Si è svolta in Oman una prima giornata negoziale tra Iran e Stati Uniti, composta da due turni di colloqui indiretti. Teheran e Washington hanno consegnato al ministro degli Esteri dell’Oman, Badr Al Busaidi, le rispettive proposte per procedere e giungere a un accordo. Il dossier più importante resta lo sviluppo del programma nucleare iraniano. Il ministero degli Esteri dell’Oman afferma in un comunicato che i colloqui si sono concentrati sulla creazione «di condizioni adeguate per la ripresa dei negoziati diplomatici».
L'”inverno cripto” colpisce anche il Bitcoin
Che il settore blockchain sia un terreno ad alto rischio è ormai evidente. Il Bitcoin, tuttavia, aveva costruito negli anni un’aura di relativa solidità, riuscendo a imporsi come riferimento del comparto e a catalizzare un grado di fiducia che nessun’altra criptovaluta era riuscita a eguagliare. L’attuale scenario geopolitico, segnato da tensioni crescenti e da un’incertezza globale che si riflette su ogni mercato, ha tuttavia incrinato anche questa narrazione. Dal picco del 6 ottobre, il Bitcoin ha imboccato una traiettoria discendente rapidissima, con un crollo che ha bruciato un valore stimato di circa 1.200 miliardi di dollari, riportando al centro del dibattito la fragilità strutturale di un ecosistema che continua a essere vulnerabile agli shock esterni.
Solamente nella giornata di ieri, giovedì 5 febbraio, la criptovaluta ha perso circa il 10% del valore di mercato, proseguendo una tendenza ribassista che si trascina ormai da mesi e che ha riportato le quotazioni ai livelli precedenti all’insediamento di Donald Trump alla Casa Bianca nel 2024. L’elezione del presidente aveva inizialmente alimentato un forte ottimismo nei confronti dell’intero settore, complice una retorica apertamente favorevole alle criptovalute, la quale potrebbe essere stata influenzata sia dagli interessi della sua famiglia nel comparto, sia dalla vicinanza di alcuni membri della sua cerchia a figure di primo piano dell’industria. Tra queste, Changpeng Zhao, fondatore di Binance, condannato nel 2024 per violazioni legate al riciclaggio e sanzionato con una multa da 4,8 miliardi di dollari. Zhao ha scontato una pena detentiva di quattro mesi negli Stati Uniti, tuttavia la sua posizione legale è tornata al centro dell’attenzione dopo la grazia concessa lo scorso ottobre dallo stesso presidente Trump.
Questi presupposti fortunati non sono però riusciti a compensare il prepotente impatto delle turbolenze globali. Gli investitori stanno, alla ricerca di sicurezza, stanno abbandonando gli asset ad alta volatilità per rifugiarsi in beni percepiti come più sicuri. Per avere un ordine di grandezza, secondo dati citati da Business Insider, nell’ultimo anno l’oro ha messo a segno un incremento del 70%, mentre l’argento è arrivato addirittura a toccare il 160%. A complicare ulteriormente il quadro è intervenuta anche la recente nomina di Kevin Warsh alla guida della Federal Reserve: molti osservatori ritengono che il suo avvento possa preludere a un approccio più severo nei confronti dell’ecosistema blockchain, alimentando ulteriori incertezze sul futuro del settore.
In questa fase, le criptovalute stanno iniziando a risentire anche della concorrenza esercitata dalle tecnologie di intelligenza artificiale, la nuova “big thing” capace di attirare capitali speculativi, investitori privati, data center e talenti ingegneristici. Una migrazione che, a sua volta, sta progressivamente svuotando quelle comunità online che avevano trasformato il mondo crypto in un fenomeno identitario di aggregazione e che lo alimentavano con il furore della loro fede. Parallelamente, l’ultima serie di documenti resi pubblici dal Dipartimento di Giustizia statunitense, nell’ambito delle indagini sul giro di abusi legato a Jeffrey Epstein, emergono infatti diversi legami – diretti e potenziali – tra Epstein e la promozione della criptovaluta.
Nello specifico, è emerso che nel 2014 Epstein ha investito nella piattaforma di scambio Coinbase e che, tra il 2002 e il 2017, ha sostenuto direttamente le attività del MIT legate alle valute digitali, convogliando 850,.000 dollari verso il Massachusetts Institute of Technology. Non sorprende che un soggetto attivo nei paradisi fiscali e coinvolto in un vasto giro di sfruttamento minorile potesse guardare con interesse a un sistema finanziario parallelo e indipendente da quello offerto dalle banche centralizzate. Ciononostante, la rivelazione ha messo in forte imbarazzo alcuni dei membri più idealisti dell’area libertaria, i quali non hanno affatto gradito lo scoprire un simile retaggio all’interno della storia del Bitcoin.
L’immagine simbolo del poliziotto ferito a Torino è stata rielaborata con l’IA
Un poliziotto in ginocchio sull’asfalto bagnato, il corpo piegato in avanti e sorretto da un collega che si china per aiutarlo. Uno indossa ancora il casco, l’altro ha il volto scoperto e teso; una mano cerca appoggio sulla spalla per sostenete il collega ferito. La scena è isolata dal buio della notte, illuminata da luci artificiali che ne accentuano il carico emotivo. Così si presenta la fotografia pubblicata dalla Polizia di Stato il 1° febbraio su X, a corredo della comunicazione sugli scontri avvenuti a Torino durante la manifestazione a sostegno di Askatasuna del giorno precedente. Lo scatto, divenuto virale sui social e sui media, si è imposto come immagine simbolo della violenza subita dalle forze dell’ordine. Tuttavia, un’analisi più attenta mostra che si tratta di una immagine modificata con l’utilizzo dell’intelligenza artificiale. L’immagine, tra l’altro, non collima con altri materiali originali dello stesso istante diffusi dai profili social del partito di maggioranza, Fratelli d’Italia, e da diversi media e agenzie di stampa.
L’immagine è stata sottoposta dalla nostra redazione a diversi strumenti di rilevamento di contenuti generati o modificati con intelligenza artificiale. I risultati non sono identici, ma convergono tutti su un punto: la fotografia mostra una percentuale significativa di intervento AI, variabile dal 32% fino a oltre il 99% a seconda del detector utilizzato. La variabilità delle percentuali è spiegabile dal fatto che la base dell’immagine è reale, ma lo scatto è stato successivamente rigenerato tramite intelligenza artificiale per aumentarne la risoluzione e accentuarne l’effetto drammatico. Non si tratta, quindi, di un’immagine interamente costruita, bensì di un frame estratto da un video autentico dell’assalto al poliziotto e poi rielaborato con strumenti di AI generativa. L’intervento ha evidentemente migliorato nitidezza e definizione, puntando soprattutto a rafforzarne l’impatto emotivo. Ma non solo, ha anche modificato in maniera sostanziale la fotografia.
Il confronto diretto tra il video degli scontri e la foto diffusa sui social istituzionali rivela numerose incongruenze visibili a occhio nudo, difficilmente spiegabili con una semplice differenza di angolazione. Nel video originale il poliziotto indossa una maschera antigas e impugna uno scudo antisommossa; nella foto postata dalla Polizia di Stato, questi elementi scompaiono o vengono trasformati. Il volto, coperto nel filmato, appare invece visibile e, dunque, ricostruito, con artefatti grafici tipici del “riempimento generativo” utilizzato da software AI. Anche lo sfondo cambia: una vettura visibile nel video sparisce, la pavimentazione non coincide, le fonti di luce risultano incoerenti. Le texture dei pantaloni e dei guanti mostrano una morbidezza innaturale, le scritte “Polizia” risultano deformate, le pieghe dei tessuti sembrano ridisegnate. Tutti segnali noti a chi lavora con immagini AI: quando l’algoritmo “immagina” ciò che non vede, crea una scena plausibile, ma non vera. Il risultato è una foto più pulita, più drammatica, ma anche meno fedele alla realtà.
L’analisi porta a una conclusione chiara: con altissima probabilità l’immagine diffusa dalla Polizia di Stato è il prodotto finale di una catena di rielaborazioni AI, partite da un video reale – che nessuno contesta – ma spinte progressivamente verso una rappresentazione emotivamente più efficace. In questo processo, il volto ricostruito e la postura “iconica” del poliziotto diventano centrali: l’AI colma ciò che la realtà non mostrava abbastanza chiaramente, aggiungendo un livello di empatia visiva. Il problema non è tecnologico, ma comunicativo.
Non è la prima volta in cui sull’account Instagram della Polizia di Stato vengono pubblicati contenuti evidentemente generati con intelligenza artificiale, segno di un uso ormai abituale di questi strumenti nella comunicazione social.
Si potrebbe obiettare, e non a torto, che si tratta di modifiche di poco conto, che non cambiano la sostanza dell’immagine né quello che rappresenta. Tuttavia, in un’era in cui la distinzione tra reale e falso si fa sempre più labile e l’uso dell’IA a fini propagandistici entra nella quotidianità, appare doveroso che le istituzioni dello Stato facciano un uso responsabile delle nuove tecnologie. Che la polizia di Stato, a qualsiasi fine, modifichi contenuti in suo possesso tramite l’uso dell’intelligenza artificiale e li divulghi senza comunicarne l’alterazione è certamente un possibile motivo d’allarme rispetto alla poca trasparenza, o quantomeno alla superficialità con cui queste operazioni possono essere svolte anche da parte dello Stato. In un’epoca in cui le immagini influenzano il dibattito pubblico, la trasparenza resta una responsabilità istituzionale.
Pakistan, attentato suicida in moschea: almeno 31 morti e 100 feriti
Un’esplosione ha colpito un imambargah, luogo di culto musulmano sciita, a Islamabad, causando almeno 31 morti e un centinaio di feriti. Lo ha reso noto l’amministrazione distrettuale della capitale pakistana. L’attacco è avvenuto durante la preghiera del venerdì presso il Qasr-e-Khadijatul Kubra, nella zona di Terlai, alla periferia della città. Secondo testimoni si sarebbe trattato di un attentato suicida, ipotesi poi confermata da polizia e autorità locali. I soccorsi sono intervenuti immediatamente e negli ospedali principali è stato dichiarato lo stato di emergenza.
Il governo ci riprova: approvato il nuovo decreto per il Ponte sullo Stretto
Il Consiglio dei Ministri ha dato il via libera a un nuovo provvedimento sul Ponte sullo Stretto di Messina. Si tratta di un decreto approvato in risposta ai rilievi avanzati dalla Corte dei Conti, con l’obiettivo di sbloccare l’iter per l’opera. Del tutto evidente il dietrofront di Matteo Salvini: scongiurata la creazione di un “super-commissario” per la gestione del progetto inizialmente ipotizzata, il Ministero delle Infrastrutture è chiamato a predisporre adempimenti tecnici e procedurali (dall’aggiornamento del piano economico-finanziario all’acquisizione di pareri specialistici) e a confrontarsi con la Commissione Europea. Finalità primaria del provvedimento è di ottenere l’ok senza riaprire quei contrasti istituzionali che fino a oggi hanno frenato il dossier.
Il testo, arrivato sul tavolo del Consiglio dei Ministri in seguito a una riunione tecnica finalizzata a superare le osservazioni dei giudici contabili, è intitolato “Disposizioni urgenti in materia di commissari straordinari, regolazione e concessioni”. Secondo quanto si legge, il dicastero guidato da Salvini sottoporrà al controllo di legittimità della Corte l’Accordo di programma e, in raccordo con le amministrazioni competenti, effettuerà «gli adempimenti istruttori propedeutici all’adozione di una nuova delibera del Cipess». Tra le altre cose, viene previsto l’aggiornamento del piano economico-finanziario della società concessionaria, l’acquisizione del parere dell’Autorità di regolazione dei trasporti sulle tariffe di pedaggio e la richiesta di parere al Consiglio superiore dei lavori pubblici sui profili tecnici più complessi.
Sul fronte ambientale, il ministero si impegna al completamento degli adempimenti richiesti dalla Direttiva Habitat 92/43/CE attraverso una ricognizione delle valutazioni ambientali curata dal Ministero dell’Ambiente e un provvedimento del Mit sulle conseguenze dell’opera sulla salute e la sicurezza pubblica. Si produrrà inoltre la dovuta documentazione per un dialogo «strutturato» con la Commissione europea, al fine di dimostrate la compatibilità del progetto con la normativa comunitaria. Nel decreto viene poi nominato l’amministratore delegato di Rete Ferroviaria Italiana quale commissario straordinario per le opere ferroviarie a terra di accesso al Ponte, con l’obiettivo che vengano realizzate in tempi rapidi e parallelamente all’opera principale.
Il dato politico più interessante concerne sicuramente il fatto che il testo approvato in CDM sia stato nettamente “sgonfiato” rispetto a indiscrezioni circolate negli scorsi giorni, in cui si faceva riferimento a un commissario straordinario per l’opera – nello specifico si era fatto il nome di Pietro Ciucci, ad della società Stretto di Messina – o a limitazioni dei poteri ispettivi da parte della Corte dei Conti. «Non c’è mai stata nessuna norma che limitava i poteri di controllo della Corte dei Conti, anche perché sarebbe illegale, illegittima, impossibile», ha affermato il ministro e leader leghista Matteo Salvini, aggiungendo che si farà carico al ministero «di tutti i procedimenti per ottemperare alle richieste della Corte dei Conti, per andare a Bruxelles a parlare con la Commissione e per avviare finalmente i cantieri».
A fine ottobre, la Corte dei Conti aveva bocciato il progetto del Ponte sullo Stretto, respingendo la delibera del Comitato interministeriale per la programmazione economica e lo sviluppo sostenibile (Cipess) che impegna 13,5 miliardi di euro per la costruzione dell’opera, con motivazioni collegate a documentazione carente, calcoli poco chiari, e mancato rispetto delle norme ambientali. A metà novembre, la Sezione centrale di controllo di legittimità della Corte dei Conti ha inferto un secondo colpo al progetto, non concedendo il visto di legittimità al terzo atto aggiuntivo della convenzione tra il Ministero delle Infrastrutture e la società concessionaria Stretto di Messina Spa, ampliando la crisi amministrativa aperta dal precedente rifiuto e bloccando, di fatto, la definizione degli impegni amministrativi e finanziari necessari per la progettazione e realizzazione dell’opera.
Stellantis ha corso troppo sull’elettrico: 22 miliardi di oneri
Stellantis ha annunciato oneri per circa 22,2 miliardi di euro nel 2025, legati al riposizionamento strategico verso l’elettrico e alla cancellazione di modelli e programmi privi di adeguate prospettive di redditività. La perdita netta comporterà lo stop alla distribuzione dei dividendi. La nuova strategia, che sarà illustrata nel piano di maggio, punta su una gamma più ampia di veicoli elettrici, ibridi e termici avanzati, oltre a una profonda riorganizzazione produttiva. I risultati preliminari del secondo semestre 2025 mostrano segnali di ripresa, con ricavi, flussi di cassa e volumi in crescita, soprattutto in Nord America.
Mosca attentato a un alto ufficiale russo: è ricoverato in ospedale
Approvato l’ennesimo “Decreto sicurezza”: scudo per la polizia e fermo preventivo ai cortei
Dopo una settimana intensa di discussioni, sono due i pacchetti sicurezza approvati dal Consiglio dei Ministri. Il primo, un disegno di legge contenente 29 distinte misure; il secondo, un decreto legge presentato in conferenza stampa dai ministri Nordio e Piantedosi. La riforma, ha spiegato Piantedosi, prevede l’introduzione del tanto discusso fermo preventivo, con la possibilità di trattenere – in vista di manifestazioni – per un massimo di 12 ore e prima della convalida del magistrato, una persona con precedenti specifici. Nordio si è invece soffermato sul cosiddetto “scudo penale”, che consiste nell’introduzione di un «modello» distinto dal registro degli indagati in cui i pm possono decidere di inserire gli agenti accusati di avere commesso un reato per motivi di «giustificazione»; come anticipato, tale misura interesserà anche i cittadini comuni, come forma di ampliamento della legittima difesa.
Delle due misure annunciate dopo il CdM di ieri, 5 febbraio, la più attesa era certamente il decreto; per via della sua natura di carattere “emergenziale”, potrà essere approvato in tempi più ristretti per poi essere convertito in legge successivamente, analogamente a quanto fatto con l’ultimo decreto sicurezza – sebbene fosse inizialmente concepito sotto forma di ddl. Le misure introdotte dal decreto sono 33, descritte brevemente da Piantedosi in conferenza stampa e da un comunicato del governo. La prima era già stata anticipata nei giorni scorsi: il governo vuole introdurre una stretta sul porto di coltelli e armi atte ad offendere, allungandone la lista e inasprendo le sanzioni relative, «che passano da natura contravvenzionale a delitto punito con la reclusione fino a tre anni». Nel caso in cui la persona interessata fosse un minore – a cui viene applicato il divieto di vendita, i genitori sarebbero puniti con una sanzione dai 200 ai 1.000 euro. «Il tema dei coltelli viene visto anche come una delle motivazioni per le quali si può prevedere – riguardo lo straniero – l’arresto facoltativo in flagranza e, in tal caso, il divieto di ingresso sul territorio nazionale o l’espulsione», ha poi specificato Piantedosi.
Il decreto legge introduce poi la procedibilità d’ufficio per il reato di furto con destrezza; crea il reato di rapina nei confronti di istituti di credito o portavalori; rafforza e stabilizza gli strumenti delle cosiddette “zone rosse” e del daspo urbano; introduce la possibilità di confisca di auto nel caso in cui queste siano state utilizzate nell’ambito di reati relativi agli stupefacenti; propone il reato di fuga per «il soggetto che non si ferma all’alt degli organi di polizia», in un richiamo al caso di Ramy Elgaml; prevede la possibilità per il giudice di vietare la partecipazione ad assembramenti e riunioni pubbliche a persone condannate – anche in primo grado – per reati gravi; introduce l’aggravante particolare nel caso di violenza contro gli insegnanti.
Le misure più discusse, tuttavia, erano due: fermo preventivo e scudo penale. Riguardo alla prima, il decreto dispone che «gli ufficiali е gli agenti di polizia possono accompagnare nei propri uffici persone rispetto alle quali, in relazione a specifiche e concrete circostanze di tempo e di luogo e sulla base di elementi di fatto, о dalla rilevanza di precedenti penali o di segnalazioni di polizia per reati commessi con violenza sulle persone o sulle cose in occasione di pubbliche manifestazioni nel corso degli ultimi cinque anni, sussista un fondato motivo di ritenere che pongano in essere condotte di concreto pericolo per il pacifico svolgimento della manifestazione, e trattenerle per il tempo strettamente necessario ai fini del compimento dei conseguenti accertamenti di polizia е comunque non oltre le 12 ore». Insomma: in occasione di una manifestazione, le persone che costituiscono un potenziale pericolo – perché già ree di illeciti durante i cortei o segnalate alle forze dell’ordine – possono essere prelevate e trattenute nelle stazioni di polizia per 12 ore. La misura, ha spiegato Piantedosi, «ribalta» l’autorizzazione da parte del giudice: le forze dell’ordine possono limitarsi ad avvisare i magistrati del fermo, e questi ultimi potranno concedere l’autorizzazione – o revocare la misura – a trattenimento già avvenuto.
Per quanto riguarda il cosiddetto scudo penale, invece, il ministro Nordio – dopo avere contestato l’utilizzo di tale espressione – ha spiegato che la misura prevista viene estesa a tutti i cittadini e che intende far sì che le persone coinvolte non vengano iscritte nel registro degli indagati e messe davanti l’opinione pubblica pur garantendo loro la possibilità di partecipare alle indagini. Le novità riguardano «l’uso legittimo delle armi o altre cause di giustificazione» quali la legittima difesa, l’adempimento di un dovere, o lo stato di necessità: «Qualora appaia evidente che il fatto è stato compiuto in presenza di una di queste cause, il pubblico ministero non iscrive il soggetto nel registro delle notizie di reato, ma effettua un’annotazione preliminare in un modello separato». Viene, dunque, creato un registro diverso, precedente al cosiddetto registro degli indagati, in cui il pm può iscrivere le persone che hanno commesso un reato per cause di giustificazione. «Il pm ha 120 giorni per svolgere gli accertamenti necessari (più 30 giorni per l’eventuale richiesta di archiviazione) e l’iscrizione nel registro degli indagati scatta obbligatoriamente solo se si deve procedere a un incidente probatorio». Per quanto la misura coinvolga tutti, alle forze dell’ordine è garantita la tutela legale, con l’anticipazione delle spese di difesa.









