giovedì 2 Aprile 2026
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Gaza: quando la scuola è un obiettivo militare

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È il 2009 quando Karma Nabulsi – rappresentante dell’OLP dal ’77 al ’90 e docente a Oxford – utilizza per la prima volta il termine “scolasticidio” per indicare il sistematico abbattimento dei centri di educazione in Palestina a opera delle forze israeliane, avvenuto anche durante quest’ultimo genocidio. Tale fatto sembra non cogliere di sorpresa la popolazione gazawi. «Tutto a Gaza è un obiettivo militare, ma forse le scuole sono il bersaglio principale perché con la loro distruzione viene negata a intere generazioni la possibilità di crescere con un’istruzione, un futuro, una volontà», spiega infatti a L’Indipendente Mona Zahed, che a Gaza City, nel quartiere di Rimal, ha dato vita insieme a un gruppo di insegnanti al progetto educativo Amal Al-Mustaqbal.

Colpendo le scuole e le università, Israele sta lasciando una profonda cicatrice nella società che rischia di segnare anche le future generazioni. Questo è quello che viene spiegato nel report intitolato Our genocide di B’Tselem, un’organizzazione israeliana per i diritti umani, dove si denuncia il fatto che l’assalto all’istruzione avrà conseguenze gravi e a lungo termine sullo sviluppo emotivo, intellettuale e sociale dei bambini di Gaza, privati di qualsiasi forma di routine, delle reti di supporto e di spazi di interazione, svago e gioco con i coetanei. È sempre Zahed che ci racconta come a Gaza le bambine e i bambini hanno bisogno di condurre una vita normale come tutti, anche se in questo caso c’è pure un urgente bisogno di un sostegno psicologico: «molti hanno paura, in particolare quelli che hanno subito un trauma, come essere estratti dalle macerie o aver perso un membro della famiglia».

I numeri della distruzione

A causa della distruzione scientifica degli edifici educativi partita dall’autunno del 2023, oggi, nella Striscia di Gaza, il 98% delle scuole è stato danneggiato – o abbattuto – e non esiste un’università funzionante per mancanza di personale, di studenti e di spazi. Secondo il Ministero dell’istruzione palestinese, dal 7 ottobre a Gaza sono state rase al suolo 172 scuole governative e 63 strutture universitarie, oltre ad almeno 218 scuole bombardate o danneggiate. Secondo le statistiche diffuse da Al Jazeera, circa 638mila bambini in età scolare e 70mila bambini in età prescolare hanno perso due interi anni scolastici e ora sono entrati nel terzo anno di privazioni. Inoltre, 39mila studenti non hanno potuto sostenere l’esame di maturità. La negazione del diritto all’istruzione non è però prerogativa della Striscia di Gaza: nella Cisgiordania settentrionale, a causa degli attacchi militari israeliani, quasi 12mila bambini si trovano attualmente in centri per sfollati interni, la maggior parte dei quali senza accesso a spazi o risorse per l’apprendimento. Tale scenario è ancora più impressionante se si pensa che il sistema scolastico palestinese funzionava molto bene prima dell’inizio del genocidio. Il livello di istruzione era alto specialmente nella Striscia di Gaza i cui studenti erano quelli che prendevano i voti maggiori a livello nazionale.

Giovani come bersaglio

Ad essere prese di mira non sono però solo le costruzioni, ma anche le persone. Tra gli studenti gazawi si contano almeno 18.508 morti e 28.142 feriti, mentre tra gli insegnanti e amministratori 972 morti e 4.538 feriti, dati aggiornati ad agosto 2025, quindi, verosimilmente, oramai sottostimati. Nella guerra contro il vivente perpetrata da Israele ai danni della Palestina – ricordiamo che oltre al genocidio stiamo assistendo a un ecocidio – i giovani sono un obiettivo particolarmente importante: per Israele ogni bambino è un possibile futuro militante della resistenza; colpendo le ragazzine e i ragazzini, Israele spera di limitare la diffusione della lotta armata palestinese, perenne ostacolo alle mire coloniali sioniste.

Per il popolo palestinese l’istruzione è qualcosa di fondamentale: fa parte della vita familiare, dell’identità e della ribellione. Per i palestinesi della Cisgiordania e della Striscia di Gaza, ma anche per quelli della diaspora, la cultura ricopre un ruolo di rilievo poiché apre nuovi orizzonti di possibilità: la libertà di pensiero che si allena attraverso la conoscenza contrasta il muro dell’apartheid, si contrappone ai posti di blocco, aiuta a resistere alle soffocanti prigioni. Questo è il pensiero di Nabulsi, che sottolinea anche come, sebbene gli israeliani sappiano molto poco del popolo palestinese, siano consapevoli dell’importanza dell’educazione per la rivoluzione. Per Israele il binomio istruzione-resistenza è dunque qualcosa di insopportabile e, di conseguenza, qualcosa da distruggere.

Oltre alle scuole, manca tutto

Foto tratta dal progetto di Mona Zahed e di altri docenti di Gaza Amal Al-Mustaqbal

Come sempre, anche a settembre 2023 gli studenti gazawi avevano cominciato il nuovo anno scolastico, che non è però proseguito fino a maggio, ma si è interrotto nel mese di ottobre senza più riprendere. Ora al posto delle scuole ci sono tende che fungono da aule improvvisate finché la pioggia lo permette. La tenda dove Mona Zahed ha allestito il suo centro educativo è stata danneggiata così tanto dalle abbondanti precipitazioni di quest’autunno e inverno da dover prendere in affitto uno spazio chiuso, più idoneo ad accogliere un ambiente di apprendimento, ma molto caro. Tra gli ostacoli che la popolazione deve affrontare c’è anche quello dei costi esorbitanti della vita a Gaza oltre all’assenza di prodotti. Al di là della distruzione e del trauma, il settore dell’istruzione si trova a scontrarsi con il blocco logistico: dall’inizio del genocidio, praticamente nessun materiale didattico è stato ammesso nella Striscia.

Anche Zahed deve costantemente fare i conti con l’aspetto economico che non riguarda solo l’affitto dello spazio. Ha spiegato a L’Indipendente che chi insegna ad “Amal Al-Mustaqbal” sono docenti che hanno perso il lavoro a causa del genocidio: il loro impegno nel progetto coinvolge sia il sogno di continuare a insegnare ai bambini, sia la speranza di avere un reddito da condividere con la famiglia. Sebbene l’entusiasmo e la gioia di riuscire a offrire una forma di istruzione si scontri con i problemi pratici della vita, continua a essere ammirevole la capacità dei palestinesi di non perdersi d’animo: «il popolo palestinese a Gaza trasforma il fallimento in successo, le macerie in speranza. Abbiamo attraversato molte guerre e questa è la più feroce e difficile di tutte, ma, così come siamo, ricominceremo da capo per preservare ciò che è rimasto». Parole che riescono a spiegare il significato di Sumud.

 

Corruzione e fondi neri: 26 indagati e perquisizioni al Ministero della Difesa

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Nella mattinata di ieri, giovedì 26 marzo, la Guardia di Finanza ha eseguito una serie di perquisizioni negli uffici del ministero della Difesa, di Rete Ferroviaria Italiana, di Terna e del Polo Strategico Nazionale. L’operazione, coordinata dalla Procura di Roma, ha portato all’iscrizione nel registro degli indagati di 26 persone. Tra queste figurano alti ufficiali, dirigenti di imprese pubbliche e imprenditori privati. Le ipotesi di reato contestate, a vario titolo, sono corruzione, riciclaggio, autoriciclaggio, turbativa d’asta e traffico di influenze illecite. Una notizia dirompente, che appare però sottostimata dal mainstream mediatico, avviluppato negli ultimi giorni sulle beghe interne a governo e partiti di maggioranza dopo la vittoria del NO al referendum costituzionale.

L’inchiesta e le perquisizioni da essa sfociate rappresentano un ulteriore tassello del filone aperto nell’ottobre 2024 con l’arresto dell’ex direttore generale di Sogei, Paolino Iorio, colto in flagranza mentre intascava una tangente da 15mila euro. Da quella vicenda, gli investigatori hanno progressivamente ricostruito un presunto sistema criminale finalizzato a influenzare appalti pubblici nel settore informatico e della cybersicurezza. Secondo quanto attestato dai magistrati impegnati nell’indagine, si parlerebbe di «un articolato sistema criminale finalizzato a riciclare ingenti somme di denaro, verosimilmente derivanti da reati fiscali perpetrati per mezzo dell’emissione di fatture per operazioni inesistenti finalizzate, tra l’altro, alla creazione di ‘fondi neri’ utilizzati per il pagamento di commesse corruttive».

Al centro del sistema, affermano gli inquirenti, vi sarebbe l’imprenditore romano Francesco Dattola, amministratore di fatto della Nsr s.r.l., inquadrato come un soggetto «incline a procurarsi ingenti somme di denaro contante, attraverso il meccanismo di fatturazioni false e riciclaggio». Per monetizzare il denaro, Dattola si sarebbe avvalso della collaborazione di Stefano Tronelli, titolare della Tron Group Holding. Secondo quanto ipotizzato dalla Procura, le modalità operative prevedevano l’emissione di fatture per operazioni inesistenti, l’acquisto di orologi di lusso e la loro rivendita sul mercato parallelo al fine di trasformare i bonifici in denaro contante. Un meccanismo che avrebbe consentito di alimentare «fondi neri» destinati a corrompere funzionari pubblici e dirigenti di aziende partecipate.

Altra figura al centro dell’inchiesta è quella di Antonio Spalletta, definito dagli investigatori come un «faccendiere-imprenditore» capace di «tessere nel tempo una rete fittissima di relazioni» all’interno dell’amministrazione militare. Stando a quanto raccontano le carte, questi sarebbe stato il tramite per favorire l’ingresso delle società di Dattola in appalti strategici, intervenendo persino per «favorire la carriera di coloro i quali si sono dimostrati disponibili a porsi a disposizione degli interessi economici dello stesso Spalletta». Nella lista degli indagati ci sono poi il generale Francesco Modesto, il collega Antonio Lanzillotti, il colonnello Fabio Cesare, l’ufficiale di Marina Antonio Angelo Masala e il manager di Rfi Riccardo Barrile, il quale è accusato di aver condiviso con un imprenditore bozze di capitolati prima della pubblicazione ufficiale.

Il ministero della Difesa ha espresso «pieno supporto e massima collaborazione sin dall’avvio delle attività investigative iniziate negli anni precedenti», aggiungendo che «eventuali responsabilità accertate saranno perseguite con la massima severità, nel rispetto della legge e delle prerogative dell’Autorità giudiziaria». Le indagini, coordinate dai magistrati Giuseppe Cascini, Giuseppe De Falco, Lorenzo Del Giudice e Gianfranco Gallo, proseguiranno con l’esame della documentazione e dei dispositivi informatici sequestrati.

Francia e Filippine firmano un accordo militare

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Le Filippine e la Francia hanno firmato un accordo militare per rilanciare le visite presso le reciproche basi, e aprire alla conduzione di esercitazioni militari congiunte nei rispettivi territori. L’annuncio arriva dopo un incontro tra il segretario alla Difesa filippino Gilberto Teodoro e la ministra francese delle Forze Armate Catherine Vautrin, in un contesto di crescenti tensioni militari tra Manila e Pechino. Oltre alla Francia, le Filippine hanno siglato accordi di cooperazione militare con Stati Uniti, Australia, Giappone e Nuova Zelanda.

Patagonia, incendi e affari: la guerra di Milei al popolo Mapuche

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Mapuche significa “Gente della Terra” (Mapu sta per “terra” e Che per “persona”), ed è il nome di un popolo profondamente legato alle proprie terre ancestrali, alle foreste native e alla natura che considera sacra. Il dolore davanti alla devastazione in Patagonia è profondo e trascende la perdita materiale. Dai primi giorni dell’anno fino a febbraio, sono andati perduti tra 60 e 100mila ettari di boschi, soprattutto nelle provincie di Chubut e Rio Negro, proprio le terre abitate da questa popolazione indigena. Le fiamme si sono estese anche al parco nazionale Los Alerces, patrimonio mondiale d...

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L’UE approva l’accordo sui dazi con gli USA, ma con clausola anti-minacce

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Dopo settimane di rinvii e contestazioni, il Parlamento Europeo ha approvato l’accordo sui dazi con gli Stati Uniti. L’intesa, raggiunta lo scorso luglio dalla presidente della Commissione von der Leyen e Trump, prevede una riduzione dei dazi statunitensi verso i prodotti europei al 15% e la rimozione delle tariffe su molti dei beni USA in entrata nel mercato comunitario; impegna inoltre l’UE a investire in – e comprare beni di – diversi settori statunitensi, tra cui quello bellico. In un insolito, seppur sempre contenuto, slancio di orgoglio, gli eurodeputati hanno deciso di approvare l’accordo a una condizione: che esso salti nel caso in cui gli USA dovessero imporre nuove condizioni, violare quelle concordate o minacciare l’integrità territoriale europea anche mediante strumenti coercitivi. La clausola arriva davanti ai continui tentativi di intimidazione di Trump, che con le sue dichiarazioni altalenanti ha spesso paventato misure punitive contro coloro che non rispettano i suoi dettami. L’accordo deve ora essere firmato dai singoli membri. L’accordo sui dazi con gli USA è stato approvato dall’Eurocamera ieri, 26 marzo, mediante due atti legislativi: il primo, adottato con 417 voti a favore, 154 contrari e 71 astensioni, disciplina «l’adeguamento dei dazi doganali e l’apertura di contingenti tariffari per l’importazione di alcuni beni originari degli Stati Uniti», mentre il secondo, che ha ricevuto 437 voti a favore, 144 contrari e 60 astensioni, stabilisce la «non applicazione dei dazi doganali sulle importazioni di alcuni beni». L’intesa raggiunta da von der Leyen e Trump contempla un’aliquota doganale unica del 15% su una vasta gamma di settori chiave, tra cui automotive e semiconduttori, dimezzando la tariffa del 30% annunciata da Trump durante il cosiddetto “Liberation Day”; le tariffe sui cosiddetti «prodotti strategici», quali farmaci, e beni alimentari, invece, verrebbero completamente rimosse. L’UE, da parte sua, rimuoverebbe i dazi sulla maggior parte dei beni in entrata, e si impegnerebbe a investire e acquistare beni statunitensi provenienti da settori come l’energia e la difesa. Il Parlamento ha approvato l’accordo inserendovi tre clausole, una di entrata in vigore (clausola “sunrise” – letteralmente “alba”), una di scadenza (clausola “sunset” – “tramonto”) e una di sospensione: la prima prevede che l’accordo entri in vigore solo se gli USA rispettano i loro impegni sull’abbassamento delle tariffe al 15%, da applicare anche ai beni contenenti meno del 50% di acciaio e alluminio; la seconda fissa la data di scadenza dell’accordo al 31 marzo 2026, con possibilità di rinnovo esclusivamente su nuova proposta legislativa; la terza, e più importante, consente alla Commissione di «proporre la sospensione totale o parziale delle preferenze commerciali se gli Stati Uniti imponessero dazi aggiuntivi superiori al limite concordato del 15%, o nuovi tipi di dazi sui beni provenienti dall’UE», e si attiverebbe anche nel caso in cui gli USA finissero per «discriminare gli operatori economici dell’UE, minacciare l’integrità territoriale degli Stati membri o le loro politiche estere e di difesa, oppure ricorrere a coercizione economica». L’accordo deve essere ora approvato dai governi dei 27 Paesi dell’Unione; i negoziati tra Eurocamera e Consiglio dovrebbero iniziare il prossimo 12 aprile.

Meloni assume la guida ad interim al Turismo

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Dopo le dimissioni di Santanché la carica di ministra del Turismo verrà assunta ad interim dalla Presidente del Consiglio dei Ministri Giorgia Meloni. Meloni rimarrà al Turismo fino a che non verrà trovato un sostituto per la ministra. Ieri sera, dopo l’annuncio, è arrivata la firma del Presidente Mattarella, che ha accettato le dimissioni di Santanché e affidato la guida ad interim del dicastero alla Presidente Meloni.

UE, stop ai test sugli animali per detersivi e prodotti per la pulizia

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Per la prima volta dopo anni di confronto, l’Unione europea ha deciso di vietare la sperimentazione animale nello sviluppo di detersivi e prodotti per la pulizia. La misura, inserita nella revisione del regolamento europeo sui detergenti, stabilisce che entro l’estate del 2029 lo sviluppo e i test dovranno avvenire esclusivamente con metodi alternativi, senza ricorrere all’uso di animali. 
Detersivi e tensioattivi - le sostanze che permettono di sciogliere lo sporco - sono alla base di molti prodotti di uso quotidiano, dalle lavatrici alle lavastoviglie fino ai detergenti per la casa. Proprio ...

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L’ex procuratore di Roma è il nuovo capogabinetto alla giustizia

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Dopo la maxi-ondata di defezioni all’interno del governo e dei parlamentari dei partiti di maggioranza, iniziano a emergere i primi nomi delle nuove figure che subentreranno ai dimissionari: l’ex procuratore generale di Roma, Antonio Mura, è stato nominato nuovo capo di gabinetto del ministero della giustizia, andando a sostituire la funzionaria del ministro Nordio Giusi Bartolozzi. La nomina, fa sapere il ministero, sarà formalizzata nei prossimi giorni. Dopo la sfiducia da parte dei propri parlamentari, il capogruppo di Forza Italia al Senato Maurizio Gasparri sembra invece essere stato sostituito da Stefania Craxi, figlia dell’ex premier Bettino Craxi.

Gli Stati UE spostano 12 miliardi di euro dalla politica di Coesione alle armi

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Il vicepresidente esecutivo della Commissione europea Raffaele Fitto ha notificato al Collegio dei Commissari le cifre della revisione di medio termine della programmazione dei fondi di Coesione per il periodo 2021-2027. Dopo le indicazioni della Commissione, dagli Stati membri è arrivata la modifica di 186 programmi nazionali e regionali, che hanno riorientato più di 34 miliardi di euro verso quelle che sono state definite nuove «priorità»: alla competitività sono andati oltre 15 miliardi, mentre alla difesa circa 12. Il resto è stato distribuito tra emergenza abitativa, resilienza idrica e sicurezza energetica. Il reindirizzamento dei fondi di coesione verso il comparto militare è una delle tante politiche pensate dalla Commissione nell’ambito del piano di riarmo, che prevede di mobilitare, in tutto, circa 800 miliardi di euro.

L’annuncio di Fitto è arrivato ieri, 25 marzo, al termine di una riunione del Collegio dei Commissari europei. Lo scorso 1° aprile, lo stesso Fitto aveva chiesto ai Paesi UE di riprogrammare l’uso dei fondi europei per la coesione, precedentemente rivolti alle spese sociali e di sviluppo regionale, orientandoli verso le cinque nuove «priorità» individuate per fare fronte all’incerto contesto geopolitico: competitività, questione abitativa, gestione delle risorse idriche, transizione energetica e armi. Nell’attuale programmazione di bilancio per il periodo 2021-2027, i fondi valgono un totale di 390 miliardi; in meno di un anno, i Paesi hanno risposto all’appello di Fitto, spostandone quasi un decimo: in totale, sono stati ridirezionati 34,6 miliardi di euro, di cui 11,9 miliardi alla difesa. A essi si sono aggiunti: 15,2 miliardi riorientati verso la competitività, 3,3 miliardi verso la questione abitativa, 3,1 miliardi verso la gestione dell’acqua e 1,2 miliardi verso l’energia. Partendo da 42,18 miliardi di euro, l’Italia ne ha riprogrammati 7,078 miliardi, di cui 248 milioni verso il settore bellico; la gran parte dei fondi ridirezionati è stata rivolta alla competitività (4,665 miliardi), mentre 1,119 miliardi sono andati alle politiche abitative, 629 milioni alla gestione delle risorse idriche, e 396 milioni alla transizione energetica. I progetti italiani coinvolti sono stati 35 su un totale di 48 programmi attivi, di cui 28 regionali e 7 nazionali.

La riprogrammazione dei fondi pensata dalla Commissione potrebbe portare diversi vantaggi ai Paesi che hanno deciso di aderire all’iniziativa: i progetti legati alle priorità godono infatti di tassi di prefinanziamento del 30% e di un cofinanziamento fino al 100% da parte della stessa Bruxelles; nel caso in cui poi i fondi ridirezionati superino il 15% dell’importo complessivo dei fondi di coesione destinati allo Stato interessato – inoltre, l’UE garantirebbe un prefinanziamento aggiuntivo del 4,5% (e del 9,5% per le regioni orientali). Nell’ambito della «priorità» della difesa, tali incentivi sono stati pensati assieme alle più ampie iniziative per rilanciare il settore bellico europeo. Centrale in tal senso, il piano di riarmo avanzato dalla presidente della Commissione von der Leyen, che intende mobilitare un totale di 800 miliardi da destinare proprio all’industria delle armi: di questi, 150 miliardi sarebbero garantiti dal Fondo SAFE, che prevede di raccogliere tale cifra sui mercati per poi erogarla agli Stati che ne fanno richiesta sotto forma di prestiti diretti; proprio nell’ambito di SAFE, l’UE ha già approvato i piani di 16 Paesi, tra cui quello dell’Italia, che ha chiesto l’accesso a 14,9 miliardi di prestito. Ai 150 miliardi di SAFE si aggiungono altri 650 miliardi, che verrebbero generati da deroghe ai vincoli del Patto di stabilità e crescita che potrebbero venire richieste dai singoli Stati.

Rifiuti alimentari come base per coloranti nella moda: una via percorribile

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Usare piante, bucce e scarti alimentari per colorare tessuti è una pratica antica e affonda le radici nei tempi in cui la natura era l’unico mondo di riferimento e di ispirazione, perfettamente funzionante. Con l’evoluzione ed il passaggio ai coloranti sintetici, il mondo delle tinture naturali è rimasto appannaggio di piccoli produttori dall’aria nostalgica o artigiani che hanno tempo per sperimentare. Eppure, in un recente rapporto dell’APEC – Asia-Pacific Economic Cooperation – sono stati seriamente presi in esame gli scarti agroindustriali per sostituire i coloranti sintetici nella produzione tessile di micro, piccole e medie imprese, che comunque costituiscono la maggioranza delle aziende del settore.

La ricerca è partita da due dati di fatto: il mancato uso dei sottoprodotti agricoli e gli effetti dannosi dei coloranti sintetici, tra cui uso massiccio di acqua, inquinamento ambientale e la totale dipendenza da combustibili fossili. La produzione tessile fa largo uso di coloranti sintetici; in parallelo, grandi quantità di sottoprodotti agricoli e scarti dell’industria alimentare (bucce, semi, bucce di frutta e ortaggi, vinacce, crusche, ecc.) restano sottoutilizzati, pur contenendo pigmenti naturali adatti a sostituire almeno in parte i coloranti sintetici. Possibile combinare questi due problemi e tirare fuori un’unica soluzione? In teoria sì – soluzione ventilata anche dalla Commissione Europea nella Waste Framework Directive; nella pratica, devono essere risolte alcune carenze tecniche, ma le prospettive sono positive. La valorizzazione di questi rifiuti come fonte di coloranti naturali si inserisce pienamente nei principi dell’economia circolare: riduce i conferimenti in discarica, crea nuove entrate per le filiere agro‑industriali e offre alle imprese tessili una soluzione più sostenibile.​

Diversi scarti alimentari e agro‑industriali sono già stati studiati in passato come fonti di pigmenti: le bucce di cipolla e i semi di avocado forniscono una gamma di gialli‑bruni, ricchi in flavonoidi e tannini, con buone proprietà di solidità se correttamente estratti e mordenzati; altri residui come barbabietola, curcuma, bucce di melograno, pula di caffè e bucce di mango permettono di ottenere rossi, gialli e bruni, spesso associati anche ad attività antiossidante o antimicrobica utile per tessili funzionali (ad esempio quelli per impieghi sportivi). I metodi di estrazione sono svariati e spaziano da tecniche convenzionali (macero, ammollo, bollitura/decozione) a tecnologie avanzate come estrazione assistita da microonde (MAE), ultrasuoni (UAE), enzimi (EAE) o fluidi supercritici (SFE). Queste ultime tecniche aumentano sia la resa che la qualità del colore, riducendo inoltre tempi, acqua ed energia, sebbene richiedano investimenti iniziali più elevati.​

L’applicazione di questi coloranti da rifiuti alimentari a fibre naturali (cotone, lana, alpaca, seta) è tecnicamente fattibile e già dimostrata in laboratorio e in casi industriali pilota, soprattutto sfruttando sistemi di mordenzatura (allume, sali di ferro, tannini vegetali) che migliorano fissazione e solidità a lavaggio, luce e sfregamento. L’uso di bio‑mordenti derivati da scarti ricchi di tannini (es. bucce di melograno) riduce ulteriormente l’impatto ambientale mantenendo prestazioni vicine a quelle dei mordenti metallici convenzionali. Le piccole imprese artigianali possono già adottare tecniche tradizionali (bollitura, ammollo) con attrezzature semplici, ed in molti casi già lo fanno; per le tecnologie avanzate come MAE e UAE, utili per chi vuole incrementare efficienza e standardizzare il processo anche su scala più ampia, sono necessari capitali più sostanzioni e competenze adeguate.​

Nella ricerca emerge, dall’analisi bibliometrica e dei brevetti, una crescita significativa negli ultimi vent’anni delle ricerche e dell’innovazione su coloranti naturali da rifiuti agro‑industriali, concentrata soprattutto nelle economie asiatiche e latinoamericane; ma tra la sperimentazione accademica e l’adozione commerciale su vasta scala esiste ancora un grosso divario. Alcune imprese hanno già portato sul mercato coloranti basati su scarti agro‑alimentari conformi agli standard di qualità e certificazione, ma la maggior parte delle esperienze documentate resta a livello di progetti pilota o iniziative comunitarie, spesso in paesi con forte tradizione tessile come Indonesia, Perù, Thailandia, Giappone.

Le principali barriere all’adozione su larga scala includono la variabilità della composizione degli scarti, la mancanza di standardizzazione delle metodiche di estrazione e applicazione, i costi di logistica e trasformazione per ottenere formulazioni di colore stabili e la percezione di rischio da parte dell’industria in termini di riproducibilità, costo e conformità agli standard globali.​

Nonostante queste sfide, l’impiego dei rifiuti alimentari come base per coloranti appare una via concretamente percorribile, soprattutto nei contesti dove coesistono una forte base agro‑industriale e un tessile dinamico. Per renderla pienamente competitiva, però, sono necessari standard comuni per l’estrazione, applicazione e test; l’analisi di ciclo di vita per quantificare i benefici ambientali; degli adeguati studi tecnico‑economici di scala industriale e soprattutto politiche di sostegno alla cooperazione tra agricoltura e tessile, con particolare attenzione alle PMI. In tale scenario, economie con lunga tradizione tintoria e abbondanza di scarti agro‑alimentari hanno tutto lo spazio per posizionarsi come pionieri e capofila nella produzione di coloranti sostenibili, trasformando un problema di rifiuti in un’opportunità di innovazione, sviluppo locale e riduzione dell’impatto ambientale dell’industria tessile.