lunedì 12 Gennaio 2026
Home Blog Pagina 8

Libano, Israele intensifica i raid: colpite presunte basi di Hezbollah e Hamas

0

L’esercito israeliano ha annunciato una serie di attacchi contro presunti depositi di armi ed edifici militari riconducibili a Hezbollah e Hamas in diverse aree del Libano. Secondo le Forze di difesa israeliane, i raid hanno colpito infrastrutture in superficie e sotterranee utilizzate per attività ostili e per il riarmo. In vista degli attacchi, l’esercito ha emesso ordini di evacuazione per alcuni villaggi. Il presidente libanese Joseph Aoun ha accusato Tel Aviv di aver agito per indebolire gli sforzi del suo esecutivo e di altri attori regionali e internazionali per consolidare il cessate il fuoco con Beirut.

147 Paesi hanno approvato (quello che resta) della tassa globale sulle multinazionali

1

I 147 Paesi e giurisdizioni che partecipano all’Inclusive Framework su Base Erosion and Profit Shifting (BEPS), promosso dall’OCSE e dal G20, hanno raggiunto un accordo sugli elementi chiave della Global Minimum Tax, un’imposta minima globale del 15% sui profitti delle grandi multinazionali. L’intesa, parte del cosiddetto “Side-by-Side package”, mira a rafforzare la cooperazione fiscale internazionale, ridurre la complessità normativa e proteggere le basi imponibili nazionali, con la finalità di combattere l’elusione fiscale. Tuttavia, questa intesa arriva dopo che il G7 ha sancito l’esclusione delle multinazionali con capogruppo negli Stati Uniti dal meccanismo, indebolendo l’universalità della riforma e sollevando interrogativi sulla sua reale efficacia.

L’accordo annunciato dall’OCSE rappresenta, almeno sulla carta, un importante risultato politico e tecnico. Il suo scopo dichiarato è gettare le basi per una maggiore stabilità e certezza del diritto nel sistema fiscale internazionale, preservando i progressi finora conseguiti. Il pacchetto consolida un sistema che impone un’aliquota fiscale minima alle multinazionali con ricavi elevati in ciascuna giurisdizione in cui operano, contrastando la tendenza delle imprese a spostare profitti verso Paesi a bassa tassazione. Previsti anche strumenti di semplificazione e assistenza tecnica per facilitare l’implementazione nei diversi ordinamenti fiscali. Secondo l’organizzazione, il pacchetto «tutelerà la possibilità per tutte le giurisdizioni, in particolare i Paesi in via di sviluppo, di avere diritti di prima imposizione sui redditi generati nelle loro giurisdizioni».

Nello specifico, l’accordo si articola in cinque componenti chiave. Innanzitutto, introduce una serie di misure di semplificazione per ridurre gli oneri di compliance per le multinazionali e le autorità fiscali. In secondo luogo, uniforma ulteriormente il trattamento degli incentivi fiscali a livello globale attraverso una nuova clausola di salvaguardia mirata per gli incentivi basati sulla sostanza economica. Terzo, stabilisce nuovi “porti sicuri” per i gruppi multinazionali la cui entità madre ultima si trova in una giurisdizione idonea che soddisfa i requisiti minimi di tassazione. Quarto, comprende un processo di valutazione basato su prove concrete per garantire condizioni di parità tra tutti i membri. Infine, rafforza il ruolo dei regimi fiscali minimi nazionali qualificati come meccanismo primario per proteggere le basi imponibili locali, specialmente nei Paesi in via di sviluppo.

Tuttavia, questa architettura complessa è stata influenzata in modo sostanziale da un accordo politico precedente raggiunto in seno al G7 sotto la presidenza canadese. Per scongiurare contromisure legislative negli Stati Uniti, i Paesi del G7 hanno infatti concordato un’intesa condivisa che prevede, in determinate condizioni tecniche, l’esclusione delle imprese statunitensi dall’applicazione di alcune norme del Secondo Pilastro — in particolare la Regola di inclusione dei redditi (IIR) e la Regola sui profitti insufficientemente tassati (UTPR). L’intesa è stata collegata anche al contesto negoziale che ha riguardato la proposta legislativa interna statunitense nota come Section 899 nel disegno di legge OBBBA, la cosiddetta “tassa sulla vendetta” che avrebbe colpito le imprese straniere attive negli USA. L’intesa è stata salutata dal Segretario al Tesoro Usa, Scott Bessent, come un modo per «garantire maggiore stabilità e certezza al sistema fiscale internazionale in futuro».

Tale deroga rischia di svuotare di significato la riforma. Le multinazionali statunitensi (insieme a quelle cinesi) rappresentano infatti una quota importante a livello mondiale e la loro esenzione pratica potrebbe lasciare di nuovo spazio ai paradisi fiscali, incentivando lo spostamento della residenza delle multinazionali e migliorando la loro competitività fiscale rispetto ad altri Paesi. Inoltre, restano irrisolte questioni centrali, tra cui quella delle Digital Services Taxes, unilateralmente adottate da molti Paesi e fonte di continue tensioni.

L’OCSE ha ora il compito di guidare la fase di attuazione, offrendo assistenza tecnica e strumenti operativi. Tuttavia, la strada per una tassazione globale veramente equa ed efficace appare oggi più complessa e incerta. L’intesa dei 147 Paesi, pur rappresentando oggettivamente un progresso tecnico notevole, dovrà infatti fare i conti con una realtà geopolitica in cui il potere contrattuale di singole nazioni può ancora influenzare l’esito finale, lasciando in sospeso la promessa di contrastare in modo universale l’elusione fiscale delle grandi corporation.

Roma, si è ufficialmente chiuso il Giubileo

0

Papa Leone XIV ha chiuso la Porta Santa della Basilica di San Pietro, atto che segna ufficialmente la conclusione del Giubileo aperto da papa Francesco il 24 dicembre 2024. L’evento, centrale per la Chiesa cattolica, ha richiamato a Roma pellegrini da tutto il mondo. Durante l’Anno Santo hanno attraversato la Porta Santa 33,5 milioni di persone,provenienti da 185 Paesi. Non è la prima volta che il Giubileo viene aperto e chiuso da due papi diversi. In origine il Giubileo garantiva il perdono totale dei peccati; oggi mantiene una valenza simbolica, con un significato soprattutto spirituale e comunitario.

Non solo petrolio: perché il Venezuela è irrinunciabile per l’imperialismo USA

3

L'operazione militare condotta dagli Stati Uniti contro il Venezuela, che ha portato al rapimento del presidente venezuelano Nicolás Maduro, rappresenta uno spartiacque nella politica estera americana così come per gli equilibri politici regionali e mondiali. Più che per ragioni di esportazione democratica, in perfetto stile a stelle e strisce, Trump ha ufficialmente ammesso che l’azione militare contro il Paese sudamericano è stata condotta per impadronirsi del suo petrolio. Sebbene i giacimenti di petrolio venezuelani siano i più grandi al mondo, quel che non viene detto è che il Venezuela è...

Questo è un articolo di approfondimento riservato ai nostri abbonati.
Scegli l'abbonamento che preferisci 
(al costo di un caffè la settimana) e prosegui con la lettura dell'articolo.

Se sei già abbonato effettua l'accesso qui sotto o utilizza il pulsante "accedi" in alto a destra.

ABBONATI / SOSTIENI

L'Indipendente non ha alcuna pubblicità né riceve alcun contributo pubblico. E nemmeno alcun contatto con partiti politici. Esiste solo grazie ai suoi abbonati. Solo così possiamo garantire ai nostri lettori un'informazione veramente libera, imparziale ma soprattutto senza padroni.
Grazie se vorrai aiutarci in questo progetto ambizioso.

Venezuela: nella notte droni e spari vicino al palazzo presidenziale, poi rientra l’allarme

0

Nella notte tra lunedì e martedì, nel centro di Caracas, colpi d’arma da fuoco ed esplosioni hanno squarciato il silenzio attorno al Palazzo di Miraflores, sede del governo venezuelano, mentre sui social iniziavano a circolare immagini di droni in volo sopra l’area presidenziale, dando origine a speculazioni su un possibile tentativo di colpo di Stato. L’allerta sicurezza è rientrata in meno di un’ora, ma l’episodio ha confermato il clima di forte tensione che attraversa il Paese. Poche ore prima, Delcy Rodríguez aveva prestato giuramento come presidente ad interim davanti all’Assemblea nazionale, mentre a New York si era svolta la prima udienza giudiziaria di Nicolás Maduro e della moglie Cilia Flores, comparsi davanti a un giudice federale dopo il sequestro da parte delle forze speciali statunitensi.

Le prime segnalazioni arrivate dal centro di Caracas verso l’una e trenta ore italiane riferivano di sagome di droni in volo sopra il complesso presidenziale e di movimenti anomali di uomini armati nelle strade adiacenti, alimentando per diverse ore il timore di un’operazione militare o di un incidente di sicurezza. In alcuni dei video circolati sui social si distinguono colonne di mezzi militari e blindati, da cui scendono uomini armati schierati in assetto operativo, affiancati da motociclisti con fucili imbracciati, immagini che richiamano le unità paramilitari legate al ministero dell’Interno. In almeno alcuni edifici residenziali della zona, i vetri sarebbero stati raggiunti da proiettili vaganti. Secondo fonti locali citate da El Nacional, gli spari sarebbero stati il risultato di un errore di coordinamento interno: alcune unità a terra avrebbero aperto il fuoco dopo aver individuato come “non identificati” droni di sorveglianza operativi nell’area senza un’adeguata comunicazione preventiva. La confusione avrebbe innescato una risposta armata immediata. Non risultano feriti e le autorità non hanno diffuso una ricostruzione ufficiale dettagliata dei fatti.

L’episodio si inserisce in una fase di profonda instabilità istituzionale e politica per il Venezuela. Proprio ieri, l’ex presidente Nicolás Maduro e la moglie Cilia Flores sono comparsi davanti al giudice federale Alvin Hellerstein del distretto meridionale di New York a Manhattan, rispondendo alle accuse di traffico di droga, narco-terrorismo e uso illecito di armi da guerra. In aula, con i piedi ammanettati e camicia blu sopra la tuta arancione carceraria, Maduro si è dichiarato “innocente” e “prigioniero di guerra”, definendo la sua presenza negli Stati Uniti un sequestro illegittimo e ribadendo di essere ancora il presidente costituzionale del Venezuela. La prossima udienza è stata fissata per il 17 marzo. Il loro difensore è l’avvocato americano Barry Pollack, noto per aver rappresentato Julian Assange. È considerato uno dei più autorevoli penalisti statunitensi, con oltre trent’anni di esperienza nella difesa di dirigenti d’azienda, alti funzionari pubblici e grandi organizzazioni coinvolti in procedimenti complessi e ad alta esposizione mediatica. Il caso che ne ha consolidato la notorietà internazionale resta quello del fondatore di WikiLeaks, concluso lo scorso giugno con la fine di un contenzioso con Washington durato quattordici anni.

Intanto, il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha ribadito che gli USA «non sono in guerra con il popolo venezuelano» e sul fronte della transizione politica, ha escluso che si possano tenere elezioni in Venezuela nei prossimi 30 giorni. Il tycoon ha parlato di un progetto di ricostruzione delle infrastrutture energetiche venezuelane che potrebbe richiedere fino a 18 mesi e per il quale gli Stati Uniti sono pronti a offrire sovvenzioni alle compagnie petrolifere. Nel frattempo, alla Assemblea nazionale venezuelana Delcy Rodríguez, finora vicepresidente e ministro del petrolio, ha prestato giuramento come presidente ad interim per un periodo iniziale di 90 giorni, con possibilità di estensione fino a sei mesi. In concomitanza con l’insediamento, nelle strade di Caracas, i sostenitori di Maduro sono scesi in piazza chiedendone la liberazione. Nel suo primo messaggio ufficiale, Rodriguez ha lanciato un appello a Trump per lavorare insieme su “pace e dialogo”, auspicando una relazione bilaterale rispettosa e cooperativa. La sua nomina è stata riconosciuta dall’esercito, mentre la leader dell’opposizione e Premio Nobel per la Pace Maria Corina Machado, da una località segreta, ha dichiarato di voler tornare in patria «il prima possibile» e in un’intervista a Fox News ha attaccato duramente Rodríguez, definendola parte integrante dell’apparato che ha sostenuto la corruzione e la repressione.

Iran: almeno 35 morti e 1200 arresti nelle proteste

0

Sale a 35 il bilancio delle vittime delle proteste contro la crisi economica in Iran. Lo riferisce l’ong Human Rights Activists, secondo cui tra i morti figurano quattro bambini e due membri delle forze di sicurezza. Dall’inizio delle manifestazioni, almeno 1.200 persone sono state arrestate. Sarebbero inoltre circa 250 gli agenti di polizia e 45 i membri delle forze Basij iraniane rimasti feriti. Il bilancio delle vittime rimane, però, difficile da verificare. Le proteste si sono estese a 27 delle 31 province del Paese. Intanto, il capo della magistratura, Gholamhossein Mohseni Ejei, ha avvertito che il sistema giudiziario non mostrerà “alcuna clemenza” verso i “rivoltosi”, pur riconoscendo il diritto a manifestare per rivendicazioni economiche.

Contro gli affitti brevi: Capri taglia l’IMU a chi affitta ai residenti

3

Il Comune di Capri, isola nel golfo di Napoli appartenente all'arcipelago Campano e parte della città metropolitana di Napoli, ha deciso di azzerare l’IMU per i proprietari che affittano i propri immobili ai residenti. Una misura pensata per riportare sul mercato gli affitti a lungo termine, ormai diventati rari dopo anni di espansione delle locazioni turistiche brevi. È una scelta netta, che interviene su uno dei nodi più delicati delle località ad alta pressione turistica: l’accesso alla casa per chi vive e lavora stabilmente sul territorio.
La decisione è stata approvata durante l’ultimo Co...

Questo è un articolo di approfondimento riservato ai nostri abbonati.
Scegli l'abbonamento che preferisci 
(al costo di un caffè la settimana) e prosegui con la lettura dell'articolo.

Se sei già abbonato effettua l'accesso qui sotto o utilizza il pulsante "accedi" in alto a destra.

ABBONATI / SOSTIENI

L'Indipendente non ha alcuna pubblicità né riceve alcun contributo pubblico. E nemmeno alcun contatto con partiti politici. Esiste solo grazie ai suoi abbonati. Solo così possiamo garantire ai nostri lettori un'informazione veramente libera, imparziale ma soprattutto senza padroni.
Grazie se vorrai aiutarci in questo progetto ambizioso.

Studio USA ammette: nel 2025 la Russia è avanzata in Ucraina a ritmo doppio

3

Un’analisi dell’Istituto americano per lo Studio della Guerra (ISW) ha certificato che il 2025 è stato l’anno dell’avanzata più significativa delle forze russe in Ucraina dall’invasione su larga scala del 2022. Lo studio, condotto assieme al Progetto Minacce Critiche (CTP), rivela infatti che Mosca ha conquistato nell’ultimo anno un’area territoriale superiore a quella ottenuta nel 2024 e nel 2023 messi insieme, nonostante il picco degli sforzi diplomatici per un piano di pace negli ultimi mesi. Un’accelerazione che rischierebbe fortemente di compromettere le stesse trattative in corso.

Secondo il documento, nel solo 2025 la Russia ha annesso oltre 5.600 chilometri quadrati di territorio ucraino, una superficie pari allo 0,94% del totale del paese. Questo dato eclissa i progressi cumulativi del 2024, fermi a 4.000 km², e quelli del 2023, ammontanti a soli 580 km². Un’avanzata sostenuta e graduale, seppur con ritmi variabili: a dicembre Mosca ha conquistato 244 km², il suo progresso mensile più debole da marzo, ma il mese di novembre ha fatto registrare un balzo in avanti di 701 km². L’offensiva si è concentrata particolarmente nel Donbass, con guadagni anche di 131 km² nella regione di Zaporizhzhia, teatro di intensi bombardamenti.

L’accelerazione è stata resa possibile da un nuovo “modello operativo” che si basa su una prolungata campagna di interdizione aerea sul campo di battaglia (BAI), con sforzi di interdizione tattica, missioni di infiltrazione e assalti di piccoli gruppi di massa che hanno permesso i progressi russi nelle direzioni Pokrovsk, Oleksandrivka e Hulyaipole che si sono verificate nell’autunno 2025. Ad aprile e maggio 2025, i russi hanno dispiegato lungo tutto il fronte elementi del Centro per le Tecnologie Avanzate Senza Equipaggio, fondamentali per il successo di queste operazioni. Adattamenti tecnologici cruciali hanno supportato la campagna, come la produzione su vasta scala di droni a fibra ottica, più resistenti alle contromisure elettroniche ucraine. Il raggio di azione di questi droni è aumentato da circa 7 chilometri all’inizio della primavera 2025 a circa 20 chilometri nell’estate 2025, per arrivare, con adattamenti recenti, a tra i 50 e i 60 chilometri.

Le avanzate relativamente più veloci della Russia nel 2025 hanno spesso approfittato delle cattive condizioni meteorologiche – pioggia, nebbia, neve – che ostacolano le operazioni dei droni ucraini. Non mancano comunque, secondo il documento, vere e proprie battute d’arresto per l’esercito del Cremlino. Lo studio evidenzia che le forze ucraine hanno riconquistato terreno in due aree specifiche: nella regione di Kharkiv i russi hanno perso 125 km², mentre in quella di Dnipropetrovsk il arretramento è stato di 55 km². «Queste riconquiste ucraine sono le più importanti dal giugno 2023» si legge nell’analisi, che nota come proprio queste due zone siano quelle da cui il piano americano propone esplicitamente il ritiro russo.

A fine dicembre, il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha incontrato il presidente statunitense Donald Trump nella sua residenza di Mar-a-Lago, in Florida, per parlare del nuovo piano in venti punti per la pace, elaborato congiuntamente da Washington e Kiev. L’incontro è stato preceduto da una lunga telefonata con Vladimir Putin. In conferenza stampa, Trump è apparso ottimista, ma il piano di pace resta in gran parte teorico, privo di passi concreti e segnato da «uno o due temi spinosi», ossia da questioni strategiche e territoriali ancora aperte, tra cui il Donbass, la centrale nucleare di Zaporizhzhia e l’adesione dell’Ucraina alla NATO. Nel quadro di una guerra che prosegue nonostante i colloqui, il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, nei suoi auguri per il 2026, ha offerto una valutazione sul processo di pace, affermando che un accordo per porre fine alla guerra è «pronto al 90%». Ha però avvertito che il restante 10% determinerà il «destino della pace», lasciando intendere che la questione cruciale del futuro dei territori occupati rimane il nodo irrisolto.

Scontri in Yemen: 400 turisti bloccati nel Paese, 86 italiani

0

400 turisti stranieri sono bloccati sull’isola di Socotra, in Yemen, a causa degli scontri tra le milizie legate al gruppo separatista del Consiglio di Transizione del Sud (STC) e i gruppi legati al governo centrale. Tra questi, 86 sono italiani; la Farnesina ha avvisato di stare collaborando con l’ambasciata dell’Arabia Saudita – competente anche per lo Yemen – per velocizzare il rientro dei propri cittadini. Gli scontri in Yemen vanno ormai avanti da inizio dicembre, quando le forze del STC – supportate dagli Emirati Arabi – hanno lanciato una vasta offensiva contro quelle del governo centrale – supportato dall’Arabia Saudita – conquistando vaste porzioni di territorio.

Quando lo sport è una minaccia: la storia del campetto di Betlemme che Israele vuole demolire

0

BETLEMME, PALESTINA OCCUPATA – Un muro alto circa 8 metri. Torrette militari, telecamere, soldati israeliani. È all’ombra del famoso “muro dell’apartheid” che separa la Cisgiordania dall’altra parte di Palestina occupata nel 1948 che sorge il campo da calcio del campo profughi di Aida, nella periferia di Betlemme. Un campo da calcio pieno di vita, dove centinaia di ragazzi e giovani si incontrano, si allenano, giocano; uno dei pochi luoghi di socialità in quel campo profughi famoso per essere stato nominato “il luogo più esposto ai lacrimogeni del mondo” a causa dei costanti gas lanciati dall’esercito per reprimere manifestazioni o proteste. Ma che ora Israele vuole demolire. «Il 31 dicembre ci hanno consegnato il secondo ordine di demolizione» dice Munther Amira a L’Indipendente. Cinquantacinque anni, è uno dei referenti dell’Aida Youth Center, uno dei centri giovanili del campo rifugiati. «Il primo ordine l’hanno consegnato il 3 novembre. Questo è il secondo. Ci hanno dato una settimana. Ma la demolizione può arrivare anche a fine mese», dice.

Il campo da calcio è stato costruito nel 2020. Sono centinaia i giovani che lo usano, comprese le ragazze del campo profughi di Aida che hanno fatto parte delle squadra nazionale femminile palestinese a livello giovanile. Secondo Tel Aviv, il campo da calcio è stato costruito senza permesso e viola le norme di sicurezza militari. Pretende che venga smantellato dagli stessi abitanti, oppure lo distruggeranno coi bulldozer israeliani e presenteranno il conto.

Foto di Moira Amargi

«Il campo da calcio è situato in area A, teoricamente sotto la giurisdizione, l’amministrazione, e la sicurezza palestinese», ribadisce Mohammah Abu Srour, volontario dello Youth center e responsabile dello sport club, a L’Indipendente. «La terra è stata data dal comune di Betlemme al “popular committee” di Aida tramite la chiesa armena, a cui affittano i terreni. Tutti i procedimenti legali e amministrativi sono stati rispettati, quindi Israele non ha nessuna motivazione per demolire il campo». Non sono i soli spazi che rischiano la demolizione. Un teatro e un giardino hanno ricevuto un primo avviso simile e la popolazione locale denuncia che molte delle strutture vicine al muro di apartheid saranno soggette allo stesso destino.

Foto di Moira Amargi

Il campo profughi di Aida è uno dei tre campi per rifugiati istituiti a Betlemme dalle Nazioni Unite per i palestinesi mandati via dalle proprie terre durante la Nakba, la “catastrofe” dei palestinesi. Tra il 1948 e il 1950 migliaia di persone sfollate dai futuri israeliani hanno trovato rifugio qui, per scampare ai massacri dell’invasione che ha portato alla formazione dello Stato di Israele nel 1948. I nipoti di quei rifugiati vivono tuttora nei campi profughi; Aida Camp è un fazzoletto di terra che ospita attualmente circa 7000 persone in circa mezzo chilometro quadrato. 2500 di esse sono bambini, che vivono in condizioni di sovraffollamento e di repressione costante a causa dei frequenti raid militari israeliani. Qui, solamente nella giornata di oggi, lunedì 5 gennaio, i coloni hanno fatto irruzione in diverse abitazioni per arrestare e interrogare almeno 25 palestinesi, successivamente rilasciati.

All’ingresso del campo si trova un cancello con una scultura raffigurante una grande chiave, simbolo del diritto dei palestinesi di tornare nelle terre da cui sono stati espulsi.
«Crediamo che Israele voglia demolire e portare via le nostre ambizioni, speranze, e vogliono distruggere lo sport in tutti i campi profughi in Palestina. Tutte le loro politiche hanno un solo obbiettivo, ed è di obbligare i palestinesi a lasciare la propria terra», continua Mohammah.

«Prima della seconda Intifada giocavamo nel nostro campo da calcio dietro il muro; poi gli israeliani hanno installato il muro nel 2022, e si sono annessi il nostro terreno», ricorda. «Così abbiamo costruito questo campo da calcio cinque anni fa. E ora vogliono portarci via anche questo». Mohammah sottolinea come questa è la dura realtà a cui i rifugiati palestinesi e tutti i palestinesi sono costretti: «Israele ci sta restringendo il nostro diritto al movimento, ci reprime in tutti gli aspetti della nostra vita, per obbligarci ad andarcene e a lasciare la Palestina», dice.

Foto di Moira Amargi

«La nostra squadra da calcio rappresenta i rifugiati palestinesi di Betlemme; noi crediamo ancora e abbiamo fede di tornare alle nostre terre [sottratte nel 1948, ndr]. Lo scopo del campo da calcio non è solo di praticare lo spot, ma è anche un messaggio politico per dire che ancora crediamo e vogliamo praticare i nostri diritti». I giovani del campo hanno anche lanciato una petizione chiamata FiFA: Save our pitch per bloccare la demolizione. «Il nostro messaggio per le persone fuori dalla Palestina, per la FIFA, per tutte le squadre di calcio, in Italia, Spagna, ovunque, è di supportare la nostra causa, di difenderla, di non lasciare demolire il nostro spazio».