Dopo settimane di scontri, il governo siriano e le forze curde guidate dalle Syrian Democratic Forces (SDF) hanno siglato un’intesa che stabilisce un cessate il fuoco e l’avvio di un processo di integrazione militare e amministrativa nel Paese. L’accordo prevede che le unità curde vengano gradualmente assorbite nelle forze armate e nelle istituzioni statali, con la creazione di brigate miste e l’ingresso di truppe governative in città come Hasakah e Qamishli. Le autorità siriane e i curdi si impegnano inoltre a reintegrare le strutture civili curde nei ranghi dello Stato e ad assicurare diritti civili e ritorni di sfollati. Rimangono aperti i nodi su controllo territoriale e autonomia.
La repressione dei movimenti socialisti e antimilitaristi nella Russia di Putin
In Russia, ancora oggi e tanto più oggi, esiste l’idea che Fanfani in Italia, negli anni ’70, teorizzò come quella degli “opposti estremismi”: infatti in Russia, se da una parte i gruppi neonazisti russi, in qualche caso, in passato erano in un certo senso “tollerati” (uno degli assassini degli antifascisti Markelov e Baburova, avvenuto nel 2009, in particolare Nikita Tikhonov, ricevette un certo appoggio, seppur esterno, da parte del defunto leader dei “liberal-democratici”, LDPR, Vladimir Zhirinovskij mentre lo stesso Naval’nij, il “dissidente” più noto dalle nostre parti e morto in carcere nel 2024, nei primi anni 2000 sfilava a fianco dei neonazisti russi della “Russkij Marsh”, nei primi anni 2000 permessa dalle autorità russe. Questo senza ignorare che comunque i tanti gruppi neonazisti russi, da BORN, “Organizzazione da combattimento dei nazionalisti russi” a “Russkij Obraz”, “Immagine russa”, colpevoli di gravi omicidi, venissero condannati a ergastolo o a pene pesantissime). Da un po’ di anni il Cremlino ha dato un pesante giro di vite e anche i gruppi extraparlamentari di sinistra (quelli che non aderiscono al KPRF, il Partito Comunista russo di Zjuganov, che è filo-governativo), che sono stati messi sotto indagine più volte e, in particolare, dall’inizio della “Operazione speciale militare”, come al Cremlino chiamano il conflitto russo-ucraino: vale a dire, chiunque abbia espresso, anche sui social, critiche all’operazione è caduto sotto la scure dell’FSB, il servizio segreto federale russo. Come è accaduto nel marzo del 2022 a Ufa, capitale della repubblica russa della Bashkirija quando cinque attivisti “marxisti” sono stati arrestati e condannati pochi giorni fa a pene pesantissime che vanno tra i 16 e i 22 anni di carcere duro.

«Erano tutte persone diversissime tra loro – spiega, Andrej Demidov, attivista marxista anch’egli ed espatriato a Parigi, sindacalista e membro dell’Unione della sinistra post-sovietica che raggruppa militanti marxisti di tutti gli ex-Paesi Urss – i cinque erano un deputato locale, un medico, un pioniere (vale a dire, un uomo che da bambino, ai tempi dell’Urss, ha fatto parte dei gruppi sovietici di adolescenti, nda), un disoccupato e addirittura una guardia giurata. A capo del gruppo, un circolo di discussione marxista costituitosi nel 2016, c’era proprio il medico, Aleksej Dimitriev. Una volta alla settimana si riunivano, discutevano di varie questioni teoriche, come la dittatura del proletariato, a volte bevevano e sotto l’effetto della vodka criticavano il potere costituito, senza sapere che uno di loro, che alla fine non è stato arrestato, era già stato reclutato dai servizi segreti». I cinque, dice ancora Demidov, si erano espressi più volte contro l’Operazione militare speciale. E la polizia ci è andata giù pesante. «Cos’è stato? Una vendetta per il rifiuto di collaborare con i servizi segreti o una minaccia a tutti i russi di sinistra affinché avessero paura anche solo di discutere un’alternativa all’attuale regime? Propendo per la seconda ipotesi», dice Demidov che non esclude sia stato applicato l’uso della tortura nei confronti degli arrestati durante la detenzione. Sorprende che polizia e sistema giudiziario russi si occupino e si applichino così tanto nella repressione di gruppi, tutto sommato molto marginali, anche nella vita politica del Paese. Ma tant’è. «Subito dopo l’inizio della guerra, tutte le grandi organizzazioni “comuniste”, KPRF, RCRP e altre, hanno sostenuto le autorità russe, schierandosi dalla parte del loro governo (anche se ufficialmente questi partiti fanno parte dell’opposizione, nda).

La sinistra antimilitarista è stata costretta ad uscire da queste organizzazioni e crearne di proprie. Al momento esistono diverse organizzazioni di sinistra non molto grandi che cercano di interagire con i lavoratori, sostengono le proteste sociali come l’aumento dei prezzi, l’ecologia ecc. e sviluppano teorie di sinistra applicate alle condizioni moderne», spiega ancora Demidov. L’esempio di Sergej Udal’tsov è addirittura paradossale: il leader del Levij Front, il Fronte della Sinistra, sono più le volte che è in carcere piuttosto che in libertà. Eppure ha sostenuto e sostiene l’intervento militare russo in Ucraina, fu favorevole all’annessione della Crimea nel 2014 (esattamente come un altro gruppo politico ricercato in Russia: gli anarco-situazionisti di “Voinà”, l’organizzazione da cui si formarono in seguito le “Pussy riot”) ma critica le disuguaglianze sociali, il carattere “borghese” del potere russo. Per questo motivo viene arrestato con ogni pretesto. Durante le manifestazioni anti-Putin del 2011 fu portato in carcere perchè aveva attraversato la strada fuori dalle strisce pedonali. “Curiosamente” si ritrovò subito dopo ricoverato in ospedale dove chi scrive tentò pure di andare a trovare (inutilmente: quando all’infermiere venne detto che Udal’tsov era un leader dell’opposizione, quelle risero in faccia all’interlocutore).

Un discorso a parte lo meritano gli anarchici russi: a cominciare dagli attivisti di ‘’Avtonomnoje Deistvie’’ (‘’Azione Autonoma’’) ai gruppi più piccoli, tutti sostengono la difesa dell’Ucraina e alcuni di loro, ad esempio, sono andati anche a combattere a fianco dei paramilitari nazisti di Azov. Una situazione, come si vede, molto complessa che in Occidente spesso è difficile da decifrare (e quando in Occidente ci provano, tagliando la realtà con l’accetta, fanno danni). «Vorrei sottolineare che esiste un altro campo – continua Demidov – si tratta della sinistra ucraina, che ripone le sue speranze non tanto nel popolo russo quanto nella sconfitta militare della Russia da parte dell’Ucraina e della NATO. Sono militaristi. Non credo che abbiano un futuro politico». Demidov conclude: «Credo che il 100% di questi casi sia stato fabbricato dall’FSB. Ci possono essere delle discussioni, ma in uno Stato normale le discussioni non sono un reato. Si parla molto e, va detto, giustamente, di repressioni politiche, dissenso e libertà di parola, dimenticando però che qualcosa di simile sta accadendo anche nell’Occidente “democratico e libero”, dove negli ultimi anni si è assistito a un’escalation senza precedenti. Purtroppo, l’Occidente (e l’Ucraina) sta seguendo le orme della Russia in termini di censura e punizione penale dei dissidenti. In Francia possiamo ricordare la repressione del movimento dei “gilet gialli” o le repressioni contro gli attivisti filopalestinesi. Lo stesso vale per altri paesi dell’UE e per gli Stati Uniti. Questo è un chiaro segno della crisi della democrazia borghese».
Trump nomina Warsh a capo della Federal Reserve
«Sono lieto di annunciare che nominerò Kevin Warsh presidente del Consiglio di amministrazione del Federal Reserve System». Con un messaggio pubblicato su Truth Social, Donald Trump ha reso ufficiale la nomina di Kevin Warsh alla guida della Federal Reserve. Economista di area repubblicana, Warsh è stato membro della Fed dal 2006 al 2011, dopo la designazione dell’allora presidente George W. Bush, partecipando alla gestione della crisi finanziaria globale. Secondo i media americani, la scelta del successore di Jerome Powell mira a orientare diversamente la politica monetaria in una fase delicata per inflazione e tassi. La nomina dovrà ora essere confermata dal Senato.
Il governo nomina il figlio di La Russa presidente ACI: guadagnerà 126.000 euro, benefit esclusi
Con una delibera del Consiglio dei Ministri, il governo ha ufficializzato la nomina di Antonino Geronimo La Russa alla presidenza dell’Automobile Club d’Italia (ACI). Figlio del presidente del Senato Ignazio La Russa, l’avvocato milanese, già eletto dall’assemblea dell’ente il luglio scorso, guiderà fino al 2028 una realtà che gestisce servizi pubblici cruciali come il Pubblico Registro Automobilistico (PRA) e un patrimonio da centinaia di milioni. Lo stipendio che La Russa jr. percepirà non è stato comunicato, ma il suo predecessore riceveva un’indennità annuale di 126.800 euro lordi ed è verosimile immaginare che sarà almeno di pari livello. Cifra che, peraltro, non comprende benefit e gettoni per gli altri incarichi nel vasto gruppo ACI, che saranno retribuiti a parte.
Geronimo La Russa, 45 anni, era stato eletto dall’assemblea nazionale dell’ACI il 9 luglio 2025, ottenendo oltre il 78% dei voti degli aventi diritto. La sua elezione era arrivata a seguito delle dimissioni di Angelo Sticchi Damiani, che ha lasciato la presidenza dopo 13 anni di attività. La nomina è stata formalizzata nel Consiglio dei Ministri di ieri, 29 gennaio 2026, «su proposta del presidente Giorgia Meloni, d’intesa con il ministro per lo sport e i giovani Andrea Abodi e con il ministro delle infrastrutture e dei trasporti Matteo Salvini, ai sensi della legge 24 gennaio 1978, n. 14, visti i pareri favorevoli espressi dalle competenti commissioni parlamentari». Un iter formale ineccepibile, che però non attenua le perplessità su una vicenda letta da molti come una continuità familiare ai vertici istituzionali.
La Russa è da tempo molto attivo nel settore. Oltre a essere avvocato, è infatti presidente dell’Automobile Club di Milano, già vicepresidente nazionale ACI, fondatore di ACI Storico e, dal dicembre 2025, membro del Consiglio Mondiale per lo Sport Automobilistico della FIA. L’ACI, è bene evidenziarlo, non è un semplice club di appassionati. Con i suoi 1,2 milioni di soci, il controllo di 11 società (tra cui il 75% di Sara Assicurazioni e l’Autodromo di Monza) e la gestione del PRA, è un pilastro della mobilità italiana, con bilanci da centinaia di milioni e un’influenza enorme.
La nomina, pur rispettando le procedure di legge, solleva un problema di opportunità istituzionale che non può essere liquidato come una polemica politica. Quando alla guida di un ente pubblico con funzioni sensibili come l’ACI arriva il figlio di una delle più alte cariche dello Stato, il tema non è tanto la legittimità formale, quanto il rischio di conflitto d’interessi e la percezione di imparzialità. L’ACI interagisce quotidianamente con dicasteri, Regioni, apparati pubblici e società controllate: in questo contesto, anche solo il sospetto di un’influenza indiretta può indebolire la credibilità delle decisioni su nomine, affidamenti e gestione delle risorse. In ultimo, la maxi-retribuzione prevista per La Russa – a cui si sommano altre indennità – non è che l’emblema di logiche che sembrano stridere con le retoriche sulla meritocrazia.
Esame di maturità, Ministero pubblica le materie
Il ministero dell’Istruzione e del Merito ha pubblicato le materie per l’esame di maturità, disponibili sul proprio sito. La prima prova è per tutti gli indirizzi un tema di italiano. La seconda prova scritta vedrà latino al Classico, matematica allo Scientifico e la prima lingua straniera al Linguistico. Nei Licei delle Scienze Umane sarà scienze umane (antropologia, sociologia, pedagogia), mentre in quelli Artistici la prova varierà in base al percorso di studi. Il colloquio orale verterà su sole quattro materie per una valutazione più focalizzata. Il ministero ha inoltre ufficialmente reintrodotto il termine “maturità” per l’esame.
Ufficiale: la Russia conferma la tregua in Ucraina, ma solo per tre giorni
La tregua di cui tutti i media hanno parlato durante la notte, riportando le dichiarazioni di Trump senza attendere conferme, si rivela ben diversa da come era stata annunciata: a fugare i dubbi è stato il portavoce del Cremlino Dimitri Peskov, che ha dichiarato che la Russia ha accettato di astenersi dall’attaccare l’Ucraina fino al 1° febbraio. È dunque di tre giorni, e non di sette, il breve cessate il fuoco tra Russia e Ucraina. Ieri, Trump aveva dichiarato di avere chiesto alla Russia di fermare gli attacchi su Kiev a causa del rigido inverno che sta affrontando il Paese, sostenendo che Mosca avesse accettato. Attorno alle 11:30 di oggi, dopo una notte relativamente tranquilla, l’agenzia di stampa russa Ria Novosti ha confermato che nei prossimi tre giorni non ci saranno attacchi. Non risulta tuttavia chiaro se la tregua riguarderà solo le infrastrutture energetiche, come riportano alcuni media ucraini, o se verrà implementato un cessate il fuoco totale.
«Non hanno mai vissuto un simile freddo: ho chiesto personalmente al Presidente Putin di non sparare su Kiev e sulle varie città per una settimana; lui ha accettato, e devo dire che è una cosa molto positiva». Così ieri sera, Trump annunciava il raggiungimento di una tregua settimanale in Ucraina, volta a fare respirare Kiev in questo freddo inverno. L’annuncio è arrivato in occasione di una riunione di gabinetto, in una settimana densa di attacchi russi sulle infrastrutture energetiche ucraine, che hanno peggiorato ancora di più la situazione di difficoltà per le temperature estreme. Qualche ora dopo le parole di Trump, Zelensky ha confermato che il tema di una possibile “tregua energetica” era emerso durante il primo trilaterale ad Abu Dhabi, ringraziando Trump per la «importante dichiarazione». L’incontro si era tenuto la scorsa settimana e sarà seguito da un secondo tavolo – sempre ad Abu Dhabi – previsto proprio il 1° febbraio; Trump sostiene che Russia e Ucraina avrebbero ormai concordato la maggior parte dei punti in discussione, ma Mosca ha smentito quest’ultimo punto.
Visto il costante riferimento al freddo tanto da parte di Trump quanto di Zelensky non è chiaro se la tregua riguarderà solo le infrastrutture energetiche o in generale tutti i combattimenti. Alcuni media ucraini riportano di attacchi lanciati nella notte – confermati anche dallo stesso esercito ucraino – ma sostengono che la tregua energetica starebbe tenendo perché non si sono registrati attacchi agli impianti. Peskov non ha aggiunto commenti a riguardo.
Camera, conferenza con Casapound: opposizioni occupano sala stampa
Un gruppo di deputati di Pd, M5s e Avs ha occupato la sala stampa della Camera per impedire una conferenza sulla “remigrazione”, prevista alle 11.30, alla quale avrebbero partecipato esponenti di Casapound e di altre realtà dell’estrema destra. Le opposizioni avevano annunciato l’intenzione di bloccare l’iniziativa per evitare, a loro dire, l’ingresso di «nazisti» nel palazzo. La sala era stata prenotata dal deputato leghista Domenico Furgiuele. Per motivi di ordine pubblico, la Presidenza della Camera ha disposto l’annullamento di tutte le conferenze stampa della giornata, facendo sgomberare la sala dai giornalisti.
La giunta del Burkina Faso scioglie i partiti politici
La giunta militare del Burkina Faso ha sciolto tutti i partiti politici del Paese. Lo scioglimento dei partiti è stato disposto con un decreto che abroga le varie leggi che li regolano. Il decreto prevede inoltre che i beni dei partiti siano trasferiti allo Stato. «Il governo ritiene che la proliferazione dei partiti politici abbia portato a eccessi, alimentando la divisione tra i cittadini e indebolendo il tessuto sociale», ha dichiarato il ministro dell’Amministrazione Territoriale Emile Zerbo.
Ora lo ammette anche Israele: a Gaza uccise oltre 70 mila persone
Sono almeno 71.000 le vittime nella Striscia di Gaza dal 7 ottobre: un numero che le Forze di Difesa Israeliane (IDF) avrebbero ammesso ora per la prima volta, e che si allinea alle stime – secondo diversi studi conservative – diffuse da mesi dalle autorità sanitarie di Gaza. L’annuncio del riconoscimento dei numeri forniti dalle autorità palestinesi è stato dato da diversi quotidiani israeliani, e non appare sulle fonti ufficiali di Tel Aviv, ma tra i vari media che hanno riportato la notizia ve ne sono di particolarmente vicini al governo Netanyahu e al Likud. L’esercito continua comunque a contestare la composizione del bilancio, sostenendo che una parte rilevante delle persone uccise siano combattenti di Hamas e respingendo le valutazioni internazionali sul numero di civili uccisi e sulle morti legate alla fame. L’annuncio arriva mentre Israele continua silentemente le proprie operazioni a Gaza, con attacchi diffusi in tutta la Striscia.
La notizia del riconoscimento delle vittime dell’aggressione israeliana su Gaza è stata data da diversi media israeliani, tra cui spicca il nome del Jerusalem Post, storicamente di stampo conservatore e da anni vicino alle posizione del Likud, il partito di Netanyahu. Le IDF – riporta il JP – continuano in ogni caso a contestare la percentuale di morti civili dichiarata dall’ONU e dalle autorità palestinesi, affermando che circa 25.0000 delle persone uccise siano «terroristi di Hamas»; i civili – secondo le IDF – sarebbero dunque oltre 50.000. Le IDF negano inoltre che le persone siano morte di fame, sostenendo che nessuna persona «sana» sia morta per le condizioni alimentari precarie. Le fonti dell’esercito hanno infine dichiarato di stare lavorando su una valutazione più completa della ripartizione tra civili e combattenti, che probabilmente arriverà fra tempo. Intanto, ieri, le IDF hanno continuato le proprie operazioni nel sud della Striscia. L’esercito ha annunciato di avere ucciso 8 combattenti del ramo armato di Hamas a est di Rafah, il Governatorato che costituisce la punta meridionale dell’exclave palestinese, al confine con l’Efitto; gli attacchi sono stati lanciati via aerea e attraverso le forze sul terreno. Le fonti palestinesi riportano inoltre di attacchi contro le infrastrutture energetiche e stradali, nonché di aggressioni in altre aree della Striscia, da nord a sud.
Intanto i negoziati per il proseguimento del cessate il fuoco procedono a rilento. Questa settimana, Israele ha ritrovato il corpo dell’ultimo ostaggio israeliano, chiudendo definitivamente la ricerca dei cadaveri dei rapiti dopo il 7 ottobre. In cambio, ha consegnato le salme di 15 palestinesi. I palestinesi attendono ancora la riapertura completa del valico di Rafah, attesa sin dall’inizio dell’accordo lo scorso ottobre, mentre intanto dovrebbe svolgersi la cosiddetta “fase due” del cessate il fuoco. Gli accordi prevedono una transizione politica nell’amministrazione della Striscia, con il potere che passerebbe nelle mani di un gruppo di tecnocrati palestinesi. Il portavoce di Hamas, Hazem Qassem, ha dichiarato che il gruppo è pronto a trasferire la gestione di Gaza al comitato. Il gruppo dovrebbe lavorare sotto la supervisione del cosiddetto Board of Peace, la nuova organizzazione internazionale formata da Trump con lo scopo di abbattere l’ONU e sostituirlo. In questa cornice, il destino di Gaza resta appeso a un filo: Israele continua a chiedere la piena smilitarizzazione di Hamas, e ad affermare le proprie intenzioni a mantenere il controllo della Striscia.








