Nuovo rialzo dei carburanti oggi, mercoledì 18 marzo: il gasolio sfiora i 2,1 euro al litro nel self service, livello che non si vedeva dal marzo 2022, mentre la benzina si avvicina a 1,86 euro, massimo da fine luglio 2024. Si riduce quasi a zero anche il tradizionale vantaggio delle “pompe bianche”: il differenziale rispetto ai distributori delle grandi compagnie, un tempo intorno ai due centesimi, è ora limitato a pochi millesimi. Secondo Staffetta Quotidiana, Q8 ha aumentato i prezzi di 6 centesimi sulla benzina e 1 sul diesel; Tamoil registra rincari di 4 centesimi sulla verde e 2 sul gasolio.
Coppa d’Africa: dopo 2 mesi il Marocco vince a tavolino
Austria, crolla un’impalcatura: 4 morti
Quattro persone sono morte a seguito del crollo di un’impalcatura in un cantiere nel quartiere residenziale di lusso del nono distretto di Vienna. A dare la notizia è un portavoce della polizia di Vienna, che ha precisato che l’edificio era un antico palazzo del XIX secolo. Secondo un rappresentante sanitario, una quinta persona, un uomo di 45 anni, sarebbe rimasta gravemente ferita. Le indagini sull’incidente sono ancora in corso.
Il PIL non ci rende più felici: la scienza smonta il mito della crescita infinita
C’è un dogma invisibile che governa le nostre vite, una religione laica i cui comandamenti vengono recitati ogni sera nei titoli dei telegiornali: il culto della crescita infinita. Ci hanno insegnato che se il Prodotto Interno Lordo sale, tutto va bene; se scende, è l’abisso. Eppure, osservando le nostre città congestionate, l’ansia generazionale e un pianeta in fiamme, il sospetto che questo indicatore sia una bussola rotta è diventato una certezza. La scienza, oggi, mette il sigillo definitivo: non abbiamo bisogno di produrre di più per stare meglio. Al contrario, il nostro benessere dipende ormai dalla nostra capacità di fermarci.
Mentre la politica si affanna a inseguire decimali di crescita, uno studio rivoluzionario pubblicato su Nature Climate Change e coordinato dai ricercatori dell’ICTA-UAB (Universitat Autònoma de Barcelona) demolisce le fondamenta del produttivismo moderno. La tesi è dirompente nella sua semplicità: nei Paesi ad alto reddito, il legame tra crescita economica e progresso sociale si è spezzato.
I ricercatori hanno dimostrato che esiste una “soglia di saturazione”. Una volta garantiti i bisogni fondamentali – casa, cibo, istruzione, salute – ogni ulteriore incremento del PIL non si traduce in un aumento della longevità o della soddisfazione personale, ma solo in un aumento dello stress ecologico. Lo studio evidenzia come politiche orientate alla “post-crescita” non siano un ritorno bucolico al passato, ma una strategia di sopravvivenza scientificamente fondata. La proposta è la sufficienza, il giusto per tutti e quindi ridurre la produzione di beni superflui e l’obsolescenza programmata per liberare tempo e risorse. Meno ore di lavoro, con sempre più Paesi che inaugurano con successo la settimana lavorativa corta, più servizi pubblici universali. È la transizione da un’economia di accumulatori seriali a un’economia del prendersi cura, di sé, del proprio tempo e degli altri.
Se l’idea di abbandonare il PIL può sembrare un’utopia radicale, la realtà ci dice che il fronte del cambiamento è già ampio. Il Bhutan è stato il precursore con la sua Felicità Interna Lorda, indice normativo che orienta la vita pubblica imponendo che lo sviluppo economico non possa mai avvenire a discapito della conservazione ambientale o della cultura locale, ma oggi il movimento è guidato dalla WEGo (Wellbeing Economy Governments), una partnership che unisce nazioni diverse ma accomunate dalla stessa urgenza: Scozia, Nuova Zelanda, Islanda, Galles e Finlandia.
In Nuova Zelanda, il bilancio dello Stato non viene più valutato solo in termini fiscali, ma sulla base del benessere mentale dei cittadini e della salute dei propri ecosistemi. La Finlandia e l’Islanda hanno integrato il benessere sociale come pilastro della stabilità nazionale, dimostrando che la resilienza di una società si misura dalla solidità dei suoi legami e non dal numero di auto vendute. Il Canada, allo stesso modo, ha adottato quadri di riferimento che mettono la giustizia intergenerazionale al centro delle scelte di bilancio. Anche l’Italia, pur tra mille contraddizioni, monitora dal 2013 il BES (Benessere Equo e Sostenibile), un set di indicatori che affianca al PIL parametri come la qualità dell’aria, la partecipazione sociale e la speranza di vita in salute.
La sfida che la scienza lancia alla politica è culturale prima che economica. Continuare a misurare il progresso attraverso il consumo di risorse in un pianeta finito è, per definizione, un atto di follia. I ricercatori ci dicono che la stabilità climatica e la salute mentale collettiva sono possibili solo se accettiamo di decolonizzare il nostro immaginario dall’ossessione del “più”.
L’Overshoot Day (Giorno del sovrasfruttamento della Terra) è la data in cui l’umanità esaurisce tutte le risorse naturali che il pianeta è in grado di rigenerare in un anno. Da quel momento in poi viviamo “a debito ecologico”, consumando più di quanto la Terra possa sostenere. Nel 2025 la data è stata il 24 luglio, ma in questo 2026 è atteso verso la fine di giugno, quindi sempre più anticipato nel calendario.
Uscire dalla ruota della produttività a tutti i costi non significa rinunciare al benessere, ma al contrario iniziare finalmente a goderselo. Significa scambiare l’iper-consumo con il tempo ritrovato, la competizione forsennata con la collaborazione. La vera notizia, nel 2026, non dovrebbe essere focalizzata su quanto cresceremo quest’anno, ma su quanto saremo capaci di ridare un senso alla parola prosperità. Perché un’economia che cresce sulle macerie del mondo e sull’esaurimento dei suoi abitati non è progresso: è solo un errore di prospettiva.
Israele: aveva denunciato “abusi rituali”, morta la figlia della ministra Orit Strook
Dopo mesi di accuse pubbliche in cui denunciava abusi sessuali e violenze sistematiche in ambito familiare, Shoshana Strook, 34 anni, figlia della ministra israeliana Orit Strook, è stata trovata morta nel Moshav Amirim, vicino Safed, nel nord di Israele. A comunicarlo è stata la madre, titolare della delega agli Insediamenti nel governo Netanyahu e membro della Kenesset per il Partito sionista religioso: «Con il cuore spezzato vi comunico la scomparsa della nostra amata figlia, Shoshana». Le autorità hanno aperto un’indagine che, al momento, non rileva elementi riconducibili a un reato, mentre le prime ipotesi si orientano verso un gesto volontario.
Shoshana Strook aveva costruito un racconto pubblico articolato, affidato a numerosi video e testimonianze diffuse sui social, in cui denunciava abusi sessuali subiti fin dall’infanzia e una violenza protratta nel tempo, inserita – secondo la sua versione – in un contesto familiare e sociale incapace di proteggerla. Poche settimane prima della morte aveva anche lanciato una raccolta fondi, descrivendosi in condizioni di estrema precarietà: senza casa, costretta a spostarsi tra appartamenti di sconosciuti, impossibilitata a lavorare e isolata dalla famiglia. «Non sono più al sicuro», aveva scritto, collegando esplicitamente la propria situazione a una recente aggressione e alle denunce presentate alle autorità. Nel suo racconto, il trauma non appariva come un episodio circoscritto, ma come una condizione permanente, una linea continua dall’infanzia all’età adulta, mai interrotta e mai realmente elaborata. Una testimonianza che, pur priva di riscontri ufficiali investigativi, ha avuto un impatto significativo sul piano mediatico, soprattutto all’estero, in Europa e nei Paesi arabi.
Il punto di svolta si colloca nell’aprile 2025, quando in un video Shoshana aveva formulato accuse dirette contro i genitori e un fratello, delineando un quadro che assumeva i contorni di un sistema organizzato: abusi, materiale pedopornografico prodotto in ambito domestico, minacce per mantenere il silenzio. A sostegno delle sue dichiarazioni, affermava di aver presentato una denuncia formale, inizialmente depositata in Italia, dove si trovava, poi trasmessa alle autorità israeliane. L’unità investigativa Lahav 433 aveva aperto un fascicolo, ma la risposta istituzionale si è accompagnata a un ordine di silenzio e a restrizioni per i media. Nel ricostruire la propria infanzia, Shoshana descriveva un sistema di controllo e violenze iniziate nell’insediamento di Hebron: «A partire dai due anni e mezzo […] mi portavano a cerimonie pedofile». Nella sua testimonianza, ha parlato di manipolazione, droghe e ipnosi come parte di quello che descriveva come un “abuso rituale” che si sarebbe protratto per anni: «Quando avevo 13 anni, mio padre ha iniziato a sfruttarmi sessualmente».
Sul piano politico, la vicenda assume un ulteriore livello di complessità. La madre Orit Strook è tra i leader dell’insediamento di Hebron ed è stata tra le principali promotrici della narrazione sionista sulle violenze sessuali attribuite a Hamas il 7 ottobre 2023, utilizzando quei fatti come elemento centrale del discorso pubblico per legittimare la “risposta militare” di Israele. Quando la figlia l’ha accusata direttamente di violenze e abusi, si è generato un cortocircuito che ha investito la credibilità stessa della comunicazione istituzionale. Un elemento che emerge dal contesto familiare riguarda anche Zviki (Zvi) Strook, fratello di Shoshana, condannato nel 2007 da un tribunale israeliano per il rapimento e la tortura di un giovane palestinese e per aver ucciso un capretto. Secondo le ricostruzioni giudiziarie, la vittima fu sequestrata, legata e sottoposta a violenze, prima di essere ritrovata in condizioni gravi. Per questi fatti, Strook fu condannato a circa 30 mesi di carcere. In risposta alla sentenza, la ministra israeliana si limitò a dichiarare che, “a differenza della Corte, che ha preferito credere ai testimoni arabi, siamo sicuri dell’innocenza di Zvi e siamo feriti dal successo dei suoi nemici e lo aiuteremmo ad affrontare la difficile condanna inflitta su di lui”.
Il racconto mediatico sulla morte di Shoshana si è rapidamente polarizzato: da una parte resta una sequenza di accuse mai confermate; dall’altra, un silenzio istituzionale che non ha chiarito né smentito in modo definitivo le denunce della donna. Il caso Strook non si chiude con la morte della giovane donna, ma lo cristallizza in un punto cieco: priva la vicenda della sua voce principale e rende ancora più difficile distinguere tra ciò che è stato denunciato e ciò che potrà mai essere accertato.
Gli elicotteri militari USA atterrano nel Parco delle Madonie, senza chiedere permesso a nessuno
«Elicotteri Sea Hawks sulla Sicilia». Così, con un post sui propri profili social, l’esercito statunitense ha annunciato un’esercitazione a pochi chilometri da Sigonella. Tra gli scatti pubblicati anche l’atterraggio di due velivoli da guerra al Parco delle Madonie, area naturale protetta che gode di massima protezione ambientale. Da quanto si apprende, l’esercitazione americana sarebbe un atto unilaterale, che ha trovato presto l’indignazione degli enti locali. I sindaci dei 15 Comuni su cui si estende il Parco, unitamente al presidente dell’area protetta, si sono rivolti al governo regionale e al prefetto per chiedere chiarimenti sull’accaduto.
Dal 1981 il Parco delle Madonie è un’area naturale protetta, comprendente 15 Comuni della città metropolitana di Palermo, per un’estensione di circa 40mila ettari. Si tratta del luogo con la più alta biodiversità di tutta la Sicilia, il che lo rende oggetto di particolari tutele, come la limitazione delle attività antropiche. Si comprende dunque l’indignazione di cittadini e amministratori locali nel vedere un simbolo della propria terra trasformato in teatro bellico, il tutto tagliando fuori i presidi democratici locali. «Gli elicotteri MH-60S Sea Hawks assegnati alla Helicopter Sea Combat Squadron (HSC) 28 conducono un volo di addestramento sul monte Etna vicino alla stazione aerea navale Sigonella, Sicilia», scrive l’esercito statunitense. Anche senza menzione esplicita, è stato riconosciuto negli scatti Piano Catarineci quale luogo di atterraggio di due elicotteri da guerra americani. Piano Catarineci ricade nella zona A (massima tutela ambientale) del Parco delle Madonie e gode dello status di Zona Speciale di Conservazione (ZSC), inserita nella rete europea Natura 2000. Quest’ultima è una rete di siti di interesse comunitario creata dall’Unione europea per la conservazione della biodiversità.
«L’atterraggio di elicotteri da guerra della U.S. Navy nel cuore della Sicilia, a Piano Catarineci, non è solo una questione ambientale: è l’ennesimo atto che rischia di trascinare la nostra Isola e l’Italia in uno scenario di tensione bellica senza che vi sia stata alcuna informazione o dibattito democratico», ha dichiarato Valentina Chinnici, deputata e vicesegretaria dem in Sicilia. Chinnici si è unita alla protesta di sindaci e presidente del Parco delle Madonie, presentando un’interrogazione urgente a Renato Schifani, presidente della Regione Sicilia. «Dobbiamo sapere con urgenza — continua Chinnici — se Schifani e la Prefettura fossero stati avvisati, e chi ha autorizzato questo piano di volo. Non possiamo permettere che la Sicilia venga percepita come una portaerei in balia di decisioni prese altrove, senza alcuna legittimazione da parte degli organismi europei e internazionali e in spregio alla sovranità nazionale». Già aveva fatto discutere nei giorni scorsi l’intenso traffico aereo a Sigonella, dovuto al supporto logistico agli USA impegnati nella guerra con l’Iran.
Al momento Renato Schifani non ha rilasciato dichiarazioni pubbliche su quanto accaduto al Parco delle Madonie. Il silenzio delle autorità regionali e nazionali, unitamente al bypass degli enti locali, parrebbe evocare i contorni di un’azione totalmente unilaterale degli USA. D’altronde resta difficile da capire come un’esercitazione militare possa superare le stringenti limitazioni ambientali disposte per un’area protetta quale il Parco delle Madonie, per di più nel Piano Catarineci, che ricade nella zona A, la più attenzionata.
Kabul, raid su ospedale: “Il Pakistan ha ucciso 400 persone”
L’Afghanistan ha accusato il Pakistan di aver effettuato un attacco aereo contro un ospedale di riabilitazione per tossicodipendenti a Kabul. Le autorità locali, citate da Reuters, parlano di almeno 400 persone uccise e 250 feriti. Il Pakistan ha respinto le accuse, spiegando di aver attaccato esclusivamente avamposti militari dei talebani. L’agenzia francese Afp presente sul posto ha invece confermato la distruzione del centro riabilitativo, riportando l’estrazione di decine di corpi dalle macerie.









