A partire dalle ore 7 di stamattina, domenica 22 marzo, sono aperte le urne per votare per il referendum sulla giustizia, che prevede la riforma della magistratura e la riorganizzazione delle sue modalità lavorative (l’esito non avrà influenza su tempi ed efficienza amministrativa). Si potrà votare fino alle 23 di questa sera, e poi domani dalle 7 alle 15. Il referendum è confermativo, ovvero non è necessario raggiungere il quorum per la validità del voto.
È morto Paolo Cirino Pomicino, ex leader DC
È morto all’età di 86 anni Paolo Cirino Pomicino, esponente campano della Democrazia Cristiana più volte ministro a cavallo tra gli anni ’80 e ’90. Pomicino iniziò la sua attività politica nel 1970, diventando poi uno dei più stretti alleati del sette volte presidente del Consiglio Giulio Andreotti. Sul finire del Millennio, Pomicino è stato condannato nell’ambito dell’inchiesta Mani Pulite, per finanziamento illecito ai partiti. Nel 2002 ha patteggiato per corruzione, nel processo fondi neri dell’ENI.
Alto Adige, valanga travolge 10 persone: 2 morti
In Alto Adige, nella Val Ridanna, una valanga ha travolto 25 persone, munite di dispositivo di localizzazione ARTVA. Sul luogo dell’incidente, a circa 2400 metri di altitudine, sono intervenuti 80 soccorritori, supportati da sei elicotteri. È di due morti, tre feriti gravi e due feriti lievi il bilancio della valanga che ha travolto gli scialpinisti. Lo comunica la Centrale di emergenza di Bolzano.
La proposta di legge popolare per vietare le gabbie negli allevamenti intensivi italiani
È stata depositata alla Corte Suprema di Cassazione una proposta di legge d’iniziativa popolare che mira a introdurre sul territorio nazionale il divieto di utilizzo delle gabbie per tutte le specie allevate. A sostenere l’iniziativa, presentata lo scorso 12 marzo insieme a The Good Lobby, è la campagna “Gabbie Vuote” di Essere Animali, che si pone la finalità di raccogliere almeno 50.000 firme entro settembre. L’obiettivo primario è quello di chiedere formalmente al Parlamento italiano di avviare un percorso legislativo sulla materia, sulla scia di quanto già fatto da altri Stati membri dell’UE negli ultimi anni.
I dati fotografano una realtà imponente: nel nostro Paese si contano infatti oltre 40 milioni di animali rinchiusi in gabbia, tra cui più di 17 milioni di galline ovaiole, 13 milioni di conigli, quasi 600.000 scrofe, 1,5 milioni di vitelli e 8 milioni di quaglie. I promotori dell’iniziativa – appoggiata anche da varie personalità della società civile, come l’atleta olimpionico Riccardo Bugari e la fumettista Zuzu – spiegano che negli allevamenti intensivi il confinamento in spazi ristretti impedisce agli animali di esprimere comportamenti naturali fondamentali come muoversi senza costrizioni, nidificare, scavare o socializzare in modo adeguato. Ne conseguono stress cronico, frustrazione e patologie fisiche – in primis lesioni e fragilità ossea – fenomeni ampiamente documentati dai pareri scientifici dell’Autorità per la Sicurezza Alimentare in Europa (EFSA). Il percorso verso l’abolizione delle gabbie conosce una storia recente complessa. Tra il 2018 e il 2020, l’Iniziativa dei Cittadini Europei End the Cage Age raccolse 1,4 milioni di firme per chiedere il divieto su scala europea. «Le loro richieste sono state tradite dalle istituzioni europee, che ancora non hanno avviato un percorso preciso, pubblico e trasparente per vietare in tutta l’UE questa pratica crudele», affermano i promotori, secondo i quali «in questa fase storica di incredibile stallo» è fondamentale che «le singole nazioni inviino segnali importanti verso un cambiamento urgente e necessario anche nel nostro Paese».
Molti Stati membri hanno già compiuto singoli passi avanti. Se nel 2012 la normativa comunitaria ha vietato le gabbie convenzionali per le galline ovaiole, Austria e Lussemburgo hanno esteso il divieto anche a quelle arricchite. La Svezia ha abbandonato le gabbie per le uova grazie a una transizione produttiva, mentre la Germania prevede un’eliminazione completa entro il 2026-2029. Francia, Repubblica Ceca e Slovenia hanno introdotto divieti progressivi. Per quanto riguarda le scrofe, la Svezia ha vietato tutte le gabbie già nel 1994, e altri Paesi come Danimarca, Austria, Finlandia e Paesi Bassi stanno seguendo la stessa direzione. In Italia, invece, a eccezione delle uova fresche – per le quali l’etichettatura è obbligatoria – risulta complesso sapere se un prodotto provenga da filiere cage-free (senza gabbia). Nel settore suinicolo, solo poche imprese hanno avviato la conversione e i relativi prodotti sono quasi interamente destinati all’esportazione: nessuno dei principali marchi di salumi e affettati propone sul mercato italiano articoli derivanti da scrofe allevate senza gabbie. Per i conigli la situazione è ancora più critica, con oltre il 90% degli animali allevati in gabbia.
Nonostante 9 italiani su 10 si dichiarino favorevoli all’abolizione delle gabbie negli allevamenti, in Italia il 35% delle galline da uova è ancora allevato con questo sistema. Una lunga serie di inchieste indipendenti – dal documentario Food for Profit alle numerose investigazioni condotte da associazioni animaliste, tra cui spicca Essere Animali – ha documentato criticità ricorrenti: animali ammassati in spazi angusti con evidenti segni di sofferenza e perdita del piumaggio; carcasse lasciate a decomporsi nelle gabbie, con conseguenti rischi igienico-sanitari; procedure di abbattimento non conformi e trasporti violenti che aggravano la fragilità ossea causata dalla selezione artificiale. Tutti sintomi di un sistema intensivo basato sull’iper-produzione che favorisce grandi aziende, marginalizza le piccole imprese e impone costi ambientali e sanitari alla collettività. L’organizzazione Greenpeace, insieme a una coalizione di associazioni, propone la legge “Oltre gli allevamenti intensivi” come strada per ridurre il numero di animali allevati, bloccare l’espansione degli impianti intensivi e avviare una transizione verso modelli a minor impatto.
Inondazioni alle Hawaii: migliaia di evacuati e gravi danni
Le Hawaii sono state colpite da inondazioni considerate tra le peggiori degli ultimi vent’anni, causate da piogge torrenziali su terreni già saturi. Sull’isola di Oahu oltre 230 persone sono state soccorse, senza vittime ma con alcuni ricoveri per ipotermia. Circa 5.500 residenti sono stati evacuati per i rischi legati al possibile cedimento una diga. Le acque hanno devastato la North Shore, distruggendo case e veicoli. I danni potrebbero superare il miliardo di dollari. I soccorsi, ostacolati anche da droni privati, continuano mentre sono previste nuove piogge che potrebbero peggiorare ulteriormente la situazione.
Torino, in corso la Giornata in ricordo delle vittime di mafia: 20mila in corteo
A Torino si sta svolgendo la XXXI Giornata della Memoria e dell’Impegno per le vittime innocenti delle mafie, promossa da Libera e Avviso Pubblico. Il corteo, partito da piazza Solferino, ha riunito familiari, istituzioni e cittadini: circa ventimila le persone presenti. In piazza Vittorio sono stati letti i nomi di 1.117 vittime. Don Luigi Ciotti, presidente di Libera, ha sottolineato come le mafie, pur più silenziose, restino saldamente presenti. Si stima che l’80% dei familiari delle vittime non conosca ancora la piena verità sulla morte dei propri cari.
Tra genio e follia: Alda Merini, la poetessa dei Navigli
Il 21 marzo 1931, in un appartamento di Milano, nasceva Alda Merini. Oggi il suo nome è diventato quasi un simbolo: la poetessa dei Navigli, la poetessa della follia, una donna che ha trasformato il dolore in poesia. Ma raccontare la sua vita non significa soltanto ripercorrere la storia di una grande poetessa, ma camminare sul confine incerto tra normalità e follia. Chi stabilisce, infatti, dove passa quel confine? La medicina? Le istituzioni? O il potere culturale di un’epoca?
La storia di Alda Merini è la storia di una donna che ha trascorso anni dentro un’istituzione pensata per separare i normali da coloro che non lo erano. Per capire fino in fondo Alda Merini bisogna partire dal sistema che per anni ha tentato di definirla, classificarla, contenerla: il manicomio. Ma facciamo un passo indietro.
Fin da giovanissima Alda Merini dimostra un talento fuori dal comune. Ben presto attira l’attenzione di alcuni importanti critici dell’epoca. Nel 1953 pubblica la sua prima raccolta, La presenza di Orfeo. Non è ancora una poetessa famosa, ma la sua voce è già riconoscibile: visionaria, intensa, attraversata da una tensione che mescola eros e sofferenza.
Nei suoi versi, brevi e taglienti, il linguaggio non descrive soltanto il mondo: lo attraversa. Il dolore, l’amore, il desiderio, la solitudine diventano materia viva. Sempre negli anni Cinquanta si sposa con Ettore Carniti. Per un periodo relativamente breve le incombenze della vita familiare convivono con l’attività letteraria. Ma a metà degli anni Sessanta qualcosa si rompe.
Le ragioni che portarono all’internamento di Alda Merini non possono essere ridotte soltanto a una diagnosi clinica. Certo, la poetessa attraversò momenti di forte instabilità psichica, con crisi e stati di agitazione che la psichiatria dell’epoca interpretò come disturbo mentale.
Ma limitarsi a questa spiegazione significa ignorare il contesto culturale e umano in cui quelle crisi maturarono. Alda era una donna estremamente sensibile, dotata di un’intensità emotiva fuori dal comune, capace di percepire con una profondità quasi dolorosa tutto ciò che la circondava. Questa ipersensibilità, che alimentava la sua poesia, venne spesso letta invece come un segno di squilibrio.
A ciò si aggiungeva una situazione familiare complessa: il rapporto con il marito Ettore Carniti, infatti, era segnato da incomprensioni profonde. Carniti era un uomo estraneo al mondo letterario e faticava a comprendere l’urgenza creativa della moglie. In una società che ancora faticava ad accettare l’autonomia femminile, una donna appassionata, visionaria, attraversata da slanci mistici e da improvvise cadute emotive poteva facilmente essere percepita come eccessiva. Così quella che era anche una sensibilità artistica radicale finì progressivamente per essere medicalizzata.
Nel 1965 Merini viene ricoverata nell’ospedale psichiatrico Paolo Pini di Milano. Inizia così una lunga stagione di internamenti che durerà, con brevi interruzioni, oltre un decennio. Bisogna ricordare che prima del 1978, l’anno della riforma promossa da Franco Basaglia, i manicomi italiani non erano strutture pensate per curare. Il loro compito non era comprendere la sofferenza psichica quanto gestire la devianza. Isolare ciò che disturbava l’ordine sociale.

Nel manicomio le persone entrano persone e «diventano cose», scriverà poi nel suo libro L’altra verità. Diario di una diversa un racconto-testimonianza della vita manicomiale. Se il manicomio aveva tentato di privarla dell’identità, della voce, di quella che potremmo definire banalmente la sua essenza o più poeticamente la sua anima, con la sua scrittura, invece, Alda, inverte questo paradigma e si riappropria di tutto ciò che le era stato rubato: complessità, voce, identità.
In questo senso la scrittura di Alda Merini non è soltanto letteratura. È anche una testimonianza. Racconta dall’interno ciò che è stato il sistema manicomiale italiano per gran parte del Novecento. Non un luogo di cura, ma una macchina che produce silenzio. E che produce invisibilità, perché il folle è colui che, una volta emarginato dal consorzio civile, diventa invisibile, inascoltato.
Ciò che è interessante di questo sistema è che oggi si ripete, non soltanto nelle così dette case di cure, ma in ogni aspetto della società, laddove viene operata una separazione tra chi è considerato degno di parola, voce e attenzione e chi puntualmente viene emarginato, escluso o addirittura criminalizzato, se esprime un pensiero diverso o poco conforme al sentire comune.
Ma per tornare alla vita di Alda Merini… durante gli anni di internamento, sottoposta a un ciclo continuo di elettroshock, la sua produzione poetica si interrompe quasi completamente. È una frattura profonda, eppure proprio da questa frattura nascerà una nuova fase della sua poesia.
Quando negli anni Ottanta torna finalmente alla scrittura, pubblica La Terra Santa. Il titolo è paradossale: la terra santa, infatti, è il manicomio. Ma perché chiamare così un luogo di dolore? Perché la follia non è soltanto una perdita, ma è anche una forma di conoscenza. La mente del folle vede ciò che la normalità spesso non riesce a percepire o preferisce ignorare.
L’idea che la follia possa contenere una forma di verità non nasce con Alda Merini. È una tensione che attraversa tutta la cultura occidentale. Già nel 1509, nel suo celebre Elogio della follia, Erasmo di Rotterdam scriveva che: «La vita degli uomini non sarebbe vita se non fosse temperata da un po’ di follia.»
Senza illusioni, senza passioni irrazionali, senza quella scintilla di disordine che rompe la rigidità della ragione, la vita diventerebbe insopportabile. La follia, per Erasmo, è ciò che rende possibile l’amore, l’arte, l’entusiasmo.
Tutta la letteratura, in realtà, è popolata da personaggi apparentemente folli che vedono più lontano degli uomini normali. Pensiamo ad Amleto, il principe di Danimarca che si finge pazzo zia per smascherare la corruzione del potere; o a Don Chisciotte, il cavaliere creato da Miguel de Cervantes, che agli occhi del mondo appare come un pazzo visionario mentre in realtà è l’unico a difendere, fino all’estremo, l’idea di giustizia in un mondo ormai dominato dal cinismo.

O ancora al principe Myškin de L’idiota di Dostoevskij, un uomo che proprio per la sua purezza e per la sua incapacità di adattarsi alle logiche dell’opportunismo viene stupidamente giudicato idiota dalla società che lo circonda.
Nelle opere di Pirandello, invece, il folle è l’unico a intravedere l’assurdità delle convenzioni sociali.
In uno dei suoi drammi più belli, l’Enrico IV, un uomo, dopo una caduta da cavallo perde la ragione e si auto convince di essere un imperatore. Ma quando, anni dopo, riacquista la lucidità, sceglie consapevolmente di continuare a fingersi pazzo. Perché ha capito che la follia, in fondo, è una maschera più onesta di quelle che indossano ogni giorno gli uomini normali.
È proprio questa intuizione che attraversa anche la poesia di Alda Merini: la mente ferita non è soltanto una mente fragile, ma una mente che ha visto qualcosa che gli altri non vogliono vedere. In uno dei passi più intensi del suo Diario di una diversa, Alda confessa: «Ero matta in mezzo ai matti. (…) Sono nate lì le mie più belle amicizie. I matti sono simpatici, non come i dementi, che sono tutti fuori, nel mondo».
Negli anni Novanta la sua figura diventa sempre più conosciuta. Vive in una casa sui Navigli di Milano e intorno a lei si crea una sorta di mito. Giornalisti, studenti, artisti la incontrano, la intervistano, la ascoltano, si abbeverano delle sue parole. Nasce così l’immagine della poetessa dei Navigli, una figura carismatica e affascinante. Ma bisogna fare attenzione, perché il rischio è di trasformare la sua vita in una leggenda romantica.
La poesia di Alda Merini nasce da un’esperienza concreta di esclusione, perdita e resistenza. È una poesia che parla di amore, di Dio, di desiderio, ma anche di dolore, lutto e sofferenza. Nei suoi versi convivono eros e spiritualità, passione e dolore. Sono la testimonianza, in forma poetica, dell’odissea vissuta da una donna che ha attraversato un sistema istituzionale durissimo. Di una madre che ha visto le proprie figlie allontanarsi durante gli anni di internamento. Di una scrittrice che ha dovuto riconquistare lentamente la propria voce.
Alla fine, Alda Merini, si spegne a Milano il 1 novembre 2009. La sua poesia, ancora oggi, continua a essere letta, citata, amata. Ma forse il suo lascito più importante non riguarda soltanto la letteratura. Riguarda la domanda che la sua vita continua a porre: che cos’è davvero la follia? Una patologia individuale? Una fragilità della mente? O forse la conseguenza di un sistema incapace di accogliere ciò che non comprende?Alda Merini ci ricorda che il confine tra normalità e follia non è mai soltanto una questione medica. È anche una questione di potere.
Buona parte del movimento MAGA non ne può più di Israele e di Donald Trump
Non è più soltanto un malumore carsico, ma una frattura che emerge apertamente, tra accuse pubbliche e retromarce a mezzo social: il fronte MAGA (“Make America Great Again”) che contribuì a riportare alla presidenza Donald Trump appena 16 mesi fa, scricchiola pesantemente. Le dimissioni del capo dell’Antiterrorismo USA, Joe Kent, in dissenso sulla guerra in Iran, segnalano l’aggravarsi di una crisi profonda che investe l’intero universo trumpiano. Con la guerra in Medio Oriente, Donald Trump incassa una serie di abiure: gli alleati storici si sfilano, mentre la base più radicale denuncia quella che percepisce come una resa all’establishment. Il Partito repubblicano appare lacerato tra i neocon come Marco Rubio e l’ala MAGA originaria, incarnata da JD Vance – sempre più defilato – e da Tucker Carlson. Il nodo del dissenso è Israele e la gestione del conflitto che rischia di trascinare Washington in una nuova guerra mediorientale. Ma non solo.
Le voci un tempo allineate alla narrazione trumpiana hanno iniziato a vacillare da qualche mese. Se l’operazione in Iran ha segnato il punto di non ritorno, la malagestione del caso Epstein e le giravolte di Trump avevano già deluso e spaccato a metà la base MAGA, che sulla lotta contro il Deep State e le élite corrotte e “pedofile” aveva costruito la propria mitologia di riferimento. Ora, la fronda dei “disobbedienti” si fa più ampia e, nel tentativo di smarcarsi, cerca al contempo di riequilibrare il potere del tycoon. Le crepe attraversano anche il vertice. Kent non ha usato giri di parole: in un’intervista con Tucker Carlson ha accusato Israele di aver spinto Washington verso il conflitto e ha collegato l’assassinio di Charlie Kirk, il fondatore di Turning Point USA ucciso nel settembre 2025, alla sua opposizione alla guerra all’Iran e al suo desiderio di «ripensare il rapporto con gli israeliani». Con le sue dimissioni, Kent non si è attirato soltanto l’ostilità dell’intero complesso militar-industriale, ma sarebbe finito anche nel mirino dell’FBI con l’accusa di aver diffuso informazioni classificate. Fatto sta che, secondo Kent, non esisteva alcuna prova che indicasse un pericolo imminente di attacco iraniano agli USA, né un programma nucleare iraniano sul punto di completarsi, come peraltro ammesso anche da Tulsi Gabbard. In un primo momento, la direttrice dell’intelligence nazionale statunitense ha escluso che Teheran rappresentasse una minaccia nucleare imminente, prendendo così le distanze dai toni più allarmistici attribuiti a Trump. Una posizione che sembrava parlare alla base isolazionista del MAGA. In audizione davanti alla commissione ristretta per l’intelligence del Senato, però, ha letto una testimonianza scritta, evitando un passaggio in cui sottolineava il fatto che il materiale nucleare iraniano non costituisce una minaccia agli Stati Uniti. Una retromarcia che ha irritato i “disobbedienti”, convinti che anche le figure più autonome finiscano per piegarsi alle pressioni del cerchio magico trumpiano.
Il dissenso non nasce nel vuoto. Da tempo, seguendo l’esempio dello stesso Kirk, una parte del movimento MAGA contesta l’allineamento automatico a Israele e l’ipotesi di un coinvolgimento diretto degli Stati Uniti contro l’Iran. L’idea di una guerra percepita come estranea agli interessi nazionali ha riattivato l’istinto isolazionista che aveva alimentato l’ascesa trumpiana. Secondo alcuni esponenti, Israele avrebbe trascinato gli USA in guerra, chi sostiene per le pressioni delle lobby sioniste attraverso il genero di Trump, Jared Kushner, chi per eventuali ricatti personali nei confronti del presidente USA, sulla base di materiale scottante contenuto negli Epstein Files. Letta in questi termini, non si tratta solo di politica estera, ma di una questione identitaria, in quanto il MAGA nasce come rifiuto della politica rapace e neocolonialista statunitense e delle élite globaliste. Ora, per una parte della base, Trump starebbe tradendo proprio quella promessa originaria. Da qui, la frattura divenuta strutturale, che vede in Tucker Carlson il simbolo di questa opposizione. Proprio l’ex volto di Fox News ha denunciato un presunto tentativo della CIA di voler spingere il Dipartimento di Giustizia a incriminarlo per aver avuto contatti con interlocutori iraniani ben prima dello scoppio della guerra.
Il risultato è un movimento in fermento, attraversato da tensioni che potrebbero ridefinire gli equilibri dell’ecosistema MAGA. La leadership di colui che veniva acclamato con toni quasi messianici, ora viene rinegoziata e messa alla prova. La questione israeliana diventa così il detonatore di una crisi più ampia: quella tra la fedeltà al presidente e la coerenza ideologica. Se la frattura dovesse ampliarsi, il rischio è una diaspora politica capace di indebolire l’intero fronte e di pesare sulle prospettive elettorali, fino a una possibile battuta d’arresto alle elezioni di metà mandato.
Corea del Sud, vasto incendio in fabbrica a Daejeon: almeno 11 morti
Almeno 11 persone sono morte in un grave incendio scoppiato in uno stabilimento di componenti auto a Daejeon, in Corea del Sud. Altre quattro risultano disperse e 59 sono rimaste ferite. Le fiamme sono divampate nella giornata di ieri, quando all’interno della fabbrica si trovavano circa 170 lavoratori, e sono state domate solo dopo oltre dieci ore di intervento. Le cause dell’incendio restano sconosciute: secondo i vigili del fuoco, il rogo si è diffuso rapidamente, compromettendo la struttura e impedendo per ore l’accesso ad alcune aree. Testimoni riferiscono anche di un’esplosione iniziale.







