L’organizzazione per i diritti umani Al-Haq ha reso noto che sono in corso importanti operazioni israeliane a Tulkarem, Jenin e Far’a, tra gli altri luoghi, nel 22° giorno di attacchi militari israeliani su larga scala nella Cisgiordania occupata. A Jenin, ha affermato che l’esercito israeliano «ha esteso la distruzione in modo significativo oltre il campo profughi, in particolare da questa mattina presto, poichĂ© ha sistematicamente demolito le infrastrutture e distrutto proprietĂ pubbliche e private nel quartiere orientale della città ». Almeno quattro bambini sono tra i 33 palestinesi uccisi finora negli attacchi israeliani nella Cisgiordania occupata nelle ultime tre settimane. Oltre 40mila le persone sfollate con la forza.
Il Regno Unito ha ordinato ad Apple di dire addio alla crittografia
Le autoritĂ britanniche hanno segretamente inviato ad Apple un “avviso di capacitĂ tecnica”, con cui chiedono alla compagnia di collaborare nelle indagini delle forze dell’ordine, fornendo accesso a prove contro sospetti e potenziali criminali. Il Governo esige che l’azienda tech garantisca una porta d’accesso attraverso cui aggirare il sistema di crittografia che protegge la riservatezza dei dati archiviati su iCloud, così da consentirgli di fatto un monitoraggio indiscriminato. Questa mossa rappresenta l’ennesima manifestazione di una tendenza securitaria sempre piĂą diffusa, la quale esercita pressioni costanti sui colossi del settore tecnologico affinchĂ© abbandonino il concetto stesso di privacy digitale.
L’ordine è stato emesso dal Ministero dell’Interno il mese scorso, tuttavia la notizia è trapelata solo di recente grazie a un’inchiesta del The Washington Post. NĂ© Apple nĂ© le autoritĂ britanniche hanno commentato le rivelazioni, un silenzio che non sorprende: il provvedimento si fonda sull’Investigatory Powers Act (IPA), una legge giĂ ampiamente criticata per le ultime modifiche che concedono alle autoritĂ margini d’azione sempre piĂą ampi senza alcuna garanzia di trasparenza. Inoltre, le nuove disposizioni rendono illegale per le aziende rivelare al pubblico se e quando ricevono richieste governative di accesso ai dati.
Apple si trova in una posizione delicata: ha costruito la propria identitĂ di brand sulla tutela della privacy degli utenti, trasformandola in un vero e proprio slogan commerciale. Cedere alle pressioni delle autoritĂ significherebbe compromettere irrimediabilmente la propria credibilitĂ . Un rischio che l’azienda conosce bene, come dimostrato dal clamoroso passo indietro che ha compiuto nel 2022, quando aveva ventilato l’idea di scansionare automaticamente le immagini che i clienti trasferivano su iCloud, così da individuare contenuti pedopornografici. La reazione fu assolutamente negativa e l’iniziativa venne silenziosamente dismessa, senza mai essere effettivamente implementata.
I servizi di protezione avanzata dei dati (Advanced Data Protection, ADP) rappresentano un pilastro della strategia commerciale di Apple e non verranno sacrificati alla leggera. Tuttavia, potrebbe prospettarsi all’orizzonte un compromesso che non mancherà di sollevare polemiche. In passato, Apple ha dichiarato di non voler concedere in nessun caso al governo un accesso diretto al suo cloud, ma ha anche avvertito che le modifiche all’Investigatory Powers Act (IPA) potrebbero “costringerla” a ritirare dal Mercato britannico delle funzionalità “critiche per la sicurezza” degli utenti. In altre parole, la Big Tech potrebbe rifiutarsi di aprire all’interno dei suoi sistemi un passaggio privilegiato per la polizia inglese, preferendo piuttosto ritirare del tutto il sistema di crittografia.
L’ordine imposto dal Governo britannico solleva inoltre interrogativi di natura politica e diplomatica. Secondo il The Washington Post, la richiesta delle autorità britanniche si estenderebbe infatti ai dati ricevuti da Apple su scala globale, con possibili ripercussioni sugli accordi di trasferimento dati tra il Regno Unito e l’Unione Europea. Leggi europee quali il GDPR si sforzano di tutelare i diritti digitali dei propri cittadini, un presupposto che non consentirebbe alle autorità inglesi di creare nei loro confronti una dinamica di sorveglianza invasiva. Detto questo, anche in UE si registra un crescente interesse nei confronti dell’eliminazione della crittografia dai software d’uso civile, una linea di pensiero fortemente supportata dall’Europol, la quale non vede l’ora di poter accedere liberamente ai dispositivi digitali nel corso delle indagini.
[di Walter Ferri]
Gaza, Trump dettaglia il suo piano genocida: “i palestinesi non potranno tornare”
Mentre la stabilitĂ del cessate il fuoco sembra piĂą precaria che mai, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha iniziato a dettagliare il proprio piano per lo sfollamento forzato del popolo della Striscia. «I palestinesi non avranno il diritto al ritorno nelle proprie case», ha affermato il presidente in un’intervista sull’emittente Fox News, perchĂ© «vivranno in alloggi di gran lunga migliori». In questo momento la Striscia, ha detto il presidente, è un grande sito di demolizione, quindi i circa 2 milioni di palestinesi vanno presi e spostati in massa nei Paesi vicini, che li accoglieranno a braccia aperte, pena lo stop ai finanziamenti da parte degli USA. Una volta acquisita la Striscia e deportato il popolo palestinese, gli Stati Uniti inizieranno il proprio «piano di sviluppo immobiliare» su larga scala, creando un posto aperto «a tutti i cittadini del mondo», tranne che ai suoi stessi abitanti.
Quando parlava di attuare un piano di sfollamento di massa per fare spazio alla nuova «Riviera del Medio Oriente», in molti, increduli, si sono chiesti se Trump intendesse quello che avevano capito tutti. Dopo un primo momento di confusione, in cui l’amministrazione statunitense è corsa ai ripari sostenendo che il grande pubblico avesse frainteso le parole del presidente, Trump ha fugato ogni dubbio, rispondendo alle domande di Bret Baier. L’intervista ha affrontato svariate questioni che hanno caratterizzato questi suoi primi giorni da presidente, e Trump ha parlato di Gaza solo per una manciata di minuti, brevi ma significativi. Questa volta si è fatto capire senza usare mezzi termini: «Costruiremo splendide comunitĂ per le 1,9 milioni di persone che abitano la Striscia», ha ribadito il presidente. «Possono essere cinque, sei, come possono essere due»; in questa maniera il popolo gazawi «sarebbe al sicuro» e vivrebbe «poco al di fuori di dove si trova in questo momento, dove c’è questa grande situazione di pericolo».
A questo punto, interrogato sull’eventuale diritto al ritorno dei palestinesi, Trump ha risposto: «No, non lo avrebbero», motivando tale risposta appellandosi alle migliori condizioni abitative in cui si troverebbe il popolo gazawi. La soluzione di Trump, insomma, è «permanente», perchĂ© «ci vorrebbero anni prima che i palestinesi possano tornare. La Striscia, ora, non è abitabile». Il presidente ha spiegato che le sue intenzioni sono quelle di sottoscrivere un accordo con i Paesi arabi vicini, primi fra tutti Giordania ed Egitto. Poco importa che questi abbiano condannato le parole di Trump opponendosi a piĂą riprese al suo piano: «Credo di poter siglare un accordo con loro», ha detto, alludendo al fatto che potrebbe interrompere l’erogazione di aiuti nei loro confronti; «diamo loro miliardi e miliardi di dollari all’anno». A un certo punto dell’intervista Trump ha citato anche l’Arabia Saudita, ma non è chiaro se il suo piano la vede coinvolta come luogo di accoglienza o erogatrice di finanziamenti; anche in questo caso, Trump ha ignorato del tutto le dichiarazioni di Riyad, che ha rigettato la sua proposta.
Risolto il problema delle persone, Trump ha parlato del destino della Striscia dopo che attuerebbe il proprio piano di deportazione. Il territorio non sarebbe controllato dalle truppe statunitensi, ma dalla presenza israeliana. Intanto, «io possiederò» la Striscia di Gaza, che verrebbe ripulita, sistemata e messa a punto per creare un «luogo per tutti» in cui «non abiterà nessuno». Quello a cui Trump sembra fare riferimento è una vera e propria località dedicata esclusivamente al turismo, dove fare confluire viaggiatori da tutte le aree del mondo; a scanso di equivoci lo ha detto esplicitamente: «Pensalo come un piano di sviluppo immobiliare per il futuro».
Dopo le dichiarazioni di Trump, Hamas ha rinnovato la sua condanna nei confronti del piano statunitense di acquistare e possedere Gaza, avvertendolo che «affrontare la questione palestinese con la mentalitĂ di un agente immobiliare è una ricetta sicura per il fallimento», e gli altri Paesi arabi si sono schierati al fianco del popolo palestinese, contro le parole di Trump. La Relatrice speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati, Francesca Albanese, ha definito il piano «illegale» e «peggio della pulizia etnica». Anche alcuni dei Paesi membri dell’Unione Europea hanno criticato il piano di Trump, malgrado in questo momento abbiano manifestato il proprio sdegno solo a parole. L’intervista su Fox News fornisce pochi dettagli in piĂą rispetto a quanto dichiarato da Trump durante la conferenza stampa con Netanyahu, ma chiarisce in maniera netta le sue intenzioni, risolvendo i diversi dubbi che si erano sollevati una volta terminata. Come Trump abbia intenzione di attuare una simile decisione non è ancora chiaro, anche perchĂ© un piano che prevede di deportare forzatamente 2 milioni di persone in Paesi che si oppongono al programma risulta pressochĂ© irrealizzabile. Nonostante ciò, ha detto di volere partire con la sua realizzazione il prima possibile.
Intanto, in Medio Oriente, il mantenimento del cessate il fuoco sembra particolarmente in bilico: Hamas ha denunciato le continue violazioni della tregua da parte di Israele, annunciando che la consegna dei prigionieri il cui rilascio era previsto sabato prossimo sarĂ rinviata «fino a nuovo avviso» e «finchĂ© l’occupazione non si impegna a rispettarli». Il ministro della Difesa israeliano, Katz, ha criticato la decisione del gruppo palestinese, accusandolo di stare violando gli accordi, e altri alleati governativi di Netanyahu hanno iniziato a fare pressioni perchĂ© Israele riprenda la propria campagna. Il presidente Trump, dal canto suo, ha affermato che se gli ostaggi non verranno rilasciati entro la data prefissata, «si scatenerĂ l’inferno».
[di Dario Lucisano]
USA: i procuratori generali vogliono indagare Fauci per la gestione del Covid-19
Negli Stati Uniti una coalizione di 17 procuratori generali ha deciso di unirsi all’indagine avviata dal Congresso contro Anthony Fauci, chiedendo che sia riconosciuto il ruolo dell’ex responsabile della gestione della pandemia alla Casa Bianca in presunte malgestioni, dichiarazioni fuorvianti e nella soppressione del dibattito scientifico. In una lettera inviata ai presidenti di Camera e Senato, i procuratori si dicono pronti nel perseguire tali violazioni, chiedendo una collaborazione su scala nazionale per garantire trasparenza e giustizia.
I procuratori generali hanno chiesto al Congresso di fornire loro i risultati e i mandati che possano portare a indagini statali e potenziali procedimenti giudiziari. Nella lettera da loro pubblicata, riaffermano il loro impegno a sostenere la fiducia del pubblico, garantire la trasparenza e prevenire fallimenti simili in future crisi di salute pubblica. «Il perdono generale del presidente Biden del dott. Fauci è un vergognoso tentativo di impedire che sia riconosciuta la sua responsabilità nei fatti», ha detto il procuratore generale Wilson, a capo del gruppo. «Se sono accertate violazioni delle leggi statali, siamo pienamente pronti a intraprendere azioni appropriate per garantire che la giustizia sia servita», ho poi proseguito.
Nello specifico, nel rapporto finale della sottocommissione della Camera, pubblicato dopo due anni di indagini, vengono riportate alcune conclusioni che evidenziano informazioni fuorvianti, cattiva gestione dei finanziamenti e soppressione del dibattito scientifico. Tra le varie cose l’impegno del dott. Fauci per screditare la teoria della “fuga da laboratorio”, nonostante numerose evidenze la corroborassero. Il dott. Fauci avrebbe poi fornito false testimonianze in merito alla ricerca sul guadagno di funzione finanziata dal National Institutes of Health (NIH) presso l’Istituto di Virologia di Wuhan, specie sulle sovvenzioni fornite ad EcoHealth Alliance, la quale ha poi incanalato i finanziamenti al laboratorio di Wuhan. Il rapporto indica anche la soppressione del dibattito scientifico con cui si è censurata ogni evidenza o preoccupazione sulle pratiche mediche e sui dispositivi adottati nel periodo in questione, e le conseguenti politiche intraprese.
[di Michele Manfrin]
Guatemala, bus precipita da un ponte: almeno 55 morti
Palermo, maxi operazione antimafia: arrestate 183 persone
Una delle piĂą importanti operazioni antimafia degli ultimi decenni ha colpito questa notte il cuore di Cosa Nostra. A Palermo, 183 persone sono infatti state arrestate nell’ambito un blitz coordinato dalla Direzione Distrettuale Antimafia, che ha azzerato i vertici di storici mandamenti dell’organizzazione come Porta Nuova, Pagliarelli, San Lorenzo, Bagheria e Santa Maria del GesĂą. L’inchiesta, condotta dai carabinieri e coordinata dal procuratore Maurizio De Lucia e dall’aggiunto Marzia Sabella, ha svelato una mafia palermitana in cerca di slancio e nuovi metodi per riorganizzare le proprie strutture di vertice, legata a riti e a codici del passato ma in grado di padroneggiare con dimestichezza le nuove tecnologie per sfuggire ai radar degli investigatori.
Dalle indagini che hanno portato al blitz emerge come i boss della mafia palermitana abbiano adottato sistemi di comunicazione criptati per eludere le intercettazioni, riuscendo perfino a trasmettere ordini e assistere addirittura in diretta a pestaggi all’interno delle carceri, dove minuscoli cellulari e migliaia di SIM venivano introdotti illegalmente, permettendo ai detenuti di comunicare indisturbati. Sapendo di essere pedinati, i criminali a piede libero evitavano pericolose riunioni in presenza, affidandosi a chat e videochiamate. Tuttavia, i mafiosi Nunzio Serio e Francesco Stagno, durante una conversazione in merito a un affare di droga, hanno rivelato i nomi dei partecipanti a una chat riservata, svelando l’attuale gotha mafioso: Tommaso Lo Presti, Guglielmo Rubino, Cristian CinĂ e Giuseppe Auteri. Gli investigatori hanno così potuto delineare il nitido quadro della riorganizzazione criminale in atto. Emblematica la figura di Giovanni Cusimano, classe 1949, tra gli arrestati dell’operazione. GiĂ detenuto per omicidio e associazione mafiosa, una volta tornato in libertĂ si aspettava un trattamento rispettoso dalla «famiglia». Le intercettazioni lo hanno immortalato mentre rimpiangeva i tempi in cui la mafia era piĂą strutturata e temuta. Il suo pensiero era condiviso anche da altri boss intercettati: Giancarlo Romano, emergente del mandamento di Brancaccio, si lamentava del declino della mafia palermitana, criticando le nuove generazioni incapaci di reggere il confronto con il passato. L’inchiesta ha inoltre attestato che il traffico di droga rimane uno dei settori piĂą redditizi per Cosa Nostra, che si avvale di legami sempre piĂą stretti con la ‘Ndrangheta (regina di questo business), così come il racket sul territorio. I carabinieri hanno documentato richieste di pizzo sistematiche, soprattutto nelle zone turistiche di Mondello e Sferracavallo.
La portata dell’operazione ricorda il celebre blitz di San Michele del 1984, che portò al Maxiprocesso di Palermo, prima vera sconfitta giudiziaria della consorteria. E, piĂą da vicino, quanto accadde nel dicembre 2018 e nel gennaio 2019, quando a Palermo furono catturati decine di mafiosi di alto rango. Tra questi, i capimandamento di Palermo che – in seguito ai decessi in carcere di Bernardo Provenzano (luglio 2016) e Totò Riina (novembre 2017) –, nel maggio 2018 avevano ricostituito la Cupola ed eletto il nuovo capo di Cosa Nostra: il gioielliere di Palermo Settimo Mineo, anche lui tra i mafiosi arrestati. A finire in manette era stato anche il giovane Leandro Greco, nipote di Michele Greco (famoso “Papa” di Cosa Nostra, che fu vicinissimo a Totò Riina dalla fine degli anni Settanta, processato al “Maxi” di Falcone e Borsellino). Oggi l’ennesimo capitolo di una partita a scacchi che, dai tempi del pool antimafia di Palermo, tra mille chiaroscuri, punti di domanda e veritĂ ancora avvolte nell’ombra, sembra ben lontana dallo “scacco matto” finale.
[di Stefano Baudino]
Caso Almarsi, la Corte Penale Internazionale indaga sull’Italia
La Corte Penale Internazionale ha aperto un’indagine sulla liberazione e il conseguente rimpatrio del torturatore capo della polizia giudiziaria libica, Osama Almasri Njeem, da parte dell’Italia. A dare la notizia è il portavoce della Corte, Fadi El Abdallah, che ha tuttavia specificato che «al momento non vi è alcun caso dinanzi alla CPI contro alcun funzionario italiano». El Abdallah ha spiegato che, di preciso, la Corte ha avviato le indagini preliminari sulla «questione della mancata osservanza da parte dello Stato di una richiesta di cooperazione per l’arresto e la consegna» di Almasri, precisando che l’Italia ha la facoltà di rilasciare le proprie osservazioni.
L’annuncio di El Abdallah è arrivato ieri, lunedì 10 febbraio, ma si parlava di un potenziale avvio delle indagini contro l’Italia da giorni. Il fascicolo aperto è ancora di natura preliminare, ma potrebbe portare a un deferimento di Roma all’organo direttivo della Corte o al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. L’avvio della procedura si basa su una possibile violazione dell’articolo 86 dello Statuto di Roma, con il quale venne istituita la Corte, che stabilisce che «gli Stati membri cooperano pienamente con la Corte nelle inchieste e nelle azioni giudiziarie che la stessa svolge per reati di sua competenza». Quando ciò non avviene, indica l’articolo 87, «la Corte può prenderne atto ed investire del caso l’Assemblea degli Stati membri o il Consiglio di sicurezza». La procedura risulta quasi automatica e si tratta di un processo volto a chiarire le responsabilitĂ dello Stato membro, ma non le responsabilitĂ individuali delle persone fisiche. Lo stesso El Abdallah ha precisato che, malgrado siano pervenute denunce contro rappresentanti del governo, per ora non è presente alcun caso davanti ai giudici della Corte. «Fino a quando la Camera preliminare non avrĂ esaminato la questione e non avrĂ preso una decisione», ha aggiunto El Abdallah, «la Corte non fornirĂ ulteriori commenti».
Almasri, soprannominato «il torturatore di Tripoli» dalle organizzazioni che investigano la situazione dei migranti in Libia, è stato arrestato il 19 gennaio a Torino dalle forze dell’ordine italiane su segnalazione dell’Interpol. Il generale è accusato di crimini di guerra e crimini contro l’umanitĂ , principalmente per quanto accade all’interno delle prigioni libiche – realtĂ messa nero su bianco dalle testimonianze di coloro che vi sono sopravvissuti, da anni a questa parte. Il 21 gennaio è stato scarcerato su decisione della Corte d’Appello, che ha motivato la sua liberazione parlando di una serie di procedure irregolari, che avrebbero a che vedere con la mancata comunicazione dell’imminente arresto al ministro della Giustizia Nordio, incaricato dei rapporti con la CPI. Nel corso della sua informativa al Parlamento, Nordio stesso ha parlato dei presunti errori procedurali avvenuti durante la cattura del ricercato, attribuendo inoltre alla CPI e al suo «gran pasticcio» con le carte parte della responsabilitĂ del caso. La Corte non sembra avere intenzione di commentare i procedimenti giudiziari nazionali.
[di Dario Lucisano]
Banca Europea per gli Investimenti: 1 miliardo all’Ucraina
La Banca Europea per gli Investimenti (BEI), l’organo finanziario dell’Unione Europea, ha annunciato un nuovo finanziamento di 1 miliardo di euro a favore dell’Ucraina. La notizia è stata data ieri, lunedì 10 febbraio, dalla presidente della BEI, Nadia Calviño, apparsa in conferenza stampa assieme al presidente Zelensky. L’investimento destinerĂ 420 milioni di euro al settore pubblico ucraino per contribuire a ripristinare le infrastrutture critiche del Paese, tra cui energia, riscaldamento, approvvigionamento idrico, ospedali, scuole ed edilizia sociale. La BEI ha inoltre firmato un accordo per mobilitare quasi 500 milioni di euro in finanziamenti per le piccole e medie imprese in tutto il Paese. Altri 16,5 milioni – provenienti dalla Germania – andranno all’energia rinnovabile.