Nella mattinata di oggi, un treno adibito ai test di apparecchiature sismiche ha investito un gruppo di operai nella stazione di Luoyang, a Kunming, nella provincia cinese dello Yunnan, causando 11 morti e 2 feriti. Secondo i media statali, il convoglio stava percorrendo una curva quando ha travolto gli operai, entrati nell’area dei binari. Le autorità ferroviarie hanno dichiarato che le cause dell’incidente sono ancora in fase di accertamento. Il traffico ferroviario è stato temporaneamente sospeso per consentire i soccorsi, per poi tornare regolare.
Incendio a Hong Kong, almeno 55 morti, centinaia i dispersi
Sale ancora il bilancio dei morti per il violento incendio che ha devastato a Hong Kong sette delle 8 torri residenziali di Wang Fuk Court di Tai Po. Il rogo ha causato finora un totale di 55 vittime, di cui 4 dopo il ricovero d’urgenza in ospedale, e 279 dispersi. Gi incendi in quattro degli otto condomini del complesso sono stati spenti, altri tre roghi sono sotto controllo. Un edificio non è stato interessato. Tre uomini dell’impresa edile responsabile dei lavori dei condomini sono stati arrestati con l’accusa di omicidio colposo. L’organismo anticorruzione di Hong Kong ha dichiarato di aver avviato un’indagine sui lavori di ristrutturazione del complesso residenziale.
Perù, ex presidente Vizcarra condannato a 14 anni di galera per corruzione
L’ex presidente peruviano Martín Vizcarra è stato condannato a 14 anni di carcere per aver accettato tangenti pari a circa mezzo milione di euro tra il 2011 e il 2014, quando era governatore di Moquegua, in cambio di favoritismi a due imprese edilizie. Pur annunciando ricorso, dovrà iniziare subito a scontare la pena. Vizcarra, 62 anni, centrista senza partito, fu presidente dal 2018 al 2020 dopo le dimissioni di Pedro Pablo Kuczynski per lo scandalo Odebrecht. Nel 2020 era stato destituito dal parlamento con un impeachment legato alle stesse accuse di corruzione.
Riarmo UE: la Commissione apre anche ad armi nucleari e all’uranio impoverito
La Commissione europea vuole reintrodurre la possibilità di investire in armi controverse. L’esecutivo comunitario ha infatti proposto una modifica al testo che definisce il progetto industriale e di riarmo Prontezza 2030, sostituendo il termine «armi controverse» con il termine «armi vietate», in un passaggio che definisce i progetti da escludere. I partiti The Left, Socialisti e Verdi hanno avanzato obiezioni sulla modifica, respinte dal parlamento, sottolineando che essa «limita l’ambito di applicazione dei tipi di armi esclusi a sole quattro categorie, nello specifico le mine antipersona, le munizioni a grappolo, le armi biologiche e le armi chimiche», finendo per includere nei potenziali investimenti anche armi nucleari, all’uranio impoverito, o dispositivi incendiari.
Nella sua proposta, la Commissione scrive che la definizione di armi controverse contenuta nel regolamento UE «lascia troppa incertezza e confuzione per gli amministratori e dovrebbe essere chiarita e semplificata, in particolare perchè i trattati e le convenzioni internazionali pertinenti di cui gli Stati membri sono parti non fanno riferimento alle armi controverse, ma piuttosto alle armi proibite». Il motivo è sempre lo stesso: potenziare la prontezza della difesa europea, programma che prevede l’investimento di 800 miliardi entro il 2030. Con la nuova modifica, dunque, le armi proibite si limiterebbero a «mine antiuomo, munizioni a grappolo, armi biologiche e chimiche il cui uso, possesso, sviluppo, trasferimento, fabbricazione e stoccaggio sono espressamente vietati dalle convenzioni internazionali». Armamenti quali munizioni all’uranio impoverito, armi incendiarie (quali il fosforo bianco) e nucleari non figurano nell’elenco, potendo dunque potenzialmente essere classificate come idonee per la classificazione ESG (Environmental, Social, Governance, ovvero l’etichetta che valuta la sostenibilità di un’azienda o un investimento sulla base di criteri ambientali, sociali e di governance).
Gli armamenti che rimarrebbero esclusi sono stati oggetto di numerose denunce nel corso della storia, proprio per le conseguenze devastanti derivanti dal loro utilizzo. Nel 2001, la procuratrice del tribunale penale per l’ex Jugoslavia, Carla del Ponte, aveva dichiarato che l’impiego di armi all’uranio impoverito da parte della NATO fosse assimilabile a un crimine di guerra, per via dei gravi danni alla salute che queste causano alle persone che vi sono esposte. L’Osservatorio Nazionale Amianto (ONA) italiano ha censito all’incirca 8 mila militari che, al ritorno dalle guerre nei Balcani, furono colpiti da diverse malattie, le più frequenti delle quali linfomi di Hodgkin e non Hodgkin e leucemia. Secondo il presidente dell’ONA, Ezio Boanni, almeno 400 persone sono morte per tumori causati dall’esposizione all’uranio impoverito, impiegato nel 1995 e nel 1999 in Bosnia Erzegovina e in Kosovo. Nel 2013, la Corte dei Conti del Lazio emise una sentenza nella quale si accoglieva il ricorso di un militare che era stato di stanza in Kosovo e ammalatosi successivamente di tumore, nella quale si sottolineava la correlazione tra la malattia e le condizioni ambientali nelle quali l’uomo aveva prestato servizio, confermata sulle perizie eseguite sui tessuti neoplastici dell’uomo. La stessa sentenza dichiarava che la contaminazione era anche avvenuta tramite l’acqua e il cibo approvvigionati in loco. Per quanto riguarda le armi incendiarie, un esempio micidiale è il fosforo bianco, utilizzato per esempio da Israele in Palestina in varie occasioni, come denunciato dall’ONU stessa. Una delle ultime sarebbe proprio nell’ambito dell’aggressione in Libano, secondo quanto dimostrerebbero le immagini raccolte da Amnesty. L’attacco sarebbe stato condotto il 13 ottobre 2023 contro obiettivi civili nel villaggio di Dhayra, nel Libano meridionale. Il fosforo bianco è una sostanza incendiaria che brucia una volta esposto all’aria: chi vi entra in contatto può incorrere in danni respiratori gravi, insufficienze al funzionamento di organi vitali e altri danni permanenti.
Spari vicino alla Casa Bianca, gravi due agenti, fermato attentatore
Due membri della Guardia Nazionale sono stati gravemente feriti mercoledì pomeriggio in una sparatoria avvenuta a pochi isolati dalla Casa Bianca a Washington. Un uomo di 29 anni, di origine afghana entrato negli Stati Uniti nel 2021, è stato arrestato dopo essere stato colpito durante lo scontro a fuoco. Le autorità definiscono l’accaduto come un “attacco mirato” contro i militari. In risposta, il governo ha mobilitato altri 500 soldati della Guardia Nazionale a Washington. Non è ancora chiaro il movente; l’indagine è in corso.
USA: archiviate accuse contro Trump sulle elezioni del 2020
Lo Stato statunitense della Georgia ha archiviato le accuse contro Trump per un caso risalente al 2020, in cui il presidente avrebbe tentato di sovvertire i risultati delle elezioni presidenziali. Secondo il procuratore, non ci sarebbero elementi abbastanza solidi per arrivare a una condanna e portare avanti un processo contro Trump sarebbe «inutilmente gravoso» per lo Stato. Il caso in questione riguardava una telefonata fatta da Trump al segretario di Stato della Georgia Brad Raffensperger in cui il presidente chiedeva al segretario di «trovare 11.780 voti» per spostare i risultati elettorali a suo favore.
L’Iran è alle prese con la peggiore siccità degli ultimi decenni
L’Iran è senz’acqua. Da settimane il Paese sta affrontando una siccità senza precedenti, che analisti e commentatori descrivono come la peggiore degli ultimi sessant’anni. La situazione risulta particolarmente critica nella capitale Teheran, ma la scarsità di piogge e le difficoltà nell’approvvigionamento di acqua stanno interessando pressoché tutte le province. In generale, dall’inizio dell’autunno, le precipitazioni nel Paese sono diminuite dell’82,8%; a Teheran sono caduti solo 1,1 millimetri di pioggia. Per far fronte all’emergenza, le autorità stanno adottando diverse misure, dal razionamento dell’acqua all’inseminazione delle nuvole, ma per ora hanno ottenuto scarsi risultati. La situazione risulta talmente critica che sui social è iniziata a emergere la teoria che i Paesi vicini “ruberebbero le nuvole” dall’Iran, ipotesi che i media ufficiali sono stati costretti a smentire pubblicamente. C’è chi invece propone misure drastiche, come l’evacuazione dell’intera Teheran e lo spostamento provvisorio della capitale.
Salvo qualche caso sporadico, da ormai inizio autunno, le sole province iraniane a ospitare precipitazioni sono quelle settentrionali e nordorientali; le altre province hanno registrato picchi di riduzione delle precipitazioni superiori al 100%, tanto che, fino al 7 novembre, 20 delle 31 province iraniane non avevano ancora visto una goccia d’acqua. Le prime piogge diffuse sono arrivate solo lo scorso 10 novembre, per poi ripetersi tra il 15 e il 17 novembre. Nonostante ciò, l’Istituto Meteorologico iraniano ha precisato ai media governativi iraniani che non avrebbero avuto «un impatto significativo sull’approvvigionamento idrico», stimando che il recupero delle risorse perse avrebbe richiesto un periodo «anche superiore a una stagione o un anno». Come anticipato, le precipitazioni novembrine non hanno realmente mitigato la situazione: secondo l’ultimo bollettino generale dell’Istituto Meteorologico Nazionale iraniano, ripreso da media ufficiali e semi-ufficiali, al 17 novembre, 18 province registravano una riduzione delle precipitazioni superiore al 95%; quelle in cui la situazione risulta più sotto il controllo registravano cali tra il 40% e il 65%, mentre nella provincia di Teheran la diminuzione si attestava al 96,9%. Nei dieci giorni successivi, non è piovuto.
La mancanza di piogge ha causato in primo luogo una crisi nell’approvvigionamento di acqua, portando allo svuotamento delle risorse disponibili. Secondo l’Istituto meteorologico 28 tra le maggiori dighe del Paese hanno meno di 30 milioni di metri cubi d’acqua, e pare ormai inevitabile diminuirne l’erogazione nelle case. A Teheran i cittadini lamentano tagli improvvisi alla rete idrica, fenomeno che già a inizio novembre veniva descritto dagli stessi media governativi come all’ordine del giorno. Sempre nella capitale, luogo dove la crisi idrica risulta più marcata, le risorse disponibili sono diminuite di oltre la metà, mentre oltre il 40% delle zone umide del Paese ha subito fenomeni di essiccazione, e una parte significativa degli ecosistemi acquatici si trova ora in condizioni critiche. «L’essiccazione di queste aree ha portato all’espansione di centri attivi di polvere e sabbia nelle regioni centrali, orientali e meridionali del Paese, tanto che oltre 8 milioni di ettari di terreni in Iran sono esposti a erosione e desertificazione eolica grave», sostengono i rapporti dell’Istituto per la Protezione dell’Ambiente iraniano.
La crisi idrica ha costretto le autorità a correre ai ripari, chiedendo aiuto a Paesi vicini come la Turchia, disponendo l’invio di scorte d’acqua a Teheran tramite autocisterne, riabilitando pozzi, studiando metodi per ridurre i consumi idrici nei settori domestico, industriale e agricolo, e tentando di applicare tecniche di inseminazione delle nuvole per fare piovere artificialmente; pare tuttavia che la continua siccità abbia impedito un uso diffuso di tali tecnologie. C’è chi addirittura ha affermato che potrebbe essere necessario evacuare Teheran; il presidente Pezeshkian ha invece affermato che, se ci fossero le disponibilità economiche, risulterebbe più efficace spostare direttamente la capitale per un periodo limitato. Secondo Mohsen Ardakani, Amministratore delegato dell’Ufficio idrico e delle acque reflue di Teheran, per risolvere la crisi servirebbe implementare le infrastrutture per l’approvvigionamento idrico anche mediante l’uso di sistemi di controllo intelligenti, migliorare i bacini idrici per la sostenibilità e costruirne di nuovi, installare dispositivi di risparmio energetico nelle abitazioni e ridurre i consumi dei cittadini almeno del 20%.
In una situazione come quella iraniana, individuare le cause della siccità non è facile. Sui social si è diffusa quella che sui media ha preso il nome di “teoria del furto di nuvole”, secondo cui i Paesi vicini “devierebbero” le nuvole iraniane nel proprio territorio per “rubare la pioggia”. L’ipotesi è stata smentita dal capo dell’Istituto per lo sviluppo e lo sfruttamento delle tecnologie idriche iraniano, ma è finita per avere una tale risonanza mediatica da venire ripresa dai media governativi e da commenti di analisti, per evidenziare la situazione critica in cui versa il Paese. Le spiegazioni delle cause della siccità da parte degli esperti sono molto più complesse, e prendono in analisi diversi fattori: in primo luogo il fatto che, in generale, l’Iran è un Paese soggetto a temperature alte e clima arido, con forti e ricorrenti variazioni; lo stesso caso di quest’anno, per quanto più grave di quello degli anni precedenti, è solo l’ultimo di una lunga serie di periodi di siccità. L’istituto meteorologico sostiene che questo sarebbe il sesto anno di siccità consecutivo.
Ai problemi geografici, si aggiungono gli elevati consumi di acqua da parte del settore agricolo e di quello energetico: secondo le varie stime, l’agricoltura consuma tra l’85% e il 90% delle risorse idriche, mentre gli impianti petrolchimici e di raffinazione – su cui il Paese punta da anni – risultano particolarmente idrovori. Già in passato, la costruzione di nuove raffinerie era stata rallentata a causa della scarsità d’acqua per i sistemi di raffreddamento. Oltre a ciò, ci sono i problemi degli impianti di approvvigionamento, spesso obsoleti e inefficienti: a Teheran il 60% dell’acqua è erogata da pozzi, e i sistemi di distribuzione perdono circa il 22% della quantità di acqua che erogano; i problemi della rete idrica sono stati accentuati dalla “Guerra dei Dodici Giorni” con Israele, in cui alcune delle infrastrutture sono state danneggiate. Altri analisti, come Kaveh Madani, ex vice capoufficio del ministero dell’Ambiente iraniano ed esperto nello studio delle acque presso l’ONU, sostengono che il problema dell’acqua sia dovuto anche alla malagestione della politica, che avrebbe trattato la risorsa come un «bene illimitato», portando a quella che nel Paese viene definita «bancarotta idrica». In Iran, spiega Madani, i consumi sono superiori alle attività di recupero, e questo con gli anni ha comportato una perdita della risorsa.










