martedì 17 Febbraio 2026
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Morti, feriti e incidenti: tutti i danni della stagione di caccia

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caccia danni stagione venatoria

Ogni anno la stagione di caccia riapre gli stessi interrogativi: un’attività armata praticata in campagne, boschi e colline attraversati da escursionisti, residenti e animali domestici, dove il confine tra spazio venatorio e vita quotidiana resta spesso labile. Non è solo una questione etica o ambientale, ma anche di sicurezza: ogni stagione lascia dietro di sé un bilancio di morti, feriti e casi che coinvolgono persone estranee alla caccia.

L’ultima stagione venatoria si è chiusa con numeri in calo rispetto all’anno precedente per incidenti e morti: è il quadro che emerge dal report dell’Università di Urbino, che parla di una diminuzione degli episodi gravi legati all’attività di caccia tra l’autunno 2025 e l’inverno 2026. Ma dietro la narrazione del miglioramento si apre un’altra lettura, radicalmente opposta. Le associazioni animaliste contestano la caccia come un problema strutturale che continua a colpire non solo i cacciatori, ma anche passanti, escursionisti, residenti delle aree rurali e animali domestici.

Così, mentre il mondo venatorio rivendica un trend positivo, il bilancio della stagione si trasforma in un confronto tra letture opposte: da una parte lo studio accademico che segnala un calo degli incidenti, dall’altra i dossier indipendenti che denunciano una scia costante di vittime. E al centro dello scontro restano le stesse domande di sempre: quanto è davvero sicura la caccia in Italia e chi paga il prezzo di questa attività?

«Durante la stagione venatoria 2025-2026 (periodo che va dal 1° settembre 2025 al 31 gennaio 2026) gli incidenti strettamente attribuibili alla pratica venatoria sono stati 45, un numero notevolmente inferiore rispetto ai 62 della stagione precedente, con un trend di costante diminuzione negli ultimi cinque anni, che ha portato a dimezzare gli episodi», spiega infatti un comunicato dell’Università, puntualizzando che i morti sono stati 8 e che i numeri sono stati «filtrati degli episodi legati a malori, cadute, atti intenzionali o illeciti».

Ma basta spostare il punto di osservazione perché la fotografia diventi più fosca. L’Associazione Vittime della Caccia (AVC), nel dossier 2025/2026, parla di 46 incidenti, uno in più dell’Università, spiegando però che il dato allarmante «è il rapporto tra vittime tra i cacciatori e le persone estranee. Dai grafici emerge una sproporzione grave: a fronte di 33 cacciatori vittime di se stessi, si registrano 13 vittime totalmente estranee all’attività venatoria». Secondo l’associazione: «Anche quest’anno, la cronaca non ha risparmiato eventi nefasti: morti, feriti, abusi, reati e comportamenti pericolosi legati all’uso delle armi da caccia, che coinvolgono non solo i cacciatori stessi ma, in misura sempre più allarmante, persone che con la caccia non hanno niente a che fare».

Anche perché gli aspetti da considerare sono vari, come ad esempio il ferimento di animali domestici, o sinantropi e cioè quelli che, pur non essendo addomesticati, vivono in stretta associazione con l’uomo. L’associazione denuncia 32 episodi raccolti, in una cronologia di casi eterogenei: non solo animali colpiti da armi da fuoco durante l’attività venatoria, ma anche cani da caccia morti in dirupi o pozzi, episodi di avvelenamento, minacce armate e situazioni di maltrattamento o abbandono.

Mentre in Parlamento è in corso la revisione della legge 157 del 1992, il principale testo che regola la caccia in Italia, AVC sostiene che: «I numeri di questo dossier impongono una scelta non più rinviabile: continuare a tollerare un’attività armata pericolosa e sempre più pervasiva o intraprendere un cambio di rotta fondato su un’etica della vita, a tutela delle persone, degli animali e dei territori, nella sicurezza collettiva». La proposta sostenuta dal governo punta a modificare diversi punti chiave: dalla gestione del territorio alla possibilità di ampliare tempi, specie cacciabili e forme di esercizio venatorio. Tra le misure discusse ci sono l’allentamento dei limiti su periodi e aree di caccia e il ritorno di pratiche come i richiami vivi. Il testo, presentato come una modernizzazione della normativa, è però al centro di forti critiche da parte delle associazioni ambientaliste, che parlano di un indebolimento delle tutele per la fauna e per la sicurezza nei territori.

Nel frattempo, la Legge di bilancio 2026 ha già modificato un punto chiave: le aziende faunistico-venatorie, finora previste come strutture senza scopo di lucro, potranno essere autorizzate anche come vere e proprie imprese. La riforma consente quindi attività di caccia organizzata con finalità economiche su aree composte soprattutto da terreni privati, inclusi nelle aziende di caccia attraverso atti amministrativi regionali. Secondo l’Associazione Vittime della Caccia, questo passaggio trasformerebbe un regime speciale nato per la gestione faunistica in uno strumento a vantaggio di interessi privati, con possibili profili di incostituzionalità legati alla proprietà, alla tutela dell’ambiente e alle competenze tra Stato e Regioni.

Proteste in Senegal, muore uno studente

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Uno studente senegalese è morto durante un moto di proteste scoppiato per il mancato pagamento degli aiuti finanziari all’università di Dakar. A dare l’annuncio è il governo, ma non sono ancora chiare le circostanze della sua morte; video non verificati che circolano online mostrano quello che viene descritto come l’edificio universitario in fiamme, e un gruppo di persone che prova a salvarsi dall’incendio uscendo dalle finestre; una di queste perde l’equilibrio e precipita. Le proteste sono scoppiate circa una settimana fa per contestare il ritardo nei pagamenti degli stipendi e hanno portato a violenti scontri con le forze dell’ordine.

Il manifesto del nuovo partito di Vannacci è pieno di richiami evidenti al fascismo

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Le sue simpatie verso il fascismo non le aveva mai nascoste, con rimandi alla Xª Flottiglia MAS, frasi su Mussolini – giudicato come uno «statista», o sulla marcia su Roma – definita una semplice «manifestazione di piazza». Eppure, con il manifesto del suo nuovo partito, Futuro Nazionale, l’ex generale Roberto Vannacci fa un passo in più: il testo è denso sin dal suo esordio di richiami più o meno evidenti all’ideologia del Ventennio. A partire da sigla e logo del partito, per passare da nostalgici cenni ai fasti dell’Impero romano, fino ad arrivare alla scelta dell’anagramma Vitale” per comporre i punti fermi del programma, un richiamo che a molti può sfuggire ma che rappresenta un chiaro e difficilmente involontario riferimento alla mistica e all’ideologia fasciste. Fino ad arrivare a passaggi del programma che mettono apertamente lo stato di diritto proprio delle democrazie in secondo piano, come quello in cui si afferma che famiglia, tradizione e patria vengono prima di tutto, «anche del diritto».

Nome, Logo e introduzione del Manifesto

La nascita di Futuro Nazionale è stata annunciata qualche giorno prima della scissione di Vannacci con la Lega. Il logo del partito, dalla forma circolare, si presenta con un rimando alla fiamma tricolore (storico simbolo dell’MSI, partito che nacque dalle ceneri del fascismo nell’immediato dopoguerra, il cui simbolo è ancora presente in piccolo sullo stemma del partito della premier Meloni, Fratelli d’Italia), e con il nome del partito scritto per intero in bianco su sfondo blu; è curioso notare come FN (le iniziali del partito) sia una sigla storicamente vicina all’estrema destra italiana: fu già sigla di Forza Nuova e del Fronte Nazionale, il partito di Junio Valerio Borghese, comandante della X° MAS tanto cara a Vannacci e fascista della prima ora, autore del noto golpe Borghese; lo stesso Partito Nazionale Fascista aveva la sigla PNF. A chiudere il logo, in basso, la scritta “Vannacci” in giallo.

I richiami al fascismo sono presenti sin dall’incipit del manifesto di Futuro Nazionale. Si scorgono a partire dai toni trionfalistici con cui viene presentato il partito, che si propone di rappresentare un Paese «colmo di energia trattenuta, di forza compressa, talento umiliato, merito non riconosciuto, orgoglio ammansito, entusiasmo e passione che anelano di esplodere». Nel fascismo storico, i rimandi retorici all’eroismo e l’uso di espressioni cariche di pathos  erano particolarmente frequenti: come il testo di Vannacci, anche il Manifesto degli intellettuali fascisti pubblicato nel 1925 si apriva con un accenno a una Italia – quella precedente alla marcia su Roma – «stanca» («spossata», scriveva il manifesto fascista), impoverita, repressa, piena di un potenziale inespresso che aveva bisogno di esplicitarsi. Il rimando più evidente al fascismo, tuttavia, sta nell’utilizzo della parola “vitale”, lanciata sin dalle prime righe del manifesto di Futuro Nazionale.

L’intero manifesto ruota attorno al termine “vitale”: «La mia Destra è VITALE perché è innamorata della Vita ed è protesa verso il futuro», scrive Vannacci. Il generale elenca così l’insieme di valori  che intende promuovere con il proprio partito, utilizzando la parola “vitale” come acronimo (Virtù, Identità, Tradizioni, Amore, Libertà, Eccellenza ed Entusiasmo). La scelta del termine non pare casuale: il “vitalismo” è infatti una corrente filosofica che è stata centrale per il fascismo. Per semplificare, il vitalismo è una dottrina che pone la vita al centro intendendola come impulso primordiale, slancio irrazionale, energia creatrice, lontana dalle idee di razionalismo, positivismo e materialismo. Correnti artistiche spesso associate al fascismo come il Futurismo di Filippo Tommaso Marinetti o pensatori dell’universo esoterico fascista come Julius Evola riprendono questi concetti applicandoli all’arte e alla filosofia.

Certi lati del vitalismo vengono ripresi dagli stessi filosofi di punta del fascismo, e trovano uno sfogo nel fascismo inteso come dottrina politica: «Non c’è concetto dello Stato che non sia fondamentalmente concetto della vita», scriveva Giovanni Gentile ne La Dottrina del Fascismo. «Così il fascismo non si intenderebbe in molti dei suoi atteggiamenti pratici, come organizzazione di partito, come sistema di educazione, come disciplina, se non si guardasse alla luce del suo modo generale di concepire la vita. Modo spiritualistico». Con tale idea, il fascismo rifuggiva la concezione di «mondo» liberale, caratterizzato dall’individualismo: «L’uomo del fascismo», al contrario, «è individuo che è nazione e patria». L’individuo nel fascismo si identifica con lo Stato e lo Stato esprime «la realtà vera dell’individuo»: da questa concezione filosofica, la dottrina fascista fa derivare gli ideali di esaltazione della Patria, sacrificio, tradizione, culto del passato, esaltazione della libertà personale e, in un secondo momento, sarà capace di aprire le porte alle leggi razziali, inizialmente assenti nell’ideologia di partito.

L’anagramma di “Vitale”: “Virtù” e “Identità”

Per quanto il manifesto di Futuro Nazionale non si possa dire concettualmente sofisticato come la filosofia gentiliana, pare difficile immaginare che Vannacci ignori del tutto l’importanza che le idee vitaliste hanno rivestito nella dottrina fascista; anche perché lo stesso anagramma della parola “vitale” riprende molti dei concetti tipici del fascismo: la “V” di “Virtù” richiama «coraggio, forza, dovere, spirito di sacrificio, iniziativa, determinazione, passione, memoria», replicando gli ideali di eroismo, potenza e sacrificio accennati precedentemente; la “I” di “Identità” rilancia la «Patria», affermando con scarsi riferimenti storici che «l’Italia è il Paese più bello e più rilevante della storia mondiale». In questo paragrafo, Vannacci richiama il grande passato dell’Italia geografica, in quella retorica di radicazione dell’identità nazionale nella gloria del passato tipica del fascismo: «Qui è nato l’Impero Romano; qui i popoli del Mediterraneo sono stati uniti; qui la religione di Cristo ha posto il proprio centro».

Restando sul paragrafo sull’Identità vi è quello che pare il più esplicito rimando ideologico al fascismo, seppur scritto prendendo in prestito una frase da De Gaulle: «Viene prima l’Italia, poi lo Stato e le Istituzioni, che devono esserne al servizio, e infine, fintanto che gli interessi di questi due soggetti sono salvaguardati, il Diritto». Con tali parole, De Gaulle – che il fascismo lo aveva combattuto – intendeva dire che il Diritto non può esistere senza che esista uno Stato, ossia che l’istituzione lo precede in quanto condizione necessaria, e che per tale motivo va salvaguardata; Vannacci, invece, pare suggerire che esso sia subordinato alla presunta “identità italiana”, alla «Patria» di cui parlava all’inizio del paragrafo. L’esaltazione dello Stato e dell’Italia – posta prima di tutto – è forse uno degli aspetti più centrali del fascismo politico, e poggia su quell’idea per cui l’individuo si identifica con lo Stato, assumendo una forma che lo stesso fascismo definiva «religiosa».

I richiami al fascismo  procedono in maniera più o meno esplicita lungo il corso di tutto il testo: anche la “T” di “Tradizione” rimanda trionfalmente al passatoitaliano”, dove affondano «le radici della cristianità, del diritto romano, della filosofia greca, dell’eroismo romano-germanico che diede vita al Sacro Romano Impero», e promuove la «remigrazione». La “A” di “Amore” poggia sulla centralità della famiglia, e sulla italianità degli italiani: «Chiunque venga in Italia a lavorare sarà rispettato ma non per questo diventerà italiano». La “L” di Libertà esaspera la libertà personale e ne risolve il concetto in una libertà della difesa della proprietà privata, arrivando ad affermare che «se violi la mia casa o mi aggredisci per la strada rischi la vita: la difesa è sempre legittima». Il manifesto chiude con una ammissione: «la mia destra […] non è moderata», scrive Vannacci interamente in maiuscolo. «La mia destra è vera, coerente, identitaria, forte, orgogliosa, convinta, entusiasta, pura e contagiosa». Una identità che si nutre anche di richiami evidenti all’ideologia politica del ventennio mussoliniano.

Crisi energetica a Cuba: sospesi diversi voli internazionali

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L’embargo petrolifero degli Stati Uniti su Cuba sta aggravando una profonda crisi energetica che investe l’intera vita quotidiana dell’isola. A causa delle sanzioni e delle pressioni sui Paesi fornitori, le riserve di carburante sono quasi esaurite. Le autorità hanno annunciato che gli aeroporti non potranno rifornire jet fuel almeno fino all’11 marzo, provocando la sospensione di numerosi voli internazionali, tra cui quelli di Air Canada. Altre compagnie ricorrono a scali tecnici all’estero. La crisi colpisce duramente il turismo e i servizi pubblici, dai trasporti alle scuole.

Francia: 12 mila soldati per tre mesi simuleranno una “guerra ad alta intensità”

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Si tratta della più grande operazione francese per il combattimento ad alta intensità – ovvero uno scontro caratterizzato da un impiego massiccio di mezzi e uomini, armi pesanti e tecnologie avanzate. Nella sola fase iniziale, quella «dinamica», occuperà per tre settimane i cieli sopra la costa atlantica del Paese. La durata totale, invece, sarà di ben tre mesi. Lo scopo: dimostrare la «competenza» dell’esercito francese nel settore aereo e dimostrare la sua capacità di «impegnarsi in prima linea» in una guerra «ad alta intensità». L’operazione Orion 26, che ha preso il via la scorsa domenica 8 febbraio, oltre ad una esercitazione rappresenta una vera e propria dimostrazione di forza da parte della Francia che, come altre nazioni europee, sta investendo sempre più nel proprio apparato bellico per prepararsi a un ipotetico nuovo conflitto.

La prima fase, che si concluderà il 1° marzo prossimo, riguarderà dunque le operazioni aeree e metterà in campo 1500 aviatori. Il ministero delle Forze Armate spiega che «Orion 26 rafforzerà la conduzione di un’operazione aerea complessa, mobilitando molteplici settori di competenza, garantendo al contempo la protezione del territorio nazionale da tutte le minacce esterne». Le operazioni, che termineranno il 30 aprile e coinvolgeranno anche mezzi navali e terrestri, coinvolgeranno in tutto 12.500 soldati. Le simulazioni riguarderanno un ipotetico conflitto scatenato da un Paese con mire espansionistiche che cerca di destabilizzarne uno vicino per mantenere la propria sfera di influenza, con una escalation che vede coinvolti anche vari tipi di attacchi ibridi.

Le operazioni di Parigi non si muovono in un contesto isolato: negli ultimi anni, tutti gli Stati europei stanno, in un modo o nell’altro, investendo risorse e fondi nel settore bellico. L’isteria prebellica (incendiata da dichiarazioni come quella di Mark Rutte, segretario della NATO, secondo il quale la Russia potrebbe attaccare l’Alleanza nei prossimi cinque anni) ha portato i 32 Paesi membri ad accordarsi su di un incremento delle capacità nazionali della Difesa pari al 3,5% del PIL, cui aggiungere un discrezionale 1,5% in investimenti correlati. Così, mentre tutti gli Stati tagliano risorse al welfare per incrementare la propria produzione di armamenti, in Norvegia si riattivano i bunker della Guerra Fredda, nelle scuole tedesche si educano i bambini alla “resilienza” e il Regno Unito lavora a esercitazioni di protezione della popolazione, mentre sempre più marchi di produzione di automobili stanno avviando la riconversione dei propri stabilimenti a impianti di produzione di materiale bellico (complice anche la crisi dell’auto attuale). In questo contesto, sul piano del dibattito pubblico la discussione sulla preparazione ad una eventuale guerra viene del tutto normalizzata e qualsiasi tentativo di dibattito democratico per sottolinearne costi e conseguenze viene liquidato.

“Non vogliamo l’America’s Cup”: in migliaia scendono in strada a Bagnoli

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NAPOLI – In migliaia sono scesi in strada a Bagnoli, quartiere di Napoli alle prese con il suo passato industriale e i relativi problemi di salute. Si protesta contro l’America’s Cup — ribattezzata presto dai manifestanti America’s Pacco — l’evento internazionale che l’anno prossimo porterà la vela in città. I lavori avviati in vista dell’appuntamento sono finiti al centro della critica degli abitanti, che hanno reclamato «la vera bonifica di Bagnoli, non speculazione e cemento». Il riferimento è al progetto concordato tra governo Meloni e Gaetano Manfredi, sindaco di Napoli nonché commissario straordinario per Bagnoli. Il piano per portare l’America’s Cup in città ha vanificato anni di mobilitazioni contro inquinamento e speculazioni, culminati nella messa a punto di un progetto dal basso, capace di restituire ai suoi cittadini un territorio martirizzato dall’industria. Questo progetto è stato oggi messo da parte ma gli abitanti non ci stanno e annunciano il proseguo della mobilitazione.

«Stop ai lavori della vergogna», si legge su uno dei tanti striscioni disseminati lungo il corteo che sabato ha portato in piazza 5mila persone. Al culmine della manifestazione pacifica, una delegazione si è simbolicamente riappropriata del cantiere del Sito d’Interesse Nazionale (SIN) di Bagnoli-Coroglio, rivendicando un controllo popolare. I lavori sono iniziati tra mancati monitoraggi ambientali, via vai giornaliero di camion in una zona a rischio sismico e dispersione di polveri provenienti da terreni a rischio e finiti nelle case degli abitanti. A tal proposito, la delegazione entrata al cantiere ha prelevato un campione di terra da far analizzare in modo indipendente. Nel frattempo, l’Agenzia Regionale per la Protezione dell’Ambiente della Campania (ARPAC) ha installato una centralina mobile nei pressi dei lavori, rilevando già 3 giorni di sforamento per quanto riguarda la concentrazione di polveri sottili nell’aria (pm10). Nei giorni scorsi, per diverse ore, gli abitanti erano riusciti a bloccare i camion diretti al cantiere, denunciando il tradimento delle istituzioni.

«Dopo 35 anni di devastazione, bonifiche mai fatte e soldi spariti — scrivono le associazioni contrarie all’organizzazione dell’America’s Cup — ci opponiamo a queste decisioni imposte dall’alto!». Nel mirino la condotta delle autorità a partire dalla dismissione industriale dell’area, avvenuta definitivamente nel 1992, quando l’Ex Ilva-Italsider ha chiuso i battenti seguendo l’esempio di Cementir, Eternit e Federconsorzi. Il piano di bonifica prodotto con il coinvolgimento della società civile non è mai stato realizzato, fino a quando, nel 2024, l’azione congiunta tra il governo Meloni e il sindaco Manfredi, a guida di una giunta di centrosinistra, ha previsto per Bagnoli un nuovo futuro. La grande spiaggia pubblica, il parco da 120 ettari e la rimozione della colmata (una piattaforma realizzata a mare con materiali di risulta) hanno ceduto il passo al turismo di élite. La colmata, tombata e quindi sigillata in modo temporaneo, resterà per essere trasformata nel campo base dell’America’s Cup, ci sarà poi spazio per un porto di lusso destinato agli yacht e la nascita di nuovi alberghi. A ciò si aggiunge il dragaggio dei fondali davanti alla colmata, previsto nelle prossime settimane. I ricercatori Benedetto De Vivo e Maurizio Manno hanno sottolineato che il dragaggio dei sedimenti marini, fortemente contaminati, amplificherà il disastro ambientale. Se mobilizzati, i composti inquinanti contenuti nei sedimenti entreranno infatti in contatto con l’aria marina producendo dei derivati ancora più tossici.

In questa corsa contro il tempo, cittadini e associazioni sono scesi in strada a Bagnoli per chiedere un futuro diverso per il proprio territorio, per voltare definitivamente la pagina dell’inquinamento, delle malattie e delle fughe imposte. «Vogliamo bonifica sotto controllo popolare, clausole sociali per un lavoro stabile e sicuro, rimozione della colmata, ripristino della linea di costa, spiaggia e mare liberi, gratuiti e accessibili», dicono i comitati bagnolesi, rilanciando la mobilitazione fino allo stop dei lavori in corso.

Repubblica in sciopero per la vendita di GEDI: giornale fermo due giorni

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Il comitato di redazione di Repubblica ha annunciato che il quotidiano non è uscito in edicola martedì 10 febbraio e non uscirà nemmeno mercoledì 11 febbraio a causa di un’assemblea dei giornalisti e di uno sciopero deciso al termine dell’incontro. Anche il sito non sarà aggiornato fino alle 7 di mercoledì. La protesta riguarda le trattative per la vendita del gruppo GEDI da parte di Exor, della famiglia Agnelli-Elkann, in particolare l’ipotesi di cessione al gruppo greco Antenna. I giornalisti denunciano la mancanza di informazioni, di garanzie occupazionali e il rifiuto di John Elkann di incontrare i sindacati.

Il dominio USA sull’Europa e l’odio di Trump contro l’eolico sono strettamente collegati

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Nelle fredde acque del Mare de Nord, alcuni Paesi europei stanno cercando di gettare i semi di una rivoluzione eolica senza precedenti. Con la sottoscrizione della Dichiarazione di Amburgo, dieci nazioni UE puntano sull'investimento di mille miliardi di euro per costruire una rete di distribuzione che potrebbe rendere il vento un mezzo di sovranità energetica per il Vecchio Continente. Una prospettiva che non piace per nulla agli Stati Uniti i quali, grazie alla guerra in Ucraina, sono riusciti a imporre all'Europa la dipendenza dal proprio GNL - molto più caro di quello russo e molto meno sos...

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Ex Ilva, Commissione UE dà l’ok al prestito ponte

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L’importo del prestito di salvataggio per le acciaierie dell’ex ILVA pensato dal governo «è proporzionato, in quanto limitato al previsto deficit di liquidità e strettamente limitato ai normali costi operativi». Lo ha stabilito la Commissione Europea, dando il via libera all’erogazione del prestito ponte da 390 milioni di euro previsto dal piano dell’esecutivo sull’azienda. Tale somma serve a garantire l’operatività dell’azienda, a finanziare i costi operativi correnti, e a coprirne il fabbisogno di liquidità prima del termine della gara d’appalto per la sua vendita attualmente in corso. Intanto, da Taranto arriva notizia che a breve dovrebbero ripartire i lavori presso l’altoforno 2, chiuso dal 2024.

In Europa si moltiplicano i casi di licenziamento a causa degli Epstein Files

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La eco del caso Epstein sta investendo tutta Europa, facendo moltiplicare i casi di licenziamento e dimissioni di politici e diplomatici. Una delle notizie più fresche riguarda la Norvegia, dove alle pubbliche scuse della principessa ereditaria Mette-Marit per la sua lunga corrispondenza con il finanziere è seguita la rimozione di Mona Juul, ambasciatrice in Giordania e Iraq. Tuttavia, il Paese dove le 3 milioni di pagine di documenti recentemente rilasciate stanno avendo maggiore effetto è il Regno Unito, dove i membri del personale ristretto del premier Starmer stanno lasciando il proprio incarico uno dopo l’altro: centrale a Londra è il caso di Peter Mandelson, ormai ex ambasciatore negli Stati Uniti coinvolto in un presunto caso di spionaggio che sta facendo traballare il governo. Dimissioni e licenziamenti sono arrivati anche in Svezia, in Slovacchia e in Francia, dove il nome più importante a venire diffuso è quello dell’ex ministro della cultura e dell’educazione Jack Lang.

Le defezioni nel personale diplomatico, politico e di gabinetto di tutta Europa a causa del caso Epstein stanno aumentando sempre di più. Domenica 8 febbraio, in Norvegia, è stata rimossa Mona Juul, diplomatica e moglie dell’ex collega Terje Rod-Larsen, noto per il suo ruolo di spicco nella stesura degli Accordi di Oslo tra Israele e Palestina. Juul è stata licenziata per i suoi stretti rapporti con Epstein, ma i media norvegesi vanno più affondo nella questione: secondo una notizia uscita sui giornali locali, poco prima di morire, Epstein avrebbe lasciato in eredità 10 milioni di euro ai figli di Juul e del marito; i quotidiani riportano la notizia senza rimandare alla fonte primaria. Spostandosi appena a est, in Svezia, si è dimessa Joanna Rubinstein, presidente della sezione svedese dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati. L’annuncio è arrivato dopo che è emersa una sua visita presso l’isola di Epstein condita da apprezzamenti sul posto; Rubinstein ha visitato l’isola nel 2012, 4 anni dopo la prima condanna al defunto finanziere pedofilo.

Una delle figure politiche più di spicco a lasciare il proprio incarico è Miroslav Lajčák, consigliere per la sicurezza nazionale della Slovacchia già ministro degli Esteri, ex Presidente dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, ed ex Alto Rappresentante per la Bosnia ed Erzegovina. Nel suo caso, a fare scandalo è stato uno scambio di messaggi con Epstein risalente al 2018 in cui il politico rilascia commenti su delle donne ignote con il finanziere; nella breve conversazione viene menzionato anche un incontro che l’allora ministro degli Esteri slovacco avrebbe dovuto tenere di lì a breve con il proprio omologo russo Lavrov; a questo scambio, si aggiunge una mail risalente al 2017 in cui Lajčák chiede a Epstein di dare una mano a un’amica nella promozione di un film.

Uno dei Paesi più importanti in cui le figure della politica interna sono state travolte dal caso Epstein è la Francia. Qui, Jack Lang, ex ministro della cultura e dell’educazione francese sotto la presidenza François Mitterrand si è dimesso dall’Institut du Monde Arabe, dopo che la procura francese ha aperto un’indagine su di lui e sua figlia Caroline per presunto riciclaggio aggravato di frode fiscale. Il sito di informazione francese Mediapart aveva precedentemente rilasciato un articolo in cui indagava sui presunti legami finanziari e commerciali tra la famiglia Lang e Jeffrey Epstein, menzionando la fondazione di una società offshore con sede nelle Isole Vergini americane, una delle quali proprio di proprietà di Epstein. Il medesimo sito riporta che Caroline Lang avrebbe dovuto ereditare una somma di 5 milioni di euro dal finanziere; L’Indipendente non è riuscito a verificare tali informazioni.

Il vero terremoto istituzionale, tuttavia, si è verificato nel Regno Unito. Qui, a parte il noto caso del Principe Andrea, accusato di reati sessuali, la destabilizzazione interna è stata innestata dal coinvolgimento di Peter Mandelson, ormai ex ambasciatore britannico negli USA. Il nome di Mandelson, figura storica del partito laburista, era già uscito fuori lo scorso settembre, quando – spiegano i media britannici – la prima tornata di mail pubblicate aveva mostrato che il diplomatico aveva mantenuto i suoi rapporti con Epstein anche dopo la condanna nel 2008. In quel periodo era stato rimosso dal suo incarico, e con il suo licenziamento erano arrivate anche le dimissioni di alcuni degli uomini dell’entourage di Starmer. Con la pubblicazione dei nuovi documenti, la procura londinese ha lanciato una indagine penale, secondo la quale Mandelson avrebbe condiviso informazioni sensibili con Epstein mentre ricopriva il ruolo di ministro per gli affari del governo nel 2009. Gli stessi media britannici riportano che il diplomatico e suo marito, Reinaldo Avila da Silva, avrebbero ricevuto trasferimenti di denaro per almeno 75.000 dollari. Domenica, il caso Mandelson ha costretto Morgan McSweeney, capo gabinetto del premier Starmer che aveva spinto per la sua nomina, a rassegnare le dimissioni; ieri, un altro abbandono, quello di Tim Allan, capo della comunicazione di Starmer. In seguito allo scandalo, il partito laburista scozzese ha chiesto le dimissioni di Starmer, che tuttavia ha trovato l’appoggio del gabinetto, riuscendo a tenere botta.