giovedì 3 Aprile 2025
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Israele demolisce interi quartieri in Cisgiordania: oltre 40.000 sfollati in tre settimane

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Mentre la tregua a Gaza appare appesa a un filo, c’è un’altra regione di quello che, secondo il diritto internazionale, dovrebbe essere lo Stato di Palestina, dove l’esercito israeliano continua a condurre operazioni ufficialmente catalogate come «anti-terrorismo», ma che in realtà stanno mettendo a ferro e fuoco città e campi profughi e causando migliaia di sfollati. Nella Cisgiordania occupata, in particolare tra Jenin, Tulkarem e Tubas, almeno 50 palestinesi sono stati uccisi nelle ultime tre settimane, mentre centinaia di abitazioni sono state demolite dai bulldozer dell’esercito israeliano, bruciate o fatte esplodere. Solo a Jenin, una decina di giorni fa, 23 edifici sono stati fatti saltare in aria contemporaneamente nel cuore della città. Secondo UNRWA, l’Agenzia delle Nazioni Unite per il Soccorso dei Rifugiati Palestinesi, il numero degli sfollati ha ormai superato le 40.000 persone.

Il campo profughi di Jenin è ormai quasi deserto, con oltre 20.000 residenti costretti a lasciare le proprie abitazioni sotto la minaccia di droni, bombe e cecchini. Molti degli sfollati sono stati obbligati a registrarsi e farsi identificare attraverso telecamere biometriche installate dai militari. Altre migliaia di persone hanno dovuto abbandonare il campo di Tulkarem, sotto assedio da 17 giorni, mentre migliaia di famiglie sono state forzate a lasciare le proprie case anche a Tammoun e nel campo profughi di al-Far’a, a Tubas, dove l’offensiva è entrata ieri nel decimo giorno.

Numerose abitazioni sono state trasformate dai militari in centri per interrogatori o avamposti per cecchini.

L’operazione “Iron Wall” (Muro di ferro), iniziata 23 giorni fa con l’assalto a Jenin, per molti non è altro che la prosecuzione della guerra a Gaza. La retorica è la stessa, le tecniche simili. In nome della lotta al terrorismo, i militari di Tel Aviv stanno devastando interi quartieri e uccidendo decine di palestinesi, con l’obiettivo reale di rendere alcune aree inabitabili e costringere la popolazione a fuggire. Le immagini che arrivano da Jenin ricordano quelle già viste a Jabalia, nel nord di Gaza: macerie su macerie, mezzi israeliani, strade deserte.

Gli sfollati trovano rifugio in moschee, scuole o nelle case di parenti. Quasi tutti gli ospedali nelle città sotto attacco sono isolati, mentre le ambulanze vengono sistematicamente bloccate e impedite dal raggiungere i feriti. Nelle ultime settimane sono state arrestate centinaia di persone, in quella che è considerata l’aggressione più violenta in Cisgiordania dai tempi della Seconda Intifada.

E mentre i giornali di mezzo mondo parlano di “decine di terroristi eliminati”, e il ministro Salvini difende a spada tratta le assurde dichiarazioni di Trump su Gaza, moriva Saddam Rajab, un bambino di 10 anni colpito all’addome dai proiettili israeliani. Un video agghiacciante riprende la scena, testimoniando com’è facile morire nella strada sotto casa, in Palestina. L’ambulanza che stava cercando di salvarlo è stata bloccata per almeno un’ora. Alla morte di Saddam è seguita poco dopo quella di altre due donne e un uomo nel campo profughi du Nur Shams, sempre a Tulkarem. Una delle donne era all’ottavo mese di gravidanza; il marito è gravemente ferito. Sono questi, i “terroristi” di cui parla Israele. Ma fossero anche militanti armati: la “colpa” sarebbe comunque quella di difendere il proprio quartiere e la propria gente dalle incursioni israeliane e dall’occupazione sionista in continua espansione. Il cui governo – dopo il genocidio commesso a Gaza – sta parlando di annettere l’intera Cisgiordania a Israele nel 2025. Terroristi? O resistenti?

Mentre i giornali di mezzo mondo parlano di «decine di terroristi eliminati» e il ministro  italiano Salvini difende senza esitazione le dichiarazioni di Trump su Gaza, moriva Saddam Rajab, un bambino di 10 anni, colpito all’addome dai proiettili israeliani. Un video agghiacciante documenta la scena, mostrando quanto sia facile morire per strada, sotto casa, in Palestina. L’ambulanza che tentava di soccorrerlo è stata bloccata per almeno un’ora. Poco dopo la sua morte, altre tre persone hanno perso la vita nel campo profughi di Nur Shams, a Tulkarem: due donne e un uomo. Una delle vittime era incinta di otto mesi; il marito è rimasto gravemente ferito. Sono questi i «terroristi» di cui parla Israele. Ma anche se fossero militanti armati, sarebbe legittimo considerarli terroristi per il solo fatto di opporsi con le armi alla violenza quotidiana dell’occupazione? In verità, si tratterebbe di condotte che le convenzioni internazionali (per la precisione la Risoluzione ONU 37/43 del 1982) inquadrano nella legittima resistenza armata della quale possono avvalersi i popoli e le nazioni costretti a vivere sotto occupazione straniera.

Il governo italiano, mentre libera e riporta in Libia l’assassino e torturatore Osama Almasri Najim, mentre – quasi unico in UE, insieme all’Ungheria di Orbán – si rifiuta di firmare il documento a difesa della Corte Penale Internazionale, minacciata di sanzioni da Trump, e mentre in Cisgiordania e a Gaza i palestinesi continuano a morire, non smette di difendere Israele e i suoi leader da ogni accusa di pulizia etnica e genocidio. Dimostrando così di schierarsi dalla parte della violenza del più forte, e non del diritto internazionale.

[di Moira Amargi]

Colombia, sospeso il processo contro l’ex presidente Uribe

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Ieri il Tribunale Superiore di Bogotá ha sospeso il processo nei confronti dell’ex presidente del Paese, Álvaro Uribe, accusato di corruzione di testimoni. Il tribunale, di preciso, ha stabilito che la giudice di primo grado non aveva agito in maniera imparziale, ordinando la sospensione temporanea delle udienze. Il processo contro Uribe era iniziato giovedì, dopo un’inchiesta durata oltre sei anni per dei fatti che lo avrebbero visto coinvolto nel 2012, anno in cui non era più presidente. Secondo le accuse, Uribe avrebbe esercitato pressioni su testimoni, in particolare membri di gruppi paramilitari, affinché rilasciassero dichiarazioni false contro un senatore dell’opposizione.

Il Niger è il primo paese africano a debellare la malattia della “cecità fluviale”

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mosca nera

Dopo decenni di lotta contro una delle malattie più debilitanti del continente, il Niger è diventato il primo Paese africano a interrompere la trasmissione dell'oncocercosi, una patologia parassitaria trasmessa dalla puntura di mosche nere infette, che colpisce la vista e la pelle. 
La “cecità fluviale”, nome con cui è meglio conosciuta la malattia, è considerata la seconda causa infettiva di cecità nel mondo, subito dopo il tracoma. Nel 2023, circa 250 milioni di persone necessitavano ancora di un trattamento preventivo contro la patologia, che colpisce in particolare le comunità rurali in Af...

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La Russia ha scarcerato l’insegnante statunitense Marc Fogel

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La Russia ha rilasciato Marc Fogel, l’insegnante statunitense detenuto dal 2021 per traffico di droga. A dare la notizia è il consigliere per la sicurezza nazionale statunitense Mike Waltz, che ha spiegato che a gestire le trattative è stato l’inviato speciale degli USA per il Medio Oriente Steve Witkoff, in occasione di una visita in Russia. Fogel era stato arrestato presso l’aeroporto Sheremetyevo di Mosca con l’accusa di traffico di droga, mossa dopo che erano stati rinvenuti 17 grammi di marijuana nel suo bagaglio. Fogel ha rigettato le accuse, sostenendo che faceva uso di cannabis per questioni mediche. Dovrebbe arrivare negli Stati Uniti stasera.

Congo, attacchi armati: 51 morti

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Ieri sera, nella Repubblica Democratica del Congo, un gruppo di miliziani armati ha assaltato diversi villaggi situati nella parte orientale del Paese, uccidendo almeno 51 civili. La notizia è stata data oggi da diverse autorità locali, che hanno aggiunto che il bilancio delle vittime sembra destinato ad aumentare. Gli attacchi sono stati attribuiti a miliziani della Cooperativa per lo Sviluppo del Congo (CODECO), che avrebbero attaccato i villaggi dando fuoco alle case, sparando e utilizzando armi bianche come coltelli. La notte prima , inoltre, sembra che avessero effettuato un attacco contro un campo locale per sfollati, venendo tuttavia respinti dalla forza di mantenimento della pace delle Nazioni Unite, MONUSCO.

Ddl 1660: l’assalto finale del potere politico contro il diritto al dissenso

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Tra le misure varate dal governo Meloni, il Disegno di legge C1660, noto come “Ddl Sicurezza”, è quello che sta suscitando le maggiori resistenze tra i giovani e i movimenti sociali, che da settimane hanno avviato una campagna di mobilitazione. Dietro il termine rassicurante e propagandisticamente efficace di “sicurezza”, si cela un decreto legge che introduce misure repressive mirate contro le forme di protesta più diffuse, come quelle ambientaliste o contro le grandi opere. Eugenio Losco, avvocato con una lunga esperienza nella difesa di cause legate a proteste e movimenti sociali, ha dichiarato a L’Indipendente che si tratta di «un decreto repressivo concepito in modo organico». Secondo Losco, il provvedimento punta da un lato a criminalizzare il dissenso e dall’altro ad ampliare le tutele per le forze dell’ordine.

Misure contro i movimenti

L’articolo 10 del Disegno di legge introduce il reato di “Occupazione arbitraria di immobile destinato a domicilio altrui”. Questa norma inasprisce le pene già previste per il reato di occupazione, portandole da un massimo di tre anni a un intervallo compreso tra 2 e 7 anni di carcere. Inoltre, rende punibili anche «chiunque si intromette o coopera nell’occupazione dell’immobile», un dettaglio che appare mirato a criminalizzare chiunque offra solidarietà attiva alle occupazioni, una pratica diffusa tra i movimenti per il diritto alla casa e contro gli sfratti.

L’articolo 11, tra i più controversi del Ddl, modifica le “Norme per assicurare la libera circolazione sulle strade ferrate ed ordinarie e la libera navigazione”. Introduce un’aggravante per i blocchi alla circolazione «commessi all’interno o nelle immediate adiacenze delle stazioni ferroviarie, delle metropolitane o dei convogli passeggeri». Inoltre, trasforma in reato penale – invece che illecito amministrativo – il blocco stradale o ferroviario «con il proprio corpo», punibile con un mese di carcere. La pena aumenta a un periodo tra sei mesi e due anni se il blocco è «commesso da più persone riunite». 

Secondo l’avvocato Eugenio Losco, «questa forte penalizzazione del blocco stradale, punibile anche se attuato pacificamente, colpisce direttamente una pratica ampiamente utilizzata dagli operai della logistica, con l’effetto di reprimere le proteste e tutelare gli interessi degli imprenditori, garantendo che le loro attività non siano ostacolate». Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, durante il question time alla Camera del 25 settembre 2024, ha confermato questa intenzione, dichiarando che il decreto punirà azioni che «impediscono l’ingresso e l’uscita di mezzi per il trasporto merci» e «picchettaggi» che «confliggono con l’interesse dell’impresa».

Infine, l’articolo 19 introduce un’aggravante al reato di “Ostruzione della realizzazione di opere pubbliche o infrastrutture”, aumentando le pene di due terzi quando «violenza o minaccia» vengono utilizzate per impedire la realizzazione di opere pubbliche o infrastrutture strategiche. Questa norma sembra indirizzata a colpire chi manifesta contro grandi opere come il TAV o il ponte sullo Stretto di Messina.

Misure contro i detenuti e persone accusate di reati

A essere presi di mira dal Ddl Sicurezza non sono solo i movimenti sociali organizzati, ma anche le fasce più vulnerabili della società. Tra i principali obiettivi figurano i detenuti e gli ex detenuti. Uno dei provvedimenti chiave in tal senso è l’articolo 13, che introduce per legge le cosiddette «zone rosse». Questo articolo consente l’applicazione del DASPO urbano a chiunque, negli ultimi cinque anni, abbia ricevuto una condanna o una denuncia (anche senza condanna) per reati contro la persona o il patrimonio commessi in aree sensibili, come le ferrovie.

L’articolo 13 prevede inoltre che la sospensione condizionale della pena possa essere concessa, ma subordinandola «all’osservanza del divieto, imposto dal giudice, di accedere a luoghi o aree specificamente individuate». Questo rende il DASPO irrevocabile, anche per chi non ha precedenti ed è accusato di reati minori, come il danneggiamento o l’imbrattamento. Tali reati sono oggetto di un’ulteriore stretta punitiva: l’articolo 12 interviene qualora i reati siano commessi durante manifestazioni, mentre l’articolo 24 si applica quando viene colpito un luogo pubblico «con la finalità di lederne l’onore». 

In materia di detenuti, l’articolo 15 colpisce specificamente le donne, abolendo l’obbligo del differimento di pena per le madri in gravidanza o con figli di un anno, rendendolo una misura facoltativa.

La modifica più controversa è introdotta dall’articolo 26, che istituisce il reato 415-bis di “Rivolta all’interno di un istituto penitenziario”. Esso punisce «chiunque, all’interno di un istituto penitenziario, partecipa a una rivolta mediante atti di violenza, minaccia o resistenza all’esecuzione degli ordini impartiti, commessi da tre o più persone riunite». Rientrano tra i punibili anche coloro che attuano «condotte di resistenza passiva», come scioperi della fame. Gli organizzatori delle rivolte, anche in assenza di violenza o danni a persone, rischiano fino a otto anni di carcere.

Misure contro i migranti

All’articolo 26 segue una disposizione che prevede pene analoghe nel caso in cui le proteste avvengano all’interno dei Centri di Permanenza per il Rimpatrio (CPR). I migranti e gli stranieri rappresentano un’altra delle categorie particolarmente colpite dalla stretta repressiva del Ddl.

Le misure restrittive nei confronti dei migranti iniziano dal loro stesso arrivo, con modifiche al codice della navigazione previste dall’articolo 29, e proseguono rendendo più difficoltosa la loro permanenza nel Paese. Tra queste, l’articolo 32 introduce nuovi «obblighi di identificazione degli utenti dei servizi di telefonia mobile», stabilendo che, al momento della sottoscrizione di contratti per l’attivazione di SIM telefoniche, i cittadini extracomunitari debbano esibire documenti che attestino il loro regolare soggiorno in Italia. Il problema di questa norma, evidenziato da diversi giuristi, è l’assenza di deroghe per i cittadini ospitati nei CPR. Questi, non essendo in possesso di un permesso di soggiorno, verrebbero di fatto privati della possibilità di ottenere una scheda telefonica.

Misure di tutela delle forze dell’ordine

Un’altra direttrice del Ddl Sicurezza è quella della tutela e dell’ampliamento dello spazio di manovra per i membri delle forze dell’ordine. Le misure introdotte per perseguire questo obiettivo sono molteplici e includono sia l’aumento delle pene per chi ferisce, resiste o minaccia le forze dell’ordine, sia l’introduzione di maggiori tutele in sede giudiziaria. Gli articoli 22 e 23, in particolare, prevedono il riconoscimento di benefici economici fino a 10.000 euro per ogni fase del procedimento a ufficiali e agenti di pubblica sicurezza, polizia giudiziaria, vigili del fuoco e membri delle forze armate indagati.

Nelle ultime settimane, dopo il caso di Ramy Elgaml e del carabiniere indagato per aver ucciso un uomo armato di coltello nella notte di Capodanno, il governo ha iniziato a discutere ulteriori misure volte a rafforzare le tutele legali per le forze dell’ordine. Tra queste, si sta valutando l’ipotesi di introdurre nel Ddl una sorta di “scudo penale”. Secondo quanto trapelato, in fase preliminare di studio ci sarebbe un provvedimento che eliminerebbe l’obbligo per i pubblici ministeri di iscrivere automaticamente nel registro degli indagati i membri delle forze dell’ordine accusati di reato, introducendo un filtro preventivo per l’avvio di procedimenti nei loro confronti.

Misure per rafforzare i poteri delle forze dell’ordine

Tra le misure del Ddl che stanno suscitando maggiore preoccupazione tra attivisti, avvocati e magistrati figurano quelle norme che ampliano il raggio d’azione delle forze dell’ordine e dei servizi segreti, aumentando indirettamente anche le “tutele” nei loro confronti. 

Questa lista si apre con l’articolo 28, che consente agli agenti di pubblica sicurezza di «portare senza licenza le armi previste dall’articolo 42 del testo unico delle leggi di pubblica sicurezza, di cui al regio decreto 18 giugno 1931, n. 773, quando non sono in servizio». In pratica, quasi tutte le forze dell’ordine potranno portare con sé pistole, rivoltelle di qualsiasi misura e bastoni animati (bastoni da passeggio con una lama di almeno 65 centimetri al loro interno) anche al di fuori dell’orario di servizio.

Tra i provvedimenti più discussi si trova anche l’articolo 29, che estende i poteri della Guardia di Finanza e delle navi da guerra nazionali alle navi straniere. Questo stabilisce per queste ultime l’obbligo di rispondere alle richieste di fermo e ispezione, punendo eventuali atti di resistenza. L’articolo 30, invece, amplia i poteri delle forze armate in missioni internazionali, consentendo loro di utilizzare dispositivi e programmi informatici in modalità che altrimenti costituirebbero reati contro l’inviolabilità del domicilio e dei segreti. 

L’articolo più controverso è senza dubbio l’articolo 31. Questo obbliga enti pubblici, università, aziende statali e concessionarie di servizi pubblici a collaborare con i servizi segreti, fornendo loro informazioni «anche in deroga alle normative di settore in materia di riservatezza». Inoltre, l’articolo estende notevolmente la sfera di operatività dei servizi di intelligence: le eccezioni alle «condotte previste dalla legge come reato per le quali non è opponibile il segreto di Stato» passano da due a oltre dieci. Tra queste, gli operatori di AISE e AISI non solo potranno infiltrarsi in organizzazioni criminali e terroristiche, ma saranno anche autorizzati a dirigerle. Questo legittima reati gravi, come associazione sovversiva, terrorismo interno e banda armata.  

[di Dario Lucisano]

Il consumo di vino è nel mirino del “piano anticancro” della Commissione Europea

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Nuove tasse sul vino per ridurre il rischio di cancro nella popolazione: è questa una delle misure che la Commissione Europea prevede di adattare nell’ambito del nuovo BECA (Beating Cancer Plan), il piano europeo anticancro. In Italia, dove il comparto vinicolo costituisce un settore economico strategico, la comunicazione ha scatenato la rabbia degli agricoltori e delle associazioni del settore. «Speravamo che la nuova Commissione incentrasse il suo lavoro su misure volte a rafforzare la competitività delle imprese, non a inasprire la tassazione e a creare nuove distorsioni nel mercato unico» ha commentato Paolo Castelletti, presidente dell’Unione Italiana Vini.

Attualmente, spiega il documento della Commissione, la Direttiva sulle aliquote dell’imposta sull’alcool prevede che il vino sia esente da accise, mentre queste esistono in misura ridotta per la birra e l’alcol etilico. Il vino e le altre bevande fermentate, spiega il testo della Commissione, sono infatti tassati in base al volume, mentre altre sostanze lo sono in base al contenuto di alcol. Tuttavia, in ragione del fatto che «il mercato sta cambiando» e che «stanno comparendo nuovi vini industrializzati e bevande alcoliche pronte da bere», il sistema di tassazione, secondo l’UE, andrebbe modificato. In particolare, «per riflettere questi cambiamenti è necessaria una valutazione approfondita della Direttiva delle aliquote dell’imposta sull’alcol», contenuta proprio all’interno del nuovo Piano sul Cancro. «La valutazione valuterà i risultati della direttiva rispetto ai criteri di efficacia, efficienza, pertinenza, coerenza e valore aggiunto dell’UE e servirà da base per le future azioni politiche», riporta la Commissione.

Come sottolinea UIV, il settore vinicolo vale in Europa oltre 100 miliardi di euro e milioni di posti di lavoro. In Italia, dove la produzione di vino costituisce una grossa parte del patrimonio socioculturale, oltre che economico, i viticoltori e le associazioni del settore sono già in stato di preallerta. Coldiretti riferisce di essere pronta a «scendere in piazza per tutelare i 240 mila viticoltori italiani che offrono opportunità di lavoro lungo la filiera per 1,3 milioni di occupati». Il direttore dell’associazione, Ettore Prandini, definisce le misure europee «puramente ideologiche» e, pur riconoscendo l’importanza dell’adozione di misure che promuovano uno stile di vita sano, sottolinea come il vino in Italia sia prima di tutto «un prodotto agricolo», oltre che rappresentare «cultura, tradizione, identità, parte integrante della nostra storia e del nostro territorio».

Non è la prima volta che l’Unione Europea ipotizza l’adozione di misure restrittive nei confronti del consumo di vino: già tre anni fa, infatti, si ipotizzò di applicare sulle etichette dei vini il “bollino nero” del sistema di etichettatura a semaforo Nutri-Score, per segnalare l’estrema nocività del prodotto. Nel 2023, poi, l’UE appoggiò l’iniziativa irlandese di aggiungere all’etichetta delle bottiglie avvisi sul rischio di ammalarsi di cancro simili a quelli apposti sui pacchetti di sigarette.

[di Valeria Casolaro]

Cisgiordania, esercito israeliano demolisce infrastrutture a Jenin

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L’organizzazione per i diritti umani Al-Haq ha reso noto che sono in corso importanti operazioni israeliane a Tulkarem, Jenin e Far’a, tra gli altri luoghi, nel 22° giorno di attacchi militari israeliani su larga scala nella Cisgiordania occupata. A Jenin, ha affermato che l’esercito israeliano «ha esteso la distruzione in modo significativo oltre il campo profughi, in particolare da questa mattina presto, poiché ha sistematicamente demolito le infrastrutture e distrutto proprietà pubbliche e private nel quartiere orientale della città». Almeno quattro bambini sono tra i 33 palestinesi uccisi finora negli attacchi israeliani nella Cisgiordania occupata nelle ultime tre settimane. Oltre 40mila le persone sfollate con la forza.

Il Regno Unito ha ordinato ad Apple di dire addio alla crittografia

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Le autorità britanniche hanno segretamente inviato ad Apple un “avviso di capacità tecnica”, con cui chiedono alla compagnia di collaborare nelle indagini delle forze dell’ordine, fornendo accesso a prove contro sospetti e potenziali criminali. Il Governo esige che l’azienda tech garantisca una porta d’accesso attraverso cui aggirare il sistema di crittografia che protegge la riservatezza dei dati archiviati su iCloud, così da consentirgli di fatto un monitoraggio indiscriminato. Questa mossa rappresenta l’ennesima manifestazione di una tendenza securitaria sempre più diffusa, la quale esercita pressioni costanti sui colossi del settore tecnologico affinché abbandonino il concetto stesso di privacy digitale.

L’ordine è stato emesso dal Ministero dell’Interno il mese scorso, tuttavia la notizia è trapelata solo di recente grazie a un’inchiesta del The Washington Post. Né Apple né le autorità britanniche hanno commentato le rivelazioni, un silenzio che non sorprende: il provvedimento si fonda sull’Investigatory Powers Act (IPA), una legge già ampiamente criticata per le ultime modifiche che concedono alle autorità margini d’azione sempre più ampi senza alcuna garanzia di trasparenza. Inoltre, le nuove disposizioni rendono illegale per le aziende rivelare al pubblico se e quando ricevono richieste governative di accesso ai dati.

Apple si trova in una posizione delicata: ha costruito la propria identità di brand sulla tutela della privacy degli utenti, trasformandola in un vero e proprio slogan commerciale. Cedere alle pressioni delle autorità significherebbe compromettere irrimediabilmente la propria credibilità. Un rischio che l’azienda conosce bene, come dimostrato dal clamoroso passo indietro che ha compiuto nel 2022, quando aveva ventilato l’idea di scansionare automaticamente le immagini che i clienti trasferivano su iCloud, così da individuare contenuti pedopornografici. La reazione fu assolutamente negativa e l’iniziativa venne silenziosamente dismessa, senza mai essere effettivamente implementata.

I servizi di protezione avanzata dei dati (Advanced Data Protection, ADP) rappresentano un pilastro della strategia commerciale di Apple e non verranno sacrificati alla leggera. Tuttavia, potrebbe prospettarsi all’orizzonte un compromesso che non mancherà di sollevare polemiche. In passato, Apple ha dichiarato di non voler concedere in nessun caso al governo un accesso diretto al suo cloud, ma ha anche avvertito che le modifiche all’Investigatory Powers Act (IPA) potrebbero “costringerla” a ritirare dal Mercato britannico delle funzionalità “critiche per la sicurezza” degli utenti. In altre parole, la Big Tech potrebbe rifiutarsi di aprire all’interno dei suoi sistemi un passaggio privilegiato per la polizia inglese, preferendo piuttosto ritirare del tutto il sistema di crittografia.

L’ordine imposto dal Governo britannico solleva inoltre interrogativi di natura politica e diplomatica. Secondo il The Washington Post, la richiesta delle autorità britanniche si estenderebbe infatti ai dati ricevuti da Apple su scala globale, con possibili ripercussioni sugli accordi di trasferimento dati tra il Regno Unito e l’Unione Europea. Leggi europee quali il GDPR si sforzano di tutelare i diritti digitali dei propri cittadini, un presupposto che non consentirebbe alle autorità inglesi di creare nei loro confronti una dinamica di sorveglianza invasiva. Detto questo, anche in UE si registra un crescente interesse nei confronti dell’eliminazione della crittografia dai software d’uso civile, una linea di pensiero fortemente supportata dall’Europol, la quale non vede l’ora di poter accedere liberamente ai dispositivi digitali nel corso delle indagini.

[di Walter Ferri]

Gaza, Trump dettaglia il suo piano genocida: “i palestinesi non potranno tornare”

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Mentre la stabilità del cessate il fuoco sembra più precaria che mai, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha iniziato a dettagliare il proprio piano per lo sfollamento forzato del popolo della Striscia. «I palestinesi non avranno il diritto al ritorno nelle proprie case», ha affermato il presidente in un’intervista sull’emittente Fox News, perché «vivranno in alloggi di gran lunga migliori». In questo momento la Striscia, ha detto il presidente, è un grande sito di demolizione, quindi i circa 2 milioni di palestinesi vanno presi e spostati in massa nei Paesi vicini, che li accoglieranno a braccia aperte, pena lo stop ai finanziamenti da parte degli USA. Una volta acquisita la Striscia e deportato il popolo palestinese, gli Stati Uniti inizieranno il proprio «piano di sviluppo immobiliare» su larga scala, creando un posto aperto «a tutti i cittadini del mondo», tranne che ai suoi stessi abitanti.

Quando parlava di attuare un piano di sfollamento di massa per fare spazio alla nuova «Riviera del Medio Oriente», in molti, increduli, si sono chiesti se Trump intendesse quello che avevano capito tutti. Dopo un primo momento di confusione, in cui l’amministrazione statunitense è corsa ai ripari sostenendo che il grande pubblico avesse frainteso le parole del presidente, Trump ha fugato ogni dubbio, rispondendo alle domande di Bret Baier. L’intervista ha affrontato svariate questioni che hanno caratterizzato questi suoi primi giorni da presidente, e Trump ha parlato di Gaza solo per una manciata di minuti, brevi ma significativi. Questa volta si è fatto capire senza usare mezzi termini: «Costruiremo splendide comunità per le 1,9 milioni di persone che abitano la Striscia», ha ribadito il presidente. «Possono essere cinque, sei, come possono essere due»; in questa maniera il popolo gazawi «sarebbe al sicuro» e vivrebbe «poco al di fuori di dove si trova in questo momento, dove c’è questa grande situazione di pericolo».

A questo punto, interrogato sull’eventuale diritto al ritorno dei palestinesi, Trump ha risposto: «No, non lo avrebbero», motivando tale risposta appellandosi alle migliori condizioni abitative in cui si troverebbe il popolo gazawi. La soluzione di Trump, insomma, è «permanente», perché «ci vorrebbero anni prima che i palestinesi possano tornare. La Striscia, ora, non è abitabile». Il presidente ha spiegato che le sue intenzioni sono quelle di sottoscrivere un accordo con i Paesi arabi vicini, primi fra tutti Giordania ed Egitto. Poco importa che questi abbiano condannato le parole di Trump opponendosi a più riprese al suo piano: «Credo di poter siglare un accordo con loro», ha detto, alludendo al fatto che potrebbe interrompere l’erogazione di aiuti nei loro confronti; «diamo loro miliardi e miliardi di dollari all’anno». A un certo punto dell’intervista Trump ha citato anche l’Arabia Saudita, ma non è chiaro se il suo piano la vede coinvolta come luogo di accoglienza o erogatrice di finanziamenti; anche in questo caso, Trump ha ignorato del tutto le dichiarazioni di Riyad, che ha rigettato la sua proposta.

Risolto il problema delle persone, Trump ha parlato del destino della Striscia dopo che attuerebbe il proprio piano di deportazione. Il territorio non sarebbe controllato dalle truppe statunitensi, ma dalla presenza israeliana. Intanto, «io possiederò» la Striscia di Gaza, che verrebbe ripulita, sistemata e messa a punto per creare un «luogo per tutti» in cui «non abiterà nessuno». Quello a cui Trump sembra fare riferimento è una vera e propria località dedicata esclusivamente al turismo, dove fare confluire viaggiatori da tutte le aree del mondo; a scanso di equivoci lo ha detto esplicitamente: «Pensalo come un piano di sviluppo immobiliare per il futuro».

Dopo le dichiarazioni di Trump, Hamas ha rinnovato la sua condanna nei confronti del piano statunitense di acquistare e possedere Gaza, avvertendolo che «affrontare la questione palestinese con la mentalità di un agente immobiliare è una ricetta sicura per il fallimento», e gli altri Paesi arabi si sono schierati al fianco del popolo palestinese, contro le parole di Trump. La Relatrice speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati, Francesca Albanese, ha definito il piano «illegale» e «peggio della pulizia etnica». Anche alcuni dei Paesi membri dell’Unione Europea hanno criticato il piano di Trump, malgrado in questo momento abbiano manifestato il proprio sdegno solo a parole. L’intervista su Fox News fornisce pochi dettagli in più rispetto a quanto dichiarato da Trump durante la conferenza stampa con Netanyahu, ma chiarisce in maniera netta le sue intenzioni, risolvendo i diversi dubbi che si erano sollevati una volta terminata. Come Trump abbia intenzione di attuare una simile decisione non è ancora chiaro, anche perché un piano che prevede di deportare forzatamente 2 milioni di persone in Paesi che si oppongono al programma risulta pressoché irrealizzabile. Nonostante ciò, ha detto di volere partire con la sua realizzazione il prima possibile.

Intanto, in Medio Oriente, il mantenimento del cessate il fuoco sembra particolarmente in bilico: Hamas ha denunciato le continue violazioni della tregua da parte di Israele, annunciando che la consegna dei prigionieri il cui rilascio era previsto sabato prossimo sarà rinviata «fino a nuovo avviso» e «finché l’occupazione non si impegna a rispettarli». Il ministro della Difesa israeliano, Katz, ha criticato la decisione del gruppo palestinese, accusandolo di stare violando gli accordi, e altri alleati governativi di Netanyahu hanno iniziato a fare pressioni perché Israele riprenda la propria campagna. Il presidente Trump, dal canto suo, ha affermato che se gli ostaggi non verranno rilasciati entro la data prefissata, «si scatenerà l’inferno».

[di Dario Lucisano]