lunedì 2 Febbraio 2026
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Amazon licenzierà 16mila dipendenti

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Il colosso della logistica e della tecnologia Amazon ha annunciato che licenzierà 16.000 dipendenti negli Stati Uniti, in Canada e in Costa Rica. La notizia era stata anticipata dai media lo scorso fine settimana, ma è stata confermata oggi dall’azienda. Essa arriva dopo il licenziamento di altri 14.000 dipendenti dello scorso ottobre. Lo scopo dei licenziamenti è quello di tagliare i costi per il personale e investire maggiormente in tecnologie IA. L’azienda ha inoltre annunciato che il prossimo 2 febbraio chiuderà tutti i punti vendita di Amazon Go e Amazon Fresh.

La tassa italiana sull’e-commerce cinese sta avendo effetti disastrosi

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La tassa introdotta dal governo italiano sui pacchi di valore inferiore ai 150 euro provenienti dai Paesi extra Ue – in particolare dalla Cina – sta avendo effetti disastrosi sui traffici e gli aeroporti italiani. Le compagnie del commercio online, infatti, hanno trovato vari stratagemmi per aggirare il dazio, facendo perdere al solo scalo di Malpensa oltre 30 voli merci dal primo di gennaio, ossia da quando l’imposta è entrata in vigore. Il tributo, del valore di due euro, è stato pensato con l’esplicito obiettivo di limitare l’ingresso di merci a basso costo e recuperare allo stesso tempo risorse per i conti pubblici. Tuttavia, i primi risultati non sono affatto positivi, in quanto non solo la misura non sta permettendo di raggiungere gli obiettivi sperati, ma sta penalizzando il sistema logistico italiano. Per questo motivo, Forza Italia ha presentato un emendamento al decreto Milleproroghe per sospendere la tassa.

L’Italia ha anticipato l’imposta di tre euro approvata dall’Unione europea, che entrerà in vigore il prossimo primo luglio, con l’obiettivo di colmare un vuoto di bilancio creato dalla cancellazione della tassa sui dividendi finanziari. L’imposta – approvata con l’ultima legge finanziaria – si applica alle spedizioni destinate ai consumatori finali: sono incluse sia le spedizioni destinate ad operatori commerciali che quelle inviate da un privato a un altro privato. In questo modo, il governo pensava di ricavare tra i 120 e i 245 milioni di euro all’anno. Cosa che però non si sta verificando grazie alla capacità dei colossi dell’e-commerce di aggirare il dazio. Le grandi piattaforme come Shein, Temu e AliExpress dispongono di strutture logistiche in tutta Europa che permettono loro di riorganizzare rapidamente le rotte di spedizione: uno dei metodi più diffusi consiste nel fare arrivare le merci in altri Paesi europei dove la tassa non è ancora in vigore per poi trasferirle in Italia su gomma. La soluzione su gomma è molto più economica del trasporto aereo diretto che, con migliaia di piccoli pacchi, può comportare un aggravio fino a ventimila euro per volo rispetto allo scorso anno. Il trasporto su camion, invece, può costare intorno ai tremila euro. Questa soluzione però implica un maggiore inquinamento e, dunque, è in contrasto con gli obiettivi ambientali di riduzione delle emissioni.

Andrea Cappa, direttore generale di Confetra, la Confederazione generale italiana dei trasporti e della logistica, ha spiegato che il governo italiano non ha tenuto conto di un elemento importante, ossia che le aziende di e-commerce trovano sempre il modo di fare arrivare la merce, aggiungendo oltre al danno anche la beffa: «Non incassiamo il contributo, le merci entrano comunque, aumentano i camion e l’inquinamento, e perdiamo traffici, occupazione e fatturato». Secondo Cappa, dall’inizio dell’anno l’aeroporto di Malpensa, uno dei principali centri cargo italiani, avrebbe perso oltre trenta voli merci. Le destinazioni alternative scelte dalle aziende sarebbero scali come Liegi, Budapest, Francoforte, Colonia e Parigi. Anche i dati resi disponibili dall’Agenzia delle dogane mostrano una diminuzione dei flussi: nei primi quindici giorni del 2026 le spedizioni sotto i 150 euro sono scese di circa il 40% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.

Considerati i risultati disastrosi, Confetra ha proposto un emendamento al decreto Milleproroghe per rinviare l’entrata in vigore della misura a luglio, «così da avere il tempo necessario per costruire un coordinamento a livello europeo, unica strada per rendere davvero efficace qualsiasi intervento». La proposta è stata raccolta dal centrodestra, in particolare da Forza Italia, che ha proposto uno slittamento della misura al primo luglio, quando entrerà in vigore anche la tassa europea. Erica Mazzetti, deputata in commissione Ambiente, ha firmato un emendamento al decreto Milleproroghe – che ora si trova in Parlamento – con cui si chiede il rinvio della tassa. Nel momento in cui tutti i Paesi europei applicheranno il dazio sarebbe, infatti, molto più difficile per le piattaforme di e-commerce aggirare l’ostacolo. Considerato il danno causato in poche settimane, il governo potrebbe correre ai ripari rimandando la norma: sebbene, infatti, il gettito stimato proveniente dalla tassa si aggiri intorno ai 61 milioni di euro, si tratta di una cifra in gran parte teorica. La sospensione, invece, permetterebbe all’Italia di recuperare quei voli che ora si dirigono all’estero, evitando ulteriori perdite al settore logistico italiano.

“Comunità pianificate”: il nuovo modello abitativo per controllare i palestinesi a Gaza

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Controlli biometrici agli ingressi e alle uscite; check-points e sorveglianza degli spostamenti; portafogli elettronici in shekel per controllare i trasferimenti bancari, insieme a una riscrittura della storia che normalizza l’occupazione israeliana sui territori palestinesi.
La chiamano «comunità pianificata» ed è il nuovo possibile modello per una serie di campi residenziali da costruire sulle macerie di Gaza. Di fatto, un nuovo esperimento sociale, un panopticon basato sulle tecnologie biometriche, descritto come un «caso di studio» e finanziato interamente dagli Emirati Arabi Uniti. Un progetto che rischia di essere il modello per la ricostruzione della Striscia di Gaza.

Il piano dettagliato è stato presentato il 14 gennaio a un gruppo di donatori europei presso il Centro di Coordinamento Civile Militare (CCMC) di Kyryat Gat (nel sud di Israele), l’organismo a guida americana istituito nell’ottobre 2025 con l’accordo di pace a firma Trump che avrebbe dovuto coordinare gli sforzi di stabilizzazione e soccorso nella Striscia di Gaza. I documenti della presentazione sono stati svelati da un’inchiesta giornalistica di Drop Site News e poi dal The Guardian. Già lo scorso novembre era stata diffusa la notizia che l’amministrazione Trump stesse progettando nell’area occupata e controllata dall’esercito israeliano complessi residenziali chiamati «comunità sicure alternative» per «ospitare» (ovvero rinchiudere) i palestinesi di Gaza. Ora, se ne ha la conferma.

Secondo l’analisi delle immagini satellitari effettuata da Forensic Architecture, sembra che la prima di queste «comunità pianificate» sia già in fase di preparazione su un terreno di 1 km quadrato a Rafah, all’incrocio di due corridoi militari. Circa 25mila residenti palestinesi avranno accesso a servizi di base come istruzione, assistenza sanitaria e acqua corrente. Ma il prezzo, è alto. Per entrarvi bisogna ottenere un numero di identificazione personale che verrà rilasciato tramite un’accurata selezione dalle autorità in coordinamento con il COGAT, il ramo dell’esercito israeliano che sovrintende agli affari civili palestinesi nell’occupazione della Cisgiordania e di Gaza. Secondo le informazioni ottenute, verranno privilegiate le «famiglie estese intatte» (una grossa rarità da trovare a Gaza dopo oltre due anni di genocidio), residenti con una certa professionalità (professori, medici, personale amministrativo, professionisti della finanza) e gli abitanti che già vivevano nell’area, mentre si escluderanno tutti coloro che sono considerati «elementi di Hamas» o loro affini. Anche il sistema educativo verrà strettamente controllato e riscritto dagli Emirati Arabi Uniti, il Paese arabo che più ha normalizzato i rapporti con israele, per «impedire che una popolazione priva di istruzione e senza occupazione si dedichi ad attività inadeguate». Cosa si intenda con “attività inadeguate” sembra palese: riscrivere la storia per evitare di ritrovarsi giovani palestinesi che vogliono combattere Israele. Dimenticando, inoltre, che nonostante la brutale occupazione israeliana, i palestinesi di Gaza e della Cisgiordania avevano uno dei tassi di alfabetizzazione più alti al mondo, che nel 2020 ha superato il 97%, con alti tassi di iscrizione all’istruzione secondaria e superiore.

Lo smantellamento di UNRWA, l’Agenzia ONU per i rifugiati palestinesi che da decenni si occupa di garantire servizi come sanità e istruzione, insieme al blocco delle ONG internazionali che operavano sul territorio, è uno dei tasselli fondamentali per la riuscita del piano illustrato al CCMC e che ha ottenuto il benestare di Israele. In questo modo, si elimina ogni alternativa, per obbligare i palestinesi ad accettare queste forme abitative, spingendoli tramite l’arma della fame e della necessità a essere parte di questo nuovo esperimento sociale e tecnologico. Il tutto, in nome della “sicurezza”.

I progettisti prevedono diverse iniziative per «prevenire l’influenza di Hamas», con l’introduzione di portafogli elettronici in shekel per «mitigare la diversione di beni e fondi verso i canali finanziari di Hamas», sostituendo l’economia gazawa basata in gran parte sulla moneta contante. La presentazione non menziona il fatto che Israele sta limitando l’ingresso di merci a Gaza da oltre 20 anni. Un portavoce dell’IDF ha affermato che Israele non parteciperà alla costruzione o alla gestione del complesso degli Emirati Arabi, ma che sarà l’ISF (la Forza Internazionale di Stabilizzazione) a partecipare con le sue truppe sul campo. Non è specificato chi effettuerà i controlli per l’accesso o gestirà la raccolta di dati biometrici.

«Questa comunità che sta per essere realizzata a Rafah costituirà il modello su cui basarsi per approfondire e ampliare il controllo israeliano», ha dichiarato a Drop Site Jonathan Whittall, un alto funzionario delle Nazioni Unite in Palestina tra il 2022 e il 2025, dopo aver esaminato una trascrizione dei materiali. «Questa è la fase successiva nella militarizzazione degli aiuti». L’esperto specifica: «Dopo che Gaza è stata rasa al suolo, affamata e deliberatamente sottoposta ad assedio negli ultimi anni, queste “nuove” comunità costruite sulle macerie delle case della popolazione non sono solo laboratori di governance per testare il controllo e la sottomissione definitivi, ma sono anche la reincarnazione dei campi profughi. Sono progettate per contenere una nuova generazione di palestinesi espropriati, efficacemente selezionati e confinati in zone sempre più ristrette controllate da Israele in cambio della sopravvivenza. Nel frattempo, le cosiddette “zone rosse” rimangono sotto assedio, sempre più isolate da un sistema umanitario che viene deliberatamente ostacolato».

Intanto, nella Striscia di Gaza, Israele continua a bombardare. Ieri, 27 gennaio, due palestinesi sono stati uccisi a Gaza City, mentre aerei da guerra israeliani hanno lanciato raid aerei a Rafah, a Gaza e Khan Younis, accompagnati da pesanti raffiche di fuoco provenienti da veicoli militari. La marina israeliana ha anche attaccato con colpi di arma da fuoco e bombardamenti i pescherecci palestinesi al largo della costa di Khan Younis. Mentre il silenzio dei media è gia calato sulla Striscia, e si parla di “fase due” di un cessate-il-fuoco mai iniziato, salgono a 488 il numero di palestinesi uccisi dai militari di Tel Aviv dagli accordi dell’11 ottobre, e a 1350, il numero dei feriti registrati. Almeno 1300 le violazioni del cessate-il-fuoco commesse da Israele.

I portuali del Mediterraneo hanno proclamato lo sciopero internazionale contro il riarmo

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Da Genova a Bilbao, da Tangeri ad Antalya, il 6 febbraio almeno 21 porti del Mediterraneo si fermeranno in una giornata di sciopero internazionale contro il riarmo europeo, la guerra e il traffico di armi. Dieci scali italiani incroceranno le braccia insieme a quelli di Grecia, Spagna, Marocco e Turchia, bloccando per 24 ore uno dei cuori logistici del commercio globale. Una mobilitazione che intreccia la solidarietà con la Palestina al rifiuto di trasformare i porti in retrovie militari e che prende di mira quella che i promotori definiscono “economia di guerra”: un sistema che scarica i costi sui lavoratori e alimenta gli interessi dell’industria bellica.

«I portuali non lavorano per le guerre» è lo slogan che sintetizza l’opposizione dei portuali alla movimentazione di merci belliche e al crescente riarmo europeo. Promossa dall’Unione Sindacale di Base (USB) insieme ad altri sindacati portuali di diversi Paesi – Enedep (Grecia), LAB (Paesi Baschi), Liman-Is (Turchia) e ODT (Marocco) – la mobilitazione punta a smascherare il legame tra porti, logistica globale e industria bellica: una filiera in cui la militarizzazione degli scali si traduce anche in arretramenti su diritti, salari e tutele per la salute e la sicurezza dei lavoratori. Al centro delle rivendicazioni c’è innanzitutto la richiesta di fermare il flusso di armamenti dai porti verso i teatri di guerra, con un’attenzione particolare alle spedizioni dirette in Palestina, e l’invito rivolto a governi e amministrazioni locali ad adottare un embargo commerciale nei confronti di Israele. I sindacati contestano inoltre il piano di riarmo dell’Unione europea e la progressiva militarizzazione degli scali e delle infrastrutture strategiche, rifiutando che la corsa alle armi diventi il pretesto per nuove privatizzazioni e per processi di automazione che mettono a rischio posti di lavoro e diritti.

Lo sciopero internazionale del 6 febbraio si inscrive in una lunga serie di lotte nei porti del Mediterraneo contro il traffico di armi e la guerra. A partire dal giugno 2025, portuali francesi a Fos-sur-Mer hanno bloccato un container con 14 tonnellate di componenti per mitragliatrici destinate all’esercito israeliano, rifiutandosi di caricarlo su una nave della compagnia israeliana ZIM e dichiarando di non voler partecipare al genocidio in corso a Gaza. L’azione ha avuto eco anche in Italia, con lavoratori di Genova e altri collettivi che hanno sorvegliato la nave nelle fasi di scalo e annunciato presidi per impedire eventuali carichi bellici simili nel loro porto. A Ravenna, nel settembre 2025, la combinazione di proteste di portuali e cittadini ha portato le istituzioni locali e la società di gestione del porto a impedire l’imbarco di container di munizioni provenienti dalla Repubblica Ceca su una nave diretta a Haifa, dopo che lavoratori avevano segnalato la presenza del carico e migliaia di persone avevano manifestato lungo le banchine del porto. Queste azioni non sono eventi isolati, ma parte di un impulso più ampio del movimento portuale europeo contro la complicità nell’invio di armamenti verso teatri di guerra, con richieste esplicite di bloccare le esportazioni di armi verso Israele e di interrompere l’utilizzo dei porti civili per finalità militari. In Italia queste iniziative hanno dialogato con mobilitazioni più vaste, come lo sciopero nazionale del 22 settembre 2025 in solidarietà con la popolazione di Gaza, che ha coinvolto trasporti, portualità e altri settori in proteste e blocchi diffusi contro la cooperazione militare e commerciale con Israele.

La giornata del 6 febbraio è stata pensata per essere internazionale e si prevede l’adesione di porti europei e nordafricani. Alcuni scali come Pireo (Grecia), Bilbao (Spagna), Tangeri (Marocco) e Antalya (Turchia) figurano tra quelli già confermati, oltre a dieci porti italiani come Genova, Trieste, Livorno, Ancona, Civitavecchia, Ravenna, Salerno, Bari, Crotone e Palermo. L’organizzazione logistica dello sciopero prevede blocchi e manifestazioni coordinate: alcuni porti inizieranno le azioni alle prime ore del mattino, altri concentreranno le mobilitazioni nel tardo pomeriggio o alla sera, in base anche alle differenze di fuso orario nel bacino mediterraneo. Un blocco di 24 ore nei porti del Mediterraneo può incidere sulle catene globali e, al tempo stesso, scardinare il ruolo passivo assegnato ai lavoratori nei settori strategici, aprendo la strada a una nuova stagione di lotte transnazionali fondate sulla solidarietà tra gli scali del Mediterraneo.

’Ndrangheta: arrestato in Svizzera il latitante Bruno Vitale

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È stato catturato in Svizzera Bruno Vitale, latitante della ‘ndrangheta legato alla cosca Gallace di Guardavalle. L’arresto è avvenuto a Wetzikon, nel cantone di Zurigo, grazie a un’operazione congiunta della Polizia svizzera e del ROS dei Carabinieri italiani. Vitale era ricercato nell’ambito dell’inchiesta “Ostro-Amaranto” della DDA di Catanzaro, che indaga su associazione mafiosa, traffico internazionale di armi, estorsioni e voto di scambio. È ora in carcere in attesa di estradizione in Italia.

Il grande inganno degli “aromi”: come riconoscerli e perché starne alla larga

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Patatine, grissini e altri prodotti da snack per aperitivi o momenti di relax in casa. Sono uno di quei vizi diffusissimi nelle società occidentali moderne, difficile trovare persone che non vi abbiano a che fare anche perché sono diventati cibi di consuetudine anche nei buffet degli eventi di lavoro e non è affatto semplice smettere di mangiare questi alimenti. Sono presenti in vendita in tanti gusti: al rosmarino, al formaggio, alla paprika, pepe rosa, salsa barbecue, etc. Quando li mangiamo abbiamo effettivamente l’impressione di gustare una patata al rosmarino, per esempio, ma se poi andia...

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Vietato criticare Israele: la maggioranza ha approvato il testo base del ddl antisemitismo

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La Commissione Affari costituzionali del Senato ha mantenuto le sue promesse, approvando il testo base per il disegno di legge sull’antisemitismo in occasione del giorno della memoria. L’obiettivo di adottare il testo su cui proporre emendamenti entro ieri era stato fissato da diversi partiti politici; alla fine, la Commissione ha deciso di utilizzare la proposta del senatore leghista Massimiliano Romeo come tavola bianca su cui entro il prossimo 10 febbraio potranno essere depositate le proposte di modifica. Il testo di Romeo adotta il significato di antisemitismo dell’Alleanza internazionale per la memoria dell’Olocausto (IHRA), che tra le varie cose descrive come “antisemita” anche le critiche allo Stato di Israele. Il ddl propone inoltre di vietare manifestazioni «in caso di valutazione di grave rischio potenziale per l’utilizzo di simboli, slogan, messaggi e qualunque altro atto antisemita ai sensi della definizione operativa di antisemitismo adottata dalla presente legge». Il ddl si compone di tre articoli, il primo dei quali stabilisce l’adozione della definizione di antisemitismo dell’IHRA secondo la quale «si intende una determinata percezione degli Ebrei che può essere espressa come odio nei loro confronti, le cui manifestazioni, di natura verbale o fisica, sono dirette verso le persone ebree e non ebree, i loro beni, le istituzioni della comunità e i luoghi di culto ebraici». Come sottolineato da numerosi studiosi, una tale definizione è problematica perchè estremamente generica e volta a criminalizzare qualsiasi critica contro lo Stato di Israele, non solo quelle di natura antisemita – portando per esempio a confondere antisemitismo e antisionismo. In precedenza, l’applicazione delle definizioni dell’IHRA hanno portato a identificare come antisemiti atti ordinari di protesta – tra questi, murales con la scritta «Palestina libera», adesivi con l’acronimo RAI storpiato in «Radio Televisione Israeliana» e gli inviti a boicottare i prodotti israeliani. Al fine di prevenire atti di semitismo inteso in questi termini, l’art. 2 prevede di creare una «banca dati sugli episodi di antisemitismo», di adottare misure di contrasto adeguate «anche attraverso l’aggiornamento delle regole di accesso ai social media» o «sistemi di segnalazione e rimozione dei contenuti» e di procedere con un’adeguata formazione sul tema tanto educatori e insegnanti quanto gli studenti, tramite appositi percorsi scolastici. Il ddl prevede anche la formazione del personale di polizia, «ai fini di una corretta individuazione della natura antisemita di un reato», oltre alla promozione di programmi sulla conoscenza del fenomeno dell’antisemitismo non solo attraverso tutti i canali di informazione – radiofonici, televisivi e multimediali -, ma anche nello sport. Ma a destare preoccupazione, in particolare, è il contenuto dell’art. 3, il quale prevede che si possa negare l’autorizzazione a una manifestazione anche nel caso in cui vi sia un «rischio potenziale» per l’utilizzo di «simboli, slogan, messaggi e qualunque altro atto antisemita» riconoscibile come tale in base alla definizione dell’IHRA adottata dal testo. Proprio per questo motivo, potenzialmente, potrebbero essere vietate tutte le manifestazioni in favore della Palestina per via di slogan quali «From the river to the sea Palestine will be free» (“dal fiume al mare la Palestina sarà libera”), o perchè si invita al boicottaggio dell’economia israeliana (che sta peraltro mostrando i suoi frutti, con l’agricoltura all’orlo del collasso). Proprio la presenza di quest’ultima disposizione rende il testo il più radicale tra quelli analoghi proposti negli scorsi mesi non solo dalla destra (che conta anche la proposta di legge di Maurizio Gasparri), ma anche del PD (con la proposta di Graziano Delrio). Migliaia di studiosi hanno segnalato in più occasioni il rischio dell’adozione di un testo basato sulla definizione dell’IHRA, proprio perchè ampia i contorni della criminalizzazione di qualsiasi espressione contro Israele – ed è infatti proprio per questo fortemente caldeggiata dallo Stato sionista. Sarebbe inoltre la prima volta in cui nel nostro ordinamento viene resa reato qualsiasi critica a uno Stato. Il ddl ha ricevuto il foto favorevole di IV e dei partiti di centrodestra, mentre a votare contro sono stati M5S, PD e AVS. Andrea Giorgis (PD) ha spiegato che il voto contrario del suo partito è dovuto all’adozione di un testo «divisivo» e «vecchio di due anni», che non tiene conto della «drammatica recrudescenza dell’antisemitismo» attuale. Peppe de Cristofaro (AVS), ha spiegato che il testo del ddl Romeo è «profondamente sbagliato» in quanto «rischia di mettere sullo stesso piano il giusto contrasto all’antisemitismo e invece le gravi cope dello Stato e del governo israeliano e le critiche allo Stato israeliano». Il suo gruppo, aggiunge, non ha presentato un disegno di legge sul tema, come fatto da molti altri partiti, perchè «riteniamo adeguata la legislazione attuale», e aggiunge: «se la maggioranza vuole combattere l’antisemitismo cominci a sciogliere le organizzazioni fasciste».

Ucraina, attacco russo contro un treno a Kharkiv: 5 morti

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Sale a cinque morti e diversi feriti il bilancio dell’attacco russo contro un treno passeggeri nella regione di Kharkiv, nel nord-est dell’Ucraina. Il convoglio, in viaggio sulla tratta che collega la città di Barvinkove, a est, a Leopoli e Čop, a ovest, trasportava 291 civili quando è stato preso di mira da tre droni Shahed: uno ha centrato il treno, mentre gli altri due hanno colpito l’area circostante. In un post su X, il presidente Volodymyr Zelensky ha diffuso il video del convoglio in fiamme, definendo l’azione “un puro atto di terrorismo”.

Milano prova ad arginare l’emergenza abitativa con 3500 nuovi alloggi

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Il Comune di Milano ha avviato la seconda fase del Piano straordinario per la casa, individuando cinque aree cittadine destinate alla realizzazione di circa 3.500 nuovi alloggi. I primi bandi sono attesi a partire da febbraio, mentre l’assegnazione definitiva dei siti è prevista tra la fine del 2026 e l’inizio del 2027. L’intervento riguarda complessivamente poco meno di 200mila metri quadrati di superficie edificabile e rappresenta una parte del traguardo più ampio di 10mila abitazioni annunciato dall’amministrazione nell’autunno del 2024.
La notizia arriva in un momento in cui la questione a...

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Norvegia: 2 miliardi in artiglieria a lungo raggio

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Il parlamento norvegese ha approvato un piano di acquisto da 2 miliardi di dollari rivolto all’acquisizione di artiglieria a lungo raggio. Lo scopo dichiarato del piano è quello di rafforzare la deterrenza del Paese contro la Russia nell’Artico. «Si tratta di armi che possono arrivare molto oltre le linee nemiche», ha dichiarato al parlamento il portavoce dell’opposizione in materia di difesa; «è un elemento decisivo nella guerra moderna». Il piano di preciso prevede l’acquisizione di 16 piattaforme di lancio. Non è ancora chiaro chi si sia assicurato il contratto di fornitura dell’attrezzatura; secondo fonti citate da quotidiani internazionali, il contratto potrebbe coinvolgere un’azienda sudcoreana.