giovedì 12 Marzo 2026
Home Blog Pagina 8

La guerra scatenata dal Pentagono contro Anthropic non basta a renderla “buona”

1

Alla fine la minaccia si è concretizzata: Anthropic, la potente azienda di intelligenza artificiale nota per il modello Claude, è stata inserita dal Dipartimento della Guerra statunitense nella lista dei rischi per la catena di fornitura, una classificazione finora riservata esclusivamente a società straniere considerate vicine a governi ostili. La vicenda, però, è solo all’inizio: Anthropic ha già annunciato ricorso, mentre tutt’attorno cresce un più ampio movimento di critica verso l’impiego bellico dell’intelligenza artificiale.

La designazione di Anthropic come elemento di rischio era ormai nell’aria da giorni, quindi è stata formalizzata ieri, 5 marzo, con un comunicato asciutto diffuso dal Pentagono. “Sin dall’inizio si è trattato di una questione di principio: l’esercito deve poter utilizzare la tecnologia per tutti gli scopi previsti dalla legge”, si legge nella nota. “Non permetteremo a un fornitore di inserirsi nella catena di comando limitando l’uso legittimo di una risorsa critica e mettendo a rischio la sicurezza dei nostri militari”. L’azienda ha replicato contestando la legittimità della classificazione, definendola contraria ai valori americani e un’ingerenza governativa senza precedenti nel settore privato. Anthropic sostiene che la misura sia priva di fondamento giuridico e ha annunciato l’intenzione di avviare una battaglia legale per ottenerne l’annullamento.

A ridosso delle elezioni statunitensi di metà mandato, lo scontro tra l’azienda e le istituzioni ha assunto una dimensione apertamente politica e commerciale, ma anche da soap opera stracolma di colpi di scena. Ufficialmente, i rapporti si sarebbero incrinati perché il CEO di Anthropic, Dario Amodei, si sarebbe opposto all’impiego dell’intelligenza artificiale in sistemi d’arma autonomi e in programmi di sorveglianza di massa rivolti alla popolazione statunitense. Si è così consolidata una narrazione da “Davide contro Golia”, in cui un’azienda presentata come “brava” si opporrebbe agli abusi di un’amministrazione bellicosa e disinvolta rispetto ai vincoli di legge, nazionali e internazionali. Ma sarebbe fuorviante dipingere Dario Amodei come un pacifista integerrimo: al di là del fatto che le sue preoccupazioni sulla sorveglianza riguardano esclusivamente i cittadini fasciati in una bandiera a stelle e strisce, il dirigente non ha mai nascosto di essere ben felice di fare affari con il Dipartimento della Guerra, un orientamento che ribadisce a ogni occasione possibile.

Anthropic ha molte più affinità che divergenze con il Dipartimento della Guerra”, si legge nel comunicato diffuso dall’azienda dopo la designazione come rischio per la supply chain. “Siamo orgogliosi del lavoro svolto finora a supporto dei militari in prima linea, fornendo strumenti per l’analisi d’intelligence, modelli di simulazione, pianificazione operativa, operazioni cyber e altro ancora”. Anthropic è giá legata da diversi anni al Pentagono: nel 2024 ha firmato un contratto militare per mettere le proprie tecnologie a disposizione di Palantir, la controversa società di analisi dei dati, mentre più di recente il modello Claude sarebbe stato impiegato per contribuire all’organizzazione dell’attacco statunitense contro l’Iran.

Complice il fatto che Anthropic si sia sempre presentata come l’alternativa “etica” a OpenAI, una vasta parte del pubblico ha frainteso le reticenze di Amodei come un gesto di coraggioso posizionamento politico. Un’impressione rafforzata dal comportamento di Sam Altman, CEO di OpenAI, il quale si è invece mostrato più che disponibile ad assecondare le pretese dell’esercito, arrivando poi a difendere pubblicamente la sua posizione con una disastrosa intervista in cui ha tentato di screditare Amodei. La reazione dell’opinione pubblica è stata immediata: l’app di Claude ha superato ChatGPT per numero di download e gruppi di manifestanti hanno organizzato proteste davanti agli uffici di OpenAI. 

Commissione anti-fake news: al Senato nasce l’organismo che vuole “difendere la verità”

1

Monitorare e contrastare la manipolazione delle notizie e la disinformazione online, che «costituiscono strumenti primari della cosiddetta guerra ibrida condotta da soggetti esteri». È con questo obbiettivo che il Senato ha dato il via libera alla nascita di una commissione parlamentare d’inchiesta sulla diffusione delle fake news. Un organismo che, nelle intenzioni dei promotori, dovrebbe analizzare e contrastare il fenomeno delle campagne informative manipolate che circolano in rete e sui social media. La votazione, avvenuta a Palazzo Madama, ha registrato un ampio consenso tra le forze politiche, con l’unica astensione del Movimento 5 Stelle.

Come tutte le commissioni d’inchiesta previste dall’articolo 82 della Costituzione, potrà svolgere attività di indagine con poteri analoghi a quelli dell’autorità giudiziaria per quanto riguarda l’acquisizione di documenti e l’audizione di testimoni ed esperti. Il suo mandato sarà quello di analizzare la diffusione intenzionale e coordinata di informazioni false o manipolate, con particolare attenzione al ruolo delle piattaforme digitali e dei social network. Tra i temi che potrebbero essere affrontati figurano le campagne di disinformazione organizzata, i deepfake, le operazioni di influenza online e le possibili interferenze informative nel dibattito pubblico, come ha spiegato Raffaella Paita, senatrice di Italia Viva e prima proponente della commissione (che aveva provato a lanciare già nel 2020). L’obiettivo dichiarato dai promotori è comprendere meglio come si sviluppano e si diffondono le campagne di manipolazione informativa e valutare eventuali strumenti normativi o regolatori per limitarne l’impatto. In questo senso, la commissione avrà soprattutto una funzione conoscitiva: raccogliere dati, ascoltare specialisti del settore, studiosi, giornalisti e rappresentanti delle piattaforme digitali.

La proposta è stata approvata con un consenso molto ampio a Palazzo Madama. La maggior parte delle forze politiche ha sostenuto l’istituzione della commissione, mentre il Movimento 5 Stelle ha scelto di astenersi, esprimendo dubbi sull’opportunità di creare un organismo parlamentare dedicato a valutare la qualità dell’informazione. Secondo diversi parlamentari intervenuti nel dibattito, la diffusione massiccia di contenuti falsi o manipolati rappresenterebbe una delle nuove sfide per le democrazie contemporanee. Negli ultimi anni, la disinformazione online è diventata un tema centrale nel dibattito pubblico europeo e, in questo contesto più ampio, anche le istituzioni stanno cercando nuovi strumenti per comprendere e contrastare i fenomeni di manipolazione informativa che si sviluppano nello spazio digitale.

Nonostante il consenso parlamentare, la nascita della Commissione sulle fake news non è priva di zone d’ombra e di criticità. Il rischio, evidenziato da diversi osservatori, è che il concetto di “disinformazione” possa trasformarsi in una categoria ambigua e potenzialmente elastica. Chi stabilisce che cosa sia davvero una fake news? E, soprattutto, fino a che punto un organismo politico può intervenire nel campo dell’informazione senza scivolare in una forma, anche indiretta, di controllo del discorso pubblico? Sono domande tutt’altro che secondarie. La storia recente mostra come l’etichetta di “disinformazione” venga spesso utilizzata nel confronto politico e mediatico per boicottare o addirittura censurare le voci divergenti.

Quando un organismo parlamentare si arroga il compito di indagare la veridicità delle informazioni che circolano nello spazio pubblico, il pericolo è che il confine tra analisi del fenomeno e controllo del discorso pubblico diventi estremamente sottile. In un contesto già segnato da polarizzazione, sfiducia verso i media e crescente conflitto narrativo, l’etichetta di “disinformazione” o l’appello a concetti vaghi come quello di “guerra ibrida” possono facilmente trasformarsi in uno strumento politico per delegittimare le posizioni non allineate al consenso dominante. Il vero nodo è che dietro la retorica della lotta alle fake news potrebbe prendere forma l’ennesimo organismo chiamato a stabilire cosa sia accettabile dire e cosa no. Con il rischio concreto che, sotto il vessillo della tutela della verità, si finisca per legittimare nuove forme di vigilanza politica sull’informazione e sul pluralismo delle opinioni.

Frontaliers Sabotage: la commedia sui frontalieri italiani che batte Hollywood al botteghino

0
frontaliers sabotage film frontalieri

«Qui si parla itagliano». Bastano quattro parole – diventate un tormentone oltreconfine – per capire perché Frontaliers funzioni oltre ogni previsione: prende un pezzo di quotidiano (la dogana, i frontalieri, le incomprensioni linguistiche) e lo trasforma in epopea pop, con la serietà solo apparente di chi sa che, a volte, la frontiera più dura da attraversare è quella tra due modi di vivere. Oggi quell’epopea ha un nuovo capitolo: Frontaliers Sabotage, uscito nelle sale ticinesi il 1° gennaio 2026. E la storia del suo “miracolo” al botteghino ha già il sapore della leggenda locale: durante le festività, in Canton Ticino, il film, con oltre quindicimila spettatori nelle sale è riuscito a reggere il confronto con colossi (nelle cronache si parla perfino di una convivenza “da pari a pari” con Avatar), in un momento in cui l’attenzione del pubblico è normalmente risucchiata dalle major.

Per capire come ci siano arrivati Roberto Bussenghi e Loris J. Bernasconi – il frontaliere e il doganiere protagonisti – bisogna tornare indietro. Frontaliers nasce nel 2007 come show radiofonico della RSI e poi esplode in video, costruendo un immaginario fatto di dialetto, rigore svizzero e furbizia italiana, con l’“itagliano” come lingua franca della frontiera. Molte battute si basano infatti sulle incomprensioni linguistiche tra gli italiani che si recano in Svizzera e i ticinesi che utilizzano termini tutti loro. Un esempio su tutti sono i “bilux”, i fanali della macchina in ticinese, da cui nasce la frase cult con cui il doganiere accoglie il frontaliere: “Biluxa a fare, lei?”, chiede, dopo che l’automobilista aveva “sfanalato” arrivando ai controlli.

Il passaggio al cinema arriva con Frontaliers Disaster (2017): il regista Alberto Meroni, in un’intervista, ricorda un’accoglienza da numeri importanti – oltre 35mila spettatori e quasi mille proiezioni – che rendeva quasi inevitabile un seguito, anche se, tra pandemia e scrittura, ci sono voluti otto anni.

Il nuovo capitolo cinematografico riparte alzando l’asticella: non più solo dogana e ufficio, ma addirittura un complotto contro l’identità svizzera. L’innesco è da commedia d’azione: un sabotaggio colpisce una fabbrica di cioccolato a Giubiasco, alterando il gusto di uno dei simboli nazionali. La risposta? Una task force segreta reclutata in tutto il Paese, addestrata in ambienti militari. E naturalmente, nel meccanismo perfetto, entra “di straforo” Bussenghi a scompaginare piani, procedure e autocontrollo elvetico: la ricetta del film dell’esordio, insomma, ma con più inseguimenti e la stessa capacità di far ridere sulle frizioni reali tra due mondi che si sfiorano ogni mattina.

A rendere l’operazione ancora più “transfrontaliera” è il cast. Oltre ai volti storici, il film ospita nomi noti anche per il pubblico italiano: Enzo Iacchetti interpreta il primo ministro italiano (una comparsata lampo), mentre Giovanni Cacioppo veste i panni del presunto “mandante” Tonino Cioccoviello.

I numeri, nel frattempo, parlano da soli. La RSI ha raccontato che, nel weekend d’apertura, il film è entrato nella top ten nazionale (pur essendo proiettato inizialmente solo in Ticino), con un incasso di oltre 50mila franchi. E nel racconto del box office cantonale, mentre Checco Zalone guidava la classifica, Frontaliers Sabotage si è attestato al secondo posto in un periodo affollato di titoli forti, Avatar incluso.

La seconda parte dell’epopea, adesso, è quella italiana. Il film è sbarcato da poco sulla “striscia di confine” e una delle prime tappe è stata Varese, con proiezioni-evento sold out e incontro con cast e regista. Una commedia nata da un’esperienza geografica ultra-specifica (la frontiera italo-svizzera) riesce a diventare racconto condiviso anche al di qua, perché parla di un confine che molti conoscono – o che, almeno, intuiscono – e lo fa con la leggerezza giusta.

Un successo che si inserisce in una tradizione comica che in Italia ha già raccontato con ironia la vita di frontiera tra Lombardia e Svizzera. Molti ricorderanno gli sketch di Aldo, Giovanni e Giacomo, diventati celebri tra gli anni Novanta e Duemila, ambientati proprio sul confine con personaggi, come il signor Rezzonico, il poliziotto svizzero Hüber, inflessibile custode dell’ordine elvetico e lo stilista milanese Fausto Gervasoni, caricatura irresistibile dell’italiano eccentrico. Il motore della comicità era lo stesso: lo scontro tra due mondi vicinissimi ma pieni di differenze, dove bastano un accento, una regola o un malinteso per far nascere una scena memorabile.

Ed è forse proprio qui che sta il segreto del successo. Non sono supereroi, non salvano il mondo e non hanno effetti speciali da blockbuster. Raccontano semplicemente la vita di frontiera, quella fatta di dogane, accenti, piccole diffidenze e grandi abitudini condivise. Un microcosmo che, tra una gag e l’altra, finisce per parlare a molti più spettatori di quanto ci si aspetterebbe. Perché, in fondo, tra Italia e Svizzera il confine fisico e mentale è reale, ma forse può bastare una battuta ben riuscita per attraversarlo.

A Dubai la realtà è piuttosto diversa da come la raccontano gli influencer

0

Per decenni, Dubai è stata commercializzata come un’utopia post-geografica: un hub globale di lusso, finanza e sicurezza assoluta, immune dalle turbolenze del Medio Oriente. Tuttavia, l’escalation tra l’asse Stati Uniti-Israele e l’Iran ha squarciato il velo. La ritorsione di Teheran contro i Paesi del Golfo che ospitano basi statunitensi ha trasformato lo skyline di Dubai in un teatro di guerra. Mentre la narrativa ufficiale e il comparto di media e influencer tentano di mantenere intatta l’immagine del “brand Dubai”, i dati satellitari e le testimonianze dirette raccontano una realtà di infrastrutture colpite e vulnerabilità sistemica.

L’attacco iraniano è una risposta strategica alla dottrina di difesa (e attacco) integrata promossa dagli USA nella regione. Secondo il report dell’International Institute for Strategic Studies (IISS), l’uso del territorio emiratino per operazioni di sorveglianza e rifornimento degli F-35 statunitensi ha reso Dubai e Abu Dhabi bersagli primari. La base aerea di Al Dhafra, situata a sud della capitale ma vitale per la protezione di Dubai, è stata oggetto di uno sciame di droni Shahed-238 e missili ipersonici che hanno saturato i sistemi di difesa THAAD e Patriot.

I media del Golfo, come Al-Arabiya Baharein News Agency, riportano, fin qui, il lancio di circa 189 missili e oltre 900 droni iraniani contro obiettivi negli Emirati Arabi Uniti. Sebbene l’efficacia dell’intercettazione sia stata dichiarata prossima al 90% dalle fonti governative emiratine, danni significativi sono stati registrati nell’area logistica del porto di Jebel Ali così come al Terminal 3 dell’Aeroporto Internazionale di Dubai (DXB), uno degli scali più trafficati al mondo, e di cui ci sono diversi video circolati su internet. Anche un data center di Amazon è stato attaccato, come comunicato dalla stessa azienda USA e riportato da Reuters e BBC. Inoltre, diversi video mostrano droni e missili colpire edifici legati al lusso e al turismo, sui cui Dubai sostanzialmente vive. L’hotel Burj Al Arab e l’hotel Fairmont The Palm sono tra gli edifici colpiti.

E qui arriviamo al contrasto più stridente che si osserva nel campo dell’informazione digitale. Molti influencer minimizzano e tessono le lodi del Paese mentre alcuni spaventati, insieme ai “normali cittadini”, che raccontano quello che stanno vivendo, o hanno vissuto, in stato di guerra. Il racconto del panico e della distruzione emerge dalle testimonianze dei cittadini stranieri bloccati nel teatro di guerra o riusciti a rientrare in patria. In Italia, le testimonianze raccolte dai media mainstream, parlano di attacchi ad hotel – come gli hotel citati precedentemente – e delle ambulanze che corrono per portare via i feriti. E raccontano il panico e la paura nel vedere quelle scene, così come nel sentire incessanti boati accompagnati dal sussulto della terra sotto ai piedi. Le stesse testimonianze le si possono ascoltare da parte di persone di altre nazioni da tutto il mondo.

Poi c’è l’altra faccia della medaglia, gli influencer. Dubai ospita una delle più alte concentrazioni pro-capite di influencer al mondo. In questo momento, molti evitano di parlare perché ciò implicherebbe dover anche solo accennare ad argomenti politici, il che può fare perdere follower o esporre ad attacchi nei commenti. Molti sono poi vincolati da contratti con marchi e aziende che li pagano per promuovere il loro brand, e la narrazione del marketing deve trasmettere sicurezza non paura. Inoltre, diversi di questi influencer vivono stabilmente a Dubai, che si occupino di business locali, che siano “fuffaguru” o semplici trasmettitori delle aziende che sponsorizzano. E devono sottostare alle leggi degli Emirati. Anzitutto tutti i creator sono soggetti a una rigida regolamentazione da parte del National Media Council (NMC). A partire dal 1° febbraio 2026, è entrata in vigore una nuova regolamentazione (basata sulla Legge Federale sui Media n. 55 del 2023) che rende obbligatorio per ogni creator — residente o visitatore — il possesso di un “Advertiser Permit”(Permesso per Pubblicità) per qualsiasi tipo di promozione online, sia essa retribuita o meno.

Poi c’è da considerare il Decreto-Legge Federale n. 34 del 2021. Questa legge è il “vangelo” che ogni influencer a Dubai deve conoscere, poiché regola tutto ciò che viene pubblicato online. In particolar modo da tenere a mente l’articolo articolo 25, “Insulto allo Stato e ai Simboli”, che proibisce l’uso della rete per deridere, insultare o danneggiare la reputazione e il prestigio dello Stato, dei suoi leader, della bandiera, dell’inno nazionale o di qualsiasi simbolo nazionale. L’articolo 52, “Diffusione di Fake News“, punisce invece chiunque utilizzi i social media per diffondere, ripubblicare o circolare notizie false o “rumors” che possano disturbare l’ordine pubblico, seminare il panico o danneggiare l’interesse nazionale. Attenzione: anche un semplice “repost” di una notizia può far scattare la responsabilità penale. E non sono gli unici articoli da ricordare bene.

Sembra del tutto evidente come la presa di posizione o la minimizzazione da parte di molti influencer derivi da un mix di protezione dei propri interessi e di autocensura per non incorrere in procedimenti giudiziari. Il report di quest’anno pubblicato da Human Rights Watch (HRW) è chiaro nel denunciare come la «fabbrica del consenso» emiratina stia attuando una rimozione forzata della realtà per prevenire la fuga dei capitali. «La sicurezza a Dubai è oggi una merce narrativa che non ammette crepe», si legge nel report di HRW.

La strategia del silenzio, sebbene efficace nel breve termine per non allarmare i mercati, rischia di erodere la fiducia a lungo termine di residenti e investitori che si trovano a vivere in una zona di guerra mascherata da resort di lusso. Dubai non è più l’isola felice che gli algoritmi dei social media vorrebbero farci credere. È, a tutti gli effetti, un fronte di guerra.

Cortina ’26: la pista da bob costata 118 milioni di euro è già diventata inutilizzabile

2

Tra il 10 e il 12 marzo, il Cortina Sliding Center “Eugenio Monti” avrebbe dovuto ospitare i prossimi campionati italiani di skeleton e slittino. La competizione, tuttavia, non andrà in scena. A dare la notizia, successivamente confermata dagli enti coinvolti, è stato il Corriere delle Alpi, che ha menzionato «incognite e problematiche» che hanno investito la pista da bob simbolo delle Olimpiadi invernali del 2026, costata oltre 118 milioni di euro di soldi pubblici. Gravi criticità sono infatti emerse all’alba del 25 febbraio, quando un verbale di sopralluogo ha rilevato danni alla struttura per oltre un milione di euro. A qualche giorno dalla chiusura dei Giochi Olimpici, la notizia ha definitivamente avvalorato i dubbi sulla tenuta dell’impianto – da tempo bersaglio di forti polemiche per costi e impatto ambientale – che in tanti temevano avrebbe potuto finire inutilizzato.

Un dettagliato rapporto di 45 pagine, redatto dai tecnici di Simico (la Società Infrastrutture Milano Cortina 2026) subito dopo la conclusione dei Giochi sullo stato dell’infrastruttura, costata circa 120 milioni di euro e realizzata in tempi record, fotografa una situazione desolante. L’elenco dei danni riscontrati dagli autori del rapporto è molto lungo. Nello specifico, si va da manometri e tende di protezione della pista rotti a canaline e isolamenti danneggiati; non mancano poi tubi piegati, viti di fissaggio delle sponde allentate o del tutto assenti, ma anche scatole di derivazione divelte e quadri elettrici schiacciati. I tecnici hanno inoltre segnalato cavi elettrici lasciati volanti o addirittura tagliati, reti dei parapetti rovinate e danni a cartongessi e portoni. Non si tratta, come sottolineato da più parti, di un singolo guasto, ma di una serie di criticità diffuse che coinvolgono sia gli elementi strutturali sia quelli impiantistici. La struttura è stata trovata in condizioni definite di «quasi abbandono», con spazi lasciati «in assenza di qualsiasi pulizia, riordino o sistemazione del caso». Diversi locali, inclusa la fondamentale control room dell’edificio di arrivo, la quale custodisce apparecchiature dal valore di centinaia di migliaia di euro, sono stati rinvenuti aperti e non presidiati.

La complessa partita delle responsabilità vede ora coinvolte diverse realtà. L’impianto, dichiarato funzionante, era stato consegnato da Simico poco prima dell’evento a cinque cerchi all’amministrazione comunale di Cortina. Quest’ultima lo aveva poi affidato in gestione temporanea alla Fondazione Milano Cortina 2026 per i Giochi Olimpici, con l’impegno di riconsegnarlo in perfette condizioni entro il termine del mese di marzo. Interrogata sull’accaduto, la Fondazione ha risposto che il suo personale «sistemerà tutto nei tempi stabiliti». Gianluca Lorenzi, sindaco di Cortina, ha convocato un incontro urgente con Fondazione Milano Cortina, Simico e la direzione lavori della pista al fine di mettere mano a una verifica congiunta e quantificare correttamente i danni. Davanti alla stampa il primo cittadino ha voluto mostrare ottimismo, affermando di non avere dubbi sul fatto che «l’impianto verrà riconsegnato sistemato». A ogni modo, il sindaco ha confermato che la rassegna tricolore sarà annullata: «Avere i campionati italiani sarebbe stato bellissimo, soprattutto da un punto di vista della continuità: potevamo dare una dimostrazione tangibile del prosieguo. Ma oggi quello che dobbiamo fare è portare l’impianto al 100 per cento», ha dichiarato.

La posta da bob di Cortina ha rappresentato il caso più emblematico degli elevatissimi costi in termini economici, sociali e ambientali delle Olimpiadi. In fase di candidatura, nel 2019, l’impianto veniva indicato come già esistente, ipotizzando una semplice ristrutturazione a basso costo. La situazione è però degenerata quando due bandi per la costruzione di una nuova pista sono andati deserti nell’estate 2023, portando il CONI a valutare lo spostamento delle gare all’estero. Nonostante le proposte da Svizzera e Austria, i ministeri hanno insistito per una soluzione italiana, portando a un terzo bando a cui ha partecipato un’unica impresa. La nuova pista è così costata oltre 118 milioni di euro, cui si aggiungono milioni per demolizioni e opere accessorie, a fronte dei 47 milioni iniziali. A tutto ciò si è sommato l’onere della manutenzione annuale, stimata in oltre un milione, che ha riproposto una problematica già vissuta con l’impianto di Cesana Pariol, costato 110 milioni per Torino 2006, e ora in fase di parziale smantellamento.

[Crediti immagine di copertina: Giuseppe Giugliano/CONI]

Ecuador, sequestrato semisommergibile usato per narcotraffico

0

L’esercito dell’Ecuador ha sequestrato una nave semisommergibile di 35 metri destinata al traffico di droga, trovata vicino all’isola di Santa Rosa, vicino al confine con la Colombia. Il mezzo era pronto per un lungo viaggio dei cartelli del narcotraffico, che spesso utilizzano sommergibili per trasportare droga fino in Europa. Durante l’operazione è stato scoperto anche un accampamento logistico dei cartelli, con sei motoscafi, sette motori fuoribordo e numerosi barili di carburante. Le truppe sono state attaccate da individui armati, ma non si registrano arresti né sequestri di droga sul luogo.

Tutte le guerre scatenate dagli Stati Uniti dal 1945 a oggi

1
usa bombardamenti

Dal Giappone devastato dalle bombe atomiche nel 1945, ai raid sull’Iran di questi giorni, l’uso della forza aerea è stato uno degli strumenti centrali della politica militare degli Stati Uniti negli ultimi ottant’anni.Secondo le ricostruzioni basate su archivi militari, studi storici e database come ACLED, l’aviazione statunitense ha condotto operazioni di bombardamento in decine di Paesi tra Asia, Europa, Medio Oriente, Africa e America Latina, utilizzando prima l’aviazione, poi i missili e infine anche i droni. Dalla guerra fredda alla “guerra al terrorismo”, passando per le operazioni di “e...

Questo è un articolo di approfondimento riservato ai nostri abbonati.
Scegli l'abbonamento che preferisci 
(al costo di un caffè la settimana) e prosegui con la lettura dell'articolo.

Se sei già abbonato effettua l'accesso qui sotto o utilizza il pulsante "accedi" in alto a destra.

ABBONATI / SOSTIENI

L'Indipendente non ha alcuna pubblicità né riceve alcun contributo pubblico. E nemmeno alcun contatto con partiti politici. Esiste solo grazie ai suoi abbonati. Solo così possiamo garantire ai nostri lettori un'informazione veramente libera, imparziale ma soprattutto senza padroni.
Grazie se vorrai aiutarci in questo progetto ambizioso.

Milano, rientrato l’allarme bomba al Tribunale

0

Al Palazzo di Giustizia di Milano sono in corso evacuazioni e verifiche da parte di Vigili del fuoco, Polizia e Carabinieri a seguito di un allarme bomba. Diverse telefonate anonime hanno avvertito la Questura circa la presenza di un ordigno senza fornire ulteriori dettagli. Al momento risultano chiuse al transito le vie intorno al Tribunale. Sospese tutte le attività.

Aggiornamento ore 17: dopo 7 ore di verifiche, Il Tribunale è stato riaperto. Nessun ordigno trovato.

 

Veneto: la protesta dei danneggiati da vaccino per avere un ambulatorio pubblico

1

Ieri mattina, durante i lavori del Consiglio regionale del Veneto, si è svolto un presidio per chiedere la realizzazione di ambulatori specialistici pubblici finalizzati alla presa in carico delle persone che lamentano effetti avversi da vaccinazione anti-Covid-19. La mobilitazione, promossa nelle ultime settimane dal gruppo Szumski-Resistere Veneto, punta a ottenere un censimento sistematico dei casi, valutazioni cliniche multidisciplinari e percorsi terapeutici per almeno 1.500 cittadini che, secondo i dati raccolti dal movimento, starebbero ancora patendo effetti deleteri dopo l’inoculazione. La proposta, già presentata a gennaio, torna al centro del dibattito politico dopo che l’assessore alla Sanità Gino Gerosa aveva inizialmente mostrato apertura, salvo poi allontanarsi dall’Aula durante la discussione, come denunciato dal consigliere Riccardo Szumski.

Szumski, medico ed ex sindaco di Santa Lucia di Piave, Comune del trevigiano a due passi da Conegliano Veneto, ha ribadito la necessità di superare lo «scudo» che ha protetto i vaccini da adeguati controlli. «Sono a tutti gli effetti sono dei farmaci, e i farmaci vanno controllati. Non è stato fatto prima perché questi vaccini hanno avuto, grazie a una certa politica sconsiderata, una specie di scudo che non ha permesso neppure di fugare i dubbi. Ora è il momento di occuparci delle persone che sono state danneggiate dai vaccini. Credo che sia questa la priorità». Nello specifico, la mozione presentata dal suo gruppo impegna la giunta a definire «protocolli clinici regionali uniformi, fondati sulla letteratura scientifica internazionale e soggetti a periodico aggiornamento», dal momento che, affermano i promotori dell’iniziativa, «nessun cittadino può essere lasciato solo, né costretto a dimostrare in solitudine la legittimità della propria sofferenza».

A supportare l’iniziativa è stato Andrea Sillo, 47 anni, presidente dell’associazione Persone in cammino che riunisce i presunti danneggiati da vaccino. Sillo, costretto su una sedia a rotelle dopo una dose di Moderna, ha raccontato la sua esperienza con l’attuale sistema di sorveglianza regionale, il cosiddetto Canale Verde. «Ho passato quattro anni a fare visite, a ottenere referti e certificati di invalidità al cento per cento. Mi volevano far rifare quel calvario di accertamenti, anche invasivi, mentre occorre studiare, capire che cosa sia successo in noi danneggiati e cercare percorsi di cura appropriati». La risposta ricevuta dal centro di sorveglianza lo ha lasciato sconcertato, avendo liquidato la questione come «stress ed eccessiva preoccupazione per lo stato di salute in cui mi trovo». Sillo aveva già subito l’umiliazione di essere trattato da «complottista no-vax» e allontanato durante una presentazione del libro dell’ex ministro della Salute, Roberto Speranza.

A sostegno della necessità di un monitoraggio regionale, Szumski aveva precedentemente trasmesso all’assessore Gerosa un rapporto dell’Università di Firenze, curato da otto esperti, nel quale si contestano i dati diramati dalle agenzie ufficiali. Secondo i consiglieri, lo studio rivela che le istituzioni avrebbero divulgato informazioni caratterizzate da «errori di metodo, ambiguità e mancanza di trasparenza» e che il tasso di eventi avversi gravi sarebbe «di gran lunga superiore» rispetto a quello riportato dall’AIFA. Si parla, nello specifico, di 5.070 eventi avversi gravi ogni 100.000 dosi, valore che secondo l’analisi sarebbe 465 volte più alto di quello ufficiale. Secondo Resistere Veneto, l’assenza di strutture pubbliche dedicate crea disuguaglianze nell’accesso alle cure e ritardi diagnostici, scaricando il peso economico e psicologico sulle famiglie.

«Giace da gennaio in Consiglio regionale una mozione firmata dai consiglieri di Resistere Veneto, Riccardo Szumski e Davide Lovat, che chiede l’istituzione di ambulatori per danneggiati da vaccino Covid-19 – spiega a L’Indipendente la forza politica guidata da Szumski –. La mozione viene posticipata negli ordini del giorno dei lavori e la discussione non sarà portata in Consiglio prima di Pasqua: per sollecitare i consiglieri regionali, ieri la sede del Consiglio è stata presidiata da un gruppo di persone che lamenta danni da vaccino e che ha dato vita anche a un’associazione, “Persone in Cammino”. Szumski, che è anche medico, ha spiegato che Resistere Veneto è disposto anche a una lunga battaglia pur di avere risposte concrete dal sistema sanitario veneto».

Le surreali dichiarazioni di Meloni e dell’UE sulla guerra in Iran

3

«Sono preoccupata da un conflitto che, in particolare con la reazione scomposta dell’Iran, comporta il rischio di un’escalation». Con queste parole la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha commentato — non in Parlamento mai ai microfoni di RTL — il conflitto in corso nel Golfo Persico. Come analogamente fatto in un’intervista di pochi giorni fa per la Mediaset, dove si era detta «preoccupata per il contesto generale», Meloni finisce con l’incolpare Putin per la crisi in Asia Occidentale, «inevitabilmente figlia della guerra in Ucraina». Non vengono invece scomodati Stati Uniti e Israele, autori dell’aggressione all’Iran che ha violato il diritto internazionale. L’Italia non è sola in questa particolare ricostruzione della vicenda. In una dichiarazione congiunta, Unione europea e Paesi del Golfo «hanno condannato fermamente gli ingiustificati attacchi iraniani».

La retorica del «c’è un aggressore e un aggredito» è ormai un ricordo lontano, almeno a sentire le parole dei leader europei e arabi. Di fronte all’attacco sferrato da Stati Uniti e Israele all’alba del 28 febbraio contro l’Iran, gli alleati si sono affrettati a fornire un’attenta copertura mediatica. In questa ricostruzione, a essere richiamato non è l’aggressore, ma l’aggredito, accusato a più riprese di «reagire in modo scomposto» e «minacciare la sicurezza regionale e globale» attraverso i contrattacchi a Israele e i Paesi arabi ospitanti basi militari USA. «L’Italia si era molto spesa perché si arrivasse a un accordo serio sul nucleare iraniano», dice Giorgia Meloni, non menzionando chi ha fatto saltare i tavoli negoziali e attaccato la controparte. «In un momento nel quale vacilla il diritto internazionale noi non possiamo permetterci che l’attuale regime iraniano abbia missili a lungo raggio con testate atomiche», continua la leader di Fratelli d’Italia, aggiungendo che a seguito del fallimento dell’accordo, «Stati Uniti e Israele hanno deciso di attaccare senza il coinvolgimento dei partner europei». Aggettivi, condanne e prese di posizione sono tutte rivolte all’Iran, che per far rientrare la crisi deve fermare «i suoi attacchi nei confronti dei Paesi del Golfo che sono totalmente ingiustificati». A dividere il fardello della colpa, nella ricostruzione italiana, è la Russia di Putin, dal momento che l’attuale situazione in Asia Occidentale è «inevitabilmente figlia della guerra in Ucraina».

Ieri si è tenuta una riunione dei ministri degli esteri UE allargata ai Paesi del Golfo. «L’Iran sta esportando la guerra, sta cercando di estenderla al maggior numero possibile di Paesi per seminare il caos», ha dichiarato Kaja Kallas, Alta Rappresentante dell’Unione per gli Affari esteri. Le sue parole sono il metro della dichiarazione congiunta elaborata al termine del vertice telematico. «I ministri UE hanno condannato fermamente gli ingiustificabili attacchi iraniani contro i Paesi del Golfo che minacciano la sicurezza regionale e globale. L’Iran è stato invitato a cessare immediatamente la sua condotta». Viene poi chiesto il rispetto del diritto internazionale e del diritto umanitario, senza mai citare Stati Uniti e Israele, fino al cortocircuito logico. I ministri hanno infatti «ricordato il diritto intrinseco dei Paesi del Golfo, in conformità con l’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite, di difendersi, individualmente e collettivamente, dagli attacchi armati dell’Iran». Un diritto che, nella ricostruzione europea, non appartiene a Teheran, bombardata dalla coalizione israelo-americana mentre era impegnata ai tavoli negoziali con Washington.