Oggi, 7 marzo, il governo nigeriano ha annunciato di avere ingaggiato uno scontro con un gruppo di banditi nell’area di Danmusa, nello Stato di Katsina, uccidendo almeno 45 persone, e perdendo tre soldati. Da quanto spiega il governo, lo scontro sarebbe scoppiato ieri in seguito a una incursione da parte di una banda armata proveniente dallo Stato di Zamfara. Lo scorso giovedì, il medesimo gruppo avrebbe fatto irruzione nel villaggio di Alhazawa a Musawa, tentando di rubare il bestiame; è tornato il giorno dopo, trovando tuttavia dei soldati che l’esercito aveva inviato sul posto per sorvegliare la zona.
L’architettura del caos: settant’anni di interventi USA in Medio Oriente

Gli italiani spendono oltre 5 miliardi per le cure fuori casa: è la cifra più alta di sempre
Tornado in Michigan, almeno 4 morti e ingenti danni
Nel pomeriggio di ieri, 6 marzo, un violento tornado ha colpito Union City, nello stato americano del Michigan, causando morti, feriti e gravi danni. Il fenomeno si è sviluppato durante una forte ondata di maltempo che ha interessato il Midwest degli USA, distruggendo abitazioni, sradicando alberi e abbattendo linee elettriche, lasciando molte persone senza corrente. Secondo le autorità locali, almeno tre persone sono morte nell’area vicino a Union Lake e diversi residenti sono rimasti feriti. Squadre di emergenza e volontari sono intervenuti per soccorrere la popolazione. Altri tornado hanno colpito il sud del Michigan, portando il bilancio complessivo ad almeno quattro vittime.
”Saluterò di nuovo il sole”, una poesia di Forugh Farrokhzād (1962)
Saluterò di nuovo il sole
e il torrente che mi scorreva in petto,
saluterò le nuvole dei miei lunghi pensieri
e la crescita dolorosa dei pioppi in giardino
che con me hanno percorso le aride stagioni.
Saluterò gli stormi di corvi
che a sera mi portavano in dono
l’odore dei campi notturni.
Saluterò mia madre, che viveva nello specchio,
immagine della mia vecchiaia.
E saluterò la terra, il suo desiderio ardente
di ripetermi e riempire di semi verdi
il suo ventre infiammato,
sì, la saluterò
la saluterò di nuovo.
Arrivo, arrivo, arrivo,
con i miei capelli come odori
che sgorgano dal sottosuolo
e gli occhi miei, l’esperienza densa del buio.
Con gli arbusti che ho strappato ai boschi oltre il muro.
Arrivo, arrivo, arrivo,
e la soglia trabocca d’amore
ed io ad attendere quelli che amano
e la ragazza che è ancora lì,
nella soglia traboccante d’amore, io
la saluterò di nuovo.
Forugh, la giovane poetessa di Teheran, influente ma scandalosa nella sua patria perché paladina di una specifica, indipendente visione femminile, adorata prima e dopo la morte come un profeta, come chi sa abbracciare l’universale e insieme a questo l’intimità, la tenerezza e l’intransigenza, la visione e l’incantesimo.
“Salutare”, “arrivare” sono dichiarazioni prima di tutto di un esserci, questione non da poco per una donna iraniana che fa poesia prima ancora che si affermi la rivoluzione islamica guidata dall’āyatollah Khomeini.
La sua voce poetica ha assunto una vasta fama nel suo Paese che è tanto, per tradizione, sensibile alle parole dei cantori, una voce che sa essere lirica e insieme sociale, politica, come se la poesia fosse declamata durante un comizio o una preghiera collettiva. La poesia che in Persia-Iran ha il respiro dei cori della tragedia greca, che funziona come un oracolo seducente e combattente, araldo di verità sottaciute che il potere vorrebbe amministrare come sua proprietà, schiacciandole nella obbedienza cieca a norme arcaiche.
No, no, la poetessa è seducente, non perché è donna, e le spetterebbe tale prerogativa, lei è seducente perché l’amore non è un sentimento ma una energia necessaria a ottenere una visione convincente delle cose. Fuori dall’amore, fuori dagli urti della tragedia, c’è soltanto sopravvivenza, indifferenza, apatia.
Averro è, il filosofo arabo commentatore di Aristotele, scrive intorno al 1180 d.C. sull’alternanza di finito e infinito, sui confini dell’anima e del corpo, sulla consistenza e inconsistenza della realtà. “L’esperienza densa del buio”, “il ventre infiammato” della terra, in questa poesia sembrano attinenti al clima oscuro da lei vissuto, ai contorni insicuri del quotidiano, a una vita libera – per quanto era possibile –- carica di insidie dal punto di vista di una donna. «Tutti temono,/ tutti hanno paura, ma io e te/ siamo legati alla fiamma all’acqua allo specchio/ e non temiamo nulla… parlo delle nostre mani innamorate/ che sopra le notti han costruito un ponte» (scrive in La Conquista del Giardino).
La sua indole ‟personale, spregiudicata e ribelle’’, gli atteggiamenti anticonformisti sono ben noti alla poesia iraniana e alle sue scrittrici (si veda l’accurato studio di Nahid Norozi, La mia spada è la poesia, WriteUp, Roma 2023). «Il paradosso è che se da un lato le spinte moderniste… invitavano a sviluppare, per la prima volta nella storia della letteratura persiana,…un sentimento lirico personale, il canone socio-letterario prescriveva che il corpo della donna fosse rappresentato come unico oggetto erotizzabile», ha scritto D. Ingenito, curatore della summa della sua opera (Giunti-Bompiani).
«Quando la mia fede era impiccata/ alle fragili corde della giustizia/ e in tutta la città/ facevano a pezzi il cuore dei miei occhi» (canta Forugh in Una finestra).
Un’altra grande voce iraniana, Simin Behbahâni declamava così con passione il pianto per una giovane donna, martire della libertà: «Non era piombo che la mano della Tirannia/ aveva scaricato sulla sua veste // ma una stella che dal tetto del cosmo/ era stillata nel calice del suo corpo…» (Dodici fontane di sangue, giugno 1985).
Risuona ancora, sempre l’urlo della poesia…
Palermo, corruzione nella sanità: 6 arresti, sequestrati 1,2 milioni
La Squadra mobile di Palermo ha eseguito sei misure cautelari nell’ambito di un’indagine della Procura su presunti episodi di corruzione nella sanità pubblica. L’inchiesta, condotta tra il 2024 e il 2025 dalla sezione anticorruzione, riguarda reati contro la pubblica amministrazione legati al riconoscimento di stati invalidanti. Ai domiciliari è finito un 65enne ritenuto “facilitatore” delle pratiche, nel cui possesso sono stati sequestrati oltre 1,2 milioni di euro in contanti. Arresti domiciliari anche per un ortopedico dell’Azienda Sanitaria Provinciale di Palermo e per un imprenditore di forniture ortopediche. Altri tre indagati sono stati colpiti da obbligo di firma e misure interdittive.
USA e Ecuador bombardano campo di narcos al confine con la Colombia
Operazione congiunta tra Stati Uniti ed Ecuador contro il narcotraffico nel Paese sudamericano. Il United States Southern Command e il Ministero della Difesa ecuadoriano hanno riferito di «operazioni cinetiche letali», senza precisare se vi siano stati morti o arresti. L’azione, denominata “Sterminio totale”, ha impiegato elicotteri, aerei, battelli fluviali e droni per individuare e bombardare un campo di addestramento nel nord-est dell’Ecuador, vicino al confine con la Colombia. La struttura apparteneva ai Comandos de la Frontera, gruppo criminale formato da dissidenti delle FARC. Il presidente Daniel Noboa ha fatto della repressione militare delle organizzazioni criminali uno dei pilastri della sua politica.
Il fronte delle immagini IA: come Iran e Occidente lottano per il monopolio della “verità”
Negli ultimi giorni, hanno iniziato a circolare fotografie di missili balistici che solcano i cieli di Tel Aviv, pubblicate da pagine di propaganda filo-iraniane. L’obiettivo era dimostrare che i tanto decantati sistemi di difesa israeliani non sono poi la muraglia invalicabile che si vuole far credere. Queste immagini sono risultate successivamente generate dall’intelligenza artificiale. L’esperienza maturata con la guerra in Ucraina (il primo conflitto ampiamente documentato in tempo reale via social) ha mostrato quanto i tradizionali protocolli di verifica fatichino a tenere il passo con la velocità della circolazione informativa. Nonostante la smentita, quelle immagini, in quanto simbolo, hanno prodotto comunque il loro effetto psicologico, permettendo agli ambienti informativi filo-iraniani di assaporare rappresentazione simbolica di una vendetta a lungo attesa. Quella che si va delineando è un nuovo fronte della guerra dell’informazione che mette in campo generatori di immagini false sulle sponde dei campi di battaglia.
Alla produzione di immagini artefatte – che pure esistono e vanno denunciate – ha fatto immediatamente seguito l’attivazione del meccanismo della smentita ufficiale. Esemplare, in questo senso, un contenuto della BBC che ha prontamente smascherato le immagini AI.
Un servizio giornalisticamente ineccepibile, ma che ignora il contesto: la BBC – e in particolare il suo World Service – è storicamente considerata uno strumento di soft power britannico, finanziata per anni dal Foreign Office e tutt’oggi allineata con le narrazioni occidentali e, su molti dossier, con Israele. Il fact-checking diventa così anche un atto politico: smascherare il falso iraniano significa, nel medesimo gesto, riaffermare la superiorità informativa del proprio schieramento. In mezzo, una domanda sempre più urgente, ma che nessuno sembra volersi porre: chi decide, oggi, cos’è vero? E con quali strumenti, e soprattutto con quale autorità?
La vicenda assume contorni paradossali se si analizza il ruolo giocato dagli stessi strumenti di IA nella certificazione della notizia. Diverse immagini hanno superato il vaglio di Grok, l’intelligenza artificiale integrata nella piattaforma X di Elon Musk, che le ha etichettate come reali. Un episodio che rivela una crepa fondamentale nell’architettura della verifica contemporanea: le IA, per quanto sofisticate, sono soggette a bias algoritmici e si rivelano insufficienti se usate da sole. La validazione richiede ancora l’intervento umano, capace di andare oltre l’impressione visiva. Il fact-checking tradizionale si basa su analisi comparative: confronto tra diverse fonti, verifica della coerenza architettonica con le mappe satellitari e altri strumenti specifici per ogni situazione. In assenza di certezze, di fronte ad immagini che presentano i tipici difetti delle generazioni IA, la prassi migliore resta il beneficio del dubbio.
Esistono poi diversi paradossi tecnologici. Alcune piattaforme hanno iniziato a sperimentare sistemi di tracciabilità come lo standard C2PA, che permette di incorporare metadati crittografici al momento della generazione dell’immagine. Si tratta però di tecnologie recenti, lungi dall’essere universali: la maggior parte delle piattaforme non è ancora attrezzata per leggerle, e si affida alle segnalazioni di fact-checker, un processo più lento e fallibile.
Il vero punto debole, però, è la fragilità del manufatto digitale. I metadati sono facilmente eliminabili: immagini e video che diventano virali subiscono screenshot, ricompressioni, passaggi su WhatsApp o Telegram, perdendo irrimediabilmente le informazioni di origine. Anche il sistema più avanzato si trova così di fronte a un’immagine muta, incapace di raccontare la propria provenienza. Ma questa stessa fragilità tecnica è anche ciò che permette la circolazione libera dell’informazione: se ogni foto fosse permanentemente tracciabile, sarebbe impossibile per un testimone oculare in una zona di conflitto condividere ciò che ha visto senza passare attraverso i filtri delle redazioni centralizzate.
Questa ritrovata libertà, che restituisce pluralismo all’informazione, porta però con sé una sfida: la frammentazione delle fonti rende oggi più difficile distinguere il reporter indipendente dal propagandista. È il paradosso della democrazia informativa: più voci possono parlare, più è complesso orientarsi. Un prezzo da pagare, che ha come alternativa il ritorno censorio ai monopoli dell’informazione.
Il pericolo più concreto è che in tempi di escalation militari queste rappresentazioni finte possano innescare reazioni reali da parte degli Stati. In uno scenario di tensione altissima, dove i tempi di decisione si riducono a pochi minuti, un’immagine virale di un “attacco in corso” potrebbe teoricamente influenzare i decisori politici o essere fraintesa dai sistemi di intelligence. Se un governo agisse sulla base di un falso credendolo vero, il confine tra simulacro e realtà verrebbe meno, con conseguenze incalcolabili.

Il problema etico sollevato da questi episodi, tuttavia, non nasce con l’avvento dell’intelligenza artificiale, ma affonda le radici in una questione più profonda, di natura epistemologica: come facciamo a sapere ciò che sappiamo? Chi è autorizzato a certificare la verità in un’epoca in cui la rappresentazione della realtà è divenuta tecnicamente indistinguibile dalla realtà stessa?
L’Iran forma ogni anno centinaia di migliaia di laureati in discipline STEM, ma la macchina della delegittimazione occidentale resta più forte sul piano mediatico. Lo abbiamo già visto in passato: un meccanismo subdolo ed efficace, dove si prende un falso, lo si smaschera, e si estende il sospetto a tutto l’universo informativo dell’avversario.
Questa dinamica rivela il cuore del problema, che è anche strutturale: gli sviluppatori dei sistemi automatizzati di tracciabilità e verifica delle immagini – dalla Content Authenticity Initiative (CAI) di Adobe, passando per gli standard C2PA (coalizione che include Adobe, Microsoft, Intel e la BBC) e strumenti come InVID (progetto finanziato dalla Commissione Europea nell’ambito del progetto Horizon) – così come i media che detengono successo e riconoscimento internazionale, sono in stragrande maggioranza occidentali. Questo crea uno scompenso epistemologico di partenza. Non esistono, al momento, sistemi di tracciabilità sviluppati in paesi del Global South con pari diffusione e riconoscimento internazionale. La certificazione della verità avviene quindi sempre e comunque attraverso infrastrutture cognitive e tecnologiche che appartengono a una delle parti in conflitto.
Le nuove tecnologie di verifica, se rimangono a disposizione esclusiva di chi detiene già l’egemonia culturale e tecnologica, rischiano così di diventare non strumenti di verità, ma armi di delegittimazione preventiva. Finché un post falso iraniano verrà smascherato da un apparato di fact-checking che vede la partecipazione attiva delle principali testate giornalistiche occidentali – non sempre semplici utilizzatrici, ma co-progettiste degli standard e delle tecnologie di verifica, mentre un post tendenzioso della controparte verrà ignorato, giustificato o semplicemente non sottoposto allo stesso vaglio, la “guerra delle immagini” rimarrà un conflitto a senso unico.
La radice del problema resta quella di sempre: la verità non è mai stata solo una questione di fatti, ma di chi ha il potere di certificarla. Oggi, però, questo potere è incorporato negli algoritmi, nei metadati, nei protocolli di autenticazione. E in questo nuovo campo di battaglia, vince chi riesce a stabilire non solo cosa è vero, ma chi è autorizzato a dirlo, e con quali strumenti.
La querela di Coldiretti contro un’attivista di Ultima Generazione è diventata un boomerang
Dopo un braccio di ferro giudiziario durato due anni, la querela intentata da Coldiretti all’attivista di Ultima Generazione Miriam Falco è stata archiviata. Lo ha stabilito il giudice per le indagini preliminari (GIP) del Tribunale Ordinario di Roma, facendo crollare l’ipotesi del reato di diffamazione. L’intervento al programma televisivo Prima di domani con cui Miriam Falco ha accusato Coldiretti di concentrare nelle proprie mani i contributi europei erogati nell’ambito della crisi del settore ittico si è mosso nel perimetro del diritto di critica e di cronaca. «Sono andata in TV per raccontare onestamente come stanno le cose e sono contenta che sia stato riconosciuto», ha commentato l’attivista, aggiungendo: «Mi fa meno piacere che persone con molto potere e molti mezzi (e molto tempo libero?) si mettano a denunciare una semplice cittadina che li sta mettendo in discussione su questioni che riguardano tutte e tutti».
Nel suo intervento, “Miriam Falco — scrive il gip romano — ha attribuito la crisi del settore ittico al fatto che gli operatori sarebbero costretti a vendere il loro prodotto alla grande distribuzione ad un prezzo non sufficiente a coprire i costi, nonché al fatto che i contributi europei sarebbero appannaggio di un’unica associazione, Coldiretti, e non sarebbero invece distribuiti agli operatori in difficoltà”. Ancora, si legge nel decreto di archiviazione: “il breve intervento dell’indagata deve essere letto come l’espressione sintetica dell’analisi di un problema e, cioè, che le piccole aziende, gli operatori non riuniti in consorzi e, in generale, tutte le realtà di piccole dimensioni, avevano avuto difficoltà ad accedere a misure di sostegno, a differenza degli operatori associati, ai quali era infine andata la gran parte dei contributi”. Era il 15 febbraio del 2024 e Miriam Falco, attivista di Ultima Generazione, muoveva “una critica lecita ed espressa in forme continenti” all’operato di Coldiretti. Di tutta risposta la maggiore organizzazione agricola in Italia, capace di contare più di 5mila associati, querelò per diffamazione l’attivista.
Lunedì 2 marzo il giudice per le indagini preliminari (GIP) del Tribunale Ordinario di Roma ha posto fine a due anni di braccio di ferro giudiziario, archiviando la querela e ritenendo l’intervento di Miriam Falco espressione del diritto di cronaca e di critica. «Far passare la critica come calunnia è la nuova avanguardia del bavaglio?», si chiede l’attivista, commentando la sentenza di archiviazione. A farle eco è Ultima Generazione, definendo il caso un esempio di querela temeraria, «uno strumento del potere per reprimere il dissenso». Un fenomeno che spesso vede coinvolti giornalisti e attivisti, al centro di «un’azione legale infondata, presentata in malafede o con colpa grave, al solo scopo di intimidire o bloccare (SLAPP – Strategic Lawsuit Against Public Participation) il soggetto querelato». Anche concludendosi con un’archiviazione, la querela comporta spese e si traduce in una condizione di precarietà. Per questo motivo, nel 2024 il Parlamento europeo ha approvato la direttiva anti-SLAPP, che permette ai giudici di archiviare più rapidamente le cause manifestamente infondate, prevedendo anche delle sanzioni economiche per chi abusa del sistema giudiziario. L’Italia, che in Europa è maglia nera con 21 SLAPP (su 167) segnalate nel 2024, non ha ancora recepito l’atto.








