Il governo Meloni mette nuovamente mano al Ponte sullo Stretto. Lo fa allungando i tempi e fissando la nuova data della messa in funzione al 2034, un anno in più rispetto alle ultime stime. Dal 2026 al 2029 l’opera sponsor del Ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti Matteo Salvini verrà anche sottofinanziata, liberando delle risorse per alleggerire il debito che grava su Rete Ferroviaria Italiana (RFI), partecipata statale. La maggioranza di centrodestra ha messo nero su bianco i nuovi aggiornamenti per il Ponte sullo Stretto nel decreto-legge n. 32/2026, che domani inizierà in Senato il suo iter di conversione in legge. L’intervento politico era dovuto a causa della recente bocciatura della Corte dei Conti, che aveva rilevato diversi vizi procedurali; tuttavia i comitati popolari restano sugli scudi. Il decreto-legge «elude il nodo centrale, l’obbligo di una nuova gara, e non stanzia alcuna risorsa aggiuntiva per aggiornare documenti e procedure», denuncia l’associazione “Invece del ponte”.
Continua l’odissea tutta italiana intorno al ponte che dovrebbe collegare Sicilia e Calabria. Sul finire del 2025, la Corte dei Conti aveva svelatotutte le criticità del progetto, a partire dalle violazioni delle normative nazionali e comunitarie in tema di appalti, fino alla tutela dell’ambiente e degli habitat naturali, passando per i costi complessivi dell’opera. A cinque mesi di distanza dalla pronuncia, la maggioranza di centrodestra ha messo mano al Ponte sullo Stretto, rivedendo tabelle di marcia e finanziamenti. Alla luce dei ritardi accumulati, la data stimata per l’entrata in funzione dell’opera slitta dal 2033 al 2034. La società Stretto di Messina S.p.A. rassicura sull’inizio dei lavori, fissato per settembre. I primi anni, fino al 2029, saranno comunque segnati da un rallentamento dovuto ai tagl economici decisi dalla maggioranza nell’ultimo decreto-legge.
“Per ridurre l’esposizione debitoria di RFI S.p.A. — si legge nel testo — viene autorizzata la spesa di 1,8 miliardi di euro per l’anno 2026 e 1 miliardo di euro per l’anno 2027″. Non è difficile comprendere da dove buona parte di questi fondi saranno presi: tra il 2026 e il 2028 la spesa per il Ponte sullo Stretto verrà ridotta di circa 2,3 miliardi di euro. Fondi che dovrebbero tornare al progetto a partire dal 2030 (fatti salvi ulteriori ripensamenti), per una spesa complessiva da lasciare invariata a 13,5 miliardi di euro. Il dl «non stanzia alcuna risorsa aggiuntiva per aggiornare documenti e procedure», commenta l’associazione “Invece del ponte”, sottolineando il mancato adeguamento «all’obbligo di una nuova gara» sancito dalla Corte dei Conti, avendo riscontrato dei vizi procedurali a favore di Eurolink, incaricato di progettare e costruire l’opera.
“In considerazione della complessità tecnica e della necessità di garantire un allineamento temporale perfetto tra la realizzazione del Ponte e le opere di adduzione ferroviaria — si legge nel dl — la norma prevede la nomina di un Commissario Straordinario“, individuato nell’amministratore delegato di RFI, Aldo Isi. Con l’ultimo intervento, la maggioranza di centrodestra attiva dunque la macchina della semplificazione amministrativa per accelerare su cantieri e autorizzazioni.
Una minaccia più letale dei missili balistici e più destabilizzante delle fluttuazioni del prezzo del greggio sta emergendo con prepotenza nello scenario mediorientale, più nello specifico nel Golfo Persico. Stiamo parlando di acqua potabile. Nonostante l’immensa ricchezza dovuta ai giacimenti di gas e petrolio, senza l’acqua potabile i Paesi del Golfo non potrebbero esistere come li conosciamo oggi. La vera vulnerabilità strategica della regione risiede nella sua dipendenza assoluta dalla tecnologia di desalinizzazione dell’acqua, necessaria per la sopravvivenza di milioni di persone che vivono nelle metropoli del Golfo. L’Iran ha accusato Stati Uniti e Israele di aver varcato una soglia pericolosa con l’attacco ad un suo impianto di desalinizzazione. Il Bahrein dice di essere stato colpito da Teheran in egual misura.
Successivamente, il Bahrain ha accusato formalmente l’Iran di aver condotto operazioni di sabotaggio contro le proprie strutture di potabilizzazione, un atto che ha provocato razionamenti severi in diverse aree dell’arcipelago. Se queste accuse venissero confermate, significherebbe che la guerra ha già oltrepassato la soglia della distruzione materiale ed economica per entrare in quella della minaccia esistenziale stessa. Le nazioni del Consiglio di Cooperazione del Golfo (GCC), Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Qatar, Bahrain e Oman, hanno costruito la ricchezza dei propri regni, prima che con il petrolio, con un sistema di desalinizzazione e potabilizzazione dell’acqua. Senza questi impianti non esiste tutto il resto. In una regione quasi priva di fonti idriche permanenti, la sopravvivenza di oltre 100 milioni di persone è legata a doppio filo a circa 450 impianti di desalinizzazione. Queste cattedrali tecnologiche trasformano l’acqua salata del mare in acqua che si può bere, ma rappresentano oggi il più critico dei punti della sicurezza regionale.
La concentrazione di queste infrastrutture lungo le coste del Golfo le rende bersagli statici di estrema vulnerabilità. A differenza dei pozzi petroliferi, che possono essere ripristinati o le cui scorte possono essere compensate da riserve strategiche globali, un impianto di desalinizzazione distrutto non ha sostituti immediati. Se il petrolio genera ricchezza, l’acqua garantisce l’esistenza stessa dello Stato. Senza di essa, il contratto sociale tra i regnanti e la popolazione si dissolve in pochi giorni. Anche per questo, oltre agli impianti di desalinizzazione, gli Stati del Golfo spendono molto in geoingegneria, tramite l’“inseminazione delle nuvole”, per aumentare il volume di acqua a disposizione.
Il caso più emblematico di questa fragilità è rappresentato da Riyadh, capitale dell’Arabia Saudita. Situato sulla costa orientale saudita c’è l’impianto di Jubail, uno dei complessi di desalinizzazione più grandi al mondo e funge da polmone idrico principale per la capitale, situata nel cuore del deserto. Secondo un rapporto della CIA del 2010, un blocco totale o la distruzione di Jubail forzerebbe l’evacuazione di massa di Riyadh, una metropoli di oltre 7 milioni di abitanti, entro una settimana.
Non esiste un piano di contingenza realistico per trasportare acqua potabile sufficiente per una popolazione di tali dimensioni in un ambiente iper-arido. In questo contesto, l’acqua non è più solo una risorsa, ma una “bomba atomica” che, se attivata, non contamina il terreno con le radiazioni ma lo rende comunque inabitabile (o insostenibile per un così alto numero di persone).
Le autorità afghane hanno annunciato che almeno due bambini sono stati uccisi da attacchi provenienti dal Pakistan. Altre 10 persone sono invece state ferite. I combattimenti sono stati segnalati sulle aree di confine, dove soldati pakistani e afghani si sono scambiati reciprocamente colpi di arma da fuoco e mortaio. Le ostilità tra i due Paesi sono riemerse lo scorso mese, per poi vivere un calo fino alla scorsa settimana. Contando gli ultimi sette giorni, quello di oggi risulta il terzo episodio di scontri violenti tra i due Paesi.
Per trent’anni l’arte più famosa del mondo non aveva nome. O meglio, ne aveva uno solo: Banksy. Un nome che era insieme un manifesto, uno scudo e un paradosso vivente. La magia è finita il 13 marzo 2026, quando Reuters ha pubblicato un’inchiesta in grado di svelare, documenti alla mano, chi si nasconde dietro la bomboletta spray più politica della storia contemporanea. Si chiama Robin Gunningham. È nato a Bristol nel 1973. E da qualche anno si fa chiamare David Jones, tra i nomi più comuni del Regno Unito.
L’inchiesta Reuters: quattro anni per un nome
Il punto di partenza è l’autunno del 2022, quando una serie di murales appare sulle macerie di edifici bombardati nell’Ucraina devastata dalla guerra russa. Sette opere, disseminate tra Kiev e i villaggi della periferia: immagini di bambini, di ginnaste, di atleti che danzano su cumuli di polvere e ferro. Mentre Banksy le rivendica su Instagram, l’agenzia inizia a scavare.
I giornalisti Simon Gardner, James Pearson e Blake Morrison seguono la pista per anni intervistando una dozzina di persone vicine all’artista e analizzando fotografie in cui il volto è sì coperto, ma lascia trasparire qualche dettaglio. Risalgono al settembre 2000, quando un uomo viene arrestato a New York sul tetto del 675 di Hudson Street, mentre deturpa un cartellone pubblicitario di Marc Jacobs. Nelle carte giudiziarie, mai rese pubbliche fino ad allora, c’è una confessione scritta a mano. Il nome è Robin Gunningham. Un nome che, a dire il vero, era già circolato. Nel luglio 2008 il Mail on Sunday aveva pubblicato un’inchiesta indicando proprio Robin Gunningham come il volto dietro la maschera, corredandola di una fotografia. Il manager dell’artista smentì senza esitazione, e la storia si sgonfiò. Inoltre poco dopo l’uscita di quell’inchiesta, Banksy avrebbe cambiato legalmente il proprio nome da Robin Gunningham a David Jones, rendendo di fatto il nome svelato dal tabloid già obsoleto nel momento in cui veniva pubblicato.
La Reuters riesce a chiudere cerchio con i dati di immigrazione in Ucraina: il 28 ottobre 2022, lo stesso giorno in cui Robert Del Naja di Massive Attack e il fotografo Giles Duley (senza braccia e con protesi alle gambe, quindi riconoscibilissimo) entrano in Ucraina, un certo David Jones attraversa il confine. La data di nascita sul passaporto coincide con quella di Robin Gunningham. Due giorni dopo, un’anziana del villaggio di Horenka prepara il caffè per due pittori mascherati. Quando Reuters le mostra una galleria fotografica, la sua reazione non lascia spazio ai dubbi.
L’avvocato di Banksy, Mark Stephens, ha scritto all’agenzia chiedendo di non pubblicare: rivelare l’identità dell’artista violerebbe la sua privacy, interferirebbe con la sua arte, lo metterebbe in pericolo. «Lavorare in forma anonima o sotto pseudonimo serve interessi sociali vitali», ha scritto Stephens. «Protegge la libertà di espressione, consentendo ai creatori di dire la verità al potere senza timore di ritorsioni.» Reuters ha pubblicato lo stesso. L’ex manager dell’artista, Steve Lazarides, ha liquidato la questione con una frase che vale un’opera: «Robin Gunningham non esiste. Il nome che avete l’ho ucciso anni fa».
Un artista che ha scelto i muri del mondo
Prima di essere un enigma, Banksy è stato un ragazzo di Bristol che spruzzava stencil sui muri della sua città. La sua prima opera riconoscibile – The Mild Mild West, un orsacchiotto di peluche che fronteggia una fila di poliziotti in tenuta antisommossa – appare nel 1999 e stabilisce già la grammatica di tutto ciò che verrà: ironia tagliente e contenuto politico che brucia sotto la superficie. Negli anni Duemila i topi e le scimmie di Banksy colonizzano Londra. Girl with Balloon compare nel 2002 sul Waterloo Bridge. Kissing Coppers scandalizza Brighton nel 2004. Flower Thrower diventa l’icona globale di una resistenza nonviolenta che il sistema non sa come gestire.
Ma è in Palestina che l’arte di Banksy acquista la sua dimensione più scomoda e necessaria. Sul Muro di separazione israeliano compaiono le sue immagini più potenti: bambini che salgono su palloncini verso il cielo, una bambina perquisita da un soldato, un varco immaginario che apre su una spiaggia caraibica. Nel 2017, a Betlemme, inaugura il Walled Off Hotel, affacciato sul muro e con «la peggiore vista sul mondo»: una struttura reale, aperta ai visitatori, che è allo stesso tempo opera d’arte, atto politico e schiaffo alla comunità internazionale. Negli ultimi anni, con Gaza sotto le bombe, Banksy è tornato a dipingere: un gatto che gioca con un gomitolo di filo tra le macerie, un civile che porta in spalla una bandiera bianca.
In Italia, la sua firma è apparsa in luoghi simbolici. Nel maggio 2019 è toccato a Venezia: all’alba del 9 maggio, sulle mura di Palazzo San Pantaloncompare Migrant Child, un bambino in giubbotto di salvataggio che regge una torcia olimpica arancione — lo stesso colore dei canotti dei migranti nel Mediterraneo. L’opera arriva nei giorni di apertura della Biennale, quando la città è piena di galleristi e collezionisti: non è un caso. Anni dopo, Banca Ifis acquista l’intero palazzo con l’intenzione di restaurare il murale. Una “buona intenzione” che tradisce esattamente ciò che quell’opera voleva significare.
Restaurare Banksy significa ucciderlo
Il murales è per definizione un’opera ribelle. Non chiede il permesso, non è inserito una cornice e non pretende il pagamento di un biglietto d’ingresso. Il suo destino è stare esattamente dove sta: esposto al vento, alla pioggia, all’incuria, per poi svanire. Quando Venezia decide di restaurareMigrant Child, trasforma un urlo in un soprammobile. Quando le gallerie organizzano mostre su Banksy con riproduzioni autorizzate a prezzi da mercato, eseguono su di lui la stessa operazione che i suoi murales denunciano: trasformare la critica in prodotto, l’indignazione in consumo. Nel 2018, la celebre Girl with Balloon viene messa all’asta da Sotheby’s e, nel momento esatto in cui il martelletto cade, si autodistrugge passando attraverso un trituratore nascosto nella cornice. La folla rimane senza parole. Il mondo ride, o piange, o non capisce.
Nel 2021, durante la pandemia, dipinge su un vagone della metropolitana londinese topi che starnutiscono, tossiscono, usano il gel disinfettante, denunciando la gestione dell’emergenza sanitaria; il gestore della metro fa rimuovere l’opera nel giro di poche ore. Lo stesso anno vende un quadro per raccogliere fondi per gli ospedali britannici del NHS, dimostrando che il sistema è disposto ad accettare i suoi soldi pur continuando a cancellare i suoi muri. Nel 2025, un’opera compare davanti alle Royal Courts of Justice di Londra, critica rispetto al giro di vite del governo britannico sul diritto di protesta. Rimossa anche quella.
Un nome non cambia niente
La forza di Banksy non ha mai avuto bisogno di un volto. Ce l’hanno ricordato loro (i collezionisti, i mercanti, i funzionari della cultura istituzionale) ogni volta che hanno tentato di dargliene uno: con le mostre non autorizzate che spuntano ovunque, con i documentari sulla “vera storia”, con le aste e i restauri e le targhe commemorative. Forse è questa la sua opera più compiuta: non un singolo stencil, non un singolo murales, ma la costruzione di un mito che il mercato rincorre da trent’anni senza riuscire ad afferrare. Ora ha anche un nome. Robin Gunningham. Cinquantadue anni, Bristol. Potete metterlo in catalogo, se volete. Ma sarà un catalogo senza voce, perché i muri continueranno a parlare per lui.
A Roma, nel quartiere Pigneto, dieci persone sono rimaste ferite a seguito del tamponamento fra due tram, delle linee 5 e 19. Sono in corso gli accertamenti da parte degli agenti della polizia municipale per ricostruire la dinamica dei fatti. Al momento la viabilità risulta tornata regolare. Il tamponamento nella capitale avviene in un periodo già movimentato per il trasporto locale, alla luce dei diversi incidenti tranviari avvenuti a Milano nelle ultime due settimane.
Dalle segnalazioni della campagna internazionale No Harbor for Genocide (NHG) era scattata una vera e propria corsa contro il tempo nel porto di Gioia Tauro. Nell’hub calabrese era stato infatti segnalato l’arrivo di 5 container carichi con ogni probabilità di materiale bellico diretto verso Israele. Nonostante la mobilitazione della società civile e l’interessamento politico del M5S, la nave sospetta ha lasciato il porto di Gioia Tauro il 14 marzo, un giorno prima del previsto, impedendo i controlli delle autorità. L’attenzione resta alta, nei confronti di quella che potrebbe configurarsi come una violazione del diritto internazionale da parte dell’Italia, alla luce dei crimini commessi dal partner commerciale. Per oggi è atteso l’arrivo di altri 3 container, facenti parte della stessa spedizione. BDS Italia, in cooperazione con diversi movimenti nazionali e internazionali, ha chiesto ispezioni e blocchi nel caso in cui fosse confermata la natura bellica del carico.
Il 1 marzo scorso la nave MSC Marie Leslie ha scaricato al porto di Gioia Tauro cinque container, imbarcati successivamente sulla nave Lucy, sempre di proprietà della multinazionale svizzera. I container — scrive BDS Italia — sono sospettati di trasportare materiale per uso militare (inclusi proiettili di artiglieria da 155 mm) «proveniente dall’India e destinato alla più grande fabbrica di munizioni israeliana, la IMI System, di proprietà della Elbit System, a Ramat Hasharon in Israele». Stando alle segnalazioni della campagna internazionale No Harbor for Genocide (NHG), il carico proverrebbe dall’azienda indiana di acciaio balistico RL Steel, con sede nella città di Aurangabad.
Ricevuta la segnalazione del carico sospetto, tanto la società civile quanto una parte dello spettro politico si sono attivati per fare luce sulla questione. Stefania Ascari, deputata del M5S, ha presentato un’interrogazione parlamentare, chiedendo al governo diverse informazioni, a partire dalla conferma della natura bellica del carico. Nel frattempo la nave MSC Lucy ha lasciato l’hub calabrese prima del previsto, nel silenzio delle istituzioni e all’ombra dei controlli. L’allerta resta massima: oggi è infatti previsto l’arrivo da Valencia della nave MSC Siena, parte della stessa spedizione indiana. «Chiediamo con urgenza a tutte le autorità competenti — scrive BDS Italia — di intraprendere immediatamente tutte le azioni necessarie per le ispezioni dei tre container trasportati dalla nave MSC Siena. È fondamentale che gli Stati smettano di fornire materiale militare a Israele».
Le istanze avanzate dal movimento Boicottaggio, Disinvestimento, Sanzioni (BDS) si inseriscono nella più ampia campagna Block the Boat, che chiede ispezioni rigorose su tutti i carichi diretti verso Israele, con l’obiettivo di rispettare il diritto internazionale. Quest’ultimo è composto da centinaia di consuetudini, convenzioni e trattati. Le Convenzioni di Ginevra del 1949, il Trattato sul commercio delle armi e la Convenzione per la prevenzione e la repressione del crimine di genocidio — a cui l’Italia ha aderito — prevedono l’obbligo di prevenire il trasferimento di materiali che possano contribuire alla commissione di gravi crimini. Negli ultimi due anni, Israele è stato destinatario di denunce e condanne da parte di organizzazioni per i diritti umani, nonché dalle Nazioni Unite. Lo Stato ebraico è ancora oggi sotto processo alla Corte Internazionale di Giustizia con l’accusa di genocidio del popolo palestinese. In attesa della sentenza, il tribunale ha ordinato ai Paese membri dell’ONU di “adottare misure per prevenire relazioni commerciali o di investimento che contribuiscano al mantenimento della situazione illegale creata da Israele nel Territorio palestinese occupato”. Il nostro Paese deve poi fare i conti con le sue stesse leggi, come la n. 185/90, che disciplina il commercio di armi. Si tratta di una delle discipline più stringenti d’Europa, che stabilisce divieti e controlli al fine di evitare forniture illegali.
È terminato lo spoglio della votazione tenutasi ieri in Kazakistan. I cittadini sono stati chiamati a votare per l’adozione di una nuova Costituzione, approvata con ampia maggioranza dall”87,15% della popolazione. L’affluenza alle urne si è attestata al 73,12%. Con la nuova Carta, viene snellito il numero dei rappresentanti legislativi nel Parlamento del Paese e viene reintrodotta la carica di Vicepresidente, abolita nel 1996. A nominarlo, sarà il Presidente, che avrà il potere di designare anche una serie di funzionari chiave.
Hai appena scollato le terga dalla poltrona in pelle umana per posarle sul sedile riscaldato del tuo bolide. Chiusa la fabbrichetta, si torna a casa con l’allegra consapevolezza che finalmente Folagra, il dipendente iper-sindacalizzato e piantagrane, avrà quel che si merita. L’elettricista ha fatto un lavoro rapido e pulito: mini videocamera piazzata nel suo ufficio e puntata sul monitor del pc. Sei certo che il lavoratore farà qualche errore, il sistema video lo riprenderà e si beccherà sui denti un bel licenziamento disciplinare. Ti pregusti il momento, sfrecciando nella fosca serata brianzola.
Quel che non sai, è che l’utilizzo di strumenti tecnologici come email, telefono e GPS per il controllo dei lavoratori è una materia complessa, disciplinata da un incrocio di normative che cercano di bilanciare le esigenze del datore di lavoro con il diritto alla dignità e alla riservatezza del dipendente. La disciplina cardine è l’art. 4 dello Statuto dei Lavoratori (Legge n. 300/1970), come modificato dal Jobs Act, unitamente alla normativa sulla privacy.
Eh già, la fabbrichetta non è proprio come casa tua e non puoi fare quello che vuoi.
La Disciplina generale dei controlli a distanza: l’art. 4 dello Statuto dei Lavoratori
L’art. 4 dello Statuto dei Lavoratori stabilisce il quadro normativo per l’installazione e l’uso di impianti audiovisivi e gli altri strumenti dai quali derivi anche la possibilità di controllo a distanza dell’attività dei lavoratori. La norma distingue due scenari principali.
Strumenti di controllo in senso stretto: sono installati specificamente per finalità di controllo, come i sistemi di videosorveglianza. La loro installazione è legittima solo se persegue una delle seguenti finalità: esigenze organizzative e produttive; sicurezza del lavoro; tutela del patrimonio aziendale.
Per installare tali strumenti, è necessario seguire una procedura di garanzia che prevede, a seconda del numero di unità produttive di cui è composta l’azienda, la stipula di un accordo collettivo con la rappresentanza sindacale ovvero con le associazioni sindacali maggiormente rappresentative. In mancanza di accordo, il datore di lavoro deve richiedere l’autorizzazione amministrativa alla sede territoriale dell’Ispettorato Nazionale del Lavoro o alla sede centrale per le imprese plurilocalizzate.
Gli strumenti utilizzati per rendere la prestazione lavorativa (es. computer, smartphone aziendale, tablet) e gli strumenti di registrazione (badge) sono esclusi dalla procedura di garanzia. Questa esenzione non significa che il controllo sia libero. Significa solo che non è necessaria la procedura preventiva per la loro installazione.
Ottimo, il tuo piano sembra perfettamente congegnato: devi solo aspettare che il sindacalista rivoluzionario commetta una qualsiasi negligenza. Questa sarà memorizzata dal tuo sistema di registrazione e ti fornirà la prova per spedirlo in mezzo a una strada. Vabbè, con tanto di Naspi che finanzi anche con le tue tasse, purtroppo. Molto meglio che tenersi la serpe in seno, in ogni caso.
E invece. L’utilizzabilità delle informazioni raccolte è soggetta a condizioni che non ammettono deroghe.
Adeguata informazione: il lavoratore deve essere stato preventivamente e adeguatamente informato sulle modalità d’uso degli strumenti e sulle modalità di effettuazione dei controlli. Questa informazione è cruciale e spesso contenuta in regolamenti o policy aziendali.
Rispetto della normativa sulla privacy: il trattamento dei dati deve essere conforme ai principi del GDPR e del Codice Privacy, in particolare i principi di necessità, correttezza, pertinenza e non eccedenza.
I “Controlli difensivi”
La giurisprudenza ha elaborato la categoria dei “controlli difensivi”, ovvero quei controlli volti non a verificare l’adempimento della prestazione lavorativa, ma a tutelare il patrimonio aziendale o a prevenire o accertare la commissione di illeciti da parte del lavoratore.
La Corte di Cassazione ha chiarito il perimetro dei cc.dd. controlli difensivi in senso stretto: sono quelli “mirati” e diretti ad accertare specifiche condotte illecite ascrivibili a singoli dipendenti, sulla base di concreti indizi. La legittimità di un controllo difensivo “in senso stretto” è subordinata a condizioni rigorose:
il controllo deve essere attivato solo in presenza di un “fondato sospetto” circa la commissione di un illecito, non essendo sufficiente una mera ipotesi o un sospetto generico;
deve trattarsi di un controllo ex post, ovvero successivo all’insorgere del fondato sospetto: la giurisprudenza ha chiarito che è illegittimo per il datore di lavoro acquisire e conservare massivamente dati per poi analizzarli “ex post” invocando un controllo difensivo.;
bilanciamento e proporzionalità: anche in presenza di un fondato sospetto, il controllo deve rispettare i principi di proporzionalità e minimizzazione, assicurando un corretto bilanciamento tra le esigenze aziendali e le tutele della dignità e riservatezza del lavoratore.
Quando il controllo configura un abuso
Insomma, è chiaro che l’idea di controllare invasivamente, preventivamente e segretamente Folagra vìola una caterva di disposizioni in materia di rispetto della dignità, privacy e trasparenza. E lo champagnino con cui pensavi di brindare per la tua brillante idea, al tavolo col tuo avvocato, ti sta andando maledettamente di traverso.
Un controllo sul lavoratore diventa un abuso quando viola le norme sopra descritte. Le principali ipotesi di abuso sono quindi: la violazione delle procedure di garanzia: un controllo occulto generalizzato; un falso controllo difensivo; la mancanza di informazione preventiva al dipendente; un controllo sproporzionato e invasivo; la violazione della privacy.
Il tuo avvocato ti guarda torvo: “Insomma, se non le hai beccate tutte, poco ci manca. Occhio che se il compagno Folagra se ne accorge ti fa la festa” sentenzia, degustando l’ultimo pezzo di sashimi.
Rimedi e tutele per il lavoratore
Il lavoratore che subisce un controllo illegittimo ha a disposizione diversi strumenti di tutela:
Inutilizzabilità dei dati a fini disciplinari: la conseguenza principale della raccolta di informazioni in violazione dell’art. 4 dello Statuto dei Lavoratori o della normativa sulla privacy è l’inutilizzabilità di tali dati ai fini del procedimento disciplinare. Se un licenziamento o un’altra sanzione si basa esclusivamente su prove acquisite illegalmente, il provvedimento può essere impugnato e dichiarato illegittimo dal giudice del lavoro.
Impugnazione del provvedimento disciplinare: il lavoratore può impugnare giudizialmente la sanzione disciplinare (dal richiamo verbale al licenziamento) basata sui dati illegittimamente raccolti, chiedendone l’annullamento.
Tutela della privacy: il lavoratore può rivolgersi al Garante per la Protezione dei Dati Personali, segnalando il trattamento illecito dei suoi dati. Il Garante può avviare un’istruttoria e irrogare sanzioni amministrative anche molto pesanti nei confronti del datore di lavoro.
Azione per il risarcimento del danno: la violazione della dignità e della riservatezza del lavoratore può configurare un danno (patrimoniale e non patrimoniale) risarcibile. Il lavoratore può quindi agire in giudizio per ottenere il risarcimento del danno subito a causa del controllo abusivo.
Tutela penale: in casi estremi, l’accesso indebito a contenuti protetti da riservatezza, come la corrispondenza privata, potrebbe comportare la commissione del reato di violazione di corrispondenza (art. 616 c.p.).
Serata finita, salutato l’avvocato ti avvii a varcare il cancello della tua magione in quel di Seregno. E l’ultimo pensiero è per l’elettricista: quel maledetto ti spillerà qualche centinaio di euro anche per rimuovere tutta l’apparecchiatura dalla stanza di Folagra. Vabbè, glieli dai in nero, qualcosa ti leva sempre.
Nuove esplosioni si sono udite nel centro di Kiev. A dare la notizia è stata RBC-Ukraine, citando le autorità locali che parlano di un raro attacco aereo in pieno giorno, con droni e missili intercettati. «I resti di un drone sono caduti proprio nel centro della città, senza causare vittime», ha dichiarato il sindaco Klitschko, esortando i cittadini a restare nei rifugi.
Doveva rimanere fino al 31 luglio, per poi venire spostato presso la costa di Vado Ligure, in provincia di Savona; il governo, però, ha cambiato idea. Si tratta del rigassificatore di Piombino, per cui l’esecutivo ha prorogato l’autorizzazione a rimanere nelle acque toscane. L’installazione era stata voluta dal governo Draghi, che la aveva autorizzata nel 2022. L’impianto arrivò nel 2023, e dopo diverse proteste di sigle ambientaliste, comitati, e dello stesso Comune, il governo Meloni promise che sarebbe stato trasferito in Liguria. Con il rigassificatore, inoltre, era stata concordata la realizzazione di dieci opere di compensazione, di cui solo due sono state avviate, e nessuna terminata.
Il provvedimento con cui il governo ha prorogato l’autorizzazione del rigassificatore di Piombino è stato approvato con un decreto legge dello scorso mercoledì 11 marzo, ed è entrato in vigore il giorno dopo. Di preciso, il quinto comma dell’articolo 9 del DL stabilisce che gli impianti di rigassificazione di gas naturale liquefatto la cui autorizzazione risulta in scadenza entro il 31 dicembre possono presentare una istanza di rinnovo entro il 30 giugno per continuare a operare sulla base della precedente autorizzazione «e dei correlati atti di assenso, ivi compresa l’autorizzazione integrata ambientale, fino alla conclusione del procedimento di rinnovo, proroga o nuova autorizzazione». La misura è pensata con lo scopo di «assicurare la continuità degli approvvigionamenti funzionali alla sicurezza energetica nazionale».
Il rigassificatore era stato approvato dal governo Draghi nel 2022 per fare fronte alla crisi energetica dovuta alla guerra in Ucraina, ed era arrivato nel 2023, sotto l’esecutivo Meloni. L’impianto è gestito da Snam e aveva trovato il beneplacito del governatore toscano Giani, che tuttavia oggi si è detto contrario alla sua proroga. Il rigassificatore era finito sotto i riflettori sin da prima del suo arrivo, attirando proteste e timori per il suo possibile impatto sulla sicurezza dei cittadini (le cui abitazioni sorgono a distanza molto ravvicinata dal porto), sul turismo e sull’ambiente, in una zona già martoriata da anni di attività dell’ex acciaieria Lucchini (ora JSW Steel). Contro di esso, il Comune di Piombino ha presentato un ricorso al TAR, che tuttavia ha confermato l’impianto e condannato la città a pagare le spese legali. Viste le proteste della società civile e dello stesso Comune di Piombino, il governo Meloni ha accettato di spostare il rigassificatore dopo la scadenza dell’autorizzazione, trovando un accordo con l’allora governatore ligure di centrodestra Toti per ricollocarlo al largo delle coste di Vado Ligure. Dopo le dimissioni di Toti a causa di uno scandalo sui finanziamenti in campagna elettorale, con l’arrivo della presidenza di Marco Bucci, sempre di centrodestra, la posizione della regione è cambiata.
Agli ostacoli politici si sono aggiunti anche il parere dell’Autorità di regolazione per energia reti e ambiente (Arera) e le richieste di Snam: nel luglio del 2025, Arera ha emanato una delibera in cui sosteneva che spostare il rigassificatore sarebbe stato troppo costoso, a causa delle spese di adeguamento delle reti infrastrutturali; lo scorso gennaio, invece, Snam ha avanzato una richiesta di proroga per mantenere l’impianto in acque toscane. Dopo il rifiuto della Liguria, il governo non si è mosso per cercare una collocazione alternativa per il rigassificatore e ha ceduto alle richieste di Snam. L’esecutivo non ha solo disatteso le promesse fatte alla cittadinanza; delle opere di compensazione previste dallo stesso Draghi, infatti, non c’è ancora notizia di avanzamento. «Sono tre anni che abbiamo in casa quest’impianto e non abbiamo visto un soldo», ha dichiarato il portavoce di Ascolta Piombino Riccardo Gelichi. Tra le varie cose erano previste la messa in sicurezza delle discariche, lo sconto in bolletta per i cittadini, la sistemazione delle banchine portuali, il completamento delle principali infrastrutture viarie di Piombino e una serie di agevolazioni per gli investimenti.
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