lunedì 23 Marzo 2026
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Eni, l’apartheid israeliano e l’oscuro affare del gas a Gaza

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Continua a essere molto opaco, e a dir poco ambiguo, l’annunciato disimpegno di ENI dalla partita del gas nelle acque profonde di Gaza. Così come resta complice il rapporto del cane a sei zampe con l’israeliana Delek, che sostiene le colonie illegali in Cisgiordania.  A distanza di due mesi e mezzo dal proclama di ritiro dalle attività di esplorazione nelle acque palestinesi alla ricerca di gas – rilasciato per iscritto alla trasmissione Report del 14 dicembre scorso – ENI non ha intrapreso «alcuna azione concreta per uscire dall’alleanza a tre, da lei guidata». Né ha mai «smentito l’aggiudicazione delle licenze». La multinazionale italiana resta cioè ancorata al consorzio che aveva vinto le licenze esplorative nel mare di Gaza il 29 ottobre 2023, assieme alla scozzese Dana Petroleum e all’israeliana Ratio Energies. A dirlo non sono (solo) gli attivisti dei diritti umani come ReCommon, ma una delle “compagne di cordata” di ENI: la coreana KNOC, che di fatto controlla la compagnia scozzese Dana Petroleum, parte integrante del progetto illegale di sfruttamento del gas al largo delle coste palestinesi, in stallo. ENI è ancora «consortium partner» per l’esplorazione del gas sul territorio palestinese: questo afferma un portavoce della KNOC, citato da Middle East Monitor.

«Dopo la fine della guerra israelo-palestinese la compagnia (KNOC, nda) esaminerà se procedere o meno con l’esplorazione (del gas offshore, nda) assieme ai partner del consorzio, tra cui ENI». Si tratta di un’affermazione forte di KNOC, in risposta agli attivisti del Paese asiatico, che rimescola le carte e smentisce un’altra dichiarazione fornita da ENI stessa, che non prevede un «coinvolgimento nell’area in futuro».  

Friends of the Earth Scozia, da mesi alle calcagna di Dana Petroleum per chiederne il ritiro dal progetto, in uno scambio di mail privato ci scrive: «Non siamo ancora in condizione di confermare o smentire se ENI si sia ritirata o meno». Tuttavia è noto che la stessa Dana Petroleum, sollecitata più volte dai deputati scozzesi, non abbia rinunciato alla partita. Difficile immaginare che possa farlo ENI, che di quel consorzio è capofila, osservano gli attivisti.

«Mi auguro che questi piani siano urgentemente fermati», dice il deputato scozzese Patrick Harvie, che aggiunge: «Il nostro Parlamento ha promosso una mozione dei Verdi per unirsi al movimento globale BDS: è tempo di fare passi reali per mettere fine ai rapporti con il regime dell’apartheid israeliano».

L’opacità è la cifra di tutta questa vicenda oscura che ha “per sfondo” un genocidio. E lo si intuisce meglio considerando che il progetto di estrazione di gas nell’area, per ENI, è molto più vasto e ghiotto di quanto sembri. «Per ENI – ipotizza persino Milano Finanza – già attiva in Egitto con Zohr e Damietta Lng, l’ingresso in Israele conclude il corridoio del gas mediterraneo, che collega il Nord Africa al Levantino e all’Europa». «Una stabilità politica potrebbe riaprire anche queste aree all’esplorazione» e portare le risorse complessive del bacino oltre i 1300 miliardi di metri cubi di gas, sostiene la testata. Eppure a dicembre scorso, come accennato, il capo delle relazioni con i media del cane a sei zampe comunicava alla redazione di Report: «ENI non prevede di essere coinvolta in attività nell’area nel futuro». Una vera e propria notizia, se fosse vera. 

L’azienda non ha mai «smentito l’aggiudicazione delle licenze e non ha comunicato di avervi rinunciato o di volerlo fare», replica ReCommon in risposta alla diffida inviata da ENI ai suoi attivisti. È più probabile invece, aggiunge l’associazione, che abbia «nei piani futuri l’intenzione di portare avanti le attività esplorative in zona economica palestinese». Entrando più nel dettaglio dell’affaire Gaza: il consorzio a tre aveva visto ENI protagonista (e vincitrice) il 29 ottobre 2023, in pieno genocidio, delle gare d’appalto per sei nuove licenze di esplorazione di gas offshore nel mar Mediterraneo; il 62% delle quali nella Zona Economica Esclusiva palestinese. A guerra avviata, dunque, e con un bilancio di migliaia di civili palestinesi uccisi dall’IDF, la “nostra” multinazionale, controllata al 31% dal Ministero dell’Economia e delle Finanze e da Cassa Depositi e Prestiti, partecipava a una “gara” di fatto illegale. E la vinceva.

Da dicembre a oggi un silenzio improbabile è calato su quella gara, eccetto che per le scarne parole inviate alla Rai. Troppo poco, dicono i promotori dei diritti umani. Per tutte queste ragioni (e per diverse altre) il movimento BDS Italia lancia in questi giorni una nuova campagna di boicottaggio: nel mirino ci sono le complicità della multinazionale con il regime di apartheid israeliano. 

«ENI non ha solo ottenuto da Israele licenze di esplorazione in aree di competenza palestinese – ribadisce BDS – ma è legata a doppio filo a imprese energetiche israeliane coinvolte nello sfruttamento di risorse nei Territori Palestinesi Occupati». Qui il riferimento è all’azienda israeliana Delek. Parallelamente alla incresciosa storia delle licenze in acque palestinesi, va avanti in effetti un’altra alleanza societaria equivoca, chiamata da ENI in gergo business combination: quella con la britannica Ithaca Energy. Nell’aprile del 2024 ENI avvia e completa l’acquisizione del 38,7% dell’azienda inglese che estrae petrolio nel Mare del Nord. 

La “versione UK” del cane a sei zampe riceve azioni ordinarie di Ithaca: fin qui le solite operazioni di business se non fosse che Ithaca Energy è posseduta a maggioranza dal gruppo Delek, una delle più grandi società energetiche di Israele, inserita nella black list delle Nazioni Unite. Rifornisce infatti di benzina e gasolio le forze armate israeliane e attraverso una sua controllata gestisce stazioni e minimarket all’interno delle colonie in Cisgiordania e a Gerusalemme Est. Eppure la multinazionale italiana ritiene di non dover dar conto delle alleanze stipulate dal suo “alter ego” londinese. Insiste invece sul fatto che «l’operazione è stata negoziata, eseguita e conclusa direttamente tra ENI UK e Ithaca, gruppo indipendente e quotato a Londra».

Scrive Greenpeace che: «Una delle principali responsabilità di ENI è di non aver svolto, o di aver svolto in maniera inadeguata, la due diligence richiesta dai princìpi generali, contribuendo di fatto al proseguimento di un impatto negativo sui diritti umani anche solo attraverso il pagamento di dividendi al socio Delek». Dietro l’occupazione militare della Palestina c’è dunque una «joint criminal enterprise», come la chiama Francesca Albanese nel più letto dei sui report: un sistema economico-finanziario complesso orientato alla distruzione dei palestinesi, di cui ENI è parte integrante. 

Esiste infine un terzo elemento non meno importante che rende ENI complice: la società avrebbe venduto 30mila tonnellate di greggio allo Stato ebraico, estraendolo da un impianto in Basilicata: il Centro Olio in Val D’Agri. «Anche questa affermazione è falsa», smentisce ENI. Perché il greggio ENI prodotto lì «viene interamente destinato alla raffineria di Taranto per essere lavorato nei propri impianti». Eppure l’accusa si basa su dati piuttosto incontrovertibili, citati da ReCommon: l’analisi condotta da Oil Change International e Data Desk, contenuta nel report Behind the Barrell”. 

E a questo proposito BDS Italia denuncia con forza il fatto che ENI «rifornisce direttamente Israele di carburante proveniente dall’impianto di Val D’Agri, tramite il porto di Taranto e queste esportazioni di greggio rappresentano una complicità materiale di estrema gravità». Il 54% delle spedizioni di carburante verso Israele nel 2024 sarebbe avvenuto dopo la raccomandazione della Corte Internazionale di Giustizia del 26 gennaio, che ha richiamato gli Stati all’obbligo di prevenire il genocidio. 

La Cina sonda i presupposti delle basi lunari costruite da robot umanoidi

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La nuova corsa alla Luna è alimentata da ambizioni sempre più alte, con le principali potenze spaziali che si dicono tutte intenzionate a costruire una propria base sulla superficie del satellite terrestre. Tra queste non poteva mancare la Cina, la quale ha appena svelato i dettagli del robot umanoide che sarà incaricato di contribuire alla realizzazione della stazione scientifica che Pechino punta a edificare entro il 2035.

A rivelarlo è uno studio pubblicato sul Journal of Deep Space Exploration dal Beijing Institute of Spacecraft System Engineering, intitolato Attrezzature chiave per la costruzione e il funzionamento della Stazione di Ricerca Lunare. Il documento, come appare evidente sin dalle prime pagine, non è un manifesto programmatico, ma una rapida rassegna tecnica delle tecnologie considerate indispensabili per consolidare un avamposto sul suolo lunare. Gli autori descrivono un ecosistema di dispositivi progettati per operare in modo sinergico e affrontare le criticità previste nelle fasi di costruzione e gestione della base: dalla logistica alla manutenzione, dall’approvvigionamento energetico all’utilizzo in situ delle risorse. L’elenco parte comprensibilmente da una piattaforma di atterraggio che, dotata di sei gambe, è concepita per massimizzare la stabilità durante le fasi di touchdown e trasporto dei carichi ed è pertanto destinata a diventare l’infrastruttura cardine per la movimentazione dei moduli e delle attrezzature.

Altrettanto cruciale è il tema della trasmissione energetica tra le diverse strutture della futura base. Nelle fasi iniziali, la Cina non sembra intenzionata a realizzare una rete di cablaggi sulla superficie lunare; allo stesso tempo, installare centrali solari direttamente accanto alle attrezzature da alimentare risulta complesso. Il motivo è semplice: Pechino punta a insediarsi nelle regioni permanentemente in ombra del polo sud – le aree più promettenti per la presenza di ghiaccio – dove la luce solare non arriva mai. La soluzione proposta dagli ingegneri è semplice: “apparecchiature ottiche per focalizzare la luce solare”, ovvero grandi specchi installati sul bordo delle zone illuminate, capaci di intercettare i raggi del Sole e rifletterli verso gli strumenti scientifici e i moduli operativi situati nell’oscurità.

A catalizzare l’attenzione sono però i robot operativi, macchinari progettati con una configurazione semi‑umanoide, busti antropomorfi montati su un sistema di locomozione su ruote. La scelta di evitare le gambe è facilmente comprensibile: garantisce maggiore stabilità, riduce la complessità meccanica e permette di sfruttare una matrice di movimento già ampiamente collaudata da decenni di missioni lunari e marziane. Molto più eclettica è invece la parte superiore del robot, la quale è teoricamente concepita per offrire la massima versatilità d’azione. Questi droidi dovranno infatti occuparsi utopisticamente di una gamma di compiti estremamente eterogenea: attività edilizie, manutenzione delle attrezzature, movimentazione dei materiali, campionamento scientifico e operazioni di ricerca. Un ventaglio di mansioni che richiede flessibilità, precisione e una buona dose di destrezza.

I droidi possono muovere la testa per ampliare il campo visivo e ruotare il busto fino a 180°, oltre a flettersi di circa 90° per raggiungere oggetti posati al suolo – o il suolo stesso. Per evitare che questa ampia mobilità comprometta la stabilità del sistema, batterie, processori e altri componenti pesanti sono alloggiati all’interno del corpo del veicolo, così da abbassare sensibilmente il baricentro dell’intera macchina. Per orientarsi e navigare il terreno irregolare della superficie lunare, i ricercatori prevedono invece di affidarsi a una combinazione di telecamere e sensori LiDAR, una soluzione già consolidata nell’esplorazione planetaria e particolarmente adatta a gestire ostacoli, pendenze e scarsa visibilità.

Inchiesta Rogoredo: gli agenti indagati salgono a 7

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Altri due agenti, un uomo e una donna, sono indagati nell’ambito dell’inchiesta sull’omicidio di Abderrahim Mansouri, il 28enne ucciso dal carabiniere Carmelo Cinturrino nel boschetto di Rogoredo. I due agenti sono indagati rispettivamente di arresto illegale e falso. Salgono così a 7 i membri delle forze dell’ordine sotto indagine. Oltre a Cinturrino, sotto accusa per omicidio, altri quattro colleghi sono finiti sotto le lenti della procura per i reati di favoreggiamento e omissione di soccorso.

Perché mangiare pane industriale non è mai una buona idea

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Il pane è uno di quegli alimenti, assieme alla pizza o ai biscotti, che potrebbero sembrare degli “insospettabili”, cioè cibi talmente alla base del nostro vivere quotidiano da non poter essere considerati a rischio di manipolazioni e adulterazioni chimiche. Eppure c’è un vero paradosso: il chicco di frumento con cui si fanno questi alimenti viene completamente sventrato e poi riassemblato a seconda delle esigenze dell’industria. Infatti dal chicco di grano si estrae crusca, farinaccio, farina, glutine, amido. Questi elementi vengono successivamente inseriti dove e quando serve, e non solo per...

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Nigeria, attacchi con droni suicidi, almeno 23 morti

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Tra ieri e oggi sono stati riportati nuovi attacchi nello Stato nord-orientale nigeriano del Borno, da tempo al centro di una insurrezione da parte delle sigle islamiste attive nell’area. Da quanto comunica la polizia, a venire presa di mira è stata la città di Maiduguri, capitale del Borno, dove sarebbero stati scagliati diversi droni suicidi. La prima esplosione è avvenuta nei pressi di un ufficio postale nel centro della città, ed è stata seguita da un altro attacco in un mercato adiacente, un’offensiva contro l’ospedale universitario cittadino e ulteriori droni sul quartiere di Kaleri. Il bilancio attuale è di 23 vittime e 108 feriti. L’attacco non è stato reclamato da alcuna forza.

Trump sta cercando di trascinare i Paesi europei nella guerra contro l’Iran

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Nonostante continui a sostenere di avere annichilito flotta e capacità belliche di Teheran, Trump sembra avere fatto esplodere un conflitto da cui non sa più come uscire. Entrato nella terza settimana di guerra, il presidente degli Stati Uniti ha lanciato diffusi appelli per formare una “Coalizione Hormuz” con lo scopo di scortare le navi dallo Stretto centrale nel traffico marittimo di idrocarburi, chiedendo aiuto a Paesi amici e nemici. Se la NATO non partecipa andrà incontro a «un futuro molto negativo», gli Stati che acquistano il proprio petrolio dal Golfo Persico «devono occuparsi del passaggio», e le potenze che hanno interessi nella zona, «si spera», aderiranno all’iniziativa. Sfortunatamente per Trump, la chiamata alle armi non è andata come sperava: gli alleati statunitensi nella regione dell’Indopacifico hanno rifiutato la proposta, mentre dai rappresentanti europei di Germania, Francia, Regno Unito e Spagna si è sollevato un coro di voci contro l’iniziativa, bocciata anche dai rappresentanti diplomatici dell’UE e dalla stessa Italia.

L’annuncio della formazione della Coalizione Hormuz è arrivato ieri, 16 marzo. In un post sulla sua piattaforma social Truth, Trump ha affermato senza mezzi termini che «molti Paesi, soprattutto quelli colpiti dal tentativo iraniano di chiudere lo Stretto di Hormuz, invieranno navi da guerra, in collaborazione con gli Stati Uniti d’America, per mantenere lo Stretto aperto e sicuro», salvo poi ritrattare qualche riga dopo scrivendo che «si spera» che i Paesi più colpiti dal blocco iraniano collaborino con Washington. Gli Stati individuati da Trump sono quelli con maggiori interessi – economici e politici – in Asia Occidentale: si tratta di Corea del Sud, Francia, Giappone, Regno Unito e Cina, rivale degli USA nella corsa al primato economico globale. Nel corso della giornata Trump è stato scostante e contraddittorio: ha prima detto di avere chiesto a sette Paesi di partecipare alla Coalizione Hormuz, per poi lanciare appelli diretti e indiretti ai membri della NATO e agli alleati europei.

In ogni caso, l’appello ha collezionato rifiuti: la Cina, come prevedibile, ha rilasciato una dichiarazione in cui «esorta nuovamente tutte le parti a interrompere immediatamente le operazioni militari e ad evitare un’ulteriore escalation delle tensioni, al fine di impedire che l’instabilità regionale abbia un impatto ancora maggiore sull’economia globale»; a rilasciare tali dichiarazioni è stato il ministro degli Esteri di Pechino, rispondendo a una domanda sul possibile coinvolgimento del Paese nella Coalizione Hormuz. Col passare delle ore, sono arrivati i rifiuti di Australia e Giappone, tra i principali alleati degli USA nell’Indopacifico, e sono iniziate a farsi sentire le voci degli europei. Nelle sue prime dichiarazioni, l’Alta Rappresentante per gli Affari Esteri UE, Kaja Kallas, è rimasta sul vago, sostenendo che avrebbe parlato coi Paesi di un possibile ampliamento delle missioni Aspides e Atalanta attive rispettivamente sul Mar Rosso – per contrastare il passato blocco dello Stretto di Bab el Mandeb imposto dalla milizia yemenita Ansar Allah, meglio nota con il nome di Houthi, in supporto al popolo palestinese e contro il genocidio – e contro il fenomeno della pirateria lungo le coste della Somalia. A tal proposito, il ministro degli Esteri italiano Tajani ha affermato che l’Italia appoggerebbe una estensione delle missioni attive, ma che queste non potrebbero arrivare a toccare lo Stretto di Hormuz.

Altri leader europei hanno sin da subito condannato l’iniziativa di Trump. Il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha detto che non invierà navi sullo Stretto e che la questione di Hormuz non può coinvolgere la NATO, che – almeno in teoria – sarebbe un’alleanza di tipo difensivo, non offensivo. Il presidente francese Emmanuel Macron, rappresentante di uno dei Paesi europei con più interessi nell’Asia Occidentale, si è mostrato dai primi momenti scettico, per poi cassare la missione. Analoghi rifiuti sono arrivati dal premier britannico Keir Starmer, anch’egli alla guida di un Paese dagli ampi interessi nella regione, e dal gabinetto estero della Spagna. Nel pomeriggio, la stessa Kallas ha affermato che lo Stretto di Hormuz è fuori dalle competenze della NATO. Dopo una sequela di due di picche, Trump è corso ai ripari, dichiarando che «numerosi Paesi mi hanno detto che potrebbero partecipare. Alcuni ne sono molto entusiasti, altri no», senza tuttavia specificare chi avrebbe aderito all’iniziativa.

Le rotte che attraversano lo Stretto di Hormuz risultano cruciali nel traffico mondiale di idrocarburi. Dal passaggio, l’unico sbocco sul mare per la maggior parte dei Paesi del Golfo, transita circa il 20% del petrolio globalee il 30% di quello commerciato via mare. L’Alta Rappresentante Kallas ha affermato di avere discusso con il Segretario Generale dell’ONU Antonio Guterres per trovare modi alternativi per garantire il flusso di barili da Hormuz, avanzando l’ipotesi di una soluzione analoga a quella presa nel 2022 con la cosiddetta “Black Sea initiative”, in Italia nota come “accordo sul grano”, l’intesa siglata tra Russia, Ucraina, Turchia e ONU per consentire l’esportazione sicura di grano dai tre porti ucraini di Odessa, Chornomorsk e Yuzhny per stabilizzare i prezzi. In ogni caso, i Paesi europei, compresi quelli più coinvolti come la Francia, che ha inviato molteplici risorse belliche nella regione, non paiono intenzionati a entrare in guerra. Gli appelli di Trump davanti a un tale numero di rifiuti, in questo, paiono – almeno per il momento – confermare i dubbi che molti commentatori statunitensi esprimono sin dall’inizio del conflitto,  ormai convinti che il presidente si sia lasciato trascinare in un conflitto per accontentare le aspirazioni di Netanyahu.

In Bolivia indigeni e comunità locali guidano la nascita di nuove aree protette

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In Bolivia oltre 900 mila ettari di territorio - tra foreste amazzoniche e altopiani andini - sono appena entrati in un sistema di tutela ambientale. La misura prevede l’istituzione di quattro nuove aree protette nelle quali attività come il disboscamento intensivo, l’espansione agricola non pianificata e alcune operazioni minerarie saranno limitate o sottoposte a regole più severe per salvaguardare l’ecosistema. L’iniziativa nasce dal lavoro congiunto di governi municipali, comunità indigene e organizzazioni locali che hanno deciso di intervenire direttamente per proteggere territori sempre p...

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Marghera: una multinazionale USA licenzia tutti i dipendenti per sostituirli con l’IA

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La multinazionale californiana InvestCloud, attiva nel campo dello sviluppo di piattaforme digitali per istituti finanziari, ha comunicato il licenziamento collettivo di tutti i 37 dipendenti della sua unica sede italiana, situata a Marghera (Venezia). La decisione, che è stata annunciata lo scorso 9 marzo a sindacati e istituzioni, è motivata da una radicale riorganizzazione aziendale direttamente collegata all’integrazione di sistemi basati sull’intelligenza artificiale. Secondo la lettera inviata alle parti sociali, il nuovo modello di business «non prevede il mantenimento di strutture locali autonome», portando dunque alla chiusura definitiva della ex Finantix, acquisita dal gruppo statunitense nel 2021. La vicenda ha sollevato immediatamente allarme sociale, con i sindacati che denunciano un pericoloso precedente per l’intero comparto.

Nella comunicazione ufficiale, l’azienda ha evidenziato che, nell’ultimo anno e mezzo, si è assistito a una «significativa accelerazione dei processi tecnologici», contraddistinta in particolare «dall’integrazione di soluzioni basate sull’intelligenza artificiale». Il modello storico, organizzato con team dislocati in diversi Stati impegnati in adattamenti locali, secondo InvestCloud «ha determinato duplicazioni operative, economie di scala ridotte, tempi di sviluppo più lunghi e una valorizzazione solo parziale dei benefici in termini di produttività e automazione derivanti dall’intelligenza artificiale». La finalità è quindi quella di accentrare le competenze in un numero limitato di «centri di eccellenza globali», provvedendo a disfarsi delle strutture periferiche, tra cui quella di Marghera. Massimo Bitonci, assessore regionale allo sviluppo economico, ha ipotizzato una possibile delocalizzazione di tali centri sul territorio indiano, ma non ci sono ad oggi notizie certe su questo versante.

A rendere ancora più amara la pillola per i lavoratori sono i dati di bilancio: nel 2024 la società italiana ha registrato ricavi in crescita da 6,2 a 9,96 milioni di euro, con un utile netto di oltre 500mila euro dopo un 2023 in rosso. «Il caso della InvestCloud Italy di Marghera dimostra in modo pratico come la “Transizione” tecnologica impatti pesantemente nel lavoro e oggi sempre più anche nel settore metalmeccanico (che include molte aziende dell’ICT, ndr) travolgendo quell’idea di giustizia sociale, tutela occupazionale e impresa locale per cui tutti i giorni combattiamo», ha commentato Matteo Masiero della Fim Cisl. «Non siamo di fronte soltanto ad una riorganizzazione aziendale: siamo davanti ad un caso emblematico che dimostra come l’intelligenza artificiale non sia affatto neutra. Il punto vero è sempre lo stesso: quale intelligenza artificiale, con quali strumenti, con quali regole e sotto quale controllo pubblico», hanno dichiarato Daniele Giordiano e Michele Valentini della Cgil di Venezia. I sindacati hanno chiesto un tavolo istituzionale per affrontare quello che temono possa diventare un «effetto domino» nel settore dell’ICT, mentre il primo incontro con l’azienda è previsto per il 19 marzo.

Il caso di Marghera si inserisce, in realtà, in una trasformazione più ampia che, alla luce delle novità tecnologiche, sta attraversando l’intero settore finanziario. Secondo un’analisi della European Banking Authority dedicata all’uso dell’intelligenza artificiale nel sistema bancario europeo, negli ultimi anni banche e società fintech stanno accelerando l’integrazione di tecnologie come machine learning, analisi dei big data e sistemi di intelligenza artificiale nei processi interni. Tali strumenti vengono infatti utilizzati in particolare per attività come assistenza ai clienti, profilazione delle transazioni, prevenzione delle frodi e automazione dei processi operativi. La stessa autorità europea osserva che molte di queste soluzioni sono ormai passate dalla fase di sperimentazione a quella di integrazione strutturale nelle infrastrutture informatiche delle istituzioni finanziarie. In un quadro di forte competizione internazionale, l’obiettivo primario è ovviamente quello di aumentare l’efficienza e ridurre i costi operativi. Una macro-trasformazione che, secondo molti osservatori, sta contribuendo a ridefinire il mercato del lavoro nel settore finanziario e tecnologico.

I video deep fake sono diventati parte integrante della guerra (e della società)

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La guerra in Medio Oriente si sta ormai combattendo su molteplici fronti, compreso quello dell’informazione. Mentre le bombe distruggono obiettivi militari e civili, si sta diffondendo a grande velocità un’infodemia che mira a fornire chiavi di lettura ai molti avvenimenti in corso, ma con un problema strutturale: tra oscuramenti della rete e censure governative, le parti coinvolte faticano a produrre e distribuire la quantità di immagini necessaria a sostenere i meccanismi virali dell’informazione odierna. Il risultato è che false immagini satellitari e filmati manipolati hanno raggiunto cent...

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Dibattito sul Referendum, Valditara: “Verifiche e ispezioni nelle scuole”

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A una settimana dal referendum, il ministero dell’Istruzione ha chiesto agli uffici scolastici di condurre «un’attenta verifica» delle «segnalazioni riguardanti dibattiti che sarebbero avvenuti all’interno di istituti scolastici statali in assenza di contraddittorio». Secondo il ministro, nelle scuole, il dibattito sul referendum sarebbe sbilanciato verso le ragioni del No, sussistendo dunque un pericolo di «indottrinamento». Il sindacato Flc CGIL ha parlato di una «narrazione tanto grave quanto infondata»; la scorsa settimana, in un istituto di Napoli, un gruppo di alunni ha infatti deciso di abbandonare un’aula in cui si teneva un incontro sul referendum perché «c’erano solo esponenti per il Sì».