lunedì 23 Febbraio 2026
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Da oggi i poliziotti possono girare con armi private e cariche anche fuori servizio

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Da oggi i poliziotti possono girare con armi private e cariche anche fuori servizio. Una circolare del Viminale, datata 5 febbraio, ha infatti reso immediatamente applicabile l’articolo 28 del decreto-legge Sicurezza dell’11 aprile 2025, estendendo a quasi 400mila operatori delle forze dell’ordine la facoltà di acquistare e portare con sé, senza licenza, un’arma diversa da quella di ordinanza quando non sono in servizio. Il provvedimento supera le precedenti limitazioni che riservavano questa possibilità a ufficiali, dirigenti e magistrati, andando a includere anche gli agenti di polizia locale con qualifica di pubblica sicurezza. Per l’acquisto basterà esibire il tesserino professionale in armeria, mentre la detenzione dovrà essere comunicata all’Autorità di pubblica sicurezza entro 72 ore.

La misura, rimasta inattuata per mesi in attesa dei regolamenti attuativi, è stata sbloccata da una circolare del dipartimento di Pubblica sicurezza che fornisce le prime indicazioni operative. Secondo quanto si legge nel documento, «il citato articolo 28 dispone una rilevante innovazione in tema di porto d’armi senza licenza a favore degli agenti di pubblica sicurezza. La necessità per gli agenti di dimostrare il bisogno di portare fuori servizio armi diverse da quelle di cui sono già dotati viene superata dalla presunzione legale dell’esigenza di autotutela». Viene inoltre specificato che «il porto fuori servizio di un’arma diversa da quella di ordinanza è stato concepito sia in termini di autotutela degli operatori, che di rafforzamento della loro capacità operativa». La platea degli interessati è assai ampia. Si parla, infatti, di oltre 96mila agenti della Polizia di Stato, 106mila carabinieri, 58mila finanzieri e 37mila agenti penitenziari, per un totale di circa 397mila persone. A questi si aggiungono gli agenti di polizia locale che abbiano ottenuto dal prefetto la qualifica di pubblica sicurezza e siano già dotati di arma d’ordinanza. Per loro vige la stessa limitazione territoriale prevista per il servizio: la pistola privata potrà essere portata solo all’interno del comune di competenza, salvo deroghe specifiche.

L’acquisto è semplificato al massimo, dal momento che, come come chiarisce la circolare del Dipartimento di Pubblica Sicurezza, non occorrono licenze né particolari titoli autorizzativi: basterà entrare in armeria e mostrare la tessera per acquistare. La norma menziona espressamente categorie di strumenti che rientrano nella facoltà concessa, indicando «armi lunghe da fuoco», «rivoltelle o pistole di qualunque misura» e anche i «bastoni animati la cui lama non abbia una lunghezza inferiore a centimetri 65». Resta fermo il limite massimo di tre armi detenibili e l’obbligo di denuncia all’Autorità entro 72 ore, «affinché – spiega la circolare – l’Autorità di pubblica sicurezza sia nelle condizioni di avere immediata conoscenza delle persone che detengono armi e dei luoghi in cui le stesse sono detenute, anche ai fini di procedere, in ogni momento, ad eventuali controlli».

La decisione, tuttavia, non è esente da critiche all’interno delle stesse forze dell’ordine. Fonti qualificate della polizia hanno sollevato il delicato tema delle possibili ricadute sulla violenza domestica; perplessità arrivano anche dal sindacato dei carabinieri: «Già un’arma porta problemi – ammette Antonio Tarallo, segretario generale dell’Unione sindacale italiana carabinieri – figuriamoci due. Non sono troppo favorevole a questa misura. Molti vogliono la pistola privata perché l’arma in dotazione è scomoda». Non mancano, invece, consensi tra alcuni sindacati. «La circolare contribuisce a fare chiarezza su un tema delicato come quello del porto dell’arma personale – ragiona Vincenzo Piscozzo, segretario generale dell’Unione sindacale italiana finanzieri – superando incertezze interpretative che hanno generato disomogeneità nel tempo».

Il DL Sicurezza è stato adottato dal Governo lo scorso aprile e convertito in legge dal Parlamento a giugno. Il testo, di forte impronta securitaria e liberticida, ha previsto l’introduzione di 14 nuove fattispecie incriminatrici e l’inasprimento delle pene di altri 9 reati. Esso ha inaugurato, tra le altre cose, il reato di «occupazione arbitraria di immobile destinato a domicilio altrui» (che prevede fino a 7 anni di reclusione per tutte le fattispecie già punite con il reato di «occupazione»), quello di blocco stradale (massimo 2 anni di reclusione), quello di rivolta nelle carceri e nei CPR (previsti anche in caso di resistenza passiva). Il decreto, inoltre, ha confermato le cosiddette “zone rosse” nelle città, potenziato lo strumento del DASPO urbano e previsto una stretta contro chi protesta contro le grandi opere.

Bangladesh, il nuovo premier presta giuramento

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Il nuovo primo ministro del Bangladesh, Tarique Rahman, ha prestato giuramento. Rahman è un esponente del Partito nazionalista del Bangladesh, che alle ultime elezioni ha ottenuto 212 seggi su 350 disponibili. La sua nomina e quella del suo gabinetto di governo mette fine a un anno e mezzo di governo tecnico, salito al potere dopo le proteste degli studenti del 2024 che hanno portato al rovesciamento dell’amministrazione di Sheikh Hasina, fuggita dal Paese per rifugiarsi in India.

Israele approva il piano per registrare i terreni delle Palestina occupata come “proprietà statale”

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Sfruttando il silenzio e l’impunità internazionale, Israele sferra un nuovo attacco alla sovranità palestinese. Su proposta del Ministro delle Finanze Bezalel Smotrich, del Ministro della Giustizia Yariv Levin e del Ministro della Difesa Israel Katz, il governo di Tel Aviv ha approvato un piano per rivendicare le aree della Palestina occupata come “proprietà statale”, laddove i palestinesi non dovessero essere in grado di “dimostrarne” la titolarità. L’espropriazione si aggiunge alle altre misure approvate pochi giorni fa dal governo, che insieme restituiscono il tentativo finale di annessione e colonizzazione delle terre palestinesi da parte di Israele. L’esecutivo guidato da Netanyahu, più volte rimaneggiato negli ultimi anni, prova attraverso il pugno di ferro a recuperare consensi interni, con l’orizzonte elettorale sempre più vicino.

Gli Accordi di Oslo hanno diviso trent’anni fa la Cisgiordania in tre zone, preparando il terreno alla nascita di uno Stato palestinese. L’Area A venne affidata, sia dal punto di vista civile che militare, all’Autorità Nazionale Palestinese (ANP); l’Area B ottenne una gestione amministrativa da parte dell’ANP ma sotto il controllo militare israeliano; l’Area C, invece, pari al 60% dell’intera superficie della Cisgiordania finì sotto amministrazione civile e militare di Tel Aviv. Nei fatti, nel corso degli anni, le poche tutele sulla carta sono state vanificate dalle aggressioni di coloni e militari, dagli sfollamenti forzati della popolazione e dai sempre più stringenti pacchetti di leggi. Il nuovo piano approvato dal governo di Netanyahu alza il tiro, passando all’attacco formale della sovranità palestinese.

Per la prima volta dall’occupazione della Cisgiordania avvenuta nel 1967, Israele registrerà le aree dell’Area C come “proprietà statale”, laddove i palestinesi non dovessero essere in grado di “dimostrarne” la titolarità. Uno schema già visto in passato con la cosiddetta “legge sulla proprietà degli assenti”, varata dallo Stato ebraico nel 1950, alcuni mesi dopo la sua nascita. Facendo leva su tale norma, Israele mise le mani sui beni lasciati da centinaia di migliaia di palestinesi fuggiti durante la Nakba e finiti nei campi profughi in Giordania, Siria, Libano e Iraq. Le proprietà dei palestinesi, bollati come “assenti”, vennero dunque assegnate ai cittadini israeliani e mai più restituite ai legittimi proprietari.

Oggi, l’ampliamento di quella base legale, permetterà a Tel Aviv di annettere circa due terzi dell’Area C, secondo le previsioni. I palestinesi vivono lì da generazioni, ma buona parte delle famiglie ha perso i documenti relativi alla proprietà durante la Guerra dei 6 giorni, cui si aggiungono gli innumerevoli casi di sfollamenti forzati. Una volta ottenuto il dominio nel 1967, Israele ha bloccato le registrazioni, impedendo la formalizzazione della realtà. «Ciò che il governo israeliano sta facendo è l’attuazione dell’annessione, confezionandola come un mero processo burocratico», ha detto l’analista politico Xavier Abu Eid ad Al Jazeera. Il nuovo piano continua lungo la strada tracciata negli anni dagli esecutivi israeliani attraverso l’espansione delle colonie illegali ai sensi del diritto internazionale; la confisca delle terre bollate come zone militari (sulla questione si veda il documentario Premio Oscar No Other Land); il mancato rilascio di nuovi permessi a costruire; le restrizioni all’accesso a pascoli, acqua e servizi essenziali.

Il nuovo censimento mette nel mirino la casa di circa 300mila palestinesi, che piombano in una rinnovata condizione di precarietà. Non sono i soli, dal momento che nei giorni scorso l’esecutivo guidato da Netanyahu ha approvato un ulteriore pacchetto di spoliazione relativo all’Area A e B della Cisgiordania. Tel Aviv potrà ad esempio demolire gli edifici di proprietà palestinese, interferendo con la sovranità dell’ANP. Quest’ultima — se da un lato condanna le mosse israeliane, definendole una formalizzazione della costruzione di insediamenti illegali in Cisgiordania — dall’altro continua a collaborare con l’occupante, affiancandolo ad esempio nelle operazioni contro la resistenza palestinese.

Evasione fiscale, sindaco di Terni Stefano Bandecchi rinviato a giudizio

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Il sindaco di Terni Stefano Bandecchi è stato rinviato a giudizio a Roma con l’accusa di evasione fiscale per circa 20 milioni di euro, somme che secondo l’accusa non sarebbero state versate tra il 2018 e il 2022 quando era amministratore di fatto dell’Università Niccolò Cusano. Il processo inizierà il 4 giugno davanti al tribunale monocratico e coinvolgerà altre tre persone. Le indagini della Guardia di finanza contestano una gestione con modalità commerciali, pur beneficiando di agevolazioni fiscali per atenei, e l’utilizzo dell’università come un «bancomat» per spese personali di lusso.

Latte in polvere per neonati con tossine: continuano i sequestri anche in Italia

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Il ministero della Salute ha pubblicato negli ultimi giorni la lista dei richiami di più di 70 lotti di latte in polvere distribuiti dalla multinazionale francese Danone. La decisione è stata presa per l’adeguamento alle nuove linee guida EFSA sui limiti della cereulide, tossina prodotta dal batterio Bacillus cereus: la revisione dei parametri europei ha spinto l’azienda ad avviare un ritiro precauzionale dei prodotti coinvolti. Si tratta dell’ennesimo richiamo registratosi negli ultimi mesi nel comparto dei prodotti lattiero-caseari destinati alla prima infanzia, in seguito a numerosi casi di intossicazione denunciati in Europa.

Nello specifico, i lotti di latte per neonati e bambini richiamati – in tutto 76 – sono marcati Aptamil, Mellin e Profutura, commercializzati nel nostro Paese da Danone Nutricia Spa Società benefit. Il provvedimento si colloca in un quadro di allerta su scala internazionale che ha coinvolto decine di Paesi e numerosi marchi di latte per lattanti e di proseguimento, tra cui Nestlé, Lactalis, Danone e, per quanto riguarda l’Italia, Granarolo. Già all’inizio di gennaio Nestlé aveva disposto il ritiro di diversi lotti di latte in formula, compresi Nidina 1 e Nidina Optipro 1. Nei giorni scorsi, inoltre, l’allerta è stata ulteriormente ampliata ad altri lotti, estendendo così il perimetro del richiamo.

Nelle ultime settimane, autorità sanitarie in diversi paesi europei hanno segnalato casi di bambini con sintomi compatibili con intossicazione da cereulide, come vomito e diarrea. In Spagna, cinque neonati sono stati ospedalizzati per disturbi gastrointestinali associati al consumo di formule ora sotto indagine, mentre nel Regno Unito sono state effettuate oltre 30 segnalazioni di possibili casi legati alla contaminazione. Due inchieste giudiziarie sono inoltre state aperte a Bordeaux e ad Angers dopo la morte di due neonati, avvenuta a pochi giorni di distanza. I bambini, deceduti rispettivamente il 23 dicembre e l’8 gennaio, erano stati entrambi alimentati con latte in polvere Guigoz, prodotto da Nestlé (allo stato attuale, non esiste ancora un nesso causale accertato tra i prodotti e i decessi). La scorsa settimana, le autorità sanitarie di Svizzera e Belgio hanno emesso avvisi ai genitori dopo che è stata riscontrata la contaminazione del latte artificiale di diversi produttori con cereulide.

La situazione ha suscitato preoccupazione tra i genitori e ha portato le istituzioni di controllo alimentare di diversi paesi a intensificare i controlli sulla filiera produttiva del latte artificiale per neonati, con campagne di ispezione e l’invito a segnalare prontamente eventuali lotti sospetti. L’Entrata in gioco dell’Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare (EFSA) è un elemento chiave: l’ente ha stabilito un limite molto più rigoroso per la presenza di cereulide nei prodotti per l’infanzia (0,014 microgrammi per chilogrammo di peso corporeo al giorno per lattanti) e ha aggiornato le sue linee guida tecniche a seguito delle ampie campagne di richiamo. Questo nuovo parametro ha spinto diversi produttori, tra cui Danone e Nestlé, a riesaminare i loro lotti e ad allargare le misure di ritiro rispetto a quanto annunciato inizialmente.

Le autorità segnalano che i prodotti oggetto di richiamo non devono essere somministrati a neonati e bambini nella prima infanzia: i consumatori sono invitati a restituirli ai punti vendita, dove potranno ottenere la sostituzione o il rimborso. Qualora un neonato abbia manifestato episodi di vomito o diarrea dopo aver consumato i lotti interessati, il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (ECDC) raccomanda di contattare tempestivamente il pediatra e, in presenza di sintomi severi, rivolgersi direttamente al pronto soccorso.

Cuba: l’embargo illegale USA mette a rischio 30 mila donne incinte e 60 mila neonati

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L’assedio statunitense a Cuba continua e i pericoli per la salute dei suoi abitanti si moltiplicano. Da settimane, su decisione di Washington, l’isola è priva di rifornimenti di carburante: una situazione che grava sull’erogazione dei servizi più basilari, come quello ospedaliero. In questa crisi generalizzata, oltre 30mila donne incinte si trovano a correre gravi rischi per la salute, tra blackout, difficoltà nei trasporti e accesso limitato agli esami. Questo, unitamente ai ritardi nella vaccinazione infantile, mette in pericolo anche gli oltre 61mila neonati presenti a Cuba, come rivelato dal Ministero della Salute Pubblica.

A fine gennaio il presidente USA Donald Trump ha rafforzato l’embargo verso Cuba, minacciando i Paesi intenzionati a rifornire di petrolio l’isola. L’obiettivo è causare un’implosione senza intervento militare, come rivelato dallo stesso Trump, secondo cui «Cuba è una nazione fallita» che deve «raggiungere un accordo con gli Stati Uniti». In spregio al diritto internazionale, il presidente USA ha ammesso che la carenza coatta di carburante sull’isola «è una minaccia umanitaria», di fronte al quale la quasi totalità dei Paesi, anche gli autoproclamati paladini dei diritti umani, restano a guardare.

Nel frattempo, il governo cubano ha varato un piano emergenziale, che prevede tra le altre cose il razionamento energetico con priorità ai settori idrico e sanitario. Ciò non ha spazzato via i pericoli, dal momento che l’isola produce appena un terzo dell’approvvigionamento energetico di cui ha bisogno. In attesa di rifornimenti esterni, blackout e carenze restano, minacciando la vita dei cubani. Tra le categorie più esposte risultano le oltre 30mila donne incinte. Il Ministero della Salute Pubblica cita le difficoltà nell’accesso agli ultrasuoni ostetrici, esami che monitorano il benessere fetale e genetico. Allo stesso tempo, le équipe specializzate nella cura delle malattie gravi che possono colpire madri e neonati sono in affanno, soprattutto a causa della carenza di medicinali. Questo, unitamente ai ritardi nella vaccinazione infantile, mette in pericolo anche la vita degli oltre 60mila neonati presenti sull’isola, in particolare di coloro che necessitano di cure speciali, come la ventilazione meccanica. Per quanto riguarda le cure speciali e urgenti, il Ministero della Salute Pubblica cita anche le decine di migliaia di pazienti diabetici, in attesa di interventi chirurgici o di trattamenti oncologici, che vedono messo in pericolo il proprio diritto alla salute dalle “minacce umanitarie” statunitensi.

Di fronte all’assedio USA e alle gravi conseguenze per la popolazione civile, si è messa in moto la macchina della solidarietà dal basso. Riempiendo il vuoto lasciato dalla comunità internazionale, sorda di fronte alle risoluzioni e agli appelli delle Nazioni Unite, una rete di associazioni e movimenti ha lanciato la “Nuestra América Flotilla”. Il convoglio di navi umanitarie partirà a marzo verso l’Avana, con l’obiettivo di porre fine all’embargo statunitense.

USA: è morto Jesse Jackson, icona dei diritti civili

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È morto a 84 anni il reverendo Jesse Jackson, storico attivista per i diritti civili e due volte candidato alla presidenza USA. La famiglia, annunciandone la scomparsa a NBC, lo ha ricordato come un leader al servizio degli oppressi e degli emarginati. Nato a Greenville, nella Carolina del Sud, emerse accanto a Martin Luther King Jr. negli anni Sessanta. Fondò a Chicago Operation PUSH e la National Rainbow Coalition e fu inviato speciale in Africa per il presidente Bill Clinton. Nel 2017 aveva reso pubblica la diagnosi di Parkinson.

Epstein Files: i piani di Bill Gates, JP Morgan ed Epstein per fare soldi con le pandemie

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"Simulazione di una pandemia di ceppo", "agenda per una riunione di preparazione alla pandemia". Documenti, e-mail e scambi riservati mostrano come Bill Gates e ambienti riconducibili a Jeffrey Epstein e a JPMorgan fossero già coinvolti in discussioni sulla “preparazione alle pandemie”, tra il 2015 e il 2017, alcuni anni prima dello scoppio della crisi da Covid-19. Senza avanzare l’idea di un complotto, i documenti emersi tra gli Epstein Files evidenziano come una parte dell’élite economica globale stesse ragionando in anticipo su crisi sanitarie non solo come problema di salute pubblica, ma a...

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Board of Peace, governi e speculatori riuniti a decidere il futuro di Gaza: Italia “osservatrice”

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L’Italia prenderà parte come Paese osservatore al Board of Peace, il comitato di “pace” per Gaza voluto da Trump per la ricostruzione della Striscia. La decisione, annunciata dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni, è stata confermata ieri in conferenza stampa dal ministro degli Esteri Tajani. A impedire la presenza del nostro Paese come membro a tutti gli effetti, spiega il ministro, è l’art. 9 della carta istitutiva del Board, che sarebbe “in contrasto” con la Costituzione italiana. Lo stesso ruolo sarà assunto dalla Commissione Europea, come confermato nelle scorse ore da un portavoce. Oggi, Tajani riferirà in Parlamento sui motivi per i quali l’Italia ha scelto di partecipare e il suo ruolo nell’organo voluto dal presidente USA Donald Trump, del quale fanno già parte decine di Paesi, capi di governo e oligarchi pronti a spartirsi una fetta della ricostruzione della Striscia, nella quale gli unici a non avere voce in capitolo sembrano essere proprio i palestinesi. “Abbiamo già dato molto per Gaza, continuiamo a dare il massimo” ha dichiarato il ministro Tajani, elencando le varie iniziative prese dal governo “per Gaza” – citando i profughi ospitati dal nostro Paese e la controversa iniziativa Food for Gaza. Ad ostacolare la piena adesione al Board è, nello specifico, l’art. 11 della Costituzione, che recita: “l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo“. A intervenire nella ricostruzione postbellica di Gaza, infatti, dovrebbero essere le organizzazioni internazionali già preposte a tale scopo, una tra tutte l’ONU. Il testo integrale del documento, invece, sembra proprio voler escludere le Nazioni Unite da questa possibilità: “una pace duratura richiede giudizio pragmatico, soluzioni di buon senso e il coraggio di abbandonare approcci e istituzioni che troppo spesso hanno fallito“. È probabile che sia per motivi analoghi di incompatibilità che la UE prenderà anch’essa parte del Board come osservatore e non membro effettivo: “la Commissione non sta diventando un membro del Board of Peace” ha dichiarato in conferenza stampa Guillaume Mercier, un portavoce della Commissione, annunciando la partecipazione alla prima riunione del Board della commissaria per il Mediterraneo, Dubravka Suica. Il Board of Peace è uno dei frutti del piano in venti punti che ha istituito la “pace” nella Striscia di Gaza lo scorso ottobre – in realtà inesistente, dal momento che gli attacchi israeliani proseguono impuniti con cadenza odierna, mietendo decine di vittime ogni giorno. Sono poche le informazioni trapelate in merito, così come poco si sa sui Paesi che vi prenderanno parte. Ciò che è certo è che a presiederlo sarà il presidente Trump e che nel corpo esecutivo figurano i nomi del Segretario di Stato USA, Marco Rubio; del braccio destro diplomatico di Trump, Steve Witkoff; di Jared Kushner, genero del presidente, ex inviato speciale di Trump e imprenditore; dell’ex premier britannico e fondatore dell’omonima fondazione, Tony Blair; di Robert Gabriel, consigliere politico; e di Marc Rowan e Ajay Banga, due imprenditori multimiliardari, rispettivamente amministratore delegato di Apollo Global Management e banchiere ed ex AD di Mastercard. Ad affiancarne il lavoro vi sarà poi una sorta di sottocomitato, cui franno parte anche imprenditori attivi nell’edilizia, e diversi politici tra cui Hakan Fidan, ministro degli Esteri turco. Nemmeno l’ombra di un rappresentante delle istituzioni palestinesi, insomma, tra coloro che potranno decidere a proprio piacimento del futuro di Gaza. Lo scopo che si vuole dare il Board è tuttavia molto più ampio. Come dichiarato nella carta istitutiva, siglata nell’ambito del World Economic Forum dello scorso gennaio e sottoscritta già da oltre venti Stati (Israele compreso, ma non da Paesi di peso quali Francia, Germania, Norvegia, Regno Unito, Svezia e Spagna), l’obiettivo è “garantire una pace duratura nelle aree colpite o minacciate dai conflitti” – non solo, dunque, in Palestina, ma potenzialmente in ogni area del mondo.

Napoli, in fiamme la cupola del Teatro Sannazaro

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Nella notte si è sviluppato un incendio a Napoli, interessando il quartiere Chiaia. È andata in fiamme la cupola del Teatro Sannazaro. Sul posto sono accorsi i vigili del fuoco impegnati nelle operazioni di spegnimento del rogo. All’origine dell’incendio, che ha interessato un condominio vicino, vi sarebbe un corto circuito. Intossicate per il fumo alcune persone, resta da capire l’entità del danno per il teatro fondato nel 1847, tra i simboli del panorama artistico napoletano.