giovedì 3 Aprile 2025
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Trump firma ordine esecutivo per sanzionare la Corte penale internazionale

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Donald Trump ha firmato un ordine esecutivo che prevede sanzioni contro la Corte penale internazionale, accusandola di avere intrapreso «azioni illegali e infondate contro l’America e il nostro stretto alleato Israele». Per quanto riguarda Israele, il presidente americano ha fatto riferimento al mandato d’arresto internazionale emesso a novembre dalla Corte contro il premier israeliano Netanyahu e l’ex ministro della Difesa Gallant. Tra le misure stabilite, ci sono anche il blocco di proprietà e beni e la sospensione dell’ingresso negli USA a funzionari, dipendenti e agenti della Corte e ai loro più stretti familiari. Netanyahu ha ringraziato Trump per la «coraggiosa» decisione.

In 10 anni l’India ha raddoppiato il numero delle sue tigri

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tigre

L’India, che ospita la più numerosa popolazione di tigri al mondo, è riuscita a raddoppiare il numero di esemplari in poco più di un decennio. Secondo la National Tiger Conservation Authority, la popolazione di questi felini è passata da una stima di 1.706 individui nel 2010 a circa 3.682 nel 2022, rendendo l’India la casa del 75% delle tigri presenti sul pianeta.
Questo straordinario risultato è frutto di una combinazione di fattori: misure efficaci contro il bracconaggio e la perdita di habitat, tutela delle prede, riduzione dei conflitti tra uomo e fauna selvatica e coinvolgimento attivo de...

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La Camera dà il via libera al decreto Cultura

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L’aula della Camera ha approvato il decreto Cultura, presentato dal ministro Alessandro Giuli, con 149 voti favorevoli e 98 contrari, per passare poi al Senato. Il provvedimento, composto da 13 articoli, prevede il “Piano Olivetti per la cultura” e vari sostegni economici, tra cui fondi per l’apertura di nuove librerie giovanili, l’acquisto di libri da parte di biblioteche e l’ampliamento dell’offerta culturale dei quotidiani. Giuli ha ringraziato la maggioranza, mentre le opposizioni hanno manifestato critiche, in particolare contro l’emendamento della Lega che puntava a limitare il potere delle soprintendenze, precedentemente ritirato in commissione Cultura. Il testo passa ora al Senato.

Crisi industriale europea: i lavoratori di tutta Europa protestano a Bruxelles

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Ieri a Bruxelles migliaia di lavoratori provenienti da tutta Europa hanno manifestato per chiedere alla Commissione europea azioni concrete e immediate per arginare la grave crisi industriale che affligge il Vecchio Continente, in particolare per quanto riguarda il settore dell’automotive, affermando che a pagare i costi della transizione energetica non debbano essere i lavoratori. Alla manifestazione, indetta da IndustriALL–Europe, la Federazione Europea dei sindacati dell’industria, hanno partecipato circa tremila persone, secondo le forze dell’ordine, e almeno settemila secondo le sigle sindacali: i partecipanti provenivano da vari settori industriali, tra cui quello metalmeccanico, siderurgico, chimico, farmaceutico, tessile e dell’energia. Al loro fianco, si sono schierate anche le associazioni industrialiEurofer, l’Associazione europea dell’Acciaio, in un comunicato ha appoggiato la manifestazione, avvertendo che «Senza un’azione immediata da parte dell’Unione Europea, ci saranno altre chiusure di impianti e perdite di posti di lavoro nell’industria siderurgica». La presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha risposto alle proteste dei lavoratori e delle associazioni sindacali e industriali promettendo di trasformare il Green Deal della scorsa legislatura in un Clean Industrial Deal, nel quale sarà l’industria a dettare i tempi della transizione verde, e non più il contrario. Si tratta, dunque, di un nuovo Patto industriale che dovrebbe vedere la luce alla fine del mese.

Alla manifestazione erano presenti anche i rappresentanti dei sindacati italiani Fiom, Uilm, Fim, Filctem, Uilca e Femca, oltre agli esponenti di Partito Democratico, Movimento 5 Stelle (M5S) e Alleanza Verdi Sinistra. Questi ultimi hanno incontrato insieme i vertici delle sigle sindacali per stabilire i temi da portare al tavolo di Bruxelles e Strasburgo, partendo dal presupposto che l’industria europea è al collasso. Un’attenzione particolare è stata dedicata al settore dell’auto, quello più in difficoltà e sotto i riflettori, sul quale la Commissione europea ha aperto un dialogo strategico con l’industria per accoglierne le richieste più urgenti. Secondo il capodelegazione del M5S, Pasquale Tridico, tuttavia, la Bussola per la competitività presentata la scorsa settimana dalla Commissione europea «è soltanto fuffa, per dare risposte inutili», in quanto «non è con la semplificazione, con la sburocratizzazione che si risolve un problema così drammatico come quello dell’industria». I dati sulla condizione dell’industria europea li ha esposti dal palco di piazza Jean Rey la segretaria di IndustriALLJudith Kirton-Darling: «Dal 2009 l’industria siderurgica europea ha perso quasi 100 mila occupati. Da giugno sono stati annunciati oltre 90 mila tagli nell’automotive. I licenziamenti si stanno accumulando anche nei settori chimico, tessile e dei materiali di base».

Una delegazione di IndustriALL-Europe ha quindi incontrato il vicepresidente esecutivo della Commissione europea con delega all’Industria, Stéphane Séjourné, e la commissaria europea per i Diritti sociali e il Lavoro, Roxana Mînzatu. Dopo l’incontro Séjourné ha assicurato che «Il futuro Clean Industrial Deal è prima di tutto un patto sociale. Ha un obiettivo: mantenere i posti di lavoro in Europa». Si attende, dunque, il 26 febbraio, giorno in cui la Commissione dovrebbe presentare un nuovo Patto industriale: secondo la segretaria di IndustriALL, esso dovrà essere figlio di un «accordo tra lavoratori, industria e governi nazionali” e basarsi «su investimenti nella transizione giusta, con diritti sicuri alla sicurezza dell’occupazione e alla formazione».

La crisi economico-industriale europea si è acuita in particolare negli ultimi anni, a causa di diversi fattori, tra cui gli alti costi energetici, le direttive “green” imposte dalla Commissione a agricoltori e industrie e la mancanza di un piano industriale strategico a lungo termine, oltre che di investimenti e incentivi a investire nel Vecchio continente. Un contesto in cui hanno potuto affermarsi e vincere facilmente la competizione altre economie come quella cinese e americana. Non è un caso che l’economia d’oltreoceano cresca, mentre quella europea ristagni, anche per via dell’interruzione di tutti i rapporti energetici e commerciali con la Russia, in seguito alla quale proprio le aziende americane hanno potuto esportare grandi quantità di GNL (gas naturale liquefatto) in Europa a prezzi elevati e, dunque, non competitivi per l’industria europea, in particolare per quella tedesca. A risentirne di più è stato proprio il settore dell’auto, la cui crisi è rappresentata massimamente dalle difficoltà in cui versa lo storico marchio tedesco Volkswagen, che a ottobre aveva confermato l’intenzione di voler chiudere tre stabilimenti in Germania. In questo contesto, i dati continuano a prospettare orizzonti cupi: secondo l’Eurostat, nell’ultimo trimestre del 2024 la crescita dell’Eurozona è stata pari a zero rispetto ai tre mesi precedenti, quando aveva fatto registrare un aumento dello 0,4%. Ciò è dovuto in gran parte alla crisi dell’economia tedesca, ormai al secondo anno di contrazione.

Una situazione che, come fanno notare i lavoratori e i sindacati europei, richiede l’intervento urgente delle istituzioni comunitarie per non innescare un grave disagio sociale e occupazionale, il cui effetto non sarebbe altro che quello di indebolire ulteriormente la condizione economica e industriale del Vecchio continente.

[di Giorgia Audiello]

Il gas russo è tornato a scorrere in Slovacchia

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Il gas russo ha cominciato a fluire verso la Slovacchia attraverso il TurkStream. A dare la notizia è il quotidiano slovacco Dennik N, che ha citato il direttore generale della società operatrice del sistema di trasporto SPP, Vojtech Ferenc, l’amministratore delegato di Slovenský Plynárenský Priemysel (SPP), la principale azienda energetica slovacca. La notizia è stata ripresa anche dall’agenzia di stampa governativa russa TASS. Ferenc ha spiegato che i canali sono stati aperti il 1° febbraio e che prevede un raddoppio dei volumi a partire da aprile. Il contratto, siglato con la compagnia russa Gazprom, scade il 2034.

Fermare l’invasione eolica dell’Appennino marchigiano”: i comitati scrivono a tutti i sindaci

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Nella notte tra martedì 4 e mercoledì 5 febbraio, i comitati per la preservazione dell’Appennino umbro-marchigiano hanno trasmesso a tutti i Sindaci della Regione Marche, Presidenti del Consiglio, Gruppi Consiliari, alle Unioni montane, alle Province e alla Regione Marche, nonché al CAL (consiglio delle Autonomie Locali delle Marche) un ulteriore appello per fermare «l’invasione dell’eolico industriale nei crinali dell’Appennino umbro marchigiano». Nella lettera, la seconda negli ultimi mesi, gli attivisti marchigiani presentano tutte le richieste per progetti eolici pervenuti alla Regione e le loro problematicità, offrendo soluzioni e alternative contro la «speculazione». I comitati, di preciso, propongono di puntare maggiormente sulla creazione di comunità energetiche, e di arginare la proliferazione di impianti eolici attraverso appositi interventi normativi, come la designazione del versante appenninico umbro-marchigiano come “area non idonea”.

La Regione Marche è interessata direttamente e indirettamente da 21 progetti per la realizzazione di circa 188 pale eoliche alte fino a 200 metri. Di preciso, almeno 98 delle pale dovrebbero venire realizzate sui crinali dei monti nei Comuni marchigiani di Carpegna, Borgo Pace, Mercatello sul Metauro, Apecchio, Pergola, San Lorenzo in Campo (PU), Sassoferrato, Fabriano (AN), San Severino Marche, Serrapetrona, Caldarola, Camerino, Pieve Torina, Monte Cavallo e Serravalle di Chienti (MC). A queste se ne aggiungono altre 56 alte dai 180 ai 200 metri nella dorsale appenninica umbra (nei Comuni di Foligno, Trevi, Sellano, Valtopina, Nocera Umbra e Gualdo Tadino – PG), e altre 34 in quella toscana (Badia Tedalda, Sestino – AR), tutte al confine con le Marche. «Considerando che la lunghezza di tutti i confini regionali tra le Marche e le Regioni confinanti corrisponde a circa 288 Km», ci spiega un rappresentante dei comitati, «se volessimo azzardare una stima indicativa della distribuzione delle pale nel nostro territorio regionale, qualora tutti i progetti citati venissero approvati, nei crinali del nostro Appennino ci ritroveremo un aerogeneratore ogni 1,53 km».

Molti dei progetti, violerebbero uno dei principi fondamentali che sta alla base della loro stessa costruzione: quello di «non recare danno significativo all’ambiente» e al paesaggio. Gli impianti, ci spiega l’attivista, sono finanziati dai fondi stanziati dalle normative europee per la transizione verde. Quelle medesime normative, tuttavia, impongono che essi siano compatibili con il conseguimento degli obiettivi di mitigazione, adattamento e riduzione degli impatti e dei rischi ambientali: se le aziende propongono «interventi invasivi in aree fragili dal punto di vista idrogeologico, per giunta in una regione in cui gli eventi climatici sono sempre più estremi, come nel caso delle alluvioni del 2014 e del 2022», è evidente che i risultati finiscano per essere «distruttivi». Il “principio di mitigazione” è garantito infatti dalla presenza delle «stesse aree che verrebbero depauperate dalla realizzazione degli impianti».

Sulla stessa linea di paradosso, sottolinea il rappresentante, alcuni dei progetti finirebbero per violare il Piano paesaggistico ambientale regionale delle Marche e la stessa normativa europea che impone l’ampliamento delle aree protette terrestri fino a raggiungere il 30% del territorio nazionale. «Ciò comporta per la Regione Marche l’obbligo di raddoppiare la superficie protetta, che dovrà passare dall’attuale 18% circa ad almeno il 30% del territorio regionale», specifica l’attivista. Tra i progetti che finirebbero per remare contro la legge sul ripristino della natura, figura infatti il progetto eolico Industriale denominato “Monte Miesola”, in provincia di Ancona (nel crinale appenninico compreso tra i Comuni di Sassoferrato e Fabriano), che verrebbe collocato proprio in un’area candidata a diventare protetta sin dal 1989.

All’appello, i comitati allegano delle proposte che avevano precedentemente inviato alle amministrazioni marchigiane: in primo luogo propongono di rafforzare l’impianto normativo per tutelare l’area appenninica umbro-marchigiana, nominando il versante appenninico area non idonea, individuando nuove aree naturali protette e facendo «ampio ricorso delle fasce di rispetto che individuano le aree ricomprese nel perimetro dei beni sottoposti a tutela». La normativa italiana prevede infatti che le aree naturali, culturali, paesaggistiche, “che si distinguono per la loro non comune bellezza” vengano automaticamente considerate non idonee, e che non possano venire costruiti maxi-impianti come quelli previsti nei pressi di esse per un raggio compreso tra i 3 e i 7 km. La seconda proposta è quella di seguire l’analisi della coalizione TESS contro la speculazione energetica. Essa, fondandosi sui dati ufficiali dell’Ispra, individua una superficie compresa tra i «757 e 989 chilometri quadrati» di siti edificati su cui montare impianti fotovoltaici, che produrrebbero fra 70 e 92 GW di energia, tali da «coprire l’aumento di energia rinnovabile complessiva previsto dal PNIEC al 2030». Tutto questo è necessario, «perché gli impianti per la produzione di energia rinnovabile devono salvaguardare i suoli agricoli coltivabili, le aree verdi ricche di biodiversità e le montagne, che con il loro suolo vergine e i loro boschi sono fonte di quei servizi ecosistemici essenziali per la vita e per la lotta al cambiamento climatico».

[di Dario Lucisano]

Dopo mesi finisce l’odissea di Maysoon Majidi, attivista curda scambiata per scafista

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Dopo oltre un anno dal suo inizio, è finita con la piena assoluzione l’odissea giudiziaria di Maysoon Majidi. Attivista di origini curdo-iraniane, 28 anni, era stata arrestata il 31 dicembre 2023, giorno in cui sbarcò con altre 77 persone sulla costa di Crotone. Accusata di essere una scafista nonostante le poche e fragili prove a suo carico, il tribunale di Crotone aveva precedentemente disposto la sua liberazione alla luce delle dichiarazioni dei testimoni, che hanno fatto venire meno i pochi e contraddittori indizi di colpevolezza a suo carico. Dopo 302 giorni di carcere, può «tornare a vivere», come ha detto lei stessa a Serena Chiodo, coordinatrice campagne di Amnesty International Italia che ne ha seguito il caso. «Questa vicenda ha evidenziato ancora una volta le gravi lacune di un assetto normativo che mira a criminalizzare le persone migranti e le azioni di solidarietà, piuttosto che perseguire i veri trafficanti di esseri umani», ha commentato Chiodo.

Attivista politica, membro dell’ONG Hana e dell’associazione curda della diaspora, regista e reporter, Maysoon era arrivata in Italia a seguito della fuga dall’Iraq, Paese nel quale si era rifugiata dopo aver preso parte alla rivoluzione esplosa in Iran a seguito dell’uccisione di Mahsa Amini. Appena messo piede sul suolo italiano, Maysoon prova a sottrarsi alle autorità, per paura di essere rimpatriata in Iran, ma viene arrestata e portata in carcere con l’accusa di essere una degli scafisti complici del «traffico di esseri umani» dalla Turchia alle coste italiane. «Concorso in favoreggiamento dell’immigrazione irregolare» è, in particolare, l’accusa che le viene rivolta dalla pm Maria Rosaria Multari. Rigettando fermamente queste accuse, Maysoon aveva iniziato in cella uno sciopero della fame che l’ha portata a scendere ad appena 40 kg di peso. Tuttavia, dovrà trascorrere dieci mesi in carcere prima che le autorità si decidano a rilasciarla, il 22 ottobre dello scorso anno: le ripetute richieste (cinque) dell’avvocato difensore che le fossero assegnati gli arresti domiciliari con braccialetto elettronico sono puntualmente cadute nel vuoto.

Le accuse nei suoi confronti si sono basate sulle testimonianze di due persone presenti a bordo dell’imbarcazione sulla quale viaggiava Maysoon, che l’hanno identificata come parte dell’organizzazione di “scafisti” perchè distribuiva acqua e cibo tra i migranti. Resisi irreperibili per un certo periodo di tempo, i due testimoni sono stati successivamente rintracciati in Germania e hanno ritrattato la versione rilasciata alla magistratura, negando ogni complicità di Maysoon con la traversata. «Il fatto che avesse distribuito acqua e cibo durante la traversata è stato usato dal pm durante tutte le udienze, compresa l’arringa finale di ieri» spiega a L’Indipendente Filippo Sestito, presidente provinciale dell’ARCI, che ha seguito la vicenda di Maysoon sin dall’inizio. Molte udienze, spiega Sestito, sono girate intorno al fatto che l’accusa (che ha definito Maysoon «hostess» del viaggio) sosteneva che sul suo telefonino vi fossero chiamate e messaggi compromettenti, fatto poi rivelatosi non vero. «Noi eravamo convinti che sarebbe arrivata l’assoluzione, abbiamo seguito tutte le udienze e sapevamo che l’accusa non avrebbe retto».

Lo scorso 12 novembre era stato condannato per il reato di “scafismo” Ufuk Akturk, di 28 anni, accusato di aver guidato l’imbarcazione che ha condotto Maysoon e gli altri migranti fino alle coste italiane. Proprio lui aveva dato una svolta alle indagini, testimoniando in merito al non coinvolgimento di Maysoon con la traversata. L’accusa nei confronti di Ufuk, come sostiene l’organizzazione Free Mayson Majidi, è giunta per il solo fatto di aver condotto l’imbarcazione a destinazione, senza che l’uomo fosse coinvolto in alcun modo con l’organizzazione del viaggio – e senza che avesse ricevuto alcun compenso in denaro per averlo fatto, se non donazioni spontanee dai passeggeri in forma di ringraziamento. Come sottolineano gli attivisti, «chi si trova in situazioni economiche critiche come quelle di Ufuk accetta di guidare le imbarcazioni al posto di pagare le somme esorbitanti che questi viaggi costano». Tuttavia, «non hanno nessun ruolo nei complicati sistemi che speculano su questi viaggi, di cui sono complici i Paesi europei, in particolare con finanziamenti alle guardie costiere criminali», come quella libica o quella turca.

Alle 17 di ieri, dopo una breve sessione in camera di consiglio, i giudici hanno decretato la fine della vicenda per l’attivista curdo-iraniana, che può finalmente lasciarsi questa storia alle spalle. «Siamo felicissimi, e anche lei come noi tutti, perchè è potuta uscire da questa vicenda da donna libera» dichiara Sestito. Al momento, Maysoon si trova in un centro SAI (Sistema di Accoglienza Internazionale) in provincia di Reggio, in attesa della convalida della richiesta di asilo. Il suo desiderio, tuttavia, non è mai stato quello di rimanere in Italia, ma di riuscire ad arrivare in Germania – tanto da aver pagato per questo chi l’ha condotta fino in Italia.

Tuttavia, la storia di Maysoon non è l’unica di questo genere. La sua vicenda è infatti per molti versi simile a quella di Marjan Jamali, anch’essa accusata di favoreggiamento dell’immigrazione irregolare a seguito di testimonianze rilasciate da uomini iracheni – successivamente spariti – che si trovavano sull’imbarcazione con lei. Marjam, arrestata due giorni dopo lo sbarco a Roccella Jonica, lo scorso ottobre, era in fuga dalle violenze del suo compagno e del regime iraniano. Anche nei suoi confronti le prove sembrano essere deboli, ma sull’esito della vicenda non vi è ancora nessuna certezza.

[di Valeria Casolaro]

Erdogan riceve Al Jolani e mette la Siria sotto l’ala della Turchia

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Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan e il neo-presidente siriano Ahmed al-Sharaa, precedentemente conosciuto come Abu Mohammad al-Julani, si sono incontrati martedì nella capitale turca, Ankara, per discutere come rafforzare la partnership tra i due Paesi, specie per quanto riguarda la Difesa, i migranti e il commercio. Quello di al-Sharaa è il secondo viaggio internazionale da quando è stato designato come presidente ad interim della Siria. In precedenza aveva infatti incontrato a Riyadh il principe ereditario saudita, Mohammed bin Salman. La Turchia, che ha sostenuto le milizie guidate da al-Sharaa nel rovesciamento di Bashar al-Assad, sta cercando di consolidare il suo potere in Siria. Il nemico numero uno di Erdogan sono i curdi, che insistono nella regione di Kobane, al confine sud della Turchia, e continuano ad essere sotto il tiro dei colpi delle milizie fedeli alla Turchia. Quest’ultima, inoltre, sta cercando di fare pressioni su Israele affinché non consolidi le sue posizioni nel sud della Siria, nelle zone al di fuori delle alture del Golan.

Durante la conferenza stampa congiunta con al-Sharaa, Erdogan ha detto che la Turchia intende collaborare con la nuova leadership siriana. «Ho detto ad al-Sharaa che siamo pronti a fornire il sostegno necessario alla Siria nella lotta contro tutti i tipi di terrorismo, che si tratti di Daesh o del PKK» ha dichiarato durante la conferenza stampa. Citando il PKK Erdogan si riferisce implicitamente a tutti i curdi che intende combattere, quindi anche le Unità di Protezione del Popolo (YPG), le quali costituiscono lo zoccolo duro delle Forze Democratiche Siriane (SDF), sostenute dagli Stati Uniti.

Da parte sua, al-Sharaa ha dichiarato di volere una “partnership strategica” con la Turchia, invitando Erdogan a visitare la Siria. «Stiamo lavorando alla costruzione di una partnership strategica con la Turchia per affrontare le minacce alla sicurezza nella regione e per garantire sicurezza e stabilità permanenti alla Siria e al Turchia», ha detto al-Sharaa. Quest’ultimo si è quindi riferito alle «minacce che impediscono l’unità territoriale nel nord-est della Siria», in un chiaro riferimento alle SDF. Al-Sharaa ha respinto qualsiasi forma di autogoverno curdo e ha esortato le SDF a consegnare le loro armi.

I due leader hanno anche discusso di un nuovo patto di difesa che prevederebbe la costruzione di nuove basi militari turche in Siria. In particolare, nella Siria centrale, precisamente nella vasta zona desertica nota come Badiyah, dovrebbero sorgere due nuove basi aeree turche, utili ad ampliare il perimetro con cui la Turchia può colpire i combattenti curdi.

Sul fronte economico-commerciale, Erdogan si è impegnato per continuare a spingere per la revoca delle sanzioni internazionali imposte alla Siria durante il governo di al-Assad. Il sollievo dalle sanzioni è stata la massima priorità di al-Sharaa. Quest’ultimo, dal canto suo, si è impegnato a portare a termine un piano che prevede il licenziamento di un terzo dei dipendenti del settore pubblico e la privatizzazione delle aziende statali cruciali.

Sulla questione dei rifugiati siriani, Erdogan ha detto che è necessario sforzarsi per aiutare queste persone a tornare in Siria. La Turchia ha ospitato il maggior numero di rifugiati siriani dopo lo scoppio della guerra civile siriana nel 2011, e al suo apice ha accolto circa di 3,8 milioni di rifugiati siriani.

Per quanto riguarda invece il sud della Siria, Erdogan dice di aver discusso con al-Sharaa la necessità di portare pressione internazionale su Israele affinché abbandoni le posizioni conquistate a seguito della caduta di al-Assad, così come le alture del Golan occupate da Israele dal 1967 e successivamente annesse in maniera unilaterale nel 1981.

Nel frattempo, nel giorno in cui Erdogan e al-Sharaa si incontravano ad Ankara, il Dipartimento della Difesa statunitense ha annunciato di voler sviluppare piani per ritirare tutte le truppe statunitensi dalla Siria, in tre scenari di tempo differenti: 30, 60 o 90 giorni. Tale operazione rafforzerebbe senz’altro la Turchia e il governo di al-Sharaa nello scontro con i curdi, ai quali mancherebbe un appoggio, quantomeno simbolico, importante.

[di Michele Manfrin]

Frode fiscale per 100 milioni, arresti e sequestri in tutta Italia

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La Guardia di Finanza di Reggio Emilia ha scoperto un’associazione a delinquere accusata di una frode fiscale da oltre 100 milioni di euro. L’inchiesta riguarda 4 società in varie province italiane, di cui 23 in provincia di Reggio Emilia. In totale, risultano indagate 179 persone e sono state eseguite 91 perquisizioni in tutto il territorio italiano, da Torino a Crotone. L’operazione, denominata “Ombromanto” è scattata questa mattina su mandato della Procura di Reggio Emilia. L’associazione sarebbe stata dedita a reati tributari, tra cui frodi fiscali e indebita compensazione di crediti d’imposta per circa 104 milioni di euro.

La verità sul protocollo tachipirina e vigile attesa che per Speranza è “un’invenzione no vax”

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Il cosiddetto protocollo Tachipirina e vigile attesa «non esiste», è «un’invenzione dei no vax» e «di chi non ha mai visto le carte»: lo ha dichiarato Roberto Speranza nel corso di una presentazione a Villafranca, in provincia di Verona, rispondendo alle domande di una giornalista. L’ex ministro della Salute, che era nel comune veneto per la presentazione del libro Perché guariremo, ha deciso di rispondere così, sostenendo che il protocollo sarebbe «inventato» e sottolineando che le sue dichiarazioni sarebbero anche una «comunicazione anche per tutti quelli» che seguono giornalisti come Angela Camuso, che ha posto la domanda. Tuttavia, i protocolli esistono, sono stati pubblicati dal Ministero della Salute nel periodo in cui Speranza ricopriva il ruolo di ministro e includono vigile attesa e paracetamolo – con l’eventuale utilizzo di farmaci antinfiammatori non steroidei (FANS) – tra le indicazioni principali per la cura dei pazienti sintomatici e privi di sintomi. La risposta di Roberto Speranza, registrata da alcuni spettatori che partecipavano alla presentazione, è diventata virale e ha attirato inoltre l’attenzione di alcune testate scientifiche e di fact-checking che, contestando un presunto “contesto mancante”, hanno realizzato alcuni articoli a riguardo omettendo però alcuni particolari tutt’altro che indifferenti.

La vicenda

Il tutto è avvenuto venerdì 31 gennaio a Villafranca, in provincia di Verona. Roberto Speranza era nel comune veneto per la presentazione del libro Perché guariremo ma, come accaduto in altre circostanze simili, all’evento erano presenti anche diversi manifestanti che hanno registrato le domande fatte all’ex ministro e le sue risposte. Tra i momenti ripresi, è stato catturato quello in cui la giornalista Angela Camuso ha chiesto: «Qual era la base scientifica della tachipirina e vigile attesa?». Roberto Speranza, dopo attimi di confusione causati dai rumori del pubblico, ha risposto così: «La mia risposta gliela do subito, così poi può lasciare il dibattito. Le do una comunicazione che spero lei dia anche a tutti quelli che la seguono. Il famoso protocollo tachipirina e vigile attesa è inventato da voi perché non esiste. È una vostra invenzione. È invenzione dei no vax. Gente per bene [che] non ha mai visto le carte che semmai crede che quello che lei sta dicendo è vero. Avevamo un gruppo fatto dai migliori scienziati italiani che ha aggiornato costantemente i protocolli di cura. Tachipirina e vigile attesa non è un protocollo. Nel protocollo ci sono tantissime cose. Non si fermi ad una parola».

Cosa dicono i documenti

Tuttavia, i protocolli esistono e, nonostante la tachipirina (o meglio, il paracetamolo) e la “vigile attesa” non siano le uniche indicazioni, risultano comunque tra le principali. L’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA) spiegava ad ottobre 2020 che «nella fase domiciliare, la cosa migliore da fare è la vigile attesa» e trattare i sintomi febbrili, mentre nella circolare Gestione domiciliare dei pazienti con infezione da SARS-CoV-2, pubblicata dal Ministero della Salute nel dicembre 2020, vengono fornite le seguenti indicazioni per i pazienti asintomatici o paucisintomatici: «Vigile attesa», «misurazione periodica della saturazione», «trattamenti sintomatici (ad esempio paracetamolo)» ed eventuale utilizzo di corticosteroidi, il quale però deve essere considerato solo nei soggetti con malattia grave e non deve essere scelto «routinariamente». Inoltre, il documento contiene anche un paragrafo dedicato alle «raccomandazioni e decisioni AIFA sui farmaci Covid-19», nel quale si legge che per la terapia sintomatica «paracetamolo o FANS possono essere usati in caso di febbre o dolori articolari o muscolari», mentre gli altri farmaci potranno essere utilizzati su «giudizio clinico». Tale documento è stato poi aggiornato ad aprile del 2021, in una versione dove – nella lista per asintomatici o paucisintomatici – si specificava che per vigile attesa si intendeva «costante monitoraggio dei parametri vitali e delle condizioni cliniche del paziente» – frase totalmente assente nella lista del rapporto precedente – e che per trattamenti sintomatici si intendeva – questa volta – ad esempio sia paracetamolo che FANS, più eventuali medicinali basati sul giudizio clinico. Infine, il rapporto è stato nuovamente aggiornato a febbraio del 2022, attraverso la divulgazione di una versione che nella medesima sezione, questa volta, ampliava le prime indicazioni della lista a «costante e accurato monitoraggio dei parametri vitali e delle condizioni cliniche del paziente, inclusa la misurazione periodica della saturazione dell’ossigeno tramite pulsossimetria», aggiungendo nella sezione dei trattamenti sintomatici che paracetamolo e farmaci antinfiammatori hanno meccanismi d’azione differenti.

Il ricorso contro il Tar

Tali protocolli, nonostante nella forma contenessero solo “raccomandazioni” e consigli, sono stati difesi dalle critiche con vere e proprie battaglie legali: nonostante il TAR del Lazio abbia annullato a gennaio 2022 la circolare aggiornata al 21 aprile 2021, stabilendo che alcune parti si ponevano «in contrasto con l’attività professionale così come demandata al medico nei termini indicati dalla scienza e dalla deontologia professionale», pochi giorni dopo il Consiglio di Stato ha sospeso la sentenza, con la motivazione che il protocollo conteneva «raccomandazioni e non prescrizioni, cioè indica comportamenti, secondo la vasta letteratura scientifica allegata, che sembrano rappresentare le migliori pratiche» e quindi «non emerge alcun vincolo».

Il “contesto mancante”

Com’era prevedibile, i video registrati durante l’evento sono diventati virali in diversi social network e, di conseguenza, sembrano aver attirato l’attenzione di testate scientifiche e di fact-checking come Open, che ha dedicato un articolo alla vicenda – il quale spesso compare come banner su Meta nei post dove si tratta l’accaduto – sottolineando un presunto “contesto mancante”. In un articolo di Quotidiano Sanità, per esempio, viene ribadito più volte che le raccomandazioni «non erano di certo le uniche di un testo di 18 pagine», omettendo il fatto che le pagine dedicate alle indicazioni non erano 18, ma 5 (da pagina 10 alla 14), occupate inoltre principalmente da indicazioni «per fasi specifiche» e da evitare. L’argomentazione principale dell’articolo di Open, invece, riguarda l’elenco puntato dove si tratta della “tachipirina (o meglio, paracetamolo) e vigile attesa”, e si basa sul fatto che, secondo l’autore dell’articolo, ci sarebbero tante altre indicazioni ignorate. Tuttavia, la maggior parte delle altre raccomandazioni si basa su scenari eventuali o da evitare, e non sulle principali azioni da applicare: «Non modificare terapie croniche in atto per altre patologie», «non utilizzare routinariamente corticosteroidi», «non utilizzare eparina», non usare antibiotici, idrossiclorochina e farmaci con aerosol in caso di isolamento. Le uniche indicazioni raccomandate “attivamente” sono «vigile attesa, misurazione della saturazione, trattamenti sintomatici (ad esempio paracetamolo)» e infine «appropriate idratazione e nutrizione».

Concludendo, si potrebbe dibattere per ore sul nome più adatto per definire tali protocolli e sulla loro efficacia, ma ciò che rimane certo, per quanto scritto sulle carte, è che, al contrario da quanto asserito dall’ex ministro della Salute, non sono stati inventati da un non ben definito gruppo di “no vax”, e contengono tra le raccomandazioni principali l’utilizzo di farmaci come il paracetamolo (spesso assunto tramite Tachipirina) e la vigile attesa, il che sembra rendere l’idea di richiamarsi ad essi tramite la locuzione “tachipirina e vigile attesa” tutt’altro che infondata.

[di Roberto Demaio]