lunedì 6 Aprile 2026
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Il nuovo colonialismo digitale che minaccia le comunità indigene americane

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Nel cuore dei territori ancestrali degli Stati Uniti si consuma un nuovo capitolo del colonialismo americano, accompagnato da un ronzio costante: quello dei data center. L’inarrestabile ascesa dell’intelligenza artificiale, con la sua sete di energia e risorse, sta delineando una nuova e preoccupante forma di “colonialismo digitale” che minaccia direttamente le comunità indigene. Queste imponenti cattedrali di silicio, pilastri della modernità iper-connessa, richiedono quantità devastanti di acqua per raffreddare i propri circuiti e grandi quantità di energia per alimentare calcoli algoritmici sempre più complessi, gravando spesso su territori nativi già duramente provati da decenni di marginalizzazione, estrattivismo e forme varie di disagio socio-economico.

Come spiegato su Native News Online da Nichole Keway Biber, attivista e cittadina tribale delle Little Traverse Bay Bands of Odawa Indians, questa espansione viene percepita dalle comunità come un l’ennesimo tradimento profondo verso filosofie di vita millenarie basate sul rispetto sacrale della terra e sull’equilibrio tra uomo ed ecosistema. «Mentre gli oligarchi multimiliardari di Big Tech e Big Oil spingono una visione distopica di macchine da guerra autonome e umani ridotti a poco più che fonti di dati, noi, le persone sul terreno, dobbiamo scegliere un’altra strada: proteggere e ripristinare la nostra dipendenza dal mondo reale dall’acqua, dal cibo e dalla fauna selvatica», scrive Keway Biber.

La Nazione Seneca di Tonawanda si oppone alla costruzione di un grande centro dati presso il Western New York Science and Technology Advanced Manufacturing Park (STAMP) in Alabama, nello Stato di New York. (Foto/New York State Economic Development Council)

Il conflitto non è meramente logistico, ma ontologico. Mentre le grandi aziende tecnologiche vedono nei territori nativi spazi a basso costo per l’espansione del capitale, le nazioni indigene vedono minacciata la propria sopravvivenza ecologica. Il consumo idrico di un moderno data center può raggiungere milioni di litri al giorno, una cifra insostenibile in regioni dove l’accesso all’acqua potabile è già un diritto conquistato con fatica. Questo scenario pone il calcolo algoritmico in diretta competizione con la salute degli ecosistemi, elevando l’efficienza delle macchine sopra la vitalità dei bacini idrici. In questo contesto, il progresso non è più visto come una forza democratizzante, ma come una nuova ondata di espropriazione delle risorse primarie.

Per contrastare questa deriva, la Nazione Cherokee, in Oklahoma, ha deciso di non restare a guardare, intraprendendo un proprio percorso di analisi indipendente. Attraverso lo studio degli impatti ambientali e sociali nelle proprie riserve, i leader indigeni cercano di ribaltare il paradigma del subire passivamente l’innovazione. L’obiettivo di queste ricerche non è necessariamente il rifiuto della tecnologia, bensì l’affermazione di una sovranità digitale che sia inseparabile dalla sovranità territoriale. La protezione dell’ambiente, in questa visione, non è un ostacolo burocratico allo sviluppo, ma il requisito essenziale e non negoziabile per una vita dignitosa e per la preservazione dei valori ancestrali. 

Le istituzioni internazionali, incluse le linee guida stabilite nella Dichiarazione delle Nazioni Unite sui diritti dei popoli indigeni, sottolineano l’importanza del consenso libero, preventivo e informato per ogni progetto che impatti sulle terre native. Molto spesso questo non viene fatto, men che meno adesso con questa rapidità di espansione del settore dell’intelligenza artificiale. Così le nazioni indigene stanno cercando di intervenire con propri regolamenti interni e studi di fattibilità socio-ecologica. La gestione delle risorse digitali sta diventando il nuovo terreno di scontro per i diritti civili. Se da un lato il governo federale spinge per una leadership americana nell’IA, organizzazioni no-profit come l’Indigenous Environmental Network vigilano affinché questa transizione non avvenga a spese dei più vulnerabili, come praticamente sempre accade. La sovranità indigena deve ora fare i conti con le apparecchiature più strategiche del nuovo millennio: i server. 

Non si tratta solo di impedire la costruzione di un edificio, ma di esigere che ogni innovazione rispetti dei limiti ecologici, ponendo fine alla logica estrattivista che ha caratterizzato i secoli passati. La lezione che arriva dalle terre Cherokee è chiara: il futuro non può essere costruito sulle macerie degli ecosistemi e la tecnologia sarà realmente avanzata solo quando non degraderà le relazioni ecosistemiche e quelle umane.

Vendita stadio San Siro: 9 indagati

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L’inchiesta della Procura di Milano sulla vendita dello stadio San Siro entra nel vivo. 9 persone sono indagate per turbativa d’asta e rivelazione del segreto d’ufficio. Tra loro anche due ex assessori e diversi consulenti di Inter e Milan. Secondo l’accusa, gli indagati avrebbero turbato “attraverso accordi informali e collusioni tra loro” il procedimento amministrativo per la vendita dello stadio San Siro, maturata tra il 2017 e il 2025.

730.000 barili di petrolio: a Cuba è arrivata in aiuto la prima nave russa

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Alla fine il petrolio russo è arrivato a Cuba. La nave Anatoly Kolodkin, con a bordo 730mila barili di greggio, ha raggiunto il porto di Matanzas. Nei prossimi giorni il petrolio russo verrà trasformato in diesel, rifornendo l’isola di carburante e alleviando le sofferenze della popolazione civileGli ultimi approvvigionamenti di petrolio per l’isola caraibica risalivano infatti a tre mesi fa, quando il presidente USA Donald Trump ha deciso di inasprire l’embargo e impedire, a suon di minacce, il commercio energetico con l’isola. La decisione di Mosca non rappresenta uno scontro frontale con Washington, quanto piuttosto l’esito di una negoziazione: la marina militare statunitense, dispiegata nei Caraibi, non ha fermato la petroliera Anatoly Kolodkin; poche ore prima Trump aveva dichiarato di non aver alcun problema con la spedizione. Restano da capire gli sviluppi futuri, dal momento che il petrolio russo si esaurirà nel giro di poche settimane.  

«La Russia considera suo dovere non mettersi da parte ma fornire l’assistenza necessaria ai nostri amici cubani», ha dichiarato il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov, commentando l’invio di petrolio a Cuba negoziato «coi partner americani»Dopo aver attraversato l’Atlantico ed essere stata in acque venezuelane per diversi giorni, la petroliera Anatoly Kolodkin ha raggiunto il porto di Matanzas. Sulla questione è intervenuta anche la Casa Bianca, attraverso la portavoce Karoline Leavitt che ha dichiarato: «la politica sanzionatoria da parte degli USA nei confronti di Cuba rimane invariata», anche se è stato consentito alla nave russa di consegnare carburante all’isola. «Gli Stati Uniti decideranno caso per caso se consentire l’ingresso a Cuba alle navi cisterna». Dichiarazioni parzialmente allineate alle parole pronunciate da Trump qualche ora prima che l’Anatoly Kolodkin entrasse in acque cubane. «Non ho alcun problema se un paese vuole inviare del petrolio a Cuba in questo momento , che si tratti della Russia o meno. Non avrà alcun impatto. Cuba è finita. Hanno un regime pessimo, una leadership pessima e corrotta e, che ricevano o meno una nave di petrolio, non avrà importanza».

Poco dopo il rapimento del presidente venezuelano Maduro, tra i principali partner commerciali di Cuba, l’amministrazione Trump ha inasprito il bloqueo verso l’isola caraibica, minacciando dazi per i Paesi che intendessero inviarle del petrolio. Rispetto ad allora, scavando sotto lo strato enfatico delle parole di Trump, sembrerebbero essersi aperti degli spiragli per la sopravvivenza di Cuba. Si tratta di un risultato riconducibile a più fattori: innanzitutto alla resistenza e alla coesione del popolo cubano, che ha risposto compatto all’assedio imperialista di Washington; alla disponibilità del governo dell’Avana a confrontarsi su tavoli negoziali; alla solidarietà dei popoli sfociata nell’organizzazione della Nuestra América Flotilla, che ha portato sull’isola decine di tonnellate di aiuti umanitari. Diversi Paesi hanno poi rotto il generale stato di inerzia assunto dalla comunità internazionale, nonostante le innumerevoli risoluzioni ONU contro l’embargo statunitense. La Cina ha inviato 5mila sistemi fotovoltaici, seguiti da un carico di 15 tonnellate di riso giunto sabato sull’isola. Se da un lato il Messico ha fermato le spedizioni di carburante per paura di ripercussioni americane, dall’altro ha inviato diverse navi — l’ultima arrivata in queste ore — cariche di medicinali e cibo.

Nei prossimi giorni, anche alla luce del superamento dell’embargo petrolifero da parte di Mosca, il Messico potrebbe valutare di riprendere le esportazioni di greggio e dare continuità al ripristino dei servizi a Cuba. Nel frattempo restano da capire le sorti della Sea Horse, altra petroliera presente nei Caraibi, in attesa forse di autorizzazione da parte di Washington. I 730mila barili di greggio della Anatoly Kolodkin assicureranno carburante ed energia per un paio di settimane, dando sollievo alla popolazione civile ma rinviando una soluzione a lungo termine.

I portuali di Piombino hanno scioperato contro il traffico di armi

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Si chiama Capucine la nave che ieri è transitata nel porto di Piombino per caricare — denuncia il sindacato autonomo USB — tritolo, detonatori, batterie e gas compressi. Destinazione: il porto di Gedda, in Arabia Saudita. Oltre a essere parte — in quanto alleato di Washington — del conflitto scatenato da Israele e USA nel Golfo, l’Arabia Saudita è direttamente coinvolta nella guerra civile in Yemen. Il sindacato di base ha così invitato allo sciopero tutti i lavoratori dello scalo toscano, per non rendersi complici di una violazione non solo sul piano etico, ma anche su quello legale, dal momento che la legge n. 185/90 vieta l’esportazione di materiale bellico verso Paesi in stato di conflitto armato. Non vanno poi dimenticate le sistematiche violazioni dei diritti umani denunciate dagli organismi internazionali: soltanto nel 2024 Riyad ha giustiziato più di 300 persone.

«Siamo di fronte a una tendenza preoccupante». Sono queste le parole utilizzate da USB Piombino per denunciare la presenza, all’interno del porto, della nave Capucine. Quest’ultima, «come ha già fatto altre volte», dovrebbe trasportare in Arabia Saudita un carico di tritolo, detonatori, batterie e gas compressi. «Ai lavoratori e alle lavoratrici dell’area portuale» è stata data «la possibilità di non collaborare a questi transiti indicendo lo sciopero», ha dichiarato USB, invitando la popolazione di Piombino a supportare le associazioni impegnate contro guerre e riarmo. Sono state rilanciate le manifestazioni sul tema, a partire da quella dell’11 aprile, che vedono proprio i portuali in prima linea.

I lavoratori contestano la violazione dell’articolo 11 della Costituzione, così come della legge n. 185/90, che disciplina la compravendita di armi. Nel suo comunicato, l’USB ha richiamato le autorità competenti «a vigilare e intervenire affinché la legge n. 185/1990 sul divieto di esportazione di armi a Stati belligeranti sia pienamente rispettata e non aggirata». Oltre a essere impegnata nell’attuale aggressione all’Iran, scatenata dall’alleato statunitense di concerto con Israele, l’Arabia Saudita è coinvolta direttamente nella guerra civile in Yemen, finanziando una delle parti in conflitto. Si sprecano le denunce di violazione dei diritti umani, a partire dall’utilizzo della pena di morte: soltanto nel 2024 Riyad ha giustiziato circa 350 persone. Tra conflitti e problemi interni, emerge una netta violazione del perimetro tracciato dalla legge n. 185/90 — motivo per il quale USB avrebbe presentato un esposto alla Procura di Livorno.

Al di là delle motivazioni etiche e legali, i lavoratori adducono anche problemi di sicurezza: «la movimentazione di esplosivi e di altri mezzi militari avviene a due passi da un rigassificatore e persino in contemporanea all’arrivo di navi metaniere e al processo di rigassificazione». Il riferimento è al rigassificatore voluto ai tempi dal governo Draghi, tra le polemiche, rimaste inascoltate, di cittadini e comitati.

Il Giappone schiera a Kengun i suoi primi missili a lungo raggio

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Per la prima volta, il Giappone ha schierato missili a lungo raggio nel sud-ovest del Paese, presso il campo militare di Kengun, nella prefettura di Kumamoto. Si tratta della versione aggiornata del missile terra-nave Type-12, con una gittata estesa a circa 1.000 chilometri rispetto ai 200 precedenti, capace quindi di raggiungere anche la Cina continentale. Il dispiegamento segna un cambio significativo nella strategia di difesa giapponese, introducendo capacità offensive a distanza oltre la tradizionale autodifesa. La decisione ha suscitato proteste locali, con timori per un aumento delle tensioni e dei rischi per la sicurezza.

Semi sotto brevetto: come il diritto internazionale privatizza il cibo

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C’è un paradosso che inchioda l’umanità alle sue responsabilità: mentre la produzione agricola mondiale sarebbe sufficiente a nutrire l’intera popolazione globale, 700milioni di persone che vivono in aree rurali si vedono negato il diritto al cibo. Al centro di questo scempio non c’è soltanto l’economia, ma una trasformazione giuridica profonda: la privatizzazione delle risorse da cui otteniamo il cibo che ci serve.
Nel suo studio sulle risorse fitogenetiche per l’alimentazione, il professor Simone Vezzani, docente di diritto internazionale all’Università di Perugia, spiega che negli ultimi de...

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Controlli dei NAS su 558 mense ospedaliere: irregolari 4 su 10

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Una campagna straordinaria dei Nas, svolta tra il 19 febbraio e il 22 marzo, ha evidenziato gravi criticità nelle mense ospedaliere e nei servizi di ristorazione sanitaria. Su 558 strutture controllate in tutta Italia, 238 sono risultate irregolari, pari al 42,7%. Le violazioni più frequenti riguardano carenze igienico-sanitarie, problemi strutturali, mancata applicazione delle procedure HACCP e irregolarità nella conservazione degli alimenti, con particolare attenzione alle diete per pazienti fragili. Le autorità hanno disposto sospensioni, sanzioni, sequestri di cibo non idoneo e, nei casi più gravi, denunce e chiusure di attività a rischio.

Il parlamento israeliano ha approvato la pena di morte per i detenuti palestinesi

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Al via le esecuzioni dei prigionieri palestinesi: è stata approvata ieri in ultima lettura dal parlamento israeliano la legge che prevede la pena di morte per impiccagione per i palestinesi “colpevoli” di terrorismo in chiave anti-israeliana. Nonostante il termine “palestinese” non compaia mai esplicitamente, il provvedimento prevede infatti la condanna per chiunque uccida una persona nell’ambito di un atto di terrorismo finalizzato a colpire lo Stato di Israele o negarne l’esistenza. La pena di morte diventa inoltre la regola nei tribunali militari della Cisgiordania, dove solo in casi speciali i detenuti potranno ottenere al suo posto l’ergastolo. Erano anni che Ben Gvir e i membri di Potere Ebraico cercavano di far approvare questo provvedimento, che ora è diventato legge con 62 voti a favore alla Knesset (incluso quello di Netanyahu), 48 contrari e un’astensione.

Secondo la legge, i condannati a morte dovranno essere rinchiusi in un centro di detenzione separato, dove non saranno consentite visite se non da parte del personale autorizzato, e i colloqui con gli avvocati saranno ammessi solo tramite videoconferenza, mentre l’esecuzione dovrà essere eseguita entro 90 giorni dalla sentenza. La pena di morte potrà essere inoltre inflitta senza richiesta da parte della procura: non è necessaria l’unanimità, è sufficiente una maggioranza semplice. Il provvedimento sembra inoltre preparato appositamente per negare – o limitare fortemente – ai palestinesi ogni possibilità di grazia o appello. Per i detenuti processati nei tribunali civili di Israele, la pena di morte potrebbe essere commutata in ergastolo.

Poco prima dell’inizio della votazione, Ben Gvir ha tenuto un discorso infuocato dal podio, descrivendo la legge come un provvedimento atteso da tempo e un segno di forza e orgoglio nazionale. «Da oggi, ogni terrorista saprà, e il mondo intero saprà, che a chiunque tolga una vita lo Stato di Israele toglierà la vita», ha affermato. Quando la legge è stata approvata, l’aula è esplosa in un boato di gioia, con Ben Gvir che ha iniziato a distribuire bicchieri di champagne.

Domenica 29 marzo, Regno Unito, Francia, Germania e Italia avevano espresso una timida contrarietà a quanto stava accadendo, diffondendo una nota congiunta nella quale avevano espresso «profonda preoccupazione» per la legge e affermato che essa rischia di «minare gli impegni di Israele in materia di principi democratici». Dal canto suo, l’Autorità Palestinese ha definito il disegno di legge «un crimine di guerra contro il popolo palestinese», affermando che esso viola la Quarta Convenzione di Ginevra, «in particolare le tutele che essa garantisce alle persone e le garanzie di un processo equo».

Già in passato Amnesty International aveva esortato Israele ad abbandonare la legislazione sulla pena di morte, avvertendo che tali misure violerebbero il diritto internazionale e «rafforzerebbero ulteriormente il sistema di apartheid israeliano» nei confronti dei palestinesi. L’organizzazione per i diritti umani B’Tselem ha ricordato che il tasso di condanne per i palestinesi processati dai tribunali militari è pari a circa il 96%. «In molti casi, queste condanne si basano su “confessioni” ottenute mediante pressioni e torture durante gli interrogatori», ha affermato ieri in un comunicato stampa. Israele ha fortemente intensificato le sue violazioni nei confronti dei detenuti palestinesi dall’inizio della guerra nell’ottobre 2023: torture sistematiche inclusa fame forzata, violenze fisiche e sessuali, oltre alla negazione sistematica delle cure mediche sono la quotidianità nelle prigioni d’Israele, nell’inazione internazionale.

A tutte queste torture, che hanno portato alla morte di circa 100 detenuti palestinesi dall’inizio del genocidio a Gaza, si aggiunge ora la pena capitale. E mentre Ben Gvir esulta e distribuisce champagne, l’unica “democrazia” del Medio Oriente appare in tutta la sua miserabile realtà: uno Stato di apartheid, suprematista, razzista, e ora, assassino anche per legge.

La scienza sta compiendo passi avanti nella diagnosi dell’endometriosi

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diagnosi rapida endometriosi

Per molte donne, arrivare a una diagnosi di endometriosi, malattia estremamente invalidante sulla quale fino a tempi recenti non sono stati condotti studi adeguatamente approfonditi, significa attraversare anni di dolore e segnali difficili da interpretare. Le indicazioni cliniche più recenti e gli studi condotti su ampie basi di dati stanno però ora compiendo passi avanti, rendendo possibile anticiparne il riconoscimento: allargando lo sguardo sui sintomi che si manifestano in tutto il corpo e riducendo così il ricorso immediato a procedure invasive.
L’endometriosi è una malattia cronica che ...

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Come l’ingresso in campo degli Houthi può cambiare la guerra all’Iran

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La mattina del 28 marzo, Ansar Allah, il gruppo yemenita meglio noto con il nome di Houthi, ha scagliato il suo primo missile contro Israele dallo scoppio della nuova guerra del Golfo. Il movimento è stato categorico: le operazioni continueranno «fino a quando l’aggressione non cesserà su tutti i fronti di resistenza». La sua discesa in campo apre un nuovo fronte di guerra in Asia Occidentale: il coinvolgimento di Ansar Allah, rischia di allargare ulteriormente l’orizzonte del conflitto, costringendo a intervenire i Paesi del Golfo – prima fra tutti l’Arabia Saudita -, già impegnati a esercitare pressioni su Trump per spingerlo a intensificare gli attacchi su Teheran. Il pericolo più concreto è quello di una eventuale chiusura dello Stretto di Bab el Mandeb, sul Mar Rosso, che rischierebbe di trascinare forzatamente in guerra l’Unione Europea, ancora attiva nella zona con la missione militare Aspides.

La discesa in campo di Ansar Allah è stata a suo modo inaspettata: il gruppo arriva da un momento di crisi, con la rinnovata esplosione delle tensioni interne, un ridimensionamento dovuto alla campagna europeo-statunitense degli ultimi due anni e la precaria situazione con Riyad, con cui è in vigore un cessate il fuoco dal 2022. Centri di studio e analisti si sono interrogati a fondo sui motivi che avrebbero spinto Ansar Allah a entrare in guerra. Le ipotesi più concrete sono che: il movimento avesse già concordato con l’Iran di scendere in campo in un secondo momento; dopo un primo momento di incertezza, il gruppo abbia valutato che un’ipotetica sconfitta dell’Iran metterebbe a rischio la sua tenuta; Ansar Allah abbia maturato la decisione di rafforzare la posizione negoziale dell’Iran. La scelta, in ogni caso, sembra ben ponderata, così come l’obiettivo degli attacchi: l’International Crisis Group osserva che Ansar Allah «attaccando Israele e, finora, nessun altro, sta dimostrando la sua capacità evitando una rottura immediata dell’intesa raggiunta con Washington sul Mar Rosso»; la Chatham House osserva invece che «gli Houthi sono in una posizione migliore dell’Iran per minacciare le infrastrutture saudite e le basi militari occidentali nel Golfo».

Nonostante dimensioni e capacità relativamente ridotte, la milizia yemenita non va sottovalutata: Ansar Allah ha resistito ad anni di pressioni e aggressioni da parte dei maggiori potentati della Penisola Arabica e possiede le risorse per attaccare le infrastrutture critiche nella regione; a tutto ciò si aggiunge l’asso nella manica del gruppo, che controlla direttamente la parte nordoccidentale del Golfo di Aden e l’intero Stretto di Bab el Mandeb. Situato tra il Mar Rosso e l’Oceano Indiano (passando proprio per il Golfo di Aden), lo Stretto costituisce un importante snodo di passaggio per il commercio marittimo globale; l’ultima volta che Ansar Allah decise di chiuderlo in supporto alla Palestina – nel 2024 – il traffico globale sul Mar Rosso diminuì del 50%, e l’alleanza internazionale a guida USA scelse di agire direttamente, attaccandolo. Lo stesso anno, l’UE attivò la missione Aspides – a guida italiana – appositamente per contrastare le attività di Ansar Allah sul Mar Rosso. La missione comunitaria è ancora attiva, e dunque, se lo Stretto dovesse venire chiuso, l’UE verrebbe costretta a intervenire nel conflitto per garantire il traffico di navi dal passaggio.

L’importanza dello Stretto di Bab el Mandeb unitamente alla resilienza e alle capacità offensive di Ansar Allah rendono la sua entrata in guerra molto più significativa di quello che potrebbe sembrare, specie considerando gli ultimi sviluppi nei dialoghi tra le forze coinvolte nel conflitto. Negli ultimi giorni, numerosi quotidianiagenzie di stampa, think tank, e analisti, hanno riportato che Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, le due principali potenze nella Penisola, starebbero premendo sugli USA per «finire il lavoro» in Iran, trovando l’appoggio della quasi totalità dei Paesi del Golfo – Oman escluso. Per quanto riguarda gli EAU, la notizia è stata confermata dallo stesso ambasciatore del Paese negli USA, che ha scritto un articolo di opinione per il Wall Street Journal, affermando senza mezzi termini che «un semplice cessate il fuoco non basta». Secondo l’ambasciatore, ci sarebbe «bisogno di una soluzione definitiva che affronti l’intera gamma di minacce iraniane». Secondo fonti del New York Times, anche il principe ereditario Mohammed bin Salman, «leader de facto dell’Arabia Saudita», avrebbe spinto Trump a intensificare la guerra all’Iran, «sostenendo che la campagna militare congiunta tra Stati Uniti e Israele rappresenta un’opportunità storica ​​per rimodellare il Medio Oriente».

In generale, le ricostruzioni mediatiche che hanno preceduto l’attacco di Ansar Allah contro Israele, riportano che i Paesi del Golfo – inizialmente lontani dall’idea di prolungare il conflitto – si sarebbero accorti della precarietà delle loro economie, messe a rischio dalla ritorsione iraniana, e avrebbero iniziato a vedere sotto un’altra luce l’idea di smantellare il regime. Parallelamente, tra le medesimi Nazioni, sarebbe cresciuto il timore di un ritiro degli USA: «E se si limitasse a dichiarare vittoria?», scrive il quotidiano francese Le Monde, ipotizzando – facendo eco alle preoccupazioni dei Paesi del Golfo – uno scenario in cui Washington decida di ritirarsi dal conflitto limitandosi ad affermare trionfalmente di avere ottenuto tutti i risultati che cercavano, in pieno stile Trump. L’entrata in scena di Ansar Allah e la minaccia di bloccare Bab el Mandeb – rilanciata in via ufficiosa dall’agenzia di stampa iraniana Tasnim – potrebbero spingere gli USA a perseguire quest’ultima soluzione, invece di quella richiesta dai Paesi della Penisola.

L’incognita maggiore a tal riguardo resta l’Arabia Saudita, che con la discesa in campo di uno dei propri nemici regionali potrebbe decidere di emularlo, aumentando il rischio che il traffico sul Mar Rosso venga interrotto e scatenando al contempo una guerra totale su scala regionale. In ultima istanza, davanti a tale scenario, mancherebbe solo un’azione da parte dei gruppi di resistenza palestinesi, che potrebbero decidere di tentare il proverbiale “tutto per tutto”, combattendo al fianco di Teheran.