Il Sudafrica ha avviato a Città del Capo la prima sperimentazione sull’uomo di un vaccino contro l’Aids sviluppato interamente nel continente africano. Il test è in corso presso la Desmond Tutu Hiv Foundation, al Groote Schuur Hospital, e coinvolge venti volontari sieronegativi. In questa fase i ricercatori valutano la sicurezza del vaccino e la sua capacità di stimolare una risposta immunitaria. Il progetto è promosso da istituzioni scientifiche sudafricane nell’ambito del Brilliant Consortium. Il Sudafrica è il Paese con il maggior numero di persone affette da Hiv/Aids al mondo.
“Lo Stato contro il Movimento per Gaza”: il nuovo numero del Mensile de L’Indipendente
È da oggi disponibile sul nostro sito il nuovo numero del Mensile de L’Indipendente, la rivista rilegata e da conservare al cui interno troverete 80 pagine di contenuti esclusivi, tra inchieste e approfondimenti riguardanti ambiente, diritti, consumo critico e molto altro. Si tratta di notizie che non troverete altrove, perchè noi, al contrario della maggior parte degli altri mezzi di informazione, non ospitiamo pubblicità e non siamo dunque influenzabili da poteri politici e interessi economici. L’inchiesta di copertina di questo mese riguarda la repressione che Stato e istituzioni stanno mettendo in atto contro il movimento per la Palestina, che negli scorsi mesi ha portato centinaia di migliaia di persone a scendere in piazza, in una delle più grandi mobilitazioni recenti del nostro Paese. Nel mirino della polizia e delle procure non ci sono solo gli attivisti, sui quali stanno fioccando misure cautelari, ma anche rappresentanti di spicco della comunità palestinese in Italia, siti di informazione, gruppi solidali e molti altri.
Il mensile de L’Indipendente ha come sottotitolo i tre pilastri che ne definiscono la cifra giornalistica: inchieste, consumo critico, beni comuni. Ogni parola è stata scelta con cura, racchiudendo ciò che vogliamo fare e che, a differenza di altri media, possiamo fare, perché non abbiamo padroni, padrini o sponsor da compiacere. Esse rappresentano i tre punti cardinali che sono alla base del nostro impegno giornalistico: inchieste (per svelare i lati nascosti della politica e dell’economia), consumo critico (per vivere meglio, certo, ma anche per promuovere scelte consapevoli capaci di colpire gli interessi privilegiati) e beni comuni (perché la nostra missione è quella di leggere la realtà nell’interesse dei cittadini e non delle élite oligarchiche che controllano i media dominanti). All’interno del mensile ci saranno poi, naturalmente, approfondimenti sull’attualità e sui temi che caratterizzano da sempre la nostra agenda: esteri, geopolitica, ambiente, diritti sociali.
Questi sono solamente alcuni dei contenuti che potrete ritrovare nel nuovo numero:
- Perchè la Gronelandia è così importante – perchè Washington accelera per l’annessione dell’isola che, tra ghiacci in ritirata e risorse minerarie, è diventata fondamentale per difesa e autonomia tecnologica.
- Come la mafia cinese ha conquistato Prato – faide sanguinose, traffici globali, indagini rallentate da ostacoli diplomatici: nella città toscana, capitale europea del tessile, la criminalità cinese ha costruito un fitto sistema mafioso.
- Il castello di sabbia dell’edilizia globale – la sabbia è la risorsa più estratta al mondo, ma le scorte di quella utilizzata per le costruzioni scarseggiano al punto da aver innescato una crisi globale che mischia geopolitica, ecologia e criminalità.
- Vivere senza bollette – l’autosufficienza energetica è un sogno difficile da realizzare, ma qualcuno ci è riuscito: i racconti di chi vive per davvero staccato dalle reti energetiche nazionali.
Il nuovo numero del mensile de L’Indipendente è acquistabile (in formato cartaceo o digitale) sul nostro shop online, ed è disponibile anche tramite il nuovo abbonamento esclusivo alla rivista, con il quale potreste ricevere la versione cartacea a casa ogni mese per un anno al prezzo di 90 euro, spese di spedizione incluse. Per consultare le modalità dell’abbonamento ed, eventualmente, sottoscriverlo potete cliccare qui: lindipendente.online/abbonamenti.
Cuba, massiccio blackout lascia senza luce l’area orientale
L’ennesimo blackout ha colpito la parte orientale di Cuba nella notte, lasciando senza elettricità intere province, tra cui Santiago de Cuba, la seconda città più grande del Paese. A causare l’interruzione è stato un guasto alla rete elettrica, verificatosi nella sottostazione da 220 kV di Holguín, che ha provocato il collasso del sistema nella regione orientale. Secondo l’Unione elettrica cubana, la provincia di Holguín è rimasta solo parzialmente servita, mentre Granma, Santiago de Cuba e Guantánamo sono rimaste completamente senza corrente. Dal 2024, Cuba sta attraversando una gravissima crisi energetica causata da centrali termoelettriche obsolete e scarsità di carburante.
Portogallo, tempesta Leonardo causa inondazioni diffuse: un morto
Pakistan, scontri nel sudovest: centinaia di morti
Le forze di sicurezza pakistane hanno lanciato un diffuso attacco nell’area del Belucistan, situata nell’area sudoccidentale del Paese. L’offensiva segue una ondata di attacchi lanciata lo scorso sabato dall’Esercito di Liberazione del Belucistan, gruppo separatista ribelle attivo nella medesima provincia. Da quel giorno, gli scontri tra le parti si sono intensificati, e hanno portato a oltre 250 morti, di cui 197 miliziani e 50 civili e membri del personale di sicurezza. Oggi l’esercito ha impiegato droni ed elicotteri nella città di Quetta.
Gaza: la farsa della riapertura del valico di Rafah da parte di Israele
Sono passati quasi due anni da quel maggio del 2024 in cui Israele ha preso il pieno controllo del valico di Rafah, il confine che separa la Striscia di Gaza e l’Egitto. Lunedì 2 febbraio è stato ufficialmente riaperto. Il riavvio delle operazioni, tuttavia, non risponde alle richieste che ONG e organizzazioni internazionali hanno avanzato a Israele per mesi: il transito consentito è solo quello pedonale, e riguarda unicamente i palestinesi che desiderano rientrare in patria e quelli che devono uscire per necessità mediche. Nel primo giorno di operazioni il traffico ha interessato solo qualche decina di persone, cinque per motivi sanitari; niente aiuti, niente giornalisti, entrate e uscite col contagocce, sotto la rigida supervisione dell’esercito israeliano. Esercito che oggi, come negli scorsi giorni, ha continuato silentemente le proprie operazioni nella Striscia, colpendo diverse località dell’exclave palestinese e uccidendo oltre 20 persone.
La riapertura del valico di Rafah è stata annunciata lo scorso 30 gennaio dal Cogat, l’ente israeliano che si occupa di gestire le attività civili nella Palestina occupata. Domenica 1° febbraio si è svolto un «progetto pilota» per testare e valutare il funzionamento dell’attraversamento, e il giorno dopo è stato ufficialmente riaperto. La prima giornata di apertura, tuttavia, è proceduta a rilento: da quanto comunicavano le autorità egiziane, 50 palestinesi avrebbero dovuto attraversare il valico sia in entrata che in uscita; l’emittente qatariota Al Jazeera, scrive che nella giornata di lunedì sarebbe entrato un autobus con a bordo 12 persone, il primo ad attraversare il confine dopo 18 mesi. L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha invece comunicato di avere «supportato l’evacuazione medica di 5 pazienti e 7 accompagnatori in Egitto», in quella che risulta la prima missione a passare da Rafah da marzo 2025.
«L’uscita e l’ingresso nella Striscia di Gaza attraverso il valico di Rafah saranno consentiti in coordinamento con l’Egitto, previa autorizzazione di sicurezza da parte di Israele e sotto la supervisione della missione dell’Unione Europea, in modo simile al meccanismo implementato nel gennaio 2025», spiega il Cogat. «Il rientro dei residenti dall’Egitto nella Striscia di Gaza sarà consentito, in coordinamento con l’Egitto, solo per i residenti che hanno lasciato Gaza durante la guerra e solo previa autorizzazione di sicurezza da parte di Israele», continua. Insomma: la missione europea EUBAM sottoporrà – previa autorizzazione di Israele – alle autorità egiziane una lista con i nomi delle persone che intendono lasciare la Striscia e con la loro destinazione; viceversa, le autorità egiziane presenteranno un elenco di coloro che vogliono entrare. Le operazioni di controllo in entrata e in uscita includono identificazioni e screening dei palestinesi che intendono superare il confine, nonché un secondo processo di controllo «presso un corridoio designato, gestito dalle strutture di difesa in un’area sotto il controllo delle IDF», che hanno istituito un posto di blocco denominato “Regavim”.
La tanto attesa riapertura del valico di Rafah, insomma, è solo parziale; il flusso di persone ha finora interessato solo qualche decine di palestinese sotto condizioni imposte dalla stessa Israele, mentre aiuti e giornalisti non possono ancora entrare liberamente. Secondo fonti diplomatiche citate dall’agenzia di stampa Reuters, inoltre, Israele intende concedere più uscite che entrate, presumibilmente nell’ottica di una iniziale realizzazione del piano di deportazione avanzato da Trump lo scorso anno. La ripresa delle attività a Rafah arriva infatti dopo l’inizio della cosiddetta “Fase 2” dell’accordo di cessate il fuoco siglato lo scorso ottobre, che prevede il passaggio dell’amministrazione della Striscia nelle mani di un gruppo di tecnocrati palestinesi, supervisionati dal Board of Peace, la nuova istituzione internazionale di Trump volta a smantellare l’ONU. Né la Fase 2, né la riapertura del confine, inoltre, hanno fermato gli attacchi israeliani, che sebbene con minore intensità non si sono mai realmente arrestati. Oggi stesso le IDF hanno lanciato diffusi attacchi in tutta la Striscia, uccidendo almeno 23 persone. Tra gli uccisi, riporta lo stesso esercito, ci sarebbe anche Bilal Abu Assi, un comandante del braccio armato di Hamas; il gruppo palestinese non ha ancora confermato la sua morte.
Il motivo per cui non abbiamo (ancora) pubblicato quasi niente sugli Epstein Files
Negli ultimi giorni, il nome di Jeffrey Epstein è tornato a occupare titoli, aperture di telegiornali, breaking news e commenti “a caldo”. Molte testate hanno ingaggiato una corsa contro il tempo per commentare documenti appena desecretati dal Dipartimento di Stato americano, isolando nomi, mail, allusioni e pettegolezzi. “Le 12 accuse di stupro a Donald Trump negli Epstein Files”, “Musk e quelle email a Epstein che lo smentiscono: «Quando ci sarà la festa più scatenata?»”, “Bill Gates e le malattie veneree con le escort russe”, “Caso Epstein: mail shock da Sarah Ferguson, ex moglie di Andrea”. Titoli eloquenti, costruiti per catturare attenzione e traffico. L’Indipendente, in controtendenza, ha scelto di pubblicare finora un solo articolo, dedicato al crollo definitivo del mito di Bill Gates, coinvolto nel caso Epstein, come filantropo globale. Non per disinteresse, né per eccesso di cautela, ma per metodo. Davanti a oltre tre milioni di file, fingere di aver già compreso tutto sarebbe intellettualmente scorretto, una forma di gossip giudiziario spacciato per informazione. Preferiamo, invece, fermarci, leggere, analizzare, verificare. In altre parole: fare giornalismo.
Come già avevamo spiegato in un editoriale pubblicato nel 2023, L’Indipendente su alcuni temi pratica consapevolmente un modello di “giornalismo lento” (slow journalism come viene definito in gergo con il solito inglesismo). Non perché sia una posa, ma perché è l’unico antidoto possibile alla bulimia informativa e alla pressione costante a pubblicare subito, anche quando non si è ancora capito nulla. È anche un metodo di autodifesa: contro le indiscrezioni, contro la tentazione del rilancio acritico, contro il rischio – tutt’altro che remoto – di amplificare e diffondere bufale. Pubblicare in ritardo non significa “bucare” una notizia: in molti casi significa pubblicarla meglio. Vuol dire sottrarsi alla dittatura dell’“eterno presente” delle breaking news, che consumano i fatti prima di spiegarli e riducono l’informazione a un flusso istantaneo e subito dimenticabile.
Chi oggi racconta con sicurezza cosa “c’è” negli Epstein Files omette un dettaglio fondamentale: nessuna redazione internazionale ha avuto il tempo materiale di leggere e scandagliare tre milioni di documenti. Si procede per estratti, anticipazioni, file selezionati, spesso decontestualizzati. Il risultato è una narrazione frammentaria, che privilegia il nome noto e l’aneddoto piccante. Trump, Musk, il principe Andrea, Bill Gates diventano calamite mediatiche, mentre il contesto scompare. Così, le stesse testate che ieri liquidavano come paranoia gli accostamenti di Epstein al Mossad ora, riprendendo il Daily Mail, sbattono in prima pagina una fantomatica strategia chiamata «kompromat», utilizzata dal finanziere pedofilo – diventato per taluni il «gestore patrimoniale di Vladimir Putin» – che avrebbe agito per conto dei servizi segreti russi, procurando donne a numerosi personaggi influenti, per poi ricattarli. Inseguire il sensazionalismo rischia di ridurre un’inchiesta potenzialmente enorme – che non si limita né a crimini sessuali né tantomeno al pettegolezzo – a una lista di indiscrezioni, buone per alimentare il ciclo mediatico, ma inutili per comprendere i meccanismi che il caso Epstein chiama in causa. E che passa per la geopolitica, l’intelligence, un sistema articolato di ricatti e leve di potere.
Il nostro obiettivo non è rincorrere il particolare che rimbalza sui social o l’ennesima “rivelazione shock”, ma capire cosa c’è davvero di rilevante in quei documenti: connessioni, omissioni, responsabilità sistemiche, silenzi istituzionali. Per questo stiamo lavorando sui documenti senza fretta e senza clamore, con l’intenzione di restituire ai lettori ciò che conta davvero. Tutto il resto è rumore, destinato a sparire all’orizzonte con il prossimo scandalo.
C’è poi una contraddizione che merita di essere evidenziata. Per anni, gran parte dei media mainstream ha derubricato il caso Epstein a “teorie del complotto”, facendo passare l’idea, cavalcata prima dai DEM e poi dallo stesso Trump, che il sistema Epstein fosse una “truffa” o una “bufala”, assimilabile a un club di pervertiti. Oggi, gli stessi media che ieri urlavano al cospirazionismo banchettano sui dettagli più piccanti, come se il problema fosse il nome famoso finito nei titoli e non il sistema che lo ha reso intoccabile per decenni e che, presumibilmente, è stato creato e nutrito da una o più regie oltreoceano. È un cambio di narrazione che non nasce da una rinnovata onestà intellettuale, ma da una precisa opportunità editoriale.
Noi rivendichiamo l’accuratezza e il diritto di non pubblicare tutto subito. Non perché non ci sia nulla da dire, ma perché – al contrario – c’è ancora troppo da capire. In un panorama mediatico che scambia la velocità per valore, continuiamo a credere che il giornalismo abbia senso solo se si prende il tempo di fare il suo lavoro. Anche – e soprattutto – quando tutti gli altri corrono. Nei prossimi giorni inizieranno a uscire nostri aggiornamenti sul tema.









