Almeno 70 persone sono state uccise e altre 30 sono rimaste ferite durante un attacco vicino a Petite-Rivière, nella regione di Artibonite. A dare la notizia sono gruppi locali per i diritti umani, mentre le fonti ufficiali parlano di circa 16 morti. Residenti e funzionari hanno riferito ai media locali che l’attacco è iniziato nelle prime ore di domenica nelle comunità rurali intorno a Jean-Denis ed è continuato fino alle prime ore di lunedì, con membri di bande che hanno saccheggiato la zona e dato fuoco alle case. L’attacco arriva in un momento critico per il Paese, alle prese con le violenze delle bande armate.
Iniziamo ad avere un’idea di quanto scaldano i data center che alimentano IA e cloud
Sembrano passati secoli dall’Accordo di Parigi, quel trattato internazionale del 2015 in cui i Paesi delle Nazioni Unite si impegnavano a contenere il riscaldamento globale entro 1,5 °C rispetto all’era pre‑industriale. Quella soglia è stata già superata temporaneamente nel 2024 e nel 2025, mentre alcune stime indicano che muovendosi verso il 2030 questi eccessi potrebbero diventare la norma. Eppure, invece di correre ai ripari, viviamo un momento in cui le principali potenze concentrano energie e investimenti sull’espansione dell’intelligenza artificiale e dei servizi cloud – attività che richiedono enormi data center ad alto consumo di energia e acqua, con conseguenti emissioni, inquinamento acustico e impatti locali. Non solo: il funzionamento dei server genera un forte riscaldamento dell’ambiente circostante, un effetto che ricercatori di tutto il mondo stanno cercando di quantificare.
Comprendere appieno gli effetti che queste strutture esercitano sulle aree che le ospitano è d’altronde estremamente complesso: non esiste una matrice universale capace di rappresentare il funzionamento di ogni singolo data center e, soprattutto, le aziende che li controllano dimostrano una scarsa propensione alla trasparenza. Per questo motivo, un ampio gruppo di ricercatori che comprende istituzioni del Regno Unito, di Hong Kong, di Singapore, dell’Italia e della Francia ha pubblicato in questi giorni un paper in cui ha monitorato la reale quantità di calore rilasciata da questi giganteschi capannoni ad alta intensità energetica, analizzando il fenomeno delle cosiddette “isole di calore”.
I ricercatori hanno riscontrato variazioni nette delle temperature di superficie confrontando i valori registrati prima e dopo l’entrata in funzione di 6.000 data center costruiti e avviati tra il 2004 e il 2024 in aree scarsamente abitate: in media si è creato microclima locale caratterizzato da un aumentato di 2,07 °C, una differenza che, pur sembrando contenuta se vista su carta, può produrre impatti significativi sull’ambiente e sulla vivibilità. Ancor piú se si considera che nei casi più estremi le rivelazioni hanno mostrato innalzamenti fino a 9,1 °C. Gli effetti di una simile variazione hanno una portata chilometrica e gli studiosi di Cambridge calcolano che più di 340 milioni di persone potrebbero essere soggette agli effetti di questo fenomeno.
Non si tratta di fenomeni lontani: lo studio cita anche l’Aragona, regione spagnola che si sta rapidamente affermando come nodo delle ambizioni di sovranità digitale in Europa, dove le analisi rilevano un aumento medio del microclima locale di circa 2 °C rispetto alle aree circostanti. Man mano che governi e investitori finanziano e avviano nuovi data center, è plausibile che questi impatti locali andranno solamente a intensificarsi, con conseguenze sul clima locale, sul consumo di risorse idriche e sul benessere delle comunità ospitanti, una prospettiva che, secondo i ricercatori, richiede sin da subito delle strategie di mitigazione che introducano soluzioni tecniche che siano perlomeno capaci di ottimizzare il funzionamento di queste infrastrutture, ormai considerate critiche ed essenziali.
Allo stesso tempo, c’è qualche motivo di consolazione: quei piani di espansione dei data center discussi con fervore negli ultimi anni si sono rivelati a dir poco ottimistici. Molti progetti esistono solo sulla carta, altri sono stati sospesi e diversi sono stati definitivamente cancellati, vittime di valutazioni finanziarie troppo ambiziose e sconclusionate. Man mano che gli investitori coinvolti nella “corsa all’oro” dell’IA si rendono conto che monetizzare l’intelligenza artificiale su larga scala non è né immediato né garantito, i piani di costruzione di nuove infrastrutture si trovano a dover cambiare forma e a ridimensionarsi, orientandosi meno alla fantascienza dello “Stargate” e di piú verso progetti maggiormente selettivi e mirati.
Vendita stadio San Siro: 9 indagati
L’inchiesta della Procura di Milano sulla vendita dello stadio San Siro entra nel vivo. 9 persone sono indagate per turbativa d’asta e rivelazione del segreto d’ufficio. Tra loro anche due ex assessori e diversi consulenti di Inter e Milan. Secondo l’accusa, gli indagati avrebbero turbato “attraverso accordi informali e collusioni tra loro” il procedimento amministrativo per la vendita dello stadio San Siro, maturata tra il 2017 e il 2025.
Il Giappone schiera a Kengun i suoi primi missili a lungo raggio
Per la prima volta, il Giappone ha schierato missili a lungo raggio nel sud-ovest del Paese, presso il campo militare di Kengun, nella prefettura di Kumamoto. Si tratta della versione aggiornata del missile terra-nave Type-12, con una gittata estesa a circa 1.000 chilometri rispetto ai 200 precedenti, capace quindi di raggiungere anche la Cina continentale. Il dispiegamento segna un cambio significativo nella strategia di difesa giapponese, introducendo capacità offensive a distanza oltre la tradizionale autodifesa. La decisione ha suscitato proteste locali, con timori per un aumento delle tensioni e dei rischi per la sicurezza.
Controlli dei NAS su 558 mense ospedaliere: irregolari 4 su 10
Il parlamento israeliano ha approvato la pena di morte per i detenuti palestinesi
Al via le esecuzioni dei prigionieri palestinesi: è stata approvata ieri in ultima lettura dal parlamento israeliano la legge che prevede la pena di morte per impiccagione per i palestinesi “colpevoli” di terrorismo in chiave anti-israeliana. Nonostante il termine “palestinese” non compaia mai esplicitamente, il provvedimento prevede infatti la condanna per chiunque uccida una persona nell’ambito di un atto di terrorismo finalizzato a colpire lo Stato di Israele o negarne l’esistenza. La pena di morte diventa inoltre la regola nei tribunali militari della Cisgiordania, dove solo in casi speciali i detenuti potranno ottenere al suo posto l’ergastolo. Erano anni che Ben Gvir e i membri di Potere Ebraico cercavano di far approvare questo provvedimento, che ora è diventato legge con 62 voti a favore alla Knesset (incluso quello di Netanyahu), 48 contrari e un’astensione.
Secondo la legge, i condannati a morte dovranno essere rinchiusi in un centro di detenzione separato, dove non saranno consentite visite se non da parte del personale autorizzato, e i colloqui con gli avvocati saranno ammessi solo tramite videoconferenza, mentre l’esecuzione dovrà essere eseguita entro 90 giorni dalla sentenza. La pena di morte potrà essere inoltre inflitta senza richiesta da parte della procura: non è necessaria l’unanimità, è sufficiente una maggioranza semplice. Il provvedimento sembra inoltre preparato appositamente per negare – o limitare fortemente – ai palestinesi ogni possibilità di grazia o appello. Per i detenuti processati nei tribunali civili di Israele, la pena di morte potrebbe essere commutata in ergastolo.
Poco prima dell’inizio della votazione, Ben Gvir ha tenuto un discorso infuocato dal podio, descrivendo la legge come un provvedimento atteso da tempo e un segno di forza e orgoglio nazionale. «Da oggi, ogni terrorista saprà, e il mondo intero saprà, che a chiunque tolga una vita lo Stato di Israele toglierà la vita», ha affermato. Quando la legge è stata approvata, l’aula è esplosa in un boato di gioia, con Ben Gvir che ha iniziato a distribuire bicchieri di champagne.
Domenica 29 marzo, Regno Unito, Francia, Germania e Italia avevano espresso una timida contrarietà a quanto stava accadendo, diffondendo una nota congiunta nella quale avevano espresso «profonda preoccupazione» per la legge e affermato che essa rischia di «minare gli impegni di Israele in materia di principi democratici». Dal canto suo, l’Autorità Palestinese ha definito il disegno di legge «un crimine di guerra contro il popolo palestinese», affermando che esso viola la Quarta Convenzione di Ginevra, «in particolare le tutele che essa garantisce alle persone e le garanzie di un processo equo».
Già in passato Amnesty International aveva esortato Israele ad abbandonare la legislazione sulla pena di morte, avvertendo che tali misure violerebbero il diritto internazionale e «rafforzerebbero ulteriormente il sistema di apartheid israeliano» nei confronti dei palestinesi. L’organizzazione per i diritti umani B’Tselem ha ricordato che il tasso di condanne per i palestinesi processati dai tribunali militari è pari a circa il 96%. «In molti casi, queste condanne si basano su “confessioni” ottenute mediante pressioni e torture durante gli interrogatori», ha affermato ieri in un comunicato stampa. Israele ha fortemente intensificato le sue violazioni nei confronti dei detenuti palestinesi dall’inizio della guerra nell’ottobre 2023: torture sistematiche inclusa fame forzata, violenze fisiche e sessuali, oltre alla negazione sistematica delle cure mediche sono la quotidianità nelle prigioni d’Israele, nell’inazione internazionale.
A tutte queste torture, che hanno portato alla morte di circa 100 detenuti palestinesi dall’inizio del genocidio a Gaza, si aggiunge ora la pena capitale. E mentre Ben Gvir esulta e distribuisce champagne, l’unica “democrazia” del Medio Oriente appare in tutta la sua miserabile realtà: uno Stato di apartheid, suprematista, razzista, e ora, assassino anche per legge.










