giovedì 3 Aprile 2025
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Caso Almasri: Nordio distorce le carte della CPI per difendere la scarcerazione

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Ieri, mercoledì 5 febbraio, i ministri della Giustizia Carlo Nordio e dell’Interno Matteo Piantedosi hanno reso l’informativa sul caso Almasri al Parlamento. Al di fuori delle solite diatribe da palcoscenico che fanno da sfondo ai dibattiti tra maggioranza e opposizioni, quello che è certo è che le motivazioni addotte dai rappresentanti del governo sulla liberazione e il conseguente rimpatrio del torturatore capo della polizia giudiziaria libica non sono affatto soddisfacenti. Nel corso dell’informativa i ministri si sono trincerati dietro a cavilli burocratici poco credibili, non troppo velate accuse alla Corte Penale Internazionale, e fumose ipotesi di minaccia alla sicurezza e all’ordine pubblico, finendo per aggirare il merito della questione. Un’attenta lettura delle carte della CPI, inoltre, suggerisce una parziale comprensione dei documenti da parte di Nordio, che ne ha così distorto del tutto il contenuto.

Sia alla Camera che al Senato il primo a prendere parola è stato Nordio. In primo luogo, il ministro ha fornito una ricostruzione degli eventi per spiegare come le tempistiche non fossero dalla sua parte. Il mandato è stato emesso il 18 gennaio, l’arresto effettuato il 19 alle 9:30, e lo stesso giorno, poco dopo le 12, l’Interpol ha informato il ministero con «una comunicazione assolutamente informale». La comunicazione ufficiale dell’arresto gli è arrivata il giorno seguente, alle 12:40 e un’ora dopo sono giunte le carte relative al mandato d’arresto. Il mandato è «arrivato in lingua inglese senza essere tradotto con una serie di criticità che avrebbero reso impossibile l’immediata adesione del ministero alla richiesta arrivata dalla Corte d’appello». Tra questa sorta di barriera linguistica, a cui Nordio ha fatto riferimento svariate volte, e il «pasticcio» formale della CPI, Nordio ha tardato nella lettura degli atti, che in ogni caso avrebbe giudicato «nulli», e Almasri è stato scarcerato. A quel punto, ha spiegato Piantedosi, Almasri è stato espulso a causa del suo «profilo di pericolosità» e «nelle esigenze di salvaguardia della sicurezza dello Stato e della tutela dell’ordine pubblico».

Nel corso del suo intervento Nordio ha fatto riferimento a quel vizio di forma che ha portato alla scarcerazione del cittadino libico, ossia al fatto che l’arresto è avvenuto senza la convalida del ministero. Sebbene al ministro sarebbe bastato dare conferma dell’arresto per risolvere ogni mancanza, Nordio ha giustificato la mancata convalida con la presunta confusione delle carte della CPI. Almasri è accusato di diversi crimini contro l’umanità e di avere commesso una serie di reati continuati a partire dal 2015, e dunque dopo la caduta di Gheddafi – di cui Almasri era un oppositore – del 2011. Secondo il ministro, dalle 42 pagine di mandato di arresto, «emergeva una incertezza assoluta sulla data dei delitti commessi», che in certi passi sembravano iniziati nel 2015, e in altri proprio nel 2011 (dal 15 febbraio, dice Nordio), sotto Gheddafi. Insomma, secondo Nordio, dalle carte non si riusciva a capire quando fossero iniziati i reati di Almasri, e a causa di questo «vizio genetico» le conclusioni apparivano illogiche tanto che se ne sarebbe accorta la stessa CPI, che il 24 gennaio ha aggiornato il mandato di arresto.

Forse a causa della barriera linguistica a cui fa riferimento, le affermazioni di Nordio sembrano imprecise. I documenti pubblicati dalla Corte menzionano effettivamente il 15 febbraio, ma non come data di inizio dei crimini di Almasri. Questa data, infatti, segna il momento in cui la Corte ha acquisito giurisdizione sui crimini commessi in Libia, a seguito dell’adozione della cosiddetta “Risoluzione 2011”. Nordio cita un passaggio dell’opinione dissenziente di un giudice, in cui si afferma che non è chiaro se «il presunto conflitto armato non internazionale fosse lo stesso di quello iniziato nel 2011 o se fosse un conflitto diverso». Tuttavia, leggendo l’intero paragrafo, emerge che la questione sollevata dal giudice non riguarda l’inizio dei crimini di Almasri, ma il fatto che non si può stabilire un legame tra la situazione pre-Gheddafi – su cui la Corte ha giurisdizione – e il conflitto attuale in Libia. Secondo il giudice Flores Liera, infatti, il conflitto attuale è diverso. In sintesi, l’opinione dissenziente sostiene che la Risoluzione 2011 non attribuisce alla Corte giurisdizione sui crimini più recenti in Libia. Non si mette in discussione quando Almasri abbia iniziato a commettere crimini, ma si evidenzia piuttosto un problema di competenza della Corte rispetto alla situazione odierna. Se poi fosse vero, come sostiene Nordio, che nella versione del mandato pervenuta al ministero le conclusioni indicavano che Almasri avrebbe commesso i suoi crimini a partire dal 15 febbraio 2011, sarebbe a causa di un evidente errore tipografico, visto che la data coincide con quella della Risoluzione 2011, come ha spiegato la stessa CPI.

Se Nordio distorce le carte e schiva agilmente il motivo per cui il caso Almasri è finito in Parlamento, Piantedosi fa riferimento a vaghe questioni di sicurezza e ordine pubblico senza mai spiegarle. Verso la fine del suo intervento, però, dice che «sì è reso necessario agire rapidamente per i profili di pericolosità riconducibili al soggetto e per i rischi che la sua permanenza in Italia avrebbe comportato soprattutto con riguardo a valutazioni concernenti la sicurezza dei cittadini italiani e la sicurezza degli interessi del nostro Paese all’estero in scenari di rilevante valore strategico, ma al contempo di enormi complessità e delicatezza», ammettendo indirettamente che i rapporti tra Italia e Libia sono troppo «rilevanti» per venire minati. Effettivamente i nostri rapporti con la Libia sono particolarmente stretti: recentemente Tripoli è tornata a essere il primo fornitore di petrolio all’Italia. Negli ultimi anni il commercio col Paese è triplicato e, da quando è in carica, Meloni ha visitato Tripoli almeno quattro volte. Secondo la Camera di Commercio Italo-Libica, inoltre: «Siamo il primo importatore e il terzo esportatore verso il Paese».

[di Dario Lucisano]

Gaza, Israele prepara piano per l’uscita “volontaria” dei palestinesi

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Stamane il ministro della Difesa israeliano Katz ha ordinato all’esercito di preparare un piano per consentire la «partenza volontaria» di un gran numero di palestinesi dalla Striscia di Gaza. Lo riferiscono i media israeliani. L’ordine è arrivato dopo l’annuncio di Trump secondo cui gli USA intendono prendere il controllo a lungo termine di Gaza, trasformando il territorio nella «Riviera del Medio Oriente». Katz ha spiegato che il piano «include opzioni per l’uscita dai valichi terrestri, disposizioni speciali per l’uscita via mare e via aerea», lodando «il piano audace di Trump che consente a una vasta popolazione di Gaza di partire per vari luoghi del mondo».

La Guinea ha debellato la malattia del sonno, trasmessa dalla mosca tse-tse

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La Guinea ha ufficialmente eliminato la tripanosomiasi africana, nota anche come malattia del sonno, come problema di salute pubblica. Con la convalida dell'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), il paese si unisce a Togo (2020), Benin (2021), Costa d'Avorio (2021), Uganda (2022), Guinea Equatoriale (2022), Ghana (2023) e Ciad (2024), segnando il primo successo della Guinea nell'eliminazione di una malattia tropicale negletta, ovvero una malattia infettiva ignorata dalla ricerca farmacologica.
Nello specifico, la malattia del sonno è una patologia trasmessa all'uomo dalla puntura di una m...

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Parma, cade elicottero nella tenuta Rovagnati: 3 morti

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Ci sarebbe anche Lorenzo Rovagnati, amministratore delegato dell’azienda produttrice di salumi, tra i morti per lo schianto di un elicottero nella tenuta della famiglia, avvenuto intorno alle 19 di oggi, mercoledì 5 febbraio. Con lui ha perso la vita anche il pilota del mezzo e una terza persona non ancora identificata, che si ipotizza possa essere uno dei fratelli Rovagnati. Ancora da chiarire le dinamiche dell’incidente. Sul posto, avvolto da una fittissima nebbia, sono intervenuti vigili del fuoco, 118 e carabinieri.

Ucraina: Zelensky apre ai colloqui con Mosca, ma chiede ancora armi agli USA

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Sono ancora molti i dubbi circa il raggiungimento di un accordo di pace tra Russia e Ucraina, nonostante le dichiarazioni fatte dal presidente americano Donald Trump in campagna elettorale circa la volontà di trovare un rapido accordo tra le due parti belligeranti. Il presidente ucraino Volodymir Zelensky, infatti, sta cercando il modo di conquistarsi il favore della nuova amministrazione statunitense, mostrando un atteggiamento contraddittorio e incerto sulla linea da tenere nel conflitto con Mosca. Se da un lato, il capo di Kiev ha dichiarato ieri in un’intervista di essere disposto ad avviare colloqui diretti con il presidente russo Vladimir Putin, dall’altro ha mostrato altrettanta disponibilità a cedere agli Stati Uniti terre rare, di cui l’Ucraina è ricca, in cambio di aiuti militari. Un approccio che riflette l’ambiguità delle politiche del nuovo governo americano che, se in un primo momento aveva dichiarato di voler porre fine rapidamente alla guerra, ora pare disposto a sostenere Kiev in cambio di minerali strategici. A ciò si aggiunge il fatto che proprio ieri il presidente ucraino ha dichiarato che l’Occidente dovrebbe fornire all’Ucraina armi nucleari e schierare le proprie truppe sul territorio del Paese. Sia Mosca che Kiev stanno cercando di ottenere i massimi risultati sul campo in vista di colloqui che, per ora, restano solo ipotetici, con le forze russe che sono rapidamente avanzate negli scorsi mesi: lo stesso Zelensky ha ammesso al giornalista britannico Piers Morgan che è improbabile che Kiev riesca a recuperare anche solo parte del territorio conquistato dall’esercito russo.

Per quanto riguarda l’avvio delle trattative con Mosca, Zelensky ha dichiarato che «Se questa è l’unica soluzione attraverso cui possiamo portare la pace ai cittadini ucraini senza perdere persone, sicuramente opteremo per questa soluzione». Al contempo però ha anche detto che l’Ucraina è aperta a «investimenti» da parte di «partner che ci aiutano a difendere la nostra terra e a respingere il nemico con le loro armi, la loro presenza e i pacchetti di sanzioni. E questo è assolutamente giusto». Il capo ucraino ha anche dichiarato di avere già discusso la proposta con Trump e che la sua squadra si sta preparando a ricevere una delegazione statunitense. Da parte sua, l’inquilino della Casa Bianca, parlando con i giornalisti, ha affermato lunedì di volere una «perequazione» dall’Ucraina per i «quasi 300 miliardi di dollari» di sostegno di Washington. «Stiamo dicendo all’Ucraina che hanno terre rare molto preziose», ha detto il tycoon, aggiungendo che «Stiamo cercando di fare un accordo con l’Ucraina in cui si assicureranno ciò che stiamo dando loro con le loro terre rare e altre cose». Del resto, Zelensky aveva già inserito la questione delle terre rare in uno dei cinque punti del cosiddetto piano della vittoria, diffuso nell’ottobre 2024 con l’obiettivo di costringere la Russia alla resa. Lo stesso senatore repubblicano americano Lindsey Graham aveva spiegato lo scorso giugno che «L’Ucraina è seduta su minerali critici che valgono 10-12 trilioni [di dollari]. Potrebbe essere il Paese più ricco d’Europa. Non voglio che quella ricchezza e quelle risorse finiscano a Putin per essere condivise con la Cina», svelando così indirettamente una delle vere ragioni del sostegno incondizionato occidentale a Kiev.

Non è mancata la reazione del governo russo circa la proposta di «acquistare assistenza militare»: «Si tratta di un suggerimento che l’Ucraina dovrebbe acquistare assistenza; significa che non ci sarà più alcuna assistenza gratuita o di altro tipo, ma sarà fornita su base commerciale», ha spiegato il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, aggiungendo però che Washington farebbe meglio a «non fornire alcuna assistenza [all’Ucraina], favorendo gli sforzi per porre fine al conflitto». Per quanto riguarda eventuali colloqui per il cessate il fuoco, invece, Putin aveva già affermato da tempo di essere aperto al dialogo con l’Ucraina, ma non direttamente con Zelensky, ritenuto un presidente illegittimo perché il suo mandato presidenziale è scaduto durante la legge marziale. Allo stesso tempo, ha aggiunto che «Se [Zelensky] vuole partecipare ai negoziati, assegnerò delle persone che vi prenderanno parte […]. Ci impegneremo per ciò che ci conviene, ciò che corrisponde ai nostri interessi». Nessuna novità anche per quanto riguarda il possibile incontro tra Trump e Putin: sempre il portavoce del Cremlino ha asserito che «Prima di discutere di una sede per un tale incontro, dobbiamo prima stabilire di cosa tratterà l’incontro. Non ci sono novità su questo fronte».

Appare grande, dunque, la confusione sul fronte della guerra russo-ucraina dopo l’insediamento del nuovo governo americano che, a quanto pare, cerca di massimizzare il più possibile i suoi interessi, decidendo di volta in volta le mosse da attuare sulla base del proprio tornaconto, senza tenere in considerazione le istanze ucraine, né tantomeno quelle europee.

[di Giorgia Audiello]

L’Argentina si ritirerà dall’OMS

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Sulla scia della decisione annunciata qualche giorno fa dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump, anche l’Argentina di Javier Milei si ritirerà dall’Organizzazione mondiale della sanità. A dare la notizia è il portavoce dell’esecutivo Manuel Adorni in una conferenza tenutasi oggi, mercoledì 5 febbraio, a Casa Rosada, la sede centrale del potere esecutivo nel Paese. In occasione dell’annuncio, Adorni ha spiegato che Milei ha già incaricato il ministro degli Esteri Gerardo Werthein di ritirare l’Argentina dall’OMS, motivando la scelta con «le profonde differenze nella gestione sanitaria durante la pandemia» e accusando l’OMS di essere intervenuta a detrimento della sovranità del Paese.

Una ricerca sui topi dimostra come le microplastiche bloccano il sangue nel cervello

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Le microplastiche non solo sono onnipresenti nel nostro ambiente, ma possono permeare attraverso gli organismi viventi e persino compromettere la circolazione sanguigna nel cervello: è quanto emerge dal lavoro condotto da ricercatori dell’Accademia cinese di ricerca sulle scienze ambientali di Pechino, i quali hanno dettagliato i loro risultati all’interno di un nuovo studio sottoposto a revisione paritaria e pubblicato sulla ricerca scientifica Science Advances. Gli scienziati hanno spiegato che, per la prima volta, è stato monitorato in tempo reale il movimento delle microplastiche nei vasi sanguigni dei topi, scoprendo che possono formare dei veri e propri blocchi nei vasi sanguigni cerebrali e creare di conseguenza potenziali rischi per la funzionalità del cervello. La ricerca è solo l’ultima di una lunga lista che ha già correlato tali minuscoli frammenti a malfunzionamenti di numerosi organi umani ma la cosa peggiore, spiegano i ricercatori, è che si è appena iniziato a scoprire il loro potenziale effetto sulla salute umana, che necessita di essere indagato con ulteriori studi che certifichino il nesso di causalità.

Le microplastiche sono frammenti di plastica con un diametro inferiore a 5 millimetri e sono diventate una delle principali preoccupazioni ambientali degli ultimi decenni. Si tratta di particelle che si disperdono nell’ambiente in vari modi e finiscono spesso nel nostro corpo attraverso il consumo di cibi contaminati o l’assunzione di acqua inquinata. Per questo motivo, i ricercatori hanno deciso di indagare eventuali effetti al cervello studiando alcuni topi e, per realizzare il nuovo studio, hanno utilizzato una tecnica di imaging laser ad alta risoluzione per monitorare il movimento delle microplastiche nei vasi sanguigni cerebrali dei topi. Si tratta, spiegano i ricercatori, di un approccio innovativo che ha permesso di osservare per la prima volta in tempo reale il comportamento di tali particelle. Il risultato è stato sorprendente: le microplastiche non penetrano direttamente nei tessuti cerebrali, ma interferiscono con la circolazione sanguigna, creando ostruzioni nei vasi sanguigni del cervello e alterando la normale attività neuronale.

In particolare, gli scienziati hanno osservato che le microplastiche, quando entrano nella circolazione, vanno ad accumularsi nei vasi sanguigni dell’area corticale del cervello, dove causano ostruzioni al flusso di sangue. Tali blocchi sono stati paragonati ai coaguli di sangue, con effetti che, pur non essendo immediatamente visibili, interferirebbero significativamente con la circolazione e con il normale funzionamento del cervello. I topi che avevano microplastiche nel loro flusso sanguigno hanno infatti mostrato peggiori risultati nei test cognitivi, come quelli che misurano la memoria, il movimento e la coordinazione e ciò, secondo gli autori, indica che il cervello dei topi era compromesso, suggerendo che le microplastiche possano interferire con la normale funzionalità cerebrale. Successivamente, i blocchi sono stati eliminati nel giro di un mese e i comportamenti cognitivi dei topi sono tornati alla normalità, ma i ricercatori hanno avvertito comunque che le implicazioni a lungo termine potrebbero essere più gravi: l’interferenza con il flusso sanguigno potrebbe essere legata a disturbi neurologici – in particolare a disturbi comportamentali simili alla depressione – e, inoltre, i ricercatori non escludono potenziali rischi di un aumento delle malattie cardiovascolari, dato che i blocchi nei vasi sanguigni cerebrali possono preannunciare un maggiore rischio di ictus. Gli autori hanno concluso spiegando che non ci sono ancora prove dirette che tali processi si verifichino anche nell’uomo anche se, d’altra parte, la scelta di basarsi sui topi è stata effettuata proprio perché biologicamente simili a noi. Tuttavia, ulteriori studi potrebbero indagare tale fenomeno in modelli animali più simili agli umani, come i primati, col fine di esaminarne più a fondo l’interazione e cercare di stabilire con maggiore certezza un nesso di causalità.

[di Roberto Demaio]

Traffico illecito di rifiuti speciali: 9 arresti

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I carabinieri del Gruppo per la Tutela Ambientale e la Sicurezza Energetica, su disposizione della Direzione Distrettuale Antimafia di Lecce, stanno smantellando un’organizzazione criminale specializzata nello smaltimento illegale di rifiuti: dalle prime ore di questa mattina, nove imprenditori sono stati arrestati e altre 34 persone risultano indagate. L’inchiesta, iniziata a giugno 2023, ha documentato l’abbandono di 4000 tonnellate di rifiuti speciali in capannoni dismessi tra Taranto, Matera e Cosenza. L’operazione, che ha coinvolto 80 carabinieri e si è basata su intercettazioni e pedinamenti, ha confermato l’esistenza di un’associazione organizzata per il traffico illecito di rifiuti, provenienti soprattutto dalla Campania, con un sistema collaudato per lo smaltimento illegale su larga scala.

La qualità dell’aria in Italia continua a peggiorare: il report Legambiente

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Le città italiane sono tutt’altro che pronte in previsione dell’entrata in vigore dei limiti di inquinamento atmosferico previsti per il 2030. Ad oggi sarebbe fuorilegge il 71% delle città per il particolato fine (PM10) e il 45% per il diossido di azoto. A renderlo noto è stata una nuova analisi di Legambiente, Mal’Aria di città. Nel 2024, 25 città su 98 di cui si disponevano dati hanno superato i limiti di legge per il PM10 (35 giorni all’anno con una media giornaliera superiore ai 50 microgrammi al metro cubo) in 50 distinte stazioni di rilevamento. In cima alla classifica c’è Frosinone (scalo) per il secondo anno di fila a cui segue Milano (centralina di via Marche), rispettivamente con 70 e con 68 giorni oltre i limiti consentiti.

L’analisi di Legambiente è stata pubblicata ieri, martedì 4 febbraio. Il rapporto analizza i dati relativi alle polveri sottili (PM10) e al biossido di azoto (NO2) nei capoluoghi di provincia e nelle città metropolitane italiane nel 2024. Al primo posto tra le città più inquinate c’è Frosinone, seguita da quattro centraline di Milano che superano il limite massimo di giorni consentiti al di sopra della soglia di concentrazione fissata per legge (oltre via Marche, Senato con 53, Pascal Città Studi con 47, e Verziere con 44 giorni). Chiude il podio Verona, con Borgo Milano a quota 66 sforamenti (l’altra centralina, Giarol Grande, è arrivata a 53). In generale, le province venete risultano tra quelle che hanno registrato i peggiori risultati. Verona è infatti seguita da Vicenza-San Felice a 64 (altre due centraline hanno superato i limiti), Padova (Arcella con 61 sforamenti e Mandria 52), e Venezia (via Beccaria, anch’essa con 61 sforamenti, e altre quattro fuori regola). Le altre città ad avere superato i limiti di concentrazione di particolato sono Asti, Bergamo, Brescia, Catania, Cremona, Ferrara, Napoli, Lodi, Mantova, Modena, Monza, Pavia, Piacenza, Ravenna, Rimini, Rovigo, Terni, Torino.

Malgrado nessuna città superi i limiti attuali relativi alla media annuale, le cose cambiano se si considerano i vincoli che verranno imposti dalla nuova normativa europea sulla qualità dell’aria, a partire dal 1° gennaio 2030: «Per il PM10, sarebbero infatti solo 28 su 98 le città a non superare la soglia di 20 microgrammi al metro cubo, che è il nuovo limite previsto», scrive Legambiente. La situazione risulta critica anche per quanto riguarda il biossido d’azoto, per cui il 45% dei capoluoghi (44 città su 98) non rispetterebbe i nuovi valori di 20 microgrammi al metro cubo.

«Per uscire dall’emergenza smog servono scelte coraggiose, ora», scrive Legambiente. «Politiche strutturali e sinergiche che incidano su tutti i settori corresponsabili dell’inquinamento: dalla mobilità, con un trasporto pubblico locale efficiente e che punti drasticamente sull’elettrico e più spazio per pedoni e ciclisti, alla riqualificazione energetica degli edifici, fino alla riduzione delle emissioni del settore agricolo e zootecnico, particolarmente critico nel bacino padano». Il raggiungimento degli obiettivi per il 2030 sembra ancora un miraggio per il Belpaese, ma secondo il gruppo ambientalista è più urgente che mai. L’Italia infatti, risulta il primo Paese in Europa per morti attribuibili all’inquinamento atmosferico con 47.000 decessi prematuri all’anno, e aree come la Pianura Padana a occupare i gradini più alti della classifica delle zone con l’aria più tossica in tutto il continente.

[di Dario Lucisano]

USA, Australia, Giappone e Filippine annunciano una missione congiunta

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La Marina degli Stati Uniti ha annunciato che oggi, mercoledì 5 febbraio, condurrà una missione congiunta con l’Australia, il Giappone e le Filippine. Le attività si svolgeranno nelle acque che rientrano nella zona economica esclusiva filippina e arrivano in risposta alle analoghe operazioni di controllo avviate dalle autorità cinesi. Oggi, infatti, un portavoce dell’esercito cinese ha annunciato che la marina avrebbe condotto operazioni di pattugliamento nel Mar Cinese Meridionale. «Le truppe rimarranno in allerta e difenderanno la sovranità territoriale, i diritti e gli interessi marittimi della Cina, e controlleranno qualsiasi attività militare che minacci il Mar Cinese Meridionale», ha affermato il portavoce di Pechino.