Il presidente della Romania, Klaus Iohannis, ha annunciato le sue dimissioni. Lo hanno riferito i media del Paese, dopo che il parlamento aveva avviato la procedura per un referendum popolare finalizzato a sospenderlo. Il mandato era in scadenza il 21 dicembre scorso, ma era stato prorogato ad interim in seguito al caos delle elezioni presidenziali di fine anno, con l’annullamento del primo turno svoltosi il 24 novembre da parte della Corte Costituzionale. Le nuove elezioni presidenziali sono state fissate dal governo romeno per il prossimo 4 maggio. A questo punto, le dimissioni di rendono vano il referendum.
Per ripristinare la natura del Pianeta basterebbe una frazione minima del PIL globale
Per ripristinare la natura in almeno 115 nazioni del mondo basterebbe una cifra compresa tra lo 0,04 e lo 0,27% del PIL mondiale, per dieci anni. La stima è contenuta nel primo studio completo sui costi del ripristino dei territori nel mondo, pubblicato sulla rivista specializzata Land Degradation and Development. A fronte di un sacrificio sostanzialmente irrisorio da parte di tutti i Paesi del mondo, quindi, si potrebbe porre rimedio a un problema che affligge oltre un terzo della popolazione mondiale, con ripesanti cadute in termini sociali, economici e ambientali sulla vita di tutti.
Secondo le stime delle Nazioni Unite, circa il 40% dei territori nel mondo è degradato (ovvero a ridotta produttività biologica o economica), con ricadute su almeno tre miliardi di persone in termini di sicurezza e stabilità. Tra le principali cause vi sono pratiche agricole non sostenibili, deforestazione, estrazione mineraria e urbanizzazione incontrollata. Questa tendenza si potrebbe invertire con interventi mirati a seconda delle specifiche del luogo. Tra questi, si contano pratiche quali la riforestazione, la conservazione del suolo e la protezione dei processi naturali, ma anche la piantumazione di vegetazione nativa e la creazione di aree protette. Azioni di questo tipo contribuiscono a migliorare la fertilità del terreno, aumentare la ritenzione idrica e prevenire il degrado del territorio, con il conseguente arricchimento della biodiversità e ripristino degli ecosistemi. I terreni sani, inoltre, sono in grado di assorbire l’anidride carbonica: di fatto, quasi l’80% del carbonio immagazzinato nei sistemi terrestri si trova nel suolo.
Secondo una recente analisi, il ripristino della natura nelle 115 nazioni che si sono impegnate, tramite la firma di patti e trattati, a recuperare circa un miliardo di ettari di territori degradati entro i loro confini (un territorio complessivamente grande quanto il Canada) costerebbe tra i 311 e i 2,1 mila miliardi di dollari. Una cifra che a prima vista può sembrare enorme, ma che rapportata rappresenta appena una percentuale compresa tra lo 0,04% e lo 0,27% del PIL globale, suddiviso in dieci anni. I dati provengono dall’analisi dei dati della Banca Mondiale e di altri strumenti, quali il database Worldview of Conservation Approaches and Technologies (WOCAT), oltre che della letteratura accademica. Gli interventi per i 243 progetti di ripristino in tutto il mondo hanno costi estremamente variabili, che oscillano tra i 185 dollari all’ettaro per la gestione delle foreste agli oltre 3 mila per i sistemi silvopascolo.
I Paesi del Sud del Mondo sono quelli nei quali sono presenti la maggior parte dei progetti di ripristino: basti pensare che quasi la metà di questi si trova nell’Africa Subsahariana. Tuttavia, per porvi rimedio la regione sarebbe costretta a sborsare una cifra pari al 3,7% del PIL, un impegno economico difficilmente sostenibile per uno Stato. Soprattutto se si tiene conto del fatto che i costi per implementare progetti di questo genere hanno un impatto diretto sui proprietari terrieri, che potrebbero non poter utilizzare le proprie terre per l’agricoltura o altre attività economicamente redditizie. L’analisi realizzata, infatti, si concentra sui costi diretti per l’implementazione dei programmi di recupero, ma eslude i costi di opportunità (il mancato guadagno dei proprietari terrieri a fronte del mancato uso delle proprie terre per attività economicamente redditizie come l’agricoltura).
L’urgenza, quindi, spiegano gli autori della ricerca a Mongabay, è quella di trovare «meccanismi di condivisione dei costi tra i vari Paesi», oltre che di «implementare approcci di ripristino a basso costo», che evitino di fravare troppo sui membri di una certa comunità. Anche alla luce del fatto, sembra doveroso aggiungere, che spesso sono proprio le nazioni più ricche a sfruttare fino allo sfinimento i terreni dei Paesi più poveri in termini economici.
[di Valeria Casolaro]
Bollette: la fine del mercato tutelato ha provocato una stangata per le famiglie povere
In seguito alla mancata proroga da parte del governo del servizio di maggior tutela, in un anno oltre 1,2 milioni di famiglie non vulnerabili sono passate al mercato libero dell’energia, registrando un’impennata delle tariffe energetiche. Nel dettaglio, le bollette sono state più alte dell’80% rispetto a quelle applicate nel Servizio a Tutele Graduali e del 44% rispetto a quelle del mercato tutelato, rimasto attivo per i clienti vulnerabili. Lo riferisce Assium, l’associazione degli utility manager, basandosi sugli ultimi dati di Arera (l’Autorità di Regolazione per Energia Reti e Ambiente). Tradotto in termini di spesa, ciò significa che le tariffe annue sul mercato libero sono aumentate di 432 euro annui rispetto alle tutele graduali per i contratti a prezzo variabile e di 405 euro per il prezzo fisso. La scelta di liberalizzare i mercati dell’energia, dunque, ha comportato una stangata per le famiglie meno abbienti, nonostante i fautori della liberalizzazione dei mercati e la stessa Commissione europea sostengano che i prezzi nel mercato libero sono significativamente più bassi.
Secondo l’ultimo monitoraggio effettuato da Arera, infatti, i clienti del Servizio a Tutele Graduali hanno pagato l’elettricità 0,20 euro al kWh (kilowattora), pari a una bolletta media da 540 euro annui (con consumi pari a 2.700 kWh annui), e quelli del mercato tutelato 0,25 euro al kWh, con una bolletta da 675 euro. Parallelamente, invece, la tariffa media sul mercato libero è stata di 0,35 euro al kWh per i contratti a prezzo fisso, 0,36 euro al kWh per quelli a prezzo variabile, con una bolletta media annua pari rispettivamente a 945 e 972 euro. Il presidente di Assium, Federico Bevilacqua, ha spiegato che ciò è dovuto al fatto che gli utenti compiono scelte non convenienti per due ragioni: da un lato, il telemarketing selvaggio che, spesso, ricorrerebbe a pratiche scorrette, spingendo così una consistente fetta di consumatori a optare per offerte non vantaggiose; dall’altro, la scarsa conoscenza degli utenti circa le offerte degli operatori energetici. «Quando decidono di cambiare gestore, gli utenti dell’energia continuano a compiere scelte economicamente non convenienti che pesano come un macigno sulle bollette annue della luce», ha affermato.
Dopo che i governi precedenti erano riusciti a prorogare il regime di maggior tutela, il governo Meloni non lo ha rinnovato su pressione dell’Unione Europea e dal 31 dicembre 2023 ha posto fine al regime tutelato. In ossequio ai dogmi neoliberisti, infatti, la Commissione ritiene che la liberalizzazione dei mercati energetici sia un obiettivo da realizzare in fretta, tanto che esso rientra nei target che l’Italia stessa ha messo nero su bianco nel PNRR e che già il governo Draghi aveva previsto. L’obiettivo di liberalizzare i mercati energetici era stato incluso, infatti, nella terza rata per la quale Bruxelles, nell’ottobre 2023, aveva erogato 18,5 miliardi. A opporsi alla fine del mercato tutelato, oltre all’opposizione, era stata una parte della maggioranza rappresentata dalla Lega, ma l’Ue non si è mostrata disponibile a andare incontro al governo a causa delle divergenze di vedute. Una portavoce della Commissione ha spiegato che «La graduale eliminazione dei prezzi regolamentati dell’energia elettrica, che mira ad aumentare la concorrenza sul mercato, è una pietra miliare che fa parte del più ampio pacchetto di leggi sulla concorrenza incluso nel PNRR», aggiungendo che «i prezzi dell’elettricità sul mercato libero sono significativamente più bassi rispetto al mercato regolamentato, a vantaggio dei consumatori e delle imprese».
Le affermazioni della Commissione europea, però, sono state smentite dai fatti e agli aumenti delle bollette si aggiunge ora anche l’aumento dei prezzi del gas: la stessa Commissione, infatti, ha fatto sapere che i prezzi del gas di quest’anno saranno più alti rispetto al 2024 e arriveranno tra i 40 e i 50 euro al megawattora, a causa della fine delle forniture dalla Russia. Si dovrà attendere, dunque, il 26 febbraio, giorno in cui la Ue dovrebbe presentare il suo piano per contenere i costi dell’energia, per sapere come intendano agire le istituzioni comunitarie. Nel frattempo, dalla Borsa del gas di Amsterdam, il Ttf, è arrivata la conferma all’allarme di Bruxelles: la quotazione del metano è salita del 3,2%, arrivando a 55,05 euro al megawattora, il valore più alto dal 2023. Dall’inizio dell’anno si è registrato un aumento del prezzo del gas pari al 12,6%.
La volontà di liberalizzare i mercati energetici mostra l’impostazione liberista che permea l’Unione europea, ma le sue conseguenze mettono ben in luce le storture di questa impostazione economica che, lungi dal favorire la maggioranza della popolazione, permette la speculazione e l’arricchimento di poche aziende e di una ristretta cerchia economica.
[di Giorgia Audiello]
Allarme di Confcommercio: mancano 258mila addetti
Secondo Confcommercio, il commercio, la ristorazione e l’industria alberghiera dovranno affrontare una grave carenza di lavoratori qualificati, con un impatto diretto sulla crescita economica. Nello specifico, la confederazione prevede che, in tali ambiti, nel 2025 non si riusciranno a trovare 258 mila lavoratori. Il disallineamento tra domanda e offerta di lavoro è in crescita del 4% rispetto allo scorso anno. Confcommercio parla di «un’emergenza che rischia di fermare la crescita economica dei settori, ma anche del Prodotto interno lordo». Tra le cause, il calo demografico e la diminuzione di lavoratori con competenze adeguate.
Uno studio fa luce sulle turbolenze aeree, uno dei problemi irrisolti della fisica
È stato compiuto un significativo e “raro” passo avanti nella comprensione della turbolenza, uno dei fenomeni più complessi e meno dettagliati della fisica, che potrebbe portare a numerose implicazioni in settori come l’aerodinamica, la meteorologia e persino l’ingegneria biomedica: è quanto emerge da un nuovo studio sottoposto a revisione paritaria e condotto da un team internazionale di scienziati, che ha dettagliato i risultati ottenuti sulla rivista scientifica Science Advances. Sviluppando un nuovo approccio sfruttando un metodo ispirato all’informatica quantistica, i ricercatori hanno mostrato come tale tecnica consenta di ottenere simulazioni più efficienti rispetto ai metodi tradizionali, caratterizzate da un minor tempo di calcolo e uso della memoria. Tuttavia, nonostante il potenziale, gli autori sottolineano che il passo compiuto sarà da ampliare tramite ulteriori analisi, visto che si tratterebbe più di un progresso che «scalpella il problema ed amplia i nostri confini».
La turbolenza è stata a lungo un enigma per la fisica teorica. Il fisico teorico tedesco Werner Heisenberg avrebbe detto sul letto di morte: «Quando incontrerò Dio, gli porrò due domande: perché la relatività? E perché la turbolenza? Credo davvero che avrà una risposta per la prima». Sebbene si sappia che il flusso turbolento si sviluppa con la formazione di vortici che si frammentano in strutture sempre più piccole, infatti, una descrizione matematica completa del fenomeno è tuttora sfuggente: le simulazioni numeriche utilizzate per studiare il problema richiedono enormi risorse computazionali, rendendo impossibile modellare flussi complessi con precisione assoluta. Fino ad oggi, la maggior parte degli studi si è basata su metodi deterministici, che producono sempre gli stessi risultati a partire dalle stesse condizioni iniziali. Tuttavia, come spiegato dagli autori, questi approcci si scontrano con la natura intrinsecamente caotica della turbolenza, limitando la loro efficacia.
Per questo motivo, i ricercatori hanno proposto una svolta adottando un approccio probabilistico, ispirato al funzionamento dei computer quantistici: in particolare, la squadra ha applicato un algoritmo basato sulle reti tensoriali – uno strumento matematico utilizzato per simulare sistemi quantistici – riuscendo a ridurre drasticamente l’uso della memoria e il tempo di calcolo. Gli scienziati hanno spiegato che i computer quantistici elaborano le informazioni in un modo fondamentalmente diverso dai computer classici: i computer tradizionali, infatti, eseguono calcoli utilizzando bit, ovvero dati che esistono in uno stato alla volta, uno o zero. I computer quantistici, invece, utilizzano bit quantistici (o “Qbit”), che possono essere zero, uno o una qualsiasi combinazione di entrambi. Ciò, ha spiegato l’autore principale e ricercatore dell’Università di Oxford Nik Gourianov, consentirebbe di ottenere risultati in poche ore, laddove un supercomputer tradizionale impiegherebbe giorni. «La simulazione che stanno eseguendo è una simulazione fluida di due diverse sostanze chimiche che si mescolano e reagiscono. Utilizzando questa rappresentazione, significa che questo calcolo piuttosto complesso può utilizzare molta meno memoria, consentendone l’esecuzione su un laptop. È raro assistere a progressi come questo (un utilizzo della memoria un milione di volte migliore e un’accelerazione dei calcoli di mille volte) e questo rende questo un progresso entusiasmante nella modellazione della turbolenza», ha commentato James Beattie, ricercatore associato post-dottorato e ricercatore presso il dipartimento di scienze astrofisiche della Princeton University nel New Jersey, non coinvolto nello studio. Tuttavia, i “passi significativi” non forniscono ancora un quadro completo, in quanto servirebbero algoritmi e hardware di elaborazione “drasticamente nuovi” rispetto a quelli disponibili attualmente: «Molti scienziati (eccezionalmente talentuosi e dotati) hanno esaminato questo problema, ma non siamo ancora nemmeno vicini a risolverlo», ha concluso Gourianov.
[di Roberto Demaio]
Cannabis light: a Bruxelles gli agricoltori vincono il primo round contro il governo
Avanza l’azione delle associazioni agricole italiane a difesa della filiera della canapa industriale, colpita da due provvedimenti del governo Meloni che vietano la produzione e il commercio delle infiorescenze di canapa e assimilano le composizioni per uso orale di CBD alle sostanze stupefacenti. La petizione presentata lo scorso settembre da numerose sigle nazionali contro le restrizioni stabilite dall’esecutivo ha infatti ottenuto un primo risultato significativo: la commissione Petizioni del Parlamento europeo (Peti) ha accolto l’istanza e chiesto alla Commissione UE un’indagine preliminare sulla questione. L’Eurocamera discuterà il caso a marzo, mentre in Italia il Ddl Sicurezza minaccia 3.000 imprese e 15.000 lavoratori del settore.
La comunicazione è arrivata direttamente a Mattia Cusani, presidente di Canapa Sativa Italia e primo firmatario della petizione, sostenuta da numerose organizzazioni italiane, tra cui Confagricoltura, Federcanapa, Cia, Copagri, Altragricoltura e Associazione Florovivaisti Italiani, ma anche dall’European Industrial Hemp Association (Eiha) e dai francesi di UPCBD. La commissione Petizioni ha richiamato una recente sentenza della Corte di giustizia dell’Unione europea (4 ottobre 2024), che stabilisce il divieto per gli Stati membri di imporre restrizioni alla coltivazione della canapa industriale, salvo giustificazioni basate su prove scientifiche concrete relative alla tutela della salute pubblica. Oltre all’indagine preliminare della Commissione UE – che coinvolgerà, in particolare, anche la Commissione per l’Ambiente, la Sanità Pubblica e la Sicurezza Alimentare e la Commissione per l’Agricoltura e lo Sviluppo Rurale – la questione verrà discussa nelle prossime riunioni della commissione Peti, che potrebbe invitare Cusani o un altro firmatario a illustrare la petizione in aula.
Nello specifico, la petizione promossa dalle organizzazioni evidenzia che l’emendamento al Ddl Sicurezza che, di fatto, vieta la produzione e il commercio delle infiorescenze di canapa e derivati, e il decreto approvato dal governo il 27 giugno, che classifica tra le sostanze stupefacenti le composizioni per uso orale di CBD, «violano i principi fondamentali del diritto dell’Unione Europea, in particolare la libera circolazione delle merci» e la giurisprudenza della Corte di Giustizia dell’Ue, che in una sentenza del novembre 2020 «ha già stabilito che il CBD non è una sostanza stupefacente». Negli scorsi mesi il Movimento 5 Stelle aveva scelto di farsi carico della battaglia politica in Europa, presentando un’interrogazione a Bruxelles in cui ha affermato che le due misure «sollevano problemi con la normativa Ue, nonché con la giurisprudenza (della Corte di Giustizia dell’Ue, ndr) che vieta di impedire la vendita di CBD legale senza evidenze di rischio per la salute pubblica».
Il governo Meloni ha sin da subito adottato a livello nazionale una linea proibizionista sulla cannabis light, vietando nel 2023 i prodotti orali a base di CBD e classificandoli come stupefacenti. Il decreto, pubblicato a settembre, ha portato a sequestri nei punti vendita. L’associazione Imprenditori Canapa Italia (Ici) ha contestato il provvedimento, ottenendo dal TAR del Lazio, per quattro volte – l’ultima nell’ottobre 2024 – la sospensione del divieto. A maggio dell’anno scorso, il governo ha rilanciato con un emendamento al Ddl Sicurezza che vieta la produzione e il commercio della cannabis light, colpendo un settore da 500 milioni annui. Federcanapa ha denunciato l’incompatibilità con le norme UE, sottolineando i danni a cosmesi, erboristeria e integratori alimentari, ma la maggioranza non ha fatto marcia indietro.
[di Stefano Baudino]
Si sarebbe svolto il primo colloquio telefonico tra Trump e Putin
Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha dichiarato di aver parlato telefonicamente con il presidente russo, Vladimir Putin, per discutere la fine della guerra in Ucraina. La notizia è stata riportata dal quotidiano statunitense New York Post, che ha scritto di aver sentito per telefono Trump mentre si trovava a bordo dell’Air Force One, l’aereo dell’aviazione militare statunitense che trasporta la massima carica dello Stato. Quella di ieri sarebbe la prima conversazione diretta nota tra Putin e un leader statunitense dall’inizio del 2022. Trump ha promesso di porre fine al conflitto senza fornire alcun dettaglio sul suo piano, ma ha affermato che la sua squadra ha avuto «alcuni ottimi colloqui» sulla questione: «Putin vuole smettere di vedere le persone morire», avrebbe dichiarato Trump raggiunto telefonicamente. Né la Casa Bianca né il Cremlino hanno confermato o smentito la notizia, mentre lo stesso presidente ha fornito dettagli limitati, sostenendo di non voler rivelare ai media i contenuti di questi primi presunti colloqui.
[di Dario Lucisano]
Bollette della luce: in un anno più care dell’80% per un milione di utenti
Negli ultimi 12 mesi, oltre 1,2 milioni di famiglie non vulnerabili sono passate al mercato libero dell’energia elettrica, pagando tariffe mediamente più alte dell’80% rispetto al Servizio a Tutele Graduali e del 44% rispetto al mercato tutelato. Secondo Assium, a gennaio 2024 oltre 4,4 milioni di famiglie erano ancora nel mercato tutelato, terminato a luglio 2024. Chi non ha scelto un operatore è stato trasferito automaticamente alle Tutele Graduali, ora con 3,2 milioni di utenti. Il passaggio al mercato libero ha comportato un aumento medio annuo in bolletta fino a 432 euro.