lunedì 1 Dicembre 2025
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Venezuela, Trump alza il tiro: per gli USA Maduro guida un «cartello terroristico»

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Washington alza il livello dello scontro con Caracas. Per l’amministrazione Trump, Nicolás Maduro non è più soltanto un leader autoritario, ma il vertice di un’organizzazione terroristica straniera (FTO) legata al narcotraffico, il Cartel de los Soles che, secondo la Casa Bianca, funge da cerniera tra apparati statali venezuelani e reti criminali che convogliano cocaina verso Nord America ed Europa. La designazione è entrata ufficialmente in vigore lunedì e trasforma il dossier venezuelano in una questione di sicurezza nazionale, aprendo a sanzioni rafforzate e a un isolamento multilaterale più rigido, mentre l’opzione militare viene, per ora, formalmente rinviata, in attesa di un confronto telefonico tra il presidente americano e il leader venezuelano.

Le accuse della Casa Bianca delineano un sistema integrato che coinvolgerebbe alte sfere militari, intelligence e funzionari del governo di Caracas, in un modello di potere che farebbe del narcotraffico una leva di controllo interno e di finanziamento esterno. Il 16 novembre, il Segretario di Stato, Marco Rubio, ha dichiarato su X che il Cartel de los Soles sarebbe «responsabile di atti terroristici» nell’emisfero occidentale. Secondo diversi esperti, però, la formula usata non può essere paragonata ai tradizionali cartelli criminali, come quelli in Colombia e Messico, ed è azzardato affermare che il presunto cartello sia guidato proprio da Maduro, perché manca di una gerarchia e di una struttura. «La decisione dell’amministrazione Trump di etichettare il cosiddetto “Cartel de los Soles” come organizzazione terroristica è profondamente problematica», ha spiegato Jenaro Abraham, politologo e professore di politica latino-americana alla Gonzaga University, in quanto «non funziona effettivamente come un cartello in alcun senso analitico significativo». Secondo altri analisti, tecnicamente, il cartello non esiste neppure nel senso convenzionale del termine. Per Phil Gunson, analista senior dell’International Crisis Group che vive a Caracas, il Cartel de los Soles è un’etichetta inventata dai giornalisti venezuelani. Della stessa idea, l’ex vicesegretario generale dell’ONU, Pino Arlacchi, che ha derubricato a «una grande bufala geopolitica» l’impostazione secondo la quale il Venezuela sarebbe un narco-Stato. «Stanno designando una cosa che non esiste e che non è un’organizzazione terroristica come tale», gli fa eco Brian Finucane, ex avvocato del Dipartimento di Stato specializzato nella questione dei poteri di guerra.

La nuova qualificazione di organizzazione terroristica straniera è una delle più gravi misure antiterrorismo del Dipartimento di Stato e consente agli Stati Uniti di colpire un perimetro più ampio, dando al presidente l’autorità di imporre nuove sanzioni su beni e infrastrutture di Maduro, anche se, sottolineano gli esperti legali, questa da sola non autorizza esplicitamente il ricorso alla forza letale. Parallelamente, la postura militare statunitense nei Caraibi segnala un innalzamento della soglia di deterrenza. Due bombardieri strategici B-52 Stratofortress (callname PAPPY11 e PAPPY12) sono decollati rispettivamente dalle basi di Barksdale, in Louisiana, e Minot, nel Nord Dakota, dirigendosi verso il bacino caraibico con transponder disattivati. Il dispiegamento è supportato da due tanker KC-135 Stratotanker partiti dalla Florida, a conferma di un’operazione pianificata e prolungata contro Caracas.

La strategia americana si compone così di tre livelli: criminalizzazione del vertice politico venezuelano, compressione economico-finanziaria e pressione militare calibrata. Sul piano interno, Caracas respinge le accuse e denuncia un tentativo di delegittimazione volto a giustificare nuove misure coercitive e a indebolire il consenso attorno a Maduro. Nell’area, governi e organismi multilaterali procedono con prudenza, timorosi di ricadute su rotte commerciali, sicurezza marittima e stabilità energetica. Il quadro resta fluido: secondo fonti dell’amministrazione statunitense citate da Axios, non sarebbe imminente un intervento militare diretto e sarebbe in fase di pianificazione una telefonata tra Trump e Maduro. «Nessuno ha intenzione di sparargli o di rapirlo, a questo punto» ha dichiarato un funzionario vicino al tycoon. «Non direi mai, ma non è questo il piano al momento».

Romania, caccia in volo: “Droni hanno violato lo spazio aereo”

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Due caccia F-16 rumeni e due Eurofighter tedeschi sono decollati dopo la presunta violazione dello spazio aereo rumeno da parte di due droni vicino al confine con l’Ucraina, come riferito dal ministero della Difesa di Bucarest. Un episodio simile era stato segnalato il 13 settembre. Negli ultimi mesi diversi Paesi europei — tra cui Belgio, Germania, Spagna, Norvegia e Danimarca — hanno riportato presunte incursioni di droni russi. Il 9 settembre circa 20 droni sarebbero entrati in Polonia, mentre jet russi avrebbero violato lo spazio aereo di Estonia e Lituania. In Moldova un drone si sarebbe schiantato su un’abitazione, causando un’evacuazione.

Armi italiane a Israele, le associazioni portano Leonardo in tribunale

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Le associazioni italiane AssoPacePalestina, A Buon Diritto, ATTAC, ARCI, ACLI, Pax Christi e Un Ponte Per, insieme alla cittadina palestinese Hala Abulebdeh, hanno depositato un ricorso al Tribunale Civile di Roma contro Leonardo Spa, chiedendo l’annullamento di tutti i contratti tra l’azienda italiana e lo Stato di Israele. Parallelamente, a sostegno dell’azione legale, è stata lanciata la campagna In nome della legge! – Giù le armi, Leonardo!. L’iniziativa segna una nuova frattura tra la posizione del governo, alleato di Tel Aviv, e quella della società civile, che riconosce in Israele uno Stato genocida, i cui crimini sono commessi anche grazie alle armi fornite dal nostro Paese.

Secondo chi la sostiene, l’azione legale rappresenta un’iniziativa potenzialmente rivoluzionaria. «Non è accettabile che un’azienda partecipata dello Stato continui a fornire armi a Israele», ha dichiarato Camilla Silotti, portavoce dell’associazione A Buon Diritto. Secondo gli avvocati che rappresentano le parti ricorrenti – Luca Saltalamacchia, Veronica Dini, Michele Carducci e Antonello Ciervo – i contratti di compravendita di armi e servizi bellici tra Leonardo e Israele dovrebbero essere considerati nulli. Tali accordi rappresenterebbero infatti un contributo a crimini internazionali commessi dall’IDF, il braccio armato dello Stato israeliano.

A supporto di questa tesi ci sono la Legge 9 luglio 1990, n. 185, che regola il commercio di armamenti in Italia, e l’articolo 11 della Costituzione, che sancisce il ripudio della guerra. Inoltre, il Trattato ONU sul commercio di armi del 2013, entrato nell’ordinamento italiano con rango costituzionale, vieta agli Stati esportatori di autorizzare la vendita di armi se vi è un rischio “chiaro” che possano essere impiegate per crimini internazionali. Secondo un rapporto della Commissione indipendente del Consiglio dei Diritti Umani, le condotte israeliane verso il popolo palestinese costituiscono effettivamente un genocidio, quindi un crimine internazionale.

Le ricerche sulle relazioni commerciali tra Leonardo e Israele hanno ricostruito un quadro dettagliato del coinvolgimento diretto dei prodotti dell’azienda nel conflitto. «Parliamo di aerei ed elicotteri sui quali vengono addestrati i piloti che dall’ottobre 2023 bombardano la Striscia di Gaza», spiega l’avvocato Luca Saltalamacchia. «Leonardo produce componenti degli F-35, radar, camion a due assi, cannoni super-veloci per la Marina israeliana e le alette delle bombe GBU-39, utilizzate in vari massacri, compresi attacchi a scuole e civili».

Secondo Antonello Ciervo, la vendita di questi prodotti ha portato a un aumento del 200% del valore nominale delle azioni di Leonardo dall’8 ottobre 2023 a oggi. Poiché lo Stato italiano possiede circa il 30% di Leonardo, l’azione legale rappresenta un appello di giustizia al governo da parte della società civile. Armare Israele significa, secondo i ricorrenti, alimentare la pulizia etnica del popolo palestinese e rendersi complici di un genocidio. Richiedere l’annullamento dei contratti tra Leonardo e lo Stato israeliano significa chiedere all’organo giudiziario di far valere il diritto di fronte agli interessi commerciali. La presidente ARCI, Raffaella Bollini, ha sottolineato l’importanza del ricorso: «Difendere il diritto alla giustizia significa difendere l’unico potere di chi non ha potere».

Elezioni regionali, trionfa l’astensione: alle urne solo 4 elettori su 10

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Con le tre vittorie nette dei candidati favoriti – Alberto Stefani, Antonio Decaro e Roberto Fico – si chiude rispettivamente in Veneto, Puglia e Campania l’ultima tornata di elezioni regionali del 2025. Se il risultato appariva scontato fin dagli inizi, a imporsi davvero è stato l’astensionismo che in queste tornate elettorali ha assunto la forma di massa, trasformandosi nel “primo partito” con un’insolita maggioranza assoluta. Il calo dell’affluenza, stimato intorno al 14% rispetto alle ultime regionali, evidenzia che poco più di quattro elettori su dieci hanno deciso di recarsi al voto, cifra che evidenzia il distacco sempre più profondo tra rappresentanza politica e Paese reale.

Effetto Zaia sulle elezioni regionali del Veneto: deputato con la Lega dal 2018 ed ex sindaco di Borgoricco, Alberto Stefani, l’uomo imposto da Matteo Salvini al centrodestra si afferma con il 65% su Giovanni Manildo (fermo attorno al 29%), ex sindaco di Treviso. La sorpresa, nella regione a trazione leghista, arriva dall’ex leghista e medico free vax Riccardo Szumski, già sindaco a Santa Lucia di Piave, nel trevigiano, dove ha incassato il 43% dei voti: la sua lista, “Resistere Veneto”, supera il 5%. Marco Rizzo di Democrazia Sovrana Popolare incassa l’1,09%, Fabio Bui di “Popolari per il Veneto” arriva allo 0,51%. In Campania, l’ex presidente della Camera dei deputati, Roberto Fico, surclassa il viceministro degli Esteri Edmondo Cirielli, con il 60% contro il 35% circa, mentre Giuliano Granato di Campania Popolare si assesta sul 2%, Nicola Campanile di “Lista PER” non arriva all’uno per cento, Stefano Bandecchi di “Dimensione Bandecchi” segna lo 0,49% e Carlo Arnese di Forza del Popolo lo 0,17%. Il centrosinistra può esultare anche in Puglia, dove l’ex sindaco di Bari ed ex presidente Anci, Antonio Decaro si impone su Luigi Lobuono, imprenditore e civico vicino a Forza Italia, con il 65% contro il 35%. La prima degli outsider, Ada Donno, sostenuta dal cartello di liste a sinistra del campo largo, “Puglia pacifista e popolare”, racimola appena l’0,7%, seguita da Sabino Mangano, di “Alleanza civica per la Puglia”, con lo 0,2%.

Il convitato di pietra di queste elezioni regionali è sicuramente l’astensionismo, sintomo della fine di un modello di partecipazione democratica. Il dato complessivo dell’affluenza si ferma al 43,64% contro il 57,60% delle elezioni precedenti nelle stesse regioni. Il calo maggiore dei votanti si registra in Veneto dove, stando alle previsioni, la battaglia elettorale era più prevedibile e meno eccitante: ha votato appena il 44,65% contro il 61,16% di cinque anni fa, quasi 17 punti percentuali in meno. Segue la Puglia dove si è recato alle urne il 14,61% in meno rispetto al 2020 (il 41,82% contro il 56,43%) e, infine, la Campania, dove il calo è più ridotto, ma il termine di paragone sulla base delle regionali precedenti era già il più basso: il 44,06% contro il 55,52% dell’ultima vittoria di Vincenzo De Luca. La tendenza al non voto era stata evidente anche in altre prove elettorali, nelle Marche, in Toscana, in Calabria e in Val D’Aosta. Anche allora l’affluenza era calata di quasi il 10% non arrivando alla soglia del 50% sia in Toscana (47,4%) sia in Calabria (43,15) e sfiorandola appena nelle Marche.

Il vero snodo politico di queste elezioni regionali non è tanto l’esito, che ha semplicemente confermato gli equilibri previsti, quanto l’incapacità dei partiti di riportare gli elettori alle urne, aprendo una riflessione inevitabile sulle conseguenze di una democrazia che ha progressivamente smarrito il legame con la cittadinanza sociale. Il disimpegno elettorale deriva da cause strutturali, legate a mutamenti demografici e sociali, contingenti, alla prevedibilità dei risultati, ma soprattutto sistemiche, riconducibili alla crisi dei partiti e al venir meno delle identità politiche. Il tema dell’astensione è stato oggetto di diversi richiami del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, che ancora pochi giorni fa, dall’assemblea dell’associazione nazionale dei comuni (Anci) a Bologna, ha parlato di «preoccupante flessione dell’esercizio del voto». «Non possiamo accontentarci di una democrazia a bassa intensità», ha ammonito il Capo dello Stato, constatando come la disaffezione al voto non si risolve con alchimie legislative, ma riportando il cittadino alle urne. Il Capo dello Stato ha indirettamente sollevato il tema di ipotetiche riforme della legge elettorale, di cui si discute nel centrodestra. «Non ci sono dogmi, ma crediamo che serva una nuova legge elettorale per assicurare stabilità», ha dichiarato Giovanni Donzelli, responsabile organizzazione di Fratelli d’Italia, commentando i risultati delle regionali. Dal fronte dell’opposizione sono emerse perplessità: la leader del Partito Democratico, Elly Schlein, ha interpretato l’annuncio come motivato dalla «paura di perdere» della destra, più che da un’esigenza strutturale del sistema.

In Italia cresce il rischio povertà tra i lavoratori

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Secondo i dati Eurostat relativi al 2024, in Italia più del 10% dei lavoratori è a rischio di povertà, un dato in aumento rispetto all’anno precedente e superiore alla media europea. Il fenomeno interesserebbe in particolare i cosiddetti “working poor”, cioè persone con un impiego ma con reddito insufficiente a condurre una vita dignitosa. L’analisi dell’Osservatorio Antoniano, che tramite la campagna Operazione Pane ha registrato un aumento del 14% delle persone con lavoro che hanno chiesto aiuto nel periodo gennaio-settembre 2025 rispetto al 2024.

Trapianto storico: un cuore ha viaggiato da Atene a Torino senza mai smettere di battere

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Per la prima volta nella storia dei trapianti, un cuore è stato trasportato per oltre 1.600 chilometri senza mai smettere di battere. Un traguardo medico e tecnologico raggiunto all’ospedale Molinette di Torino, dove un uomo di 65 anni affetto da una grave cardiomiopatia dilatativa ha ricevuto un nuovo cuore proveniente da Atene. L’intervento è avvenuto presso il Centro Trapianti di Cuore e Polmoni della Città della Salute e della Scienza, in concomitanza con il quarantesimo anniversario del primo trapianto di cuore effettuato in Italia.
In condizioni standard, il cuore da trapiantare viene tr...

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Gaza, la tregua farsa: Israele ha attaccato 497 volte uccidendo 342 palestinesi

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Da quando è iniziato il cessate il fuoco a Gaza, il 10 ottobre scorso, Israele ha compiuto 497 attacchi, violando la tregua e uccidendo almeno 342 palestinesi. È quanto afferma l’Ufficio Stampa del governo di Gaza, che ricorda come questi atti costituiscano una violazione delle norme del diritto internazionale e umanitario. Il rapporto non tiene conto delle violazioni commesse tra ieri e oggi, 24 novembre, perché pubblicato nella giornata di sabato. Israele insiste  nell’attribuire la colpa dei suoi attacchi a presunte violazioni di Hamas, che avrebbe attaccato i soldati israeliani nella Striscia o attraversato la cosiddetta “Linea Gialla”, la linea di demarcazione dietro la quale i soldati israeliani dovrebbero rimanere stazionati. Hamas ha negato che tali violazioni siano mai accadute.

I numeri forniti dall’Ufficio si basano sulle ricostruzioni giornaliere di ospedali, giornalisti, e Protezione Civile gazawi, ma anche sulle testimonianze di civili, organizzazioni umanitarie, uffici di monitoraggio, e programmi di aiuto presenti a Gaza. Con il rapporto di sabato, l’Ufficio documenta le 497 violazioni che Israele avrebbe commesso nell’ultimo mese e mezzo di tregua classificandole per categoria: in 142 casi, scrive l’Ufficio, i soldati israeliani avrebbero sparato «direttamente» contro i civili palestinesi; in 21 casi i veicoli militari israeliani avrebbero oltrepassato la linea gialla; 100 sarebbero attacchi contro abitazioni e strutture civili; infine 228 sarebbero operazioni di bombardamento aereo o terrestre – mediante colpi di artiglieria o carri armati. Delle 497 violazioni, 27 sarebbero avvenute nella sola giornata di sabato, quando 24 palestinesi (inclusi numerosi bambini) sarebbero stati uccisi e altri 87 feriti. Nel suo comunicato, l’Ufficio condanna «fermamente le violazioni che l’occupazione israeliana continua a perpetrare contro i civili e le infrastrutture civili, in palese violazione di tutti gli obblighi legali e morali», e chiede al presidente Trump, ai Paesi mediatori, ai garanti dell’accordo e al Consiglio di Sicurezza dell’ONU di «adottare misure serie ed efficaci per fermare questi attacchi, porre fine all’assedio in corso e far rispettare il cessate il fuoco e il protocollo umanitario».

Gli attacchi sono continuati sia domenica che oggi. Ieri, gli ospedali hanno affermato di avere ricevuto 23 corpi di palestinesi, 2 dei quali recuperati dalle macerie; a questi ultimi se ne sono aggiunti altri 8 nella giornata di oggi, trovati presso il campo di Maghazi, nel Governatorato di Deir al Balah, che hanno portato a 582 le salme di palestinesi rinvenute sotto i detriti. Sempre oggi sono stati segnalati casi di violenza in tutta la Striscia: nel Governatorato di Nord Gaza, Israele avrebbe scagliato attacchi aerei e colpi di artiglieria oltre la linea gialla della città di Beit Lahia, e ferito due civili a Jabaliya, colpendoli con colpi di arma da fuoco; a Gaza City, le Forze di Difesa Israeliane avrebbero ucciso un palestinese nei pressi del quartiere di Tuffah, a est della città, e fatto levare in aria i droni nell’area orientale della capitale; droni anche nel Governatorato di Khan Younis, nella città orientale di Bani Suheila, dove sarebbe stato ucciso un palestinese; sempre a est di Khan Younis sono stati segnalati colpi di artiglieria che avrebbero ucciso un’altra persona, mentre a sud del Governatorato i mortai non avrebbero fatto vittime. Attacchi, infine, anche a nordest di Rafah, il governatorato più a sud della Striscia, dove Israele avrebbe utilizzato elicotteri e carri armati.

Agli attacchi si aggiunge la situazione umanitaria che, nonostante il cessate il fuoco, rimane ancora critica. Nel fine settimana le varie agenzie dell’ONU come il Programma Alimentare Mondiale e l’Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l’occupazione dei profughi palestinesi nel Vicino Oriente (nota come UNRWA) hanno lanciato diversi appelli, rimarcando la necessità di fare ripartire il sistema scolastico per far fronte alla ormai incombente crisi educativa; le agenzie hanno poi sottolineato come, nonostante gli oltre 40 giorni di cessate il fuoco, l’accesso sicuro all’acqua potabile rimanga ben lontano dall’essere garantito, e affermato che i cittadini soffrano ancora la mancanza di cibo.

Regionali: Campania e Puglia al campo largo, Veneto alla destra

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Nonostante manchi ancora l’ufficialità, tutte le proiezioni danno ormai per certi gli esiti delle elezioni regionali tenutesi tra ieri e oggi, 24 novembre, in Campania, Puglia e Veneto. Le prime due regioni hanno visto trionfare i candidati del campo largo, rispettivamente Roberto Fico del M5S, in questo momento primo con il 62,49% delle preferenze, e Antonio Decaro del PD, con il 65,39% dei voti. In Veneto, invece, si è imposto il candidato della coalizione governativa, Alberto Stefani, in questo momento in vetta con il 63,62%. Netto calo per l’affluenza in tutte e tre le regioni: -11,46% in Campania, -14,61% in Puglia e -16,51% in Veneto.

Se sei filorusso puoi essere insultato: la surreale teoria del pm di Bologna

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Mettere in dubbio la narrazione di Kiev sulla guerra, anche quando si è incerti sulla fondatezza delle informazioni, potrebbe legittimare la diffamazione da parte di terzi. Almeno, questo è quanto emerge dalla richiesta di archiviazione della denuncia per diffamazione avanzata dall’avvocato Marco Bordoni. Nel 2024, a seguito dell’attacco di un missile russo contro la città di Kharkhiv, Bordoni aveva pubblicato un post su X, chiamando la città con il suo nome russo (Kharkov), dichiarando che «secondo Zelensky» il missile era di provenienza russa e offrendo il punto di vista di un analista russo. Visto il fioccare di insulti e minacce per «complicità filorussa» apparsi sotto il post, Bordoni ha sporto denuncia per diffamazione. Denuncia che rischia ora di essere archiviata, in quanto, secondo il pm, il post «poteva essere percepito dal cittadino medio come una provocazione» alla luce del contesto «di forte coscienza sociale» creato dalla guerra, «che ha visto gran parte della popolazione schierarsi a sostegno dell’Ucraina». L’ultima parola sul caso spetterà al GIP.

Marco Bordoni è un avvocato civilista di Bologna che da anni pubblica osservazioni e materiale di divulgazione sull’area russa, spinto anche da un interesse personale e da qualche conoscenza linguistica di base. Sul proprio profilo X ha sempre sostenuto l’opportunità di riferire più versioni quando non è possibile verificare direttamente i fatti; così fece il 25 maggio 2024, dopo che un missile aveva centrato un grande centro commerciale a Kharkiv provocando morti e feriti. Nel post, utilizzando il toponimo russo “Kharkov” per riferirsi alla città ucraina di Kharkiv, l’avvocato ha precisato, citando testualmente il presidente ucraino, che l’attacco era di matrice russa «secondo Zelensky». Inoltre, ha riferito – allegando il link della fonte – l’indiretta conferma del blogger russo Cassad, che ha parlato di «esplosioni secondarie» per presenza di materiale militare. Sotto il post si è scatenata una valanga di reazioni violente nella sezione commenti, con utenti che hanno definito Bordoni un «filo invasore» e un «traditore dell’Occidente», accusandolo di «complicità filorussa». Di fronte a questi insulti, l’avvocato ha ritenuto di aver subito una diffamazione e ha quindi presentato una denuncia. Tuttavia, la Procura della Repubblica di Bologna, nella persona del sostituto procuratore incaricato dell’indagine, ha chiesto al giudice l’archiviazione del caso.

Proprio la motivazione di questa richiesta è ciò che trasforma la vicenda da una semplice scambio sui social network a un potenziale precedente preoccupante. Dalla lettura del documento si evincerebbe infatti che, secondo il pm, quei commenti costituirebbero reazioni scatenate dal comportamento provocatorio di chi aveva pubblicato il post, inserito in un clima nazionale particolarmente sensibile e schierato con l’Ucraina. In sostanza, la percezione collettiva di chi legge come «filorusso» il contenuto renderebbe giustificabili – o almeno non punibili – le risposte offensive. Una lettura che molti osservatori inquadrano come pericolosa, dal momento che legittimare reazioni offensive sulla base di un’emozione collettiva rischia di erodere le garanzie contro le aggressioni verbali e di indebolire la tutela della reputazione individuale.

Bordoni, ovviamente, contesta fermamente l’ottica adottata dalla Procura nell’esame del caso. Il post dell’avvocato, che riportava una notizia citando le proprie fonti, non conteneva fake news né insulti. Dunque, secondo la sua difesa, la reazione diffamatoria degli utenti non sarebbe giustificabile in alcun modo sulla base del contenuto del messaggio originario. A ogni modo, le carte sono ora al vaglio del Gip, che dovrà stabilire se archiviare o, in alternativa, opporsi alla richiesta del pm.

Brasile: confermato il carcere a Bolsonaro

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Un collegio di quattro giudici della Corte Suprema brasiliana ha votato per trattenere l’ex presidente Jair Bolsonaro in custodia cautelare in carcere. I giudici hanno approvato la misura all’unanimità, confermando la disposizione del collega Alexandre de Moraes, che ne aveva ordinato l’arresto a causa di una violazione dei domiciliari. Bolsonaro è stato condannato a una pena di 27 anni e 3 mesi per il tentato golpe militare del 2022; nonostante ciò, si trovava ancora in custodia cautelare ai domiciliari, perché secondo la legge brasiliana per scontare la pena in prigione è necessario concludere tutto l’iter processuale, e all’ex presidente manca ancora la pronuncia della Corte Suprema.