«Finché l’Ucraina non riprenderà il transito del petrolio verso Ungheria e Slovacchia attraverso l’oleodotto Druzhba, non permetteremo che decisioni importanti per Kiev vengano portate avanti»: lo ha dichiarato il ministro degli Esteri ungherese, Péter Szijjártó, che ha annunciato l’intenzione del suo Paese di bloccare il ventesimo pacchetto di sanzioni UE contro Mosca. Le misure dovrebbero essere discusse domani, nell’ambito della riunione del Consiglio degli Affari Esteri UE.
Musica per cucinare le melanzane
C’è una teoria piuttosto diffusa tra gli appassionati di cucina secondo cui le melanzane non sarebbero veramente melanzane. Non subito, almeno. Una volta raccolte necessiterebbero di un’ulteriore trasformazione per compiere il loro destino. Un ultimo, fondamentale, salto evolutivo. Questo processo consiste nell’immergerle nell’olio bollente. In pratica le melanzane vanno prese e, contestualmente, fritte. Solo dopo questo rito di iniziazione possono dirsi, finalmente, melanzane.
Nel 2021 il musicista jazz turco Önder Focan era chiuso in casa a causa del Covid. Come molti, soffriva la solitudine del lockdown e cercava di riempire le giornate facendo ciò che in quel periodo sembrava un’attività universale: cucinare ricette trovate su YouTube. Un giorno, immerso come tutti nella lenta lievitazione della sua esistenza, gli venne un’illuminazione. Decise di comporre un disco interamente dedicato alle melanzane. Sei tracce per sei diverse ricette. Ogni brano racconta una preparazione, partendo dalla melanzana più essenziale fino a piatti più complessi. Le composizioni seguono i tempi della cucina: l’attesa, il calore che sale, il momento esatto in cui bisogna girare la fetta prima che bruci. La musica non accompagna la ricetta: è la ricetta. L’album, uscito nel 2022, si intitola Aubergine, che in turco significa proprio melanzana. La scaletta comprende, tra gli altri, Moussaka, canzone dedicata all’omonimo sformato greco a base di melanzane, Patlıcan Beğendi, piatto turco realizzato creando una crema fatta con le melanzane arrosto e Melanzane alla parmigiana, canzone dal titolo direttamente in italiano per cui non servono altre spiegazioni. La prima traccia si chiama Karnıyarık, uno dei piatti nazionali turchi a base di melanzane ripiene. Si inizia con un riff saltellante di contrabbasso a cui si aggiungono batteria e un pizzico di pianoforte. Poi si butta dentro la chitarra, con i suoni che si intrecciano mentre il ritmo sale, sfumando poi il tutto con un’abbondante assolo di tromba. Per la ricetta, invece, si parte da un soffritto di cipolla e aglio, si aggiungono pomodori, peperoni e carne, e si lascia cuocere fino a ottenere un ripieno compatto. A quel punto le melanzane vengono svuotate, farcite e passate in forno.
Prima però, naturalmente, devono essere fritte.
Musica e cucina. Due elementi ormai difficili da separare nel mondo moderno. Basti pensare al fenomeno, spesso controverso, a volte apertamente contestato, della musica nei ristoranti. Ne sa qualcosa il celebre compositore giapponese Ryūichi Sakamoto, fondatore della Yellow Magic Orchestra e autore di colonne sonore iconiche come quelle dell’Ultimo Imperatore, Revenant e Cime Tempestose (la versione del 1992), che qualche anno fa scrisse una mail di protesta al suo ristorante preferito di New York, il Kajitsu, per lamentarsi della musica che veniva diffusa nel locale. La playlist era composta da un misto di pop brasiliano, cantautori folk americani e un po’ di jazz stile Miles Davis. Brani perfettamente dignitosi ma, a detta di Sakamoto, totalmente inadatti a dialogare con l’eleganza silenziosa di un ristorante giapponese. «Amo il vostro cibo – scrisse allo chef Hiroki Odo – e adoro questo ristorante, ma non sopporto la musica che mettete. Chi l’ha scelta? Chi ha deciso di mettere insieme una simile accozzaglia?» Per Sakamoto la musica di un locale non poteva essere un semplice riempitivo, ma qualcosa che andava pensato con la medesima attenzione con cui lui stesso sceglieva i suoni per accompagnare le immagini dei film. Così come una scena al cinema richiede un certo equilibrio di timbri, silenzi e intensità, anche il suo ristorante preferito meritava una colonna sonora capace di aderire allo spazio fisico e al tempo che vi scorre dentro. La musica, nella sua visione, doveva adattarsi alle dimensioni della sala e alla luce che filtra dalle finestre, fondersi con il chiacchiericcio sommesso dei clienti e con il tintinnio dei bicchieri, fino a intrecciarsi con il gusto dei piatti, senza mai sovrastarlo.

Sakamoto nella lettera non si limitò a protestare, proponendo allo chef Odo di creare lui stesso una playlist per accompagnare pranzi e cene: «Lascia che ci pensi io. Perché il tuo cibo è buono quanto è bella la villa imperiale di Katsura, mentre la musica del tuo ristorante sembra quella della Trump Tower». Fu così che Ryuichi Sakamoto, uno dei compositori più celebrati al mondo, abituato a lavorare con orchestre sinfoniche, ensemble sperimentali e registi premi Oscar, si ritrovò a fare quella che fino a pochi anni fa veniva umilmente chiamata la “cassettina”. Compilata però con la stessa meticolosità con cui avrebbe orchestrato una scena madre. Ne venne fuori una lista di circa 50 canzoni per più di 3 ore di musica. La scaletta alternava con equilibrio diversi linguaggi sonori. Il jazz, suonato soprattutto al pianoforte, costituiva l’ossatura principale, con interpreti celebri come Bill Evans e Thelonious Monk. A questi si affiancavano le sperimentazioni di John Cage e la musica ambient di Brian Eno. Non mancavano poi le incursioni nell’elettronica contemporanea, ad esempio con brani tratti dall’album Drukqs di Aphex Twin.
E poi c’era la meravigliosa voce della cantante brasiliana Gal Costa. Altro che Smell like teen spirit fatta con la bossanova.
Sakamoto e la moglie passarono diverse settimane al ristorante, cenando assieme allo chef Odo e testando i brani direttamente in sala per capire se si adattassero bene all’atmosfera del posto. Alla fine si arrivò ad una scaletta, che però non fù mai definitiva. Così come un ristorante aggiorna sempre i suoi menù, anche Sakamoto continuò negli anni a modificare la playlist aggiungendo o togliendo i brani. Questa strana collaborazione tra lo chef Hiroki Odo e Ryuchi Sakamoto proseguì fino al 18 settembre 2022, quando venne annunciata la chiusura Kajitsu a causa della scadenza del contratto di affitto. Sakamoto morì pochi mesi dopo, nel marzo 2023.
Chissà se gli piacevano le melanzane.
Pakistan, bombe su “campi di gruppi armati” in Afghanistan: decine di vittime
USA: Trump firma nuovi dazi
A poche ore dalla bocciatura della Corte Suprema, il presidente USA rilancia la sua politica commerciale. Trump cambia la base giuridica, facendo appello al Trade Act del 1974, e dispone nuovi dazi compresi tra il 10% e il 15% per un periodo di 150 giorni. «Nel corso dei prossimi pochi mesi, l’amministrazione Trump emetterà nuove tariffe legalmente ammissibili, che proseguiranno il nostro straordinario processo di successo per rendere l’America di nuovo grande», ha aggiunto il presidente USA, criticando la sentenza della Corte Suprema.
Omicidio Mansouri: nuovi indizi contro i poliziotti per omicidio volontario e depistaggi
Sono tanti, tantissimi gli elementi che non tornano nella versione resa dalle forze dell’ordine sull’uccisione di Abderrahim Mansouri, il 28enne marocchino morto a causa di un colpo di pistola alla tempia il 26 gennaio scorso nel bosco di Rogoredo a Milano. Secondo quanto ricostruito dai pubblici ministeri, infatti, l’agente più vicino a Carmelo Cinturrino – il poliziotto che ha sparato – si sarebbe allontanato dalla scena subito dopo il colpo per recarsi al commissariato Mecenate, dove le telecamere lo hanno ripreso mentre entrava a mani vuote e usciva con uno zaino. Gli investigatori sospettano che al suo interno ci fosse la pistola a salve successivamente ritrovata accanto al corpo di Mansouri e che l’arma sia stata posizionata lì per giustificare la “reazione” dell’assistente capo. Dalle rilevazioni è inoltre emerso come Mansouri sia stato colpito mentre era già voltato, mentre i soccorsi sarebbero stati chiamati con ben 23 minuti di ritardo.
Centrale nell’indagine è la ricostruzione dei minuti successivi allo sparo. Mentre Mansouri era a terra, ancora agonizzante, uno degli agenti si allontanava verso il commissariato. Al suo rientro, sarebbe spuntata la pistola finta — una riproduzione di una Beretta 92 — che Cinturrino ha sempre indicato come l’arma che la vittima gli avrebbe puntato contro, spingendolo a sparare «per paura». Le analisi scientifiche stanno però già offrendo elementi dissonanti rispetto a questa versione: sulla pistola, infatti, sarebbero stati isolati due profili genetici diversi, senza che siano state rinvenute impronte riconducibili a Mansouri. Il poliziotto che si era recato al commissariato ha poi raccontato sotto interrogatorio: «Mi ha detto di tornare in commissariato a prendere lo zaino. Non l’ho aperto, non sapevo cosa ci fosse dentro». L’autopsia ha inoltre evidenziato che il colpo è entrato dall’osso parietale destro, segno che il 28enne fosse girato al momento dello sparo, e sul suo volto sono state riscontrate ecchimosi e lividi, compatibili con una caduta a faccia in avanti. Sul giubbotto, inoltre, sarebbe ben visibile l’impronta di una scarpa.
Altro elementi fondamentale concerne l’analisi dei telefoni: Mansouri, nel momento in cui è stato ucciso, stava parlando con un pusher, il quale lo avvisava dell’arrivo dei poliziotti. Pochi secondi dopo, lo spacciatore effettuò una nuova chiamata a Mansouri, ma non ottenne nessuna risposta. Quattro colleghi di Cinturrino, sotto inchiesta per favoreggiamento e omissione di soccorso, sono stati ascoltati nella giornata di giovedì. Essi avrebbero fornito versioni tra loro concordanti, descrivendo l’assistente capo 41enne come una sorta di «fanatico» che gestiva le operazioni nel boschetto della droga «col pugno duro» e che, pur non essendo il più alto in grado, avrebbe preso il controllo della situazione subito dopo la sparatoria. Alcuni di loro avrebbero anche riferito di abituali pestaggi ai pusher e di arresti eseguiti con eccessiva «disinvoltura».
L’inchiesta sta però pescando anche dal passato di Cinturrino, sul quale pende già un fascicolo per falso legato a un verbale di arresto del maggio 2024. In quel frangente, una telecamera lo aveva immortalato mentre estraeva e intascava banconote dalla cover del cellulare di uno spacciatore tunisino, una quantità di denaro di gran lunga superiore a quella poi dichiarata negli atti ufficiali. A fine gennaio, inoltre, è arrivata negli uffici dei pm un’informativa dei carabinieri su una confidenza: in piazzale Ferrara, zona Corvetto, esisterebbe un appartamento utilizzato come base per lo spaccio da due italiani, i quali godrebbero «della protezione di un poliziotto, un certo Carmelo, amico della portinaia del condominio». Secondo la stessa fonte, l’agente avrebbe anche chiesto «alcune migliaia di euro» a un pusher originario del Marocco per autorizzarlo a inserirsi nella piazza.
Nel frattempo, col passare dei giorni, anche il fronte politico che subito aveva espresso piena solidarietà ai poliziotti ha iniziato a mostrare crepe. Il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, ha ora affermato: «Sono compiaciuto che la polizia di stato sia in grado di fare chiarezza e di non fare sconti a nessuno, di saper dare la migliore risposta a chiunque metta in dubbio la capacità di poter fare chiarezza anche al proprio interno. Poi noi accetteremo con assoluta serenità quello che emergerà». Dopo aver parlato di un «poliziotto» che «si difende» e di un «balordo» che «muore», il vicepremier e leader leghista Matteo Salvini ha dichiarato: «se qualcuno sbaglia, va accertato». Per lunedì è attesa una riunione decisiva in procura tra il pm Tarzia e il procuratore Marcello Viola per definire i prossimi passi dell’inchiesta.
Banca d’Italia: “bisogna puntare sull’euro digitale”
Dall’Assiom Forex di Venezia, il governatore della Banca d’Italia Fabio Panetta ha dichiarato che «In Italia serve un nuovo modello economico. Si deve puntare sul digitale», a partire dall’euro. Al vertice economico, Panetta ha commentato anche la crescita del PIL degli ultimi anni, definendola «insufficiente a colmare le carenze strutturali» del Paese. Il governatore della Banca d’Italia ha così posto l’attenzione sui salari bassi e sulla necessità di migliorare la produttività. «Difficile una rottura economica con gli USA — ha inoltre commentato Panetta — dal momento che dominano in difesa, tecnologia e finanza».
OpenClaw si sta diffondendo velocemente, sollevando preoccupazioni
Il modello open‑source di OpenClaw è diventato il protagonista indiscusso di un’ascesa stellare. Nato per permettere lo sviluppo di agenti di IA direttamente sui dispositivi degli utenti, si è trasformato in breve tempo in un fenomeno performativo: spesso più spettacolare che utile, ma capace di catalizzare l’attenzione del pubblico e, soprattutto, delle grandi aziende tecnologiche. Passato sotto l’ombrello di OpenAI, azienda leader del settore, il progetto sembra ora destinato a un’espansione esponenziale e questo nonostante le sue evidenti criticità di sicurezza. Una prospettiva che sta allarmando osservatori, ricercatori e corporate, preoccupati dall’impatto di un sistema tanto potente quanto ancora privo di adeguate garanzie.
La tecnologia è stata lanciata nel novembre 2025 con il nome di Clawdbot, un’etichetta dal tono leggero che giocava sulla parola claw – “chela” in inglese – e che richiamava al contempo anche il noto bot Claude di Anthropic. Un parallelismo forse troppo evidente, tanto che il progetto è stato presto ribattezzato Moltbot e, infine, OpenClaw: un nome che richiama al tempo stesso la sua natura open‑source e l’ormai consolidato ecosistema di OpenAI. Fin dalle prime versioni, OpenClaw è entrato rapidamente nel radar di chi sperimenta con gli agenti di intelligenza artificiale, sia in ambito privato sia aziendale. La notorietà pubblica, però, è arrivata solo con la popolarità di Moltbook, il social network riservato alle IA, che ha trasformato il progetto in un fenomeno virale. E con la viralità è giunto il successo.
Domenica 15 febbraio, il fondatore di OpenClaw, Peter Steinberger, è stato arruolato nelle fila della società guidata da Sam Altman; un’operazione che arriva in un momento delicato per la società, la quale è impegnata a riaffermare la propria competitività in un settore sempre più affollato e in un clima in cui iniziano a emergere dubbi sulla sua traiettoria, mentre anche la fiducia dei partner storici mostra segni di incrinatura. Per entrambe le parti si tratta dunque di un’intesa di grande valore: Steinberger può contare sul supporto di una delle realtà più influenti dell’IA per proseguire la sua ricerca, mentre OpenAI può attingere alla sua esperienza per esplorare soluzioni agentiche che, al momento, restano difficili da replicare per la concorrenza. Allo stesso tempo, l’unione rientra nell’ormai consolidato modello imprenditoriale del “move fast and break things”, nel dare la priorità alla velocità a discapito della sicurezza.
Attingendo direttamente ai dati presenti sul dispositivo su cui vengono eseguiti, gli agenti di OpenClaw possono accedere a tutte le informazioni conservate sul computer degli utenti che non hanno avuto l’accortezza di utilizzare una macchina dedicata – scelta peraltro non necessariamente semplice, dato che l’ondata di entusiasmo per questi agenti ha impattato sulle scorte di Mac Mini e mini‑PC. Il risultato è che la natura stessa del sistema può esporre contenuti che si vorrebbero mantenere privati: numeri di carte di credito, email personali, documenti sensibili legati al lavoro. Come la maggior parte dei modelli generativi, anche OpenClaw si basa infatti su un funzionamento stocastico, ovvero statistico, ma con una componente aleatoria che introduce variabilità nelle risposte. Questo lo rende inevitabilmente imprevedibile: lo si può orientare, certo, ma non si può mai avere la garanzia assoluta dell’esito finale. Ancor più che gli agenti possono essere ingannati dalle persone con cui interagiscono con lo scopo di far loro compiere azioni dannose per l’utente che li ha creati.
L’accessibilità degli agenti IA di OpenClaw ne ha alimentato una diffusione senza precedenti, innescando una sorta di corsa agli armamenti tra coloro che ne vogliono sfruttarne per primi le potenzialità. Ma la fretta, in questo caso, è un pessimo alleato. Come riportato da Wired, aziende di primo piano – tra cui Meta – hanno imposto ai propri dirigenti e dipendenti il divieto assoluto di sperimentare autonomamente con OpenClaw, arrivando a prevedere il licenziamento immediato per chi dovesse ignorare la direttiva. Una misura drastica che riflette la crescente preoccupazione per i rischi di sicurezza associati a questi agenti, ma che evidenzia anche le tensioni che si stanno sviluppando nella contrapposizione tra modelli “open” e quelli integrati in ecosistemi chiusi.
Pakistan, attacco suicida contro convoglio militare: 7 morti
Due soldati pakistani e cinque militanti sono morti sabato in un attacco suicida nel distretto di Bannu, nella provincia del Khyber Pakhtunkhwa. Secondo quanto riferito dall’esercito e riportato dal quotidiano Dawn, un convoglio delle forze di sicurezza è stato preso di mira durante un’operazione di intelligence contro i miliziani di “Fitna al Khwarij”, termine con cui Islamabad indica il Tehreek-i-Taliban Pakistan (TTP). Un attentatore suicida a bordo di un veicolo è stato intercettato, evitando – secondo i militari – una strage di civili. Nello scontro sono morti cinque militanti, ma l’esplosione ha causato anche la morte di due soldati.














