Negli ultimi giorni, giornalisti e influencer attivi nell’informazione si sono prodigati nel tentativo di smentire che l’esercito dello Stato ebraico abbia ammesso che le persone uccise a Gaza sarebbero 71mila. I contro-argomenti? Il discredito della fonte della notizia — individuata in giornali antigovernativi — e l’assenza di un comunicato ufficiale dell’esercito. Completamente ignorati il fatto che di fonti ve ne siano diverse, tra cui media particolarmente vicini a Netanyahu, nonché l’assoluta assenza di smentite da parte dello stesso esercito; ma — ancor più importante — i “fact-checkers” paiono essersi dimenticati che, in discussioni pubbliche passate, alti funzionari delle IDF avevano già indirettamente ammesso che la conta dei civili uccisi fornita dalle autorità palestinesi fosse realistica. Il risultato di questo fine lavoro di verifica sono titoli come: “Gaza, 70mila (fake) o 70 morti” de Il Riformista, quotidiano già ampiamente attivo nel tentativo di denigrare la Relatrice ONU Francesca Albanese, che oggi compie un passo in più, ridicolizzando lo sterminio di un popolo diffuso in diretta streaming.
La notizia del riconoscimento delle cifre degli uccisi forniti da ONU e ministeri della Striscia è stata data lo scorso giovedì da diversi quotidiani israeliani. Uno degli argomenti utilizzati per smentirla si appoggia proprio alla presunta fonte primaria, individuata nel quotidiano israeliano Haaretz, di orientamento di sinistra e fortemente critico nei confronti del governo Netanyahu. Secondo i detrattori, Haaretz avrebbe inventato la notizia perché schierato politicamente e abituato alle fake news. Il giornale continuano i fact-checkers, sarebbe poi minoritario, praticamente non letto in Israele; quest’ultimo, naturalmente, non può essere considerato un argomento, perché la tiratura di un quotidiano non è in alcun modo sintomo della sua attendibilità, specie in un Paese di ristrette dimensioni come Israele, in cui la diffusione dei media è per ovvi motivi ridotta. Gli altri o non sono supportati da alcun esempio o, ancora una volta, non c’entrano con l’attendibilità della notizia.
Come se ciò non bastasse, Haaretz non è né il primo né tantomeno l’unico media ad avere riportato il comunicato delle IDF: a farlo sono anche media lontani da Netanyahu, ma a favore della campagna a Gaza, come il Times of Israel, e giornali vicini al Likud, il partito del premier, come il Jerusalem Post. Se poi si vuole usare il non argomento della tiratura, la notizia è stata diffusa anche da media di ampissima portata nel Paese, come Ynet. Ciascuno di questi giornali riporta – come spigato da L’Indipendente – che la notizia proviene da alti funzionari anonimi dell’esercito, senza menzionare gli altri giornali.
L’articolo del Riformista, invece, si poggia interamente sull’assenza di fonti ufficiali. Esso è stato scritto dall’ormai solito Iuri Maria Prado già abituato a invettive contro la Relatrice Speciale ONU per i territori Palestinesi Occupati, spesso dipinta alla stregua di un’attivista liceale. Dopo avere brevemente “smentito” la notizia senza fornire alcuna analisi critica delle fonti, Prado passa alla coppia di dettagli di cui – a detta sua – «non si tiene conto quando si evoca quel numero». Il primo è il fatto è che nelle 71mila persone uccise sarebbe contato «il totale dei decessi», e dunque anche dei «morti per cause naturali»; ciascuno degli articoli israeliani, tuttavia, scrive apertamente che le IDF si sono limitate a contare gli «uccisi». Il secondo «è che quei morti, che sarebbero tantissimi anche se fossero la metà, sono stati fatti in una guerra», “dettaglio”, come lo definisce Prado, che non è chiaro per quale motivo dovrebbe smentire la notizia.
Prima di pubblicare la notizia noi de L’Indipendente abbiamo valutato attentamente tutti gli elementi a disposizione; a farci scegliere di riportarla – usando comunque i condizionali che la deontologia impone – sono stati diversi fattori: la sua diffusione su media israeliani diversi e diversificati, alcuni dei quali riportandola sono andati contro i propri interessi di schieramento; il fatto che il rapporto combattenti-civili di cui parlano i giornali sia lo stesso che i membri dell’esercito hanno sempre ammesso pubblicamente; l’assenza, infine, di smentite dalle IDF, che per anni hanno provato a silenziare la portata distruttiva delle proprie operazioni a Gaza, contestando i numeri di Hamas. Se non avessero realmente riconosciuto il numero ufficiale di persone uccise, sarebbe stato nel loro interesse dirlo, visto che la notizia ha fatto il giro del mondo; hanno però preferito fare finta di niente, e oggi, dopo cinque giorni dall’uscita della dichiarazione, non si sono ancora esposte.
Nel giornalismo, tre indizi non fanno una prova, ma, in certe circostanze, sono abbastanza per potere considerare di riportare una notizia fornendo una analisi critica delle fonti. Soprattutto in questo caso, visto che alti funzionari delle IDF si sono spesso traditi pubblicamente, ammettendo implicitamente che il numero delle persone uccise a Gaza navigasse proprio attorno alle stime fornite dalle autorità palestinesi. L’ultima volta è successo lo scorso settembre, negli studi del giornalista statunitense Piers Morgan, dove il sergente delle IDF Benjamin Anthony ha affermato che le stime dell’esercito dello Stato ebraico si aggiravano sui due civili uccisi per combattente; il numero di combattenti uccisi stimati riportato da Anthony era di 30mila.











