venerdì 23 Gennaio 2026
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Gli improbabili numeri sui morti della repressione in Iran (e chi li produce)

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“Iran, voci dalla carneficina: si temono 12 mila morti” (il Corriere della sera); “12mila persone uccise durante le proteste” (Il Giornale), “Orrore Iran, la strage degli oppositori: i morti sono migliaia” (Avvenire); “Si temono 12mila morti” (Ansa). In pochi giorni, agenzie di stampa e quotidiani italiani hanno scolpito nella pietra cifre granitiche, elaborate a distanza, sui morti durante le proteste in Iran. Ai numeri ripetuti come verità acquisite, senza fonte primaria verificabile in maniera indipendente, si è saldata una narrazione semplificata e a tesi, costruita per incorniciare emotivamente l’evento della repressione di Teheran, scegliendo l’impatto al posto del rigore.

In un Paese sotto blackout internet e con reporter stranieri quasi assenti, stimare le vittime – che nessuno nega esserci né tantomeno intende minimizzare – è un esercizio ad altissimo rischio di errore. I dati ufficiali sui morti e i feriti durante le proteste sono, infatti, a oggi non verificabili in maniera indipendente. Le ONG internazionali non hanno accesso diretto e dipendono da reti di informatori interni, social media, segnalazioni anonime. Il presunto bilancio di 12mila morti viene rilanciato da testate come Iran International, una rete di informazione digitale che, però, ha sede a Londra, non a Teheran. In questo contesto, qualunque stima è per definizione parziale e rivedibile. I morti possono essere sottostimati dal regime e sovrastimati da fonti militanti. Il compito del giornalista è dichiarare l’incertezza, non cancellarla se fa comodo per questioni ideologiche.

La filiera della contabilità dei morti conduce alla Human Rights Activists News Agency (HRANA), un’agenzia con base negli Stati Uniti, a Fairfax, in Virginia. La catena è corta: HRANA produce stime cumulative basate su report non sempre verificabili sul campo, mentre i media occidentali, come Cnn, Abc News, The Guardian e Reuters, le trasformano in dogma, poi ripresi dai mezzi di informazione italiani con titoli apodittici. L’ONG precisa che i numeri diffusi derivano da una raccolta cumulativa di segnalazioni provenienti da attivisti interni ed esterni al Paese, incrociate – per quanto possibile – con materiale visivo, testimonianze dirette e riscontri in ambito medico. HRANA è la piattaforma informativa legata a Human Rights Activists in Iran (HRAI), ONG fondata nel 2006 da Keyvan Rafiee, attivista iraniano apertamente oppositore della Repubblica islamica. L’organizzazione è legata all’ecosistema di ONG finanziate dal National Endowment for Democracy (NED), organismo sostenuto dal Congresso americano. Il NED nasce nel 1983 su impulso di Ronald Reagan, con l’obiettivo di esternalizzare, dentro una struttura formalmente privata ma sotto l’ombrello istituzionale di Washington, molte delle operazioni di influenza e propaganda, che in precedenza erano appannaggio diretto della CIA. Nel caso iraniano, la missione dichiarata dal NED è «promuovere un Iran libero e democratico, contrastando la repressione interna e l’espansionismo esterno del regime»: una formulazione che esplicita una finalità non neutrale, inscritta in una strategia di pressione geopolitica. Ciò non invalida automaticamente il lavoro di HRANA, ma ne qualifica la cornice politica.

Intanto, il 14 gennaio, ad Agorà su Rai 3, nel tentativo di mostrare un Iran “libero” prima della Rivoluzione islamica del 1978, il conduttore Marco Carrara ha ripreso in diretta una serie di post da X, mandando in onda un’immagine spacciata per foto storica di una famiglia iraniana. In realtà, si trattava di una immagine del backstage del celebre film di Martin Scorsese del 1990 Quei bravi ragazzi, con i volti inconfondibili di Robert de Niro, Ray Liotta e Lorraine Bracco. Un errore grossolano che evoca un caso simile, quando durante l’edizione straordinaria del Tg La7, Enrico Mentana e Gerardo Greco si sono trovati a commentare un breve spezzone del film Project X – Una festa che spacca, pubblicato su X, che avrebbe dovuto immortalare le violenze dei sostenitori di Trump nei sobborghi di Washington. Lo stesso giorno della “gaffe” di Agorà, HuffPost pubblicava una intervista al fondatore di Micromega, Paolo Flores D’Arcais, che si dice favorevole alla violazione del diritto internazionale“, nel caso in cui Trump decidesse di “abbattere il giogo islamista”.

Tutto ciò converge nella creazione di una narrazione precostituita, che riduce la complessità, rende superflua la verifica e accelera il giudizio morale. Non si tratta di assolvere Teheran né di negare la repressione. Si tratta di pretendere metodo da coloro che dovrebbero accertare i fatti. Il resto è storytelling geopolitico che, in tempi di guerra cognitiva, finisce per valere più dei fatti.

Venezuela, destituito ministro all’Industria Alex Saab

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Delcy Rodríguez, presidente ad interim del Venezuela, ha destituito Alex Saab dall’incarico di ministro dell’Industria, fondendo il suo dicastero con quello del Commercio e annunciando che Saab «assumerà nuove responsabilità», dopo averlo ringraziato per il servizio reso. La decisione segue le pressioni di Washington dopo il raid militare statunitense del 3 gennaio che ha portato alla caduta di Nicolás Maduro. Saab, uomo d’affari venezuelano di origine colombiana considerato alleato di Maduro, era stato arrestato nel 2020 per accuse di riciclaggio negli Stati Uniti, rilasciato nel 2023 con uno scambio di prigionieri e nominato ministro nel 2024 da Maduro.

Il trattato sulla tutela degli oceani è entrato in vigore, senza la firma dell’Italia

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Un nuovo capitolo per la governance globale degli oceani si apre oggi con l’entrata in vigore del Trattato sull’Alto Mare, un accordo storico delle Nazioni Unite destinato a proteggere le acque internazionali che coprono circa il 60% degli oceani mondiali. Dopo quasi vent’anni di negoziati e il superamento, lo scorso settembre, della soglia delle 60 ratifiche necessarie, lo strumento fornisce finalmente un quadro giuridico vincolante per salvaguardare la biodiversità marina al di fuori delle giurisdizioni nazionali. L’obiettivo centrale è ambizioso: permettere la creazione di una rete di Aree Marine Protette (AMP) per tutelare almeno il 30% degli oceani entro il 2030. Mentre oltre 80 nazioni hanno già perfezionato la loro adesione, tra cui potenze come Cina e Francia, un grande paese marittimo come l’Italia rimane inspiegabilmente assente dall’elenco.

Il trattato, noto anche come Accordo BBNJ sulla biodiversità oltre la giurisdizione nazionale, rappresenta una svolta epocale per la cooperazione multilaterale. Il meccanismo consentirà di designare AMP in acque internazionali attraverso un processo che prevede anche l’adozione per voto, evitando il veto di un singolo paese. Oltre a ciò, il testo rafforza gli obblighi per le valutazioni di impatto ambientale per attività come pesca, trasporto marittimo o estrazione, promuove la cooperazione scientifica e stabilisce una ripartizione equa dei benefici derivanti dalle risorse genetiche marine. I Paesi aderenti si impegnano innanzitutto a creare aree marine protette in alto mare e a rafforzare la cooperazione tra istituzioni, enti di ricerca e organizzazioni regionali. In secondo luogo, ma non per importanza, il trattato stabilisce anche un principio fondamentale: chi causa danni all’ambiente marino dovrà farsene carico. Paesi, aziende o gli enti coinvolti in attività potenzialmente inquinanti saranno dunque obbligati a valutare in anticipo l’impatto delle proprie azioni e ad assumersi la responsabilità economica e legale di eventuali danni causati.

Tuttavia, in questo quadro, l’Italia si presenta con una grave lacuna. Il nostro Paese, nonostante facesse parte della coalizione che ne promuoveva una rapida attuazione, non ha ancora ratificato il trattato. La discussione nel parlamento italiano è lontana dalla conclusione, incappando nei consueti rimpalli istituzionali che hanno già caratterizzato il ritardo su altri accordi marittimi. «Una rapida ratifica costituirebbe un segnale concreto e coerente rispetto agli impegni assunti, contribuendo a colmare l’attuale distanza dagli obiettivi internazionali di protezione della biodiversità: l’invito al Governo è di procedere quanto prima alla ratifica dell’Accordo», ha dichiarato WWF Italia. La criticità della situazione italiana non riguarda solo la scena internazionale, ma si riflette drammaticamente nelle acque nazionali. La protezione dei mari italiani versa in condizioni critiche, con meno dell’1% di superficie effettivamente tutelata da misure di conservazione valide, dato ben lontano dall’obiettivo del 30% al 2030. «Le Aree Marine Protette in Italia sono poche, piccole e coprono una superficie irrisoria di mare», ha affermato Valentina Di Miccoli, responsabile della campagna Mare di Greenpeace Italia. Per provare a colmare questo gap, da un anno è attivo il progetto “AMPower”, promosso da Blue Marine Foundation e Greenpeace Italia, che supporta le AMP esistenti nei processi di ampliamento e gestione efficace, affiancandole anche nella tutela dei siti Natura 2000 marini, spesso protetti solo sulla carta.

Non mancano, a livello globale, le sfide e i timori sull’efficacia del nuovo trattato. «Oggi è un giorno di festa per la biodiversità e il multilateralismo, ma il lavoro di proteggere l’oceano è ben lontano dall’essere completo», avverte Sofia Tsenikli della Deep Sea Conservation Coalition. Una delle maggiori preoccupazioni riguarda le possibili scappatoie, in particolare per quanto concerne l’estrazione mineraria in acque profonde, un’attività promossa da alcuni Paesi firmatari nonostante i suoi impatti deleteri. «Il Trattato sull’Alto Mare alza sensibilmente l’asticella, ma da solo non impedirà l’avvio dell’estrazione mineraria in acque profonde nel nostro oceano», ha concluso Tsenikli.

Eurosuicidio: il tabù europeo e il declino italiano (un libro di Gabriele Guzzi)

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Da oltre trent’anni, i Paesi dell’Eurozona, in particolare l’Italia, attraversano una fase di declino raccontata come una fatalità, schermata da slogan rassicuranti e da una fede cieca nei dogmi di Bruxelles. Eurosuicidio dell’economista Gabriele Guzzi parte da qui: dal rifiuto di considerare inevitabile ciò che è stato, invece, il risultato di scelte politiche precise. La tesi del saggio è brutale nella sua semplicità: «La causa della crisi dell’UE è l’UE stessa». Secondo l’autore, «la crisi che stiamo vivendo oggi non è fortuita», ma è «l’esito logico e coerente di scelte strutturali compiute fin dalle origini dell’Unione Europea». L’adozione dell’euro non ha corretto i difetti strutturali dei Paesi membri, ma li ha irrigiditi fino alla paralisi. Il problema «è la struttura istituzionale, monetaria, politica ed economica che gli europei stessi hanno costruito».

Il libro, pubblicato da Fazi Editore, si muove contro un tabù che da decenni blocca il dibattito pubblico, quello che impedisce di mettere in discussione l’architettura europea senza essere accusati di “eresia politica”. Guzzi, che ha lavorato come consulente economico a Palazzo Chigi e presso il Dipartimento per la programmazione e il coordinamento della politica economica della Presidenza del Consiglio dei Ministri, non scrive un manifesto ideologico, ma un atto di accusa documentato contro un sistema che ha prodotto stagnazione economica, impoverimento sociale e una progressiva desertificazione della sovranità democratica. Il cuore del saggio, che vanta la prefazione di Lucio Caracciolo, è proprio la demolizione dell’idea secondo cui l’euro sarebbe stato uno strumento neutro, mal utilizzato dagli Stati membri. Al contrario, Guzzi mostra come l’unione monetaria fosse viziata fin dall’origine: «Mettere insieme Paesi differenti, con economie differenti, con mondi del lavoro differenti, con tassi d’inflazione differenti, con politiche industriali differenti, con rapporti sociali differenti in una sola unione monetaria, senza prevedere contemporaneamente un’unione politica vera e propria, voleva dire preparare tutte le precondizioni per l’autoannichilimento economico, tecnologico, geopolitico e sociale. E questo è ciò che è esattamente avvenuto».

Ampio spazio è dedicato al nostro Paese, che, secondo l’autore, «ha pagato il prezzo più alto», il cui declino in atto dalla metà degli anni Novanta, «trova nell’UE la causa istituzionale più rilevante». L’Italia, lungi dall’essere un allievo indisciplinato come si suole raccontare, è stata, invece, «la più brava della classe», applicando con zelo austerità, riforme strutturali, privatizzazioni e compressione salariale. Il punto, secondo l’economista, è che il Belpaese era quello che peggio si conciliava con il modello che si stava ponendo alla base dell’UE. Il risultato non è stata la crescita promessa, ma quella che l’autore definisce un’economia “zombizzata”, “non-morta”. I dati sulla stagnazione del PIL, sulla produttività ferma e sulla perdita di posizioni relative rispetto agli altri grandi Paesi occidentali diventano la prova materiale di un fallimento che non può più essere attribuito a cause vaghe o morali.

Uno degli elementi più incisivi di Eurosuicidio è l’analisi del carattere quasi religioso assunto dall’integrazione europea nel discorso pubblico italiano. L’euro non viene più valutato in termini di costi e benefici, ma difeso come un dogma. Guzzi parla esplicitamente di «approccio parareligioso» e di «feticcio religioso-politico», alimentato da un senso di colpa collettivo e dall’idea che l’Italia dovesse essere “corretta” dall’esterno. L’integrazione europea diventa un surrogato ideologico capace di sostituire la politica con la fede. In questo quadro, si inserisce il mito della generazione Erasmus, smontato senza indulgenze: dietro la retorica della mobilità e dell’apertura si nasconde la “generazione Maastricht”, segnata da precarietà, emigrazione forzata e assenza di futuro. «Il futuro, in Italia, non esiste perché ha smesso di essere un oggetto possibile del pensiero», scrive Guzzi, cogliendo una frattura non solo economica ma antropologica, dettata dall’impossibilità di immaginare il domani come spazio di trasformazione. La parte finale del libro affronta il nodo più delicato: le alternative. Guzzi non promette soluzioni indolori né scorciatoie tecniche. Avverte che «l’euro non è eterno», come nessuna costruzione storica, e che continuare a considerarlo irreversibile equivale a rinunciare alla politica. L’uscita dalla gabbia europea viene presentata come un processo rischioso, ma ormai necessario, se si vuole evitare una lunga agonia gestita. Il merito principale di Eurosuicidio sta proprio qui: nel restituire legittimità alla domanda che per anni è stata espulsa dal discorso pubblico. Non propone certezze, ma rompe l’incantesimo dell’inevitabile, ricordando che «all’interno di questa integrazione non ci sono possibilità per l’Italia di ridarsi una direzione».

Fiorentina, è morto il presidente Rocco Commisso

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Il presidente della Fiorentina Rocco Commisso è morto all’età di 76 anni. Imprenditore statunitense di origini italiane, Commisso aveva rilevato il club toscano dalla famiglia Della Valle nel 2019. La Federazione Italiana Giuoco Calcio (FIGC) ha disposto un minuto di silenzio prima delle gare in programma nel fine settimana. «Siamo vicini alla famiglia Commisso e alla Fiorentina per questa dolorosa scomparsa. Rocco Commisso ha lasciato un segno indelebile nel calcio italiano, lo ricorderemo sempre per il suo entusiasmo e per la sua visione», ha detto il presidente della FIGC Gabriele Gravina.

Anan Yaeesh condannato a 5 anni: per i giudici la resistenza palestinese è terrorismo

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Grida e cori di protesta di tanti solidali hanno accolto la sentenza con la quale i giudici della Corte d’Assise dell’Aquila hanno condannato il palestinese Anan Yaeesh a cinque anni e sei mesi di reclusione per “associazione con finalità di terrorismo internazionale”. Yaeesh, arrestato nel gennaio 2024, è stato accusato di aver finanziato e avuto rapporti con gruppi della resistenza armata palestinese. Un’affiliazione che non ha mai nascosto: «Sono nato in Palestina e questa non è stata una mia scelta. Resistere, invece, è stata la scelta migliore della mia vita», aveva dichiarato. Nel processo i suoi avvocati chiedevano che venisse rigettata la definizione di “terrorismo” per le azioni dei gruppi palestinesi nel contesto della lotta contro l’occupazione. Il tribunale, invece, ha ammesso solo delle attenuanti rispetto alla condanna di 12 anni chiesta dai PM. Assolti invece, dopo sei mesi in carcere da innocenti, altri due indagati: Ali Irar e Mansour Doghmosh. La decisione è stata letta dal presidente del collegio, Giuseppe Romano Gargarella, al termine di una camera di consiglio durata circa sei ore.

La procura aveva chiesto la condanna a 12 anni per Yaeesh, 9 per Irar e 7 per Doghmosh, accusati di far parte del Gruppo di Risposta Rapida, uno dei gruppi della resistenza armata palestinese della città di Tulkarem. Alla sbarra oggi c’era la resistenza palestinese, definita “terrorismo” dal pubblico ministero Roberta D’Avolio. La difesa invece aveva chiesto l’assoluzione contestando l’intero impianto accusatorio, ricordando la legittimità della resistenza armata in un territorio occupato militarmente. Il procedimento infatti non riguarda solo tre individui: in gioco c’è la formula con la quale lo Stato italiano qualifica e reprime la resistenza palestinese all’occupazione israeliana in Cisgiordania.

«Anan è stato condannato a 5 anni e sei mesi come organizzatore di un’organizzazione terroristica», ha dichiarato l’avvocato Flavio Rossi Albertini fuori dal Tribunale. «Sappiamo perfettamente che non c’è un solo elemento che accrediti il fatto che il Gruppo di Risposta Rapida di Tulkarem volesse aggredire, attaccare, coinvolgere, coloni nelle loro azioni. Tutte le azioni che sono state dimostrate e acquisite attraverso delle chat parlavano sempre di azioni rivolte contro i militari, ovvero contro quell’esercito occupante che dal 1967 impedisce al popolo palestinese di autodeterminarsi. Pertando questa sentenza per noi è profondamente ingiusta, perché condanna Anan Yaeesh e perché ritiene che quell’esperienza di resistenza palestinese sia terroristica, mentre invece è un legittimo utilizzo delle forme della lotta armata in vista dell’autodeterminazione dei popoli.»

Anan Yaeesh è accusato di essere tra i promotori del Gruppo di Risposta Rapida, una delle brigate armate nate nel 2022 che cercavano di resistere all’occupazione israeliana nella città di Tulkarem, territorio martoriato dall’esercito di Tel Aviv e i cui campi profughi sono chiamati “le piccole Gaza” per l’enorme livello di devastazione subita.
Da Tulkarem Anan se ne era andato nel 2013, nel tentativo di scampare alla persecuzione israeliana dopo aver subito diverse detenzioni e tentativi di assassinio. Si era rifugiato in Europa. Arriva prima in Norvegia e in Svezia e infine giunge a L’Aquila, dove fa richiesta d’asilo nel 2017 e ottiene poi la protezione speciale. Anan non è mai stato nel mirino della polizia italiana, fino al giorno della richiesta di estradizione di Tel Aviv, per la quale è detenuto dal 29 gennaio 2024, inizialmente nel carcere di Terni e poi a Melfi. La Corte d’Appello dell’Aquila aveva negato la consegna di Anan a Israele riconoscendo che l’imputato potrebbe essere sottoposto a «trattamenti crudeli, disumani o degradanti». Due giorni prima, tuttavia, la procura italiana aveva aperto un secondo procedimento penale, che riprende le stesse accuse formulate da Israele verso il giovane palestinese. Coinvolgendo altri due connazionali residenti in Abruzzo, Ali Irar e Mansour Doghmosh, che vengono accusati di aver supportato Anan tramite attività di reclutamento e propaganda per la Brigata. Una mossa che sembra molto più indicare la necessità della Procura di avere un numero minimo di indagati per un reato associativo piuttosto che a indizi concreti.

«Signor Giudice, l’entità sionista uccide e distrugge in Palestina sin dal 1947 e non dal 7 ottobre. Ci troviamo ad affrontare una violenza squadrista, così come il popolo italiano ha affrontato l’aggressione e la violenza nazista tedesca. La resistenza palestinese, legittimata da tutte le corti internazionali, a cui l’Italia ha aderito, oggi la considerate terrorismo». Anan si è sempre definito un resistente, fin dalle prime dichiarazioni spontanee rilasciate a partire dal 26 febbraio scorso. «Il diritto e le convenzioni internazionali assicurano il diritto all’autodifesa, anche armata, di un popolo contro un esercito occupante» aveva dichiarato Flavio Rossi Albertini a L’Indipendente. «L’Autorità italiana si è sostituita a Israele». Il processo è politico e ogni sua fase ha esplicitato e messo in evidenza la stretta alleanza e condivisione di obiettivi tra lo Stato d’Israele e quello italiano.

Nell’udienza del 19 dicembre scorso, l’avvocato difensore Flavio Rossi Albertini aveva denunciato nuovamente la «rimozione sistematica di ogni elemento di contesto: l’occupazione della Cisgiordania, la colonizzazione, i crimini umanitari e il genocidio in corso», sottolineando come, senza questi punti cardinali, la “giustizia” dei tribunali perda la capacità stessa di distinguere tra terrorismo e resistenza. Rossi Albertini ha ricordato che il processo «serve ad accertare fatti, non a giudicare la causa politica di un altro popolo», richiamando in aula la Resistenza italiana e la detenzione di Sandro Pertini durante l’occupazione nazifascista. Dagli albori il processo appare influenzato e diretto da Tel Aviv, più che dal codice penale del Belpaese. Questa sentenza ne è la conferma, e costituisce un precedente pericoloso nella repressione giudiziaria della causa palestinese nei tribunali italiani. «Tra 90 giorni leggeremo le motivazioni della corte di Assisi e presenteremo certamente appello», conclude Albertini.

Siria, esercito lancia operazione contro combattenti curdi

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Le forze armate del governo di transizione siriano hanno avviato un’operazione di rappresaglia contro i combattenti delle Forze Democratiche Siriane (SDF), a guida curda, e i loro alleati nei pressi di Deir Hafer, sulla riva occidentale dell’Eufrate, nella provincia di Aleppo. Secondo l’agenzia siriana SANA, l’azione prende di mira posizioni del PKK e di elementi legati al regime deposto, accusati di usare basi militari per lanciare droni contro aree residenziali di Aleppo. Le autorità avevano invitato i civili a evitare le zone interessate. Dal 13 gennaio l’area a est di Aleppo è stata dichiarata zona militare chiusa.

Canada e Cina annunciano un nuovo partenariato

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Il Canada reagisce alla rottura con gli Stati Uniti, in seguito alle politiche commerciali punitive di Donald Trump, siglando “un accordo commerciale preliminare ma storico” con la Cina. Il primo ministro canadese Mark Carney è volato a Pechino, dove ha incontrato il presidente Xi Jinping per avviare quella che ha definito lui stesso una “nuova partnership strategica” tra i due Paesi, dopo otto anni di relazioni tese e dazi reciproci. L’accordo prevede la riduzione delle tariffe su veicoli elettrici cinesi e prodotti agricoli canadesi, e coopera in settori come energia, agricoltura e finanza. Entrambi i leader hanno espresso l’intento di rafforzare i legami bilaterali e contribuire a un ordine multilaterale più stabile.

I Paesi BRICS hanno avviato esercitazioni militari al largo del Sudafrica

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Si è conclusa al largo di Città del Capo, l’esercitazione navale multinazionale Will for Peace 2026, guidata dalla Marina cinese e avviata il 9 gennaio sotto il formato BRICS+. Il perimetro del gruppo si è ormai allargato oltre a Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica, coinvolgendo anche Egitto, Arabia Saudita, Indonesia, Etiopia ed Emirati Arabi Uniti, con altri Paesi in veste di osservatori. La scelta dell’area – tra False Bay e la base di Simon’s Town, snodo tra Atlantico e Indiano – non è casuale: qui passa una delle alternative chiave allo Stretto di Suez in caso di crisi. In una fase di forte tensione con gli Stati Uniti, il mare torna a essere terreno di competizione strategica e si fa emblema dell’ambizione dei BRICS di conquistare un ruolo nella sicurezza globale, in un ordine internazionale che si sta ridefinendo per blocchi contrapposti.

Sul piano operativo, l’esercitazione ha previsto attività congiunte di sicurezza marittima e interoperabilità tra flotte, con l’obiettivo dichiarato di migliorare il coordinamento nelle operazioni in mare e la protezione delle rotte commerciali. La Marina dell’Esercito Popolare di Liberazione ha schierato il cacciatorpediniere Tangshan (Tipo 052DL) e la nave di rifornimento Taihu (Tipo 903A), dotati di capacità di comando, scorta e supporto logistico, centrali per un addestramento di coalizione. La Russia ha partecipato con proprie unità di superficie e navi di supporto. Questi assetti hanno permesso di testare capacità quali sorveglianza aerea e di superficie, schermatura di convogli commerciali, esercitazioni antipirateria e coordinamento logistico: competenze che vanno oltre i semplici addestramenti e che replicano con rigore scenari di protezione delle rotte in condizioni di tensione internazionale.

Le manovre al largo del Sudafrica segnano la metamorfosi dei BRICS da forum economico a piattaforma politico-strategica. L’allargamento a nuovi membri africani e mediorientali proietta il gruppo anche sul piano militare, facendo della sicurezza marittima un terreno “neutro” per affermare una crescente autonomia geopolitica. A Washington, la lettura è opposta: vedere unità cinesi, russe e iraniane operare nel Sud globale, a ridosso di rotte vitali per il commercio mondiale, è percepito come una sfida indiretta all’ordine occidentale. Pesa, inoltre, l’esclusione del Sudafrica dal prossimo G20 negli USA, segnale politico che Pretoria non ha dimenticato e che irrigidisce le sue posizioni. In Occidente, prevalgono sospetto e irritazione: le manovre appaiono come un messaggio di cooperazione sulla sicurezza marittima fuori dall’ombrello statunitense, in un contesto già teso a causa dei dazi e frizioni politiche. In patria, l’opposizione accusa il governo di aver compromesso la neutralità storica ospitando flotte russe, cinesi, e iraniane, temendo che il Paese diventi pedina dei giochi globali. Pretoria replica parlando di cooperazione tecnica, ricordando precedenti esercitazioni con gli USA. Il portavoce sudafricano per le esercitazioni congiunte, il tenente colonnello Mpho Mathebulam, ha dichiarato che “non c’è nessuna ostilità [verso gli Stati Uniti]” e che “l’obiettivo è migliorare le nostre capacità e condividere le informazioni” tra le rispettive marine. Al di là dei toni istituzionali, la presenza congiunta di potenze rivali dell’Occidente trasforma lo scenario in una dichiarazione implicita di capacità e intenti strategici.

Per Pechino e Mosca, manovre di questo tipo funzionano come soft power operativo: mettono in vetrina capacità logistiche, interoperabilità e proiezione congiunta in acque internazionali, segnalando che esistono modelli di sicurezza navale alternativi a quelli guidati dall’Occidente. L’Iran completa il quadro, rafforzando l’idea di un asse marittimo capace di mettere in discussione un’architettura finora dominata dagli Stati Uniti. Per il Sudafrica e altri Paesi del Global South, queste esercitazioni sono anche un’occasione per sviluppare competenze autonome e consolidare forme di cooperazione svincolate dalle alleanze tradizionali. In un contesto di equilibri in trasformazione e di crescente competizione sulle rotte, Will for Peace 2026 segna un passaggio rilevante nell’affermazione dell’ordine multipolare dei BRICS come nuovi attori geopolitici lungo i corridoi commerciali globali.

Boicottare la musica su Spotify? 8 alternative possibili

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Negli ultimi anni Spotify è diventato sinonimo stesso di musica in streaming. Non un servizio tra tanti, ma l’infrastruttura dominante attraverso cui milioni di persone scoprono, ascoltano e “consumano” musica. Proprio questa centralità, però, impone di interrogarsi su ciò che Spotify rappresenta oggi, non solo come piattaforma ma come attore politico ed economico. Le ragioni del boicottaggio della piattaforma non nascono da una generica avversione alla tecnologia, bensì da scelte precise compiute dal suo fondatore ed Executive Chairman, Daniel Ek, che negli ultimi tempi ha investito centinaia di milioni di euro nell’industria bellica europea, in particolare in un azienda che sviluppa tecnologie militari basate su intelligenza artificiale. Una presa di posizione netta, che ha suscitato proteste da parte di artisti, lavoratori della cultura e ascoltatori, soprattutto in un contesto geopolitico già segnato da conflitti e riarmo.

A questo si aggiungono criticità strutturali ormai ben documentate che vanno dalle remunerazioni estremamente basse per artisti e autori, al modello che favorisce major, playlist editoriali e musica “funzionale”, fino alla trasformazione della musica in un sottofondo dettato dall’algoritmo, al posto dell’esperienza culturale che dovrebbe rappresentare. L’ultima notizia racconta bene come funziona la piattaforma: gli artisti che la boicottano e chiedono di essere tolti dal catalogo vengono rimpiazzati da band create dall’IA, che scimmiottano nomi, melodie e testi, pensando che gli utenti si possano accontentare di un surrogato raffazzonato che assomiglia in modo improbabile al proprio artista preferito. 

Boicottare Spotify, quindi, non significa rifiutare lo streaming in sé, ma rifiutare un modello specifico, scegliendo alternative più trasparenti, più eque o semplicemente più coerenti con un’idea di musica come bene culturale.

La musica prima dello streaming 

C’è stato un tempo – non così lontano – in cui la musica non era ubiqua, infinita, immediata. I vinili, i CD e le cassette si compravano nei negozi appositi. Si cercavano i dischi in svariati negozi, si chiamavano gli amici di altre città. A volte si aspettavano mesi solo per sentire un album nuovo. Il disco non era un flusso, ma un oggetto con una copertina da osservare e un libretto da leggere. Ascoltare un album significava spesso farlo dall’inizio alla fine, nel preciso ordine pensato dall’artista. Le cassette e i CD masterizzati con i primi duplicatori erano un gesto quasi rituale: si copiava il disco così com’era, oppure si costruivano playlist personali, vere e proprie narrazioni emotive. Regalare una compilation era un atto intimo, non replicabile con un link. Quella lentezza obbligava a dare valore alla musica, a costruire un rapporto più profondo con ciò che si ascoltava. Oggi non si tratta di idealizzare il passato, ma di recuperare parte di quella intenzionalità, anche attraverso strumenti digitali più etici e meno predatori.

1. Bandcamp

Accesso: gratuito per l’ascolto in streaming limitato; a pagamento per l’acquisto della musica.

Cos’è: piattaforma di vendita diretta di musica digitale e fisica.

Perché sceglierla: Bandcamp consente agli artisti di vendere direttamente al pubblico, trattenendo una quota di gran lunga superiore rispetto allo streaming. L’utente può ascoltare gratuitamente, ma soprattutto acquistare e possedere la musica, costruendo una libreria personale. È il riferimento per musica indipendente, sperimentale e per chi vuole sostenere concretamente chi produce cultura. 

2. Apple Music

Accesso: solo a pagamento, tramite abbonamento (con periodo di prova).

Cos’è: servizio di streaming musicale on demand.

Perché sceglierla: Apple Music paga mediamente meglio gli artisti rispetto a Spotify e mantiene un’impostazione meno dipendente dalle playlist. L’album resta centrale e la curatela editoriale ha un ruolo significativo. Non è una scelta “anti-sistema”, ma può essere quella più adatta a chi lavora in ambienti Apple. 

3. Tidal

Accesso: a pagamento, con diversi livelli di abbonamento (spesso con prova gratuita).

Cos’è: piattaforma di streaming orientata alla qualità audio.

Perché sceglierla: Tidal offre formati audio ad alta qualità e si è storicamente distinta per una maggiore attenzione alla remunerazione degli artisti. È particolarmente apprezzata da chi ascolta jazz, hip hop ed elettronica e da chi considera l’ascolto un’esperienza attiva, non un semplice sottofondo.

4. Qobuz

Accesso: a pagamento per lo streaming e per il download dei file.

Cos’è: servizio di streaming e download in alta qualità.

Perché sceglierlo: Qobuz si rivolge a un pubblico attento alla qualità sonora e alla profondità dell’ascolto. Permette non solo di ascoltare in streaming, ma anche di acquistare file audio in qualità studio master. È una piattaforma meno guidata dall’algoritmo e più dalla competenza musicale, ideale per chi ascolta meno musica, ma meglio.

5. SoundCloud

Accesso: gratuito con pubblicità e limitazioni; a pagamento per versioni premium.

Cos’è: piattaforma aperta di pubblicazione e ascolto.

Perché sceglierlo: SoundCloud è un ecosistema creativo prima che un semplice servizio di streaming. Offre accesso gratuito a una quantità enorme di produzioni indipendenti, demo e sperimentazioni. È fondamentale per scoprire nuove scene e linguaggi musicali, soprattutto fuori dai circuiti commerciali. 

6. Deezer

Accesso: gratuito con pubblicità; a pagamento per l’abbonamento completo.

Cos’è: piattaforma di streaming musicale generalista.

Perché sceglierlo: Deezer rappresenta un’alternativa europea a Spotify e ha sperimentato modelli di remunerazione più equi, come il sistema user-centric. Non stravolge l’esperienza dello streaming, ma offre una soluzione più trasparente e meno concentrata.

7. Idagio

Accesso: a pagamento tramite abbonamento (con periodo di prova).

Cos’è: piattaforma di streaming specializzata esclusivamente in musica classica.

Perché sceglierlo: È il punto di riferimento mondiale per chi ascolta musica classica. Permette di cercare per compositore, orchestra, direttore, interprete o periodo storico, offrendo un sistema di catalogazione pensato per chi vuole davvero comprendere ciò che ascolta: in più offre qualità audio elevata e curatela editoriale affidata a esperti del settore.

8. Audius

Accesso: gratuito, con possibilità di funzioni premium per artisti e utenti.

Cos’è: piattaforma di streaming decentralizzata basata su tecnologia blockchain.

Perché sceglierlo: È una piattaforma dove non è una grande azienda a controllare catalogo, ma la comunità stessa tramite tecnologia blockchain. Questo modello consente agli artisti di ottenere una quota di compenso più trasparente e diretta, mantenendo maggiore controllo sulle proprie opere.

Aggiornamento: in una precedente versione dell’articolo Daniel Ex era stato erroneamente indicato come CEO.