martedì 17 Marzo 2026
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La Commissione UE ha approvato un piano per il rilancio del nucleare in Europa

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Allontanandosi dall’energia nucleare l’Europa ha commesso un «errore strategico». Così la presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen è intervenuta a Parigi davanti al summit sull’energia nucleare organizzato da Macron. Le parole di von der Leyen sono arrivate in parallelo all’annuncio da parte dell’esecutivo europeo di una nuova strategia per l’energia, che prevede, tra le varie cose, proprio lo stanziamento di 200 milioni di euro per istituire un fondo volto a «sostenere gli investimenti in tecnologie nucleari innovative». L’investimento nel nucleare rientra in un pacchetto energetico più ampio approvato ieri dalla Commissione europea a Strasburgo, il cui obiettivo è ridurre le dipendenze dalle importazioni estere e garantire autonomia strategica al Vecchio continente. Il tutto avviene in un contesto geopolitico turbolento che non fa altro che confermare ai Paesi europei la necessità dell’indipendenza energetica: «La situazione in Iran ci ricorda una semplice verità: l’energia pulita prodotta localmente è l’unica soluzione duratura per l’UE per spezzare il ciclo di dipendenza dai combustibili fossili e volatilità dei prezzi», ha affermato Teresa Ribera, vicepresidente dell’esecutivo UE per una Transizione pulita, giusta e competitiva.

Il pacchetto energetico dell’esecutivo europeo prevede tre iniziative: la Clean Energy Investment Strategy, il Citizens Energy Package e la Strategy for Small Modular Reactors. Quest’ultima è il capitolo centrale del programma complessivo e punta al rafforzamento del ruolo europeo nell’ambito delle tecnologie a zero emissioni. In particolare, la Strategia per i Reattori Modulari di Piccole Dimensioni (SMR) si propone l’obiettivo di sviluppare gli SMR a partire dal 2030, accelerando in parallelo lo sviluppo di progetti sul nucleare avanzato. L’idea di Bruxelles è sostenere lo sviluppo in questo ambito attraverso l’Alleanza Industriale Europea sugli SMR, composta da governi, operatori del settore e parti interessate che cercano di accelerare lo sviluppo delle tecnologie nucleari. Sul piano dei finanziamenti, la Commissione europea prevede un ulteriore stanziamento temporaneo di InvestEU di 200 milioni di euro fino al 2028 per lo sviluppo di tecnologie nucleari innovative, tra cui reattori nucleari a bassa frequenza (SMR) ad acqua leggera, tipicamente sviluppati a partire da reattori nucleari esistenti raffreddati ad acqua, reattori modulari avanzati (AMR), microreattori, che in genere producono meno di 10 megawatt di elettricità, hanno lunghi cicli di rifornimento e possono essere trasportati. Le risorse proverranno dalle entrate del sistema ETS (Emission Trading System) e andranno a integrare temporaneamente il programma InvestEU. La Commissione promuove un approccio strategico sui mini reattori che «dovrebbero essere considerati un progetto industriale europeo condiviso, basato su una forte collaborazione dell’Ue in materia di ricerca, catena di approvvigionamento, licenze, competenze e finanziamenti». Inoltre, incoraggia i Paesi a semplificare le procedure amministrative sui controlli sulle esportazioni tra gli Stati membri.

Secondo Bruxelles, l’impiego degli SMR (Small Modular Reactors) entro il 2050 potrebbe far risparmiare all’UE fino a 60 miliardi di metri cubi di gas, mentre le azioni dell’UE per accelerare la transizione verso le energie pulite «ridurranno la spesa per le importazioni di combustibili fossili nell’UE, anno dopo anno, fino a raggiungere un risparmio di 130 miliardi di euro all’anno entro il 2030». La questione dell’energia nucleare è strettamente collegata a quella della sicurezza e dell’autonomia del Vecchio continente. Secondo la Commissione, «la nostra dipendenza dai combustibili fossili importati espone l’Europa a vulnerabilità che colpiscono direttamente cittadini e imprese. Il modo più sicuro per ottenere energia a prezzi accessibili e garantire la sicurezza dell’approvvigionamento è affidarsi a tecnologie energetiche pulite sviluppate internamente. I piccoli reattori modulari (SMR) potrebbero diventare uno dei prossimi grandi progetti di sviluppo industriale in Europa».

Le altre due iniziative del pacchetto energetico europeo riguardano la Strategia per gli investimenti nell’energia pulita e il Citizens Energy Package (Pacchetto Energia per i Cittadini): la prima mira a colmare il divario tra il capitale privato disponibile e gli ingenti investimenti necessari per reti, tecnologie innovative e interventi di efficienza energetica. Si prevede che per la transizione saranno necessari investimenti pari a 660 miliardi di euro all’anno fino al 2030. Per far fronte a questi cospicui finanziamenti, Bruxelles intende coinvolgere la Banca Europea per gli Investimenti (BEI) che fornirà oltre 75 miliardi di euro di finanziamenti nei prossimi tre anni a sostegno della transizione energetica. La seconda iniziativa, invece, ha l’obiettivo di ridurre le bollette, rafforzare la trasparenza dei contratti energetici e consentire ai cittadini di produrre e condividere la propria energia pulita.

L’Ue è giunta a formulare la sua strategia energetica nel mezzo di sconvolgimenti geopolitici che rischiano di produrre nel continente una crisi peggiore di quella del 2023 con un considerevole aumento dei prezzi dell’energia e dei carburanti. La mancata realizzazione di un programma razionale e conveniente rischia di esporre i Paesi europei a gravi vulnerabilità energetiche, ma anche economiche e geopolitiche. Per questo, nell’ambito del Quadro Finanziario Pluriennale 2028-2034, la priorità sembra essere proprio quella energetica: la Commissione Ue ha, infatti, proposto di quintuplicare la dotazione del CEF (Connecting Europe Facility) per l’energia (lo strumento per collegare l’Europa), passando da 5,84 miliardi di euro a 29,91 miliardi di euro.

Meloni surreale in Parlamento: l’attacco all’Iran è colpa della Russia e del 7 ottobre

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Giorgia Meloni è tornata a parlare della guerra in atto in Asia occidentale. Questa volta non ai microfoni radiotelevisivi ma in Senato, collocando «l’intervento americano e israeliano contro il regime iraniano» al di fuori del «perimetro del diritto internazionale». Soltanto tre giorni fa la presidente del Consiglio non aveva abbastanza elementi né per condannare né per condividere l’attacco, che durante le comunicazioni al Senato ha legato a cause remote. L’aggressione israelo-americana si inserirebbe infatti in un filone più ampio, che vede «venir meno un ordine mondiale condiviso» e ha «un punto di svolta ben preciso»: l’invasione russa dell’Ucraina. «La destabilizzazione globale che ne è derivata— continua Meloni — ha avuto le sue ripercussioni anche in Medio Oriente, dove pure l’attuale conflittualità ha una data di inizio chiara e non è quella del 28 febbraio 2026 ma quella del 7 ottobre 2023».

Alla fine Giorgia Meloni ha definito l’aggressione militare di USA e Israele all’Iran una violazione del diritto internazionale. Nel farlo, ha precisato che è avvenuta in un contesto di crisi generale, scoppiata a suo tempo con la guerra in Ucraina e aggravatasi dopo il 7 ottobre 2023, quando la resistenza palestinese sferrò l’attacco ai territori israeliani. Quello che emerge dalle dichiarazioni in Senato è un compromesso tra la fedeltà agli alleati di Washington e Tel Aviv e la pressione pubblica data dall’evidenza dei fatti. A venir meno nell’attacco unilaterale sono stati infatti sia i presupposti della legittima difesa sia il consenso del Consiglio di Sicurezza dell’ONU — gli unici due casi che legittimano l’uso della forza tra gli Stati. In questi giorni stavano facendo discutere i precedenti interventi della presidente del Consiglio, che prima si è detta «preoccupata da un conflitto che, in particolare con la reazione scomposta dell’Iran, comporta il rischio di un’escalation» e poi ha affermato di non poter condannare né condividere l’intervento militare di USA e Israele.

Durante le comunicazioni al Senato in vista del Consiglio europeo del 19 e 20 marzo nonché sugli sviluppi della crisi in Medio Oriente, Giorgia Meloni è tornata a parlare del nucleare iraniano: «Non possiamo permetterci un regime degli Ayatollah in possesso dell’arma nucleare». Sulle scorte di uranio arricchito è stato nuovamente citato in modo parziale Rafael Grossi, capo dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA), senza riportarne le contestuali precisazioni: secondo l’AIEA, infatti, «non vi sono prove che l’Iran stia costruendo una bomba nucleare». Quest’ultima, a detta della leader di Fratelli d’Italia, «segnerebbe la fine del quadro internazionale di non proliferazione». Un quadro che evidentemente non vale per Israele, il quale detiene illegalmente decine di testate atomiche (le stime parlano di 90 bombe ma non è possibile sostenerlo con certezza visto il diniego storico delle autorità israeliane ai controlli internazionali).

La presidente del Consiglio torna poi sulle conseguenze economiche della guerra in Asia occidentale. «Faremo tutto quello che possiamo — ha detto Giorgia Meloni — per impedire che si speculi sulla crisi, compreso se necessario recuperare i proventi della speculazione con una maggiore tassazione delle aziende che ne fossero responsabili». Nel frattempo però i prezzi del carburante continuano a salire: il diesel servito ha toccato i 2,14 euro al litro, mentre la benzina 1,93 al litro, con lo spettro di bollette più salate in avvicinamento.

Come perdere i diritti in 5 semplici passaggi senza accorgersene

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I diritti non si perdono mai all’improvviso. È quasi sempre un processo lento, progressivo e riconoscibile, che segue schemi ricorrenti. Questa guida in cinque passaggi serve a identificarli: non perché siano inevitabili, ma perché comprenderli è il primo modo per contrastarli.

1. Trova un gruppo di persone da attaccare

Il primo passo è individuare un gruppo marginalizzato, con scarso potere sociale o politico. Lo si definisce con termini ripetuti e associati a immagini negative, fino a legarlo automaticamente a pericolo e criminalità. Parole come “immigrato” o “extracomunitario”, che tecnicamente potrebbero indicare chiunque non appartenga all’UE, vengono spesso ridotte nell’uso comune a sinonimi di irregolarità o minaccia. Quando un gruppo diventa “pericoloso”, smette di essere percepito come pienamente umano e diventa più facile accettare pratiche di esclusione o violenza istituzionale.

2. Elimina la prima linea di difesa

Un gruppo emarginato raramente viene difeso spontaneamente dalla maggioranza: diventa quindi cruciale screditare chi lo sostiene. La parola “attivista” viene progressivamente associata a “sovversivo”, “illegale” o “complice”. Negli ultimi anni diverse organizzazioni impegnate nel soccorso in mare sono state oggetto di indagini, sequestri e processi durati anni. Il caso di Sarah Mardini e Sean Binder, volontari accusati in Grecia e poi prosciolti dopo quasi un decennio, è emblematico: il messaggio che passa è che aiutare comporta rischi personali elevati. Nel frattempo, però, il messaggio era passato: aiutare può costare caro. E infatti oggi in Grecia non ci sono più ONG in mare, ma solo la Guardia Costiera greca e Frontex, impegnati ormai da anni in respingimenti illegali nell’Egeo. Riduci i difensori e isola i vulnerabili.

3. Isola le persone

La democrazia vive di relazioni, piazze e associazioni. Negli ultimi decenni questi spazi si sono ridotti, sostituiti da luoghi di consumo e da forme di urbanistica “difensiva” che scoraggiano la permanenza e l’incontro. Parallelamente, il dibattito pubblico si è spostato sui social media, dove gli algoritmi premiano l’engagement emotivo e amplificano la polarizzazione. Le persone finiscono così in bolle informative separate: meno confronto reale, più divisione. E una società divisa è più facilmente manipolabile.

4. Rendile più povere (o più precarie)

L’insicurezza economica favorisce la rinuncia ai diritti. Le disuguaglianze crescono e chi vive nella precarietà concentra energie e attenzione sulla sopravvivenza quotidiana. Chi fatica ad arrivare a fine mese ha meno tempo e risorse per informarsi, partecipare o mobilitarsi. In questo contesto, la difesa dei diritti civili – propri o altrui – appare come un lusso. E la politica della paura trova terreno fertile.

5. Modifica le leggi e proponi la sicurezza come soluzione

A questo punto il terreno è pronto: un gruppo è percepito come pericoloso, i difensori sono delegittimati e la società è isolata e insicura. La soluzione più semplice da comunicare è una sola: più sicurezza. Negli ultimi anni molti governi europei hanno approvato pacchetti sicurezza che ampliano i poteri delle forze dell’ordine, introducono nuovi reati o aumentano le pene. Questi cambiamenti non vengono presentati come restrizioni, ma come protezione: più controllo per garantire sicurezza, più strumenti per prevenire i crimini. Inizialmente molti li percepiscono come un rafforzamento positivo, perché non si sentono coinvolti direttamente. D’altronde, “non hanno fatto nulla di male”. Intanto le leggi cambiano e, con meno voci critiche attive, l’erosione dei diritti incontra sempre meno resistenza. Il meccanismo è semplice: prima si colpisce chi ha meno potere, poi si normalizza l’eccezione – quante “emergenze” sono diventate strutturali? – e infine ci si abitua. Finché è troppo tardi.

Cosa puoi fare? 

Riconoscere il meccanismo è già un primo passo. Allena sempre il pensiero critico. Leggi varie fonti, elabora, confrontati con altri: non chiuderti nel tuo giardino ma rimani sempre aperto al confronto. Sostieni l’informazione indipendente. Senza pluralismo mediatico, il dibattito si impoverisce. L’accesso a voci critiche è una garanzia democratica. Sostieni una causa che ti sta a cuore, anche se non ti tocca personalmente. Che sia un’associazione, un comitato di quartiere, un sindacato o un’assemblea pubblica, unisciti a loro, partecipa, dona. Solo stando uniti si possono cambiare le cose. Perché i diritti non si perdono tutti insieme, ma si erodono inizialmente ai margini e poi, senza accorgerci, fino al centro. 

Svizzera, bus in fiamme: 5 vittime

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Un bus nel centro di Kerzers, nel Canton svizzero di Friburgo, è andato in fiamme. Il primo bilancio parla di 5 morti e 6 feriti, di cui 3 in condizioni gravi. Secondo alcuni testimoni, citati dai media locali, un uomo a bordo si sarebbe dato fuoco, provocando l’incendio. È stata aperta un’indagine su quanto accaduto; la polizia non esclude nessuna pista, compresa quella terroristica.

MUOS a rischio: a Niscemi la frana lambisce i radar militari americani

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In Sicilia, il terreno non sta franando solamente sotto la città di Niscemi. A seguito delle piogge portate dal ciclone Harry, che a fine gennaio ha travolto il sud Italia e le Isole causando danni ingenti, sta cedendo anche la terra sotto il MUOS. La struttura, appartenente alla marina militare USA e impiegata per le comunicazioni satellitari, si trova a pochi chilometri dalla cittadina sicula che sta lentamente sprofondando a causa della frana innescatasi con le piogge. A documentare il cedimento del terreno sotto le antenne statunitensi è il Movimento No MUOS, che da tempo ne chiede la rimozione.

“Non spetta a noi trarre conclusioni tecniche. Ma riteniamo che quanto sta accadendo meriti attenzione e verifiche serie da parte delle autorità competenti e degli organi di informazione” ha commentato il Movimento, che ha diffuso foto e video del cedimento del terreno. Tuttavia, una relazione consegnata proprio in queste ore alla Protezione Civile e realizzata da un team di esperti, guidati dal geologo Nicola Casagli, ha disegnato un quadro della situazione molto più complicato del previsto. Risulta infatti impossibile “conseguire una stabilizzazione definitiva” del versante della frana, soprattutto per la “natura geologica del complesso franoso di Niscemi”. Non è possibile tenere sotto controllo il cedimento del terreno, insomma, attraverso interventi strutturali estensivi, proprio per la natura stessa del terreno stesso.

Il Mobile User Objective System (MUOS), concepito dall’amministrazione di George W. Bush nel 2004, è composto da cinque satelliti geostazionari e quattro terrestri, uno dei quali si trova proprio a est Niscemi – gli altri sono in Australia, USA e Hawaii. La Sicilia, infatti, si trova in una posizione geopolitica strategica per gli interessi degli Stati Uniti, per via della sua vicinanza con il Nordafrica e il Medio Oriente. L’esercito statunitense impiega il MUOS per coordinare vari sistemi militari (in particolare droni e aerei senza pilota) in diverse parti del mondo, compresa nella base di Sigonella, in provincia di Siracusa. L’installazione delle tre parabole che lo compongono è stata completata nel 2014, tra le proteste della popolazione. Oltre a rendere l’isola un obiettivo sensibile in caso di guerre – come quella scatenata da USA e Israele contro l’Iran, attualmente in corso – c’è il fatto che le parabole sono state installate all’interno della Riserva Naturale Orientata della Sughereta di Niscemi, inserita come Sito di Interesse Comunitario (SIC) nella rete Natura 2000 della UE per la conservzione di flora e fauna rare o minacciate.

Nel 2022, una sentenza del TAR di Palermo aveva decretato l’illegalità della struttura, proprio perchè costruito all’interno di un’area protetta, senza il rispetto delle norme edilizie e senza che fossero stati ascoltati tutti i pareri nel corso della conferenza dei servizi che decreta il via ai lavori. La sentenza, aveva sottolineato il Movimento No MUOS, era comunque “inefficace nella sostanza a meno che il Comune di Niscemi non chieda la demolizione delle opere costruite”.

Il Cile è il primo Paese delle Americhe e il secondo al mondo a debellare la lebbra

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Cile lebbra

Dopo oltre trent’anni senza casi di trasmissione locale della malattia, il Cile è stato ufficialmente riconosciuto come Paese libero dalla lebbra. Secondo le verifiche condotte dall’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) e dall’Organizzazione panamericana della sanità (OPS), il sistema sanitario cileno è riuscito a interromperne la diffusione interna, diventando il primo Paese delle Americhe a raggiungere questo risultato e il secondo al mondo, dopo la Giordania, ad aver dimostrato di aver eliminato la malattia dal proprio territorio.
Conosciuta anche come morbo di Hansen, la lebbra è una ...

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Italia: stato di emergenza di 12 mesi per la Calabria

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Il governo italiano ha deliberato lo stato di emergenza per un anno in Calabria per le piogge che lo scorso febbraio hanno colpito le province di Cosenza e Catanzaro. La misura è stata annunciata dal ministro per la Protezione Civile Nello Musumeci, che ha dichiarato anche che il governo stanzierà 15 milioni di euro per la riparazione delle infrastrutture danneggiate e per il ripristino dei servizi pubblici.

Gli obiettivi di Israele e USA nella guerra in Iran

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Da ormai 10 giorni, nel Golfo Persico è scoppiata una guerra provocata dall’azione militare israelo-statunitense contro l’Iran, che ha spinto la Repubblica Islamica a portare avanti azioni di ritorsione contro tutti gli avamposti statunitensi della regione. Nonostante il conflitto sia ormai entrato nella sua seconda settimana di vita, c’è una domanda che resta ancora senza riposta: quali sono gli obiettivi delle forze in gioco? Se Teheran punta a rimanere in piedi, Israele sembra volere indurre un cambio di regime nell’ottica del predominio regionale; chiamando in causa gli Stati Uniti, tuttavia, la risposta a tale quesito non pare così semplice, e le oscillanti dichiarazioni dei suoi vertici non aiutano a fugare i dubbi. Trump non ha ancora affrontato il tema in maniera diretta, contraddicendosi, piuttosto, in diverse occasioni, e diversi commentatori a stelle e strisce paiono ormai convinti che il presidente si sia lasciato trascinare in un conflitto per accontentare le aspirazioni di Netanyahu.

Il principale obiettivo israeliano: rovesciare il regime

Le autorità israeliane sono sempre state esplicite nel descrivere i loro obiettivi in questa nuova guerra nel Golfo Persico. Lo stesso giorno dell’attacco, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu dichiarava: «Questa mattina, Israele e Stati Uniti hanno avviato un’operazione congiunta per rimuovere la minaccia esistenziale per Israele rappresentata dal regime degli ayatollah in Iran. Ve l’avevo detto: l’operazione continuerà finché sarà necessario; ci vorrà pazienza». Netanyahu ha fatto riferimento al programma nucleare iraniano, affermando che Israele non può permettere che la Repubblica Islamica sviluppi un arsenale atomico; tale preoccupazione, tuttavia, è stata più volte fugata dalla stessa Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica, che ha sempre affermato che non vi fossero indizi che indicassero che Teheran stesse sviluppando una bomba nucleare, come fatto recentemente con lo scoppio di quest’ultimo conflitto. La presunta costruzione di un’arma atomica da parte di Teheran, insomma, sarebbe stata usata come un pretesto per attaccare.

Il giorno dopo i primi attacchi è stato lo stesso Netanyahu a dimostrare come l’eventuale bomba iraniana non c’entrasse con gli scopi per cui Israele ha fatto esplodere questa guerra, chiarendo cosa intende con “rimuovere la minaccia esistenziale rappresentata dall’Iran”: «Creeremo le condizioni affinché il coraggioso popolo iraniano si liberi dalle catene della tirannia», ha detto Netanyahu. «E per questo motivo, vi ripeto: cittadini iraniani, non perdete questa opportunità». Lo scopo finale, insomma, è quello di decapitare il regime, inducendo il rovesciamento dall’interno di quello che risulta da sempre il nemico numero uno di Israele nella regione. Gli attacchi effettivamente arrivano a qualche mese dall’inizio di uno dei più ampi moti di protesta scoppiati in Iran negli ultimi anni; sorte a causa della crisi economica e della svalutazione della moneta locale, le proteste si sono presto allargate in un più ampio moto anti-regime.

La ricerca di un predominio regionale

Gli attacchi israelo-statunitensi non arrivano solo in un momento di tensione interna per l’Iran, ma dopo anni di tensioni geopolitiche in cui il cosiddetto “asse di resistenzadi Teheran è finito notevolmente ridimensionato: nonostante il cessate il fuoco siglato nel novembre del 2024, Israele non ha mai fermato gli attacchi contro le infrastrutture militari di Hezbollah, che nel frattempo ha visto crescere sempre più l’opposizione delle autorità centrali del Libano; con la caduta di Assad, la Siria ha cacciato le milizie vicine all’Iran presenti nel proprio territorio e Teheran ha perso il corridoio terrestre (quello che gli analisti definiscono “corridoio sciita” o “corridoio iraniano”) che la legava al Libano; i gruppi palestinesi hanno dovuto fronteggiare due anni di genocidio e in questo momento risultano destabilizzati da una Striscia di Gaza completamente rasa al suolo e oggetto di piani di ricostruzione mentre le operazioni israeliane di pulizia etnica e annessione in Cisgiordania continuano; Ansar Allah, la milizia yemenita meglio nota con il nome di Houthi, infine, è alle prese con i rinnovati scontri con le altre fazioni interne al Paese, scoppiati dopo un conflitto con Europa e Stati Uniti per il controllo del Mar Rosso.

Va infine rimarcato che negli ultimi anni Israele e Paesi del Golfo si sono avvicinati significativamente: nel 2020, sotto la medesima amministrazione Trump, Tel Aviv ha siglato con Emirati Arabi Uniti e Bahrein gli accordi di Abramo, i primi trattati di normalizzazione tra Paesi arabi e Israele da “Camp David” con l’Egitto – nel 1979 – e “Wadi Araba” con la Giordania – nel 1994. Con l’Arabia Saudita, invece, i contatti informali sono cresciuti con gli anni, interrompendosi parzialmente con l’avvio della campagna genocidaria di Israele a Gaza. Qualche giorno prima del 7 ottobre 2023, i principali quotidiani israeliani e sauditi davano ormai quasi per certa la firma di un accordo tra i due Paesi. Indebolire la capacità di influenza dell’Iran nella regione nell’attuale situazione potrebbe riaprire quei canali e giovare alla stessa Riyad, da anni in conflitto con Teheran per il predominio dell’Asia Occidentale.

Insomma: tra l’attuale stato del cosiddetto “asse della resistenza” iraniano e la situazione regionale, il tempismo dell’attacco israelo-statunitense risulta calzante, e gli obiettivi israeliani paiono quelli di ridisegnare gli equilibri nell’Asia Occidentale, affermandosi come potenza egemone nella regione. È la realizzazione di quella che, in un discorso all’ONU del 2024, Netanyahu definiva “Benedizione”: un Medio Oriente senza Iran e alleati, in cui investire e creare corridoi economici e infrastrutturali verso l’Europa.

La posizione degli USA

Se gli obiettivi israeliani sembrano relativamente chiari, non si può dire lo stesso di quelli degli Stati Uniti. Vista la vicinanza tra Iran e Cina, si potrebbe ipotizzare che l’obiettivo finale di Trump sia proprio Pechino, ma diversi analisti sostengono che sebbene in un primo momento la Repubblica Popolare potrebbe subire il contraccolpo della crisi energetica, nel lungo periodo finirebbe per uscirne solo rafforzata. Le stesse dichiarazioni delle autorità statunitensi non arrivano in aiuto per comprendere quali siano gli obiettivi di Washington: la guerra doveva inizialmente durare qualche giorno, ma poi è arrivato l’annuncio che sarebbe andata avanti per almeno 40 giorni; se inoltre poco dopo gli attacchi del 28 febbraio, Donald Trump dichiarava che gli USA avrebbero raso al suolo tutte le capacità militari iraniane senza tuttavia citare l’opzione di sostituire i vertici del Paese, il giorno dopo, annunciando la morte di Khamenei, invitava le IRGC e le autorità iraniane a desistere dal rispondere e il popolo iraniano a scendere in piazza, suggerendo un cambio di regime. Il 2 marzo, invece, elencava gli obiettivi degli USA, escludendo nuovamente l’opzione del cambio regime, così come fatto dal segretario del Pentagono Pete Hegseth. Ancora, il 6 marzo, scriveva: «Non ci sarà alcun accordo con l’Iran tranne la resa incondizionata! Dopodiché, dopo la selezione di uno o più leader grandi e accettabili lavoreremo instancabilmente per salvare l’Iran dall’orlo della distruzione», aprendo a una risoluzione analoga a quella portata avanti dagli USA in Venezuela.

La continua oscillazione nelle dichiarazioni dei leader statunitensi non è passata inosservata: nei giorni, diversi opinionisti, commentatori, e giornalisti dei maggiori media statunitensi hanno sollevato dubbi sulla strategia adottata da Trump in questi giorni di guerra, chiedendosi se gli Stati Uniti avessero a tutti gli effetti un piano e degli scopi reali o se l’amministrazione statunitense non si fosse lasciata trascinare in un conflitto regionale da Israele. A suggerirlo, in verità, è stato lo stesso Segretario di Stato Marco Rubio, dichiarando che gli USA fossero a conoscenza del fatto che Israele avrebbe attaccato l’Iran e che per tale motivo avrebbero deciso di unirsi a loro: «Sapevamo che ci sarebbe stata un’azione israeliana, sapevamo che ciò avrebbe fatto precipitare un attacco contro le forze americane, e sapevamo che se non li avessimo colpiti preventivamente prima che lanciassero quegli attacchi, avremmo subito un numero maggiore di vittime e forse anche un numero maggiore di morti».

I pochi obiettivi statunitensi che sono stati dichiarati e non contraddetti dalla stessa amministrazione o da terzi (come nel caso del nucleare) sono tre: distruggere le capacità balistiche iraniane, annientarne la marina, e garantire che il regime non sia nelle condizioni di finanziare i propri alleati regionali. Insomma: rendere l’Iran uno Stato innocuo e fallito, analogamente a come fatto con l’Iraq; questi obiettivi sembrano effettivamente viaggiare in parallelo con l’ipotetico scenario “alla Venezuela” suggerito da Trump, ma – soprattutto – coincidere con quello israeliano di predominio regionale, confermando i dubbi sollevati dai commentatori statunitensi.

Tiziano Terzani: contro il mito del progresso

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Terzani nasce nel settembre del 1938 a Firenze, nel quartiere popolare di Monticelli. Nel 2002, ai ragazzi nelle scuole raccontava: «Sono nato accanto al pisciatoio di Monticelli!.. allora c’erano i pisciatoi lungo le  strade, e ora? Dove va la gente a pisciare? Non sa più dove andare e deve rintanarsi nei bar per chiedere, di sottecchi, le chiavi del bagno!». I ragazzi scoppiavano in grasse risate.

La sua era una famiglia povera, come disse: «Meravigliosamente semplice». Il padre faceva il meccanico di biciclette e la madre, dopo essere stata “a servizio dai signori”, badava alla casa e recitava le preghiere davanti al desco quotidiano.

In varie occasioni, sia davanti a platee gremite che nei suoi scritti, Tiziano ha ribadito che guardando indietro alla sua vita prodigiosa e ricca di riconoscimenti, aveva visto se stesso come un “evaso”.

Da giovanissimo era “evaso” dal suo ambiente familiare un po’ piccolo e angusto,  rifugiandosi nei libri e diventando uno studente eccellente. Aveva potuto così non interrompere gli studi dopo le scuole medie – come facevano tutti i ragazzi del suo ambiente – ed appena conseguita una maturità al liceo Galileo Galilei con il massimo dei voti, era evaso davvero! Era scappato a Pisa per concorrere alla borsa di studio alla Scuola Normale Superiore. 

Una volta laureato in Legge, e già dal 1962 sposato con Angela Staude, erede di una famiglia  tedesca e cosmopolita, i cui nonni avevano vissuto ad Haiti, nessuno poteva più fermarlo.

Nei cinque anni di lavoro in Olivetti, come responsabile del personale estero, aveva visitato  nel 1965 Tokyo, Hong Kong, Singapore e Delhi. Due anni dopo era partito con Angela per New York per conseguire un master in Affari internazionali e in Lingua e cultura cinese. Poi a Milano aveva conseguito il patentino di giornalista, ma solo per ripartire e trovare ad Amburgo un settimanale che gli desse finalmente la possibilità di fare quello che voleva: essere corrispondente estero dall’Asia.

Gli anni in Asia

La sua vita si svolge come sospinta dalla potenza del destino, o come direbbero gli indiani, di un karma inarrestabile. E infatti i trenta anni in Asia sono stati il suo grande approdo e anche la sua grande chance.

Alla fine del 1971 il fiorentino Terzani arriva nel Sudest asiatico come corrispondente estero del settimanale tedesco Der Spiegel e insieme alla moglie e ai due figli, vivrà nel continente asiatico ininterrottamente fino a pochi mesi prima della morte nel 2004.

In foto: Tiziano Terzani. Crediti Fondazione Giorgio Cini

Terzani ha ribadito spesso: «Trent’anni in Asia mi hanno insegnato molte cose».  Gli hanno dato orizzonti eccezionalmente grandi per capire cosa è l’uomo, cos’è la vera felicità, cos’è la sofferenza e cosa la Modernità e il Progresso. Gli hanno offerto una sorta di binocolo che proprio perché si allontana e si allarga, riesce a cogliere la realtà vera.

Vedere il mondo attraverso gli occhiali di una sola cultura, questa è la forza del Mito. E forse  proprio questo è il problema del nostro tempo e della nostra parte del mondo, che non vede che se stessa, chiusa nella propria autoreferenzialità e nell’illusione di essere la civiltà più progredita e superiore.

Vivendo in Asia, parlando le lingue, mescolandosi alla gente locale, ai colori e ai profumi dell’Oriente, Terzani vive in prima persona esperienze fondamentali della seconda metà del Novecento. Con il suo sentire sincero e vigile è testimone diretto della guerra in Vietnam e della vittoria dei vietnamiti sugli americani, della rivoluzione e dell’eccidio in Cambogia, del comunismo in Cina subito dopo la morte di Mao fino alla fine del comunismo in Russia nel 1991. Ne denuncerà le storture ma con altrettanto coraggio, saprà denunciare anche gli esiti del capitalismo in Giappone al tempo del suo massimo successo (1985-1990). Con straordinaria preveggenza, egli vide nel Giappone di quegli anni «la disgrazia che aspettava il mondo»:  quella «della civiltà moderna che disumanizza l’uomo». «A quindici anni di distanza» – scrive nel suo libro-testamento – «tutto quello che avevo deprecato in Giappone, ora me lo ritrovo qui a casa mia. Piccoli negozi che chiudono per lasciar posto ai supermercati; fabbriche che scompaiono perché cambia l’economia; gente che viene sottoposta a ritmi di lavoro spaventosi, che vive in cubicoli sempre più piccoli, sempre più sola, sempre più alienata. Oggi è così, qui in Italia».

Il vero spartiacque della storia, Terzani lo vide però nell’11 settembre 2001. Con una decisione netta, aveva abbandonato la professione di giornalista dal 1996 ad appena 58 anni («mi sono pre-pensionato») perché non sopportava più le implicite pressioni del mainstream e delle grandi testate per cui lavorava. Un anno dopo nel 1997 scoprì di essere  malato di cancro

La via del pacifismo

Eppure, davanti agli attacchi dell’11 settembre 2001, si impegnò di nuovo. Si recò fino in Pakistan e in Afganistan, per capire con i suoi occhi e il suo cuore, evitando ogni conferenza stampa. Scrisse degli articoli memorabili che poi confluirono in Lettere contro la Guerracon tutte le sue forze voleva far capire che non avremmo dovuto imboccare la via del conflitto come l’Occidente ha fatto, con una guerra che dura su vari fronti ormai da oltre venticinque anni. Si mise invece in giro tra la gente, nelle scuole, capire per comunicare che la direzione che avevamo imboccato era folle e che era il momento di perseguire un tipo diverso di evoluzione: più pacifica, più spirituale, più in sintonia con la natura.

Tiziano Terzani a Saigon, 1975. Fondazione Giorgio Cini

In queste occasioni, Terzani voleva e sapeva entrare in sintonia con le platee entusiastiche che lo stavano ad ascoltare, e rimarcava la sua toscanità, mettendosi a parlare con l’accento fiorentino – lui che aveva una dizione perfetta e senza nessun accento. Anche se viveva in India e da molti anni vestiva all’indiana con una giacca bianca, i pantaloni pigiama e la lunga barba, non voleva esser preso per un guru lontano e distante. «Io non voglio affatto indicare l’India, l’Oriente in generale, come luoghi dove si trovano le soluzioni per l’uomo occidentale» – sottolineava -.«Basta cercare la fonte poi l’acqua è uguale dappertutto. La si può trovare a Compiobbi, alle Sieci….. Anche perché quelle soluzioni cosiddette indiane – : il misticismo, il dialogare direttamente con questo dio che può essere uomo, donna, cosa, che  poi è  un Dio che è dappertutto – è un concetto che non è stato solamente orientale, né tanto meno indiano. In origine è stato anche molto occidentale. La mistica occidentale di San Giovanni della Croce, di Meister Eckhart è grandiosa, è grande come quella indiana. La differenza è che la Chiesa l’ha distrutta perché la Chiesa era molto interessata che non ci fosse nessuno che parlasse direttamente con lui, perché sennò il sacerdote che cosa ci sta a fare? La chiesa ha distrutto in Occidente il misticismo. L’ha combattuto tanto è vero che Meister Eckhart fu scomunicato» (Controradio).

Il rapporto con la malattia

Come Malato ci ha poi raccontato come aveva esplorato i diversi modi in cui l’uomo ha concepito il rapporto con la malattia e dunque anche la morte. Aveva studiato e ammirato le varie forme di medicina e di cura elaborate da altre civiltà. Vedendo a Dharamsala i fedeli buddisti che tenevano tra le mani, in atteggiamento di venerazione, le medicine – a forma di palla scura – consegnategli dai medici tibetani al seguito del Dalai Lama, si rammaricava di aver definitivamente perso quella fiducia-fede che fa sì che una cura sia efficace.

Gli affetti erano per lui davvero importanti, erano il luogo dell’anima. Quando rientrava in Italia, il suo luogo di elezione e suo rifugio era l’Orsigna. Una manciata di case in una valle dimenticata nelle montagne pistoiesi – dove era stato fin da ragazzo e dove aveva costruito una semplice casa per la famiglia e poi una gompa di legno in stile tibetano. Era quello il posto dove ogni estate tutta la famiglia si ritrovava. Non la casa sulle colline di Firenze, ma quella casa campagnola chiamata Il Contadino, sulle montagne, lontano dalla città. Ed è lì che Tiziano tornerà per vivere gli ultimi mesi, per attendere in grande pace il momento del trapasso. Nel 2002, di fronte al cancro che si era rimesso in moto aggressivamente, aveva deciso di non sottoporsi più alla chemio e alla radioterapia. La morte non gli sembrava più qualcosa da combattere con armi tecnologiche sempre più efficaci. La morte non gli sembrava affatto una sconfitta. Il suo lungo viaggio di esplorazione del mondo – una sorta di profonda esperienza iniziatica tra oriente ed occidente – gli aveva fatto capire che accettare la morte è dare senso alla vita e che l’armonia e la bellezza stanno nell’accettare e accogliere i contrari.

Tre mesi prima di lasciare il corpo, aveva parlato proprio di questo ai microfoni di una emittente radiofonica: «Nel libro Un altro giro di giostra – diceva – mi metto alla ricerca non di una medicina per il cancro che non esiste, ma per una medicina della malattia che è di tutti: la mortalità.

Vorrei far notare, perché questo parallelismo mi interessa moltissimo – per tornare sul problema della materia – che così come il cancro è la malattia del corpo, della materia, così il terrorismo è la malattia della società.

Foto tratta da uno dei tantissimi viaggi in Asia di Terzani

Interessante è come noi occidentali reagiamo ai due problemi. Non ci chiediamo le cause del cancro, non ci chiediamo le cause del terrorismo. Ma cerchiamo per tutti e due i fenomeni di male, di malattia, una cura, una medicina. Perché? Perché in verità ciò che determina le nostre scelte è l’industria. Così come col cancro la cosa importante è trovare una medicina per venderla a tutti i poveri malati, e costa sempre di più perché è sempre più complicata, così come per il terrorismo finiamo per non occuparci delle cause, ma per vendere la medicina contro il terrorismo: più armi, più bombe, più aerei, più sicurezza, più sistemi che ci controllano la vita. Questo è un parallelo interessante. Se davvero ci mettessimo a studiare le ragioni del cancro scopriremmo che è una malattia epidemica. Certo anche i romani avevano il cancro, ma non con l’incidenza di oggi. Ma se ci mettessimo a studiare davvero le ragioni del cancro, scopriremmo che ha a che vedere con l’assurdo modo in cui viviamo, con i troiai che mangiamo prodotti con l’industria degli alimenti, con il modo in cui relazioniamo con il nostro prossimo, con cui abbiamo rapporti con i bambini, senza avere più rapporto con la natura. Qui sono le vere ragioni del cancro.

Ma se veramente arrivassimo a queste ragioni? Tutto finisce perché tutta l’industria, tutta la nostra società fondata su quella materia che deve aumentare, riprodursi, fare profitti verrebbe messa in discussione. Stessa cosa con il terrorismo. Se davvero ci mettessimo a studiare le ragioni profonde del terrorismo, scopriremmo che hanno a che fare con la nostra cultura. Che è una cultura di aggressività, secolare, specialmente nei confronti del mondo che ci circonda. Anche il mondo mussulmano. Per cui non potremmo che dover analizzare di nuovo il modo in cui viviamo e il modo in cui riavviciniamo agli altri. Tutto questo lo vogliamo ignorare e andiamo invece alla ricerca di una cura che così possiamo produrre e vendere» (aprile 2004 a Controradio).

Contro il dominio della tecno-scienza

Le sue parole sono davvero lontane da quelle del mainstream di allora, ma ancora di più da quello di oggi. Perché non c’è dubbio che in 22 anni la narrazione dei media si è oltremodo ristretta in una ottusa ed acritica esaltazione della superiorità dell’Occidente. Terzani, invece, già dal 2001 aveva l’urgenza di comunicare che abbiamo sbagliato strada e dobbiamo fermarci, ripensare e lasciare da parte il dominio dell’economia e della tecno-scienza. Gli stavano a cuore i giovani e chiariva loro la sua posizione controcorrente: «Io volevo scappare da Firenze, questa città piccola, un po’ chiusa, che ha la pretesa di aver già scoperto tutto con l’Umanesimo e il Rinascimento e crede che non ci sia più nulla» (Discorso al Michelangelo).

Piuttosto che la patria della modernità e del progresso, Firenze per lui era una città che si è ripiegata su se stessa e in varie occasioni ribadisce la sua insofferenza verso la sua città natale, fino a formulare nei suoi riguardi alcune critiche basilari.

Mentre viveva in India, gli era spesso capitato di interrogarsi su questi grandi temi del presunto progresso e si domandava: «Che ci sia davvero una grande saggezza nel pensiero orientale secondo cui ciò che è fuori è immutabile e che la sola speranza è cambiare dentro di noi?» Nel Diario privato appuntava con ancora maggior chiarezza: «Che l’infelicità occidentale venga dal fatto che noi abbiamo sempre voluto cambiare il mondo? Forse la profonda infelicità occidentale viene dalla nostra indecente, sacrilega presunzione di poter capire e persino cambiare il mondo» (Diari).

Crediti foto: Fondazione Giorgio Cini

La data del 1945 rimbombava spesso nella sua coscienza. «Sì, con il nostro ‘progresso’ abbiamo saputo scoprire l’energia nucleare, ma abbiamo anche sganciato due bombe atomiche su inermi civili giapponesi a Hiroshima e Nagasaki. Erano due bombe americane che hanno provocato circa 300.000 morti, tutti civili!!».

Non poteva esimersi dal riflettere ancora: «Ma nel 1945 le bombe atomiche non le abbiamo vissute, mentre l’11 settembre tutto il mondo – dai lapponi ai bantu, agli eschimesi – tutta l’umanità attraverso la televisione, ha visto questo orrore che è il risultato dell’Uomo, quello che l’uomo è capace di fare» (Discorso a Sesto Fiorentino, 2002). 

Ciò che Terzani avvertiva con immenso dolore era la spirale della violenza, la catena infinita di cause e di effetti, di violenza che provoca sempre altra violenza. Con tutto il bagaglio di esperienza che si era fatto in una vita, non poteva esimersi dall’indicare: «Quelle bombe sono nostre, sono il prodotto del nostro cercare di possedere la natura, forse quelle bombe ideologicamente nascono nella mia bella Firenze del Rinascimento, quando l’uomo vuol conquistare la natura» (Ibidem).

Qualche anno dopo, Terzani ritornò a parlare in pubblico di Firenze esattamente in questi termini: «Lasciate che vi parli di questa città» – precisò – «Oggi è diventata una città di bottegai senza anima, senza ideali, senza valori se non quello dell’ingordigia. A distanza di secoli, potrebbe perfino essere vista come l’origine del tracollo dell’uomo, perché con quella sua idea di dominare la natura, l’uomo ha perso il contatto con quell’Intelligenza che potete chiamare Dio» (Diari).

Sono parole tanto inusitate quanto rilevanti; andrebbero studiate, meditate, dibattute. Nella seconda delle Lettere contro la Guerra ribadisce la stessa posizione controcorrente: «Anche a me ogni volta che ci passo, questa città mi fa male e mi intristisce. Tutto è cambiato, tutto è involgarito. Ma la colpa non è dell’Islam o degli immigrati che ci si sono installati. Non sono loro che hanno fatto di Firenze una città bottegaia, prostituita al turismo! È successo dappertutto. Firenze era bella quando era più piccola e più povera. Ora è un obbrobrio, ma non perché i musulmani si attendano in Piazza del Duomo, perché i filippini si riuniscono il giovedì in Piazza Santa Maria Novella e gli albanesi ogni giorno attorno alla stazione. È così perché anche Firenze s’è “globalizzata”, perché non ha resistito all’assalto di quella forza che, fino ad ieri, pareva irresistibile: la forza del mercato».

L’economia subordinata all’etica

Terzani ha una posizione totalmente critica sul ruolo occupato dall’economia nella modernità. Ripeteva che dobbiamo rimettere la moralità nella nostra vita. La sua posizione non deriva però da una nostalgia per la morale dei tempi andati. Tutt’altro: la sua critica è conoscitiva. «Il male del nostro tempo è che abbiamo messo la materia al centro di tutto e non vediamo altro che la materia». È per questo motivo che la ‘scienza economica’ e il capitalismo hanno assunto un ruolo così abnorme. Piuttosto che pensare in termini di scienza meccanicistica e quindi in termini di quantità e di settori separati l’uno dall’altro, dovremmo iniziare a pensare come la scienza post-Einstein ci ha insegnato: la materia in sé non esiste e tutto è energia. Tutto è uno, e il tratto essenziale è l’impermanenza e l’interrelazione. Allora le cose cambiano radicalmente e le relazioni armoniche diventano l’aspetto primario della realtà. L’etica è la cosa essenziale. L’economia deve essere subordinata al ben agire e non viceversa. L’economia deve pensare alla vita degli uomini e delle comunità e non al profitto.

Di fronte allo spartiacque dell’11 settembre, la via che è stata scelta dal giornalismo e dai media è stata invece sempre quella di esaltare la “superiore civiltà occidentale”, incitando alla vendetta, ma in realtà questa posizione è cieca e sorda rispetto agli enormi problemi oggi manifesti: l’imperare delle guerre e della violenza, il collasso climatico, la sofferenza dilagante dei giovani.

Terzani 20 anni fa aveva colto invece perfettamente la deriva che oggi è diventata palese. «Noi umani siamo in mezzo a una fase di grande decivilizzazione… In nome della civiltà, il mondo occidentale sta distruggendo la pace raggiunta attraverso un incivilimento che era stato lungamente meditato e per il quale si era combattuto. Nel giro di un anno si è visto questo smantellamento, questo disfacimento delle Nazioni Unite con la crisi irachena, dell’Europa, della sua costituzione, del piano di pace per il Medio Oriente, del Trattato di non proliferazione nucleare, nonché la rinuncia a trattati che già erano stati firmati, come quello di Kyoto sulla protezione dell’ambiente. […] L’ingordigia e la violenza dominano sempre di più le nostre vite. Siatene coscienti. Le comodità sono diventate il solo valore sul quale ci orientiamo e l’educazione moderna mette in risalto il valore della violenza e dell’attaccamento alle cose più inutili […]. Non insegnate ai vostri figli ad adattarsi alla società, ad arrangiarsi con quel che c’è, dategli dei valori interiori con i quali possano cambiare la società e resistere al diabolico progetto della globalizzazione di tutti i cervelli. Perché la globalizzazione non è solo un fenomeno economico, ma anche biologico, in quanto ci impone desideri globali e comportamenti globali che finiranno per indurre modifiche globali al nostro modo di pensare. Il mondo oggi ha bisogno di ribelli, di ribelli spirituali» (Diari).

Mentre si preparava a raggiungere il Pakistan nell’ottobre 2001, scrive alla figlia parole che denotano un’enorme sofferenza: «Ho una gran voglia di rimettermi in cammino per vedere con i miei occhi la follia del ‘nostro’ mondo, che con una mano getta bombe e con l’altra offre fette di pane ai bambini afgani che correndo per prendere quella manna, saltano sulle mine nascoste nella terra» (Diari). Ed oggi in Palestina, non c’è nemmeno più la retorica delle fette di pane.

Ed in una lettera alla moglie scrive: «Gli afgani continueranno a morire in silenzio sotto le ‘nostre’ bombe di civiltà. Come scriverne senza apparire Savonarola?»

Nei diari privati di Tiziano che sono stati pubblicati a dieci anni dalla scomparsa, ritorna spesso la figura del frate domenicano che – in mezzo al fervore del Rinascimento – ammoniva i fiorentini sulla perdita dell’etica.

Già nel 1996, Tiziano annotava: «Sono un pesce fuor d’acqua, sempre con le idee più folli sul mondo. Lei è come Savonarola o Pannella – dice uno a tavola».

E ancor prima: «Mi sogno a Firenze a guidare una campagna sulla moralità, mi vedo portare via i giovani dal consumismo, farli pensare, ridare loro la gioia delle piccole cose. Mi vedo su un camioncino, vestito normale, per non essere preso per un matto, e per dire le banali verità ed esser poi bruciato come Savonarola sulla piazza della Signoria» (Diari).

Terzani è a Quetta, in Pakistan, per vedere con i suoi occhi – piuttosto che attraverso i comunicati stampa – quello che accadeva mentre le potenze occidentali e i loro B52 erano schierate per rovesciare il governo in Afganistan, e vorrebbe scrivere «liberamente cose che gli sembrano ovvie, senza dover aver paura di essere messo al rogo in Piazza Signoria».

A Firenze, in Piazza Signoria, Girolamo Savonarola fu bruciato nel 1498. Il noto predicatore ferrarese era stato richiamato a Firenze nel 1490, invitato da Lorenzo de Medici e da Pico della Mirandola, ma aveva cominciato ben presto a denunciare la tremenda caduta etica della città.

Le sue appassionate prediche dividevano la città tra ferventi seguaci e i potenti calunniatori. «Noi non diciamo se non cose vere, ma sono i vostri peccati che profetano contra di voi […] noi conduciamo li uomini alla semplicità e le donne ad onesto vivere, voi li conducete a lussuria e a pompa e a superbia». Il suo rigore morale gli creò molte ostilità fino a che, nel maggio 1497, ricevette la scomunica da papa Alessandro VI Borgia. Poco dopo, il governo fiorentino – tornato in mano al partito dei Medici – decise di incarcerarlo e quindi il domenicano fu giudicato eretico e bruciato in piazza nel maggio del 1498.

Tre mesi prima, Savonarola aveva organizzato a Firenze il famoso falò delle vanità in cui vennero bruciati oggetti che sviluppavano la superficialità come vestiti lussuosi, specchi, cosmetici, perché esprimevano la decadenza della fibra morale che da Firenze si stava diffondendo nel mondo.

A distanza di secoli, e dopo tutte le promesse disattese da parte del presunto progresso, varrebbe la pena di fermarci a riflettere. È giunto il momento di ascoltare con attenzione le parole di Savonarola, insieme a quelle di Tiziano Terzani.

Canada: spari contro un consolato USA

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La polizia di Toronto, capitale della provincia canadese dell’Ontario, ha annunciato che oggi, 10 marzo, sono stati segnalati colpi di arma da fuoco contro il consolato statunitense nella città. Non sono stati segnalati feriti e la polizia non ha ancora raccolto informazioni su potenziali autori dell’attacco. Le indagini sono ancora in corso.