La fama di Alex Honnold è deflagrata in tutto il mondo nel 2018, quando uscì il film che raccontava la sua impresa al limite della follia: la scalata in free solo – e cioè a mani nude, senza corde né protezioni di alcun tipo – del monolite di roccia alto 914 metri di El Capitan, nel parco nazionale di Yosemite, in California. La pellicola, oltre ad aver vinto l’Oscar come miglior documentario, ha conquistato tutti: dai semplici appassionati di arrampicata passando per i puristi, per arrivare anche chi una mano su una roccia, non l’aveva mai posata prima in vita sua. E i motivi sono diversi. Alex appare come un ragazzo umile e schivo, disinteressato a qualsiasi cosa che non sia l’arrampicata e con un unico obiettivo: quello di spostare sempre più in là i limiti sulle pareti verticali che per gli altri esseri umani erano invalicabili. Oggi, nel momento in cui l’arrampicata in free solo si diffonde sempre di più, per capire la portata dell’impresa di Honnold basti sapere che nessuno è riuscito e ripeterla, tanto che sul suo sito viene scritto con orgoglio che sono di più le persone ad aver messo piede sulla luna, rispetto a quelle che hanno scalato El Capitan in free solo.
Tre anni prima, era il 2015, insieme a Tommy Caldwell, ne aveva realizzata un’altra: la traversata integrale del Gruppo del Fitzroy in Patagonia, una catena di grandi picchi rocciosi tra Argentina e Cile. Furono premiati con il prestigioso Piolet d’Or, uno dei riconoscimenti più importanti nell’alpinismo mondiale. Questa traversata, quella più alpinistica tra le sue imprese, è lontana dal gesto estremo del free solo ma non meno radicale per visione e impegno, perché si è trattato di affrontare una sequenza di guglie iconiche, affilate e isolate, immerse in uno degli ambienti più ostili del pianeta.
Nel 2010 aveva fatto parlare di sé per aver completato il Triple Climb di Yosemite, in meno di 24 ore. Riuscì a concatenare tre delle grandi pareti simbolo della valle – Mount Watkins, Half Dome ed El Capitan – affrontando oltre 2mila metri di arrampicata continua, questa volta con corde e imbragatura, su enormi pareti profondamente diverse tra loro. Ogni movimento era calibrato, ogni sosta ridotta all’essenziale: la velocità non nasceva dall’azzardo, ma da una conoscenza profonda delle vie e da una lucidità mantenuta per un’intera giornata. Il Triple Climb segnò un passaggio chiave nella carriera di Honnold, mostrando come la sua radicalità potesse esprimersi anche nella continuità dello sforzo e nella precisione, non solo nell’esposizione estrema. Un alpinismo asciutto, funzionale, dove l’ambizione non era sfidare il vuoto, ma portare a termine ascensioni complesse con il minimo spreco di energia.
Alex Honnold è diventato famoso perché ha rivoluzionato l’arrampicata estrema: ha scalato senza corde alcune delle pareti naturali più difficili al mondo, trasformando gesti potenzialmente mortali in un racconto di autocontrollo, rigore e rifiuto dello spettacolo fine a sé stesso. La sua fama si è costruita sull’idea che quelle imprese non fossero show, ma una ricerca personale al rischio della propria vita.
L’ultima impresa, la scalata in free solo di un grattacielo a Taipei, rompe però questo patto simbolico. Non c’è esplorazione naturale né intima, solo un contesto artificiale progettato per essere visto e monetizzato. La cifra economica ricevuta è stata da lui stesso definita imbarazzante. Ma, aggiungiamo noi, non tanto per la sua entità, quanto per quello che con quei soldi è stato comprato. Per quanto il compenso fosse altissimo, e quindi difficile da rifiutare, il significato si ribalta: non più il rischio come necessità interiore, ma come prodotto da vendere. È così che il mito di Honnold, fondato sull’autenticità, finisce per incrinarsi.
Reinhold Messner, intervistato sull’accaduto da Montagna.tv, alla domanda se la scalata del grattacielo fosse paragonabile a quella dei grandi 8mila, ha risposto così: «E’ stato soltanto un grande spettacolo». Poi aggiunge che ha fatto bene a farlo e, pur spiegando che per uno come Honnold salire su un grattacielo dove «ogni pochi metri aveva un gradino su cui poggiare tutto il piede» è tecnicamente «facile», ne esalta le abilità di alpinista e arrampicatore. Ma la verità profonda traspare dalla domanda successiva, quando l’intervistatore gli chiede se, nel caso l’avessero proposto a lui anni fa, avrebbe accettato, magari per finanziare qualche spedizione successiva. «Lo escludo, nel modo più assoluto», è la risposta, lapidaria, di Messner.
Forse è proprio qui il punto: l’alpinismo non è mai stato solo una questione di “cosa” si scala, una parte preponderante l’ha sempre avuta il “perché”. Finché il rischio è il linguaggio di una ricerca interiore, resta comprensibile e coerente, per alcuni persino necessario. Quando diventa scenografia, perde spessore e si svuota. Honnold non smette di essere uno dei più grandi arrampicatori della storia, ma con quel gesto sposta il baricentro: dalla montagna come spazio di verità, al verticale come superficie pubblicitaria. E allora forse non è il grattacielo a essere fuori luogo nell’alpinismo, è l’alpinismo a essere fuori posto quando accetta di diventare intrattenimento.