giovedì 3 Aprile 2025
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Val di Susa, azione diretta contro la TAV: a fuoco il cantiere di San Didero

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Poco prima della mezzanotte di domenica 2 febbraio, qualcuno ha divelto la recinzione che circonda l’area dei lavori lungo la statale 24, all’interno del cantiere dell’Alta Velocità di San Didero, in Val di Susa, e dato fuoco a un generatore, scatenando un incendio. È questa la ricostruzione degli investigatori della Digos, che ipotizzano un gesto dimostrativo del movimento No TAV. Secondo le indagini, i presunti colpevoli si sarebbero allontanati subito dopo l’azione, senza lasciare traccia. Al momento, il Movimento No TAV non ha rivendicato l’atto. I fatti hanno avuto luogo a poche ore dall’ultima udienza del processo che vede imputati numerosi attivisti per il reato di associazione a delinquere, per i quali la sentenza sarà emessa il prossimo 31 marzo.

Nella notte tra sabato 1 e domenica 2 febbraio, un gruppo di attivisti si sarebbe riunito intorno al cantiere di San Didero e avrebbe lanciato alcuni fuochi d’artificio. Subito dopo, secondo quanto denunciato dal COISP (Coordinamento per l’Indipendenza Sindacale delle Forze di Polizia) e riportato sul quotidiano torinese La Stampa, un grosso gruppo elettrogeno posto all’interno del cantiere ha preso fuoco. A trasformare «l’ipotesi» che si sia trattato di un gesto doloso da parte degli attivisti in «certezza» vi è il fatto che sarebbero state ritrovate alcune parti delle recinzioni divelte e una «mini fiamma ossidrica» abbandonata sul luogo, che sarebbe stata usata per innescare l’incendio. A poca distanza dal generatore andato a fuoco vi erano inoltre delle bombole di acetilene: «un’eventuale esplosione delle bombole avrebbe provocato un disastro», commenta Domenico Pianese, segretario generale del COISP. Per il sindacato, l’atto costituisce «la dimostrazione lampante della pericolosità di certe azioni criminali, spacciate per protesta, che in realtà rappresentano un vero e proprio attacco alla sicurezza pubblica», un gesto che «ha deliberatamente messo a rischio non solo la vita degli Agenti in servizio, ma anche quella di chiunque si trovasse nei dintorni».

A oltre 48 ore dagli eventi, tuttavia, il Movimento non ha ancora rivendicato quanto accaduto, come spesso succede nel caso di proteste in Valle. Tuttavia lunedì 3 febbraio Dana Lauriola, storica attivista del Movimento, ha rilasciato una dichiarazione spontanea nella quale riferisce come nelle ultime settimane siano frequenti gli attacchi mediatici contro i No TAV. Numerosi attivisti (28 in tutto) stanno infatti affrontando le battute finali del processo che li vede accusati, insieme a centro sociale torinese Askatasuna, allo Spazio Neruda e ad altre realtà antagoniste del territorio, di reati a vario titolo per le proteste in valle. Per 16 di loro, l’accusa è di associazione a delinquere. Lunedì, gli avvocati difensori hanno pronunciato le loro arringhe finali: la lettura della sentenza è prevista per lunedì 31 marzo. «Nelle ultime settimane giornalisti televisivi ci hanno inseguit* e pedinat*, sventolando parte dei brogliacci delle intercettazioni che qualche volonteroso ha pensato bene di fornirgli – ha denunciato Lauriola – Alcuni di questi brogliacci, possiamo dire con contezza, non sono neanche entrati nel dibattimento. Altri, periziati e approfonditi dall’accusa e contestualizzati del collegio difensivo, hanno decisamente chiarito il loro significato, ma questo conta poco quando l’obiettivo è far diventare l’Askatasuna il mostro cattivo da combattere, la regia di quei conflitti (tra cui il No TAV) di cui dicevo prima, utile argomento per distrarre i più dai reali problemi di questo Paese».

Gli stessi avvocati difensori hanno denunciato come tanto su mezzi di informazione a diffusione nazionale (come Retequattro) quanto nell’ambito di eventi istituzionali che nulla avevano a che fare col processo (l’inaugurazione dell’anno giudiziario del 25 gennaio) vi siano state ripetute «ingerenze illegittime», volte a riportare un’immagine criminale del Movimento.

[di Valeria Casolaro]

Santorini, sciame sismico: 9mila persone lasciano l’isola

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Circa 9mila persone hanno deciso di lasciare Santorini, nota isola delle Cicladi situata nel Mar Egeo, a causa dello sciame sismico che sta interessando l’area. In soli tre giorni, almeno 200 scosse di terremoto, di piccola o media entità, hanno infatti terrorizzato residenti, stagionali e turisti. Come riferito dal presidente dell’Associazione delle imprese di trasporto marittimo per passeggeri, Dionysis Theodoratos, oltre 6mila persone sono partite da domenica a bordo di traghetti. Su richiesta del ministero della Protezione civile ellenico, la compagnia di bandiera greca Aegean ha raddoppiato i voli regolari per Atene per la giornata di oggi, che da quattro sono diventati otto.

Il TAR del Piemonte ha annullato i fogli di via contro gli attivisti per l’ambiente

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Continuano le assoluzioni per gli attivisti torinesi del movimento ambientalista Extinction Rebellion (XR). Con una sentenza del 18 gennaio 2025, resa nota ieri, lunedì 3 febbraio, il Tribunale Amministrativo Regionale per il Piemonte ha annullato i fogli di via per quattro attivisti che erano stati espulsi dalla città di Torino per aver esposto uno striscione in occasione dell’Aerospace and Defence Meeting del 2023. Quel giorno nove persone erano state portate in Questura, poi rilasciate con denunce per manifestazione non preavvisata, inosservanza di un ordine dell’autorità, invasione di terreni o edifici e violenza privata, tutte archiviate dalla procura di Torino nel gennaio dell’anno scorso. Secondo la sentenza, anche i fogli di via sono illegittimi e caratterizzati da un vero e proprio “eccesso di potere”, perché la protesta si è svolta in maniera pacifica, legittima e priva di minacce per l’ordine e la sicurezza pubblica.

Secondo la sentenza del tribunale, le persone colpite da foglio di via “non possono essere definite pericolose per l’ordine e la sicurezza pubblica poiché non sono dedite alla commissione di reati, non hanno precedenti condanne e i reati ipotizzati dalle forze dell’ordine sono stati archiviati dalla procura di Torino”. Per tale motivo, il giudice annulla i provvedimenti, evidenziando un “eccesso di potere per carenza di istruttoria, difetto di motivazione e illogicità della motivazione” da parte della Questura che ha deciso di procedere con l’emissione dei fogli di via. «Le motivazioni di questa sentenza sono l’ennesima conferma di una gestione repressiva del dissenso in questo Paese» scrive XR. «Dai trattenimenti prolungati in Questura fino alle continue denunce pretestuose alle misure di prevenzione illegittime: è evidente che denunciare le politiche di investimento in armi e guerra del governo, piuttosto che su clima e ambiente, è qualcosa che deve essere punito e messo a tacere».

I fatti riguardano una manifestazione avvenuta nel novembre 2023 in occasione dell’Aerospace and Defence Meeting. Quel giorno, cinque persone si erano calate dal tetto dell’Oval, reggendo un gigantesco striscione con la scritta: «Qui si finanzia la guerra e la crisi climatica», mentre altre due esponevano uno striscione più piccolo con su scritto «Stop war now». L’azione dimostrativa voleva contestare il costante aumento della spesa bellica italiana e l’impatto del settore sulla crisi climatica. Dopo l’azione, tutti e nove gli attivisti presenti erano stati portati in Questura, e contro i quattro non provenienti da Torino è stato emesso un foglio di via. Le varie accuse nei confronti degli attivisti sono state archiviate dalla procura nel gennaio 2024 per motivi analoghi a quelli esposti dal giudice del TAR. La procura, in particolare, sottolineava la natura pacifica della protesta e il diritto costituzionale al dissenso, disponendo la non sussistenza dei reati.

Non è la prima volta che la magistratura torinese scagiona gli attivisti di XR dalle accuse mosse dalla Questura. Già a gennaio, la procura di Torino ha archiviato decine di denunce contro attivisti del movimento accusati di reati di vario genere, come manifestazione non preavvisata, imbrattamento, invasione, violenza privata e detenzione abusiva di armi. Anche in quel caso, la pm ha sottolineato il diritto costituzionale e democratico al dissenso e contestato i presunti elementi probatori forniti dalla Questura.

[di Dario Lucisano]

Cisgiordania: 70 palestinesi uccisi in un mese, mentre i coloni assaltano una sede ONU

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Sono più di 70 i palestinesi uccisi in Cisgiordania dall’inizio dell’anno, in quella che l’Autorità Nazionale Palestinese ha definito una «guerra totale» di Israele contro la popolazione locale, portata avanti per realizzare piani di «pulizia etnica». In particolare, secondo i dati forniti ieri, lunedì 3 febbraio, dall’ANP, Israele avrebbe ucciso 38 persone a Jenin, 15 a Tubas, 6 a Nablus, 5 a Tulkarem, 3 a Hebron, 2 a Betlemme e 1 nella Gerusalemme Est occupata; di questi, 10 erano bambini, 1 una donna e 2 anziani. Il numero di vittime viaggia in parallelo con i continui arresti, la distruzione delle abitazioni e i raid dell’esercito israeliano e dei coloni contro palestinesi, edifici e sedi umanitarie. Ieri stesso, a soli 3 giorni dalla chiusura delle attività ordinata da Israele, un gruppo di coloni ha preso d’assalto la sede dell’Agenzia delle Nazioni Unite per il Soccorso e l’Occupazione dei Rifugiati Palestinesi (UNRWA) nel quartiere di Gerusalemme Est di Sheikh Jarrah, issandovi bandiere israeliane ed esponendo striscioni all’interno dell’ufficio.

Dall’inizio della cosiddetta operazione “Muro di Ferro”, lanciata il 21 gennaio contro le brigate di Jenin, l’esercito israeliano ha condotto svariati attacchi nella medesima città cisgiordana, spesso affiancato dai coloni e, nelle operazioni di arresto, dalla stessa ANP. Elicotteri e droni dell’occupazione continuano a sorvolare la città, talvolta chiedendo ai residenti di evacuare i quartieri tramite altoparlanti. Due giorni fa, l’esercito ha demolito un intero blocco residenziale, causando diverse esplosioni che hanno danneggiato l’ospedale governativo di Jenin. Stando agli ultimi dati, oltre 150 case sono state completamente distrutte nel campo di Jenin e nei suoi dintorni, diverse strade e infrastrutture sono state danneggiate, quattro ospedali sono senza acqua, e la città si trova ad affrontare una grave crisi umanitaria a causa di un blocco dei rifornimenti: l’ANP riporta che il 50% di Jenin risulta senza acqua, cibo ed elettricità. Oltre 20.000 palestinesi sono stati sfollati con la forza da Jenin, e altri 15.000 dal campo e dal quartiere di Al-Hadaf.

Malgrado, secondo la linea ufficiale, “Muro di Ferro” sia stata lanciata contro le brigate di Jenin, a venire colpiti non sono solo persone e aree civili della stessa città, ma anche altre località cisgiordane. A Tulkarem, gli scontri e le aggressioni aumentano di giorno in giorno a causa di un assedio che stringe la città da una settimana; l’esercito prende di mira strade, abitazioni e infrastrutture, e ha circondato gli ospedali di Thabet e Israa; gli sfollati sono circa 6.000. Nel Governatorato di Tubas, solo ieri, i bulldozer militari hanno fatto irruzione nel mercato del campo di Al-Far’a, distruggendolo, mentre i soldati di fanteria hanno preso di mira le case dei civili. Secondo l’ufficio media governativo, l’esercito ha dispiegato per la prima volta in 25 anni veicoli corazzati pesanti durante i propri raid su Tammun. Il governatore ha dichiarato che le forze israeliane hanno evacuato 15 edifici e che a Tammun stanno impedendo l’entrata di medicinali. Analoghe operazioni, seppur per ora in scala più ridotta, vengono condotte a Nablus, Al-Khalil e Gerusalemme. L’agenzia di stampa statale palestinese Wafa ha condiviso un’immagine che ritrae l’assalto alla sede dell’UNRWA nella capitale palestinese.

Mentre l’assedio della Cisgiordania si fa ogni giorno più violento e distruttivo, sembrano essere in procinto di iniziare i colloqui per la seconda fase dell’accordo di cessate il fuoco a Gaza. Dopo un primo momento di incertezza, sia Hamas che Israele hanno infatti dichiarato di essere pronti a sedersi al tavolo per discutere della fine della guerra. In questo momento, Netanyahu si trova ancora negli Stati Uniti per incontrare Trump, in quello che risulta il primo ricevimento del tycoon da presidente eletto. Lo stesso Trump, riporta il Wall Street Journal, starebbe preparando un trasferimento di armi verso Israele dal valore di un miliardo di dollari. Le vendite previste includerebbero 4.700 bombe da 1.000 libbre, per un valore di oltre 700 milioni di dollari, e bulldozer corazzati costruiti da Caterpillar, per un valore di oltre 300 milioni di dollari.

[di Dario Lucisano]

Dazi USA: sospensione per Messico e Canada, la Cina risponde

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Dopo l’annuncio che gli Stati Uniti avrebbero introdotto dazi contro i prodotti messicani e canadesi, i due Paesi americani hanno trovato un accordo con il presidente Trump per ritardare la loro entrata in vigore di un mese. Nei confronti della Cina, invece, non è stato previsto nessuno stop. Pechino stessa ha risposto imponendo tariffe aggiuntive su alcuni prodotti statunitensi a partire dal 10 febbraio. La Commissione per le tariffe doganali del Consiglio di Stato ha annunciato che verrà imposta una tariffa aggiuntiva del 15% su carbone e gas naturale liquefatto provenienti dagli Stati Uniti, mentre petrolio greggio, macchine agricole, automobili di grande cilindrata e camioncini saranno soggetti a una tariffa aggiuntiva del 10%.

L’Uganda ha finalmente vietato i processi militari ai civili

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Il 31 gennaio 2025, la Corte Suprema dell'Uganda ha dichiarato incostituzionali i processi dei tribunali militari contro i civili, ordinando ai funzionari di interrompere tutti i procedimenti in corso e di trasferirli al sistema giudiziario civile del Paese. «La decisione della Corte Suprema è un passo importante per proteggere il diritto a un giusto processo in Uganda», ha affermato Oryem Nyeko, ricercatore di Human Rights Watch. Per anni, infatti, i tribunali militari del Paese hanno processato centinaia di civili, compresi oppositori politici e critici del governo, violando, sottolinea HRW,...

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USA, chiusi gli uffici di USAID

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Nella giornata di oggi, negli Stati Uniti, è stato ordinato al personale dell’Agenzia statunitense per lo sviluppo internazionale (USAID) di rimanere fuori dal quartier generale dell’agenzia a Washington. I media statunitensi riportano che la polizia ha bloccato l’atrio dell’agenzia, circondando l’ingresso con del nastro giallo, e che l’imprenditore Elon Musk, al vertice del neo-istituito gabinetto per l’efficienza governativa, abbia concordato con Trump la chiusura dell’agenzia. Lo staff di USAID ha anche affermato che più di 600 dipendenti aggiuntivi sono stati bloccati fuori dai sistemi informatici dell’agenzia umanitaria durante la notte. Non è ancora chiaro per quanto tempo rimarranno chiusi gli uffici.

Il governo ha stanziato 750 milioni di euro per le scuole private

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GIUSEPPE VALDITARA MINISTRO ISTRUZIONE

Attraverso due decreti firmati dal ministro per l’Istruzione Valditara, il governo ha stanziato per l’anno 2024-2025 750 milioni di euro per le scuole paritarie, con un aumento di ben 50 milioni rispetto all’anno precedente. Di questi, 500 milioni saranno destinati a tutte le scuole paritarie, 163,4 milioni al sostegno degli studenti con disabilità e 90 milioni alle scuole per l’infanzia. Le risorse verranno ora distribuite agli Uffici regionali, che le assegneranno ai vari istituti paritari locali. Giuseppe D’Aprile, segretario generale di UIL Scuola, ha definito la mossa «una scelta politica chiara ma inaccettabile», aggiungendo che «ogni euro sottratto alla scuola statale» è un modo per renderla «più debole».

«Con questo stanziamento, il Ministero dell’Istruzione e del Merito conferma il proprio impegno a sostenere e valorizzare le Scuole paritarie, che rappresentano una componente fondamentale del nostro sistema educativo nazionale. Il nostro obiettivo è garantire a tutti gli studenti l’opportunità di una formazione di qualità, indipendentemente dall’istituto in cui studiano. In particolare, le risorse destinate alle Scuole dell’infanzia e agli studenti diversamente abili confermano la nostra attenzione a rendere l’educazione accessibile e inclusiva per tutti» ha dichiarato il ministro Valditara. Istituite con il dl 62 del 10 marzo 2000, le scuole paritarie sono quegli istituti dove l’istruzione è considerata per legge alla pari di quella statale (contrariamente alle scuole non paritarie), ma la cui gestione non dipende in alcun modo dallo Stato – e che quindi non devono quindi sottostare in alcun modo a criteri come quello della laicità degli insegnamenti.

La tendenza a elargire sempre più fondi statali a queste realtà è cominciata ben prima dell’insediarsi del governo Meloni e sembra puntare nella direzione di una progressiva privatizzazione delle scuole. Nel novembre dello scorso anno, il partito di governo Fratelli d’Italia aveva proposto un emendamento per introdurre il cosiddetto “bonus paritarie”, mentre nel 2020, ben prima dell’arrivo dell’attuale esecutivo, gli istituti paritari avevano ricevuto ben 150 milioni di euro di fondi del PNRR dal governo, in un contesto di generale aumento dei finanziamenti per l’istruzione non statale. Ancora prima, nel 2012, il finanziamento statale destinato agli istituti partiari era di 286 milioni di euro, budget quasi raddoppiato nel giro dei cinque anni successivi – e che oggi supera i 600 milioni di euro. Gabriele Toccafondi, ex sottosegretario all’Istruzione, nel 2018 affermò: «L’Italia riconosce alle scuole paritarie un contributo di 500 milioni di euro annui (500 euro all’anno a studente). Alla scuola statale, invece, ogni iscritto costa 6.000 euro l’anno (per ogni ordine e grado dalle elementari alle superiori). Il resto lo paga la famiglia». E come fatto notare da D’Aprile, «un quarto di queste risorse – 180 milioni di euro l’anno – potrebbero servire per stabilizzare gli oltre 230 mila precari della scuola, per assicurare loro un futuro certo oltre a garantire la continuità didattica degli alunni». Evidentemente, la politica ha scelto di muoversi verso un’altra direzione.

[di Valeria Casolaro]

Quattro lupi, probabilmente avvelenati, sono stati trovati morti in Trentino

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A Barco di Levico, in provincia di Trento, sono stati rinvenuti morti quattro lupi nei pressi di una pista ciclabile poco lontano dal fiume Brenta. Le analisi affidate all’Istituto Zooprofilattico Sperimentale avranno il compito di stabilire la causa della morte. Tuttavia, l’ipotesi più accreditata, anche dallo stesso Corpo Forestale Trentino, è di avvelenamento, motivo per cui scatterà una denuncia contro ignoti. Nella zona gli incontri tra uomini e lupi sono sempre più frequenti e, in assenza di piani di gestione della fauna selvatica efficaci, stanno parallelamente aumentando i conflitti.

L’ultimo Rapporto Grandi Carnivori redatto dalla Provincia di Trento, risalente al giugno 2024, riferisce che la popolazione dei lupi è in leggero aumento in tutta Europa. Questo ha innegabilmente delle conseguenze sull’ecosistema montano, tra le quali per esempio la modifica dei comportamenti della fauna locale, quali per esempio quelli del cervo – e, di conseguenza, delle attività venatorie. La preoccupazione principale deriva dagli attacchi di questi predatori contro i capi di bestiame in alpeggio. Tuttavia, il Rapporto redatto dalla Provincia riferisce come, in media, il bestiame predato dai lupi costituisca lo 0,6% del totale di quello monticato e che l’81% degli attacchi è avvenuto in zone nelle quali erano assenti «opere funzionanti a protezione dei capi predati». A ciò andrebbe anche aggiunta una considerazione in merito al fatto che gli alpeggi si trovano esattamente nell’habitat nel quale vivono questi predatori. Nonostante ciò, nel 2023, con un provvedimento che autorizzava a procedere senza il parere dell’ISPRA (Istituto Superiore per la Promozione e la Ricerca Ambientale), il presidente della Regione Fugatti aveva autorizzato l’abbattimento di due esemplari che avevano recato danni agli allevamenti – poi sospeso per l’intervento delle associazioni animaliste.

Le associazioni ambientaliste denunciano da tempo la mancanza di una politica strutturata che tuteli tanto le attività quanto la fauna selvatica. Massimo Vitturi, responsabile LAV (Lega Anti Vivisezione) Animali Selvatici, ha infatti criticato il silenzio di Fugatti sull’accaduto da parte del presidente della Regione Fugatti e commentato che l’assenza di indicazioni per portare a termine una pacifica convivenza tra animali selvatici e uomo ha indotto alla creazione di un clima da «Far West istituzionale», creando «un clima sociale predisposto alle soluzioni “fai da te”». «Continueremo a lavorare perché siano accertate eventuali responsabilità, anche indirette, della politica trentina nell’aver contribuito a creare un immotivato clima di allarmismo e caccia alla streghe nei confronti di orsi e lupi – ha riferito Vitturi – fin da quando, nel maggio del 2021, la precedente Giunta Fugatti rifiutò la proposta della nostra associazione di avviare un strutturato progetto di informazione con l’obiettivo di evitare possibili incidenti con gli orsi, quelli che poi si sono regolarmente realizzati negli anni successivi».

[di Valeria Casolaro]

Giugliano, patto politico-mafioso: 25 arresti, anche l’ex sindaco

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L’amministrazione comunale di Giugliano in Campania, popoloso comune dell’ hinterland a Nord di Napoli, sarebbe stata condizionata dalla Camorra. È quanto emerge da una inchiesta dei carabinieri del Ros, coordinata dalla Dda di Napoli, che nella giornata di oggi ha portato all’arresto di 25 persone, tra cui l’ex sindaco Antonio Poziello e quattro ex consiglieri comunali. In particolare, il clan Mallardo – componente della cosiddetta Alleanza di Secondigliano – avrebbe condizionato la campagna elettorale per le elezioni comunali di Giugliano nel 2020, intervenendo anche per dirimere controversie tra privati. Tra i reati contestati figurano l’associazione di tipo mafioso, lo scambio elettorale politico-mafioso, la corruzione e l’estorsione.