sabato 10 Gennaio 2026
Home Blog Pagina 8

Trump, imperialismo senza freni: vuole anche Cuba, Colombia e Groenlandia

1

«L’America può proiettare la propria volontà ovunque, in qualsiasi momento». La frase pronunciata dal capo del Pentagono Pete Hegseth il 3 gennaio in conferenza stampa fotografa senza ambiguità il nuovo corso dell’imperialismo trumpiano. Il Venezuela non è un’eccezione, ma un ritorno all’origine: la riaffermazione della dottrina Monroe in versione aggiornata: “Le Americhe agli americani” diventa un principio operativo che ridefinisce l’America Latina come “cortile di casa”, spazio naturale di influenza e intervento di Washington. In questo quadro, la cattura di Maduro assume un valore soprattutto simbolico, mentre l’asse della pressione si sposta anche su Cuba e Colombia. A questi si aggiunge la Groenlandia, rivendicata da Trump come necessità strategica per la sicurezza USA, nonostante il secco no di Copenaghen.

A fare da megafono alle ambizioni neoimperialiste di Washington è Marco Rubio che ha difeso l’operazione in Venezuela chiarendo che: «Questo è il nostro emisfero». Parole che demarcano la politica muscolare della Casa Bianca ed evocano una memoria storica tutt’altro che sepolta. Il linguaggio dell’“amministrazione temporanea”, già ascoltato a Panama e poi in Iraq, oggi viene riproposto in forma quasi identica con Caracas, confermando come la promessa di gestione responsabile si traduca spesso in puro dominio. E proprio nelle ultime ore, il Segretario di Stato, figlio di emigranti controrivoluzionari cubani, durante una intervista alla NBC, ha parlato apertamente di “preoccupazione” per i vertici dell’Avana, lasciando intendere scenari di regime change, affermando che il governo cubano «è un enorme problema» ed è «in grossi guai». «Non penso che sia un mistero il fatto che non siamo dei grandi fan del regime cubano», ha ricordato Rubio.

L’attacco frontale più netto è, però, quello contro la Colombia. Trump ha accusato il governo di Bogotá di non affrontare adeguatamente il narcotraffico e ha lasciato intendere possibili misure severe, includendo la minaccia di intervento militare. Vittima degli strali è il presidente Gustavo Petro, che secondo il tycoon «produce cocaina, la manda negli Stati Uniti, quindi stia attento a non farsi beccare». Petro ha respinto le accuse su X, definendole infondate e strumentali, ha rivendicato la sovranità della Colombia e avvertito che il suo Paese non accetterà pressioni, minacce o ingerenze esterne. Anche il Messico è finito nel mirino di Washington: «Dobbiamo fare qualcosa con il Messico, il Messico deve darsi una regolata» ha dichiarato Trump sull’aereo presidenziale. In una intervista a Fox News, il tycoon ha sostenuto che la presidente messicana Claudia Sheinbaum non stia realmente governando il suo Paese, ma che siano invece i cartelli della droga a controllare la nazione: «Quindi dobbiamo fare qualcosa», ha concluso Trump.

Dopo aver rilanciato le minacce in America Latina, Trump ha posto al centro dell’agenda anche la Groenlandia, definendola “necessaria” agli Stati Uniti: «Abbiamo bisogno della Groenlandia dal punto di vista della sicurezza nazionale, e la Danimarca non sarà in grado di occuparsene». Il presidente USA ha collegato la posizione artica del territorio alla crescente presenza di navi russe e cinesi, sostenendo che Washington deve avere un ruolo maggiore nel controllo dell’isola autonoma e che ciò sarebbe anche nell’interesse europeo: «L’UE ha bisogno che noi abbiamo la Groenlandia». In un’intervista all’Atlantic, il presidente ha ribadito che l’obiettivo è «Prendere il controllo fino a quando non ci sarà una transizione ordinata». Le tensioni sono aumentate dopo un post della podcaster Katie Miller, moglie di Stephen Miller, uno dei più stretti collaboratori di Trump, che ha pubblicato un’immagine della Groenlandia coperta dalla bandiera USA con la scritta «Presto». La reazione di Copenaghen è stata netta: la premier danese Mette Frederiksen ha respinto al mittente ogni ipotesi di annessione o di minacce, affermando che gli Stati Uniti non hanno alcun diritto di prendere il controllo della Groenlandia e invitando Washington a cessare ogni pressione su un alleato storico.

Dalle Ande all’Artico emerge una strategia coerente di Washington: colpire i governi non allineati, ridisegnare rapporti di forza e imporre interessi strategici in nome della sicurezza. È un neoimperialismo senza freni, che cambia linguaggio rispetto al passato ma non natura, mentre guerra e violazione della sovranità rimangono prassi ordinaria.

Il telescopio spaziale James Webb ha rilevato la supernova più antica mai osservata

1
universo

Quando la luce di quella stella è partita, l’Universo aveva appena 730 milioni di anni. Oggi, dopo un viaggio durato oltre 13 miliardi di anni, è arrivata fino a noi grazie al James Webb Space Telescope, che ha identificato la supernova più antica e distante mai osservata. È una scoperta che permette per la prima volta di studiare la morte esplosiva di una stella in un’epoca in cui il cosmo era ancora giovane, immerso nella fase detta “reionizzazione”, quando le prime galassie stavano iniziando a illuminare lo spazio.
La storia dell’osservazione inizia il 14 marzo 2025, quando un breve ma pote...

Questo è un articolo di approfondimento riservato ai nostri abbonati.
Scegli l'abbonamento che preferisci 
(al costo di un caffè la settimana) e prosegui con la lettura dell'articolo.

Se sei già abbonato effettua l'accesso qui sotto o utilizza il pulsante "accedi" in alto a destra.

ABBONATI / SOSTIENI

L'Indipendente non ha alcuna pubblicità né riceve alcun contributo pubblico. E nemmeno alcun contatto con partiti politici. Esiste solo grazie ai suoi abbonati. Solo così possiamo garantire ai nostri lettori un'informazione veramente libera, imparziale ma soprattutto senza padroni.
Grazie se vorrai aiutarci in questo progetto ambizioso.

Domenica al museo: 213mila visitatori

0

213mila persone hanno usufruito oggi dell’ingresso gratuito nei musei, gallerie e parchi archeologici statali nella prima domenica del mese. In base ai primi dati disponibili, il sito più scelto è risultato essere il complesso del Pantheon – Basilica di Santa Maria ad Martyres con 15mila visite, seguito dal Parco archeologico del Colosseo (13,9mila visite) e dalle Gallerie degli Uffizi (11,4mila visite).

Meloni come Netanyahu e Milei: appoggia il rapimento di Maduro per compiacere Trump

3

Subito dopo il rapimento del presidente venezuelano Nicolas Maduro ad opera degli Stati Uniti, è iniziato il gioco di equilibrismi da parte delle cancellerie di tutto il mondo, chiamate a destreggiarsi tra (il fu) diritto internazionale e la realpolitik. Se da Cina e Russia è arrivata una condanna netta, gli alleati argentini e israeliani non hanno perso tempo per congratularsi col presidente americano Donald Trump. L’Unione europea, così come la maggior parte degli Stati membri, ha tentato di celare la soddisfazione per la caduta di Maduro con un generico invito al rispetto delle norme internazionali. A sfilarsi dal fronte della cautela è stata l’Italia, col governo Meloni che, pur non reputando «l’azione militare esterna la strada da percorrere per mettere fine ai regimi totalitari», «considera al contempo legittimo un intervento di natura difensiva contro attacchi ibridi alla propria sicurezza, come nel caso di entità statuali che alimentano e favoriscono il narcotraffico».

Le conseguenze della discrezionalità nel definire attacchi alla propria sicurezza e fare ricorso all’etichetta del terrorismo sono evidenti nella storia recente, trovando proprio negli Stati Uniti un protagonista in negativo, con aggressioni sparse tra Iraq, Afghanistan e ora Venezuela. «La violazione del diritto internazionale» da parte di Washington crea in tal senso «un pericoloso precedente», come sottolinea il segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres. Il Consiglio di Sicurezza dell’ONU si riunirà domani, 5 gennaio, per discutere dell’aggressione militare USA ai danni del Venezuela, che aveva fatto appello alla massima organizzazione internazionale.

Russia, Iran e Cina hanno condannato l’incursione americana. Ha fatto eco Cuba, che nel Venezuela aveva trovato un alleato decennale contro l’embargo di Washington. Sul versante opposto si sono posizionati Argentina e Israele, con elogi a Trump. Benjamin Netanyahu ha parlato di una «leadership coraggiosa e storica a favore della libertà e della giustizia», mentre Javier Milei ha commentato con un: «Viva la libertà!».

Reazioni più caute si sono registrate nel Vecchio Continente, dove si è cercato di mascherare la soddisfazione per la cattura di Maduro attraverso giri di parole e richiami generici al diritto internazionale. «Siamo al fianco del popolo venezuelano e sosteniamo una transizione pacifica e democratica. Qualsiasi soluzione deve rispettare il diritto internazionale e la Carta delle Nazioni Unite», ha scritto la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, glissando sull’aggressione militare USA. Sulla stessa lunghezza d’onda Kaja Kallas, a capo degli affari esteri dell’UE, e diversi Paesi membri, tra cui Germania e Francia, cui ha fatto eco il Regno Unito. Se la Spagna ha fatto sapere di non riconoscere l’intervento USA in Venezuela, l’Italia lo ha legittimato, considerandolo «un intervento di natura difensiva contro attacchi ibridi alla propria sicurezza.

Il governo Meloni conferma così il suo allineamento fideistico all’amministrazione Trump, un’entità, a quanto pare, al di sopra del diritto per Palazzo Chigi. La vicinanza italiana alla causa statunitense era emersa già durante la guerra dei dazi intrapresa da Washington e ancora prima con l’aumento delle spese militari e delle importazioni di gas liquido americano a prezzi elevati. Trump ha trovato in Europa, con l’Italia, l’equivalente dell’avamposto israeliano in Medio Oriente e argentino in America Latina. Se è chiaro però che Netanyahu tragga da Washington legittimazione e permessi per la sua condotta criminale e Milei un sostegno economico in grado di tenere in piedi le sue disastrose politiche neoliberiste, resta da scoprire cosa cerchi o abbia ottenuto il governo dei “sovranisti” in cambio della sua fedeltà a stelle e strisce.

Incendio Crans-Montana: identificate 6 vittime italiane

0

L’incendio scoppiato a Capodanno in un locale svizzero, a Crans-Montana, ha provocato oltre un centinaio di feriti e 40 morti. Alle operazioni di soccorso si sono affiancate quelle per l’identificazione delle vittime, che hanno portato al riconoscimento di 6 ragazzi italiani (cinque sedicenni e una quindicenne), come confermato dal ministro degli Esteri Antonio Tajani. «Esistono le disgrazie, ma questa è stata una tragedia evitabile», ha commentato Riccardo Minghetti, l’ambasciatore italiano in Svizzera.

 

 

Siria, attacco UK-Francia contro postazioni ISIS

0

Le aviazioni britannica e francese hanno effettuato un attacco congiunto su una struttura sotterranea in un’area montuosa a nord di Palmira, in Siria. Secondo una nota del ministero della Difesa britannico, il complesso di gallerie sarebbe stato usato dall’ISIS come deposito di armi ed esplosivi. A Palmira, il 13 dicembre scorso, dei militari statunitensi e siriani erano caduti in un’imboscata dello Stato Islamico, con un bilancio di tre morti e diversi feriti.

Tentato golpe in Venezuela: cosa succederà ora?

4
El Presidente salvadoreño Salvador Sánchez Cerén inauguró esta mañana en San Salvador la reunión extraordinaria de cancilleres de paises miembros de la CELAC. Este encuentro tiene como único punto la búsqueda de una solución a la situación venezolana.

L’incursione statunitense che la scorsa notte ha portato al rapimento del presidente venezuelano Nicolas Maduro e all’uccisione di almeno 40 persone non si è conclusa con la capitolazione del Paese e del popolo chavista. Se è vero che la risposta popolare al tentato golpe USA non è paragonabile a quella che nel 2002 fermò il colpo di stato contro l’allora presidente Hugo Chávez, è altrettanto vero che il sentimento antimperialista ha restituito, almeno per il momento, una saldatura con l’apparato istituzionale. La Corte Suprema del Venezuela ha ordinato alla vicepresidente Delcy Rodríguez di assumere ad interim la presidenza. Si aprono ora diversi scenari, che vanno dalle elezioni anticipate all’ascesa, attraverso il voto o la violenza, delle opposizioni. Non si esclude il golpe nel golpe da parte dell’apparato militare, un’ipotesi che prende quota di fronte alle minacce del presidente USA Donald Trump. Quest’ultimo ha dichiarato l’occupazione del Paese affermando che sul territorio non saranno inviati soldati americani «se la vicepresidente farà ciò che vogliamo».

Nel primo discorso alla tv di Stato dopo il rapimento di Nicolás Maduro, Delcy Rodríguez ha posto l’accento sulla mobilitazione del popolo e delle forze nazionali di fronte all’attacco statunitense. La vicepresidente ha poi citato l’eroe nazionale Simón Bolivar: «Il velo si è strappato, abbiamo già visto la luce e vogliono riportarci nelle tenebre. Le catene sono state spezzate, siamo già stati liberi e i nostri nemici vogliono nuovamente renderci schiavi. Il Venezuela non tornerà mai più ad essere una colonia».

«Qui c’è un solo presidente e si chiama Nicolás Maduro», ha detto Rodríguez, chiedendone il rilascio immediato. Anche la Corte Suprema del Venezuela, nell’ordinare a Rodríguez di assumere la presidenza ad interim, non ha dichiarato definitivamente caduto Maduro, che al momento resta in custodia negli Stati Uniti. Di fronte all’impedimento temporaneo del presidente, il suo sostituto governa fino a 90 giorni, prorogabili fino a 6 mesi dall’Assemblea Nazionale, prima delle elezioni anticipate. Se invece l’impedimento di Maduro divenisse definitivo, il tempo per organizzare il voto scenderebbe a 30 giorni.

Nel frattempo, l’opposizione guidata da María Corina Machado scalpita e preme per «una transizione sicura». Pesa però la sonora bocciatura di Donald Trump, che evidentemente non ha ancora buttato giù la perdita del premio Nobel per la Pace proprio a favore di Machado. Quest’ultima, secondo il presidente USA, «non ha il sostegno o il rispetto per guidare il Venezuela». Le prossime ore saranno cruciali per capire se le opposizioni sceglieranno la strada della violenza per imporre il proprio status quo e superare la stagione chavista.

Quest’ultimo obiettivo è chiaro nei piani dell’amministrazione Trump, che punta ad esempio a smantellare le nazionalizzazioni di Chávez a favore delle industrie private americane, soprattutto del petrolio. «Governeremo il Paese finché non saremo in grado di realizzare una transizione sicura, adeguata e giudiziosa», ha detto Trump, annunciando di fatto l’occupazione del Paese. Di fronte a questo scenario non si esclude che i funzionari governativi venezuelani possano organizzare un golpe nel golpe, guidato dal ministro della Difesa Vladimir Padrino López.

Sovraffollamento, suicidi e diritti negati: il 2025 nero delle carceri italiane

0

Il sistema penitenziario italiano chiude il 2025 in una condizione di crisi profonda e crescente, caratterizzata da un sovraffollamento record, condizioni di detenzione spesso indegne e un tragico bilancio di suicidi dietro le sbarre. Lo attesta l’analisi riassuntiva sul 2025 pubblicata dall’associazione Antigone, in cui si dipinge un quadro drammatico. Il quadro complessivo restituisce infatti l’idea di un sistema che non assolve con efficacia alla funzione di reinserimento e che, anzi, amplifica sofferenze e fragilità. In questo contesto cresce la pressione su personale e servizi, mentre le proposte di riforma sembrano trovare scarsa attenzione nelle sedi politiche e amministrative.

I numeri testimoniano un’emergenza strutturale. Alla fine di novembre 2025 nelle carceri italiane erano detenute 63.868 persone, quasi 2.000 in più rispetto a un anno fa. Questo incremento, pari a oltre 180 persone in più ogni mese, avviene in un contesto paradossale: la capienza effettiva del sistema è infatti scesa a soli 46.124 posti, 700 in meno rispetto all’inizio dell’anno. Il risultato è un deficit di quasi 18.000 posti e un tasso di sovraffollamento nazionale che ha raggiunto il 138,5%, con 72 istituti oltre la soglia critica del 150% e punte spaventose. «A Lucca il tasso di affollamento è del 247%, a Vigevano del 243%, a Milano San Vittore del 231%, a Brescia Canton Mombello del 216%, a Foggia del 215%, a Lodi del 211%, a Udine del 209%, a Trieste del 201%», evidenzia l’associazione.

Questo affollamento estremo si traduce in violazioni quotidiane della dignità dei detenuti. «Nel 42,9% delle 120 carceri visitate, e delle 71 schede di cui sono già stati elaborati i dati – prosegue l’analisi – non sono garantiti i 3 metri quadrati di spazio vitale per persona». Le carenze strutturali sono pervasive: nel 10% degli istituti il riscaldamento non era sempre funzionante, nel 45,1% si riscontravano problemi con l’acqua calda o condizioni igieniche inadeguate, e oltre la metà delle carceri (56,3%) presenta ancora celle prive di doccia, nonostante il regolamento del 2000 ne preveda l’obbligatorietà. Vengono meno anche gli spazi fondamentali per un trattamento rieducativo: in un’alta percentuale di istituti mancano locali per la socialità, per la scuola e per le attività lavorative.

L’associazione, statistiche alla mano, sottolinea con forza come questa deriva non sia giustificata da un’impennata della criminalità. «Nel primo semestre del 2025 i reati denunciati – argomenta – sono stati 1.140.825, contro i 1.199.072 dello stesso periodo dell’anno precedente, con una diminuzione del 4,8%». Secondo Antigone «a crescere non è dunque la criminalità, ma l’uso della detenzione come risposta quasi esclusiva ai conflitti sociali, alle fragilità e alle marginalità». Una tendenza considerata ancor più allarmante nel circuito minorile, dove il cosiddetto Decreto Caivano ha provocato un forte aumento dei giovani detenuti, «svuotando progressivamente della sua funzione educativa» il circuito.

Antigone si concentra poi sulla sofferenza psichica e i tanti eventi critici che, almeno in parte, deriverebbero da questo problematico contesto. Negli istituti visitati si registrano in media 16,7 atti di autolesionismo ogni 100 detenuti, 2,6 tentati suicidi e 16,4 isolamenti disciplinari ogni 100 persone. Il dato più drammatico resta quello delle morti: nel 2025 si sono contati 238 decessi in carcere, di cui 79 suicidi. La gestione del disagio appare spesso affidata alla medicalizzazione: dalle visite è emerso che l’8,9% dei detenuti aveva una diagnosi psichiatrica grave, il 20% assumeva stabilizzanti dell’umore o antipsicotici e il 44,4% faceva uso di sedativi. «Gli psicofarmaci continuano a rappresentare uno degli strumenti principali di gestione dell’ordine interno e del disagio sociale, spesso in assenza di reali necessità e percorsi terapeutici e di supporto».

In questo scenario, ogni prospettiva di reinserimento sociale viene meno. Lavora appena il 30% dei detenuti, prevalentemente per l’amministrazione stessa, mentre solo una minima parte ha accesso a percorsi formativi o educativi significativi. Eppure, il 38% della popolazione detenuta ha una pena residua inferiore ai tre anni e potrebbe accedere a misure alternative, strumenti che riducono la recidiva e che oggi rimangono sottoutilizzati.

Di fronte a tale spaccato, Antigone ha lanciato a novembre la campagna “Inumane e degradanti. Il carcere italiano è fuori dalla legalità costituzionale”, con cui si chiedono misure deflattive immediate, come clemenza e un ampliamento significativo delle misure alternative, per raggiungere l’obiettivo «zero sovraffollamento». Si propone inoltre di consentire telefonate quotidiane e di dare piena attuazione al diritto all’affettività. Secondo Antigone, è necessario un cambio di passo verso la modernizzazione: approvando un nuovo regolamento, installando telecamere negli spazi comuni e garantendo trasparenza su morti e suicidi. Altri pilastri sono il ritorno al sistema delle celle aperte per almeno otto ore al giorno, l’abolizione dell’isolamento disciplinare per i minori e la sua drastica riduzione per gli adulti, nonché un piano straordinario di assunzioni di personale qualificato. Trovano spazio anche le richieste di abrogazione di norme ritenute dannose, come il reato di «rivolta penitenziaria» e il cosiddetto «decreto Caivano», accusato di aver «distrutto il sistema della giustizia minorile».

Le idee di domani

0

Di quali idee abbiamo bisogno nel 2026? Quali si faranno strada? Ho sfogliato Les idées de demain, di Philosophie, una importante iniziativa editoriale che esce in Francia e che mi ha spinto a interrogarmi.

Pensare senza confini. Le crescenti diseguaglianze e insieme le nuove aggregazioni geopolitiche ridisegnano i confini: non più frontiere geografiche, nazionali ma limiti interni ad esempio tra povertà e opulenza, tra fame e sprechi alimentari, tra élites sempre piú variegate e ceti medi culturalmente abitudinari e ridotti all’angolo.

All’orizzonte si prospetta una qualche migrazione verso destra di sentimenti libertari. Ma con una notevole curvatura. A destra, il libertarismo, la connotazione anarchica andrebbe a sfociare nell’ illimitata fiducia nelle tecnologie usando anche toni apocalittici. Se il libertario ‘classico’ si misura con la riduzione del potere ad oppressione, a destra l’assenza di potere politico finisce per determinare la fine di tutto, un oltre nichilista, generatore di ansia, di tensione irrazionale. A destra, insomma, si continua a sfidare il destino più che i potenti. Il che non significa però preferire automaticamente la sinistra…

La fuga dai controlli stringenti, l’affermazione del proprio Sé, la convinzione, come sosteneva Dostoevskij nelle Memorie del sottosuolo, che «la cosa più importante e più cara è la nostra personalità», rimane un’idea base della modernità, non l’ individualismo ma la piena coscienza di sé, quella che ci fa amare la verità come strada maestra per non perdersi.

Programma difficile in questa società concentrazionaria che relega gli anziani nelle RSA interrompendo di fatto la circolazione intergenerazionale, la continuità di valori.

Una volta si parlava di società dello spettacolo, magari!, ora direi che viviamo assediati dalla digitalizzazione, rendendo analfabeta una quota di soggetti che vengono obbligati a sopravvivere ai propri ricordi e necessitano di intermediari.

E ancora: la libertà consiste nell’esaurire tutte le possibilità che ci offrono le dimensioni naturale e umana o sì deve andare oltre impegnandosi in sfide estreme mediante le tecnologie, l’IA, i sistemi economici spietati?

Un capitalismo nemmeno più liberale in senso stretto che punta all’accaparramento indiscriminato delle risorse della terra.

E le ambizioni utopistiche? Ad esempio, una scelta di fuga lontana, tipo Walden di Thoreau, o Le vie dei canti di Chatwin rappresenta una forma radicale di rifiuto della civiltà economicista, capitalistica o è anche la preparazione di una nuova élite, la germinazione di una autenticità rivoluzionaria che vuole fare piazza pulita delle convenzioni?

Secondo Platone esiste un mondo delle idee abitato da forme immutabili che poi si traducono ogni volta nella realtà in modo approssimativo e imperfetto. L’esperienza è dunque in qualche modo una perdita, un adattamento, una messa in gioco di parvenze, la verità resta sempre un po’ lontana.

Gilles Deleuze ha sostenuto invece che i concetti, le idee, bisogna crearli all’occasione osservando e prefigurando.

Ad esempio, una delle spinte ideali più forte è di natura antropologica: l’interesse da riservare ai popoli autoctoni, originari. Altrimenti qualsiasi concettualizzazione va a riguardare soltanto lo sviluppo economico e la sua sostenibilità.

Dobbiamo invece diventare amministratori della diversità etnica, valorizzare le varietà del mondo dei viventi. E quindi imparare anche dalle tradizioni remote.

La pace vera comincia da lì: nel 2026 si deve rafforzare il diritto di cittadinanza, deve cessare la logica delle appropriazioni territoriali che ha segnato le guerre del Novecento e che sta martoriando interi popoli.

Ciascuno di noi deve incaricarsi di un compito estremo. Rifiutare o accettare la logica dello scontro che cosa vuol dire?

Semplicemente una cosa: i governi costituiti, anche democratici, mal tollerano le forme di dissenso, anche quelle senza tratti violenti, poi però investono nel riarmo, si inventano nemici, sempre con la teoria delle zone di influenza o delle potenziali minacce.

Ci vogliono dare la guerra in cambio della sicurezza interna. Questo meccanismo va svelato, combattuto. I conflitti sociali, anche duri, devono tradursi in nuova materia legislativa.

Un’idea per il 2026? Ricominciare a governare, a fornire servizi, a ridurre le sofferenze derivanti dalle diseguaglianze, e a fare politica, iniziando dai microcosmi in cui ci troviamo a vivere: mettendoli in confronto, rendendoci disponibili prima di tutto ad ascoltare e a prendere chiaramente posizione.

Russia-Ucraina, attacchi incrociati con droni nella notte

0

L’esercito russo e quello ucraino continuano a colpire i rispettivi territori con l’utilizzo di droni. L’aeronautica ucraina ha riferito che Mosca ha lanciato nella notte 95 velivoli senza pilota, di cui 80 sarebbero stati abbattuti o neutralizzati; circa 60 erano droni Shahed. Quindici UAV hanno colpito otto località, mentre frammenti di droni intercettati sono caduti in altre due. A Kiev e in diverse regioni è scattata l’allerta aerea per il rischio di missili balistici. Parallelamente, il ministero della Difesa russo ha dichiarato di aver intercettato e distrutto 64 droni ucraini in varie regioni della Federazione, inclusa l’area di Mosca.