sabato 31 Gennaio 2026
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Whatsapp introdurrà un abbonamento per evitare le pubblicità

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Nel tentativo di monetizzare l’app, Meta sta introducendo gradualmente le inserzioni pubblicitarie all’interno del suo servizio di messaggistica più noto al mondo: Whatsapp. Parallelamente, come prevedibile, la società starebbe però sperimentando internamente anche un piano in abbonamento che consentirebbe agli utenti di rimuovere le pubblicità che verranno altrimenti inserite nelle sezioni Stato e Canali.

La prospettiva di un modello di sottoscrizione, sebbene non ancora ufficialmente confermata, emerge con chiarezza dall’analisi di WaBetaInfo della versione Android di WhatsApp Beta 2.26.3.9, portale specializzato che segnala la presenza di un servizio di abbonamento opzionale destinato agli utenti dell’Unione Europea e del Regno Unito. L’assenza di riferimenti ad altri Paesi suggerisce che la soluzione sia stata progettata ad hoc per conformarsi alle normative locali, una scelta coerente con la decisione di Meta di rinviare l’introduzione delle pubblicità in Europa, così da avere il tempo di intavolare un confronto con le autorità di regolamentazione.

Nel caso specifico, c’è chi sospetta che questa nuova mossa della Big Tech possa entrare in conflitto con il Digital Markets Act (DMA), rafforzandone la posizione dominante e contribuendo a normalizzare ulteriormente il modello coercitivo del “pay or ok”, il quale costringe gli utenti a scegliere tra la cessione dei propri dati e il pagamento di un abbonamento ricorrente. Meta, dal canto suo, ribadisce che le inserzioni non compariranno nelle conversazioni private, ma esclusivamente nella componente più social dell’app, e che le “raccomandazioni” si baseranno unicamente su segnali generici come le impostazioni di lingua, l’area geografica e le interazioni effettuate nella sezione Aggiornamenti.

La credibilità dell’azienda, tuttavia, non è delle più granitiche. Senza rispolverare vecchi scandali, nel 2023 il responsabile di WhatsApp, Will Cathcart, aveva smentito in modo netto un’inchiesta del Financial Times secondo cui Meta stava valutando già all’epoca l’introduzione di pubblicità e abbonamenti. Indiscrezione che, alla luce degli sviluppi attuali, appare tutt’altro che infondata. Inoltre, proprio in questi giorni, WhatsApp è finita al centro di una causa legale internazionale con l’accusa di aver travisato il livello di crittografia garantito dall’app. Secondo le contestazioni, Meta sarebbe in grado di conservare, accedere e analizzare una parte significativa dei messaggi scambiati dagli utenti: un’ipotesi che, se confermata, aprirebbe alla possibilità che i contenuti delle chat vengano condivisi con le autorità di polizia con estrema facilità.

Sul piano concreto, sembra comunque che Meta si appresti a introdurre su WhatsApp un modello molto simile a quello già adottato su Instagram e Facebook, il quale è a sua volta oggetto di indagine da parte della Commissione Europea per una possibile violazione del DMA. I costi ipotizzati, invece, si discosterebbero al ribasso rispetto a quanto visto sugli altri servizi del gruppo: al momento, le indiscrezioni parlano di un abbonamento che dovrebbe aggirarsi intorno ai 4 euro al mese, contro i 7,99 euro richiesti dai due social network.

L’UE lancia una indagine contro Grok

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La commissione europea ha avviato una indagine sul social X e su Grok, il chatbot di Elon Musk. L’indagine arriva dopo uno scandalo che ha coinvolto le piattaforme di Musk, impiegate dagli utenti per generare immagini di natura pornografica, spogliando persone reali. La Commissione indagherà sulle misure impiegate per evitare che le piattaforme propongano agli utenti contenuti illegali. Anche il Regno Unito ha avviato indagini sulla piattaforma per analoghi motivi, mentre la Malesia e l’Indonesia hanno annunciato il blocco di Grok. In altri Paesi, come in Irlanda, organizzazioni della società civile hanno chiesto di aprire un caso contro la piattaforma.

In Francia due neonati sono morti dopo aver consumato latte artificiale Nestlé

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Due inchieste giudiziarie sono state aperte a Bordeaux e ad Angers dopo la morte di due neonati, avvenuta a pochi giorni di distanza. I bambini, deceduti rispettivamente il 23 dicembre e l’8 gennaio, erano stati entrambi alimentati con latte in polvere Guigoz, prodotto da Nestlé. Le autorità sanitarie francesi hanno disposto il ritiro di tutti i lotti sospetti, precisando che, allo stato attuale, non esiste ancora un nesso causale accertato tra i prodotti e i decessi. Il caso riporta il colosso svizzero al centro delle cronache, dopo lo scandalo dell’acqua “minerale” trattata con tecniche di purificazione illegali, e riapre un dibattito che va oltre il singolo lotto: per molti critici, dipinge una multinazionale più orientata al profitto che alla trasparenza e alla tutela dei consumatori.

Ad AFP, Nestlé ha dichiarato che avrebbe collaborato alle indagini, aggiungendo che al momento non vi sono “prove” che colleghino il suo latte artificiale alle morti infantili. Intanto, nei primi giorni di gennaio 2026, la multinazionale svizzera ha avviato un vasto richiamo di lotti di latte artificiale per neonati dei marchi Guigoz e Nidal, distribuiti in Francia e in una sessantina di Paesi, tra i quali anche l’Italia, dopo la scoperta di una possibile contaminazione da Bacillus cereus, un batterio in grado di produrre la tossina cereulide, che può causare vomito, diarrea e gravi disturbi gastrointestinali nei lattanti. La ministra francese della Salute Stéphanie Rist ha annunciato a BFM Tv che tutti i prodotti potenzialmente contaminati sono stati ritirati dagli scaffali e che è in corso un monitoraggio costante della situazione per proteggere i consumatori e fornire indicazioni ai genitori. Accanto a Nestlé, anche altre aziende del settore come Lactalis e Danone hanno esteso per precauzione i richiami o bloccato alcuni lotti.

Le inchieste penali aperte dalla magistratura francese puntano ora a verificare se il latte in polvere possa avere avuto un ruolo diretto nelle morti dei due neonati. Gli esami tossicologici e anatomopatologici sono in corso per accertare la presenza del batterio o della tossina nei campioni biologici. Le procure hanno incaricato laboratori specializzati di analizzare i prelievi e i prodotti sequestrati, mentre lo Stato mantiene una linea cautelativa. La vicenda ha, però, già innescato forti critiche da parte delle ONG, che denunciano ritardi e opacità nei richiami. Foodwatch ha pubblicato una cronologia dello scandalo, accusando Nestlé di non aver gestito con trasparenza la scoperta e il ritiro dei lotti potenzialmente contaminati da cereulide. Secondo l’organizzazione, i richiami massicci sarebbero partiti solo il 5 gennaio 2026, nonostante allerte già a dicembre, e alcuni prodotti sospetti sarebbero rimasti in commercio per mesi. Il 23 gennaio, Foodwatch ha annunciato l’intenzione di presentare una denuncia penale. Fonti della stampa francese riferiscono che il ministero fosse al corrente dei rischi dal 16 gennaio: il “denominatore comune” tra i casi sospetti sarebbe «una materia prima fornita da un produttore in Cina». Per Foodwatch si tratterebbe dell’acido arachidonico (ARA), fonte di omega-6, la cui sintesi è «strettamente regolamentata in Europa». Il nome del fornitore non è stato reso noto.

Non si tratta di un episodio isolato. Da decenni, Nestlé è al centro di contestazioni globali: dalla promozione aggressiva dei latti artificiali negli anni Settanta – che in molte aree del mondo ha contribuito all’abbandono dell’allattamento materno – alle accuse di pratiche opache, violazioni nelle filiere, marketing spinto oltre i limiti, impatti ambientali e violazioni normative. Per associazioni e gruppi di consumatori, Nestlé resta un bersaglio ricorrente di boicottaggi e contestazioni proprio per la gestione dei prodotti destinati ai più fragili: per costoro, è il simbolo di un sistema che mercifica anche l’infanzia, una multinazionale che proclama la sicurezza come valore cardine, ma che viene ciclicamente travolta da scandali, richiami e opacità sui prodotti destinati ai neonati. In questo scarto tra narrazione e realtà industriale, la tutela dei fragili rischia di ridursi a uno slogan, mentre a dettare l’agenda resta, ancora una volta, la priorità del profitto.

Messico, attacco armato in campo da calcio: 11 morti e 12 feriti

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Almeno 11 persone sono morte e 12 sono rimaste ferite in un attacco armato avvenuto domenica in un campo da calcio a Salamanca, nello stato messicano di Guanajuato. Lo hanno dichiarato le autorità locali, affermando che dieci vittime sono decedute sul posto, mentre un’altra è morta in ospedale. I feriti, colpiti da arma da fuoco, sono in cura. L’episodio si inserisce in un contesto già teso: la sera precedente, nella stessa città, erano stati abbandonati quattro sacchi con resti umani. Guanajuato è un polo industriale e turistico conteso da gruppi criminali legati a droga e furti di carburante.

Albania: i CPR sono vuoti, ma il governo investe 18 milioni negli alloggi degli agenti

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Nonostante i centri per migranti in Albania siano finora rimasti pressoché vuoti e l’operazione non abbia prodotto i risultati sperati, il governo italiano continua a puntare sul Protocollo Roma-Tirana. È stato infatti rinnovato l’accordo per l’alloggio delle forze dell’ordine impegnate nella gestione dei CPR di Gijader e Shengjin. Il Viminale ha assegnato per due anni al Rafaelo Resort, struttura a cinque stelle, il servizio di alloggiamento e ristorazione per il personale di polizia, per un costo stimato di oltre 18 milioni di euro. Come confermato dalla premier Giorgia Meloni, l’esecutivo intende proseguire su quella che definisce una «soluzione innovativa», attribuendo i ritardi a decisioni giudiziarie poi superate da modifiche normative.

I documenti del Dipartimento della Pubblica Sicurezza del Viminale, resi noti, decretano «l’aggiudicazione in favore della Società Rafaelo Resort S.r.l, con sede legale in Shengjin (Albania), del servizio di alloggiamento in camere singole alberghiere con ristorazione e servizi connessi per la durata di ventiquattro mesi, al costo unitario giornaliero omnicomprensivo di euro 83,00 (escluse tassazioni) per un importo massimo, presunto, stimato in euro 18.177.000,00 (escluse tassazioni)». La procedura, partita a giugno dello scorso anno con una consultazione di mercato, ha visto alla presentazione dell’offerta finale la sola società Rafaelo, che si è quindi aggiudicata l’appalto come già avvenuto nel 2024. Tale decisione si inserisce nel contesto del più ampio Protocollo Italia-Albania, che la premier Giorgia Meloni ha sempre definito «innovativa» e dalla quale non intende recedere. La stessa Meloni ha cercato di giustificare i ritardi nell’entrata in funzione delle strutture affermando: «Non l’abbiamo potuto finora far funzionare perché c’erano delle sentenze ideologiche dei giudici. Ci hanno detto che era incompatibile con la legislazione Ue. Bene, abbiamo corretto la legislazione dell’Unione». Fatto sta che, nei cpr in Albania, sono però transitate nel tempo solo poche decine di persone per volta: cifre ben lontane dallo scopo dichiarato della rotazione di circa 3.000 migranti al mese.

Dal ministero dell’Interno il rilancio operativo è accompagnato dall’enfasi sulla dignità delle condizioni di missione degli agenti. Il ministro Matteo Piantedosi si è soffermato sui parametri economici del contratto affermando testualmente: «Sono stati individuati il costo pro capite e pro die, a meno che qualcuno non pensi che i nostri agenti quando vanno all’estero in missione non debbano stare nelle stamberghe. Non si tratta di un 5 stelle come in Italia, credo che il costo si aggiri sugli 80 euro a notte». Sull’altro versante politico la scelta è stata attaccata con durezza: l’opposizione ha parlato senza mezzi termini dello stanziamento come di un gigantesco spreco, denunciando la priorità data a strutture estere rispetto ai fabbisogni interni, soprattutto in un contesto caratterizzato da carenze di uomini e mezzi.

Il Protocollo Italia-Albania, firmato nel novembre 2023 e ratificato a febbraio 2024, stabilisce che i centri di Shëngjin e Gjadër, pur situati in Albania, siano sotto giurisdizione italiana. Si tratta di un caso unico in Europa, in quanto è la prima volta che la gestione dei richiedenti asilo di uno Stato viene affidata a un Paese terzo. Secondo il programma, qui devono essere trasferiti uomini adulti soccorsi in mare da autorità italiane e provenienti da Paesi ritenuti “sicuri”, ai quali viene applicata la procedura accelerata di frontiera: vengono trattati come se fossero ancora alla frontiera italiana e restano trattenuti durante l’esame della domanda d’asilo, con l’obiettivo di pervenire a decisioni più rapide. Tuttavia, vari giudici non hanno convalidato numerosi trattenimenti, lasciando le strutture in gran parte vuote. Per questo, a marzo 2025 il governo ha esteso con decreto-legge i trasferimenti anche a migranti già nei CPR italiani, irregolari in attesa di rimpatrio, per superare gli ostacoli giudiziari e rendere i centri davvero operativi.

Filippine, affonda traghetto: almeno 18 vittime e 24 dispersi

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Un traghetto con oltre 350 persone a bordo è affondato nel sud delle Filippine, provocando almeno 18 vittime e diversi dispersi. L’imbarcazione, il Trisha Kerstin 3, trasportava 332 passeggeri e 27 membri dell’equipaggio quando, intorno alle 2 di notte, è colata a picco vicino all’isola di Baluk-baluk, nella provincia di Basilan, nel sud-ovest del Paese. La maggior parte delle persone a bordo è stata soccorsa, ma 24 risultano ancora disperse. Il traghetto era partito da Mindanao ed era diretto all’isola di Jolo. Le autorità stanno indagando per chiarire le cause dell’affondamento, che al momento restano sconosciute.

Le vittime invisibili del ciclone Harry: 380 persone sono disperse nel Mediterraneo

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Mentre il ciclone Harry imperversava sul Mediterraneo centrale con onde altissime e venti feroci, otto imbarcazioni cariche di centinaia di persone hanno tentato la traversata dalla Tunisia verso l’Italia. Di loro non si ha più traccia. Secondo una ricostruzione basata su dispacci ufficiali di ricerca e soccorso, circa 380 migranti, partiti da Sfax in diverse date tra il 14 e il 21 gennaio, sono attualmente dispersi in mare. In tale contesto si inserisce l’ennesimo naufragio tra Tunisia e Malta. Un solo uomo è sopravvissuto al ribaltamento di un barcone con 51 persone a bordo, restando aggrappato a un relitto per 24 ore. Salvato e trasferito alla capitale maltese La Valletta, ha raccontato di almeno cinquanta morti.

Il quadro di quanto accaduto è drammatico. Alarm Phone, l’organizzazione che riceve le chiamate di soccorso dai migranti, da giorni segnalava la scomparsa di queste barche, rilanciando le richieste d’aiuto alle autorità senza ottenere esiti. In uno di questi naufragi, quello di un’imbarcazione di ferro di soli nove metri partita il 21 gennaio, hanno perso la vita due gemelle della Guinea di appena un anno. Una delle 61 persone salvate da quella stessa barca dalla Guardia Costiera italiana era la loro madre. L’uomo salvatosi dall’ultimo naufragio, ora ricoverato in un ospedale di Malta dopo essere stato tratto in salvo dalla motonave Star, ha raccontato una storia agghiacciante. «Eravamo in 51 su quella barca. Siamo partiti da Sfax, siamo rimasti in balia di onde altissime per 24 ore e poi ci siamo capovolti. E mi sono ritrovato da solo». La sua testimonianza è l’unico, tragico spiraglio su quanto avvenuto a una delle otto imbarcazioni indicate come disperse nel dettagliato allerta ripetutamente diffuso dal Centro di coordinamento e soccorso della Guardia Costiera italiana. L’alert, indirizzato a tutte le navi in transito lungo la rotta da Sfax a Lampedusa, rimane finora senza risposte positive nonostante le perlustrazioni.

Nicola Dell’Arciprete, Coordinatore Unicef risposta migranti e rifugiati in Italia, ha espresso le «più sentite condoglianze ai familiari e a tutte le persone colpite da questa tragedia». L’incidente, ha sottolineato, evidenzia «non solo i rischi estremi che corrono bambine, bambini e famiglie quando attraversano il Mediterraneo, ma anche la disperazione di queste famiglie nel voler raggiungere un luogo più sicuro». L’Unicef ricorda che «molti naufragi non lasciano superstiti o non vengono registrati», il che rende il bilancio reale delle vittime, soprattutto minori, «praticamente impossibile da verificare e probabilmente molto più alto». Mentre le speranze per i 380 dispersi si affievoliscono, le operazioni di soccorso continuano, sebbene a ranghi ridotti. Nella notte tra sabato e domenica, la nave umanitaria Sea-Watch 5 ha soccorso 18 persone, tra cui due bambini piccoli, da un barchino in difficoltà in zona Sar libica. Il porto assegnato per lo sbarco è Catania. Ai 14 morti ufficialmente registrati dall’OIM nei primi giorni del 2026, si aggiungono dunque questi 380 dispersi, che farebbero già impennare il tragico conteggio annuale. Un conteggio che, nel solo 2025, ha visto circa 1.700 vittime accertate sulla rotta del Mediterraneo centrale.

Per quanto riguarda le conseguenze del ciclone Harry sulla terraferma, è partita la conta dei danni nel Mezzogiorno. L’evento ha lasciato vaste aree del Sud devastate: case e negozi distrutti, infrastrutture — strade, binari, porti e stabilimenti balneari — al collasso, spiagge spazzate via e centinaia di imprese danneggiate. Fortunatamente, le evacuazioni coordinate dalla Protezione civile hanno evitato vittime. Le prime stime parlano di perdite per almeno due miliardi di euro: oltre un miliardo in Sicilia, circa mezzo miliardo in Sardegna e analogo importo sulla fascia ionica della Calabria. Il governo dovrebbe nominare prossimamente commissari per l’emergenza; Regioni e operatori chiedono interventi rapidi e risorse straordinarie. Per il settore pesca e marittimo Confcooperative Fedagripesca quantifica danni prossimi ai 40 milioni e sollecita il rifinanziamento del fondo di solidarietà.

La trappola del merito: quando la scuola alimenta il disagio giovanile

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Dopo la pandemia, le proteste studentesche erano tornate con prepotenza a riempire le strade d’Italia. Mesi di isolamento sociale imposti dalle politiche di contenimento del Covid-19 hanno fatto esplodere le piazze, riportando gli studenti al centro della scena politica. Ad accendere la miccia erano state, in particolare, le morti di Lorenzo Parelli, Giuseppe Lenoci e Giuliano de Seta, tutti ragazzi di circa 18 anni vittime di incidenti durante il percorso di alternanza scuola-lavoro (PCTO). Ma le istanze che i giovani portavano all’attenzione delle istituzioni erano molteplici: lo stato della...

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Il prezzo dell’oro vola e supera i 5.000 dollari

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Nuovo record storico per il prezzo dell’oro, che domenica ha superato quota 5.000 dollari per oncia, spinto dalla crescente domanda di beni rifugio in un contesto di incertezza economica e politica. Nel gennaio 2024, l’oncia valeva poco più di 2.000 dollari. Secondo i dati di mercato, il metallo prezioso ha continuato la sua forte corsa, sostenuto da tensioni geopolitiche, timori sulla solidità dei mercati finanziari e un dollaro più debole, fattori che hanno rafforzato l’attrattiva dell’oro come investimento sicuro. La salita dei prezzi riflette anche l’aumento degli acquisti da parte di banche centrali e investitori istituzionali, oltre ai flussi record verso fondi legati all’oro.

In molte città degli Stati Uniti si sta allargando la rivolta contro l’ICE

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«A un certo punto ce ne andremo. Abbiamo fatto, hanno fatto un lavoro fenomenale». Così, in un’intervista telefonica al Wall Street Journal, Donald Trump ha aperto all’ipotesi di ritirare l’ICE da Minneapolis, pur senza indicare la tempistica, mentre negli Stati Uniti è riesplosa la protesta, scatenata dall’uccisione dell’infermiere americano Alex Pretti da parte della US Border Patrol, durante una retata nel centro di Minneapolis. Testimonianze video e dichiarazioni di residenti contraddicono la ricostruzione ufficiale delle autorità, secondo cui l’uomo sarebbe stato armato e avrebbe minacciato gli agenti. Nonostante il gelo, piazze e strade da San Francisco a Los Angeles, da New York a Boston si sono riempite di cortei, cartelli e slogan che chiedono verità, trasparenza e responsabilità sull’uso della forza da parte della polizia federale. I titoli dei media evocano scenari di uno scontro interno all’America senza precedenti e ricostruiscono un clima da potenziale “guerra civile”.

Alex Pretti aveva 37 anni, lavorava in terapia intensiva e stava rientrando a casa quando si è imbattuto in un’operazione dell’ICE e della Border Patrol – la polizia di frontiera – nel centro di Minneapolis. Le autorità federali hanno subito sostenuto che l’infermiere si fosse avvicinato agli agenti armato di una pistola semiautomatica e che avesse opposto una violenta resistenza agli ordini di disarmo. Tuttavia, due testimoni oculari hanno giurato che Pretti non stava brandendo un’arma. Le immagini video analizzate dalla CNN e dal New York Times, mostrano l’infermiere con un telefono in mano, intento a filmare e ad assistere una donna caduta a terra. In quei momenti viene spruzzato con spray urticante, immobilizzato e raggiunto da una raffica di colpi – almeno dieci – mentre è già a terra.

Trump ha pubblicato su Truth la foto di una pistola appoggiata sul sedile di un’auto, sostenendo che fosse l’arma dell’uomo ucciso e definendola «carica e pronta a sparare». Il presidente ha così avallato la tesi del Dipartimento per la Sicurezza Interna, secondo cui Pretti era armato con una Sig Sauer P320. Il comandante della Border Patrol, Greg Bovino, e la segretaria della sicurezza interna, Kristi Noem, hanno parlato di legittima autodifesa. Il  principale quotidiano del Minnesota, lo Star Tribune, però, contesta questa narrazione: Pretti non aveva precedenti penali ed era in possesso di regolare porto d’armi, ma non è stato dimostrato che l’arma mostrata sui social fosse davvero sua, inoltre lo stesso modello è in dotazione agli agenti federali e a molte polizie locali, alimentando i dubbi sull’origine della pistola. Un editoriale della testata avverte che il Minnesota è «su un pericoloso ciglio» e chiede che l’indagine non resti confinata «esclusivamente dietro i muri federali». I genitori di Alex Pretti denunciano le «bugie disgustose» dell’amministrazione Trump sul figlio, mentre il governatore Tim Walz chiede che indaghino le autorità locali: «Non ci si può fidare dello Stato federale», accusa, parlando di un’ICE che semina «caos e violenza». Trump ha scaricato la colpa della morte di «due cittadini americani» sui DEM, accusandoli non solo di collaborare con gli agenti federali, ma di incoraggiare «agitatori di sinistra a ostacolare illegalmente le loro operazioni per arrestare i peggiori dei peggiori».

Migliaia di persone si sono radunate domenica al Whittier Park di Minneapolis per una veglia commossa. L’evento, inizialmente nato come momento di raccoglimento, ha assunto rapidamente i toni di una manifestazione. A pochi giorni dall’uccisione di Renee Good, la morte di Pretti è diventata l’innesco di una protesta che si è rapidamente diffusa oltre i confini del Minnesota. Le contestazioni chiedono la fine delle retate, trasparenza sull’uccisione di Alex Pretti e una riforma delle politiche migratorie. Alle marce pacifiche, alle veglie e ai sit-in si sono affiancati scontri con le forze dell’ordine, uso di gas lacrimogeni e arresti, compresi quelli di cento leader religiosi cristiani, in preghiera, all’aeroporto internazionale di Saint Paul.

In questo clima, Trump ha aperto al Wall Street Journal all’ipotesi di un ritiro dell’ICE da Minneapolis. Una mossa letta come tattica: attenuare la pressione senza rinunciare alla linea dura sull’immigrazione. La Casa Bianca difende l’agenzia, ma riconosce che la contestazione è ormai nazionale. Il rischio è duplice: arretrare può sembrare una resa, insistere una provocazione. Minneapolis non è più un caso isolato: è il laboratorio di un conflitto che investe l’autorità dello Stato, i limiti della forza e l’idea stessa di legalità in America.