giovedì 3 Aprile 2025
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Nel porto di Ravenna è stato sequestrato un carico di materiale militare diretto a Israele

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Un carico di oltre 13 tonnellate di componenti metallici destinati a Israele è stato sequestrato nel porto di Ravenna dall’Agenzia delle Dogane. Il sequestro, risalente al 4 febbraio scorso e convalidato dal Gip del Tribunale di Ravenna, riguarda centinaia di pezzi metallici grezzi, tra cui cilindri, lamiere e manovelle, per un valore complessivo di oltre 250mila euro. Questi materiali, secondo gli inquirenti, erano destinati alla società israeliana IMI Systems Ltd, specializzata nella produzione di armamenti per le forze armate. Nei prossimi giorni, il Tribunale del Riesame si pronuncerà sulla richiesta di dissequestro avanzata dall’azienda lecchese, mentre la rete antisionista e anticolonialista per la Palestina ha convocato per sabato prossimo un presidio a Piazza del Popolo, a Ravenna, per protestare contro i «traffici di morte» nei porti italiani e «ogni complicità» con Israele.

L’indagine ha portato all’iscrizione nel registro degli indagati di un imprenditore 57enne di Lecco, amministratore unico della Valforge srl, accusato di esportazione non autorizzata di materiale bellico. L’azienda lecchese, infatti, non risulta iscritta al Registro nazionale delle imprese autorizzate dal Ministero della Difesa e non dispone delle necessarie autorizzazioni per operare nel settore degli armamenti. Secondo la ricostruzione della Procura, la Valforge avrebbe agito come intermediaria, commissionando la produzione dei componenti a due aziende della provincia di Varese e inviandoli poi a Ravenna per l’imbarco. La difesa dell’imprenditore contesta l’accusa, sostenendo che i materiali sequestrati fossero semplici componenti metallici grezzi, privi di una chiara identificazione come parti di armamenti. Secondo l’avvocato dell’azienda, Luca Perego, la Valforge si sarebbe limitata a certificare la qualità dei materiali senza avere conoscenza della loro destinazione finale. Tuttavia, il fatto che il carico fosse diretto a IMI Systems, azienda esclusivamente impegnata nella produzione di armamenti, ha fatto emergere dubbi su tale ricostruzione.

Attivisti e associazioni pacifiste, tra cui il Coordinamento lecchese Stop al Genocidio e la campagna BDS, denunciano da tempo il coinvolgimento di aziende italiane nella fornitura di armamenti a Israele. Secondo queste organizzazioni, oltre alle esportazioni autorizzate e tracciate, vi sarebbero traffici paralleli di materiali che sfuggono ai controlli ufficiali, rendendo ancora più preoccupante il quadro complessivo. Evidenziando come, ormai da tempo, il Porto di Ravenna sia «un luogo dove la scarsissima trasparenza dei traffici rende possibile farlo diventare un Hub per il trasporto di armi, come gli altri scali portuali dell’Alto Adriatico, in particolare verso i teatri di guerra in Medio Oriente», i membri della Rete antisionista ed anticolonialista per la Palestina hanno indetto un presidio che si terrà in Piazza del Popolo, a Ravenna, alle ore 16 di sabato 29 marzo, con l’obiettivo di «denunciare con forza ogni complicità, a qualsiasi livello, del nostro Paese con Tel Aviv, e mettere in luce la pericolosa riconversione a fini bellici dell’apparato produttivo».

Il recente sequestro ha riportato l’attenzione sul porto di Ravenna come possibile snodo per il transito di forniture militari dirette in zone di conflitto. Non è la prima volta che il traffico di armi attraverso lo scalo romagnolo suscita polemiche. Già nel 2021, infatti, i sindacati del porto di Ravenna avevano proclamato uno sciopero per impedire il carico di armi dirette in Israele. Scene simili si erano viste anche a Livorno e Napoli, dove i dipendenti del porto avevano rifiutato di caricare navi che erano sospettate di trasportare armamenti verso Israele, per esprimere «vicinanza ai palestinesi, che da anni subiscono una spietata repressione». A Genova, invece, nel novembre del 2023 oltre 400 persone avevano risposto all’appello dei portuali contro l’invio di armi in Israele che transitano dal porto, presentandosi al blocco del varco di San Benigno e provocando disagi e deviazioni del traffico. Principale bersaglio della protesta è stato il trasporto di materiale bellico verso Tel Aviv da parte della compagnia marittima israeliana Zim Integrated Shipping Services (Zim). Poi, nel giugno del 2024, circa 800 persone erano tornate in presidio per bloccare i varchi portuali del capoluogo ligure in sostegno alla Palestina.

[di Stefano Baudino]

*Errata corrige: a differenza di quanto riportato in una precedente versione dell’articolo, il carico non era di armi ma di materiale militare.

La Polonia sospende le richieste di diritto d’asilo

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La Polonia ha sospeso temporaneamente il diritto dei migranti che arrivano in Polonia attraverso il confine con la Bielorussia di presentare richiesta di asilo. La nuova legge è stata annunciata dal primo ministro Donald Tusk e approvata dal presidente Andrzej Duda, e consente alle autorità di sospendere il diritto di asilo delle persone che rappresenterebbero una «minaccia seria e reale» per il Paese per 60 giorni alla volta. Essa prevede inoltre esenzioni per minori, donne incinte, individui con particolari esigenze sanitarie e rifugiati politici. La legge è stata promossa dal premier polacco, che accusa la Russia e la Bielorussia di usare i migranti come strumenti di una «guerra ibrida».

Dall’Egitto al Kuwait: il sogno imperialista della Grande Israele

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In Israele è diffusa l’idea che i confini attuali non siano accettabili come definitivi: l’ideologia sionista, insieme a una lettura radicale della Bibbia, alimentano la convinzione che la Grande Israele debba estendersi non solo contro ogni ipotesi di Stato palestinese, ma anche togliendo terre a Siria, Libano, Egitto e Giordania. E un nuovo rapporto dell’esercito rafforza questa ipotesi.
La commissione governativa guidata dall’ex capo del Consiglio di sicurezza nazionale, Jacob Nagel, ha infatti reso pubblico il suo rapporto riguardo al futuro dell’IDF, l’esercito israeliano. Una delle princ...

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Milano amplia le zone rosse interdette a chi ha precedenti penali

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Il Comitato per l’ordine e la sicurezza di Milano ha deciso di introdurre tre nuove “zone rosse”, le aree interdette a chi ha precedenti penali o procedimenti pendenti. Le nuove aree designate sono, nel Comune di Milano, via Padova e Colonne di San Lorenzo, e, in quello di Rozzano, il quartiere dei Fiori. Esse vanno così ad aggiungersi alle stazioni ferroviarie di Centrale, Garibaldi e Rogoredo, e alle aree di Piazza Duomo e dei Navigli. Il Comitato ha inoltre stabilito una proroga della misura, che scadrà ora il 30 settembre. Essa prevede il divieto di stazionamento e l’allontanamento forzato dalle aree individuate a persone giudicate «pericolose», lasciando ampio margine di discrezionalità alle forze dell’ordine nell’identificazione dei soggetti da allontanare.

Dopo i primi tre mesi di applicazione, che hanno portato all’identificazione di oltre 132mila persone e all’emissione di 1.313 ordini di allontanamento, il Comitato ha stabilito di ampliare il perimetro delle zone rosse rispetto alle cinque aree già presidiate, tra cui la Stazione Centrale, i Navigli e il Duomo. Secondo i dati forniti dalla Prefettura, gli allontanamenti emessi nei primi mesi di applicazione si suddividono in 480 per reati contro il patrimonio, 377 per reati legati alla droga, 308 per reati contro la persona e 148 per altre fattispecie. Il prefetto Sgargaglia ha dichiarato che si è proceduto a individuare «ulteriori aree cittadine in cui svolgere analoghi servizi», dati i «risultati positivi ottenuti». L’ordinanza, tuttavia, resta al centro di un acceso dibattito. Se da un lato le istituzioni evidenziano la necessità di proteggere il tessuto urbano, dall’altro molte associazioni per i diritti civili e la Camera Penale di Milano hanno sollevato dubbi sulla compatibilità del provvedimento con le garanzie costituzionali, temendo discriminazioni nei confronti di determinate categorie di cittadini. La Costituzione italiana sancisce il principio della presunzione di innocenza, secondo cui ogni individuo è considerato innocente fino a prova contraria: l’ordinanza prefettizia è accusata di contravvenire a questo principio, applicando restrizioni basate su precedenti penali o semplici segnalazioni, senza una condanna attuale o una valutazione individuale del pericolo concreto. L’ordinanza utilizza termini generici come «soggetti molesti» o «atteggiamenti aggressivi»: una vaghezza che può facilmente condurre a interpretazioni arbitrarie e discriminazioni, compromettendo ulteriormente i diritti individuali.

A Milano, le “zone rosse” – che avevano già visto una loro prima applicazione a Firenze e Bologna, dove in 3 mesi erano stati 105 i soggetti destinatari di provvedimenti di allontanamento su 14mila persone controllate – sono state introdotte a partire dallo scorso capodanno. Inizialmente, esse erano state previste per un periodo di tre mesi. Contestualmente, il Viminale ha chiesto alle amministrazioni locali di tutta Italia di varare analoghe misure, con il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, che ha inviato una direttiva ai prefetti per spingerli ad adottare apposite ordinanze. Le “zone rosse” sono così nate anche a Roma, coprendo le aree di Termini, Tuscolano ed Esquilino, particolarmente interessate dal flusso di turisti per il Giubileo. Nella nota di Piantedosi si comunicava che i destinatari della misura sarebbero stati «soggetti pericolosi o con precedenti penali»: la possibilità di allontanare individui con precedenti figura però all’interno del DDL Sicurezzaprovvedimento che non ha ancora ottenuto il definitivo via libera dal Parlamento – che, come la stessa direttiva evidenzia, «reca un’ulteriore estensione del divieto di accesso a coloro che risultino denunciati o condannati, anche con sentenza non definitiva, nel corso dei cinque anni precedenti, per delitti contro la persona o contro il patrimonio commessi nelle aree interne e nelle pertinenze di infrastrutture ferroviarie, aeroportuali, marittime e di trasporto pubblico locale, urbano ed extraurbano». La fumosità della direttiva si coglie ancora meglio nel passaggio successivo, ove si legge che «la misura del divieto di accesso dovrà essere disposta ogni qual volta il comportamento del soggetto risulti concretamente indicativo del pericolo che la sua presenza può ingenerare per i fruitori della struttura».

[di Stefano Baudino]

Il DDL Sicurezza torna alla Camera per un errore di formulazione

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Il DDL Sicurezza tornerà alla Camera per una terza lettura a causa di un errore nelle coperture finanziarie. La Ragioneria generale dello Stato ha infatti notato come in sei articoli siano previsti stanziamenti a partire dal 2024. Davanti alle critiche dell’opposizione, la maggioranza ha rimarcato che la priorità è quella di approvare la misura il prima possibile. Il relatore del DDL, Marco Lisei (FDI), ha mostrato apertura per eventuali modifiche, mentre il forzista Maurizio Gasparri ha affermato che andrà solo fatto l’aggiustamento necessario. Il capogruppo della Lega al Senato, Massimiliano Romeo, ha proposto una mera modifica alle coperture finanziarie per non tardarne l’approvazione.

In Spagna sono state ritrovate tracce di una popolazione europea finora sconosciuta

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Un’inaspettata svolta nella storia dell’evoluzione umana in Europa. Nel sito di Sima del Elefante nei Monti Atapuerca, in Spagna, un team di ricercatori ha rinvenuto i resti di quella che si ritiene una popolazione umana sconosciuta, vissuta in zona oltre 1,1 milioni di anni fa. I resti comprendevano un cranio parziale con il lato sinistro del volto di un ominide adulto e, secondo gli esperti, è il più antico fossile umano mai scoperto nell’Europa occidentale. Gli scienziati hanno dettagliato i risultati all’interno di un nuovo studio sottoposto a revisione paritaria e pubblicato sulla rivista scientifica Nature e ipotizzano che possa appartenere all’Homo erectus, specie nota in Africa e Asia ma mai identificata con certezza nel continente europeo. D’altra parte però, la morfologia del cranio differisce da quella di altre specie conosciute, rendendo l’attribuzione incerta. «Questa conclusione è la proposta più onesta che possiamo fare con le prove in nostro possesso. È prudente, ma è anche un po’ audace, perché non escludiamo la possibilità che possa trattarsi di qualcosa di diverso», ha commentato María Martinón-Torres, direttrice del Centro nazionale spagnolo di ricerca sull’evoluzione umana.

Fino ad oggi, spiegano i coautori, il primo abitante conosciuto dell’Europa occidentale era ritenuto l’Homo antecessor, vissuto circa 850.000 anni fa e scoperto sempre nei pressi di Sima del Elefante. Si tratta di una specie che presentava tratti facciali simili a quelli dell’Homo sapiens, con una struttura più verticale e piatta, al contrario del nuovo fossile che, invece, mostra un volto più sporgente, caratteristica che lo avvicina a Homo erectus. Oltre ai resti umani, inoltre, nel sito sono stati rinvenuti strumenti in pietra e ossa di animali con segni di macellazione, suggerendo un insediamento attivo in un ambiente boschivo con praterie umide, ricche di prede. Per quanto riguarda i risultati dettagliati nello studio, invece, è stato adottato un approccio multidisciplinare, combinando analisi tradizionali con imaging avanzato e ricostruzioni 3D per studiare il frammento di volto rinvenuto. I ricercatori non hanno potuto datare direttamente il fossile, ma hanno stimato la sua età tra 1,4 e 1,1 milioni di anni spiegando di aver analizzato gli strati sedimentari circostanti.

Inoltre, il team ha anche rianalizzato una mandibola parziale trovata nel 2007 a Sima del Elefante, ma a un livello di sedimento leggermente più alto. Gli autori dello studio ora ritengono che appartenesse alla stessa popolazione di umani preistorici. Tuttavia, con solo piccole parti del volto, è stato impossibile identificare la specie di ominide in modo conclusivo. Pertanto, il team l’ha assegnata a “Homo affinis erectus”, dove affinis significa affine a, per indicare che il fossile è strettamente correlato a, ma distinto da, una specie nota. «Dobbiamo ancora scavare i livelli inferiori di Sima del Elefante. Quindi chissà? Potremmo avere altre sorprese. Penso che la scoperta chiave sia che stiamo documentando per la prima volta una popolazione di ominidi che non sapevamo di avere in Europa», ha aggiunto Torres, sottolineando che si tratta di una nuova evidenza che solleva interrogativi sulle migrazioni umane arcaiche e sulla diversità evolutiva del genere Homo nel continente.

[di Roberto Demaio]

UE, ecco il piano contro le emergenze: kit di sopravvivenza ed esercitazioni

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L’Unione Europea ha presentato il proprio piano per gestire le potenziali crisi, da attuare in caso di disastri naturali, pandemie, cyberattacchi o «aggressioni armate». La “Strategia di preparazione dell’Unione”, è stata presentata ieri, mercoledì 26 marzo, da Roxana Mînzatu e da Hadja Lahbib, rispettivamente vicepresidente esecutiva della Commissione e commissaria all’Uguaglianza e alla Gestione delle crisi, e intende armonizzare le linee guida per gestire le crisi tra i 27 Paesi dell’UE. Il documento elenca 30 «azioni chiave» divise in 7 categorie, e presenta un piano d’azione per «far progredire gli obiettivi dell’Unione in materia di preparazione», e per «sviluppare una “cultura della preparazione”». In alcuni casi, la Strategia si rivolge direttamente ai cittadini, invitandoli a tenersi preparati a eventuali crisi, tanto da chiedere loro di radunare scorte di acqua, cibo e medicinali per essere autosufficienti per almeno 72 ore. Su stessa ammissione della Commissione, la proposta viaggia in parallelo con gli ultimi documenti dell’UE, primo fra tutti il Libro Bianco sulla Difesa, in cui la Russia viene presentata come la minaccia principale dell’Unione.

«La preparazione deve essere intessuta nel tessuto delle nostre società». È questo il principio fondamentale avanzato dalla Strategia di preparazione dell’UE alle crisi. Il piano è in linea con le azioni già attuate da alcuni dei Paesi comunitari, come per esempio nel caso della Francia, che ha annunciato la distribuzione di un manuale di “sopravvivenza per le famiglie”, e si propone di promuovere una strategia comune a tutta l’Unione sulla base di sette principi chiave. Essa si fonda sulla presunta constatazione per cui sarebbe «urgente rafforzare la preparazione e la prontezza civili e militari dell’Europa ad affrontare le crescenti sfide odierne in materia di sicurezza – in materia di salute, migrazione, sicurezza tecnologica, clima, difesa o economia». Per tale motivo, propone «un approccio integrato che coinvolge l’intera amministrazione», dal pubblico al privato, dal locale al sovranazionale, arrivando a toccare «l’intera società, riunendo i cittadini, le comunità locali e la società civile, le imprese e le parti sociali, nonché le comunità scientifiche e accademiche».

La Strategia di preparazione dell’UE è stata presentata ai cittadini con un video apparso sui social dell’Unione, in cui la commissaria Lahbib mostra il “kit di sopravvivenza” che ogni cittadino dovrebbe sempre avere con sé per sopravvivere 72 ore: contanti, carte da gioco e radio. Il video di Lahbib annuncia uno dei sette principi cardine su cui ruota la Strategia, ossia il coinvolgimento diretto della popolazione. Questo verrà portato avanti anche attraverso l’organizzazione di lezioni di preparazione nei programmi scolastici e l’introduzione di una “Giornata europea della preparazione”. Il piano coinvolge i cittadini anche promuovendo una maggiore collaborazione tra civile e militare, con l’organizzazione di più esercitazioni di scenari critici. Terzo punto chiave è il principio di cooperazione tra pubblico e privato, per cui l’UE si propone di istituire una task force per fare dialogare i due piani. Altro principio è quello di sviluppare le «funzioni essenziali della società europea», garantendo criteri minimi di preparazione per servizi essenziali come gli ospedali, e organizzando lo stoccaggio di materie critiche. Chiudono la lista una maggiore cooperazione con i partner esterni e tra i Paesi dell’UE, e l’annuncio di un futuro piano di previsione e anticipazione delle crisi. Tutti i punti sono solo abbozzati, e prevedono 30 «azioni chiave» di natura generale.

Il piano va di pari passo con le ultime iniziative dell’UE e si basa sui documenti recentemente condivisi dall’Unione. Tra questi, viene nominato il Libro Bianco sulla Difesa, in cui la Russia viene presentata come una delle minacce principali dell’Unione. Tra gli esempi di possibili crisi presentati dalla Strategia, infatti, spicca quello delle possibili «crisi geopolitiche», che potrebbero portare a «conflitti armati» se non a una «aggressione armata contro gli Stati membri». In tale scenario, la Federazione risulta al primo posto, così come per quanto riguarda i possibili attacchi ibridi e cyberattacchi.

[di Dario Lucisano]

USA, dazi del 25% sulle auto in entrata

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Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha annunciato nuove tasse di importazione su auto e componenti in arrivo nel Paese, fissando la tariffa al 25%. Trump ha spiegato che le nuove tariffe entreranno in vigore a partire dal 2 aprile, con oneri per le aziende che importano veicoli a partire dal giorno successivo; quelle sui componenti, invece, non inizieranno prima di maggio e non dovrebbero coinvolgere Canada e Messico. Trump ha specificato che le aziende straniere che producono negli USA saranno esentate dalle tariffe.

La Camera ha approvato la legge che tutela i lavoratori con malattie oncologiche

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malato oncologico

Dopo lunghe trattative, la Camera dei deputati ha dato il suo unanime lasciapassare a un testo di legge proposto in tutela dei lavoratori colpiti da malattie oncologiche, rare e croniche invalidanti. Con 248 voti favorevoli, il provvedimento stabilisce che chi è affetto da tali patologie e ha una disabilità pari o superiore al 74% può conservare il posto di lavoro, sia nel pubblico che nel privato, per un periodo estendibile fino a due anni, continuativi o frazionati. Un tempo che si aggiunge ai 180 giorni di malattia già previsti dalla legislazione vigente, risalente a un Regio Decreto del 19...

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I disturbi alimentari tra gli adolescenti sono in crescita: tra le cause social e pandemia

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In Italia, le persone affette da disturbi del comportamento alimentare (ovvero anoressia, bulimia nervosa e disturbo da alimentazione incontrollata) aumentano sempre di più, specie tra i giovani e i giovanissimi. Ad essere più colpite sono le donne, con circa il 90% dei casi. All’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù, dal 2019 ad oggi, le nuove diagnosi di disturbi della nutrizione e dell’alimentazione tra i più giovani sono aumentate del 64%, con l’età di insorgenza che si è abbassata fino a 8 anni. A livello nazionale, il ministero della Salute riporta un aumento tra il 30-35% su tutte le fasce di età e stima che circa 3 milioni di italiani soffrano di tali disturbi. A questo hanno contribuito, negli ultimi anni, il trauma pandemico e l’uso dei social network, dove proliferano modelli estetici irrealistici e che spinge all’emulazione di comportamenti nocivi. In questo contesto, il governo italiano ha deciso di eliminare dalla legge di bilancio 2025 i finanziamenti per le case di cura specializzate esistenti sul territorio nazionale.

I dati pubblicati da parte dell’Unità Operativa Semplice Anoressia e Disturbi Alimentari dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma riferiscono non solo un aumento delle diagnosi, ma anche un aumento della gravità dei disturbi dell’alimentazione, specie nei pazienti più giovani. Nel complesso, dal 2020, l’Unità specializzata del Bambino Gesù ha registrato un incremento del 38% nell’attività clinica: i day hospital sono passati da 1.820 a 2.420 del 2024. Di pari passo, tra i più giovani le nuove diagnosi di disturbi della nutrizione e dell’alimentazione sono aumentate del 64%, passando dalle 138 del 2019 alle 226 del 2024. Inoltre è evidenziato come vi sia una crescita del 50% dei nuovi accessi tra le fasce d’età più giovani. Il ministero della Salute ritiene che in Italia vi siano circa 3 milioni di persone affette da questi disturbi. La pandemia, come spiegato dallo stesso ministero, ha peggiorato ulteriormente la situazione, con un incremento nazionale di casi tra tutte le fasce di età stimato intorno al 30-35%, oltre a registrare un abbassamento dell’età di esordio dei primi sintomi ad 8 anni.

«I disturbi della nutrizione e dell’alimentazione sono malattie psichiatriche altamente complesse che hanno ripercussioni sulla salute fisica», spiega Valeria Zanna, responsabile dell’Unità Operativa Semplice Anoressia e Disturbi Alimentari dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù. Per la loro complessità, si tratta di disturbi che richiedono la maggiore collaborazione possibile tra figure professionali con differenti specializzazioni: psichiatri, pediatri, psicologi, dietisti, specialisti in medicina interna, come raccomandato fin dalla Consensus Conference del 2012, dal Quaderno della Salute del 2013, dalle Linee Guida del National Institute for Health and Care Excellence (NICE) del 2017, dal documento dell’American Psychiatric Association (APA) e dalle Linee di indirizzo per la riabilitazione nutrizionale del 2017. Sia l’anoressia che la bulimia possono essere causa di complicanze mediche gravi se non trattate tempestivamente e adeguatamente, aumentando sensibilmente l’indice di mortalità – tra 5 e 10 volte – rispetto a persone sane della stessa età, come spiegato dall’Ospedale Bambino Gesù. Quest’ultimo riporta che 4.000 persone muoiono ogni anno per questi disturbi.

Il periodo pandemico è stato senz’altro un enorme spartiacque negativo per moltissimi giovani. Oltre ai disturbi alimentari sono cresciute anche l’ansia e la depressione. Le politiche di segregazione, di distanziamento e di esclusione adottate durante l’emergenza pandemica hanno causato un aumento dell’angoscia, della paura e della solitudine nei giovani, oltre a produrre una sistematica mancanza di attenzione e di cura nei confronti dei giovani. Un malessere cresciuto nel tempo che con fatica si è espresso e che gli adulti, nella stragrande maggioranza, non hanno colto.

Inoltre, l’uso e l’abuso dei social media può accrescere il rischio di insorgenza di disturbi alimentari. Nel 2023, PLOS Global Public Health ha condotto un meta-studio con cui ha esaminato 50 ricerche eseguite in 17 differenti Paesi per la fascia di età 10-24 anni. Dallo studio è emerso che i social media aumentano enormemente il confronto sociale e contribuiscono allo sviluppo di ossessioni. Questo avviene nell’adesione a schemi che l’algoritmo premia con maggiore visualità, nella convinzione di ottenere attenzione e accettazione sociale. Un esempio su tutti sono le giovani influencer con problemi di anoressia che postano contenuti sui social, in una continua spettacolarizzazione della sofferenza che gli algoritmi social premiano con molta visibilità. Quest’ultima è anche dovuta alle molte interazioni che tali post suscitano, sia di empatia e compassione sia di scherno e derisione, in un circolo vizioso infernale. Si tratta di dinamiche che inducono l’emulazione, in quanto l’algoritmo premia i contenuti del dolore e della sofferenza.

Nonostante questi problemi siano in aumento, il governo italiano ha deciso di tagliare dalla legge di bilancio 2025 i finanziamenti per sostenere le strutture che si occupano di queste malattie. Il fondo apposito era stato istituito nel 2022 erogando 35 milioni di euro in tre anni. Per il 2025, invece, nessun intervento è stato previsto dal governo. Infatti è previsto soltanto lo stazionamento di 1,5 milioni di euro, spalmati in tre anni, per una Campagna di prevenzione dei disturbi della nutrizione e dell’alimentazione del ministero della Salute.

Mentre i governi accettano il riarmo europeo per una economia di guerra incentrata sul conflitto, le strutture sanitarie, così come scuole, università e welfare in generale, continuano sempre più velocemente nella sua discesa verso il basso.

[di Michele Manfrin]