Nel corso dell’incontro bilaterale svoltosi venerdì 17 ottobre alla Casa Bianca con il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, il presidente statunitense Donald Trump ha fatto un ulteriore passo indietro rispetto alla possibilità di inviare a Kiev i missili a lungo raggio Tomahawk, al centro delle trattative delle ultime settimane. Sulla posizione di Trump potrebbe aver influito l’inaspettata telefonata che ha avuto luogo lo scorso giovedì con il presidente russo Putin, nel corso della quale i due leader hanno parlato di un possibile incontro bilaterale che potrebbe aver luogo a Budapest nelle prossime due settimane. «I Tomahawk sono armi molto pericolose, molto potenti. Potrebbero implicare una escalation. I Tomahawk sono una questione importante, non vogliamo dare via cose di cui abbiamo bisogno per proteggere il nostro Paese», ha dichiarato Trump.
«Abbiamo bisogno dei Tomahawk e abbiamo bisogno di molte delle altre cose che negli ultimi quattro anni abbiamo mandato in Ucraina» ha detto il presidente statunitense, nel corso dell’incontro con i giornalisti a margine del vertice con Zelensky. «Ora abbiamo una situazione diversa, li mandiamo all’Unione Europea e loro pagano (loro hanno un sacco di soldi), ma noi abbiamo bisogno dei Tomahawk e delle altre armi che stiamo mandando in Ucraina. Questa è esattamente un’altra delle ragioni per le quali vogliamo finire questa guerra, parliamo di un gran numero di armi molto potenti» ha sottolineato, augurandosi che la guerra possa finire «senza che abbiamo bisogno di pensare ai Tomahawk».
Rispondendo alle domande dei giornalisti, il presidente Zelensky ha suggerito un possibile scambio tra i droni militari prodotti in Ucraina, che Kiev produce in gran quantità, e i missili a lungo raggio, ma questo non sembra aver smosso le posizioni di Trump, nonostante abbia ammesso che gli USA «ne comprino molti dall’estero». L’incontro, definito dal presidente statunitense «interessante» e «cordiale», non ha quindi raggiunto la conclusione sperata per Zelensky. In un post pubblicato successivamente sul proprio social Truth, Trump ha scritto che «è il momento di fermare le uccisioni e trovare un ACCORDO!», sottolineando come sia stato versato «abbastanza sangue» e come i confini delle due parti siano stati definiti «con guerre e viscere». «Dovrebbero fermarsi dove sono ora» ha detto Trump, «lasciare che entrambe dichiarino vittoria, che la Storia decida! Basta sparatorie, basta morti, basta con le immense e insostenibili somme di denaro spese. Questa è una guerra che non sarebbe mai cominciata se io fossi stato presidente. Migliaia di persone massacrate ogni settimana – BASTA, ANDATE A CASA IN PACE DALLE VOSTRE FAMIGLIE!» [maiuscole originali, ndr]. Nel corso del vertice, Trump ha inoltre riferito che l’incontro con Putin non prevedrà la presenza di Zelensky, perchè tra i due leader «non corre buon sangue». «Questi due leader non si piacciono e vogliamo rendere le cose più confortevoli per tutti».
Nelle scorse settimane, Trump aveva riferito di aver «più o meno» preso una decisione in merito all’invio dei missili a lunga gittata (sulla quale Kiev sta manifestando forte insistenza), ma di voler prima capire come sarebbero stati usati. A tal proposito, Mosca sottolinea che, se l’Europa continuerà a fornire sistemi missilistici, intelligence e assistenza militare all’Ucraina, finirà per essere considerata parte del conflitto stesso – una linea che richiama discorsi già emersi nei mesi precedenti.
Il tribunale militare russo di Rostov sul Don ha condannato ieri 15 soldati ucraini del battaglione Aidar a pene comprese tra 15 e 21 anni con l’accusa di terrorismo. Si tratta del secondo processo di massa contro prigionieri di guerra ucraini dopo quello di marzo contro 23 membri del battaglione Azov. La Russia ha etichettato sia i gruppi Azov che Aidar come organizzazioni terroristiche e accusato i loro membri di crimini di guerra. Kiev ha definito il processo una «farsa» e una violazione del diritto internazionale, accusando Mosca di criminalizzare chi ha difeso la propria patria. Il portavoce di Aidar, Ivan Zadontsev, ha denunciato il procedimento come politico.
Dopo gli attacchi nel mare dei Caraibi delle ultime settimane, che hanno ucciso 27 persone, gli USA puntano a un’escalation militare improntata alla destabilizzazione del governo di Caracas. Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha confermato mercoledì ai giornalisti di aver autorizzato la CIA a condurre operazioni segrete in Venezuela, inclusa la possibilità di azioni “letali”, per fare pressione sul governo di Caracas e destituire il presidente Nicolás Maduro. «Controlliamo il mare, ora guardiamo a terra» ha dichiarato Trump, aprendo alla possibilità di attacchi terrestri nel Paese sudamericano. Il tycoon ha giustificato l’autorizzazione all’agenzia di intelligence statunitense con due motivazioni principali: la migrazione di venezuelani negli Stati Uniti e il traffico di droga. L’annuncio di Trump ha portato non solo alle proteste di Caracas, ma anche alle dimissioni dell’ammiraglio Alvin Holsey, capo del Southern Command USA, che supervisiona le azioni militari in America Centrale e Meridionale.
La notizia era stata anticipata dal New York Times, citando funzionari statunitensi a conoscenza dei fatti. La decisione risalirebbe ai primi mesi del secondo mandato Trump e farebbe parte di una strategia volta a rovesciare il governo Maduro, considerato da Washington un “regime narco-terrorista”. La Casa Bianca aveva anche offerto, nel 2020, 50 milioni di dollari per informazioni che portassero all’arresto e alla condanna del presidente venezuelano, sulla base delle accuse di narcotraffico. Sullo sfondo, un’offerta di transizione politica presentata da funzionari venezuelani ma respinta, però, dagli Stati Uniti. Secondo quanto rivelato da un ex funzionario dell’amministrazione Trump, un gruppo di alti dirigenti venezuelani avrebbe proposto un piano per favorire una “uscita ordinata” del presidente Maduro. Il progetto prevedeva che il leader bolivariano si dimettesse entro tre anni, lasciando la presidenza alla sua vice Delcy Rodríguez, incaricata di portare a termine il mandato fino al gennaio 2031. Rodríguez non si sarebbe candidata alla rielezione, aprendo così la strada a un nuovo assetto istituzionale “post-Maduro”. La Casa Bianca ha tuttavia respinto l’offerta, giudicandola una mossa di facciata e ribadendo di non riconoscere la legittimità del governo venezuelano. A Washington, il piano è stato interpretato come un segnale di debolezza interna, un tentativo disperato di Caracas di alleggerire la pressione economica e diplomatica, inasprita dopo il riavvio delle sanzioni energetiche. La tempistica delle rivelazioni non è casuale. Il New York Times aveva già pubblicato il 10 ottobre un presunto scoop, secondo cui Maduro avrebbe offerto concessioni economiche agli Stati Uniti, inclusi privilegi sull’accesso al petrolio e alle miniere, in cambio di un alleggerimento delle sanzioni. Pochi giorni dopo, lo stesso quotidiano ha diffuso la notizia dell’autorizzazione concessa da Trump alla CIA per condurre operazioni segrete in territorio venezuelano. Due mosse coordinate che, più che informare, costruiscono una narrazione: quella di un governo ormai isolato e pronto a cedere il potere. L’Associated Press, seguendo lo schema ormai classico delle “fonti anonime vicine al dossier”, ha poi rilanciato la storia di un piano interno per la successione di Maduro. Il risultato è una sequenza di messaggi calibrati per minare la percezione di stabilità del governo venezuelano, generare sfiducia tra i suoi sostenitori e legittimare eventuali azioni più aggressive da parte di Washington.
La frustrazione per gli attacchi è cresciuta a Capitol Hill ed è culminata nelle dimissioni di Holsey. Alcuni repubblicani hanno chiesto alla Casa Bianca maggiori informazioni sulla giustificazione legale e sui dettagli delle operazioni, mentre i democratici sostengono che gli attacchi violano il diritto statunitense e internazionale. Da Caracas, Maduro ha condannato duramente la notizia delle operazioni della CIA in Venezuela, accusando gli Stati Uniti di usare il narcotraffico come pretesto per giustificare un “cambio di regime” e appropriarsi delle risorse petrolifere del Paese. In risposta al dispiegamento militare statunitense, Caracas ha avviato esercitazioni al confine con la Colombia e mobilitato riservisti e forze dell’ODDI (Organo di Direzione per la Difesa Integrale) e delle ZODI (Zona Operativa per la Difesa Integrale) nei principali quartieri popolari. Il ministro degli Esteri Yván Gil ha annunciato un ricorso alle Nazioni Unite, mentre il Parlamento intende avviare procedimenti legali contro Washington per “minacce e aggressioni”. Anche la Colombia, per voce del presidente Gustavo Petro, ha denunciato il rischio di escalation e ricordato le vittime degli attacchi USA in acque internazionali. Washington mal sopporta un regime che si definisce socialista nel suo “cortile di casa” e le tensioni rientrano in un conflitto di lunga data: nel 2019 l’amministrazione Trump riconobbe Juan Guaidó come presidente ad interim del Venezuela, sostenendo un governo ombra per tentare di rovesciare il governo di Caracas.
Al di là delle narrazioni di facciata, ciò che emerge è, infatti, la continuità della politica estera statunitense: una dinamica che ripercorre vecchi schemi dello scorso secolo all’insegna del “regime change“, che gli USA hanno imposto in America centrale (Cuba, Nicaragua, Guatemala) e in America del Sud (su tutti in Cile e per ultimo il fallito colpo di Stato contro Chavez nei primi anni 2000). Cambiano le amministrazioni, ma non la strategia di fondo: l’obiettivo resta il controllo geopolitico delle risorse e la neutralizzazione dei governi non allineati. Le operazioni “coperte” della CIA in America Latina non sono un’anomalia, ma un modus operandi che si è raffinato ed evoluto su scala globale, fino alle “rivoluzioni colorate” del XXI secolo. Il Venezuela, con le sue immense riserve di petrolio e la sua posizione strategica, rappresenta un nodo cruciale di questa rete. Sul piano simbolico, il Nobel per la Pace 2025 alla leader dell’opposizione María Corina Machado ha rafforzato la pressione internazionale su Caracas, fornendo un ulteriore tassello nella costruzione del consenso internazionale attorno a un cambio di regime “umanitario”. Machado ha, infatti, espresso apertamente il suo sostegno all’aumento della presenza militare USA nei Caraibi voluta da Trump e ha dedicato a quest’ultimo il Nobel. In questo scenario, l’informazione gioca un ruolo chiave: travestita da giornalismo, diventa veicolo di un soft power che prepara il terreno all’intervento. La guerra non si combatte più solo con le armi, ma con le narrazioni. E in Venezuela, la battaglia per la percezione è già iniziata.
Decine di giornalisti statunitensi di vari importanti media statunitensi, tra cui il New York Times, il Wall Street Journal e CNN, hanno consegnato i loro badge d’accesso al Pentagono, rifiutando di accettare le nuove restrizioni imposte dal Dipartimento della Guerra. Le nuove regole richiedono un’approvazione preventiva di alcune informazioni da pubblicare e limitano l’accesso a zone dell’edificio. Il segretario alla Guerra, Pete Hegseth, ha definito le misure “di buon senso”, ma nessun media, salvo il network conservatore One America News (OAN), ha accettato di firmare la direttiva, che viene ritenuta una limitazione alla libertà di stampa. I reporter affermano che continueranno a lavorare anche senza accesso diretto al complesso.
Dopo il golpe militare che ha rovesciato Andry Rajoelina, il colonnello Michael Randrianirina ha prestato giuramento come nuovo presidente. Randrianirina, 51 anni, ha già ricoperto incarichi politici: dal 2016 al 2018 era stato governatore della regione di Androy, nel sud del Madagascar. Fino a questo momento era noto soprattutto per essere il comandante di un’unità di élite molto importante, CAPSAT, che sabato 11 ottobre si è schierata con i manifestanti. Il passaggio di potere, avvenuto con il sostegno dell’alta corte costituzionale, è stato accompagnato da condanne internazionali e promesse di una transizione verso elezioni entro due anni.
L’embargo militare consiste nel divieto di acquisto, vendita e transito di armi e sistemi dual use da e verso Israele e nella rottura di tutti i legami militari con lo stesso Paese. La società civile palestinese ha chiesto l’embargo militare contro l’occupazione e l’apartheid di Israele sin dalla fondazione del movimento BDS nel 2005, avendo constatato che altri sistemi di lotta e resistenza erano risultati inefficaci. I trattati internazionali, di cui tutti gli Stati europei sono firmatari, proibiscono la vendita, l’acquisto e il transito di armi verso uno Stato che commette crimini di guerra e contro l’umanità. Ma i nostri governi non hanno mai smesso di vendere/comprare, anche se affermano il contrario. Una dinamica che, anche se può apparire contro-intuitivo, può essere contrastata anche dal basso, attraverso forme specifiche di boicottaggio.
Sono molte le ragioni che ci devono spingere a praticare l’embargo militare contro Israele. Attraverso i suoi sistemi d’arma (direttamente testati sui palestinesi, come dice la sua stessa propaganda), la cyberwar, la cybersecurity (in cui è leader mondiale) e la supremazia tecnologica da cui molti Stati ormai dipendono, Israele ha creato una rete internazionale commerciale che garantisce la sua impunità. È inoltre fortemente legata al complesso militare-industriale statunitense, di cui fanno parte colossi come Boeing, General Dynamics, Lockheed Martin e RTX (Raytheon Technologies), tra i principali fornitori di mezzi e tecnologie militari. Alle loro spalle vi sono i grandi fondi d’investimento come Vanguard, BlackRock, State Street, che svolgono un ruolo di primo piano all’interno della rete economico-finanziaria alimentata dalle tensioni e dalle guerre in cui sono coinvolti tutti i Paesi occidentali, compreso il nostro, che garantisce profitti miliardari.
Oltre che dalle imprese militari, l’economia di guerra israeliana è sostenuta da imprese private che contribuiscono alla uccisione dei palestinesi e alla devastazione delle loro terre. Si tratta di aziende tecnologiche, imprese edili, industrie estrattive ed energetiche, università, che permettono e potenziano l’azione militare. Tra queste vi è, per esempio, Caterpillar Inc, che, in concorso con altre aziende israeliane (tra cui RADA Electronic Industries, di proprietà di Leonardo), ha trasformato il bulldozer D9 in un armamento automatizzato che l’esercito israeliano comanda a distanza per effettuare demolizioni, spianare terre e schiacciare i palestinesi. Mentre le industrie energetiche, tra cui ENI, forniscono il combustibile senza il quale la guerra cesserebbe. Nel settore informatico molte Big Tech (IBM, Hewlett Packard, Microsoft, Google, Palantir, Amazon…) lavorano per Israele, così come moltissime università, e sono profondamente integrate col settore militare cui garantiscono livelli altissimi nell’IA, nell’elaborazione di dati, processi decisionali e di sorveglianza, tanto che Cloud e IA sono considerate “un’arma in tutti i sensi” e sono state determinanti nella distruzione di Gaza. Infine, finanziamenti fondamentali sono affluiti attraverso le più grandi banche mondiali, le assicurazioni e i fondi d’investimento con la vendita e sottoscrizione di bond israeliani. Nell’ambito della ricerca scientifica bisogna citare il programma europeo Horizon attraverso il quale l’Europa ha fornito (dal 2014) 2,4 miliardi di dollari a istituzioni scientifiche israeliane complici.
L’Italia è il terzo Paese esportatore di armi verso Israele, dopo gli Stati Uniti e la Germania. Mette inoltre a disposizione la propria logistica costituita da porti (anche civili), aeroporti, linee ferroviarie cui affluiscono armamenti provenienti da imprese italiane ed estere, e, tra le basi militari, riveste un ruolo centrale la stazione aeronavale di Sigonella. L’Italia occupa quindi un posto importante negli scambi militari con Israele e ciò richiede un grosso lavoro per intervenire ai diversi livelli che consentono tali scambi.
Cosa possiamo fare per costruire l’embargo militare?
Attivisti per la Palestina bloccano una sede di Leonardo SPA a Varese
Intervenire sulle aziende produttrici di armi/ tecnologie militari
Sono circa sessanta, ma il loro numero è in aumento anche a seguito della propaganda esercitata dal Piano di riarmo europeo e delle false aspettative secondo cui la riconversione da civile a militare porterebbe a un aumento dell’occupazione. La più importante, Leonardo, a controllo pubblico, è anche la più grande in Europa e la tredicesima al mondo. Attraverso la controllata RADA è presente in Israele e collabora con le tre più grosse imprese militari israeliane: Rafael, Elbit e IAI. Seguono Fincantieri, Rheinmetall Italia e MBDA Italia che con Leonardo coprono l’89% del mercato italiano. Secondo la relazione ex L. 185/90, nel 2024 sarebbero state compiute 212 operazioni di esportazione verso Israele (per 4,2 milioni di euro) e 42 di importazione. I numeri, tuttavia, sono probabilmente maggiori perché molti accordi non sono sottoscritti in Italia e non sempre sono richieste le autorizzazioni. Tutte vanno sanzionate tramite campagne di pressione, denunce e blocchi dei carichi militari o dual use in partenza e in transito.
Bloccare carichi in partenza/ transito verso Israele
L’intercettazione dei carichi richiede una buona mappatura dei porti con verifica degli enti di gestione e delle aziende che vi operano, dei transiti annuali e delle imprese per la sicurezza. Fondamentale per questo lavoro è il rapporto con lavoratori portuali e sindacati e con gruppi come The Weapon Watch attivi nel tracciamento delle rotte e nell’individuazione delle compagnie di trasporto implicate nel traffico d’armi. Finora si è riusciti a intervenire solo su segnalazioni anonime, ma bisogna programmare e costruire una rete diffusa.
Attivare azioni legali contro governi/imprese/istituti
Nel mese di maggio, 10 legali hanno presentato una diffida al governo per l’annullamento del Memorandum d’Intesa Italia-Israele in materia di cooperazione militare e della difesa stipulato in data 16 giugno 2003 e ratificato con la Legge 94/2005. Da tale memorandum sono discesi tutti gli altri accordi. Lo stesso è rinnovato tacitamente ogni cinque anni, salvo che uno dei due governi ne richieda l’annullamento. Queste azioni devono aumentare, affinché i governi siano resi responsabili della collaborazione nel genocidio.
Fare campagne contro banche complici e fondi di investimento
Senza le banche e i grandi fondi di investimento internazionali l’economia israeliana sarebbe già crollata. Fondi e banche sostengono l’industria militare tramite finanziamenti, emissione di obbligazioni, mediazioni finanziarie. I maggiori fondi del mondo, profondamente coinvolti nel genocidio palestinese, sono azionisti rilevanti all’interno delle principali banche italiane. Si tratta quindi di un settore importante su cui intervenire, mediante la creazione di consapevolezza tra i cittadini, ma anche con azioni di boicottaggio. Nel primo caso s’informa l’investitore/risparmiatore che i suoi risparmi potrebbero finanziare l’industria bellica. Nel secondo si lavora sul danno d’immagine, tramite campagne di pubblicità negativa, mirata sia agli attori finanziari cui le banche affidano il denaro sia alle stesse banche. Questa strategia funziona. Dopo campagne durate anni il fondo sovrano norvegese, il più grande del mondo (2000 miliardi di dollari e investimenti in oltre 8600 aziende), ha disinvestito da Caterpillar, il produttore statunitense di bulldozer D9, e da 5 gruppi bancari israeliani. Queste sono solo alcune delle azioni che possiamo intraprendere per inceppare la macchina di morte israeliana. Il complesso intreccio tra finanza, settori industriali e militari, industrie estrattive e università, che collaborano con Israele per distruggere un popolo, nello stesso tempo realizzando enormi profitti, copre tutto il pianeta sostenuto da un’impressionante illegalità di Stato. Guerra e genocidio sono un mostruoso affare che non si vuole fermare, come dimostrato da Francesca Albanese nel suo ultimo rapporto Dall’economia dell’occupazione all’economia del genocidio. Sulla base di queste evidenze, il boicottaggio e l’embargo militare praticati su vasta scala sono la vera arma nelle nostre mani.
Il Municipio Bassa Val Bisagno di Genova ha approvato una mozione per intitolare una via della zona di San Fruttuoso alle “Vittime della Palestina”. L’iniziativa, promossa da gruppi di centrosinistra e movimenti civici, è stata descritta dai suoi sostenitori come un atto di memoria e umanità verso i civili innocenti morti nel conflitto in Medio Oriente. La delibera ha suscitato un ampio dibattito con alcuni esponenti del centrodestra, che hanno definito la scelta “ambigua” e potenzialmente divisiva. Ora dovrà essere individuata la strada precisa dove apporre la targa commemorativa.
Enrico stava montando il capannone per la festa del suo 35esimo compleanno in provincia di Belluno, e come regalo si è visto arrivare 12 agenti della polizia antidroga che l’hanno arrestato, trattandolo come un narcotrafficante. L’accusa? Quella di detenzione con fini di spaccio di stupefacenti, ma la realtà è ben diversa. Con la sua azienda, La Mota, da 8 anni Enrico coltiva canapa industriale con THC sotto i limiti di legge, italiani ed europei, con un’azienda registrata, pagando tasse e facendo fatture quando vende la propria merce. Gli agenti non hanno voluto nemmeno effettuare il campionamento per verificare tramite analisi scientifiche i livelli di THC delle piante, hanno sequestrato il campo e volevano procedere con l’incenerimento. Il tutto è stato bloccato dal tempestivo intervento del suo avvocato, Lorenzo Simonetti, di Tutela Legale stupefacenti, che ha portato la procura a scarceralo immediatamente, scrivendo nero su bianco che: «Trattandosi esclusivamente di infiorescenze di cannabis, fino a quando non saranno disponibili le analisi di laboratorio sulle sostanze sottoposte a sequestro, non è possibile neanche stabilire la gravità in concreto della condotta, non potendosi considerare determinante il mero dato ponderale».
Da agricoltori a criminali
Lo stesso giorno, il 10 ottobre, questa volta a Palermo, un altro agricoltore, che coltiva canapa industriale dal 2019, è stato arrestato ed è rimasto in carcere per due giorni. Qui il giudice ha convalidato l’arresto, ma non ha accolto la richiesta di misure cautelari come carcere o domiciliari. Nell’ordinanza di scarcerazione si può leggere che: «Allo stato, unitamente alla circostanza che non basta che si tratti di cannabis (più tecnicamente, non è sufficiente la conformità del prodotto al tipo botanico vietato dal T.U. Stupefacenti), bensì occorre sempre valutare l’effettiva capacità drogante del prodotto ceduto o detenuto (cfr. Cass. Pen., SSUU 12348/2019), impedisce di configurare, i gravi indizi del reato contestato».
Pochi giorni prima era toccato a un altro imprenditore agricolo, questa volta in Puglia. Dopo 3 giorni di carcere il Gip, giudice per le indagini preliminari, ha rigettato la richiesta di custodia cautelare in carcere del PM, ordinando invece l’immediata scarcerazione, senza nessuna misura cautelare. Nelle motivazioni, il giudice sottolinea che: «Allo stato non è affatto scontato che il materiale abbia efficacia drogante o psicotropa» e che, senza analisi scientifiche valide e tracciate, non sussistono gravi indizi di colpevolezza.
Un cortocircuito legislativo e giudiziario
Cosa sta accadendo? Dopo il decreto sicurezza, che vorrebbe considerare il fiore di canapa come uno stupefacente indipendentemente dai livelli di THC – un’impostazione cha fa a pugni con la scienza, con decine e decine di sentenze, e con lo stato di diritto, come è stato sottolineato da una relazione della Corte di Cassazione a inizio anno – procure un po’ troppo zelanti hanno fatto il passo che nessuno si aspettava: non più sequestri e processi, gli agricoltori di canapa vanno direttamente in carcere, senza nemmeno effettuare le analisi. Un’aberrazione del diritto, che porta in galera lavoratori onesti poi dipinti dalla stampa locale come dei novelli Pablo Escobar. Che però vengono puntualmente rimessi in libertà avvalorando il principio che le associazioni di settore portano avanti da anni: se non c’è efficacia drogante e per la prassi giurisprudenziale italiana deve essere sopra lo 0,5% di THC, non c’è reato.
Ecco perché gli avvocati insistono su un punto: prima di incidere sulla libertà personale o sull’operatività delle imprese, occorrono campionamenti in contraddittorio, catena di custodia, laboratori accreditati e misure conformi ai protocolli europei (campionamento rappresentativo, doppio campione per controanalisi, essiccazione entro 48 ore, determinazione cromatografica su campione a peso costante). E i giudici stanno dando ragione a loro, non al governo che ha voluto questa legge.
Torino, sequestro archiviato: “il fatto non sussiste”
Il problema è che, nonostante le continue e nette vittorie giudiziarie, le procure non si fermano. L’ultimo sequestro è avvenuto nei giorni scorsi a Forlì, dove sono stati confiscati oltre 250 chili di infiorescenze di cannabis light, per un valore commerciale di circa due milioni di euro.
Nei giorni precedenti la vittima designata era stata la città di Torino, dove però è già arrivata la prima archiviazione, in un processo iniziato a settembre. Il gip ha accolto la richiesta della procura perché “il fatto non sussiste”. E nello spiegare le motivazioni scrive: «Ciò che è emerso è la presenza di THC ma senza indicare una percentuale, per cui, essendo lecita la vendita di cannabis sativa purché con un contenuto di THC inferiore allo 0.6 %, potrebbe operare una causa di esclusione dell’antigiuridicità». Tradotto: la cannabis light, come sostengono associazioni, imprenditori, commercianti, e anche giudici, è legale se il THC è sotto i limiti di legge; è chiaro e logico per tutti, meno che per chi ci governa.
Europa e Italia
Intanto, in Europa, il Parlamento europeo ha approvato l’emendamento proposto dall’eurodeputata Cristina Guarda di AVS che considera la canapa come un prodotto agricolo, legale in ogni sua parte, fiore compreso, con THC fino allo 0,5%. Il prossimo passo sarà la discussione al Consiglio europeo con i vari Stati membri. «L’Europa manda un segnale chiaro: la canapa non è un tabù, ma una risorsa strategica per la transizione ecologica e per la competitività delle nostre campagne», ha sottolineato, chiedendo al governo di «abbandonare l’oscurantismo del decreto sicurezza e riconoscere finalmente dignità e prospettive a un settore che chiede solo regole certe per crescere». Da noi, invece, è arrivato l’ennesimo appello di Confagricoltura che, come le altri grandi associazioni agricole, in questa battaglia si è da subito schierata in favore della pianta a sette punte. L’associazione chiede al ministero dell’Interno «l’adozione urgente di un Atto di Interpretazione Autentica, che confermi in modo inequivocabile la piena liceità delle attività legate alla canapa industriale». Lo scopo? «Garantire agli operatori del settore la sicurezza giuridica necessaria per continuare a lavorare, evitando blocchi produttivi o sanzioni ingiustificate».
Una forte esplosione ha squarciato due piani (quinto e sesto) di un condominio di otto piani nel settore 5 di Bucarest, provocando almeno tre morti e 13 feriti, secondo l’Ispettorato per le situazioni di emergenza della capitale rumena. Le autorità hanno evacuato l’edificio e dichiarato che almeno 500 persone non potranno fare rientro nelle loro case. La causa dell’esplosione non è stata chiarita, ma le autorità hanno dichiarato che la fornitura di gas è stata interrotta nella zona come precauzione di sicurezza. Il sindaco ad interim Stelian Bujduveanu ha assicurato che municipio e prefettura stanno coordinando un “piano solido” di assistenza e sicurezza.
Negli Stati Uniti, la Corte Distrettuale del Colorado si trova a dover decidere un caso che potrebbe segnare un punto di svolta nella storia del diritto d’autore e, più in generale, nel rapporto tra arte e tecnologia. L’artista statunitense Jason M. Allen, fondatore dello studio Art Incarnate, ha citato in giudizio l’U.S. Copyright Office dopo che l’agenzia ha rifiutato di registrare il suo Théâtre D’opéra Spatial, un lavoro realizzato con l’ausilio dell’intelligenza artificiale. Allen sostiene che la creazione, pur nata attraverso strumenti digitali, sia frutto di scelte artistiche e concettuali umane e che, di conseguenza, debba godere delle stesse tutele riconosciute a qualsiasi altra opera.
La mozione, depositata lo scorso agosto ma discussa pubblicamente solo negli ultimi giorni, è seguita dall’avvocato Ryan Abbott, figura già nota nel dibattito internazionale sul rapporto tra IA e creatività. Abbott era stato infatti protagonista del caso DABUS, in cui aveva sostenuto la possibilità che un sistema di intelligenza artificiale potesse essere riconosciuto come inventore di brevetti tecnici. Quella causa, conclusasi con un rigetto, aveva aperto un serio confronto globale sulla proprietà intellettuale e sulla necessità di adattare il diritto all’evoluzione tecnologica. Se nel caso DABUS l’obiettivo era dimostrare che una macchina potesse rivendicare come sua un’invenzione, questa nuova battaglia legale si muove su un terreno più concreto: riconoscere l’autorialità a chi scrive un prompt, cioè a chi guida l’intelligenza artificiale verso un risultato creativo. Un eventuale riconoscimento in questa direzione consoliderebbe l’idea che la GenAI sia un semplice strumento, non un soggetto, a disposizione dell’artista e delle masse.
Il caso si intreccia con un progetto più ampio che Allen porta avanti da tempo e che lui stesso etichetta come “Arte 2.0”, una pratica che unisce linguaggi tradizionali e tecnologie generative. Come già anticipato a L’Indipendentenei mesi estivi, l’artista ha confermato che le sue opere digitali stanno per assumere una forma fisica attraverso il sistema Tradigital Luxe, un metodo di produzione eliografica che consente di trasformare creazioni nate in ambiente digitale in oggetti tangibili, dotati di texture e profondità visiva. Il progetto prevede edizioni limitate, accompagnate da certificati di autenticità e da NFT, con l’obiettivo dichiarato di introdurre nuovi standard di tracciabilità e valore nel mercato dell’arte generativa.
Allen rinnova dunque la sua posizione centrale all’interno di uno scontro critico: quello tra chi difende la centralità dell’intervento umano nel processo di creazione e chi, invece, spinge per un modello in cui la tecnologia sia considerata come parte integrante dell’opera stessa. La sua causa, più che una rivendicazione personale, rappresenta la richiesta di riconoscimento di una nuova generazione di artisti che opera in territori ancora privi di una cornice normativa chiara. In gioco non c’è dunque soltanto il destino di un singolo quadro, bensì la ridefinizione della stessa idea di “autorialità” nell’epoca degli algoritmi.
Qualunque sarà l’esito della causa, il caso Allen costringe il mondo dell’arte e del diritto a interrogarsi su cosa significhi oggi creare. La linea di confine tra autore e macchina, tra idea ed esecuzione, appare sempre più sfumata, mentre la legge – come spesso accade – sembra rincorrere una realtà che si è già trasformata. L’“Arte 2.0” di Jason Allen, con le sue contraddizioni e i suoi interrogativi, mette in luce una verità ormai ineludibile: nell’era dell’intelligenza artificiale, il concetto di opera d’arte non è destinato a scomparire, ma deve essere ricalibrato in funzione o in reazione alla comparsa della GenAI. Se non ancora sul piano filosofico, perlomeno su quello giuridico e istituzionale.
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