martedì 17 Febbraio 2026
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Cinque modi per migliorare la scuola italiana, a partire da domani

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Si parla spesso dei problemi della scuola italiana. Mancano risorse, gli edifici sono vecchi, le classi sovraffollate e i programmi faticano a stare al passo con la complessità del presente. È una narrazione che conosciamo bene, ripetuta nei dibattiti pubblici e nelle cronache. Eppure, in mezzo a questa lunga lista di criticità, una verità rimane spesso in ombra: la scuola italiana sta in piedi grazie ai docenti. Non grazie allo Stato, ma nonostante lo Stato.

Ogni mattina, migliaia di insegnanti entrano in aula con un obiettivo semplice e potentissimo: fare del proprio meglio per i ragazzi che hanno davanti. Sono tutti così? No. Sarebbe ingenuo dirlo. Ma sono molti di più di quanti pensiamo. Se è vero che i problemi strutturali non si risolvono con la buona volontà individuale, è altrettanto vero che esistono azioni concrete che ogni docente può compiere per migliorare la scuola dall’interno. Ne proponiamo cinque, immediatamente applicabili.

1. Rivoluzionare l’aula

Non importa quanto l’aula sia spoglia, buia o trascurata: il primo vero atto educativo è trasformare lo spazio. Spostare i banchi, creare gruppi di lavoro, rompere la disposizione frontale significa comunicare agli studenti che lì dentro non si è solo destinatari di contenuti, ma protagonisti di un processo. Un’aula organizzata in modo flessibile diventa uno spazio di confronto, ricerca e scoperta, in cui le idee circolano e l’apprendimento prende forma attraverso le relazioni. Questa pratica genera una diversa forma di ordine, più viva e partecipata, capace di generare coinvolgimento autentico e risultati profondi. 

2. Lo studente al centro

Passiamo all’organizzazione della lezione: per l’insegnante rinunciare a esserne il centro costante è una scelta pedagogica coraggiosa e necessaria. La sfida è parlare solo per 8–10 minuti fornendo un input iniziale su un concetto, come un evento storico o un fenomeno scientifico, lasciando poi gli studenti esplorare l’argomento in autonomia. Fondamentale è poi il tutoring tra pari: gli studenti che hanno compreso un contenuto lo spiegano ai compagni in piccoli gruppi, con il docente che osserva e supporta. Questo approccio favorisce non solo la comprensione dei contenuti, ma anche lo sviluppo di sicurezza, empatia e senso di appartenenza al gruppo.

3. La classe come laboratorio

Creare stazioni di apprendimento rende la didattica più inclusiva e rispettosa delle differenze. Nella stazione di elaborazione, ad esempio, gli studenti osservano e analizzano materiali concreti, immagini, o esperimenti, mentre in quella di produzione possono creare un proprio elaborato. La stazione di riflessione è il luogo di approfondimento e di confronto, mentre nella stazione digitale possono concentrarsi sulla ricerca utilizzando tablet e pc. Questo approccio diversifica le attività e avvicina gli studenti ai contenuti, secondo i propri tempi, modalità e inclinazioni. 

4. Il legame tra studio e vita reale 

È fondamentale mostrare che le conoscenze non sono fini a sé stesse, ma strumenti per comprendere il mondo. In che modo? Affrontando ad esempio problemi autentici, come la gestione di un budget o la lettura di una bolletta, oppure simulando ruoli e contesti, come quello del giornalista o dello scienziato, per applicare conoscenze disciplinari. Quando gli studenti percepiscono un legame tra ciò che accade in classe e l’esperienza quotidiana, nasce il desiderio di approfondire, fare domande, continuare a cercare anche oltre il tempo scolastico. E questo incoraggia la loro curiosità.

5. Focus sulle competenze trasversali

Da ultimo, ma non per importanza, ogni progettazione didattica dovrebbe interrogarsi sulle competenze trasversali che sta promuovendo. Questo si può fare esplorando ad esempio il lavoro cooperativo, in cui a ogni studente è assegnato un ruolo diverso, oppure insegnando la gestione del conflitto, attraverso il confronto e la mediazione. Anche l’autovalutazione è di grande importanza: gli studenti sono così chiamati a riflettere su come hanno lavorato e non solo su cosa hanno imparato. Queste abilità permetteranno loro di orientarsi poi nella complessità della vita reale.

Albania: violente proteste, molotov e scontri davanti al palazzo del governo

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Migliaia di persone hanno affollato le strade di Tirana per chiedere le dimissioni del governo, partecipando alla manifestazione indetta dal leader di opposizione Sali Berisha. La guida del Partito Democratico ha canalizzato il malcontento esploso in Albania dopo i casi di corruzione che hanno travolto l’esecutivo, in particolare la vicepremier Belinda Balluku, esponente del Partito Socialista, lo stesso del primo ministro Edi Rama. È proprio quando la folla si è radunata vicino ai cancelli della sua residenza che i manifestanti hanno realizzato un fitto lancio di molotov e fuochi d’artificio. La polizia schierata in tenuta antisommossa ha risposto a suon di lacrimogeni e idranti. Al termine della manifestazione si sono contate decine di persone arrestate nonché diversi feriti in entrambi gli schieramenti.

«Edi, smettila di rubare i nostri soldi» è una delle tante scritte apparse tra la folla scesa in piazza a Tirana. Nel mirino dei manifestanti è finito il governo, al centro di una bufera giudiziaria riguardante casi di corruzione. A dicembre, infatti, la vicepremier Belinda Balluku è stata incriminata e sospesa con l’accusa di aver usato fondi pubblici con l’obiettivo di favorire alcune società private nell’aggiudicamento di diverse gare d’appalto, per un giro d’affari da diversi milioni di euro. Nelle scorse ore la Procura di Tirana aveva chiesto al Parlamento di revocare l’immunità a Balluku ma il voto non è stato ancora calendarizzato. Nel frattempo migliaia di albanesi sono scesi in strada per far sentire la propria voce e chiedere le dimissioni del governo, nella terza manifestazione organizzata da dicembre. Chi sta provando ad approfittare della situazione è il leader dell’opposizione nonché ex premier Sali Berisha, che da anni intrattiene con Rama un fitto scambio di accuse reciproche su corruzione, legami con la criminalità organizzata e nepotismo. Un fenomeno che appare radicato e trasversale all’interno dello scacchiere politico, in un Paese in fondo alle classifiche europee per trasparenza e diffusione della corruzione, rappresentando uno dei maggiori ostacoli all’ingresso dell’Albania nell’UE.

Una volta radunatosi nei pressi del palazzo governativo, un gruppo di manifestanti ha lanciato fuochi d’artificio e molotov, provocando incendi localizzati e ferendo una decina di agenti. I lanci hanno illuminato la notte albanese per diversi minuti, nonostante gli inviti alla calma ripetuti dai megafoni degli organizzatori. La polizia, che ieri nella capitale poteva contare su un dispiegamento di 1300 agenti, ha risposto con idranti e lacrimogeni, allontanando la folla dalla residenza di Edi Rama. Alla fine della protesta si sono contate decine di arresti tra i manifestanti e diversi feriti, parlamentari compresi, come denunciato da Berisha che in vista della manifestazione del 20 febbraio lancia un messaggio al governo: «non provocate la nostra moderazione».

L’UE si avvicina all’euro digitale per ridurre la dipendenza da Visa e Mastercard

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La Banca Centrale Europea (BCE) ha sollecitato il Parlamento europeo a far avanzare il progetto dell’euro digitale, considerato uno strumento cruciale per ridurre la dipendenza dell’Unione dai circuiti di pagamento stranieri, in particolare Visa e Mastercard, che nel 2022 hanno gestito da sole due terzi delle transazioni nell’eurozona. Pur mantenendo toni istituzionali, da Francoforte emerge un messaggio sempre più esplicito: la necessità di un’alternativa europea è ormai “urgente”. Un messaggio che è stato accolto.

L’appello più accorato è arrivato direttamente dalla Presidente Christine Lagarde, intervenuta lunedì 9 febbraio alla sessione plenaria del Parlamento europeo riunita a Strasburgo per sostenere due emendamenti legati proprio all’euro digitale. «Siete voi a detenere le chiavi della velocità con cui può essere realizzato: vi imploro di andare avanti con la proposta della Commissione», ha dichiarato. Lagarde ha ribadito che «l’euro digitale non è stato pensato per sostituire il contante, assolutamente no», ma ha avvertito che senza una soluzione europea «continueremo a rimanere sui binari offerti da fornitori di servizi non europei. E questo non è indipendenza, non è sovranità europea».

Ieri sera il Parlamento europeo ha approvato la posizione negoziale del Consiglio, aprendo alla possibilità di un euro digitale utilizzabile sia offline che online. Si tratta di un voto che rappresenta più un passo avanti che un vero e proprio punto di arrivo, tuttavia gli esiti hanno evidenziato il supporto di una maggioranza convinta composta da partiti di ogni direzione politica. La decisione, inoltre, ha avuto la forza di contraddire di fatto la linea sostenuta dallo spagnolo Fernando Navarrete (PPE), relatore del dossier che dal canto suo chiedeva di trasformare il progetto in una forma di “e‑cash” limitata ai pagamenti fisici nei negozi e nelle transazioni dal vivo. 

La BCE, che per poter emettere l’euro digitale necessita del via libera del Parlamento, si è trovata impantanata per anni in resistenze che hanno bloccato per anni il progetto, solo il deterioramento del quadro geopolitico ha contribuito a sbloccare l’impasse, riportando la nuova valuta al centro dell’agenda istituzionale. Il primo segnale d’allarme è arrivato nella primavera del 2022, quando le sanzioni statunitensi contro la Russia, lanciate in risposta all’invasione dell’Ucraina, hanno mostrato quanto Visa e Mastercard siano in grado di destabilizzare l’intero sistema dei pagamenti di un Paese sospendendo servizi che, fino a quel momento, erano stati considerati ovvi e indispensabili. Le preoccupazioni europee si sono poi acuite con il progressivo peggioramento dei rapporti transatlantici, soprattutto quando l’amministrazione Trump ha iniziato a ridefinire le relazioni con gli alleati europei in termini sempre più ricattatori e coercitivi. 

Nell’aprile del 2025 Lagarde ha assunto dunque una posizione particolarmente esplicita, sottolineando in un’intervista al programma radiofonico The Pat Kenny Show quanto i sistemi di pagamento europei dipendano in larga misura da operatori statunitensi e, nel caso di Alipay, cinesi. Una vulnerabilità che, per estensione, riguarda anche i dati finanziari dei cittadini europei, i quali finiscono indirettamente nelle mani di aziende extra‑UE. «Sono sicura che lo fanno in conformità con i regolamenti europei», aveva dichiarato allora la presidente della BCE, sorvolando però sul fatto che gli accordi per il trasferimento dei dati tra Stati Uniti e Unione Europea si sono storicamente basati su presupposti giuridici rivelatisi più volte inadeguati.

Rimpatri e “modello Albania”: il Parlamento UE approva la stretta sui migranti

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La Fortezza Europa alza ulteriormente le proprie barricate esterne. L’Europarlamento ha infatti approvato una nuova stretta sulla gestione della migrazione, che allarga la lista dei Paesi “sicuri”, facilitando le pratiche di respingimento ed espulsione. Allo stesso tempo, sono state aggiornate le norme sui cosiddetti Paesi terzi sicuri. Gli Stati europei potranno ora più agilmente spedirvi i richiedenti asilo, anche nel caso in cui questi non abbiano alcun legame con quel Paese, aprendo contemporaneamente la strada al “modello Albania” – ovvero alla costruzione, in questi Stati, di hub per la gestione della migrazione, su modello dell’accordo tra Roma e Tirana. Ad essere calpestati sono, ancora una volta, i diritti delle persone migranti, mentre il 2026 potrebbe potenzialmente già configurarsi come uno degli anni più letali per le persone che cercano di giungere ai nostri confini.

La nuova lista approvata dal Parlamento UE comprende ora anche Bangladesh, Colombia, Egitto, Kosovo, India, Marocco e Tunisia. I cittadini provenienti da questi Paesi che presentino domanda di asilo potranno ora essere respinti o rimpatriati più rapidamente grazie a procedure semplificate, in caso non riuscissero a dimostrare di trovarsi in pericolo e di provare un fondato timore di persecuzione. In aggiunta a ciò, vengono approvati anche i nuovi criteri di definizione di Paese terzo. Un migrante potrebbe essere infatti spedito in un Paese terzo considerato “sicuro” dalla UE nel caso in cui: abbia non meglio specificati «legami culturali» con quel Paese, ne parli la lingua o vi sia presente un parente; esistano accordi bilaterali o multilaterali tra la UE e il Paese terzo per l’ammissione di richiedenti asilo (criterio che non si applica ai minori non accompagnati); la persona vi sia semplicemente transitata prima di giungere nella UE. Se sussiste una sola di queste condizioni, insomma, il migrante può essere respinto verso un Paese che non è nè quello in cui intendeva arrivare, nè tantomeno il proprio Paese di origine, ma una terza opzione considerata dall’UE la migliore. I due regolamenti dovranno ora essere adottati dal Consiglio e andranno a modificare il Patto su migrazione e asilo adottato dal Parlamento ad aprile 2024, che entrerà in vigore a partire dal 12 giugno di quest’anno.

Paesi sicuri solo sulla carta

In generale, l’UE definisce «sicuro» un Paese dove non ci sono persecuzioni, rischio di tortura e trattamenti inumani o degradanti, dove sia garantito lo Stato di diritto e una protezione effettiva dei diritti fondamentali. La Tunisia, tanto per citare uno tra i Paesi inseriti nell’elenco di quelli sicuri, sfugge del tutto a questa definizione. Certo, trattandosi di uno dei principali punti di partenza verso l’Europa del Mediterraneo, è uno dei Paesi con i quali l’UE si è premurata di sottoscrivere accordi per il controllo della migrazione, sulla scia di quanto fatto alcuni anni prima con la Libia. Solamente nel mese di gennaio 2026, dalle coste Tunisia sono partite in gran fretta un numero imprecisato di imbarcazioni, cariche di migranti che, secondo testimoni e ONG, stavano cercando di sfuggire in fretta ai rastrellamenti sempre più frequenti da parte delle autorità tunisine. Nel pieno del viaggio, tuttavia, le imbarcazioni si sono scontrate con l’uragano Harry e nessuna di esse è arrivata alle nostre coste. Il numero accertato di dispersi, al 24 gennaio, è di 380 persone, cifra che include anche donne e bambini molto piccoli. Tuttavia, si stima che siano oltre mille le persone uccise dalla furia del mare e dai ritardi nelle operazioni di soccorso, in una delle più grandi tragedie del bacino mediterraneo degli ultimi decenni.

I motivi per i quali, nonostante il pericolo, le persone hanno scelto comunque di partire sono da anni documentati da video, foto, report, testimonianze, articoli e molto altro materiale, che interroga la scelta di definire la Tunisia un Paese sicuro. Le testimonianze parlano di raid della polizia che brucia gli accampamenti dei migranti, deportazioni nel deserto (che d’altronde, secondo inchieste giornalistiche, avvengono grazie a fondi e mezzi forniti dall’UE), stupri, pestaggi e uccisioni deliberate che si ripetono giorno dopo giorno. Amnesty International riporta come, dalla rielezione di Kais Saied, le autorità abbiano aumentato la persecuzione nei confronti non solo dei migranti, ma anche dei cittadini che esprimono dissenso, degli oppositori politici, di giornalisti, difensori dei diritti umani e ONG, oltre che tentato di ostacolare il lavoro indipendente della magistratura e lo Stato di diritto. Allo stesso modo, è critica la scelta di definire Paese sicuro l’Egitto, dove il regime di al-Sisi ha più volte violato gli obblighi previsti dalla Convenzione contro la tortura tra uccisioni di massa dei manifestanti, detenzioni in condizioni disumane con sistematiche pratiche di tortura, dove i dissidenti politici vengono detenuti e uccisi e dove le condanne a morte dopo sommari processi di massa sono all’ordine del giorno. «Questo elenco è uno strumento per negare l’accesso alla protezione e legittimare la violenza e la persecuzione in questi Paesi», scrivono decine di organizzazioni in un appello congiunto.

L’inganno dei numeri

Lo scorso 15 gennaio, l’Agenzia per il controllo delle frontiere UE Frontex ha diffuso i dati secondo i quali il numero degli ingressi irregolari nel continente sarebbe diminuito del 26%, ovvero di circa 178 mila persone. Il risultato è dovuto agli accordi bilaterali o multilaterali siglati con Paesi esterni, ma anche a maggiori controlli di polizia e di guardie costiere alla frontiera, cui (come nel caso dell’Italia con la Libia) i Paesi UE forniscono mezzi, droni ed ogni sorta di equipaggiamento. I numeri puri, tuttavia, nascondo le vicende di esseri umani in carne ed ossa e il costo del raggiungimento dei traguardi percentuali. Come fa notare il progetto Melting Pot, ad essere escluso dai dati ostentati da Frontex è il costo alle frontiere che permette questo “risultato”, tra violazione di diritti, omicidi, torture, compravendita di esseri umani e violenze di ogni genere. Sui numeri poi pesa anche la delocalizzazione delle procedure (il “modello Albania”, per l’appunto), grazie alla quale le domande di asilo sono gestite all’esterno dei confini europei.

Nel frattempo, la storia insegna che erigere barricate con cecchini armati non ha mai fermato i flussi di persone in cerca di una vita migliore, perseguitati alle frontiere per via di un “reato” amministrativo – ovvero la mancanza di un documento. Frontex stessa ammette che la situazione alle frontiere rimane «incerta», perchè «la pressione migratoria» si sposta rapidamente «da una rotta all’altra». Spesso più lunga e più pericolosa.

Canada, strage in una scuola: almeno 9 morti

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In Canada una persona ha aperto il fuoco all’interno di una scuola a Tumbler Ridge, cittadina della Columbia Britannica. Nel bilancio provvisorio della sparatoria si contano 9 morti e 27 feriti,  due dei quali versano in gravi condizioni. L’assassino, di cui la polizia non ha ancora reso nota l’identità, si è suicidato prima dell’arrivo delle forze dell’ordine. Non è stata diffusa alcuna ipotesi sulle motivazioni della strage.

Amazzonia, le proteste indigene fermano il corridoio della soia sul fiume Tapajós

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Tapajós, Brasile, fiume, Amazzonia

Il governo brasiliano ha annunciato la sospensione del progetto di dragaggio del fiume Tapajós, uno dei principali affluenti dell’Amazzonia, dopo settimane di proteste guidate da comunità indigene della regione. La decisione rappresenta una battuta d’arresto per uno dei corridoi strategici dell’export agricolo del Paese e mette nuovamente in luce il conflitto tra sviluppo infrastrutturale e diritti delle popolazioni native.
Le mobilitazioni sono iniziate il 22 gennaio nello stato amazzonico del Pará, quando centinaia di manifestanti hanno bloccato l’accesso al terminal di Santarém gestito dall...

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Guinea, sparatoria nei pressi di una prigione

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Nel pomeriggio di oggi, martedì 10 febbraio, è scoppiata una sparatoria nei pressi della prigione centrale di Conakry, la capitale della Guinea. Dalle ricostruzioni non risulta ancora chiaro chi abbia sparato o cosa abbia innescato gli spari. Contattate da agenzie internazionali, le autorità del Paese non hanno rilasciato dichiarazioni. Testimoni locali riportano di aver visto diversi pick-up militari con a bordo forze di sicurezza armate e un mezzo blindato con mitragliatrice, schierati nel distretto amministrativo centrale della città. La prigione non è nuova a questo genere di assalti: nel novembre del 2023, un commando armato aveva attaccato la struttura, permettendo una breve fuga dell’ex presidente guineano, Moussa Dadis Camara.

La macabra inchiesta sugli italiani che facevano i cecchini per divertimento in Bosnia

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L’ultimo aggiornamento di cronaca è di ieri: un uomo di ottant’anni di Pordenone, Giuseppe Vegnaduzzo, è stato iscritto nel registro degli indagati dalla Procura di Milano con l’accusa gravissima di essersi recato a Sarajevo durante gli anni dell’assedio cittadino (1992-1995) per sparare per divertimento sui civili. L’indagato, per ora, nega ogni addebito, ma c’è chi giura di averlo sentito vantarsi pubblicamente delle sue “imprese”. A ogni modo, questo sarebbe solo il tassello di un quadro molto più ampio su cui indaga la procura meneghina, che si concentra sulle testimonianze e le ricostruzioni che descrivono vere e proprie spedizioni in cui soggetti stranieri avrebbero pagato al fine di essere portati in posizioni controllate dalle truppe serbo-bosniache per sparare contro obiettivi civili. Come fosse uno sport.

L’indagine sui cosiddetti “cecchini del weekend” ha ufficialmente avuto inizio nel 2025, ma si è intensificata nelle ultime settimane. L’accusa principale contestata al primo iscritto nel registro degli indagati è di omicidio volontario continuato, aggravato da motivi abietti. I pubblici ministeri sono al lavoro nella verifica di spostamenti, acquisti di ticket di viaggio e timbri di passaporto risalenti agli anni Novanta. La finalità è quella di attestare se si tratti solo di casi isolati o di un sistema organico che prevedeva rotte organizzate, con network di connivenza e mediatori locali. È però molto complesso per i magistrati mettere mano agli accertamenti, sia per la distanza temporale dai fatti oggetto dell’inchiesta sia per l’esaurirsi delle tracce materiali.

Testimonianze e reportage balcanici – a partire dal documentario del regista sloveno Miran Zupanič intitolato «Sarajevo Safari» – hanno fornito il terreno probatorio che ha riacceso il caso. Il quadro narrativo che emerge dalle rivelazioni raccolte in più inchieste è agghiacciante: sopravvissuti e testimoni locali raccontano di squadre straniere scese nelle colline attorno a Sarajevo per ricevere indicazioni e “posti” dove sparare, con la complicità o l’apertura di elementi delle forze d’assedio. Addirittura, nel reportage di Zupanič sono state fatte riemergere testimonianze di ex combattenti e civili che descrivono un fenomeno inquietante, con visite organizzate, intermediazioni locali e perfino tariffe prestabilite per colpi contro donne, anziani e bambini.

Tali racconti hanno portato giornalisti e attivisti italiani — tra cui lo scrittore Ezio Gavazzeni — a presentare esposti per sollecitare l’avvio di accertamenti giudiziari. Le indagini milanesi hanno preso slancio in particolare grazie alle testimonianze di una donna che ha parlato di Vegnaduzzo come di un uomo violento, appassionato di armi, vicino all’estrema destra e solito vantarsi pubblicamente delle sue azioni. La donna avrebbe infatti riferito dei raccapriccianti racconti riferiti all’esperienza di Sarajevo, in cui l’uomo si vantava della “caccia” effettuata. Ieri Vegnaduzzo è stato sottoposto a interrogatorio: rispondendo alle domande dei pm milanesi, non ha soltanto negato di aver preso parte alle uccisioni dei civili tra il ’92 e il ’95, ma ha anche sostenuto di non avere mai messo piede nella città bosniaca. Vedremo come si svilupperò l’inchiesta.

Al netto di quelle che saranno le risultanze penali su specifici soggetti, è opportuno ricordare come l’oggetto dell’inchiesta non rappresenti una novità nel dibattito storico-giuridico sui massacri di Sarajevo: basti pensare che, come ricorda OBC Transeuropa, le prime informazioni su tali attività erano apparse già sulla stampa italiana all’inizio del 1995 e poi, nella Primavera dello stesso anno, in un articolo pubblicato in prima pagina su Oslobođenje, il più antico quotidiano della Bosnia Erzegovina. Non mancano, ovviamente, smentite e resistenze rispetto a indagini che proseguono senza sosta, con soggetti citati all’interno delle ricostruzioni testimoniali e giornalistiche – spesso interi gruppi di veterani – che negano ogni addebito e la veridicità delle ricostruzioni che li tirano in ballo.

L’assedio di Sarajevo, il più lungo mai registrato di una capitale europea dalla Seconda guerra mondiale, si protrasse per oltre tre anni, nel periodo compreso tra l’aprile del 1992 e il dicembre del 1995. Il fenomeno collocò la città in una cornice di sistematica violenza contro la popolazione civile, con colpi di artiglieria sui mercati e sui quartieri residenziali, sanguinari checkpoint e attacchi mirati con cecchini che trasformarono strade e piazze in “Sniper Alley”. Tale scenario provocò una vera e propria paralisi sociale. Le ricerche demografiche e i dossier giudiziari indicano migliaia di morti e feriti tra i civili durante la fase dell’assedio, con stime aggregate e liste di vittime raccolte per procedimenti internazionali. L’assedio provocò un’emergenza umanitaria: centinaia di migliaia di persone divennero dipendenti dall’assistenza internazionale e si registrò una diffusione di abusi – detenzioni arbitrarie, omicidi mirati e trattamenti inumani – denunciati da organizzazioni dei diritti umani.

USA e Azerbaigian firmano un accordo di partenariato strategico

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Gli Stati Uniti e l’Azerbaigian hanno firmato un accordo di partenariato strategico per promuovere la cooperazione nei settori della difesa, dell’IA e della sicurezza energetica. La firma è avvenuta oggi a Baku, capitale azera, in occasione di una visita del vicepresidente statunitense J.D. Vance. Essa arriva durante il tour di Vance nella regione; ieri, è passato anche dall’Armenia, dove ha firmato un accordo che potrebbe aprire la strada alla costruzione di una centrale nucleare da parte degli Stati Uniti.

Italia in cammino: la legge per superare il turismo di massa e riscoprire borghi e natura

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C’è un’Italia che non si vede dai finestrini dell’alta velocità né dalle vetrine delle città d’arte: è quella dei sentieri, delle strade bianche, dei borghi sospesi tra le colline e le montagne. Un Paese che si attraversa a respiro lento, dove il tempo si misura in passi percorsi e saluti ricevuti dai viandanti che si incontrano. È a questa Italia che guarda la proposta di legge sui Cammini, un tentativo di trasformare il turismo slow in una vera infrastruttura nazionale, capace di unire i territori fuori dalle rotte più frequentate, valorizzando i paesaggi e le comunità locali e ridisegnando il modo in cui viaggiamo.

La proposta punta a riconoscere ufficialmente i Cammini come una rete strategica per lo sviluppo sostenibile del Paese, superando la frammentazione che oggi caratterizza molti itinerari. L’idea è quella di istituire un sistema nazionale con criteri comuni di segnaletica, sicurezza, accoglienza e manutenzione, accompagnato da una banca dati pubblica e aggiornata. Un’infrastruttura leggera, fatta di sentieri e ospitalità diffusa, ma con un potenziale economico e culturale tutt’altro che marginale.

Negli ultimi anni il turismo lento ha registrato una crescita costante: sempre più viaggiatori scelgono di attraversare l’Italia a piedi o in bicicletta, alla ricerca di esperienze autentiche, lontane dalle rotte affollate delle grandi città. I cammini storici e spirituali, da quelli francescani alla Via Francigena, hanno dimostrato che il passaggio dei viandanti può riattivare economie locali, sostenere piccole attività e riportare vita in borghi altrimenti destinati allo spopolamento.

La nuova legge, che prevede un investimento di 5 milioni di euro nel triennio 2026-2028, prova a fare un passo ulteriore: non limitarsi a valorizzare singoli itinerari, ma costruire una visione organica, capace di collegare territori diversi sotto un’unica rete riconoscibile. Un progetto che, se attuato con risorse adeguate e coinvolgendo davvero le comunità locali, potrebbe trasformare i cammini in uno degli assi portanti del turismo italiano del futuro.

In Italia si stimano oltre 160 cammini strutturati, distribuiti lungo tutta la penisola tra Alpi, Appennini e aree interne, in una rete che collega borghi, parchi e antiche vie di pellegrinaggio. Secondo il dossier nazionale sui cammini di Terre di Mezzo, nel 2024 si sono messi in viaggio quasi 200mila camminatori, generando oltre 1,4 milioni di pernottamenti e confermando una crescita costante del turismo lento. Il fenomeno è ancora più ampio se si considerano gli appassionati: in Italia si stimano circa 3,6 milioni di persone interessate al turismo a piedi, tra chi lo pratica già e chi vorrebbe farlo. I percorsi più frequentati restano quelli ormai diventati veri e propri “classici”: in testa c’è la Via degli Dei, l’itinerario tra Bologna e Firenze, percorsa dal 28% dei camminatori, seguita dalla Via Francigena, che raccoglie circa l’8% dei viaggiatori. Si tratta di cammini accessibili, ben segnalati e dotati di una rete di accoglienza consolidata, elementi che spiegano la loro popolarità rispetto a itinerari più recenti o meno strutturati.

Dal dossier è possibile ricavare anche una sorta di identikit del camminatore, un profilo sempre più vario e trasversale. L’età media si colloca tra i 40 e i 60 anni, ma cresce con decisione la presenza degli under 30, segno che i cammini stanno attirando anche le generazioni più giovani. Dal punto di vista del genere, le donne sono leggermente in maggioranza: rappresentano il 51% dei camminatori, contro il 49% degli uomini. La maggior parte dei camminatori è italiana, ma aumenta la presenza straniera, che ha raggiunto il 18% del totale, soprattutto da Germania, Francia e Stati Uniti, mentre l’esperienza tipica dura tra i tre e i sette giorni, con un numero crescente di persone che percorre interi itinerari a tappe. Per il pernottamento si scelgono soprattutto agriturismi, B&B e strutture religiose, mentre le motivazioni principali restano la ricerca di natura, benessere, cultura e spiritualità.

Il dato che dovrebbe far ragionare è che in Spagna, nel solo e celeberrimo cammino di Santiago, i pellegrini nel 2024 sono stati 300mila. Ma il nostro Paese, con la sua biodiversità da record, cibi deliziosi declinati Regione per Regione e spettacoli naturali mozzafiato, deve solo raccontarsi al mondo, per fare in modo che i suoi sentieri diventino un’alternativa credibile alle mete sovraffollate e alle rotte già consumate dal turismo di massa. Per ora c’è un piccolo sentiero, percorso col passo incerto, che però potrebbe diventare una vera e propria strada per il futuro del turismo italiano, che potrebbe passare sempre meno da grandi eventi e mega strutture, per scegliere sentieri silenziosi, zaino in spalla e passi lenti.