giovedì 3 Aprile 2025
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Per la prima volta una persona è sopravvissuta 100 giorni con un cuore artificiale

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Per la prima volta al mondo, un uomo è sopravvissuto per oltre cento giorni con un cuore artificiale in titanio prima di ricevere un trapianto. L’uomo, un quarantenne australiano affetto da grave insufficienza cardiaca, ha attirato l’attenzione di diverse agenzie di stampa internazionali e persino della rivista Nature, che ha raccontato la sua storia sottolineando le potenziali implicazioni future nel campo della medicina. L’intervento è stato effettuato al St. Vincent’s Hospital di Sydney e ha previsto l’inserimento di un dispositivo chiamato BiVACOR, che pompa il sangue nell’organismo attraverso un rotore magnetico. Il paziente, che ha preferito rimanere anonimo, ha trascorso tre mesi nei pressi dell’ospedale in attesa di un cuore compatibile e, attualmente, si sta riprendendo con successo.

«Entro il prossimo decennio vedremo il cuore artificiale diventare l’alternativa per i pazienti che non possono aspettare un donatore o quando un donatore semplicemente non è disponibile», ha commentato Chris Hayward, cardiologo specializzato in trapianti presso lo St. Vincent’s Hospital di Sydney, che ha seguito il caso.

Il paziente soffriva di una grave insufficienza cardiaca, una condizione in cui il cuore non riesce a pompare sangue in modo efficace, causando affaticamento estremo e accumulo di liquidi nei polmoni. Le opzioni terapeutiche erano limitate, e il paziente ha accettato di sottoporsi all’impianto del BiVACOR, un dispositivo progettato per sostituire temporaneamente il cuore umano fino alla disponibilità di un donatore. Si tratta di uno strumento progettato dall’ingegnere biomedico Daniel Timms che utilizza un unico rotore sospeso magneticamente per garantire un flusso sanguigno costante senza attrito meccanico, aumentando così durata ed efficienza. Del peso di circa 700 grammi, è alimentato da un’unità esterna collegata da un filo che attraversa il torace, con batterie che necessitano di sostituzione ogni quattro ore.

L’intervento che ha previsto l’inserimento di tale dispositivo è avvenuto a novembre e si è concluso con successo. L’uomo è poi rimasto sotto stretto monitoraggio in ospedale fino a febbraio, quando è stato dimesso, diventando il primo caso al mondo a vivere fuori da una struttura ospedaliera con un cuore interamente artificiale. A marzo, poi, è stato identificato un donatore compatibile e il trapianto è avvenuto con successo. Secondo quanto riportato dall’équipe medica alle agenzie di stampa, il paziente si sta riprendendo bene e questa sarebbe l’ulteriore dimostrazione che dispositivi come BiVACOR potrebbero in futuro eliminare del tutto la necessità di trapianti cardiaci. La Food and Drug Administration (FDA), infatti, ha approvato l’estensione della sperimentazione ad altri 15 individui che, secondo diversi esperti, potrebbero rappresentare un passo cruciale per la futura estensione generalizzata al pubblico. «Il loro coraggio aprirà la strada a innumerevoli altri pazienti che riceveranno questa tecnologia salvavita», ha affermato il fondatore di BiVACOR Daniel Timms.

[di Roberto Demaio]

Condannato all’ergastolo il killer di Fabrizio “Diabolik” Piscitelli

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La Corte d’Assise di Roma ha condannato all’ergastolo il cittadino argentino noto come Raul Esteban Calderon per l’omicidio del capo ultrà della Lazio Fabrizio Piscitelli, alias “Diabolik”, ucciso a sangue freddo nell’agosto del 2019 al parco degli acquedotti di Roma, in pieno giorno. Un agguato che, secondo l’impianto della Distrettuale antimafia, si sarebbe consumato nella cornice di una guerra tra gruppi criminali per la gestione delle piazze di spaccio sul territorio romano. I giudici hanno, quindi, accolto la richiesta di condanna avanzata dai pm, facendo però cadere l’aggravante del metodo mafioso. I mandanti dell’omicidio sono ancora in via di identificazione.

L’Italia è il Paese del G20 dove i salari sono diminuiti di più negli ultimi 17 anni

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Secondo l’ultimo rapporto dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL), l’Italia è il Paese del G20 dove i salari reali sono diminuiti di più negli ultimi 17 anni. Dal 2008 a oggi, i salari reali in Italia sono calati dell’8,7%, con un divario di genere del 9,7%, tra i più elevati in tutta l’UE. Anche il divario tra lavoratori dipendenti migranti e nazionali è tra i peggiori d’Europa, con i migranti che guadagnano in media il 26,3% in meno rispetto ai colleghi italiani. Malgrado la ripresa del valore dei salari reali registrata l’anno scorso, quello che il governo ha presentato come un grande trionfo risulta, secondo i dati dell’OIL, solo una magra consolazione: nel 2024, infatti, i salari reali italiani sono aumentati del 2,4%, ma non sono riusciti a compensare il calo del 3,2% e del 3,3% dei due anni precedenti.

Il Rapporto mondiale sui salari viene pubblicato con cadenza biennale dall’OIL. L’edizione 2024-2025 del rapporto analizza le tendenze salariali a livello globale, regionale e nazionale. Esso è diviso in tre parti: la prima riporta i dati sugli andamenti salariali negli anni 2023 e 2024; la seconda esamina la situazione delle disuguaglianze salariali e l’evoluzione di queste a partire dall’inizio del nuovo millennio; la terza propone politiche per ridurre le disuguaglianze. Secondo l’OIL, «la recente crisi del costo della vita ha avuto un impatto negativo su tutti i Paesi a economia avanzata del G20, con un effetto particolarmente severo in Italia negli anni 2022 e 2023». Il rapporto conduce uno studio sull’andamento dell’inflazione nel mondo e sottolinea come l’Italia abbia registrato la stessa tendenza degli altri Paesi dell’UE e ad alto reddito: l’inflazione in Italia ha toccato il picco dell’8,7% nel 2022, ed è poi continuata a crescere nel 2023 e nel 2024. Malgrado ciò, i salari reali hanno ripreso a crescere solo nel 2024, e comunque sono aumentati meno di quanto siano diminuiti negli anni precedenti.

Nonostante la ripresa economica, la riduzione dei prezzi e l’aumento dei salari reali, i cittadini italiani continuano a fare fatica. In Italia, infatti, la maggior parte del reddito viene spesa in beni e servizi di prima necessità, come alimenti, alloggi e bollette. Inoltre, i costi di cibo e utenze, sottolinea il rapporto, sono aumentati più dell’indice generale dei prezzi, mentre quelli relativi all’alloggio risultano tra i più alti nell’UE. In Italia, spiega il rapporto, visto lo squilibrio tra l’indice dei beni e servizi primari e l’indice generale, l’aumento del salario reale del 2024 non è riuscito a coprire la perdita di potere d’acquisto. In generale, scrive l’OIL, «le misure di adeguamento salariale degli ultimi due anni non sono state sufficienti a compensare l’aumento del costo della vita».

Nella seconda parte, il rapporto rivela come, con meno dell’1% dei lavoratori dipendenti classificati come percettori di bassi salari, l’Italia risulti uno dei Paesi con il minore tasso di disuguaglianza salariale generale. Tuttavia, queste differenze si fanno sentire quando si tratta di disuguaglianza di genere e nazionalità. L’Italia, inoltre, registra una «disuguaglianza salariale maggiore nei segmenti intermedi e alti della distribuzione salariale»: insomma, la disuguaglianza salariale in Italia risulta più marcata nella fascia alta e intermedia della distribuzione, e più si scende con i salari, più la differenza si riduce.

[di Dario Lucisano]

Denuncia gli abusi della polizia di Cosenza: giornalista fermato e pestato dagli agenti

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Il giornalista Gabriele Carchidi, direttore del portale Iacchitè, nel pomeriggio di sabato scorso è stato fermato e brutalmente bloccato dalla polizia a Cosenza. Un video riprende la violenta aggressione: gli agenti lo strattonano, lo gettano a terra e lo immobilizzano con le ginocchia su gambe e schiena, per poi ammanettarlo. «Ho avuto paura, troppa gente è morta così», ha dichiarato il giornalista ripercorrendo l’accaduto. Fermato per un controllo documenti, Carchidi ritiene che l’episodio sia legato alle sue inchieste sugli abusi della polizia locale. Portato in Questura, è stato fotosegnalato e denunciato per resistenza. Una volta arrivato a destinazione, uno degli agenti, a detta del giornalista, si sarebbe fatto scappare le parole: «Tu sei un diffamatore». Carchidi ha sporto formale denuncia contro i poliziotti coinvolti nel’episodio.

Il giornalista, che sabato si stava recando al campo scuola del CONI per fare jogging, è stato fermato da una pattuglia e invitato a esibire i documenti. Alla richiesta di spiegazioni, gli agenti avrebbero evitato di rispondere, insistendo sulla necessità dell’identificazione. A fronte del suo rifiuto, la situazione è degenerata: «Mi hanno messo subito le mani addosso e spinto contro l’auto di servizio, mentre un’altra agente chiamava rinforzi: io non mi sono opposto», racconta a L’Indipendente Carchidi. Nell’arco di pochi secondi, un’altra volante è sopraggiunta a sirene spiegate e il giornalista è stato atterrato e ammanettato. Il video, ripreso da un testimone, mostra tre agenti impegnati a immobilizzare Carchidi, con uno di loro che gli preme un ginocchio sulla schiena. Dopo essere stato caricato in auto, è stato condotto in Questura, dove è stato sottoposto a fotosegnalamento, perquisito e denunciato per resistenza a pubblico ufficiale. «Un agente mi ha apostrofato come “diffamatore”, chiaro segnale che sapevano benissimo chi io fossi e che probabilmente questo fermo non è stato affatto casuale», afferma Carchidi, noto per le sue inchieste su presunti illeciti compiuti dai membri della polizia locale e sulle spaccature interne alla Questura.

Il giornalista ha parlato dell’accaduto come di un abuso di potere da parte della polizia, provvedendo nella giornata di ieri a sporgere formale denuncia nella caserma dei carabinieri “Paolo Grippo” di Cosenza contro quattro agenti di polizia. «Insieme all’avvocato Nicola Mondelli, in particolare, abbiamo chiesto ai carabinieri di verificare il contenuto delle immagini delle telecamere di sorveglianza ubicate in piazza Donato ‘Denis’ Bergamini», ha scritto sul suo blog Carchidi, il quale ha aggiunto che guardando le immagini, «ognuno potrà capire che io non ho mai messo le mani addosso a nessuno dei quattro agenti invasati e dunque non ho mai commesso il reato di resistenza a pubblico ufficiale».

Dal canto suo, la Questura di Cosenza ha difeso l’operato degli agenti, sostenendo che il giornalista abbia assunto «un atteggiamento ostile e rifiutato di declinare le proprie generalità», rendendo necessaria «l’applicazione delle standardizzate procedure di contenimento». In realtà, ha fatto notare Carchidi, secondo la Corte di Cassazione «la condotta di divincolarsi per sottrarsi ad un controllo delle Forze dell’Ordine, senza l’utilizzo della violenza direttamente contro il Pubblico Ufficiale, non integra il reato di resistenza previsto dall’art. 337 cp (Cass. n. 6604/2022)». A ogni modo, a supporto dell’operato degli agenti è intervenuto il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, che ha dichiarato: «C’è stato un comunicato stampa fatto dalla Questura che ha dato spiegazione e giustificazione, nel rispetto di quelli che sono i protocolli in relazione alle circostanze in cui si verificano certi episodi». Alla domanda se nel caso specifico vi sia stata una sproporzione in merito all’uso della forza, il ministro ha detto di non avere «motivo di ritenere che ci sia qualcosa di diverso» dalla versione data dalla Questura.

[di Stefano Baudino]

Sudan, l’esercito attacca un mercato: centinaia di morti

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Il gruppo di avvocati volontari Emergency Lawyers ha accusato l’esercito sudanese di aver condotto un «attacco aereo indiscriminato» sul mercato di Tora, nel Darfur settentrionale, uccidendo centinaia di civili. Due residenti del posto, che avrebbero preso parte alle sepolture, hanno affermato all’agenzia di stampa AFP di aver contato 270 cadaveri e 380 feriti. Accuse analoghe a quelle di Emergency Lawyers sono state lanciate anche da un gruppo locale, il Coordinamento generale dei campi per sfollati e rifugiati del Darfur, che ha affermato che il «bombardamento deliberato» del mercato da parte dell’esercito è stato «un crimine contro l’umanità».

Tre attivisti dell’associazione Luca Coscioni saranno processati per aiuto al suicidio

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Tre attivisti dell’Associazione Luca Coscioni, Marco Cappato, Felicetta Maltese e Chiara Lalli, saranno processati per aiuto al suicidio. L’accusa riguarda l’assistenza fornita nel 2022 a Massimiliano Scalas, un uomo di 44 anni affetto da sclerosi multipla, accompagnato dai tre attivisti in una clinica in Svizzera per accedere al suicidio assistito. La gip di Firenze, Agnese Di Girolamo, ha infatti respinto la richiesta di archiviazione presentata sul caso dalla Procura e ha disposto l’imputazione coatta, affermando che Scalas non sarebbe stato mantenuto in vita da «trattamenti di sostegno vitale», uno dei quattro criteri richiesti dalla giurisprudenza italiana per considerare non punibile l’aiuto al suicidio. Cappato, tesoriere dell’Associazione Luca Coscioni, ha rivendicato l’azione come un atto di disobbedienza civile, dichiarando di essere pronto ad assumersi le proprie responsabilità per denunciare l’inerzia legislativa italiana sul tema del fine vita.

Nonostante la sentenza n. 135 del 2024 della Corte costituzionale abbia ampliato l’interpretazione del concetto di «trattamento di sostegno vitale» includendo anche procedure di assistenza continua da parte di familiari o caregiver, la gip ha stabilito che la condizione di Scalas non rientrava nei parametri previsti. Secondo l’ordinanza, infatti, il caso di Scalas non avrebbe soddisfatto tutti i requisiti stabiliti dalla Consulta per accedere legalmente all’aiuto al suicidio in Italia, dal momento che l’uomo non era mantenuto in vita da trattamenti di sostegno vitale, come ventilazione artificiale o nutrizione forzata. La gip ha spiegato che «è indispensabile la necessità dello stretto collegamento con la natura vitale dei trattamenti di sostegno, al punto che la loro omissione o interruzione determinerebbe prevedibilmente la morte in un breve lasso di tempo». Inoltre, il giudice ha ribadito che la verifica delle condizioni del paziente deve avvenire in Italia e non può essere sostituita da una valutazione effettuata in Svizzera. La parola finale sarà quella del gup, che deciderà se rinviare i tre a giudizio (esito più comune nei casi delle imputazioni coatte) o emettere una sentenza di non luogo a procedere. L’articolo 580 del codice penale prevede per il reato di aiuto al suicidio una pena dai 5 ai 12 anni di reclusione.

La difesa degli imputati conta di dimostrare che il supporto fornito a Scalas rientri nei margini di non punibilità definiti dalla Corte costituzionale. «La gip di Firenze ha disposto l’imputazione coatta in quanto a suo avviso non risulta che Massimiliano fosse dipendente da un trattamento di sostegno vitale, nemmeno secondo l’interpretazione estensiva della Corte con la sentenza 135 del 2024 – ha dichiarato l’avvocata Filomena Gallo, Segretaria nazionale dell’Associazione Luca Coscioni –. Affronteremo il processo per difendere il diritto ad autodeterminarsi di Massimiliano e di tutte le persone nelle sue condizioni, la cui vita è totalmente dipendente da altri». Marco Cappato, Tesoriere dell’Associazione Luca Coscioni, ha commentato evidenziando che quella intrapresa con Lalli e Maltese è stata «un’azione di disobbedienza civile», spiegando che ai tempi si autodenunciò insieme alle due attiviste «perché eravamo, e siamo, pronti ad assumerci le nostre responsabilità, nel pieno rispetto delle decisioni della magistratura, e nella totale inerzia del Parlamento», con un’azione che continuerà «fino a quando non sarà pienamente garantito il diritto alla libertà di scelta fino alla fine della vita, superando anche le discriminazioni oggi in atto tra malati in situazioni diverse».

Il suicidio assistito è una pratica medica in cui una persona, affetta da una malattia incurabile o da una condizione che le provoca sofferenze fisiche e/o psicologiche insostenibili, sceglie volontariamente di porre fine alla propria vita con il supporto di un medico. A differenza dell’eutanasia, in cui è il medico a somministrare direttamente il farmaco letale, nel suicidio assistito il paziente mantiene il controllo sull’atto finale, assumendo autonomamente il farmaco prescritto. Questa pratica è legale in alcuni Paesi, come Svizzera, Canada, Belgio e in alcuni stati degli USA, dove è regolata da normative stringenti che prevedono una valutazione medica accurata per verificare la lucidità del paziente e la gravità della sua condizione. In Italia, invece, il suicidio assistito è vietato, sebbene la Corte Costituzionale abbia aperto alla possibilità di non punire chi aiuta una persona a morire, in determinate circostanze stabilite dalla storica sentenza n. 242 del 2019 (caso Cappato-Dj Fabo). Nello specifico, il soggetto deve essere capace di prendere decisioni libere e consapevoli, affetto da una patologia irreversibile, sperimentare sofferenze fisiche o psicologiche ritenute intollerabili e dipendere da trattamenti di sostegno vitale. A febbraio, il Consiglio regionale della Toscana ha approvato una legge che regola tempi, modalità e costi per l’accesso al suicidio assistito, rendendo così la regione la prima in Italia a dotarsi di una legge in materia, fondata proprio sulla pronuncia del 2019 della Consulta.

[di Stefano Baudino]

Arrestato, picchiato e rilasciato il regista palestinese che ha vinto l’Oscar con “No Other Land”

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Hamdan Ballal, co-regista del documentario No Other Land recentemente premiato agli Oscar, è stato aggredito da decine di coloni in Cisgiordania, riportando ferite alla teste e allo stomaco. Mentre il regista palestinese veniva trasportato in ospedale su un’ambulanza, le forze di occupazione israeliane lo hanno fermato e arrestato, non prendendo invece alcuna misura contro i coloni autori del linciaggio. D’altronde, le aggressioni a danno dei palestinesi compiute in un clima di impunità sono diventate la norma in Cisgiordania, immortalata anche nello stesso documentario diretto da Ballal insieme a Basel Adra, Rachel Szor e Yuval Abraham, che hanno dato vita a un collettivo israelo-palestinese che solo poche settimane fa, a Los Angeles, avevano chiesto la tutela dei diritti dei palestinesi e denunciato il regime di violenza a cui sono sottoposti nell’inerzia internazionale.

Hamdan Ballal, al momento dell’aggressione, si trovava al villaggio di Susya, nella regione di Masafer Yatta, la stessa in cui è stato girato il documentario premio Oscar “No Other Land”, che ha acceso i riflettori sulle demolizioni arbitrarie compiute dallo Stato ebraico in Cisgiordania e sulle violenze dell’esercito e dei coloni israeliani a danno della popolazione locale. Intorno alle 18, decine di coloni hanno assaltato le case del villaggio, aggredendo residenti e attivisti solidali, tra cui un minorenne israeliano. Hamdan Ballal ha riportato diverse ferite e, come ha scritto Yuval Abraham su X, al momento non si hanno sue notizie.

Il linciaggio del regista palestinese avviene in un clima di escalation totale ad opera di Israele, che martedì scorso ha definitivamente rotto a Gaza un fragile cessate il fuoco e nei fatti poco rispettato: nell’ultima settimana, l’esercito israeliano ha ucciso centinaia di palestinesi, distrutto l’ultimo ospedale oncologico, preso di mira la Croce Rossa e costretto le Nazioni Unite a ritirare parte dei propri dipendenti e ridurre le attività umanitarie.«Abbiamo iniziato con i passi normativi per imporre la sovranità sulla Cisgiordania», ha dichiarato il ministro per le finanze israeliano Bezalel Smotrich, a rappresentanza di un governo che sta continuando l’invasione del territorio palestinese tra sfollamenti e uccisioni. In parallelo, Israele porta avanti indisturbato i bombardamenti in Siria e in Libano. «Riteniamo che queste cose [gli attacchi, ndr] siano inutili perché la Siria in questo momento non sta attaccando Israele e questo alimenta una maggiore radicalizzazione che è anche contro lo Stato ebraico», si è limitata a dire Kaja Kallas, l’alta rappresentante dell’Ue per gli Affari esteri. Di pressioni concrete e sanzioni neanche l’ombra, per un’Unione europea sempre più complice del partner israeliano.

[di Salvatore Toscano]

Aggiornamento delle ore 16: Hamdan Ballal è stato liberato dalle forze di sicurezza israeliane, «dopo aver trascorso la notte sul pavimento di una base militare, con gravi ferite riportate a seguito dell’aggressione», come dichiarato dal suo avvocato Lea Tsemel.

USA, tariffe del 25% a chi compra petrolio dal Venezuela

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Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha annunciato che il Paese applicherà una tariffa secondaria su gas e petrolio venezuelani, costringendo qualsiasi Paese che acquisti queste risorse dal Venezuela a pagare una tariffa del 25% su tutti i prodotti statunitensi. Le motivazioni dietro questa sanzione, ha spiegato Trump, risiedono nel fatto che il Venezuela avrebbe inviato negli Stati Uniti, «intenzionalmente e ingannevolmente, decine di migliaia di criminali di alto livello». Le tariffe saranno applicate a partire dal 2 aprile e dovrebbero colpire principalmente la Cina. Secondo un rapporto della US Energy Information Administration, tuttavia, dovrebbero coinvolgere anche Spagna, India, Russia, Singapore e Vietnam.

Turchia, continuano le proteste contro Erdogan: oltre mille arresti

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Non si placano a Istanbul le proteste popolari iniziate in seguito all’arresto del sindaco e oppositore di Erdoğan, Ekrem İmamoğlu. La polizia continua a rispondere con la repressione: secondo quanto dichiarato dal ministero della Difesa, sono 1.133 i fermati per «attività illegali» tra il 19 e il 23 marzo. Intanto, il governo ha inondato le piattaforme social con richieste di blocco per centinaia di account, nel tentativo di arginare la diffusione della protesta. La polizia sta inoltre impiegando sistematicamente spray al peperoncino, gas lacrimogeni e camion blindati con idranti per disperdere la folla radunata a Istanbul e in altre grandi città del Paese. I manifestanti contestano l’arresto del sindaco, giudicato come un nuovo tentativo di eliminare ogni residuo di opposizione politica e sociale nel Paese, facendo leva sulla magistratura.

İmamoğlu è stato arrestato all’alba di mercoledì 19 marzo, con la duplice accusa di corruzione e favoreggiamento al Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK), che la Turchia considera un’organizzazione terroristica. Da allora, le proteste in Turchia si sono progressivamente allargate. Domenica 23 marzo, il Tribunale penale di Istanbul ha confermato l’arresto di İmamoğlu nell’ambito dell’indagine per corruzione. Lo stesso giorno si sono tenute le primarie del Partito Popolare Repubblicano (CHP), di cui İmamoğlu fa parte e per cui risultava l’unico candidato alla corsa per le presidenziali del 2028; secondo le prime stime, si sono presentati ai seggi più di 15 milioni di persone. Con il grande risultato delle primarie e la decisione del Tribunale penale, le proteste, che stavano già vivendo un’ampia partecipazione, si sono ulteriormente intensificate. Mentre le mobilitazioni continuavano, il presidente turco Erdoğan ha accusato i partiti di opposizione di aver provocato un «movimento di violenza», definendo le manifestazioni «malvage» e chiedendo la loro cessazione.

La stessa domenica, decine di migliaia di persone sono scese in strada, raggiungendo 55 delle 81 province del Paese, e la tensione è sfociata in scontri con la polizia. A Istanbul, le forze dell’ordine in tenuta antisommossa hanno caricato i manifestanti con scudi e manganelli, impiegando anche gas lacrimogeni, cannoni ad acqua e proiettili di gomma. Sempre a Istanbul, un sit-in di protesta ha bloccato il traffico su entrambi i lati del ponte di Galata, mentre, parallelamente, nella capitale Ankara i dimostranti si sono fermati davanti ai camion che trasportavano idranti, chiedendo alla polizia di lasciarli marciare in pace. In generale, l’esecutivo ha promosso un approccio repressivo nei confronti dei manifestanti, arrestando migliaia di persone, tra cui otto giornalisti e fotoreporter, e avviando indagini contro gli oppositori politici attivi sui social. Precedentemente, il governo aveva vietato per quattro giorni ogni manifestazione politica, bloccato strade, infrastrutture e metropolitane a Istanbul, e limitato l’accesso ai social media.

İmamoğlu è stato eletto due volte sindaco di Istanbul, la prima nel 2019 e la seconda l’anno scorso. Con l’elezione del 2019, che si dovette ripetere per decisione di Erdoğan, İmamoğlu mise fine a circa 25 anni di governo dell’AKP, il partito del presidente. Con i suoi mandati da sindaco, ha acquisito grande notorietà, diventando gradualmente il principale politico dell’opposizione turca. Il raid in casa sua, che ha raggiunto uffici e abitazioni in tutto il Paese, fermando altre 100 persone, ha fatto seguito di soli due giorni alla decisione dell’Università di Istanbul di ritirare a İmamoğlu il diploma di laurea, requisito fondamentale per candidarsi alle elezioni. İmamoğlu, inoltre, è finito più volte al centro di vicende giudiziarie che l’opposizione giudica come tentativi di delegittimazione e di ostacolare una sua possibile candidatura.

[di Dario Lucisano]

Per la Palestina e contro la censura a scuola: riprendono le occupazioni dei licei

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Le occupazioni studentesche tornano protagoniste nelle scuole italiane. Ieri, lunedì 25 marzo, al liceo Leonardo da Vinci di Milano, gli studenti hanno inscenato una protesta contro la creazione di un gruppo di lavoro che limiterebbe la diffusione di volantini e l’affissione di striscioni e contro il rifiuto di tre assemblee su transfemminismo, violenza di genere e migranti. Mentre i professori sono rimasti all’esterno, circa 400 ragazzi si sono introdotti nella struttura per pernottarvi, dando il via alla terza occupazione liceale dell’anno nella città meneghina. A Bologna, invece, dopo l’occupazione degli ultimi giorni del liceo Minghetti, la protesta si è spostata al Copernico. Partita con fumogeni e una bandiera palestinese, l’occupazione è stata lanciata in solidarietà con i ragazzi del Minghetti, denunciati per i danni che avrebbero causato alla struttura. Gli studenti bolognesi, inoltre, hanno già organizzato diverse attività e incontri per parlare di transfemminismo, ambiente e Palestina, e criticano le politiche scolastiche del ministro Valditara e lo stato di abbandono in cui versano le infrastrutture scolastiche.

L’occupazione presso il liceo Leonardo da Vinci di Milano durerà tutta la settimana e prevede l’interruzione delle attività didattiche fino a sabato. Continueranno invece a svolgersi regolarmente le attività amministrative e saranno comunque condotti i test Invalsi. La mobilitazione è scattata alla notizia che la scuola avrebbe avuto l’intenzione di istituire un gruppo di supporto per vietare la diffusione di volantini e l’affissione di striscioni nell’istituto. Gli studenti, inoltre, denunciano di avere «subito una censura»: il Consiglio d’Istituto, infatti, ha bocciato l’organizzazione di tre assemblee che «trattavano temi fondamentali come il transfemminismo, la violenza di genere e la tutela dei migranti», sostenendo che mancasse un contraddittorio; «ma ci chiediamo: chi dovrebbe rappresentare la controparte in un dibattito sulla violenza di genere?». L’occupazione nasce dunque «in segno di protesta contro le limitazioni alla libertà di espressione», contro cui gli studenti chiedono «la creazione di un regolamento concordato con la dirigenza per garantire la libertà di espressione nel rispetto della legge» e «l’istituzione di un sistema anonimo per segnalare criticità didattiche e comportamentali dei docenti». Oltre a ciò, gli studenti propongono l’organizzazione di assemblee mensili su temi di attualità ed educazione civica e un piano di intervento strutturale con la Città metropolitana di Milano per migliorare le condizioni dell’edificio scolastico.

Come quella milanese, anche la protesta bolognese presso il liceo Copernico denuncia la fatiscenza delle infrastrutture scolastiche del Paese. Venerdì 16 febbraio, nello stesso istituto, una ragazza era rimasta ferita dal crollo di un lavandino a cui si era appoggiata, riportando diverse lesioni e venendo trasportata al Pronto Soccorso. In generale, la mobilitazione si è sviluppata all’insegna del contrasto alle politiche scolastiche del ministro Valditara, giudicate, da una parte, repressive, e, dall’altra, poco attente alle esigenze delle istituzioni pubbliche. I ragazzi e le ragazze del Copernico contestano un modello di educazione che rafforzerebbe politiche xenofobe, razziste, nazionaliste e patriarcali, e propongono «una scuola diversa, fondata sul rispetto, sull’inclusività e sulla partecipazione attiva degli studenti». Aperte le critiche alle riforme repressive del governo Meloni e ai programmi di spesa militare, e frontale il sostegno alla causa palestinese; oggi stesso è previsto un incontro con i Giovani Palestinesi.

Gli studenti del Copernico hanno inscenato la loro protesta anche in solidarietà ai colleghi del Minghetti, che hanno occupato la settimana scorsa, finendo, di tutta risposta, denunciati dalla scuola. Il dirigente dell’istituto contesta il picchetto degli alunni, nonché danni alla serratura della presidenza e a un cancello. È in corso la valutazione dei danni. Al Minghetti la protesta è stata lanciata contro il piano “ReArm Europe” e il taglio alla spesa destinata alle scuole, contestando inoltre il cosiddetto DDL Sicurezza, l’alternanza scuola-lavoro (oggi PCTO) e il «modello di scuola repressivo ed autoritario» promosso da Valditara.

Anche l’occupazione del Minghetti ha mostrato solidarietà alla causa palestinese. Nel corso di tutto il 2024, contro il genocidio, si era mobilitata un’ampia frangia degli studenti italiani, dai liceali di Roma agli universitari di gran parte degli atenei del Paese. In generale, l’anno scorso è stato caratterizzato da un ritorno delle lotte studentesche sulla scena politica, che hanno promosso un approccio intersezionale, connettendo i vari temi relativi a inclusività, guerra e repressione. Lungi dal “buttare tutto nel calderone”, come spesso gli è stato denunciato, gli studenti intendevano superare quel ragionamento a compartimenti stagni che porta avanti singole rivendicazioni, cercando piuttosto le cause alla radice dei temi a loro cari e mostrandone i reciproci legami.

[di Dario Lucisano]