mercoledì 11 Marzo 2026
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La Banca Centrale Russa ha denunciato l’UE per il congelamento dei beni russi

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La Banca centrale russa ha intentato una causa contro l’Unione europea presentando ricorso al Tribunale generale dell’Unione europea con sede in Lussemburgo per il sequestro a tempo indeterminato dei suoi beni sovrani. I beni congelati ammontano a circa 210 miliardi di euro, di cui 185 depositati presso il depositario belga Euroclear. «Il ricorso è stato presentato ai sensi dell’articolo 263 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea nell’ambito degli sforzi in corso per contestare le azioni illecite dell’Unione europea contro gli asset sovrani della Banca di Russia», si legge nel comunicato della Banca centrale, secondo cui «Il regolamento UE viola i diritti fondamentali e inalienabili di accesso alla giustizia, l’inviolabilità della proprietà e il principio di immunità sovrana degli Stati e delle loro banche centrali, garantiti dai trattati internazionali e dal diritto dell’Unione Europea». L’Istituto russo inoltre accusa Bruxelles di «gravi violazioni procedurali», poiché la Commissione ha utilizzato la maggioranza qualificata dell’articolo 122 anziché l’unanimità richiesta per le decisioni di politica estera. Al momento, l’Ue non ha commentato l’azione legale della Banca russa.

I Paesi membri dell’Ue – ad eccezione di Ungheria e Slovacchia – avevano approvato il blocco a tempo indeterminato dei fondi sovrani russi lo scorso 12 dicembre con l’intento di rafforzare la propria posizione nei negoziati di pace in Ucraina e impedire a Mosca di utilizzare le risorse a scopi militari. Se fino a pochi mesi fa, gli asset russi erano congelati attraverso il tradizionale regime di sanzioni, che deve essere rinnovato ogni sei mesi con un voto unanime degli Stati membri, con le modifiche introdotte a dicembre, tali asset risultano definitivamente congelati. Il tutto grazie al ricorso all’articolo 122 del Trattato sul Funzionamento dell’Unione europea (TFUE) che consente agli Stati membri di decidere «in uno spirito di solidarietà» su misure «adeguate alla situazione economica», ma soprattutto permette di scavalcare il Parlamento europeo e richiede solo la maggioranza qualificata. Per questo era stato utilizzato nel contesto di emergenze economiche come quella provocata dalla pandemia di Covid 19 e durante la crisi energetica del 2022. Secondo la Commissione, il contesto della guerra russo-ucraina giustifica l’utilizzo della disposizione, in quanto la guerra russa ha provocato un «grave impatto economico» sull’Ue, causando «interruzioni dell’approvvigionamento, aumento dell’incertezza, maggiori premi di rischio, riduzione di investimenti e spesa dei consumatori».

In base a quanto approvato dall’UE, i beni russi rimarranno congelati fino a quando Mosca non rispetterà tre condizioni: cessare la guerra, risarcire l’Ucraina e non rappresentare più un «serio rischio di gravi difficoltà per l’economia europea». Inoltre, una proposta iniziale prevedeva di utilizzare gli asset russi per finanziare militarmente e economicamente l’Ucraina, ma tale proposta non ha trovato l’unanimità degli Stati membri. Di conseguenza, Bruxelles sembra propensa a aggirare l’ostacolo non utilizzando direttamente i fondi russi, ma i profitti generati dagli stessi. A opporsi all’utilizzo dei beni russi per l’Ucraina era stato innanzitutto il Belgio dove risiede la compagnia Euroclear sui cui conti si trovano i beni russi congelati. Già lo scorso dicembre, il Belgio aveva fatto presente il rischio di poter essere ritenuto responsabile qualora la Russia avesse intentato e poi vinto una causa contro la società. Per questo aveva chiesto che i governi dell’UE si impegnassero a reperire congiuntamente il denaro necessario per rimborsare Mosca entro tre giorni, nel caso in cui un tribunale avesse accolto le richieste russe. Insieme al Belgio, anche l’Italia aveva assunto una posizione contraria rispetto all’utilizzo dei beni russi per l’Ucraina. L’Ue ha dunque deciso di prestare all’Ucraina 90 miliardi senza fare ricorso ai fondi russi, ma sulla base di «prestiti contratti dall’UE sui mercati dei capitali» sostenuti «dal margine di bilancio dell’UE».

Le preoccupazioni di Euroclear e del Belgio risultano ad oggi più che mai fondate, dato che Mosca ha intrapreso un’azione legale come, del resto, aveva già fatto capire in passato affermando che avrebbe reagito. Al contempo, l’atteggiamento cauto e preventivo di Euroclear fa capire come le azioni di Bruxelles non siano in linea con le norme giuridiche. Già il 12 dicembre 2025, la Corte Arbitrale di Mosca aveva presentato una richiesta di risarcimento danni a Euroclear per 18,2 trilioni di rubli (226 miliardi di dollari) nei confronti della Banca di Russia. Tale importo include i fondi congelati dell’autorità di regolamentazione, il valore dei titoli congelati e i mancati profitti. Il 27 febbraio, Mosca ha depositato l’azione legale al Tribunale Ue, rendendo noto il fatto solo ieri mattina attraverso un breve comunicato stampa. Mosca ha definito il congelamento dei suoi beni una violazione dei diritti sovrani e della proprietà.

Il Giappone chiude la Chiesa dell’Unificazione

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Un tribunale d’appello giapponese ha confermato l’ordine di sciogliere la Chiesa dell’Unificazione, organizzazione religiosa accusata di manipolare i propri fedeli per ottenere donazioni. La Chiesa era attiva da tempo, ma è finita sotto i riflettori nel 2022, quando un uomo che la accusava di avere sottratto il proprio denaro portando sul lastrico la propria famiglia ha assassinato l’ex premier Shinzo Abe, sostenitore dell’organizzazione. Nel 2023, il governo ha avanzato una richiesta per sciogliere l’Organizzazione, accolta nel 2025 da un tribunale del Paese.

Una raccolta firme per opporsi alla sorveglianza e alle deportazioni di massa

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Lunedì 9 marzo il Parlamento Europeo voterà il cosiddetto “Regolamento sui ritorni”, una proposta legislativa che punta a semplificare le deportazioni dei migranti, amplificare i poteri delle autorità, rafforzare la collaborazione con aziende private e intensificare l’uso di tecnologie di sorveglianza. In risposta, numerose organizzazioni per i diritti umani e digitali sostengono la campagna #ProtectNotSurveil, promuovendo una petizione che chiede ai rappresentanti europei di intervenire ora e di rifiutare il regolamento, prima che si consolidi definitivamente un futuro in cui le garanzie fondamentali vengono sacrificate in favore di un modello di business basato sulla vulnerabilità e sulla marginalizzazione delle persone migranti.

Il pacchetto normativo, presentato l’11 marzo 2025, è stato al centro di negoziati tesi e profonde divisioni nel panorama politico europeo, soprattutto per la previsione di espellere richiedenti asilo e migranti verso Paesi terzi diversi da quelli di origine. L’obiettivo è “esternalizzare” la gestione dei flussi migratori, un approccio che richiama il controverso modello Albania promosso dal governo Meloni e che continua a sollevare critiche sul piano giuridico, politico e dei diritti umani. Il regolamento non prevede una valutazione d’impatto adeguata e contiene disposizioni che, a seconda della loro interpretazione, potrebbero persino consentire l’ingresso forzato delle forze dell’ordine in spazi privati o luoghi di culto, ampliando in modo preoccupante i margini di intervento e riducendo le garanzie per le persone coinvolte.

Le nuove tecnologie giocano un ruolo centrale in questo giro di vite, puntando sempre più sull’analisi biometrica delle persone. Sebbene l’uso commerciale di tali strumenti sia stato limitato, la normativa europea sull’intelligenza artificiale – ancora applicata solo in parte – lascia strategicamente ampi margini per gli impieghi di polizia. Ne è un esempio l’Entry/Exit System, che già oggi impone ai viaggiatori provenienti da Paesi extra‑Schengen un livello pervasivo di registrazione biometrica che solamente pochi anni fa sarebbe stato impensabile in Europa.

Partendo da questi presupposti fragili, il Regolamento Ritorni chiederebbe agli Stati membri di “dispiegare misure efficienti e proporzionate per identificare soggetti dalla nazionalità di Paesi terzi che si trattengono illegalmente nel loro territorio”, una formulazione che, di fatto, apre la strada alla legittimazione della profilazione razziale. Inoltre, considerando sia la struttura della norma sia il clima politico attuale, molti temono che questa richiesta verrà attuata replicando pratiche già viste negli Stati Uniti o, ancor prima, nei territori palestinesi occupati: l’adozione di sistemi di riconoscimento facciale e analisi biometrica direttamente sui dispositivi mobili delle forze dell’ordine, così da consentire la scansione delle persone anche negli spazi pubblici.

L’introduzione delle cosiddette “alternative alla detenzione” prevede dunque forme di monitoraggio elettronico e GPS che impongono ai migranti l’obbligo di non allontanarsi da aree designate, una dinamica che ricorda da vicino gli arresti domiciliari. Vengono inoltre sollevate serie preoccupazioni sul trattamento di questi dati, raccolti su larga scala: non solo informazioni altamente sensibili sarebbero accessibili a un ampio numero di autorità, ma con ogni probabilità sarebbero condivise anche con i Paesi terzi incaricati della gestione dei richiedenti asilo, i quali non sono soggetti agli stessi standard europei di tutela dei dati personali. 

In risposta a queste insidie, realtà come Access Now, EDRi, Amnesty International, AlgorithmWatch e molte altre hanno lanciato una raccolta firme nell’ambito dell’iniziativa Protect Not Surveil per opporsi alla deportazione di massa e al consolidamento di un sistema di sorveglianza opaco, invasivo e intriso di bias culturali. La petizione ha soprattutto un valore simbolico, tuttavia rappresenta uno strumento importante per dare voce a chi rifiuta queste derive politiche e vuole mantenere alta l’attenzione sui rischi che tali soluzioni comportano per i diritti fondamentali.

 

L’AIEA sbugiarda di nuovo USA e Israele: nessuna prova che l’Iran stia costruendo armi nucleari

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La guerra in Iran sembra star seguendo un copione già scritto e andato in scena meno di un anno fa, dagli attacchi contro Teheran giunti in un momento cruciale per i colloqui con gli USA sul nucleare, alle motivazioni che sembrano avere a che fare sopra ogni cosa con gli interessi strategici di Israele. E un dettaglio cruciale è emerso nelle scorse ore: esattamente come un anno fa, non vi sono alcune prove che l’Iran stia lavorando alla costruzione della bomba nucleare. A dirlo, di nuovo, è nientemeno che Rafael Grossi, capo dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica.

Grossi lo ha detto chiaro due volte, la prima in una intervista alla NBC: l’AIEA “non ha riscontrato elementi di un sistematico e strutturato programma di produzione di armi nucleari”. Lo ha poi ribadito chiaro in un tweet: “non vi sono prove che l’Iran stia costruendo una bomba nucleare”. Quello che preoccupa, riferisce il capo dell’AIEA, sono “le ingenti scorte di uranio arricchito“. Anche se questo “desta preoccupazioni”, non significa che l’Iran stia programmando di creare l’arma nucleare, ha specificato Grossi. Parole pressochè identiche a quelle pronunciate lo scorso giugno, quando l’agenzia smentiva l’esistenza di una minaccia reale iraniana in questo senso, contraddicendo quanto sostenuto dall’occidente – e da trent’anni di menzogne di Israele in merito.

Le dichiarazioni del capo dell’AIEA, Rafael Grossi, alla NBC

Ma se è effettivamente l’uranio arricchito a preoccupare, c’è un ulteriore tassello da aggiungere. La sera del 27 febbraio scorso, subito prima dell’aggressione non provocata da parte di Israele e USA, il ministro degli Esteri dell’Oman, Badr Albusaid (che ha mediato i colloqui sul nucleare tra Washington e Teheran) ha dichiarato in un’intervista rilasciata a CBS che l’Iran ha accettato di non stoccare “mai e poi mai” il materiale necessario per creare una bomba nucleare. “Questo è un grande risultato, qualcosa di completamente nuovo. Se non è possibile stoccare materiale arricchito, non c’è modo di creare una bomba, indipendentemente dal fatto che si proceda o meno all’arricchimento”. Nelle parole del ministro Albusaid, insomma, l’Iran aveva accettato a rifiutare di stoccare uranio arricchito, materiale fondamentale per la creazione di una bomba nucleare. “Credo che questo sia un aspetto che è stato molto trascurato dai media e vorrei chiarirlo dal punto di vista di un mediatore”. A poche ore di distanza da questa intervista, le bombe israeliane hanno cominciato a cadere.

L’aggressione giunge di nuovo in quello che sarebbe sembrato un momento cruciale nei colloqui. D’altronde, è lo stesso segretario di Stato Marco Rubio a suggerire che gli Stati Uniti sarebbero stati costretti a colpire l’Iran per via di un imminente attacco israeliano. “C’era sicuramente una minaccia imminente – ha detto Rubio alla stampa – e la minaccia imminente era che sapevamo che se l’Iran fosse stato attaccato – e noi credevamo che sarebbe stato attaccato – ci avrebbe immediatamente dato la caccia, e noi non avevamo intenzione di stare lì a incassare il colpo prima di reagire, perché il Dipartimento della Guerra aveva valutato che se lo avessimo fatto, se avessimo aspettato che ci colpissero per primi dopo essere stati attaccati – se Israele avesse attaccato – avremmo subito più vittime e più morti”. Una difesa “proattiva e difensiva”, insomma. Negli interessi di chi, non è dato saperlo.

USA: la guerra all’Iran sta spaccando irrimediabilmente il fronte MAGA

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Mentre missili, droni e aerei volano nei cieli del Medio Oriente, il fronte interno di Donald Trump si spacca sempre di più: già l’attacco dello scorso anno contro l’Iran aveva prodotto enormi sconquassi nel movimento MAGA, poi l’operazione di attacco e sequestro ai danni del Venezuela di Maduro, adesso il nuovo attacco contro l’Iran con l’uccisione della Guida Suprema Ali Khamenei. Tra accuse di “neoconservatorismo” e violazioni costituzionali, l’ala isolazionista del movimento grida al tradimento delle promesse elettorali. Il mandato di Donald Trump era iniziato sotto l’auspicio del “no alle guerre infinite” e dell’America First. Tuttavia, l’attacco congiunto sferrato da Stati Uniti e Israele contro il territorio iraniano ha infranto nuovamente questa narrazione, innescando una reazione a catena di sdegno e delusione all’interno della sua stessa base elettorale. Per molti sostenitori della prima ora, il cambio di paradigma non è solo una scelta strategica, ma un tradimento identitario. E in questo contesto il movimento MAGA (Make America Great Again), seppur formalmente in piedi, si può considerare pressochè in pezzi. 

Molti elettori ricordano le parole di Trump durante la campagna elettorale, quando accusava l’amministrazione precedente di trascinare il Paese verso la Terza Guerra Mondiale. Oggi, quegli stessi elettori vedono nei bombardamenti su Teheran una ulteriore negazione del programma di pace promesso. La reazione del mondo Make America Great Again è stata immediata e viscerale. Tucker Carlson, durante un episodio del suo podcast, The Tucker Carlson Show, ha definito l’attacco israelo-statunitense come «assolutamente disgustoso e malvagio». Altre figure MAGA si sono unite alle critiche. Tim Pool, nel suo podcast Timcast IRL, insieme agli ospiti presenti nella sua puntata, hanno criticato le azioni dell’amministrazione statunitense, sottolineando la sudditanza nei confronti di Israele. 

Da sottolineare, qui, come riportato da Axios, le dichiarazioni del Segretario di Stato, Marco Rubio, in cui sostanzialmente dice che gli Stati Uniti sono dovuti andare dietro Israele che aveva deciso di attaccare. Numerosi attivisti e commentatori di spicco hanno utilizzato i social media per denunciare il cambio di posizione del presidente Trump, eletto sulla base di presupposti diametralmente opposti a quanta sta invece facendo l’amministrazione. Il sentimento prevalente è che Trump sia stato “catturato” dalle stesse logiche del “Deep State” e dei falchi neoconservatori che aveva giurato di combattere. Tra le accuse c’è anche quella di essere sottomesso ai voleri di Israele e di voler allontanare gli Epstein Files. Per tutto questo insieme di cose, gli ex alleati di Trump, oggi suoi detrattori, hanno ribattezzando l’alleanza USA-Israele come la «coalizione Epstein».

L’ex rappresentante repubblicana della Georgia, Marjorie Taylor Greene, sostenitrice MAGA di ferro, uscita dal partito dopo la lite sul precedente attacco all’Iran e per quella sul rilascio degli Epstein File, ha scritto un lungo post su X in cui attacca Trump e interroga la base MAGA sulla deriva presidenziale. «Abbiamo detto basta guerre all’estero, basta cambi di regime! Lo abbiamo detto palco dopo palco, discorso dopo discorso», scrive Greene facendo riferimento alla campagna elettorale. Sull’Iran e il recente attacco dice: «Ci sono 93 milioni di persone in Iran, che si liberino da soli. Ma l’Iran è sul punto di dotarsi di armi nucleari. Sì, certo. Ci hanno imboccato questa strada per decenni e Trump ci ha detto che il suo bombardamento dell’estate scorsa ha completamente spazzato via tutto. È sempre una bugia e l’America è sempre l’ultima. Ma questa volta sembra il peggior tradimento, perché proviene proprio dall’uomo e dall’amministratore che tutti credevamo diversi e che non ha detto altro». 

Thomas Massie, deputato repubblicano del Kentucky e voce storica dell’ala libertaria, e anche lui, come accaduto a Greene, finito in rotta di collisione con Trump, è stato tra i più duri. Come riportato dal Kentucky Lantern, Massie ha dichiarato senza mezzi termini: «La Costituzione non è un suggerimento. Il Presidente non ha l’autorità per iniziare una guerra senza il voto del Congresso». Massie ha annunciato che spingerà per una risoluzione sui poteri di guerra, War Powers Resolution, per costringere l’amministrazione a ritirare le forze dalle ostilità. Questa posizione è condivisa da una parte crescente della destra parlamentare che, come riportato da The Hill, chiede che il potere legislativo riprenda il controllo sulla politica estera. La richiesta è chiara: un voto immediato per fermare l’escalation. 

L’attacco all’Iran segna un punto di non ritorno per la presidenza Trump. Mentre le bombe cadono, il dibattito interno al mondo MAGA continua a infuriare. La domanda che molti si pongono è se Trump sia diventato l’esecutore di quella stessa politica estera che per anni ha criticato dai palchi dei suoi comizi. E la risposta sembra, in tutto, affermativa. 

Catania, terremoto 4.5, scuole chiuse

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Intorno alle 7 di questa mattina una forte scossa di terremoto ha colpito Catania, con magnitudo stimata 4,5 gradi. L’epicentro si trova a 3 km dal centro abitato di Ragalna, a 3,8 km di profondità. Non sono stati segnalati danni a persone o cose, ma i sindaci stanno valutando di chiudere le scuole per apportare verifiche tecniche – le ordinanze sono in aggiornamento. Nel capoluogo, il sindaco Enrico Trantino ha già disposto la chiusura.

India, la Corte Suprema riconosce l’igiene mestruale come diritto fondamentale

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Con una sentenza storica, la Corte Suprema dell’India ha stabilito che la salute e l’igiene mestruale rientrano tra le tutele costituzionali garantite a ogni cittadina, riconducendole al diritto alla vita e alla dignità sancito dall’articolo 21 della Costituzione. Nel merito, il provvedimento obbliga governi statali, scuole e università a promuovere programmi di educazione sulla salute mestruale, a garantire la distribuzione gratuita di assorbenti alle ragazze e ad assicurare la presenza di servizi igienici funzionanti, separati per genere e dotati di spazi adeguati per gestire il ciclo in con...

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Il viaggio di Matteo, da Pechino a Venezia in bici: “I talebani mi hanno pagato l’albergo”

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Un novello Marco Polo che, in sella al proprio destriero di metallo, ha ripercorso la celeberrima Via della seta, ma al contrario di come è raccontata ne Il Milione, partendo infatti da Pechino per arrivare a Venezia. Nel mezzo un volo “obbligato” per sorvolare l’Iran, avventure di ogni tipo – anche a rischio della propria vita – tra deserti e un ostinato vento contraro, visti non concessi e la vita che scorre inesorabile sotto le ruote in circa 4 mesi e mezzo di viaggio, con una media giornaliera superiore ai 100 km quotidiani.

«In totale ho pedalato tra i 13 e i 14mila km. Sono sincero, devo ancora contarli tutti quanti, però più o meno, siamo lì», racconta Matteo Stella, guida di bici e Accompagnatore di Media Montagna, figura professionale per accompagnare persone in escursioni e trekking a L’Indipendente. Lo abbiamo raggiunto al telefono quando ormai, dopo aver superato Venezia, si stava dirigendo verso il posto che da una decina d’anni chiama casa, Courmayeur. Romano d’origine, si è trasferito ai piedi del massiccio più imponente d’Europa, il Monte Bianco, proprio per l’amore della montagna e dell’avventura.

Da Pechino al deserto del Gobi

In foto: Matteo Stella

Qualche scorta di cibo, un filtro per l’acqua piovana che gli è servito più di una volta per bere dalle pozzanghere, una tenda e un fornello a benzina che, oltre a permettere di evitare di cercare le bombole del gas, che in molti Paesi non sono compatibili, può essere usato con tutti i tipi di carburante, alcol compreso, e funziona anche a temperature molto basse. Tutto ha inizio il 14 ottobre, con la partenza da Pechino in direzione nord, per attraversare il confine con la Mongolia a Erenhot, ma soprattutto il deserto del Gobi, puntando Ulan Bator. «Questo è stato il primo grande schiaffo in faccia perché, oltre ad essere un deserto estremamente remoto, non c’era nulla. Né persone, né cibo lungo la via. Quindi una partenza molto complessa». A Ulan Bator una sosta necessaria per capire come attraversare i monti Altai, che separano la Mongolia dallo Xinjiang, e tornare in Cina. Stiamo parlando di un’area tra le più remote del pianeta. «Gli stessi funzionari mongoli», racconta Matteo, «non sapevano bene quali fossero i punti di accesso per superare le montagne e le frontiere aperte per i turisti, visto che non tutte possono accettare i passaporti stranieri. Quindi è stato difficile anche solo trovare informazioni. Ho contattato la Farnesina e l’ambasciata italiana in Mongolia ma nessuno mi sapeva dare indicazioni precise. E allora sono partito veramente all’avventura e mi sono dovuto sbrigare perché stava arrivando l’inverno, faceva già un freddo cane e ho superato questa catena montuosa tra mille avventure». Il passo di montagna è a un’altezza di 2800 metri. «Non era una cosa trascendentale, sono stato in posti più alti con la bicicletta anche in questo viaggio, però faceva veramente freddissimo mentre il vento contrario, una costante durante tutto il viaggio, mi sferzava il viso». L’aria gelida che arriva dalla Siberia, infatti, in tutta la Mongolia non incontra nemmeno un ostacolo.

Superato il passo, l’arrivo è di nuovo in Cina, nello Xinjiang, regione storicamente popolata dagli Uiguri, popolo di lingua turca e religione musulmana. «La cosa sorprendente è che hanno la pelle olivastra, e sono molto più simili a noi mediterranei che ai cinesi. Oltretutto è una zona estremamente controllata perché capita spesso che ci siano problemi o scontri con le autorità». Matteo pedala fino alla capitale Ürümqi, una città avveniristica che l’ha lasciato a bocca aperta. «La Cina è anni luce avanti a noi: anche nelle aree rurali c’è un livello di innovazione incredibile, pazzesco, cosa che noi non ci possiamo neanche sognare. Questa è un’altra cosa che mi è veramente passato a bocca aperta. Da lì sono ripartito verso nord per arrivare al confine con il Kazakistan».

L’arrivo in Kazakistan

Matteo in Uzbekistan

«Qui», continua Matteo, «basta superare una linea di frontiera per vedere un cambiamento incredibile: da macchine elettriche, centrali nucleari e iper-controllo ovunque, a zone veramente disabitate, in mezzo alla steppa, dove non c’è nulla». Siamo a metà novembre, visto che Matteo nel frattempo festeggia il suo 36esimo compleanno in solitaria, e pedala fino ad Almaty, dove, stremato dall’ultima parte del viaggio e con la febbre, si ferma qualche giorno per riposare.

Il viaggio riprende in direzione Biškek, capitale del Kirghizistan, per poi scendere nella valle di Fergana, tra il Tajikistan e l’Uzbekistan, fino ad arrivare a Samarcanda, considerata la capitale culturale del mondo islamico. «È il vero crocevia della Via della seta, cioè, lì hai proprio la dimostrazione dello scambio culturale e del sapere che viaggiava su questa rotta: ci sono osservatori astronomici che hanno più di mille anni. Era un centro all’avanguardia per la per la scienza, per la musica e per il diritto. Venivano qui da tutto il mondo per avere un contatto culturale con le Madrase, che sono scuole del pensiero islamico». La cosa più affascinante? «Grazie ai profondi studi di astronomia in molti posti è possibile osservare carte disegnate delle stelle e del sole che sono veramente straordinarie, direi magiche».

Marco Polo e il “tetto del mondo”

Nel frattempo siamo quasi a Natale e Matteo ha già ricominciato a pedalare in direzione sud, fino ad arrivare sulle montagne del Pamir, in piena stagione secca. «Sono quelle che Marco Polo definì “il tetto del mondo”, con una descrizione che resiste ancora oggi. La cima più alta supera i 7mila metri, io naturalmente sono stato molto più in basso». È il primo di gennaio del 2026 quando Matteo varca il confine con l’Afghanistan, nei pressi di Mazar-i Sharif, uno dei pochi valichi di frontiera aperti ai turisti. Quello afghano è considerato tra i passaporti più “deboli” del mondo e se per un cittadino è difficilissimo uscire dal Paese, non è facile nemmeno entrare per i turisti. «Ho parlato con il console a Termez, sul confine con l’Uzbekistan, l’ho convinto a ricevermi e ho presentato una lettera per descrivere il mio viaggio. Ha voluto comunque conoscermi prima di concedermi il visto. Il governo talebano non è riconosciuto da nessuno Stato e non ci sono rappresentanze diplomatiche».

Se da un lato può essere un serio problema, dall’altro, «l’idea di fondo è quella di essere gentili con qualsiasi turista passi per il Paese, nella speranza di fare una buona impressione e che questa impressione positiva venga poi raccontata in patria. È anche la stessa spiegazione che ho avuto parlando con la gente locale, posto che i talebani, per come trattano le donne e la popolazione più in generale, sono il peggio che abbia mai visto. Parliamo di un Paese completamente piegato dagli ultimi 40 anni di guerra, dove non è raro vedere bambini imbracciare un fucile, macerie di edifici distrutti e carri armati che pattugliano le zone. Io l’ho vissuto come una frontiera antropologica, sociale e umana. Nel Paese vige la Sharia, la legge religiosa islamica, con regole folli come il divieto di musica, il fatto che le donne non possano parlare in pubblico o che possano uscire di casa solo se accompagnate da un parente maschio. Gli uomini invece non si possono tagliare la barba e dovrebbero vestirsi solo con abiti tradizionali, turisti compresi. Ecco perché nei villaggi tutti mi chiedevano come mai fossi abbigliato diversamente».

I servizi segreti e l’albergo in Afghanistan

Ed è qui, nel deserto dell’Afghanistan, dove i talebani gli offrono una stanza d’albergo. «Tirava talmente tanto vento da non riuscire a mettere la tenda nella sabbia, quando vedo una sorta di piccola costruzione ai margini della strada con delle persone e provo a chiedere loro se ci fosse la possibilità di dormire lì. Solo dopo che avevano accettato mi rendo conto di essere dentro a un checkpoint di talebani. All’inizio non ci faccio particolarmente caso, mi fermavano anche 15 volte al giorno perché hanno una rete di controllo del territorio veramente fittissima e sono ovunque, anche in mezzo al deserto. C’erano una decina di ragazzi, armati e con una connessione internet che ci permetteva di parlare con un traduttore automatico. Tra l’altro uno dei capi, oltre a parlare un americano perfetto, mi ha detto di avere il doppio passaporto, e che la settimana scorsa era stato a Brooklyn».

A un certo punto un ragazzo riceve una telefonata. «Inizia a parlarmi tramite il traduttore. Conservo ancora gli screenshot della conversazione. In pratica, con tutta la calma del mondo, mi dice che i servizi di intelligence mi stanno venendo a prendere. Vado in panico. Chiedo se posso andare via ma mi dicono che devo aspettare. Allora inizio a chiamare contatti e amici per avvisarli di ciò che stava succedendo. Ero preoccupatissimo e pensavo che non ne sarei uscito vivo. Arrivano. Entrano e tutti si mettono sull’attenti. Parlano tra loro e si avvicina il momento in cui mi devono portare via, dicono per questioni di sicurezza. Quando esco la scena è tragicomica: invece che un pick up moderno con mitragliatrici e chissà cos’altro, si erano presentati con una macchina scassatissima, dove in 4 non ci stavamo nemmeno. Ho dovuto smontare la bici, abbiamo lasciato lì il capo, e un anziano, mentre la macchina era guidata da un ragazzino, mi ha portato nella città più vicina, dove hanno insistito per pagarmi il pernottamento in una sorta di ristorante/sala da tè, dove era possibile dormire per terra. Nel mezzo foto e selfie con tutti i cittadini perché per loro, vedere un turista occidentale, è come per noi accogliere una star del cinema».

Il tentativo di entrare in Iran

L’obiettivo, a questo punto, è quello di arrivare a Herat, per poi proseguire attraversando l’Iran. «C’ero già stato, sempre in bici, nel 2023, e quindi avevo un contatto con un’autorità locale che mi aveva già inviato il visto e una lettera d’invito», continua a raccontare. Arrivato a Herat, però, si rende conto che la situazione in Iran è complessa: siamo infatti nei primi giorni di gennaio, tra proteste di piazza e repressione. A quel punto, l’unico modo che ha per uscire dall’Afghanistan prima che scada il visto, è quello di tornare a Kabul, unica città da cui partono voli internazionali. La capitale non è facile da raggiungere, tra strade dissestate e un passo di montagna a 3500 metri, e, come se non bastasse, l’aeroporto funziona a singhiozzo, con un volo che parte ogni tanto per diverse destinazioni, senza poterlo prenotare. Matteo, imbarcando da solo la bici sull’aereo dopo varie discussioni con il personale, riesce a prendere un volo per Ankara, in Turchia.

Il rientro in Italia

E da qui, tutto in discesa, a parte le condizioni meteo. «Ho beccato 26 giorni di seguito di pioggia da Ankara, fino a Faenza, senza sosta». Il tragitto finale è stato questo: Ankara e poi Istanbul, Kavala e Salonicco in Grecia, poi l’Albania e il traghetto dal porto di Valona a Brindisi, per proseguire verso Benevento, Roma, Firenze, Venezia e infine casa, chiudendo il viaggio di Marco Polo.

Mi sa che hai avuto più avventure tu che lui nel Milione, mi azzardo a chiedere. «Beh», mi risponde, «lui ci ha messo 18 anni, ed è tornato in nave». Però non ha rischiato di essere investito da un camion, come invece è successo a lui a Kandahar, dove un autista anziano, probabilmente al telefono, ha perso il controllo del mezzo e ha rischiato di metterlo sotto: «Mi sarà passato a meno di un metro prima di adagiarsi, di traverso, a bordo strada, sono rimasto sconvolto per una buona mezz’ora».

La scintilla è stata la semplice curiosità. «Avevo letto una storia sulla Via della seta che mi aveva incuriosito: a Roma 2mila anni fa arrivava questo tessuto, senza che nessuno sapesse come fosse prodotto. A Pompei ci sono dei mosaici di donne che la indossano, ma in realtà nessuno sapeva veramente da dove venisse e come fosse fatta. Virgilio (nelle Georgiche, NdA) sosteneva che fosse una sorta di lanugine prodotta da foglie di determinati alberi, per altri proveniva una particolare specie di pecore. E quindi ho iniziato a studiare e documentarmi, per capire innanzitutto se fosse possibile percorrere questa strada”. Ed è così che, duemila anni dopo quei primi mercanti e otto secoli dopo Marco Polo, la Via della seta continua a mettere in movimento le persone, magari inseguendo una semplice domanda. A volte basta la curiosità di capire da dove arriva un filo di seta per ritrovarsi, quattro mesi e 14mila chilometri dopo, alla fine di una delle rotte più leggendarie della storia.

USA, hackerati i contratti della polizia dell’immigrazione

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Un gruppo di hacktivisti che si fa chiamare “Dipartimento della Pace” ha messo mano a piú di 6.000 contratti siglati dall’antimmigrazione (l’ICE) e dal Dipartimento della Sicurezza Interna degli Stati Uniti con entità di vario tipo, tra cui aziende private, agenzie governative e almeno una dozzina di università. Tra i nomi d’alto profilo emersi figurano Anduril, HBGary, L3Harris, Microsoft, Oracle, Palantir e Raytheon.

Cipro, le basi britanniche di Akrotiri sotto attacco: l’isola paga la scelta atlantica 

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CIPRO – L’attacco iraniano con droni provenienti dal Libano contro la base britannica di Akrotiri e i due missili che il governo di Londra sostiene di aver intercettato sulla costa meridionale della Repubblica di Cipro hanno scioccato tutti sull’isola. Il governo in carica, una coalizione di centro-destra guidata dal liberale Nicos Christodulides, ha atlantizzato Cipro, aprendo alla presenza americana e costruendo un asse di ferro con Grecia e Israele, anche a costo di sacrificare i rapporti con la metà turco-cipriota che vive nel nord occupato. Ora, dopo due anni focalizzati su investimenti, mercati e rottura della tradizionale neutralità della Repubblica riconosciuta, quella greco-cipriota, è arrivato il conto: «Il governo in carica ha rotto quell’equidistanza che un Paese piccolo e diviso come il nostro dovrebbe mantenere in una regione turbolenta come questa, trasformandoci in una rampa per gli interessi dell’Occidente nella regione. E in bersagli» ha dichiarato a L’Indipendente Nicos Trimikliniotis, docente di diritto e sociologia all’Università di Nicosia.

«Cipro è passata indenne attraverso guerre e crisi regionali in Medio Oriente; anzi, ne ha spesso tratto beneficio ospitando banche e capitali in fuga. Ma questa volta è diverso. Una situazione di emergenza come questa, dal 1974, dai tempi dell’invasione turca, nessuno la ricorda», dice ancora Trimikliniotis. Ma il problema più grande riguarda i rapporti con le SBA, le Sovereign Base Areas britanniche: quella di Akrotiri è la più grande base della RAF (Royal Air Force) fuori dal Regno Unito e, insieme alla zona di Dhekelia, copre circa il 3% del territorio cipriota che la Gran Bretagna trattenne dopo la decolonizzazione. «Non solo gli inglesi hanno mentito, sostenendo di non svolgere alcuna attività militare nelle SBA, ma hanno anche violato lo stesso regolamento delle basi», prosegue Trimikliniotis, citando una clausola che impone a Londra di consultare la Repubblica di Cipro qualora le basi vengano utilizzate da Paesi non appartenenti al Commonwealth: «Starmer ha annunciato di voler concedere l’uso delle basi agli alleati USA e solo allora il governo di Nicosia si è mosso. Ma nei due anni di bombardamenti su Gaza, quando aerei spia decollavano due o tre volte al giorno da Akrotiri, erano rimasti in silenzio. Come se non li riguardasse».

La situazione tesa ha provocato una reazione nella Repubblica secessionista del nord, che condivide con la base di Dhekelia una linea di confine: anche il presidente turco-cipriota Tufan Erhürman è stato duro con la controparte del sud. «L’avevamo detto. Sapevamo che sarebbe successo, prima o poi», ha scritto su Facebook riferendosi ai rischi rappresentati dalle attività delle basi britanniche sull’isola.

La Turchia è l’unico Paese della regione ad aver condannato, in qualche modo, l’attacco di USA e Israele e, in questo momento, agli occhi di molti – anche tra i greco-ciprioti – il 37% dell’isola controllato da Ankara, con circa 30mila soldati turchi stanziati, sembra paradossalmente la zona più sicura.