rincaro dei prezzi, ma man mano che le proteste crescevano di intensità, le dichiarazioni dei politici e degli esponenti di spicco della politica iraniana si sono fatte più accese: se inizialmente i leader si limitavano a condannare il presunto uso della violenza da parte dei manifestanti, successivamente hanno iniziato ad accusarli di essere «terroristi addestrati», portando video a sostegno della propria tesi; oggi, il Paese ha riunito gli ambasciatori di Italia, Francia, Germania, Regno Unito e diversi altri Stati per mostrare loro questi stessi video, chiedendo ai diplomatici di segnalarli ai rispettivi ministeri degli Esteri. Col crescere della tensione, l’Iran ha puntato il dito contro USA e Israele, sostenendo che i due Paesi stessero fomentando le proteste per destabilizzare il Paese. Parallelamente, i media israeliani hanno diffuso la notizia che il Mossad stesse utilizzando i social per incoraggiare gli iraniani a protestare, mentre Trump ha rilasciato numerose dichiarazioni in sostegno al popolo iraniano, affermando anche che gli USA sarebbero stati pronti a intervenire nel caso in cui il numero di dimostranti uccisi fosse aumentato. A cavalcare l’onda delle contestazioni è stato anche Reza Pahlavi, il figlio del deposto scià, sostenuto dagli USA – dove risiede, che ha mandato messaggi di sostegno alla popolazione e chiesto l’intervento di Trump.
Nel resto del mondo, sono cresciute le voci di supporto al popolo iraniano, e in diversi Paesi – tra cui Francia e Regno Unito – si sono svolte manifestazioni in sostegno alle proteste iraniane. I ministeri degli Esteri di Australia, Canada e Nuova Zelanda hanno invitato i propri cittadini ad abbandonare il Paese, mentre l’Unione Europea ha vietato ai diplomatici iraniani di entrare nel Parlamento europeo. In Italia, i media hanno iniziato a dare sempre più risonanza a Reza Pahlavi, e a tutte le iniziative pro-scià in giro per il mondo, affermando che le proteste «inneggiassero» al suo ritorno; per quanto sia vero che in alcune delle piazze sventolassero le bandiere antecedenti alla rivoluzione del ’78 (associate allo scià), non ci sono abbastanza informazioni per affermare che le proteste siano a favore del suo ritorno. Va poi rimarcato che secondo diversi sondaggi interni all’Iran condotti da entità terze, la monarchia godrebbe di un supporto minore a quello del regime.
Il quadro politico dell’Iran
Non è la prima volta che il popolo iraniano si solleva contro il regime degli Ayatollah; l’ultima protesta paragonabile per intensità a quella degli ultimi giorni risale al 2022, ed è scoppiata per l’uccisione di Mahsa Amini a causa della mancata osservanza dell’obbligo di vestire il velo. Anche in quell’occasione, il governo aveva attuato interruzioni della rete internet e i media italiani parlavano di un possibile rovesciamento del regime in favore dello scià. Eppure, non accadde. Ciò che si tende a dimenticare quando si tratta di Iran è che il Paese è internamente molto differenziato e che il regime, per quanto mal visto dalla maggior parte della popolazione, gode di un consenso trasversale e affonda le mani in tutti i settori economici. Di contro, lo scià non è generalmente visto di buon occhio, e non esistono piattaforme unitarie e solide che tengano insieme le esigenze dei diversi gruppi che compongono il mosaico della popolazione iraniana.
Affermare che le proteste siano a favore dello scià è fuorviante, e finisce di fatto per appiattire una realtà complessa come quella iraniana nell’ottica del binarismo politico; questa narrazione, casualmente, favorisce il candidato preferito dell’Occidente. In Iran, tuttavia, ci sono cittadini che chiedono l’istituzione di una repubblica federale, come parte delle comunità curda e azera, che costituiscono insieme più di un quarto della popolazione; altri, invece, preferiscono una repubblica centralizzata; altri ancora sostengono il regime, e ulteriori chiedono la monarchia, mentre intanto diversi gruppi, come i beloci, sono separatisti. Anche spingere per quella narrazione che dipinge un regime con le ore contate è ingannevole, come lo è in generale il tentativo di fare previsioni sulla base dei pochi video che circolano online: le testimonianze che sono emerse in questi giorni mostrano un moto di protesta ampio, che tuttavia non è possibile quantificare; nel frattempo oggi stesso continuano ad arrivare notizie di proteste a favore del governo, e le autorità sostengono di stare risolvendo la situazione.









