Un attacco israeliano nel quartiere Zeitoun di Gaza City ha provocato la morte di nove membri della famiglia Abu Shaaban, colpiti mentre viaggiavano su un minibus verso casa. Si tratta della più grave violazione dell’accordo di cessate il fuoco tra Israele e Hamas degli ultimi otto giorni. Fonti locali riferiscono che il veicolo sarebbe stato centrato da un carro armato israeliano, mentre l’Idf sostiene che le sue truppe abbiano reagito a movimenti oltre la “linea gialla”, zona di demarcazione stabilita dall’intesa. Nelle stesse ore, Israele ha ricevuto dalla Croce Rossa la bara di Eliyahu Margalit, ostaggio trattenuto da Hamas per oltre un anno.
Un’immensa Palestina
Il mondo rischia di diventare una immensa Palestina. Lo hanno capito i milioni di persone scese in strada che, schierandosi per la Palestina, hanno preso le parti dei diritti umani, che hanno espresso la volontà di sentirsi una comunità integrale, senza confini. E questi milioni sono diventati rappresentanti anche di chi è rimasto a casa e hanno fatto piazza pulita dei critici per forza, scettici perché reazionari, e dei violenti telecomandati, provocatori pronti per le prime pagine.
Non dominano ancora l’odio e la provocazione ma serpeggiano. Ve ne siete accorti: nelle relazioni personali, nei social, tutto è a rischio di fraintendimento, di intolleranza. Non si fanno sforzi per capire, vogliamo giudicare in fretta e, soprattutto, non siamo disposti a sorprenderci, ad amare le novità. Il sospetto ha sostituito il dubbio, si lasciano aperte ferite che noi stessi abbiamo provocato. Per di più si sono aperti, o riaperti, fronti ancora più gravi. La violenza, i delitti contro le donne, contro chi è stata amata fino al giorno prima hanno delle precise responsabilità ma derivano dall’idea che si possa comunque prevaricare quando le cose vanno in una direzione opposta a quanto voluto. Idee malsane che trovano ascolto nelle nuove patologie estreme della vita quotidiana.
Nel dominio pubblico si fa strada l’arroganza di chi governa, di chi pensa di fare piazza pulita perfino del senso comune. Siamo in uno dei punti più bassi della storia recente. Chi ci governa ha un fare vendicativo, sembra che la voglia fare pagare a qualcuno. L’autorevolezza nei pianti alti si fa sempre più rara, sono spuntati i social di regime, le affermazioni violente, provocatrici, distribuite come ovvietà ed espresse con cattiveria, con la voglia di vendicare un passato di perdenti.
Ritorniamo a parlare di fascismo e, ovviamente, e giustamente mai abbastanza, di antifascismo. Ma si deve andare oltre perché non si ricada nella solita conta dei morti, di chi ne ha fatti di più da una parte o dall’altra. E si finisca per parlare sempre del peggio. Questo attuale è invece il clima perfetto per riparlare di guerra. Accanto ai problemi economici fare leva anche sui nemici, soprattutto su quelli inventati è la via maestra per ricacciare la gente nella passività assoluta. E produrre armi soprattutto per la difesa, soprattutto perché per l’offesa sono necessari ancora più mezzi, ancora più soldi.
Denari per le armi che vogliono solo coloro che hanno potere, coloro che agiscono in nome e per conto di interessi dominanti, compresa la quota filantropica che fa apparire la ricchezza merce per i migliori. Mi mantengo volutamente entro un tono garbato ma è evidente che noi europei siamo su una polveriera che i nostri stessi governi stanno alimentando, nell’assoluto oblio della storia e dei nostri valori. Questi ultimi sì consegnati al nemico, a quei nemici oscuri, apparentemente onnipotenti in preda al Satana del soldo e del potere irresponsabile.
Non riusciremo, temo, a farli ragionare, ma riusciremo a sostituirli con politici davvero alternativi? Forse. Ma dovremmo sostituire la rabbia con la tenacia, la rassegnazione con la determinazione. La verità è lenta ma prima o poi è vittoriosa.
Kenya, calca a funerale leader d’opposizione Odinga: 2 morti e 160 feriti
Due persone sono morte e oltre 160 sono rimaste ferite in una calca scoppiata ieri, venerdì 17 ottobre, durante il funerale di stato dell’oppositore keniota Raila Odinga allo stadio Nyayo di Nairobi, ha riferito Medici Senza Frontiere. La folla si è stretta per vedere la salma, schiacciando molti presenti; la Croce Rossa ha inviato squadre per soccorrere ed evacuare i feriti. Il bilancio segue scontri del giorno prima, quando le forze di sicurezza spararono alla veglia allo stadio Kasarani di Nairobi. Odinga, ex prigioniero politico e leader carismatico, è morto a 80 anni in India; migliaia hanno partecipato al funerale, con il presidente Ruto presente.
Ucraina: dopo la telefonata con Putin, Trump frena sul sostegno militare a Kiev
Nel corso dell’incontro bilaterale svoltosi venerdì 17 ottobre alla Casa Bianca con il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, il presidente statunitense Donald Trump ha fatto un ulteriore passo indietro rispetto alla possibilità di inviare a Kiev i missili a lungo raggio Tomahawk, al centro delle trattative delle ultime settimane. Sulla posizione di Trump potrebbe aver influito l’inaspettata telefonata che ha avuto luogo lo scorso giovedì con il presidente russo Putin, nel corso della quale i due leader hanno parlato di un possibile incontro bilaterale che potrebbe aver luogo a Budapest nelle prossime due settimane. «I Tomahawk sono armi molto pericolose, molto potenti. Potrebbero implicare una escalation. I Tomahawk sono una questione importante, non vogliamo dare via cose di cui abbiamo bisogno per proteggere il nostro Paese», ha dichiarato Trump.
«Abbiamo bisogno dei Tomahawk e abbiamo bisogno di molte delle altre cose che negli ultimi quattro anni abbiamo mandato in Ucraina» ha detto il presidente statunitense, nel corso dell’incontro con i giornalisti a margine del vertice con Zelensky. «Ora abbiamo una situazione diversa, li mandiamo all’Unione Europea e loro pagano (loro hanno un sacco di soldi), ma noi abbiamo bisogno dei Tomahawk e delle altre armi che stiamo mandando in Ucraina. Questa è esattamente un’altra delle ragioni per le quali vogliamo finire questa guerra, parliamo di un gran numero di armi molto potenti» ha sottolineato, augurandosi che la guerra possa finire «senza che abbiamo bisogno di pensare ai Tomahawk».
Rispondendo alle domande dei giornalisti, il presidente Zelensky ha suggerito un possibile scambio tra i droni militari prodotti in Ucraina, che Kiev produce in gran quantità, e i missili a lungo raggio, ma questo non sembra aver smosso le posizioni di Trump, nonostante abbia ammesso che gli USA «ne comprino molti dall’estero». L’incontro, definito dal presidente statunitense «interessante» e «cordiale», non ha quindi raggiunto la conclusione sperata per Zelensky. In un post pubblicato successivamente sul proprio social Truth, Trump ha scritto che «è il momento di fermare le uccisioni e trovare un ACCORDO!», sottolineando come sia stato versato «abbastanza sangue» e come i confini delle due parti siano stati definiti «con guerre e viscere». «Dovrebbero fermarsi dove sono ora» ha detto Trump, «lasciare che entrambe dichiarino vittoria, che la Storia decida! Basta sparatorie, basta morti, basta con le immense e insostenibili somme di denaro spese. Questa è una guerra che non sarebbe mai cominciata se io fossi stato presidente. Migliaia di persone massacrate ogni settimana – BASTA, ANDATE A CASA IN PACE DALLE VOSTRE FAMIGLIE!» [maiuscole originali, ndr]. Nel corso del vertice, Trump ha inoltre riferito che l’incontro con Putin non prevedrà la presenza di Zelensky, perchè tra i due leader «non corre buon sangue». «Questi due leader non si piacciono e vogliamo rendere le cose più confortevoli per tutti».
Nelle scorse settimane, Trump aveva riferito di aver «più o meno» preso una decisione in merito all’invio dei missili a lunga gittata (sulla quale Kiev sta manifestando forte insistenza), ma di voler prima capire come sarebbero stati usati. A tal proposito, Mosca sottolinea che, se l’Europa continuerà a fornire sistemi missilistici, intelligence e assistenza militare all’Ucraina, finirà per essere considerata parte del conflitto stesso – una linea che richiama discorsi già emersi nei mesi precedenti.
Russia, condannati per terrorismo 15 soldati ucraini del gruppo Aidar
Il tribunale militare russo di Rostov sul Don ha condannato ieri 15 soldati ucraini del battaglione Aidar a pene comprese tra 15 e 21 anni con l’accusa di terrorismo. Si tratta del secondo processo di massa contro prigionieri di guerra ucraini dopo quello di marzo contro 23 membri del battaglione Azov. La Russia ha etichettato sia i gruppi Azov che Aidar come organizzazioni terroristiche e accusato i loro membri di crimini di guerra. Kiev ha definito il processo una «farsa» e una violazione del diritto internazionale, accusando Mosca di criminalizzare chi ha difeso la propria patria. Il portavoce di Aidar, Ivan Zadontsev, ha denunciato il procedimento come politico.
Trump ha autorizzato la CIA a effettuare operazioni segrete in Venezuela
Dopo gli attacchi nel mare dei Caraibi delle ultime settimane, che hanno ucciso 27 persone, gli USA puntano a un’escalation militare improntata alla destabilizzazione del governo di Caracas. Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha confermato mercoledì ai giornalisti di aver autorizzato la CIA a condurre operazioni segrete in Venezuela, inclusa la possibilità di azioni “letali”, per fare pressione sul governo di Caracas e destituire il presidente Nicolás Maduro. «Controlliamo il mare, ora guardiamo a terra» ha dichiarato Trump, aprendo alla possibilità di attacchi terrestri nel Paese sudamericano. Il tycoon ha giustificato l’autorizzazione all’agenzia di intelligence statunitense con due motivazioni principali: la migrazione di venezuelani negli Stati Uniti e il traffico di droga. L’annuncio di Trump ha portato non solo alle proteste di Caracas, ma anche alle dimissioni dell’ammiraglio Alvin Holsey, capo del Southern Command USA, che supervisiona le azioni militari in America Centrale e Meridionale.
La notizia era stata anticipata dal New York Times, citando funzionari statunitensi a conoscenza dei fatti. La decisione risalirebbe ai primi mesi del secondo mandato Trump e farebbe parte di una strategia volta a rovesciare il governo Maduro, considerato da Washington un “regime narco-terrorista”. La Casa Bianca aveva anche offerto, nel 2020, 50 milioni di dollari per informazioni che portassero all’arresto e alla condanna del presidente venezuelano, sulla base delle accuse di narcotraffico. Sullo sfondo, un’offerta di transizione politica presentata da funzionari venezuelani ma respinta, però, dagli Stati Uniti. Secondo quanto rivelato da un ex funzionario dell’amministrazione Trump, un gruppo di alti dirigenti venezuelani avrebbe proposto un piano per favorire una “uscita ordinata” del presidente Maduro. Il progetto prevedeva che il leader bolivariano si dimettesse entro tre anni, lasciando la presidenza alla sua vice Delcy Rodríguez, incaricata di portare a termine il mandato fino al gennaio 2031. Rodríguez non si sarebbe candidata alla rielezione, aprendo così la strada a un nuovo assetto istituzionale “post-Maduro”. La Casa Bianca ha tuttavia respinto l’offerta, giudicandola una mossa di facciata e ribadendo di non riconoscere la legittimità del governo venezuelano. A Washington, il piano è stato interpretato come un segnale di debolezza interna, un tentativo disperato di Caracas di alleggerire la pressione economica e diplomatica, inasprita dopo il riavvio delle sanzioni energetiche. La tempistica delle rivelazioni non è casuale. Il New York Times aveva già pubblicato il 10 ottobre un presunto scoop, secondo cui Maduro avrebbe offerto concessioni economiche agli Stati Uniti, inclusi privilegi sull’accesso al petrolio e alle miniere, in cambio di un alleggerimento delle sanzioni. Pochi giorni dopo, lo stesso quotidiano ha diffuso la notizia dell’autorizzazione concessa da Trump alla CIA per condurre operazioni segrete in territorio venezuelano. Due mosse coordinate che, più che informare, costruiscono una narrazione: quella di un governo ormai isolato e pronto a cedere il potere. L’Associated Press, seguendo lo schema ormai classico delle “fonti anonime vicine al dossier”, ha poi rilanciato la storia di un piano interno per la successione di Maduro. Il risultato è una sequenza di messaggi calibrati per minare la percezione di stabilità del governo venezuelano, generare sfiducia tra i suoi sostenitori e legittimare eventuali azioni più aggressive da parte di Washington.
La frustrazione per gli attacchi è cresciuta a Capitol Hill ed è culminata nelle dimissioni di Holsey. Alcuni repubblicani hanno chiesto alla Casa Bianca maggiori informazioni sulla giustificazione legale e sui dettagli delle operazioni, mentre i democratici sostengono che gli attacchi violano il diritto statunitense e internazionale. Da Caracas, Maduro ha condannato duramente la notizia delle operazioni della CIA in Venezuela, accusando gli Stati Uniti di usare il narcotraffico come pretesto per giustificare un “cambio di regime” e appropriarsi delle risorse petrolifere del Paese. In risposta al dispiegamento militare statunitense, Caracas ha avviato esercitazioni al confine con la Colombia e mobilitato riservisti e forze dell’ODDI (Organo di Direzione per la Difesa Integrale) e delle ZODI (Zona Operativa per la Difesa Integrale) nei principali quartieri popolari. Il ministro degli Esteri Yván Gil ha annunciato un ricorso alle Nazioni Unite, mentre il Parlamento intende avviare procedimenti legali contro Washington per “minacce e aggressioni”. Anche la Colombia, per voce del presidente Gustavo Petro, ha denunciato il rischio di escalation e ricordato le vittime degli attacchi USA in acque internazionali. Washington mal sopporta un regime che si definisce socialista nel suo “cortile di casa” e le tensioni rientrano in un conflitto di lunga data: nel 2019 l’amministrazione Trump riconobbe Juan Guaidó come presidente ad interim del Venezuela, sostenendo un governo ombra per tentare di rovesciare il governo di Caracas.
Al di là delle narrazioni di facciata, ciò che emerge è, infatti, la continuità della politica estera statunitense: una dinamica che ripercorre vecchi schemi dello scorso secolo all’insegna del “regime change“, che gli USA hanno imposto in America centrale (Cuba, Nicaragua, Guatemala) e in America del Sud (su tutti in Cile e per ultimo il fallito colpo di Stato contro Chavez nei primi anni 2000). Cambiano le amministrazioni, ma non la strategia di fondo: l’obiettivo resta il controllo geopolitico delle risorse e la neutralizzazione dei governi non allineati. Le operazioni “coperte” della CIA in America Latina non sono un’anomalia, ma un modus operandi che si è raffinato ed evoluto su scala globale, fino alle “rivoluzioni colorate” del XXI secolo. Il Venezuela, con le sue immense riserve di petrolio e la sua posizione strategica, rappresenta un nodo cruciale di questa rete. Sul piano simbolico, il Nobel per la Pace 2025 alla leader dell’opposizione María Corina Machado ha rafforzato la pressione internazionale su Caracas, fornendo un ulteriore tassello nella costruzione del consenso internazionale attorno a un cambio di regime “umanitario”. Machado ha, infatti, espresso apertamente il suo sostegno all’aumento della presenza militare USA nei Caraibi voluta da Trump e ha dedicato a quest’ultimo il Nobel. In questo scenario, l’informazione gioca un ruolo chiave: travestita da giornalismo, diventa veicolo di un soft power che prepara il terreno all’intervento. La guerra non si combatte più solo con le armi, ma con le narrazioni. E in Venezuela, la battaglia per la percezione è già iniziata.
Giornalisti restituiscono badge al Pentagono in segno di protesta
Decine di giornalisti statunitensi di vari importanti media statunitensi, tra cui il New York Times, il Wall Street Journal e CNN, hanno consegnato i loro badge d’accesso al Pentagono, rifiutando di accettare le nuove restrizioni imposte dal Dipartimento della Guerra. Le nuove regole richiedono un’approvazione preventiva di alcune informazioni da pubblicare e limitano l’accesso a zone dell’edificio. Il segretario alla Guerra, Pete Hegseth, ha definito le misure “di buon senso”, ma nessun media, salvo il network conservatore One America News (OAN), ha accettato di firmare la direttiva, che viene ritenuta una limitazione alla libertà di stampa. I reporter affermano che continueranno a lavorare anche senza accesso diretto al complesso.
Il colonnello Randrianirina è il nuovo presidente del Madagascar
Dopo il golpe militare che ha rovesciato Andry Rajoelina, il colonnello Michael Randrianirina ha prestato giuramento come nuovo presidente. Randrianirina, 51 anni, ha già ricoperto incarichi politici: dal 2016 al 2018 era stato governatore della regione di Androy, nel sud del Madagascar. Fino a questo momento era noto soprattutto per essere il comandante di un’unità di élite molto importante, CAPSAT, che sabato 11 ottobre si è schierata con i manifestanti. Il passaggio di potere, avvenuto con il sostegno dell’alta corte costituzionale, è stato accompagnato da condanne internazionali e promesse di una transizione verso elezioni entro due anni.
Genova dedica una via alle “Vittime della Palestina”
Il Municipio Bassa Val Bisagno di Genova ha approvato una mozione per intitolare una via della zona di San Fruttuoso alle “Vittime della Palestina”. L’iniziativa, promossa da gruppi di centrosinistra e movimenti civici, è stata descritta dai suoi sostenitori come un atto di memoria e umanità verso i civili innocenti morti nel conflitto in Medio Oriente. La delibera ha suscitato un ampio dibattito con alcuni esponenti del centrodestra, che hanno definito la scelta “ambigua” e potenzialmente divisiva. Ora dovrà essere individuata la strada precisa dove apporre la targa commemorativa.








