L’embargo petrolifero degli Stati Uniti su Cuba sta aggravando una profonda crisi energetica che investe l’intera vita quotidiana dell’isola. A causa delle sanzioni e delle pressioni sui Paesi fornitori, le riserve di carburante sono quasi esaurite. Le autorità hanno annunciato che gli aeroporti non potranno rifornire jet fuel almeno fino all’11 marzo, provocando la sospensione di numerosi voli internazionali, tra cui quelli di Air Canada. Altre compagnie ricorrono a scali tecnici all’estero. La crisi colpisce duramente il turismo e i servizi pubblici, dai trasporti alle scuole.
Francia: 12 mila soldati per tre mesi simuleranno una “guerra ad alta intensità”
Si tratta della più grande operazione francese per il combattimento ad alta intensità – ovvero uno scontro caratterizzato da un impiego massiccio di mezzi e uomini, armi pesanti e tecnologie avanzate. Nella sola fase iniziale, quella «dinamica», occuperà per tre settimane i cieli sopra la costa atlantica del Paese. La durata totale, invece, sarà di ben tre mesi. Lo scopo: dimostrare la «competenza» dell’esercito francese nel settore aereo e dimostrare la sua capacità di «impegnarsi in prima linea» in una guerra «ad alta intensità». L’operazione Orion 26, che ha preso il via la scorsa domenica 8 febbraio, oltre ad una esercitazione rappresenta una vera e propria dimostrazione di forza da parte della Francia che, come altre nazioni europee, sta investendo sempre più nel proprio apparato bellico per prepararsi a un ipotetico nuovo conflitto.
La prima fase, che si concluderà il 1° marzo prossimo, riguarderà dunque le operazioni aeree e metterà in campo 1500 aviatori. Il ministero delle Forze Armate spiega che «Orion 26 rafforzerà la conduzione di un’operazione aerea complessa, mobilitando molteplici settori di competenza, garantendo al contempo la protezione del territorio nazionale da tutte le minacce esterne». Le operazioni, che termineranno il 30 aprile e coinvolgeranno anche mezzi navali e terrestri, coinvolgeranno in tutto 12.500 soldati. Le simulazioni riguarderanno un ipotetico conflitto scatenato da un Paese con mire espansionistiche che cerca di destabilizzarne uno vicino per mantenere la propria sfera di influenza, con una escalation che vede coinvolti anche vari tipi di attacchi ibridi.
Le operazioni di Parigi non si muovono in un contesto isolato: negli ultimi anni, tutti gli Stati europei stanno, in un modo o nell’altro, investendo risorse e fondi nel settore bellico. L’isteria prebellica (incendiata da dichiarazioni come quella di Mark Rutte, segretario della NATO, secondo il quale la Russia potrebbe attaccare l’Alleanza nei prossimi cinque anni) ha portato i 32 Paesi membri ad accordarsi su di un incremento delle capacità nazionali della Difesa pari al 3,5% del PIL, cui aggiungere un discrezionale 1,5% in investimenti correlati. Così, mentre tutti gli Stati tagliano risorse al welfare per incrementare la propria produzione di armamenti, in Norvegia si riattivano i bunker della Guerra Fredda, nelle scuole tedesche si educano i bambini alla “resilienza” e il Regno Unito lavora a esercitazioni di protezione della popolazione, mentre sempre più marchi di produzione di automobili stanno avviando la riconversione dei propri stabilimenti a impianti di produzione di materiale bellico (complice anche la crisi dell’auto attuale). In questo contesto, sul piano del dibattito pubblico la discussione sulla preparazione ad una eventuale guerra viene del tutto normalizzata e qualsiasi tentativo di dibattito democratico per sottolinearne costi e conseguenze viene liquidato.
Repubblica in sciopero per la vendita di GEDI: giornale fermo due giorni
Il comitato di redazione di Repubblica ha annunciato che il quotidiano non è uscito in edicola martedì 10 febbraio e non uscirà nemmeno mercoledì 11 febbraio a causa di un’assemblea dei giornalisti e di uno sciopero deciso al termine dell’incontro. Anche il sito non sarà aggiornato fino alle 7 di mercoledì. La protesta riguarda le trattative per la vendita del gruppo GEDI da parte di Exor, della famiglia Agnelli-Elkann, in particolare l’ipotesi di cessione al gruppo greco Antenna. I giornalisti denunciano la mancanza di informazioni, di garanzie occupazionali e il rifiuto di John Elkann di incontrare i sindacati.
Ex Ilva, Commissione UE dà l’ok al prestito ponte
In Europa si moltiplicano i casi di licenziamento a causa degli Epstein Files
La eco del caso Epstein sta investendo tutta Europa, facendo moltiplicare i casi di licenziamento e dimissioni di politici e diplomatici. Una delle notizie più fresche riguarda la Norvegia, dove alle pubbliche scuse della principessa ereditaria Mette-Marit per la sua lunga corrispondenza con il finanziere è seguita la rimozione di Mona Juul, ambasciatrice in Giordania e Iraq. Tuttavia, il Paese dove le 3 milioni di pagine di documenti recentemente rilasciate stanno avendo maggiore effetto è il Regno Unito, dove i membri del personale ristretto del premier Starmer stanno lasciando il proprio incarico uno dopo l’altro: centrale a Londra è il caso di Peter Mandelson, ormai ex ambasciatore negli Stati Uniti coinvolto in un presunto caso di spionaggio che sta facendo traballare il governo. Dimissioni e licenziamenti sono arrivati anche in Svezia, in Slovacchia e in Francia, dove il nome più importante a venire diffuso è quello dell’ex ministro della cultura e dell’educazione Jack Lang.
Le defezioni nel personale diplomatico, politico e di gabinetto di tutta Europa a causa del caso Epstein stanno aumentando sempre di più. Domenica 8 febbraio, in Norvegia, è stata rimossa Mona Juul, diplomatica e moglie dell’ex collega Terje Rod-Larsen, noto per il suo ruolo di spicco nella stesura degli Accordi di Oslo tra Israele e Palestina. Juul è stata licenziata per i suoi stretti rapporti con Epstein, ma i media norvegesi vanno più affondo nella questione: secondo una notizia uscita sui giornali locali, poco prima di morire, Epstein avrebbe lasciato in eredità 10 milioni di euro ai figli di Juul e del marito; i quotidiani riportano la notizia senza rimandare alla fonte primaria. Spostandosi appena a est, in Svezia, si è dimessa Joanna Rubinstein, presidente della sezione svedese dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati. L’annuncio è arrivato dopo che è emersa una sua visita presso l’isola di Epstein condita da apprezzamenti sul posto; Rubinstein ha visitato l’isola nel 2012, 4 anni dopo la prima condanna al defunto finanziere pedofilo.
Una delle figure politiche più di spicco a lasciare il proprio incarico è Miroslav Lajčák, consigliere per la sicurezza nazionale della Slovacchia già ministro degli Esteri, ex Presidente dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, ed ex Alto Rappresentante per la Bosnia ed Erzegovina. Nel suo caso, a fare scandalo è stato uno scambio di messaggi con Epstein risalente al 2018 in cui il politico rilascia commenti su delle donne ignote con il finanziere; nella breve conversazione viene menzionato anche un incontro che l’allora ministro degli Esteri slovacco avrebbe dovuto tenere di lì a breve con il proprio omologo russo Lavrov; a questo scambio, si aggiunge una mail risalente al 2017 in cui Lajčák chiede a Epstein di dare una mano a un’amica nella promozione di un film.
Uno dei Paesi più importanti in cui le figure della politica interna sono state travolte dal caso Epstein è la Francia. Qui, Jack Lang, ex ministro della cultura e dell’educazione francese sotto la presidenza François Mitterrand si è dimesso dall’Institut du Monde Arabe, dopo che la procura francese ha aperto un’indagine su di lui e sua figlia Caroline per presunto riciclaggio aggravato di frode fiscale. Il sito di informazione francese Mediapart aveva precedentemente rilasciato un articolo in cui indagava sui presunti legami finanziari e commerciali tra la famiglia Lang e Jeffrey Epstein, menzionando la fondazione di una società offshore con sede nelle Isole Vergini americane, una delle quali proprio di proprietà di Epstein. Il medesimo sito riporta che Caroline Lang avrebbe dovuto ereditare una somma di 5 milioni di euro dal finanziere; L’Indipendente non è riuscito a verificare tali informazioni.
Il vero terremoto istituzionale, tuttavia, si è verificato nel Regno Unito. Qui, a parte il noto caso del Principe Andrea, accusato di reati sessuali, la destabilizzazione interna è stata innestata dal coinvolgimento di Peter Mandelson, ormai ex ambasciatore britannico negli USA. Il nome di Mandelson, figura storica del partito laburista, era già uscito fuori lo scorso settembre, quando – spiegano i media britannici – la prima tornata di mail pubblicate aveva mostrato che il diplomatico aveva mantenuto i suoi rapporti con Epstein anche dopo la condanna nel 2008. In quel periodo era stato rimosso dal suo incarico, e con il suo licenziamento erano arrivate anche le dimissioni di alcuni degli uomini dell’entourage di Starmer. Con la pubblicazione dei nuovi documenti, la procura londinese ha lanciato una indagine penale, secondo la quale Mandelson avrebbe condiviso informazioni sensibili con Epstein mentre ricopriva il ruolo di ministro per gli affari del governo nel 2009. Gli stessi media britannici riportano che il diplomatico e suo marito, Reinaldo Avila da Silva, avrebbero ricevuto trasferimenti di denaro per almeno 75.000 dollari. Domenica, il caso Mandelson ha costretto Morgan McSweeney, capo gabinetto del premier Starmer che aveva spinto per la sua nomina, a rassegnare le dimissioni; ieri, un altro abbandono, quello di Tim Allan, capo della comunicazione di Starmer. In seguito allo scandalo, il partito laburista scozzese ha chiesto le dimissioni di Starmer, che tuttavia ha trovato l’appoggio del gabinetto, riuscendo a tenere botta.
Ministero dell’Economia: alto dirigente indagato per insider trading
Stefano Di Stefano, alto dirigente del ministero dell’Economia e consigliere di amministrazione di Monte dei Paschi di Siena è indagato dalla procura di Milano per insider trading. Di preciso, Di Stefano è accusato di avere acquistato azioni di Mediobanca e di MPS per circa 100mila euro quando era ancora in corso l’operazione con cui MPS ha acquistato Mediobanca, utilizzando dunque le informazioni in suo possesso per speculare. L’accusa è stata formulata dopo che la Guardia di Finanza ha sequestrato il telefono di Di Stefano lo scorso novembre nell’ambito dell’inchiesta sull’acquisto di Mediobanca da parte di MPS, in cui il dirigente non era inizialmente coinvolto.
Case sfitte, biglietti invenduti: è scoppiata la bolla dei prezzi olimpici
Dopo picchi di prezzi da decine di migliaia di euro, la bolla dei costi degli alloggi per le Olimpiadi sembra definitivamente scoppiata. Nei mesi che hanno preceduto i giochi olimpici, in tanti hanno provato a scommettere sulla manifestazione gonfiando i prezzi a dismisura: secondo le ultime rilevazioni, a gennaio 2026 i prezzi medi degli affitti e degli alberghi nelle località interessate dagli eventi sono calati del 30%, con picchi negativi a Cortina, dove sono crollati del 75%. Complice, con ogni probabilità, il mancato raggiungimento delle aspettative nel flusso turistico: molti dei biglietti sono rimasti invenduti, mentre in località come Milano, il numero di case occupate destinate ad affitti brevi risulta il peggiore degli ultimi 10 anni. Non è l’unico dato che testimonia i risultati sotto gli auspici delle Olimpiadi, interessate anche dalla scarsa vendita dei biglietti che erano stati posti in vendita a prezzi folli, fino a quasi 9.000 euro l’uno per la cerimonia d’apertura.
A parlare chiaro sono i dati di un’indagine svolta da Altroconsumo, che attraverso una accurata analisi confronta tre diverse fasi temporali (estate-autunno 2025, dicembre 2025 e fine gennaio 2026) simulando un weekend per due persone nel corso delle settimane dei Giochi ed effettuando un paragone tra quei valori e un ordinario weekend di gennaio. Ciò che emerge è un quadro di notevole ridimensionamento, con il prezzo medio calcolato dall’organizzazione che passa da 1.874 euro (la rilevazione di dicembre) a 1.103 euro (rilevazione di fine gennaio). Il calo registrato si attesta dunque al 30% e, tra tutte le località, Cortina è quella che fa segnare una caduta estrema.
Nei mesi autunnali, Cortina aveva rappresentato il simbolo dei listini “astronomici”, con annunci pubblicitari che avevano toccato cifre altissime per settimane d’affitto). Ora, però, è tutto diverso: per un fine settimana olimpico si parla di cifre che si aggirano sui 500-600 euro; nelle misurazioni precedenti, le medesime soluzioni arrivavano a costare anche 5/6 volte tanto. A pochi giorni dall’avvio delle Olimpiadi, Milano registrava una domanda per affitti brevi inferiore alle attese, con una occupazione si ferma al 46%, molti alloggi ancora liberi e tariffe sensibilmente più basse rispetto a grandi eventi come il Salone del Mobile. Dai dati si può constatare come la situazione non sia uniforme: se in Valtellina il prezzo medio si è ridimensionato da quasi 1.700 euro a circa 720 euro, Val di Fiemme e Milano mostrano valori più contenuti (rispettivamente attorno a 453 euro e poco sopra i 300 euro rispettivamente), sebbene con aumenti significativi rispetto a un normale fine settimana. Insomma, mentre le aree montane hanno fatto registrare i rincari più palesi in origine, così come i ribassi più evidenti, la città meneghina ha visto una forbice più contenuta tra alberghi e piattaforme di affitto.
Ampliando la lente d’ingrandimento in ambiti che vanno oltre la sola questione del pernottamento, si colgono alcuni effetti collaterali, tra cui i rincari sui trasporti locali e voci di costo inattese. L’aumento dei biglietti per usufruire di alcune linee (ad esempio la tariffa “olimpica” introdotta su certe tratte) ha provocato episodi di forte clamore mediatico — come il caso del ragazzino di 11 anni fatto scendere da un autobus perché sprovvisto del nuovo biglietto da 10 euro — che hanno messo sotto i riflettori rincari non solo degli alloggi ma anche dei trasferimenti necessari per raggiungere le venue.
A pesare sul bilancio catastrofico dei Giochi è anche la voce dei ticket per le gare: se è vero che le cifre variano a seconda delle discipline (meno di 100 euro per due persone per hockey, biathlon, curling e sci di fondo, oltre 300 per sci acrobatico o lo short track, più di 550 per il pattinaggio di figura), alcune fasce di prezzo sono risultate proibitive, con cerimonie e pacchetti hospitality che hanno toccato cifre molto alte; così, a pochi giorni dall’inizio delle Olimpiadi, gli organizzatori hanno messo mano al lancio di promozioni last minute – come ad esempio il “2×1” o sconti riservati a determinate categorie – per poter riempire le migliaia di posti rimasti vuoti allo Stadio di San Siro. L’evidente risultato è dunque un mix di prezzi elevati su carta e vendite non corrispondenti alla domanda prevista.









