venerdì 6 Marzo 2026
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Negli USA non sta succedendo niente sugli scandali degli Epstein Files

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Oltre tre milioni di pagine desecretate il 30 gennaio 2026. Un archivio imponente che avrebbe dovuto segnare una svolta storica nel caso Epstein. E, invece, negli Stati Uniti non sta succedendo nulla. A parte l’audizione “show” davanti alla commissione Giustizia della Camera della procuratrice generale Pam Bondi, le schermaglie politiche e la testimonianza dell’ex Segretario di Stato Hillary Clinton al Congresso, in attesa di quella del marito Bill, non si registrano arresti eccellenti né nuove incriminazioni di peso. Mentre in Europa gli Epstein Files stanno coinvolgendo figure di primo piano, oltreoceano la loro diffusione ha suscitato grande attenzione mediatica senza, però, provocare scossoni giudiziari.

L’FBI e il Dipartimento di Giustizia statunitense, già nel luglio 2025, avevano dichiarato di non aver individuato alcuna “lista clienti” incriminante e di non disporre di prove sufficienti per procedere contro terzi non già accusati. Una posizione ribadita di fatto dopo la pubblicazione dei nuovi documenti del 30 gennaio. Le motivazioni ufficiali sono formalmente “tecniche”: molte informazioni contenute nei files si basano su fonti o testimonianze indirette, e su materiale non immediatamente ammissibile in tribunale senza il consenso dei testimoni. Costruire un impianto accusatorio solido, spiegano gli esperti, richiede prove dirette e dichiarazioni formalizzate. A questo si aggiungono ostacoli strutturali. L’accordo di non perseguibilità del 2008, che garantì a Epstein e ai suoi collaboratori una protezione federale estesa, ha limitato per anni il perimetro investigativo. Molti dei reati documentati risalgono a decenni fa e risultano oggi prescritti. Il risultato è un’operazione di trasparenza soltanto formale, che non produce nuove responsabilità giudiziarie. Fa eccezione lo Stato del New Mexico, che ha deciso di avviare un’indagine per accertare se nel territorio limitrofo a Santa Fe siano stati sepolti i corpi di due donne, presumibilmente uccise durante un rapporto sessuale sadomaso, come sostenuto da una segnalazione anonima inviata il 21 novembre 2019 al conduttore radiofonico Eddy Aragon, proveniente da una persona che si è qualificata come ex dipendente dello Zorro Ranch.

Il confronto con l’Europa è inevitabile. Nel Regno Unito, l’ex principe Andrea è stato arrestato e poi rilasciato nell’ambito di un’indagine per misconduct in public office; similmente l’ex ambasciatore ed ex ministro Lord Peter Mandelson è stato posto sotto fermo e rilasciato su cauzione. Il CEO del World Economic Forum, Børge Brende, è stato costretto a dimettersi. In Norvegia risultano indagati l’ex primo ministro Thorbjørn Jagland – a cui il Comitato dei Ministri ha revocato l’immunità – e l’ambasciatrice norvegese in Giordania e Iraq, Mona Juul, che si è dimessa dal suo ruolo. Epstein avrebbe lasciato nel suo testamento 10 milioni di dollari ai due figli di Juul, avuti con il marito, anch’egli diplomatico ed ex mediatore dei colloqui di Oslo, Terje Rød-Larsen, il cui consigliere, Fabrice Aidan, risulta ora indagato in Francia. Dai documenti desecretati emerge che, mentre l’alto funzionario francese lavorava all’ONU, a New York, forniva regolarmente a Epstein informazioni, documenti e rapporti confidenziali dell’organizzazione internazionale. Intanto, in Francia, lo scandalo ha travolto anche l’ex ministro della cultura Jack Lang, che ha lasciato la direzione dell’Istituto del mondo arabo di Parigi. La procura ha aperto un’inchiesta con l’accusa di frode fiscale aggravata anche per Caroline Lang, figlia dell’ex ministro, che ha ricevuto da Epstein fondi in una sua società offshore.

Il dato è politico e giudiziario insieme: in Europa le rivelazioni sugli Epstein Files stanno producendo conseguenze concrete, con procure attive tra indagini, audizioni e perquisizioni. Negli Stati Uniti, al contrario, domina l’inerzia, che alimenta lo scontro politico e la delusione della base MAGA, convinta di trovarsi di fronte a un insabbiamento. Da qui la domanda centrale: come può il più vasto rilascio documentale della recente storia giudiziaria americana non tradursi in nuovi imputati di peso? La spiegazione ufficiale richiama limiti probatori e prescrizioni; quella ufficiosa parla di un imbarazzo strutturale, perché molti dei nomi citati nei file gravitano nel cuore del potere politico ed economico statunitense. Tra questi figurano Larry Summers, ex Segretario al Tesoro ed ex presidente di Harvard, Howard Lutnick, attuale segretario al Commercio, l’ex presidente Bill Clinton e l’attuale inquilino della Casa Bianca Donald Trump, oltre a grandi magnati come Leslie Wexner, fondatore di Victoria’s Secret, e Leon Black, ex CEO di Apollo Global Management.

L’ex candidata alla presidenza ed ex segretaria di Stato Hillary Clinton testimoniando giovedì al Congresso in una commissione che indaga sui rapporti di Jeffrey Epstein ha respinto qualsiasi legame personale con Epstein, definendo Ghislaine Maxwell come una semplice “conoscente”, nonostante questa fosse addirittura presente al matrimonio della figlia, Chelsea Clinton. A oggi, l’unica figura centrale ad aver subito una condanna rilevante è proprio Maxwell. E mentre circolano indiscrezioni su una possibile grazia presidenziale per l’ex compagna e complice di Epstein, l’inchiesta che avrebbe dovuto scoperchiare un sistema e incrinare il presunto “Deep State” rischia di chiudersi con un unico capro espiatorio e con ricadute limitate all’Europa. In un dossier che sfiora le élite politiche, finanziarie e istituzionali dell’Occidente, proprio l’assenza di conseguenze concrete finisce per diventare l’aspetto più eloquente.

La famiglia di Francesca Albanese ha fatto causa a Trump contro le sanzioni

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La famiglia di Francesca Albanese, relatrice speciale delle Nazioni Unite per i territori palestinesi occupati, ha deciso di citare in giudizio il presidente statunitense Donald Trump e alcuni alti funzionari della amministrazione USA. Al centro del ricorso, che è stato depositato presso il tribunale distrettuale per il distretto di Columbia, ci sono le sanzioni imposte dagli Stati Uniti alla funzionaria ONU per le sue posizioni a sostegno dell’avvio di procedimenti giudiziari contro i leader israeliani e le aziende coinvolte nel conflitto a Gaza. Secondo i ricorrenti – specificamente il marito di Albanese, Massimiliano Cali, e il figlio minorenne della coppia – i provvedimenti violerebbero infatti il primo, quarto e quinto emendamento della Costituzione americana, configurando un sequestro di beni senza giusto processo.

Il ricorso, come ha raccontato per primo il New York Times, è stato presentato dai familiari della Albanese perché, come hanno chiarito i legali, le regole delle Nazioni Unite impediscono alla relatrice di agire direttamente a titolo personale. Nel ricorso vengono elencate le pesanti conseguenze delle misure adottate da Washington: il blocco dei conti bancari, l’interruzione dei rapporti con diverse università, l’impossibilità di viaggiare negli USA, la perdita dell’accesso all’appartamento che Albanese utilizzava nella capitale americana. Gli avvocati della famiglia della funzionaria ONU contestano la legittimità stessa delle sanzioni, sostenendo che il provvedimento abbia superato il confine dell’uso appropriato di questo strumento. «Le sanzioni, se utilizzate in modo appropriato, sono uno strumento potente per interrompere e indebolire le attività di terroristi, criminali e regimi autoritari – si legge nel ricorso –. Tuttavia, le sanzioni vengono abusate quando mirano a mettere a tacere punti di vista sgraditi e a violare i diritti costituzionali di persone che il governo non gradisce». Formalmente, attraverso il ricorso si chiede dunque ai giudici di dichiarare incostituzionali le misure adottate dall’esecutivo.

Nel frattempo, si attenuano le polemiche che avevano coinvolto Albanese dopo alcune sue dichiarazioni all’emittente Al Jazeera. La Francia, che nelle scorse settimane aveva annunciato l’intenzione di chiedere le sue dimissioni in sede ONU, ha fatto marcia indietro. Durante il consiglio per i diritti umani a Ginevra, Parigi ha scelto di optare per un semplice richiamo formale, rinunciando alla richiesta di rimozione. «Prendo atto che la diplomazia francese ha infine cambiato idea», ha commentato Albanese all’emittente Bfmtv. «Mi sarei aspettata una parola di chiarimento e di scuse, perché mi hanno insultata in modo duro e inaccettabile». Una vicenda che si intreccia con quella giudiziaria americana, mentre la famiglia Albanese attende ora la risposta del tribunale di Washington sulla costituzionalità delle sanzioni.

L’amministrazione di Donald Trump aveva inserito Albanese nella lista dei sanzionati lo scorso anno, accusandola di aver «apertamente sostenuto l’antisemitismo, il terrorismo» e di essersi «impegnata in azioni legali contro la nostra nazione e i nostri interessi, anche contro importanti aziende americane vitali per l’economia mondiale». Le colpe della relatrice ONU? Il fatto di aver dettagliato, nel suo ultimo rapporto redatto per le Nazioni Unite, le complicità di molte imprese e istituzioni – in particolare quelle con sede negli USA– nel progetto israeliano di svuotamento genocida dei territori palestinesi allo scopo di colonizzarli e sfruttarne le risorse. Come abbiamo già illustrato, l’impatto effettivo delle misure punitive è enorme: Albanese non può recarsi nel suo ufficio presso la sede dell’ONU a New York per relazionare con chi le ha conferito l’incarico, né può avere un conto in banca negli USA o in Italia. Per via del provvedimento statunitense, la funzionaria non può poi compiere nessuno scambio che abbia un valore economico, nemmeno con un privato – fosse anche solo l’accettazione di un caffè al bar (se a offrirlo fosse un cittadino statunitense, egli rischierebbe 20 anni di carcere e una multa miliardaria).

Libano, raid israeliani nella Beqaa: un morto e 29 feriti

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Le Forze di difesa di Israele hanno condotto raid nell’est del Libano, nella valle della Beqaa, uccidendo una persona e ferendone 29, secondo l’agenzia statale Nna. L’esercito israeliano ha dichiarato di aver colpito otto complessi militari della Forza Radwan di Hezbollah nell’area di Baalbek. I siti, secondo Israele, erano usati per lo stoccaggio di armi, inclusi razzi, e per l’addestramento dell’unità d’élite incaricata di operazioni speciali. Le Idf sostengono che le attività del gruppo e i tentativi di riarmo «violino le intese di cessate il fuoco e rappresentino una minaccia diretta per la sicurezza dello Stato israeliano».

Netflix ritira l’offerta per Warner Bros.: la strada è spianata per Paramount

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Netflix ha deciso di ritirare la propria offerta d’acquisto per Warner Bros. Discovery, un passo che stravolge significativamente lo scenario consolidato e apre la strada all’avanzata di Paramount. Se quest’altra operazione dovesse concretizzarsi, David Ellison e la sua famiglia aggiungerebbero un altro asset di peso al loro crescente impero mediatico, consolidando la capacità di influenzare il panorama culturale statunitense e, di sponda, di plasmare l’immaginario globale.

Ieri, giovedì 26 febbraio, Warner Bros. Discovery ha comunicato che, alla luce dei numeri, l’offerta di Paramount risulta superiore a quella inizialmente avanzata da Netflix. Nonostante ciò, il gigante dello streaming ha scelto di non rilanciare. Secondo i co‑CEO Ted Sarandos e Greg Peters, l’operazione “non è più attrattiva a livello finanziario”. Nel loro comunicato precisano che si è sempre trattato di un “bello da avere” al prezzo giusto, non di un’acquisizione da inseguire “a qualsiasi costo”.

Il 4 dicembre Netflix e Warner Bros. Discovery avevano firmato un accordo preliminare per avviare il processo di acquisizione, escludendo di fatto Paramount: la sua offerta, pur competitiva, prevedeva la cessione di alcuni asset che Netflix invece avrebbe lasciato al proprietario originario. Paramount, già allora orientata verso una strategia di acquisizione ostile, negli ultimi giorni ha rilanciato con una proposta più aggressiva: 31 dollari per azione, quote azionarie a tempo per gli investitori e una garanzia da 7 miliardi di dollari nel caso in cui l’antitrust dovesse bloccare l’operazione. Il gruppo si è inoltre detto disposto a coprire i 2,8 miliardi di dollari di penale che Warner Bros. dovrebbe a Netflix per la violazione degli accordi già sottoscritti. Subito dopo l’annuncio del suo ritiro, il titolo di Netflix ha registrato un balzo del 10% in Borsa.

Questo cambio di rotta ha il potenziale di ridisegnare in profondità lo scenario dei media globali, consegnando agli Ellison il controllo di una quota rilevante della produzione hollywoodiana e di una parte dell’informazione giornalistica, considerando che Warner Bros. detiene la CNN. Larry Ellison, autore formale dell’operazione, è diventato in tempi rapidissimi un soggetto centrale dell’industria statunitense: il suo Skydance ha ottenuto la fusione con Paramount solo nel luglio 2025 e ora è riuscito a tenere testa anche a Netflix, con il risultato che la sua sfera d’influenza potrebbe ampliarsi in modo considerevole.

Più che da un mero genio imprenditoriale, il suo successo potrebbe dipendere anche da una serie di fattori collaterali. David è il figlio di Larry Ellison, fondatore di Oracle, colosso dell’analisi dei dati con legami consolidati con le forze armate statunitensi e oggi coinvolto anche nella gestione della versione americana di TikTok. Ellison senior è notoriamente molto vicino all’establishment trumpiano e in passato non ha esitato a investire miliardi per sostenere – e talvolta salvare – le iniziative imprenditoriali dei suoi figli. Per avere un metro della situazione, basti pensare che il fondo dell’imprenditore, l’Ellison Trust, si è impegnato a coprire 45,7 miliardi di dollari dei fondi necessari perché Paramount possa mettere le mani su Warner Bros.

Secondo quanto riportato da Variety, il processo di acquisizione è sostenuto anche dai fondi sovrani di diversi Paesi mediorientali, tra cui Qatar, Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita. In particolare, il Public Investment Fund saudita (PIF), coinvolto nell’offerta, è legato al genero di Donald Trump, Jared Kushner: la sua società di investimenti, Affinity Partners, è stata lanciata alla fine del 2021 grazie a un generoso contributo iniziale di 2 miliardi di dollari da parte del governo saudita, che da allora continua a versare commissioni milionarie. È difficile ignorare la coincidenza temporale: proprio alla fine del 2021 si concludeva il primo mandato Trump, periodo in cui Kushner, pur privo di una reale esperienza diplomatica, era incaricato di gestire i rapporti con diversi Paesi del Medio Oriente.

Uruguay e Argentina ratificano Trattato UE-Mercosur

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L’Uruguay è il Primo Paese dell’America Latina ad aver ratificato il trattato di libero scambio con l’Unione europea. Poche ore dopo si è accodata l’Argentina, che ha approvato l’accordo in seconda lettura, inviandolo all’esecutivo per la promulgazione. Per quanto riguarda la controparte europea, invece, la ratifica è subordinata alla pronuncia della Corte di Giustizia dell’UE, attivatasi a seguito delle proteste provenienti dall’Europarlamento.

Liste bloccate e premio di maggioranza: cosa prevede la nuova proposta di legge elettorale

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La maggioranza di centrodestra ha depositato in Parlamento una nuova proposta di legge elettorale. L’obiettivo dichiarato della riforma è ottenere maggiore governabilità e stabilità. Non a caso il disegno di legge è stato presto ribattezzato “Stabilicum” e punta a superare l’impianto del vigente “Rosatellum”, a partire dall’eliminazione dei collegi uninominali. Viene poi reintrodotto un premio di maggioranza per la lista o coalizione vincitrice, capace di ottenere almeno il 40% dei voti. Tutte le forze coinvolte nella corsa elettorale dovranno nominare un candidato presidente del Consiglio, ma gli elettori non potranno esprimere alcuna preferenza per deputati e senatori. Le opposizioni insorgono, accusando Fratelli d’Italia e gli altri partiti di maggioranza di non aver aperto un dialogo sulla questione.

Ieri gli esponenti di Fratelli d’Italia, Lega, Forza Italia e Noi moderati, riunitisi in via della Scrofa, hanno raggiunto l’accordo sulla nuova proposta di legge elettorale, in vista delle legislative del 2027. Il testo, depositato in Parlamento, prevede diverse novità, a partire dal premio di maggioranza (pari a 70 deputati e a 35 senatori) per la lista o coalizione che vince le elezioni e ottiene almeno il 40% delle preferenze. In ogni caso, la forza politica destinataria del premio di maggioranza non potrà ottenere più di 230 seggi (su 400) alla Camera e 114 (su 200) al Senato, nell’ottica di preservare il ruolo dell’opposizione. La soglia del 40% si palesa anche nell’inedita previsione di un ballottaggio, sulla falsa riga di quanto avviene nelle elezioni amministrative (in questo caso la soglia è al 50% dei voti).

Al ballottaggio immaginato dal centrodestra accederebbero le prime due liste o coalizioni incapaci di sfondare il tetto delle preferenze, ottenendo invece tra il 35% e il 40% dei voti. Un caso residuale, già definito “di scuola”, visto il bipolarismo di fatto verso cui si è avviata l’Italia nell’ultimo trentennio. Di pari passo al bipolarismo si è sviluppata, a partire dalle presidenze Craxi e Berlusconi, la tendenza alla personalizzazione della politica. Nell’era della volatilità partitica e del tramonto degli ideali, gli elettori si aggrappano al leader di turno. In questo senso va letta la nomina, da parte della lista o della coalizione, di un candidato presidente del Consiglio. Rimanendo invariate le prerogative del Presidente della Repubblica, prassi delle consultazioni compresa, l’indicazione partitica si configura come un elemento di trasparenza e vicinanza agli elettori. Il centrodestra prepara così il terreno alla prossima riforma, quella del premierato, sistema che trova il suo fulcro nell’elezione diretta del presidente del Consiglio.

L’attuale legge elettorale prevede che i 3/8 dei seggi siano distribuiti attraverso collegi uninominali, da cui viene cioè eletto soltanto un candidato. La riforma immaginata dal centrodestra elimina tale elemento maggioritario, prevedendo tutti collegi plurinominali, da cui eleggere più deputati e senatori. Ad ogni modo non saranno gli elettori a esprimere una preferenza ma i partiti, che presenteranno liste bloccate a ogni tornata — nonostante la Consulta abbia più volte tacciato di incostituzionalità tale previsione. Niente da fare dunque per la reintroduzione delle preferenze, fortemente voluta da Fratelli d’Italia ma ostacolata dalla Lega. Altro elemento di continuità col “Rosatellum” è la soglia di sbarramento fissata al 3% dei voti, al di sotto della quale le liste non riescono a portare deputati e senatori in Parlamento.

L’iter legislativo della riforma elettorale — subito ribattezzata “Stabilicum” per la previsione del premio di maggioranza — è appena iniziato e le opposizioni sono già passate all’attacco, accusando le forze del centrodestra di non aver aperto un dialogo sulla questione. «All’opposizione non è stata fatta alcuna proposta, non c’è stato alcun confronto e non abbiamo visto alcun testo. Sembra che nella ridefinizione di una legge fondamentale come quella elettorale siano intenzionati ad agire come hanno fatto sulla riforma della giustizia: unilateralmente e con arroganza politica», ha dichiarato la segretaria del Partito Democratico Elly Schlein.

Il Pakistan bombarda l’Afghanistan: “è guerra aperta”

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Dopo settimane di accuse e rappresaglie, torna a infiammarsi il confine tra Pakistan e Afghanistan. Nella notte le forze di sicurezza pakistane hanno lanciato un massiccio attacco aereo su una serie di obiettivi, a partire dalla capitale afghana Kabul, seguita dalla città di Kandahar e dalla provincia di Paktia. Decine di esplosioni avvertite, per un bilancio delle vittime ancora incerto. Il Pakistan rivendica l’uccisione di almeno 133 talebani, al culmine di un’escalation infiammatasi negli ultimi giorni, quando entrambi i Paesi hanno organizzato delle incursioni militari lungo il confine. L’ultimo attacco di Islamabad alza ora il tiro e allarga il conflitto anche alle aree interne. Il ministro della Difesa pakistano Khawaja Muhammad Asif ha dichiarato che «la pazienza è finita», definendo quella con l’Afghanistan ormai una «guerra aperta».

Decine di esplosioni, postazioni militari afghane distrutte e un bilancio delle vittime non ancora definito. L’attacco aereo sferrato dal Pakistan segna il punto più alto delle tensioni, almeno per quanto riguarda gli ultimi mesi. Si tratta infatti di un periodo segnato da un fitto scambio di accuse e attacchi: gli ultimi raid notturni fanno seguito a un’incursione militare realizzata ieri dalle forze di Kabul, scatenata a sua volta da un precedente attacco pakistano. Islamabad l’ha giustificato come una risposta a una serie di attentati suicidi avvenuti nei giorni scorsi. Pochi minuti fa il governo di Kabul ha rivendicato l’avvio di un’operazione terrestre lungo la Linea Durand, il confine con il Pakistan. L’ennesima controffensiva, per ora non confermata, avrebbe come obiettivo la cattura di diversi avamposti militari nemici, con i talebani che rivendicano già l’uccisione di decine di soldati pakistani. Nel frattempo sono arrivate le prime reazioni internazionali: Russia e Cina hanno invitato le parti a una de-escalation e al confronto diplomatico, mentre l’Iran si è offerto come mediatore di eventuali tavoli negoziali.

Il governo guidato da Shehbaz Sharif, che ora parla di «guerra aperta» con l’Afghanistan, accusa la controparte di tramare contro il Pakistan, coprendo gruppi estremisti con l’obiettivo di instaurare un califfato amico. In questa presunta operazione destabilizzante, Kabul coopererebbe con l’India, al punto da essere definita una sua colonia. Il Paese, nemico storico di Islamabad, viene accusato di essere il vero mandante degli attentati suicidi compiuti in Pakistan. A maggio dell’anno scorso le tensioni con Nuova Delhi sfociarono in una guerra lungo il confine, costata la vita a decine di civili.

Colloqui Iran-USA, a Ginevra segnali contrastanti: intesa ancora lontana

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Progressi parziali ma distanze profonde nei colloqui tra Iran e Stati Uniti a Ginevra. Secondo fonti vicine a Washington, gli inviati di Donald Trump, Jared Kushner e Steve Witkoff, hanno posto condizioni rigide: smantellamento dei siti nucleari di Fordow, Natanz e Isfahan e consegna dell’uranio arricchito. Teheran, con il ministro Abbas Araghchi, parla invece di “intesa generale” su diversi punti. L’Oman, mediatore, annuncia nuovi incontri tecnici a Vienna con il coinvolgimento dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica. Ma restano nodi cruciali: l’Iran rifiuta di distruggere gli impianti e chiede la revoca totale delle sanzioni.

La strategia nazionale della Spagna contro la solitudine e l’isolamento sociale

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La Spagna ha deciso di affrontare un fenomeno spesso invisibile, ma profondamente diffuso, trattandolo come una questione di interesse pubblico e non più come un fatto privato e personale. Il governo ha infatti approvato la prima Strategia Nazionale contro la Solitudine non Desiderata 2026-2030, un piano ambizioso che mette nell’agenda politica la lotta all’isolamento sociale a livello statale, con un approccio trasversale che coinvolge ministeri, comunità autonome, enti locali e terzo settore.
Secondo i dati circa una persona su cinque in Spagna convive con la solitudine non desiderata, una c...

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Israele punta sull’India per creare un asse contro Iran e “avversari radicali”

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Si è svolto ieri un incontro tra il primo ministro indiano Narendra Modi e quello israeliano Benjamin Netanyahu, che ha sancito il legame e gli interessi comuni tra i due Stati. L’incontro è avvenuto all’indomani delle dichiarazioni di Netanyahu sulla necessità di creare un’alleanza esagonale all’interno e attorno al Medio Oriente per combattere quelli che ha definito avversari radicali e che, di fatto, includono tutte quelle nazioni – a cominciare dall’Iran – che si oppongono alle politiche sioniste. Il primo ministro israeliano specialmente in un momento in cui lo Stato ebraico rischia si essere sempre più isolato a livello internazionale per via dei massacri compiuti a Gaza, sta cercando di attrarre Nuova Delhi nella sua orbita strategica, mentre quest’ultima appoggia sempre più esplicitamente le politiche di Tel Aviv a causa di una marcata politica nazionalista ostile alle minoranze musulmane. Così, dall’essere uno dei Paesi che si era opposto alla nascita dello Stato di Israele nel 1948, rimanendo per decenni uno dei più strenui critici delle politiche israeliane nei confronti dei palestinesi, l’India è diventata con Modi un importante partner dello Stato ebraico, formando un partenariato che tocca ogni settore, dal commercio alla tecnologia, dalla sicurezza alla diplomazia.

Nel suo discorso alla Knesset (il parlamento israeliano), Modi ha difeso la guerra di Israele a Gaza affermando di sostenere Tel Aviv «con piena convinzione»: «L’India è fermamente al fianco di Israele, con piena convinzione, in questo momento e in futuro», ha affermato il primo ministro indiano, nonostante l’accusa di genocidio rivolta a Israele e la condanna di Netanyahu da parte della Corte penale internazionale. Modi ha anche condannato l’attacco del 7 ottobre 2023 da parte di Hamas definendolo «barbaro» e aggiungendo che «nessuna causa può giustificare l’omicidio di civili». Il leader indiano ha quindi affermato che i due Paesi sono «partner fidati» e che questo «contribuisce alla stabilità e alla prosperità globale». Ha inoltre descritto le loro relazioni come «vitali» per il commercio e la sicurezza e ha elogiato la «sinergia» su intelligenza artificiale, tecnologia quantistica e altri argomenti. L’incontro, infatti, aveva al centro proprio il rafforzamento della cooperazione sulla difesa e sulle tecnologie unitamente al tema cruciale degli equilibri geopolitici e delle “alleanze”.

La difesa rimane uno dei settori di maggiore collaborazione tra i due Stati: secondo lo Stockholm International Peace Research Institute, l’India è ormai da anni il principale acquirente di armi israeliane: dal 2020 al 2024 lo Stato ebraico ha venduto il 34% dei sistemi di difesa alle Forze armate di Nuova Delhi. Nel pacchetto erano compresi droni, missili, sistemi radar ed equipaggiamenti per i reparti speciali. Al momento, le novità potrebbero riguardare l’acquisto e co-produzione di Iron Beam, un sistema laser per intercettare droni, missili e colpi di mortaio. Anche i rapporti economici tra i due Stati sono solidi, vantando un interscambio di 3,62 miliardi di dollari: Nuova Delhi è il secondo partner commerciale di Israele e Netanyahu ha anticipato che tra i due Paesi ci saranno nuove collaborazioni nei settori dell’intelligenza artificiale (IA) e del calcolo quantistico. Inoltre, sono stati avviati ieri i negoziati per un accordo di libero scambio e sarà discusso il progetto del nuovo corridoio economico Imec (India-Middle East-Europe Economic Corridor) attraverso cui Nuova Delhi vorrebbe creare una via alternativa al progetto cinese della Belt and Road Initiative.

Ma sullo sfondo dell’incontro resta cruciale l’aspetto geopolitico: in un contesto internazionale in cui Tel Aviv rischia di rimanere isolata, Netanyahu cerca nuovi alleati strategici e ha parlato di un «esagono di alleanze» che, a suo dire, includerebbe Israele, India, Grecia e Cipro, insieme ad altri stati arabi, africani e asiatici non meglio specificati, per combattere gli avversari «radicali». «Di fronte all’Islam estremo creeremo un’alleanza di ferro, di Stati che santificano la vita contro chi si inchina alla morte. Israele è più forte che mai, e l’India è più forte che mai. Noi romperemo l’asse del male», ha affermato il primo ministro israeliano durante il suo discorso alla Knesset, con un chiaro riferimento al cosiddetto “asse della resistenza” formato da Iran, Libano, Yemen, Palestina, Iraq e, precedentemente alla caduta di Assad, Siria. Netanyahu, inoltre, ha parlato anche di «un asse sunnita emergente». Tuttavia, il piano strategico di Netanyahu potrebbe non attagliarsi all’approccio pragmatico dell’India nel gestire gli affari e le relazioni internazionali: come membro fondatore del Movimento dei Paesi Non Allineati, infatti, Nuova Delhi ha storicamente evitato rigide politiche di blocco, coinvolgendo contemporaneamente Cina, Russia e Stati Uniti. Il vero banco di prova della solidità e della portata dell’alleanza indiano-israeliana sarà rappresentato dalla questione iraniana: non solo Modi ha sempre dialogato con Teheran e sfruttato lo scalo logistico di Chabahar, ma l’Iran è anche membro ufficiale dei BRICS, gruppo di cui l’India è tra i Paesi fondatori. In questo contesto, resta anche confermata la potenziale visita del presidente iraniano Masoud Pezeshkian per il summit estivo dei BRICS a Nuova Delhi.

La tenuta e gli sviluppi di questo nuovo partenariato tra India e Israele emergeranno, dunque, più chiaramente nel tempo. Nel frattempo, però, Modi è stato duramente criticato in patria per il suo sostegno a Israele e la scorsa settimana, l’India è stata uno degli oltre 100 paesi che hanno condannato le recenti iniziative di Tel Aviv volte ad espandere il proprio controllo sulla Cisgiordania occupata.