martedì 24 Marzo 2026
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Inchiesta Rogoredo: gli agenti indagati salgono a 7

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Altri due agenti, un uomo e una donna, sono indagati nell’ambito dell’inchiesta sull’omicidio di Abderrahim Mansouri, il 28enne ucciso dal carabiniere Carmelo Cinturrino nel boschetto di Rogoredo. I due agenti sono indagati rispettivamente di arresto illegale e falso. Salgono così a 7 i membri delle forze dell’ordine sotto indagine. Oltre a Cinturrino, sotto accusa per omicidio, altri quattro colleghi sono finiti sotto le lenti della procura per i reati di favoreggiamento e omissione di soccorso.

Perché mangiare pane industriale non è mai una buona idea

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Il pane è uno di quegli alimenti, assieme alla pizza o ai biscotti, che potrebbero sembrare degli “insospettabili”, cioè cibi talmente alla base del nostro vivere quotidiano da non poter essere considerati a rischio di manipolazioni e adulterazioni chimiche. Eppure c’è un vero paradosso: il chicco di frumento con cui si fanno questi alimenti viene completamente sventrato e poi riassemblato a seconda delle esigenze dell’industria. Infatti dal chicco di grano si estrae crusca, farinaccio, farina, glutine, amido. Questi elementi vengono successivamente inseriti dove e quando serve, e non solo per...

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Nigeria, attacchi con droni suicidi, almeno 23 morti

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Tra ieri e oggi sono stati riportati nuovi attacchi nello Stato nord-orientale nigeriano del Borno, da tempo al centro di una insurrezione da parte delle sigle islamiste attive nell’area. Da quanto comunica la polizia, a venire presa di mira è stata la città di Maiduguri, capitale del Borno, dove sarebbero stati scagliati diversi droni suicidi. La prima esplosione è avvenuta nei pressi di un ufficio postale nel centro della città, ed è stata seguita da un altro attacco in un mercato adiacente, un’offensiva contro l’ospedale universitario cittadino e ulteriori droni sul quartiere di Kaleri. Il bilancio attuale è di 23 vittime e 108 feriti. L’attacco non è stato reclamato da alcuna forza.

Trump sta cercando di trascinare i Paesi europei nella guerra contro l’Iran

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Nonostante continui a sostenere di avere annichilito flotta e capacità belliche di Teheran, Trump sembra avere fatto esplodere un conflitto da cui non sa più come uscire. Entrato nella terza settimana di guerra, il presidente degli Stati Uniti ha lanciato diffusi appelli per formare una “Coalizione Hormuz” con lo scopo di scortare le navi dallo Stretto centrale nel traffico marittimo di idrocarburi, chiedendo aiuto a Paesi amici e nemici. Se la NATO non partecipa andrà incontro a «un futuro molto negativo», gli Stati che acquistano il proprio petrolio dal Golfo Persico «devono occuparsi del passaggio», e le potenze che hanno interessi nella zona, «si spera», aderiranno all’iniziativa. Sfortunatamente per Trump, la chiamata alle armi non è andata come sperava: gli alleati statunitensi nella regione dell’Indopacifico hanno rifiutato la proposta, mentre dai rappresentanti europei di Germania, Francia, Regno Unito e Spagna si è sollevato un coro di voci contro l’iniziativa, bocciata anche dai rappresentanti diplomatici dell’UE e dalla stessa Italia.

L’annuncio della formazione della Coalizione Hormuz è arrivato ieri, 16 marzo. In un post sulla sua piattaforma social Truth, Trump ha affermato senza mezzi termini che «molti Paesi, soprattutto quelli colpiti dal tentativo iraniano di chiudere lo Stretto di Hormuz, invieranno navi da guerra, in collaborazione con gli Stati Uniti d’America, per mantenere lo Stretto aperto e sicuro», salvo poi ritrattare qualche riga dopo scrivendo che «si spera» che i Paesi più colpiti dal blocco iraniano collaborino con Washington. Gli Stati individuati da Trump sono quelli con maggiori interessi – economici e politici – in Asia Occidentale: si tratta di Corea del Sud, Francia, Giappone, Regno Unito e Cina, rivale degli USA nella corsa al primato economico globale. Nel corso della giornata Trump è stato scostante e contraddittorio: ha prima detto di avere chiesto a sette Paesi di partecipare alla Coalizione Hormuz, per poi lanciare appelli diretti e indiretti ai membri della NATO e agli alleati europei.

In ogni caso, l’appello ha collezionato rifiuti: la Cina, come prevedibile, ha rilasciato una dichiarazione in cui «esorta nuovamente tutte le parti a interrompere immediatamente le operazioni militari e ad evitare un’ulteriore escalation delle tensioni, al fine di impedire che l’instabilità regionale abbia un impatto ancora maggiore sull’economia globale»; a rilasciare tali dichiarazioni è stato il ministro degli Esteri di Pechino, rispondendo a una domanda sul possibile coinvolgimento del Paese nella Coalizione Hormuz. Col passare delle ore, sono arrivati i rifiuti di Australia e Giappone, tra i principali alleati degli USA nell’Indopacifico, e sono iniziate a farsi sentire le voci degli europei. Nelle sue prime dichiarazioni, l’Alta Rappresentante per gli Affari Esteri UE, Kaja Kallas, è rimasta sul vago, sostenendo che avrebbe parlato coi Paesi di un possibile ampliamento delle missioni Aspides e Atalanta attive rispettivamente sul Mar Rosso – per contrastare il passato blocco dello Stretto di Bab el Mandeb imposto dalla milizia yemenita Ansar Allah, meglio nota con il nome di Houthi, in supporto al popolo palestinese e contro il genocidio – e contro il fenomeno della pirateria lungo le coste della Somalia. A tal proposito, il ministro degli Esteri italiano Tajani ha affermato che l’Italia appoggerebbe una estensione delle missioni attive, ma che queste non potrebbero arrivare a toccare lo Stretto di Hormuz.

Altri leader europei hanno sin da subito condannato l’iniziativa di Trump. Il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha detto che non invierà navi sullo Stretto e che la questione di Hormuz non può coinvolgere la NATO, che – almeno in teoria – sarebbe un’alleanza di tipo difensivo, non offensivo. Il presidente francese Emmanuel Macron, rappresentante di uno dei Paesi europei con più interessi nell’Asia Occidentale, si è mostrato dai primi momenti scettico, per poi cassare la missione. Analoghi rifiuti sono arrivati dal premier britannico Keir Starmer, anch’egli alla guida di un Paese dagli ampi interessi nella regione, e dal gabinetto estero della Spagna. Nel pomeriggio, la stessa Kallas ha affermato che lo Stretto di Hormuz è fuori dalle competenze della NATO. Dopo una sequela di due di picche, Trump è corso ai ripari, dichiarando che «numerosi Paesi mi hanno detto che potrebbero partecipare. Alcuni ne sono molto entusiasti, altri no», senza tuttavia specificare chi avrebbe aderito all’iniziativa.

Le rotte che attraversano lo Stretto di Hormuz risultano cruciali nel traffico mondiale di idrocarburi. Dal passaggio, l’unico sbocco sul mare per la maggior parte dei Paesi del Golfo, transita circa il 20% del petrolio globalee il 30% di quello commerciato via mare. L’Alta Rappresentante Kallas ha affermato di avere discusso con il Segretario Generale dell’ONU Antonio Guterres per trovare modi alternativi per garantire il flusso di barili da Hormuz, avanzando l’ipotesi di una soluzione analoga a quella presa nel 2022 con la cosiddetta “Black Sea initiative”, in Italia nota come “accordo sul grano”, l’intesa siglata tra Russia, Ucraina, Turchia e ONU per consentire l’esportazione sicura di grano dai tre porti ucraini di Odessa, Chornomorsk e Yuzhny per stabilizzare i prezzi. In ogni caso, i Paesi europei, compresi quelli più coinvolti come la Francia, che ha inviato molteplici risorse belliche nella regione, non paiono intenzionati a entrare in guerra. Gli appelli di Trump davanti a un tale numero di rifiuti, in questo, paiono – almeno per il momento – confermare i dubbi che molti commentatori statunitensi esprimono sin dall’inizio del conflitto,  ormai convinti che il presidente si sia lasciato trascinare in un conflitto per accontentare le aspirazioni di Netanyahu.

In Bolivia indigeni e comunità locali guidano la nascita di nuove aree protette

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In Bolivia oltre 900 mila ettari di territorio - tra foreste amazzoniche e altopiani andini - sono appena entrati in un sistema di tutela ambientale. La misura prevede l’istituzione di quattro nuove aree protette nelle quali attività come il disboscamento intensivo, l’espansione agricola non pianificata e alcune operazioni minerarie saranno limitate o sottoposte a regole più severe per salvaguardare l’ecosistema. L’iniziativa nasce dal lavoro congiunto di governi municipali, comunità indigene e organizzazioni locali che hanno deciso di intervenire direttamente per proteggere territori sempre p...

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Marghera: una multinazionale USA licenzia tutti i dipendenti per sostituirli con l’IA

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La multinazionale californiana InvestCloud, attiva nel campo dello sviluppo di piattaforme digitali per istituti finanziari, ha comunicato il licenziamento collettivo di tutti i 37 dipendenti della sua unica sede italiana, situata a Marghera (Venezia). La decisione, che è stata annunciata lo scorso 9 marzo a sindacati e istituzioni, è motivata da una radicale riorganizzazione aziendale direttamente collegata all’integrazione di sistemi basati sull’intelligenza artificiale. Secondo la lettera inviata alle parti sociali, il nuovo modello di business «non prevede il mantenimento di strutture locali autonome», portando dunque alla chiusura definitiva della ex Finantix, acquisita dal gruppo statunitense nel 2021. La vicenda ha sollevato immediatamente allarme sociale, con i sindacati che denunciano un pericoloso precedente per l’intero comparto.

Nella comunicazione ufficiale, l’azienda ha evidenziato che, nell’ultimo anno e mezzo, si è assistito a una «significativa accelerazione dei processi tecnologici», contraddistinta in particolare «dall’integrazione di soluzioni basate sull’intelligenza artificiale». Il modello storico, organizzato con team dislocati in diversi Stati impegnati in adattamenti locali, secondo InvestCloud «ha determinato duplicazioni operative, economie di scala ridotte, tempi di sviluppo più lunghi e una valorizzazione solo parziale dei benefici in termini di produttività e automazione derivanti dall’intelligenza artificiale». La finalità è quindi quella di accentrare le competenze in un numero limitato di «centri di eccellenza globali», provvedendo a disfarsi delle strutture periferiche, tra cui quella di Marghera. Massimo Bitonci, assessore regionale allo sviluppo economico, ha ipotizzato una possibile delocalizzazione di tali centri sul territorio indiano, ma non ci sono ad oggi notizie certe su questo versante.

A rendere ancora più amara la pillola per i lavoratori sono i dati di bilancio: nel 2024 la società italiana ha registrato ricavi in crescita da 6,2 a 9,96 milioni di euro, con un utile netto di oltre 500mila euro dopo un 2023 in rosso. «Il caso della InvestCloud Italy di Marghera dimostra in modo pratico come la “Transizione” tecnologica impatti pesantemente nel lavoro e oggi sempre più anche nel settore metalmeccanico (che include molte aziende dell’ICT, ndr) travolgendo quell’idea di giustizia sociale, tutela occupazionale e impresa locale per cui tutti i giorni combattiamo», ha commentato Matteo Masiero della Fim Cisl. «Non siamo di fronte soltanto ad una riorganizzazione aziendale: siamo davanti ad un caso emblematico che dimostra come l’intelligenza artificiale non sia affatto neutra. Il punto vero è sempre lo stesso: quale intelligenza artificiale, con quali strumenti, con quali regole e sotto quale controllo pubblico», hanno dichiarato Daniele Giordiano e Michele Valentini della Cgil di Venezia. I sindacati hanno chiesto un tavolo istituzionale per affrontare quello che temono possa diventare un «effetto domino» nel settore dell’ICT, mentre il primo incontro con l’azienda è previsto per il 19 marzo.

Il caso di Marghera si inserisce, in realtà, in una trasformazione più ampia che, alla luce delle novità tecnologiche, sta attraversando l’intero settore finanziario. Secondo un’analisi della European Banking Authority dedicata all’uso dell’intelligenza artificiale nel sistema bancario europeo, negli ultimi anni banche e società fintech stanno accelerando l’integrazione di tecnologie come machine learning, analisi dei big data e sistemi di intelligenza artificiale nei processi interni. Tali strumenti vengono infatti utilizzati in particolare per attività come assistenza ai clienti, profilazione delle transazioni, prevenzione delle frodi e automazione dei processi operativi. La stessa autorità europea osserva che molte di queste soluzioni sono ormai passate dalla fase di sperimentazione a quella di integrazione strutturale nelle infrastrutture informatiche delle istituzioni finanziarie. In un quadro di forte competizione internazionale, l’obiettivo primario è ovviamente quello di aumentare l’efficienza e ridurre i costi operativi. Una macro-trasformazione che, secondo molti osservatori, sta contribuendo a ridefinire il mercato del lavoro nel settore finanziario e tecnologico.

I video deep fake sono diventati parte integrante della guerra (e della società)

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La guerra in Medio Oriente si sta ormai combattendo su molteplici fronti, compreso quello dell’informazione. Mentre le bombe distruggono obiettivi militari e civili, si sta diffondendo a grande velocità un’infodemia che mira a fornire chiavi di lettura ai molti avvenimenti in corso, ma con un problema strutturale: tra oscuramenti della rete e censure governative, le parti coinvolte faticano a produrre e distribuire la quantità di immagini necessaria a sostenere i meccanismi virali dell’informazione odierna. Il risultato è che false immagini satellitari e filmati manipolati hanno raggiunto cent...

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Dibattito sul Referendum, Valditara: “Verifiche e ispezioni nelle scuole”

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A una settimana dal referendum, il ministero dell’Istruzione ha chiesto agli uffici scolastici di condurre «un’attenta verifica» delle «segnalazioni riguardanti dibattiti che sarebbero avvenuti all’interno di istituti scolastici statali in assenza di contraddittorio». Secondo il ministro, nelle scuole, il dibattito sul referendum sarebbe sbilanciato verso le ragioni del No, sussistendo dunque un pericolo di «indottrinamento». Il sindacato Flc CGIL ha parlato di una «narrazione tanto grave quanto infondata»; la scorsa settimana, in un istituto di Napoli, un gruppo di alunni ha infatti deciso di abbandonare un’aula in cui si teneva un incontro sul referendum perché «c’erano solo esponenti per il Sì».

Il governo ha rinviato la costruzione del Ponte sullo Stretto al 2034

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Il governo Meloni mette nuovamente mano al Ponte sullo Stretto. Lo fa allungando i tempi e fissando la nuova data della messa in funzione al 2034, un anno in più rispetto alle ultime stime. Dal 2026 al 2029 l’opera sponsor del Ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti Matteo Salvini verrà anche sottofinanziata, liberando delle risorse per alleggerire il debito che grava su Rete Ferroviaria Italiana (RFI), partecipata statale. La maggioranza di centrodestra ha messo nero su bianco i nuovi aggiornamenti per il Ponte sullo Stretto nel decreto-legge n. 32/2026, che domani inizierà in Senato il suo iter di conversione in legge. L’intervento politico era dovuto a causa della recente bocciatura della Corte dei Conti, che aveva rilevato diversi vizi procedurali; tuttavia i comitati popolari restano sugli scudi. Il decreto-legge «elude il nodo centrale, l’obbligo di una nuova gara, e non stanzia alcuna risorsa aggiuntiva per aggiornare documenti e procedure», denuncia l’associazione “Invece del ponte”.

Continua l’odissea tutta italiana intorno al ponte che dovrebbe collegare Sicilia e Calabria. Sul finire del 2025, la Corte dei Conti aveva svelato tutte le criticità del progetto, a partire dalle violazioni delle normative nazionali e comunitarie in tema di appalti, fino alla tutela dell’ambiente e degli habitat naturali, passando per i costi complessivi dell’opera. A cinque mesi di distanza dalla pronuncia, la maggioranza di centrodestra ha messo mano al Ponte sullo Stretto, rivedendo tabelle di marcia e finanziamenti. Alla luce dei ritardi accumulati, la data stimata per l’entrata in funzione dell’opera slitta dal 2033 al 2034. La società Stretto di Messina S.p.A. rassicura sull’inizio dei lavori, fissato per settembre. I primi anni, fino al 2029, saranno comunque segnati da un rallentamento dovuto ai tagl economici decisi dalla maggioranza nell’ultimo decreto-legge.

“Per ridurre l’esposizione debitoria di RFI S.p.A. — si legge nel testo — viene autorizzata la spesa di 1,8 miliardi di euro per l’anno 2026 e 1 miliardo di euro per l’anno 2027″. Non è difficile comprendere da dove buona parte di questi fondi saranno presi: tra il 2026 e il 2028 la spesa per il Ponte sullo Stretto verrà ridotta di circa 2,3 miliardi di euro. Fondi che dovrebbero tornare al progetto a partire dal 2030 (fatti salvi ulteriori ripensamenti), per una spesa complessiva da lasciare invariata a 13,5 miliardi di euro. Il dl «non stanzia alcuna risorsa aggiuntiva per aggiornare documenti e procedure», commenta l’associazione “Invece del ponte”, sottolineando il mancato adeguamento «all’obbligo di una nuova gara» sancito dalla Corte dei Conti, avendo riscontrato dei vizi procedurali a favore di Eurolink, incaricato di progettare e costruire l’opera.

“In considerazione della complessità tecnica e della necessità di garantire un allineamento temporale perfetto tra la realizzazione del Ponte e le opere di adduzione ferroviaria — si legge nel dl — la norma prevede la nomina di un Commissario Straordinario“, individuato nell’amministratore delegato di RFI, Aldo Isi. Con l’ultimo intervento, la maggioranza di centrodestra attiva dunque la macchina della semplificazione amministrativa per accelerare su cantieri e autorizzazioni.

L’acqua come obiettivo militare: l’arma segreta nella guerra in Medio Oriente

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Una minaccia più letale dei missili balistici e più destabilizzante delle fluttuazioni del prezzo del greggio sta emergendo con prepotenza nello scenario mediorientale, più nello specifico nel Golfo Persico. Stiamo parlando di acqua potabile. Nonostante l’immensa ricchezza dovuta ai giacimenti di gas e petrolio, senza l’acqua potabile i Paesi del Golfo non potrebbero esistere come li conosciamo oggi. La vera vulnerabilità strategica della regione risiede nella sua dipendenza assoluta dalla tecnologia di desalinizzazione dell’acqua, necessaria per la sopravvivenza di milioni di persone che vivono nelle metropoli del Golfo. L’Iran ha accusato Stati Uniti e Israele di aver varcato una soglia pericolosa con l’attacco ad un suo impianto di desalinizzazione. Il Bahrein dice di essere stato colpito da Teheran in egual misura. 

Successivamente, il Bahrain ha accusato formalmente l’Iran di aver condotto operazioni di sabotaggio contro le proprie strutture di potabilizzazione, un atto che ha provocato razionamenti severi in diverse aree dell’arcipelago. Se queste accuse venissero confermate, significherebbe che la guerra ha già oltrepassato la soglia della distruzione materiale ed economica per entrare in quella della minaccia esistenziale stessa. Le nazioni del Consiglio di Cooperazione del Golfo (GCC), Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Qatar, Bahrain e Oman, hanno costruito la ricchezza dei propri regni, prima che con il petrolio, con un sistema di desalinizzazione e potabilizzazione dell’acqua. Senza questi impianti non esiste tutto il resto. In una regione quasi priva di fonti idriche permanenti, la sopravvivenza di oltre 100 milioni di persone è legata a doppio filo a circa 450 impianti di desalinizzazione. Queste cattedrali tecnologiche trasformano l’acqua salata del mare in acqua che si può bere, ma rappresentano oggi il più critico dei punti della sicurezza regionale.

La concentrazione di queste infrastrutture lungo le coste del Golfo le rende bersagli statici di estrema vulnerabilità. A differenza dei pozzi petroliferi, che possono essere ripristinati o le cui scorte possono essere compensate da riserve strategiche globali, un impianto di desalinizzazione distrutto non ha sostituti immediati. Se il petrolio genera ricchezza, l’acqua garantisce l’esistenza stessa dello Stato. Senza di essa, il contratto sociale tra i regnanti e la popolazione si dissolve in pochi giorni. Anche per questo, oltre agli impianti di desalinizzazione, gli Stati del Golfo spendono molto in geoingegneria, tramite l’“inseminazione delle nuvole”, per aumentare il volume di acqua a disposizione.

Il caso più emblematico di questa fragilità è rappresentato da Riyadh, capitale dell’Arabia Saudita. Situato sulla costa orientale saudita c’è l’impianto di Jubail, uno dei complessi di desalinizzazione più grandi al mondo e funge da polmone idrico principale per la capitale, situata nel cuore del deserto. Secondo un rapporto della CIA del 2010, un blocco totale o la distruzione di Jubail forzerebbe l’evacuazione di massa di Riyadh, una metropoli di oltre 7 milioni di abitanti, entro una settimana.

Non esiste un piano di contingenza realistico per trasportare acqua potabile sufficiente per una popolazione di tali dimensioni in un ambiente iper-arido. In questo contesto, l’acqua non è più solo una risorsa, ma una “bomba atomica” che, se attivata, non contamina il terreno con le radiazioni ma lo rende comunque inabitabile (o insostenibile per un così alto numero di persone).