lunedì 30 Marzo 2026
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Giustizia: si dimette il sottosegretario Dalmastro. Bartolozzi in bilico

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Il Sottosegretario alla Giustizia Andrea Dalmastro Delle Vedove si è dimesso. L’annuncio di Dalmastro segue uno scandalo riguardante la costituzione di una società con una ragazza appena maggiorenne, figlia di Mario Caroccia, condannato in via definitiva come prestanome del clan camorristico Senese. Secondo ricostruzioni mediatiche, Dalmastro sarebbe stato ricevuto dal ministro della Giustizia Carlo Nordio assieme alla Capa di Gabinetto Giusi Bartolozzi; secondo varie indiscrezioni, anche Bartolozzi sarebbe sulla via delle dimissioni a causa della vittoria del No al referendum sulla magistratura.

La Russia dichiara guerra a Telegram per sostituirla con una chat di Stato

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Già da diverse settimane i cittadini russi hanno iniziato a riscontrare massicci disservizi nell’utilizzo della piattaforma Telegram. Non si tratta di semplici problemi tecnici, ma di un’operazione coordinata dal regolatore statale delle comunicazioni. Quello che per anni è stato il “porto sicuro” della dissidenza, dell’informazione indipendente e persino della comunicazione istituzionale e militare russa potrebbe presto diventare un ricordo. La Federazione Russa avrebbe infatti avviato le procedure per l’eliminazione di Telegram dal proprio spazio cibernetico. Secondo le ultime dichiarazioni ufficiali rilasciate da Roskomnadzor (Servizio federale per la supervisione delle comunicazioni, della tecnologia dell’informazione e dei mass media), l’app sarebbe colpevole di violazioni sistematiche della legislazione russa sulla conservazione dei dati e sulla cooperazione con le autorità inquirenti in materia di reati gravi, come il terrorismo.

Il governo ha da tempo implementato sofisticate tecniche di throttlingovvero il rallentamento intenzionale della velocità di connessione che rende l’invio di video e messaggi vocali quasi impossibile. Ma il blocco totale pare ormai imminente: diverse testate locali indicano la data del 1° aprile come il termine ultimo oltre il quale l’applicazione verrà completamente oscurata sul territorio nazionale. Con circa 100 milioni di utenti, Telegram (che funge anche da social network e piattaforma di informazione) è l’app di messaggistica più popolare della Russia. Quasi tutte le agenzie statali russe hanno canali Telegram, incluso il Cremlino, così come i politici dell’opposizione, i giornalisti indipendenti e i media non censurati. Telegram è utilizzata anche dai soldati russi per trasmettere le coordinate del campo di battaglia, tenere riunioni e parlare con le loro famiglie. Insomma, l’app è utilizzata da tutti, senza distinzioni

Tuttavia, l’attuale esigenza dello Stato di esercitare un controllo sui flussi informativi in un periodo di estrema tensione geopolitica sembra portare verso altre direzioni. La crittografia end-to-end e la natura decentralizzata della piattaforma sono state identificate come una minaccia alla sicurezza nazionale. L’obiettivo finale, però, non è il semplice oscuramento, ma la sostituzione. Sebbene la storia tra Russia e Telegram, e il suo fondatore Pavel Durov, non sia mai stata “rose e fiori”, gli attacchi più duri sono iniziati qualche mese fa, dopo la nascita di MAX, una “super-app” sviluppata dal colosso tech nazionale VK (Vkontakte). MAX è stata paragonata alla cinese WeChat, combinando social media e funzioni di messaggistica con accesso a un sistema di identità digitale, banche, pagamenti e servizi pubblici vari.

Il 4 giugno 2025, durante una riunione di governo, in risposta alla relazione del ministro dello Sviluppo Digitale, delle Comunicazioni e dei Mass Media della Federazione Russa, Maksut Shadayev, lo stesso Presidente Putin, rivolgendosi a tutti i ministri, ha detto: «Vi prego di tenere a mente e chiedervi di organizzare intenzionalmente il lavoro per sostenere l’applicazione russa, e per questo i servizi forniti da vari dipartimenti, istituzioni finanziarie e così via, dovrebbero essere trasferiti su questa piattaforma. Questo è estremamente importante». Alla fine del mese di giugno Putin ha poi firmato la legge approvata dalla Duma di Stato e dal Consiglio della federazione, sulla “Creazione di un servizio multifunzionale per lo scambio di informazioni”. Da settembre scorso, MAX è stata preinstallata su tutti i telefoni e i tablet venduti in Russia.

L’applicazione ovviamente non sarà obbligatoria ma non averla renderà la vita più complicata, per via di schemi e logiche che abbiamo già avuto modo di sperimentare nel recente passato di emergenza pandemica. Il destino di Telegram si inserisce in un quadro di desertificazione digitale già avviato. La prima vittima eccellente era stata WhatsApp, resa inaccessibile attraverso la rimozione dei suoi domini dai DNS nazionali dopo l’inclusione, nel 2022, della società madre, META, nella lista delle organizzazioni terroristiche ed estremiste. Se Telegram era riuscito a sopravvivere più a lungo grazie alla sua enorme popolarità tra i blogger patriottici e i corrispondenti di guerra, l’attuale stretta dimostra che nessuna eccezione è più concessa. Anche altre piattaforme minori e servizi di messaggistica criptata stranieri stanno subendo la stessa sorte, lasciando i cittadini russi con una scelta binaria: utilizzare i canali controllati dallo Stato o tentare via delle VPN, che a loro volta sono oggetto di una caccia tecnologica senza sosta da parte del Roskomnadzor.

L’eliminazione di Telegram rappresenta l’ultimo mattone di un muro digitale che separa la Russia dal resto del web globale, come già fatto da tempo dalla Cina. Mentre il governo giustifica queste misure con la necessità di combattere il terrorismo e le frodi informatiche, il risultato tangibile è la creazione di un ecosistema informativo a circuito chiuso. 

L’algoritmo di X sposta le opinioni politiche verso destra: lo dimostra uno studio di Nature

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X destra Nature politica

Bastano sette settimane su X per farci cambiare idea politica. Non è una teoria, ma il risultato di uno studio pubblicato su Nature: l’algoritmo della piattaforma orienta sistematicamente gli utenti verso posizioni più conservatrici, lasciando effetti che persistono anche dopo essere stato disattivato.

Lo studio è firmato da un team internazionale di ricercatori delle università di San Gallo, Zurigo, della Paris School of Economics e della Bocconi di Milano. Nell’estate del 2023 hanno reclutato 4.965 utenti americani attivi su X tramite la società di sondaggi YouGov, dividendoli in due gruppi: chi avrebbe usato il feed algoritmico – la sezione “Per te”, quella che mostra contenuti scelti dalla macchina – e chi avrebbe invece usato il feed cronologico, dove appaiono solo i post degli account seguiti, in ordine di tempo. Dopo averli seguiti per 7 settimane hanno effettuato un sondaggio sulle opinioni politiche.

Il punto metodologico che rende questo studio diverso da tutti i precedenti è cruciale: i ricercatori non hanno collaborato con X. Non hanno chiesto permessi, non hanno ricevuto dati interni e non hanno firmato accordi di riservatezza. Si sono limitati a sfruttare una funzionalità pubblica della piattaforma, quella di poter scegliere tra i due feed, trasformandola in un esperimento scientifico rigoroso. «Condurre lo studio in modo indipendente dalla piattaforma», scrivono gli autori, «aiuta ad affrontare le preoccupazioni di validità esterna» che affliggono le ricerche condotte in partnership con le aziende tech. In altre parole: nessuno poteva aggiustare i dati.

I risultati sono netti. Chi è passato dal feed cronologico a quello algoritmico era il 4,7% più propenso a dare priorità a temi tipicamente repubblicani come inflazione, immigrazione e criminalità. Era il 5,5% più propenso a ritenere le indagini penali su Trump inaccettabili. Era il 7,4% meno propenso ad avere una visione positiva di Zelensky. L’algoritmo non cambia la militanza partitica – chi si dichiarava democratico restava democratico – ma modifica le opinioni su questioni specifiche.

La scoperta più inquietante non sta nel quanto, bensì nel come. Quando i ricercatori hanno invertito l’esperimento – rimettendo il feed cronologico a chi aveva usato l’algoritmico – non è successo quasi nulla. Le opinioni non sono tornate quelle precedenti. Il meccanismo, spiegano gli autori, è semplice e brutale: l’algoritmo porta gli utenti a seguire account di attivisti politici conservatori. E quegli account continuano ad essere seguiti anche quando l’algoritmo viene spento. Non è una “camera d’eco”, funziona come un imprinting: una volta avvenuto, è difficile da invertire.

L’algoritmo di X, emerge dallo studio, promuove attivamente i contenuti conservatori, con una probabilità del 19,9% superiore rispetto al feed cronologico, e gli attivisti politici con una percentuale del 27%; penalizza invece i media tradizionali, i cui post compaiono il 58% meno spesso. E non si tratta di una novità dell’era Musk: uno studio del 2021 aveva già documentato che Twitter privilegiava i contenuti di destra fin dal 2016, quando l’algoritmo fu introdotto per la prima volta, con una proprietà completamente diversa.

Vale la pena ricordare che giovani e adulti ormai utilizzano i social media come fonte primaria di notizie: che l’algoritmo di X non sia neutro non è una sorpresa per molti, ma che ora lo dimostri uno studio su Nature, condotto in piena autonomia e con un campione di quasi cinquemila persone, è un’altra cosa.

La macchina non ci sta solo mostrando quello che vogliamo vedere. Sta provando a scegliere per noi. E lo fa così lentamente, così metodicamente, che quando smette di farlo, abbiamo già imparato la lezione.

La NASA annuncia la costruzione di una base lunare da 20 miliardi

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La NASA ha annunciato che costruirà una base da 20 miliardi di dollari sulla superficie lunare. La base verrà costruita nei prossimi sette anni, e sostituirà il programma Gateway, che prevedeva la costruzione di una stazione spaziale nell’orbita lunare. La Lunar Gateway era stata progettata per stazionare nell’orbita della Luna, fungendo sia da piattaforma di ricerca che da stazione di trasferimento che gli astronauti avrebbero utilizzato per salire a bordo dei moduli lunari prima di scendere sulla superficie del satellite. La struttura, già parzialmente costruita, dovrà ora venire riadattata per i nuovi obiettivi.

“Non vogliamo criminali israeliani”: a Salerno scatta la protesta contro Ofer Winter

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Dal 31 marzo al 9 aprile Ofer Winter sarà in Italia, precisamente a Capaccio Paestum, in provincia di Salerno. Ofer Winter, oltre a essere un esponente dell’ultranazionalismo israeliano, è un ex generale. Nel 2014 ha partecipato attivamente all’Operazione “Margine di Protezione” che uccise oltre 2000 palestinesi a Gaza, guidando la Brigata Givati. Nel 2023 si è unito come volontario riservista alla campagna genocidiaria, fissando l’obiettivo finale nella sparizione dei palestinesi dalla Striscia di Gaza. GlobalJustice4Palestine ha dunque lanciato una campagna contro l’arrivo di Winter in Italia, chiedendone l’arresto in conformità con le previsioni del diritto internazionale. All’appello hanno già firmato decine di realtà, tra cui Global Movement to Gaza Italia, BDS e Mediterranea Saving Humans.

«Invitiamo i cittadini, le associazioni e le forze politiche responsabili ad adoperarsi per la denuncia di Winter alle autorità competenti chiedendo l’arresto di questo criminale di guerra non appena metterà piede in territorio italiano». Con queste parole GlobalJustice4Palestine ha lanciato l’appello alla società civile, in continuità col sentimento di vicinanza al popolo palestinese espresso in piazza negli ultimi due anni. È possibile firmare da singolo cittadino o come organizzazione, unendosi alle decine di sigle che in queste ore hanno sposato la causa. «Quando era a comando della Brigata Givati — scrivono i promotori — Winter guidò uno dei più grandi massacri e crimini di guerra commessi in quel round di aggressione su Gaza. Nell’attacco a Rafah del 1° agosto l’esercito israeliano scatenò una pioggia torrenziale di almeno 2.000 bombe, missili e proiettili uccidendo 155 palestinesi e ferendone centinaia». GlobalJustice4Palestine invoca dunque lo Statuto di Roma e gli obblighi italiani dati dalla partecipazione alla Corte Penale Internazionale (CPI), che persegue tra le altre cose i crimini di guerra e i crimini contro l’umanità. 

«Abbiamo quindi un obbligo giuridico e morale, in virtù del principio di giurisdizione universale per crimini internazionali e di complementarietà con l’azione della CPI, ad intervenire ed impedire che sospetti criminali di guerra entrino e circolino indisturbati per il nostro paese», scrive GlobalJustice4Palestine, impegnandosi a non far accadere un nuovo caso Almasri. La scarcerazione del generale libico, accompagnato poi a casa con un volo di Stato, è costata all’Italia un deferimento da parte dei giudici della Corte Penale, oltre che un danno di immagine internazionale. In vista del viaggio di piacere che dovrebbe portare Ofer Winter a Capaccio Paestum, la società civile si è dunque messa in moto, invitando le autorità a compiere il proprio lavoro per rinnovare la solidarietà del popolo italiano a quello palestinese, lo stesso che Winter vorrebbe far sparire dalla Striscia di Gaza.

Il referendum dopo il giorno zero: cosa cambia nella politica italiana

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Dopo la peggior campagna elettorale di sempre, gli italiani si sono definitivamente lasciati alle spalle il referendum sulla magistratura. Ha vinto il fronte del no, dunque la Costituzione non verrà rimaneggiata. Ciò non dovrebbe provocare cambiamenti immediati nella compagine di governo: le forze di maggioranza avevano da tempo messo le mani avanti, manifestando la volontà di non dimettersi in caso di sconfitta al referendum. Qualcosa però si muove, tanto tra la società civile quanto all'interno delle opposizioni partitiche, dove le segreterie si stanno interrogando sul cosa farne dei quasi 1...

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È morto il cantautore Gino Paoli: aveva 91 anni

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Gino Paoli, tra i più importanti cantautori italiani, è deceduto all’età di 91 anni. Nato a Monfalcone nel 1934 e cresciuto a Genova, è stato protagonista della “scuola genovese”. Autore raffinato, ha segnato la musica dagli anni Sessanta con brani come “Il cielo in una stanza” e “Sapore di sale”, rinnovando la canzone d’autore. Nel 1987 Paoli si presentò alle elezioni politiche, venendo eletto nelle file del PCI (poi Pds). Ha poi ricoperto anche il ruolo di assessore alla Cultura nel comune di Arenzano. È stato presidente della SIAE dal 2013 al 2015: si dimise dopo lo scoppio di uno scandalo che lo vide accusato di evasione fiscale.

A Elkann i giornali non servono più: vendute Repubblica e La Stampa

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Dopo mesi di annunci e indiscrezioni, ora è ufficiale: il gruppo mediatico GEDI, che controlla i quotidiani Repubblica e La Stampa, è stato venduto. Come preannunciato da un contratto preliminare sancito all’inizio del mese, La Stampa verrà venduta al gruppo editoriale italiano SAE, proprietario di diverse testate locali. Repubblica e gli altri rami di GEDI, invece, sono stati ceduti al gruppo Antenna, azienda greca di proprietà della famiglia Kyriakou, attiva nel settore dei media, delle navi, della finanza e degli immobili. Dal punto di vista economico, per il gruppo guidato da John Elkann si tratta di un fallimento: dopo anni di perdite, GEDI è stata praticamente svenduta.

Nello specifico, la holding della famiglia Agnelli-Elkann Exor ha perfezionato la cessione del 100% del capitale di GEDI al gruppo greco Antenna, controllato dalla famiglia Kyriakou, in un’operazione che segna l’uscita definitiva della dinastia torinese dall’editoria italiana dopo un secolo. L’accordo, che diventa effettivo immediatamente, include il quotidiano La Repubblica, le radio Deejay, Capital e m2o, HuffPost Italia, National Geographic Italia, Limes e la concessionaria Manzoni. Il quotidiano La Stampa – storicamente legato alla famiglia – verrà invece girato nei prossimi mesi dai greci al gruppo SAE, che pubblica testate come Il Tirreno, La Nuova Sardegna, Gazzetta di Modena, Gazzetta di Reggio e La Nuova Ferrara.

Nel contratto non sono previste garanzie occupazionali né indicazioni sul collocamento politico-editoriale, le due richieste avanzate dai giornalisti durante le mobilitazioni dei mesi scorsi in vista della chiusura dell’operazioni. Alla guida del quotidiano fondato da Scalfari resterà per ora Mario Orfeo, mentre Mirja Cartia d’Asero assume il ruolo di amministratore delegato del gruppo. Nel frattempo, la nuova proprietà ha promesso «nuove e significative risorse per ampliare la diffusione di Repubblica e valorizzare il lavoro, più volte premiato, dei suoi numerosi e talentuosi giornalisti», oltre a voler sviluppare un hub radiofonico nel Mediterraneo. Antenna, che è presieduta dal magnate greco Thodòris Kyriakou – che non ha mai fatto mistero della sua collocazione politica a destra e della sua vicinanza a Donald Trump – ha inoltre assicurato di voler «mantenere l’indipendenza editoriale di tutte le testate giornalistiche, preservando identità, credibilità e pluralismo di ciascun marchio».

Verso metà dicembre, in seguito all’annuncio ufficiale dell’avvio delle trattative per la vendita dell’intero gruppo GEDI, il comitato di redazione di Repubblica aveva lanciato lo stato di agitazione, mentre La Stampa aveva indetto una assemblea permanente. Già in quei giorni i portali online dei due quotidiani non erano stati aggiornati per protesta contro l’azienda. Due mesi dopo, sempre per protesta contro le trattative per la vendita del gruppo GEDI da parte di Exor, il comitato di redazione di Repubblica ha poi deciso di incrociare le braccia: il giornale non è uscito in edicola martedì 10 febbraio né mercoledì 11 febbraio.

Leggendo la vicenda in maniera più ampia, è opportuno ricordare come negli anni in cui Stellantis (di cui Exor è principale azionista) ha ridotto progressivamente la sua presenza in Italia, con dati fallimentari su produzione e occupazione – il gruppo GEDI abbia rappresentato per la famiglia Agnelli-Elkann uno strumento di influenza sul dibattito pubblico, come sovente evidenziato da sindacati e osservatori critici. La cessione de La Stampa, che appartiene alla dinastia torinese da ben 100 anni, recide l’ultimo legame con Torino. Una città che, da sede di un gruppo che nel suo momento di massima espansione dava lavoro a circa 60mila persone nel solo stabilimento di Mirafiori, oggi vede l’indotto automobilistico ridimensionato in modo radicale, con i lavoratori del settore in gran parte in cassa integrazione o in contratti di solidarietà.

Accordo UE-Australia: via il 99% dei dazi

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Dopo otto anni di negoziati e uno stop nel 2023, Unione Europea e Australia hanno firmato a Canberra un accordo di libero scambio destinato a rafforzare i rapporti economici tra i due blocchi. L’intesa, siglata alla presenza di Ursula von der Leyen, presidente della Commissione Europea, e Anthony Albanese, primo ministro australiano, arriva in un contesto globale instabile, segnato da tensioni geopolitiche e incertezze commerciali. L’obiettivo è diversificare i partner economici, riducendo la dipendenza dalla Cina e dai dazi statunitensi. L’accordo prevede l’eliminazione di oltre il 99% dei dazi e un aumento significativo delle esportazioni europee nei prossimi anni.

In Indonesia sono stati ritrovati due marsupiali ritenuti estinti da millenni

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Si conoscevamo solo attraverso frammenti fossili e ipotesi, oggi, invece, due piccoli marsupiali tornano a occupare un posto tra la biodiversità vivente. Nelle foreste remote della Nuova Guinea nord-occidentale, in Indonesia, e in particolare nella penisola di Bird’s Head, sono stati ritrovati il Dactylonax kambuayai, un opossum, e il Tous ayamaruensis, un parente del petauro planatore. Entrambe le specie si ritenevano estinte dal Pleistocene.

Questi animali appartengono a quella che gli scienziati definiscono “specie Lazzaro”: organismi creduti scomparsi e poi improvvisamente riscoperti. Nel loro caso, la sorpresa è doppia. Non solo erano dati per estinti da circa 6.000 anni, ma risultavano già rari persino nei reperti fossili, segno che la loro presenza è sempre stata elusiva. La svolta è arrivata sul campo, nel 2022, quando durante una spedizione nella Papua Occidentale un abitante locale ha recuperato un piccolo opossum con una caratteristica impossibile da ignorare: un dito anteriore lungo il doppio degli altri. Questo dettaglio anatomico, utilizzato per estrarre larve dagli alberi, ha permesso agli studiosi di collegare l’animale al misterioso Dactylonax noto solo dai fossili. Una fotografia scattata nel 2023 ha poi fornito la conferma definitiva. Parallelamente, è riemerso anche il Tous ayamaruensis, un marsupiale arboricolo dalle dimensioni simili a quelle di uno scoiattolo, dotato di grandi occhi, coda prensile e una membrana che gli consente di planare tra gli alberi. Un animale che la scienza moderna non aveva mai osservato vivo, ma che le comunità indigene conoscevano da generazioni. Ed è proprio la collaborazione con le popolazioni locali ad aver giocato un ruolo decisivo. Gli abitanti della regione, in particolare i clan indigeni della zona, non solo erano già a conoscenza di questi animali, ma hanno contribuito attivamente alla loro identificazione. Il Tous, ad esempio, deve il suo nome proprio alla tradizione locale ed è considerato sacro e associato agli spiriti degli antenati, elemento centrale nei rituali di iniziazione.

Gli studi che documentano la scoperta (uno per il Dactylonax e uno per il Tous) – pubblicati di recente nei Records of the Australian Museum – sono proprio il risultato di un lavoro di revisione tassonomica congiunto tra ricercatori internazionali e comunità indigene. Tra i protagonisti figura il biologo Tim Flannery, che ha descritto il ritrovamento come “un viaggio nel tempo”, sottolineando quanto fosse improbabile imbattersi in specie così elusive. La presenza di questi marsupiali in Nuova Guinea solleva poi anche interrogativi di natura geologica. Infatti, nessuno dei due ha parenti stretti sull’isola, suggerendo un’origine geograficamente distinta. L’ipotesi più accreditata è che siano arrivati attraverso antichi movimenti della crosta terrestre: la penisola di Bird’s Head potrebbe essere un frammento di territorio australiano che si è saldato alla Nuova Guinea milioni di anni fa, “trasportando” con sé queste specie.

Oltre al valore scientifico, la scoperta evidenzia l’importanza ecologica di queste foreste tropicali, tra le meno esplorate al mondo. Ambienti ricchi di biodiversità ma anche vulnerabili, minacciati dalla deforestazione e dallo sfruttamento delle risorse. Non a caso, i ricercatori hanno scelto di non divulgare le posizioni esatte degli avvistamenti, temendo il rischio di cattura illegale. La riscoperta di Dactylonax kambuayai e Tous ayamaruensis non è solo un evento eccezionale, ma anche un monito. Dimostra quanto ancora resti da conoscere in ecosistemi remoti e quanto sia fragile l’equilibrio che li sostiene. Secondo gli esperti, non è escluso che altre “specie Lazzaro” si nascondano tra le foreste della regione, in attesa di essere individuate. Anzi, «Ce ne sono quasi certamente altre – a detta di Flannery che ha anche fornito un’anticipazione: «ll piccolo wallaby delle foreste (Dorcopsulus) è un ottimo candidato». Nel frattempo, la priorità è comunque quella di proteggere questi habitat. Perché, dopo essere sopravvissuti nell’ombra per migliaia di anni, questi animali rischiano oggi di scomparire davvero, ma a causa dell’uomo.