Mentre la repressione dei movimenti per la Palestina non accenna a fermarsi, la giustizia continua a sospendere i procedimenti contro le persone colpite da misure cautelari. Il tribunale amministrativo regionale della Lombardia ha disposto la sospensione di 3 misure cautelari nei confronti di altrettanti manifestanti coinvolti nei fatti del 22 settembre, e negli scontri presso la stazione centrale di Milano. Alle persone interessate, una studentessa di 21 anni e due minori, era stato imposto un divieto di due anni di stazionare vicino a locali e attività di diverse aree del capoluogo meneghino, e uno di un anno di accedere alla stazione Centrale, ai treni, alla metro e alle aree a essa limitrofe. Una seconda manifestante di 21 anni è ancora soggetta al provvedimento, ma il TAR dovrebbe disporre la sospensione anche nel suo caso. Per i due minori è stato inoltre sospeso il processo, e sono stati disposti nove mesi di lavori socialmente utili.
La sospensione del Tar accoglie il ricorso dei legali dei giovani milanesi, annullando temporaneamente l’applicazione delle misure cautelari. Il TAR giudica le contestazioni degli avvocati dei ragazzi non «implausibili», sostenendo che «l’ampio perimetro dei luoghioggetto dei divieti di accesso appare incongruo, in base al principio di proporzionalità». La questione sarà comunque trattata in udienza. Il tribunale per i minorenni di Milano, inoltre, ha preferito ricorrere alla formula del rito abbreviato per entrambi i ragazzi colpiti dalle misure – entrambi 17enni liceali di Milano – disponendo nove mesi di messa alla prova con sospensione del processo e un percorso di lavori socialmente utili; se tale percorso dovesse venire valutato positivamente, i reati contestati – resistenza aggravata e danneggiamento – verranno estinti. I daspo nei confronti dei quattro indagati erano stati emessi lo scorso 1 ottobre; inizialmente, i minori erano stati sottoposti ai domiciliari, provvedimento annullato il 9 ottobre e sostituito con alcune prescrizioni come l’obbligo di frequenza a scuola.
Il caso dei ragazzi milanesi non è il primo episodio di repressione dei movimenti per la Palestina; nelle ultime settimane, stanno arrivando multe, denunce e arresti a decine di persone in tutta Italia; il loro non è neanche il primo caso di annullamento o sospensione delle misure da parte di un tribunale. Uno dei casi più noti è quello di Mohamed Shahin, imam di una moschea di Torino sottoposto a decreto di espulsione per avere affermato che il 7 ottobre fosse un atto di resistenza dopo secoli di soprusi. Lo scorso 15 dicembre, Shahin era stato liberato dalla Corte d’Appello, che ha smentito tutte le accuse mosse contro di lui. Analogamente, il Tribunale del Riesame di Genova ha disposto la scarcerazione di tre persone coinvolte nel cosiddetto caso dei “fondi ad Hamas”; gli indagati erano stati sottoposti a misure cautelari sulla base di accuse formulate «per la maggior parte» dalle autorità israeliane, che sostengono che essi siano coinvolti in una rete di finanziamento illecito ad Hamas, foraggiando l’organizzazione con donazioni a enti benefici. Il Riesame ha messo in discussione l’assunto più delicato dell’inchiesta: che materiale di intelligence militare, raccolto in un contesto di guerra, possa diventare automaticamente prova processuale.
Una confisca da 37 milioni di euro è stata eseguita dalla Guardia di Finanza di Roma nei confronti di un imprenditore e di un commercialista di Anzio. Il sequestro, che riguarda contanti, auto sportive, orologi di lusso, ville, aziende e partecipazioni societarie, dà attuazione a un decreto della Corte d’Appello dopo una sentenza definitiva della Cassazione. I due sono stati condannati a oltre quattro anni di carcere. L’inchiesta coinvolge più di quaranta indagati e ha ricostruito un complesso sistema di frode fiscale riconducibile a un’organizzazione criminale, sostenuta da professionisti compiacenti e da numerosi prestanome.
Lo scorso dicembre Rosalía ha annunciato il suo nuovo tour mondiale, pensato per accompagnare l’uscita di Lux, il suo ultimo album, accolto con entusiasmo quasi unanime da pubblico e critica. La popstar catalana farà tappa anche in Italia: un’unica data, il 25 marzo, al Forum di Assago. Un evento attesissimo, come dimostra un dato su tutti: i biglietti sono andati esauriti nel giro di poche ore. A colpire, però, non è solo la rapidità con cui i ticket sono stati polverizzati, ma soprattutto i prezzi. Si parte da 55 euro per i posti in alto, a visibilità ridotta, quelli in cui l’esperienza del concerto è affidata più alla speranza di un buon maxischermo che alla vista diretta dello spettacolo. Si arriva a 92 euro per il parterre in piedi, che però non consente di avvicinarsi davvero al palco. Ci si ferma a metà strada. Da lì in avanti si entra in un altro territorio. È qui che i prezzi smettono di essere semplicemente alti e diventano esorbitanti: 103 euro per i posti in piedi nella sezione più vicina, fino ai pacchetti VIP, che promettono accessi privilegiati, cocktail di benvenuto, gadget esclusivi e perfino una “cabina fotografica” a disposizione per l’immancabile selfie da esibire sui social. Il tutto alla modica cifra di 428,50 euro.
Il caso di Rosalía, che dopo il successo del precedente disco Motomami è entrata stabilmente nel gotha del pop internazionale, non è affatto isolato, né tantomeno il più estremo. I pacchetti VIP per il concerto di Lady Gaga, che si è tenuto a ottobre sempre ad Assago, arrivavano a sfiorare i 700 euro, mentre per un posto in piccionaia si pagavano comunque 64 euro. Prezzi che fino a pochi anni fa sarebbero sembrati impensabili per concerti al chiuso, in spazi peraltro dall’acustica discutibile.
Evoluzione o deriva?
Sono cifre che raccontano l’evoluzione, o forse la deriva, del mercato dei concerti dal vivo. Un mercato che ha conosciuto una espansione obbligata quando lo streaming ha eroso drasticamente i guadagni provenienti dalla vendita dei dischi, costringendo artisti e case discografiche a cercare soldi nelle performance dal vivo. Che ha accumulato aspettative nel biennio 2020-2022, quando la pandemia ha bloccato tour e festival, e che è esploso negli anni immediatamente successivi, alimentato dalla voglia del pubblico di “tornare fuori”, di vivere esperienze collettive dopo mesi di isolamento. Oggi, però, qualcosa sembra essersi inceppato. L’aumento generalizzato dei prezzi, non solo dei biglietti ma anche di trasporti, alloggi e merchandising, sta progressivamente restringendo il pubblico dei concerti, rendendoli accessibili soprattutto a chi ha una maggiore disponibilità economica o è disposto a sostenere sacrifici significativi. Andare a un live non è più una abitudine, per molti è diventata una eccezione se non addirittura un lusso. Eppure, nonostante questi segnali, il settore continua a crescere. Promoter, artisti e case discografiche sembrano spinti da una logica che non ammette rallentamenti: nel mercato della musica dal vivo si può solo accelerare. Ma proprio questa corsa in avanti sta dando al sistema i contorni sempre più evidenti di una bolla speculativa. Una bolla che, secondo molti, è destinata, prima o poi, a scoppiare.
Quando il sistema si è capovolto
Rosalía: il caso dei biglietti esauriti in pochi minuti mette in luce le distorsioni del mercato degli eventi musicali
Nel 1999 il mercato della vendita dei dischi era al suo massimo storico. Il fatturato mondiale della musica era stimato intorno ai 29 miliardi di dollari, che oggi sarebbero circa 50 miliardi di euro. La stragrande maggioranza dei ricavi, oltre il 90%, proveniva dalla vendita di supporti fisici, in particolare dai CD, che rappresentavano il cuore dell’industria musicale. In quel contesto i concerti non erano considerati una grande opportunità di guadagno in sé, ma soprattutto uno strumento promozionale. Servivano a far conoscere l’artista, a rafforzare il rapporto con il pubblico e a spingere le vendite dell’album. Il modello era chiaro: la band andava in tour, coinvolgeva il pubblico dal vivo e passava all’incasso nei mesi successivi vendendo i dischi. Nel giro di 20 anni il sistema si è completamente ribaltato. Internet, prima con Napster e il file sharing e poi con Spotify e lo streaming, ha progressivamente eroso il mercato della vendita dei dischi. In Italia, ad esempio, i ricavi da cd e vinili rappresentano una quota marginale mentre è la musica dal vivo a trainare il mercato. Il rapporto diffuso a ottobre da Assoconcerti parla di 38.911 live realizzati nel 2024 per un guadagno sulla vendita dei biglietti di quasi un miliardo e un indotto (ospitalità, trasporti, ricadute sul turismo) stimato in 4,5 miliardi.
Il risultato è un’inversione totale del modello economico: oggi gli artisti pubblicano dischi principalmente per attrarre il pubblico e passano all’incasso attraverso i concerti, diventati la principale fonte di reddito per musicisti, management e promoter. In altre parole, il live ha preso il posto che un tempo avevano i dischi: non più promozione, ma vero centro del sistema economico della musica. Il risultato è presto detto: in una intervista del 1993, diventata virale, Kurt Cobain si scandalizzava perché Madonna vendeva i biglietti dei suoi concerti a 50 dollari. Oggi un live della stessa artista ha un prezzo medio di 200 euro, senza contare i famigerati pacchetti vip che superano tranquillamente i 500.
La fabbrica dei prezzi
Per il ritorno live degli Oasis, annunciato nel 2024, i prezzi dei biglietti sono schizzati verso l’alto nel giro di poche ore, con differenze anche di centinaia di euro tra chi ha acquistato all’apertura delle vendite e chi si è collegato più tardi
Non basta però solo il ribaltamento del modello economico a spiegare l’aumento dei prezzi. Le cifre attuali sono il risultato di una somma di fattori che si alimentano a vicenda.
Da un lato c’è l’aumento dei costi di produzione: tour sempre più complessi, scenografie imponenti, trasporti, assicurazioni, personale tecnico specializzato, sicurezza. Mettere in piedi un concerto oggi costa molto più che dieci o quindici anni fa, e questo si riflette inevitabilmente sul prezzo finale dei biglietti. Dall’altro lato, però, c’è una pressione crescente a “massimizzare” ogni evento, perché ogni concerto deve compensare la fragilità dei ricavi discografici e sostenere un’intera filiera che vive ormai quasi esclusivamente di live. In questo contesto entrano in gioco pratiche sempre più aggressive. Una di queste è la costruzione artificiale dell’evento come “imperdibile”, anche quando i numeri reali raccontano una storia diversa. Ha fatto discutere, nei mesi scorsi, il caso sollevato da Federico Zampaglione, cantante di Tiromancino, che ha denunciato pubblicamente il meccanismo dei cosiddetti “finti sold out”: concerti dichiarati esauriti grazie a una combinazione di biglietti omaggio, acquisti interni o riempimenti strategici, utili più a sostenere una narrazione di successo che a fotografare una reale domanda del pubblico. Un sistema che serve a giustificare cachet più alti, tour più ambiziosi e, soprattutto, prezzi crescenti. Ancora più esplicito è il ricorso al dynamic pricing, in cui il prezzo del biglietto varia in tempo reale in base alla domanda. Il caso degli Oasis è emblematico: per il loro ritorno live, annunciato nel 2024, i prezzi dei biglietti sono schizzati verso l’alto nel giro di poche ore, con differenze anche di centinaia di euro tra chi ha acquistato all’apertura delle vendite e chi si è collegato più tardi. Un meccanismo che, pur essendo legale, sposta definitivamente il concerto da evento culturale a prodotto finanziario. Ed è proprio questo il punto: i concerti sono eventi, gli eventi sono prodotti commerciali, e i loro guadagni diventano asset di mercato su cui costruire strategie di profitto. Esattamente come si fa con i titoli finanziari, i diritti sportivi, il mercato immobiliare e il succo d’arancia congelato.
Fino a qui tutto bene
Il rischio di questo sistema è evidente. Quando i prezzi crescono più velocemente della capacità di spesa del pubblico il mercato smette di allargarsi e inizia a restringersi. Alcuni concerti cominciano a faticare, le cancellazioni aumentano, i palazzetti si riempiono solo grazie a sconti last minute o strategie opache. È in quel momento che una crescita apparentemente solida può rivelarsi una bolla speculativa. Una bolla costruita sull’idea che il live possa continuare a sostituire indefinitamente tutto ciò che la musica ha perso altrove. Una bolla che, se dovesse scoppiare, rischierebbe di riportare il settore a una brusca correzione, lasciando sul campo artisti, lavoratori e pubblico. Perché se è vero che il sistema si è capovolto, è altrettanto vero che nessun sistema può crescere all’infinito senza prima o poi fare i conti con i propri limiti.
L’ONU ha annunciato che invierà più truppe ad Haiti. A dare la notizia è l’inviato speciale delle Nazioni Unite per Haiti Carlos Ruiz, che ha affermato che i primi soldati arriveranno ad aprile e che la forza dovrebbe raggiungere il proprio pieno, composto da 5.500 unità, entro la fine dell’estate. I caschi blu andranno a unirsi ai circa 1.000 poliziotti esteri – prevalentemente kenyoti – presenti nel Paese. La missione dell’ONU è stata approvata dal Consiglio di Sicurezza lo scorso settembre per fare fronte alla escalation di violenze delle bande armate.
«È passato un anno, e non è cambiato nulla». È con queste parole che, un giorno dopo l’approvazione dell’iter d’urgenza per un prestito da 90 miliardi da parte dell’UE, Zelensky ha iniziato il proprio discorso a Davos. Il bersaglio delle accuse del presidente ucraino è proprio l’Unione, giudicata immobile, incapace di agire, debole. «L’Europa deve sapere come difendere sé stessa», ha detto Zelensky; per farlo, naturalmente, dovrebbe orientare tutti i propri sforzi contro Putin, creando un esercito comune, sequestrando petroliere moscovite, e usando i beni russi congelati contro la Federazione. Nel frattempo, gli Stati Uniti rimarranno l’alleato numero uno di Kiev, perché «il sostegno di Trump è necessario». Il primo tavolo inizierà oggi stesso ad Abu Dhabi, e per la prima volta saranno presenti rappresentanti statunitensi, ucraini e russi; l’Europa, ancora una volta, rimane esclusa dalle trattive, relegata al ruolo di finanziatrice esterna, senza alcun peso politico.
Il discorso di Zelensky è iniziato con una insolita citazione a Groundhoog day (in italiano Ricomincio da capo), film statunitense in cui il protagonista è intrappolato in un loop temporale. Questa situazione, per Zelensky, sarebbe proprio quella in cui si troverebbe l’Europa. Durante il suo intervento, il presidente ucraino ha lanciato duri attacchi contro i propri alleati del Vecchio Continente, accusandoli di essere incapaci di agire. L’Europa, secondo Zelensky, sarebbe stata succube di Putin nella scelta di non approvare l’impiego degli asset russi congelati per finanziare l’Ucraina, o non fornendo missili a lungo raggio a Kiev. I 90 miliardi – di cui 60 destinati all’industria bellica – appena proposti e il programma di acquisto di armi dagli USA da donare a Kiev non sono stati menzionati. Nel suo discorso, Zelensky non ha risparmiato neanche la cosiddetta “coalizione dei volenterosi”: «Stiamo facendo tutto il possibile per garantire che la nostra coalizione di volenterosi diventi davvero una coalizione d’azione. E ancora, tutti sono molto positivi, ma – sempre ma – è necessario il sostegno del presidente Trump. Nessuna garanzia di sicurezza funziona senza gli Stati Uniti».
In generale, il discorso di Zelensky si può riassumere proprio con quest’ultimo punto: l’Europa, ritiene il presidente, è debole, frammentata e passiva, e fintanto che non costituirà un blocco unico e non risponderà più duramente alla Russia continuerà a essere un bersaglio fragile per i grandi potentati. Nel frattempo, evidentemente, resta buona solo per finanziare Kiev, ed evitare che l’Ucraina collassi; il vero – e unico – partner politico di Kiev è Trump. Al contrario dell’UE, infatti, gli USA agiscono, tanto che «oggi Maduro è a processo a New York, Putin no», ha detto Zelensky, forse suggerendo all’Europa di organizzare una missione per rapire il presidente russo. Proprio i rappresentanti di Trump oggi parteciperanno al primo incontro trilaterale tra USA, Ucraina e Russia. Gli incontri si terranno nella capitale emiratina, e si estenderanno anche a domani. Per parte statunitense dovrebbero essere presenti il braccio destro diplomatico di Trump Steve Witkoff e il suo genero ed inviato speciale nel suo primo mandato Jared Kushner, ma potrebbe presenziare anche il segretario dell’esercito, Dan Driscoll; l’Ucraina invierà il solito incaricato dei negoziati, Rustem Umerov, il capo di stato maggiore Kyrylo Budanov, e il consigliere diplomatico Serhii Kyslytsia, assieme ad altri funzionari militari e di intelligence; la Russia dovrebbe inviare Kirill Dmitriev, accompagnato da funzionari dell’intelligence.
Per la prima volta da oltre cinquant’anni, la produzione di elettricità da carbone è diminuita contemporaneamente in Cina e in India. È successo nel corso dell’ultimo anno e riguarda i due Paesi che, da soli, consumano più carbone di qualsiasi altra economia al mondo. Cina e India sono state infatti responsabili di oltre il 90% dell’aumento delle emissioni globali di anidride carbonica tra il 2015 e il 2024. Secondo un’analisi del Centre for Research on Energy and Clean Air, commissionata da Carbon Brief - che si occupa di scienza e politica del cambiamento climatico - l’elettricità prodotta d...
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«Non vogliono i nostri prodotti». L’agricoltura israeliana, storicamente fiore all’occhiello dell’export nazionale, è oggi sull’orlo del collasso per il crollo della domanda sui mercati esteri, soprattutto europei. Agrumeti e piantagioni di mango registrano continue cancellazioni e vendite azzerate, effetto diretto del boicottaggio internazionale che sta isolando i prodotti israeliani dal commercio globale. Nei campi la frutta marcisce sugli alberi, mentre il settore perde redditività. Nonostante ciò, i coltivatori dichiarano di preferire la distruzione dei raccolti anziché prendere in considerazione l’ipotesi di venderli a Gaza.
Gli agrumeti di comunità agricole come il kibbutz Givat Haim Ichud ed Ein Hahoresh sono diventati l’emblema di un mercato in affanno, come mostrano i reportage dell’emittente Kan 11. I coltivatori raccontano che le commesse europee – un tempo pilastro dell’export di Tel Aviv – vengono progressivamente annullate. Il servizio andato in onda a fine novembre 2025, intitolato “Fine della stagione delle arance”, è ambientato proprio a Givat Haim Ichud, dove i frutteti sorgono accanto ai resti di Khirbet al-Manshiyya, villaggio palestinese distrutto nel 1948. Qui, il responsabile delle coltivazioni, Nitzan Weisberg, avverte che l’intero comparto rischia di essere smantellato per l’assenza di sbocchi esteri. Se la situazione dovesse aggravarsi, conclude, l’esito sarebbe inevitabile: il “collasso”. «La frutta israeliana, pur di alta qualità, oggi è meno richiesta in Europa», afferma Gal Alon, gestore dei frutteti del kibbutz Ein Hahoresh, che oggi vende a perdita o rinuncia del tutto all’export. Il simbolo di questa crisi è la celebre marca delle arance di Jaffa: da decenni brand riconosciuto sui mercati esteri, è praticamente scomparso dalle esportazioni, segno di una domanda in caduta libera. «Prima della guerra, esportavamo alcune [arance] in Scandinavia», afferma Daniel Klusky, Segretario Generale dell’Organizzazione Israeliana degli Agrumicoltori. «Ma dopo la guerra, non abbiamo esportato nemmeno un container».
Non va meglio per la stagione dei mango, una delle principali esportazioni israeliane verso il mercato europeo. In diversi casi, tra 700 e oltre 1000 tonnellate di frutta non sono state raccolte perché non vi era mercato per venderle, e molte di queste sono rimaste a marcire sugli alberi. I produttori stimano perdite ingenti, con alcuni agricoltori che vedono rotolare tonnellate di prodotto invenduto a causa della contrazione dei canali commerciali abituali. Anche di fronte a perdite ingenti, molti produttori dichiarano di preferire la distruzione dei raccolti anziché prendere in considerazione le alternative. Moti Almoz, generale in pensione ed ex portavoce militare, oggi coltivatore di mango, lo afferma senza esitazioni: non venderà mai a Gaza, nemmeno se questo potesse garantirgli un guadagno. «Se c’è il rischio che io perda soldi perché questo mango diventa un interesse di Hamas, allora preferisco perdere soldi», dice, rendendo esplicita una scelta che antepone l’ideologia alla sopravvivenza economica.
A complicare il quadro si aggiungono i fattori logistici: la navigazione attraverso il Mar Rosso è stata influenzata dal blocco dei ribelli Houthi, costringendo le navi a lunghe rotte alternative più costose, con effetti negativi sui tempi di consegna e sulla qualità dei prodotti freschi. Ma la crisi non può essere ridotta a un semplice problema di trasporti. Le difficoltà dell’agricoltura israeliana si collocano dentro una reazione globale ai crimini commessi nella Striscia di Gaza e alla crescente diffusione di campagne di boicottaggio. In Europa, quando esiste un’alternativa, importatori e distributori scelgono altri fornitori, relegando i prodotti israeliani ai margini del mercato. Per decenni, l’export agricolo ha garantito stabilità economica e sostegno alle comunità rurali; oggi la perdita di mercati storici non colpisce soltanto i bilanci, ma incrina anche l’immagine stessa del “brand” nazionale, esposto alla pressione di consumatori sempre più consapevoli. L’esperienza storica insegna che, quando è coerente e condiviso, il boicottaggio smette di essere un gesto simbolico e diventa uno strumento reale di cambiamento: l’azione dal basso dimostra come scelte collettive possano incidere su equilibri che sembravano intoccabili.
La cronaca ormai è nota: all’alba del 3 gennaio il presidente Trump ha riapplicato la vecchia dottrina Monroe, in base alla quale gli USA si arrogano il diritto imperiale di rovesciare a proprio piacimento gli altri governi americani, e con un’operazione illegale ha rapito il presidente venezuelano Nicolás Maduro, che ora si trova detenuto con la surreale accusa di essere a capo di una banda di narcotrafficanti. Al posto del presidente venezuelano siede ora la sua vice, Delcy Rodríguez, alla quale il boss nordamericano ha intimato di fare quello che chiede – ossia abbandonare ogni velleità socialista e reinsediare al posto di comando dell’economia le multinazionali statunitensi – oppure di abituarsi all’idea di avere una sorte peggiore di quella occorsa al suo predecessore. Una mossa con la quale la Casa Bianca intende porre fine a 26 anni di storia in cui il Venezuela, prima con il presidente Chavez e poi con Maduro, ha rappresentato una spina nel fianco per gli USA. Per capire cosa potrebbe succedere ora nel Paese con le più ricche riserve petrolifere mondiali abbiamo fatto una chiacchierata con Geraldina Colotti, giornalista – direttrice dell’edizione italiana di Le Monde Diplomatique e del sito d’informazione Resumen Latinoamericano – tra le maggiori esperte di Venezuela e residente a Caracas. Il suo, giusto specificarlo, è un punto di vista militante, di un’attivista che non si è limitata a raccontare il Venezuela ma ha supportato attivamente il chavismo. Non per questo la sua testimonianza perde valore. Anzi, e questo è il motivo per cui L’Indipendente ha deciso di ospitarla, fornisce una chiave di lettura preziosa e impossibile da trovare sui media liberali e governativi, che in Venezuela hanno scelto da sempre di stare dalla parte della cosiddetta “opposizione democratica” filo-americana.
Le reazioni del popolo venezuelano
L’invasione statunitense al Venezuela si inserisce all’interno di una strategia di attacco e di depredazione che gli USA stanno conducendo nei confronti di Paesi con ricorse minerali ed energetiche strategiche: nel caso del Venezuela il petrolio, in quello della Groenlandia – altro Paese nelle mire trumpiane – le terre rare. Il Paese sudamericano possiede le risorse petrolifere più abbondanti al mondo, ricchezza che spiega gli obiettivi USA e la sproporzionalità dell’attacco del 3 gennaio avvenuto, come ci spiega Colotti che abita a poca distanza dal principale luogo colpito di Caracas, «con droni e con una potenza di fuoco e impiego di mezzi bellici tecnologici di ultimissima generazione, compresa una tempesta magnetica». A Caracas, lo scontro armato è durato oltre due ore e ha causato la morte di oltre cento persone e altrettanti feriti, molto gravi, non solo tra i militari ma anche tra i civili. Il luogo in cui sono stati sequestrati Maduro e Flores non ospita solo la più grande cittadella militare della capitale. A Fuerte Tiuna c’è, infatti, anche il più grande agglomerato di case popolari costruite dal governo.
I venezuelani definiscono ”aggressione” l’attacco degli Stati Uniti. «La patria non è in vendita», hanno gridato i manifestanti a Caracas
Sebbene non siano stati puntati i riflettori verso la risposta del popolo venezuelano, Colotti ci racconta che all’indomani dell’invasione, la popolazione di Caracas ha marciato verso il palazzo presidenziale per riunirsi, discutere e respingere il sequestro del presidente. «Da allora, ogni giorno vi sono marce di tutti i settori popolari in appoggio al governo, che si aprono e si concludono con tribune pubbliche a microfono aperto. In tutte le città si stanno dispiegando artisti, poeti, cantanti, ballerini e saltimbanchi per parlare di “pace con giustizia sociale” e non di vendetta». A provocare un forte impatto emotivo sulla popolazione sono state anche alcune scelte di Maduro e Flores: la decisione della donna di seguire il proprio compagno pur non essendo bersaglio delle forze USA e, soprattutto, l’atteggiamento di Maduro e Flores che, dopo aver respinto le accuse e aver rifiutato il patteggiamento, si sono dichiarati prigionieri politici. Il popolo sembra dunque essere sceso in piazza a sostegno del proprio presidente – o forse soprattutto in contrarietà con l’invasione USA – nonostante negli anni il governo Maduro abbia adottato misure contraddittorie e violente tra cui l’incarcerazione di numerosi oppositori. La politica di Caracas ha fatto sì che quasi sette milioni di venezuelani siano emigrati in altri Paesi dell’America Latina, un numero più che consistente per un Paese di nemmeno trenta milioni di persone.
L’escalation di Trump
Ci riferisce Colotti che nelle strade di Caracas non si vedono carri armati, ma è stata predisposta un’ulteriore attivazione del meccanismo di «sicurezza integrale» civico-militare che rende partecipe la popolazione. In sostanza, «il decreto autorizza la mobilitazione delle milizie bolivariane e il coordinamento diretto con le comunas – territori di autogoverno in cui si esercita il potere popolare diretto – e con i “corpi combattenti” che agiscono all’interno delle fabbriche con le milizie operaie». Ogni territorio, ogni comuna, è una unità di difesa “integrale”: in Venezuela «la legge riconosce che la sovranità non sia solo garantita dai soldati di professione, ma dalla “fusione” tra popolo e Forza armata nazionale bolivariana (Fanb)». In questo scenario la lotta armata sembra una possibilità reale: rimanendo in ascolto dell’aria che tira in Sud America, laddove l’imperialismo statunitense dovesse aumentare la sua aggressività nei confronti dei Paesi latini, per gli Stati Uniti si potrebbe prospettare «un altro Vietnam». La presunzione coloniale statunitense ha portato a una vera e propria escalation che ha visto Trump passare dalle accuse internazionali, agli omicidi di pescatori nei Caraibi, alla pirateria con le petroliere, al sequestro del presidente di un Paese, un’arroganza che il Venezuela, ma anche altri Paesi sudamericani, sembrano voler rimandare al mittente. Ci spiega ancora Colotti che, data la situazione sempre più tesa, Maduro aveva delineato la possibilità che le lavoratrici e i lavoratori si armassero per difendere le fabbriche e le risorse petrolifere oggetto del desiderio di Trump e organizzassero uno sciopero a oltranza: è bene ricordarsi che «dai tempi di Chávez, il processo bolivariano si definisce “una rivoluzione pacifica, però armata”». In Venezuela, dunque, sebbene non si voglia raccogliere la provocazione USA, non viene nemmeno accolta l’idea di un pacifismo astratto che escluda come scenario l’uso della violenza per difendersi dalle mire dell’imperialismo occidentale.
Ci sono state numerose marce in solidarietà al popolo venezuelano in giro per il mondo. Il cartello recita «Niente più sangue per il petrolio»
Quella messa in atto dagli Stati Uniti sembra a tutti gli effetti una risposta reazionaria davanti a processi di emancipazione che escludono il dominio USA. Per questo motivo è realistico temere una futura aggressione nei confronti di Messico, Colombia e Cuba. Anche Colotti è di questo stesso avviso: «vi sono diverse ragioni per cui Trump potrebbe arrivare ad attaccare altri Paesi latini. Intanto il suo dichiarato progetto egemonico della dottrina Monroe per l’America Latina – per cui l’America Latina rientra nella sfera d’influenza USA –, con l’obiettivo di appropriarsi delle risorse e scalzare la Cina. Per questo, Trump ha la necessità di assumere il controllo politico, direttamente o mediante presidenti fantoccio. Ha anche la necessità di “distrarre” l’opinione pubblica statunitense dalle lacerazioni interne e dalla crisi strutturale che attanaglia il sistema capitalista».
Caccia ai comunisti
Quello a cui si sta assistendo sembra essere un ritorno al maccartismo. L’esasperata repressione nei confronti di persone, gruppi e comportamenti ritenuti filo comunisti e quindi sovversivi si scorge da diverse prese di posizioni assunte dalle cosiddette “maggiori democrazie mondiali”. Sempre più spesso, chiunque assuma un pensiero critico nei confronti dell’occidente imperialista viene identificato come nemico. Pensiamo a come l’ambasciatore israeliano all’ONU Danny Danon abbia apostrofato Francesca Albanese con il termine “strega” perché responsabile di denunciare il genocidio palestinese, a come la fumettista italiana Elena Mistrello sia stata respinta alla frontiera francese e rimpatriata in Italia dopo essere stata dichiarata “una grave minaccia per l’ordine pubblico francese” perché attiva in contesti politici, a come, tornando in Venezuela, sia stato catturato il presidente con l’accusa di narcoterrorismo. In quest’ottica può essere letta anche l’assegnazione del Premio Nobel della Pace 2025 a María Corina Machado, leader dell’opposizione venezuelana, golpista filo-americana e grande sostenitrice del governo di Netanyahu.
Il progetto rivoluzionario venezuelano
In queste settimane, dopo l’attacco statunitense e la liberazione del cooperante italiano Alberto Trentini, il Venezuela è un argomento molto dibattuto e con esso anche le problematicità del governo Maduro e, precedentemente, di quello Chávez. A tal proposito, abbiamo chiesto a Geraldina Colotti in cosa consiste secondo lei l’esperimento sociale della rivoluzione bolivariana. Queste le sue parole: «Il progetto bolivariano è un esperimento di socialismo del XXI secolo che mette al centro la democrazia partecipativa e protagonista. Non è solo un sistema di governo, ma un ribaltamento del potere: il popolo non è più un semplice elettore, ma il soggetto attivo che gestisce le risorse e decide il proprio destino attraverso i Consigli Comunali e le Comuni. L’obiettivo è la sovranità piena: politica, alimentare e tecnologica, per uscire dalla dipendenza del modello estrattivista e neoliberista. Nonostante il blocco economico criminale, i risultati parlano di un modello di vita che protegge. Il diritto alla casa, la ridistribuzione della ricchezza, la coscienza politica e l’organizzazione popolare. Oggi il popolo venezuelano ha una coscienza di classe e di patria (intesa come progetto regionale e di “patria come umanità”) che gli permette di resistere ad aggressioni esterne che avrebbero fatto crollare qualsiasi altro Paese. La vera conquista non è però ciò che è stato costruito, ma il fatto che, nonostante i bombardamenti e il blocco, il popolo venezuelano non ha rinunciato al proprio progetto. È una rivoluzione della dignità. E lo sta dimostrando in questi giorni».
La Colombia ha annunciato che sospenderà le vendite di elettricità all’Ecuador e che imporrà una tariffa del 30% su 20 prodotti del Paese vicino. La mossa arriva in risposta a un annuncio rilasciato ieri dal presidente ecuadoregno, Daniel Noboa, che ha dichiarato che il Paese avrebbe imposto una tariffa del 30% su tutti i beni in entrata dalla Colombia a partire dal 1° febbraio. Tale decisione è stata motivata dall’Ecuador per ragioni di deficit commerciale e di «mancata collaborazione» sul fronte della sicurezza e del narcotraffico.
Nell’arco di quarant’anni, la spesa sanitaria privata delle famiglie italiane è più che raddoppiata, attestandosi a una cifra pari a 43 miliardi di euro. È quanto emerge dal 21esimo rapporto DEL Centro per la Ricerca Economica Applicata in Sanità (CREA), secondo il quale, nel medesimo periodo, la copertura pubblica della spesa sanitaria è scesa dall’81% al 72,6%. Oltre il 70% dei nuclei familiari sostiene oggi costi di tasca propria, una quota cresciuta di 19 punti percentuali dagli anni Ottanta. L’aumento ha colpito soprattutto le famiglie più povere e meno istruite, che spendono fino al 6,8% del loro reddito in sanità, contro il 4,3% delle famiglie benestanti.
Nel report, il CREA ha tracciato un’analisi retrospettiva delle performance del SSN. I dati rivelano che la sostenibilità del sistema pubblico è stata garantita non attraverso un efficientamento, ma mediante una compressione dell’offerta, con un massiccio trasferimento di costi verso i privati. La spesa sanitaria privata totale ha così toccato quasi un quarto della spesa complessiva. Il periodo più critico è inquadrato negli anni Novanta, quando si è concentrato l’84% dell’aumento del numero di famiglie costrette a pagare privatamente. La quota di spesa sanitaria privata sostenuta dal 60% delle famiglie meno abbienti è cresciuta dal 27,6% al 37,6% dell’intera spesa privata, indicando un impatto regressivo.
Le conseguenze di questa deriva sono pesantissime in termini di equità. L’incidenza della spesa sanitaria sui consumi familiari si è più che raddoppiata, raggiungendo in media il 4.3% del reddito, ma toccando il 6.8% tra i nuclei con bassa istruzione. Le disparità sono anche geografiche: al Centro e nel Mezzogiorno la spesa privata è cresciuta molto più del reddito disponibile, indicando che il ricorso al privato è una risposta forzata alle carenze del servizio pubblico, non una scelta dettata da maggiore benessere. Un segnale chiaro è che le famiglie residenti nel Mezzogiorno acquistano più frequentemente farmaci (81,0% delle famiglie) e visite specialistiche con finalità preventiva (24,2%), presumibilmente per aggirare barriere di accesso al pubblico.
A rendere ancor più critica la situazione è l’aumento delle spese “catastrofiche”, quelle che assorbono oltre il 40% della capacità di spesa mensile di un nucleo. Oggi riguardano 2,3 milioni di famiglie, con un incremento del 2,1% nell’ultimo decennio. Questi costi insostenibili si concentrano, secondo le statistiche del rapporto, in due ambiti dove la copertura pubblica è cronicamente insufficiente: l’odontoiatria e l’assistenza di lunga durata per le persone non autosufficienti. Parallelamente, si stima che 1,25 milioni di famiglie (2,3 milioni di persone) abbiano subito un «disagio economico dovuto alle spese sanitarie», un dato che appare in crescita. Tra questi nuclei familiari, ben 367.528 si impoveriscono direttamente a causa delle spese sanitarie private. Il sistema fatica a rispondere anche per via delle trasformazioni demografiche e sociali. Rispetto alla nascita del SSN, l’Italia ha quasi cinque milioni di over 75 in più e, solo negli ultimi dieci anni, i non autosufficienti sono aumentati del 10%. A fronte di bisogni sempre più “ibridi”, a cavallo tra sanità e assistenza sociale, il sistema offre risposte frammentate e inadeguate, con profonde differenze regionali.
Il Rapporto del Crea introduce un concetto politicamente scomodo: il razionamento delle cure è già in atto, ma avviene in modo implicito attraverso liste d’attesa, carenze di offerta e frammentazione. Il mantenimento di buoni esiti di salute aggregati è probabilmente collegato al diffondersi di un approccio «fai da te» da parte delle famiglie, che integrano a proprie spese ciò che il pubblico non garantisce più. Per invertire la rotta, secondo gli analisti, non basta aumentare il finanziamento, ma serve un cambio di paradigma da “Servizio Sanitario” a “Sistema Salute”. È necessario governare la domanda, estendere le tutele ai bisogni ibridi e, soprattutto, avere il coraggio di passare da un razionamento implicito e iniquo a scelte esplicite e trasparenti sulle priorità di cura, per proteggere davvero le famiglie più vulnerabili.
L’anno scorso, la Ragioneria dello Stato aveva pubblicato un rapporto in cui attestava come, nel 2023, la spesa sanitaria privata avesse registrato un incremento del 7% rispetto al 2022 e del 24% rispetto al 2019; contestualmente, la spesa sanitaria pubblica era cresciuta solo del 2% rispetto al 2022 e del 13,6% rispetto al 2019. Il fenomeno riflette l’enorme difficoltà del Servizio Sanitario Nazionale (SSN) nel soddisfare pienamente la domanda di prestazioni sanitarie, ed è ulteriormente aggravato dall’aumento dei costi sostenuti dai cittadini per l’acquisto di farmaci e prestazioni private. Nel rapporto si dava atto che, nel periodo 2014-2023, la spesa farmaceutica diretta avesse registrato un incremento medio annuo del 5,7%, con un’impennata del 13,9% solo nell’ultimo anno. Le difficoltà del SSN risultavano evidenti anche nei conti delle regioni: nel 2023 il disavanzo complessivo aveva toccato 1,85 miliardi di euro e ben 14 regioni avevano registrato bilanci negativi, costringendole a tagliare su altre voci di spesa extra-sanitarie per coprire il deficit.
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