Al Policlinico Universitario Tor Vergata di Roma è stato eseguito un intervento per il tumore al seno con una modalità finora mai utilizzata in Italia. La paziente è rimasta sveglia durante l’operazione, senza anestesia generale, ed è stata dimessa in meno di 24 ore. I chirurghi hanno rimosso la ghiandola mammaria e ricostruito il seno attraverso una piccola incisione nascosta nell’ascella, evitando cicatrici visibili sulla mammella. Si tratta di un’evoluzione della chirurgia oncologica verso procedure sempre meno invasive, pensate per ridurre il trauma fisico ed emotivo dell’intervento mante...
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Nitto Santapaola è morto a Milano, nel carcere di Opera. Il boss di Cosa Nostra aveva 87 anni ed era detenuto al regime del 41bis. Disposta l’autopsia dalla Procura meneghina. In carcere dal 1993, Santapaola è ritenuto il mandante di diversi omicidi e stragi, incluso l’attentato di Capaci del maggio 1992 in cui morirono Giovanni Falcone, la moglie e gli agenti della scorta.
«Abbiamo tutti esagerato con i toni». Così il ministro della Giustizia Carlo Nordio ha riconosciuto che entrambe le parti coinvolte nella campagna referendaria sulla separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri hanno oltrepassato il limite nel dibattito sul voto del 22-23 marzo. Un’ammissione che fotografa il clima: scontro permanente, linguaggio divisivo, insulti reciproci. Se la destra insiste nel denunciare una magistratura politicizzata, arrivando a evocare fatti di cronaca come gli scontri di Torino, la sinistra concentra la propria offensiva contro il governo, più che sui contenuti tecnici dei quesiti. Ne deriva un conflitto di legittimazioni tra poteri che oscura la sostanza della riforma e si riflette anche nei media, spesso schierati pro o contro l’esecutivo.
Il confronto tra Nordio e Giuseppe Conte, andato in scena a Palermo, è stato emblematico di questo clima di polarizzazione. L’ex premier ha accusato l’esecutivo di voler “addomesticare la giustizia”, evocando il rischio di un controllo politico sulle toghe e parlando di un disegno volto a riequilibrare i rapporti tra poteri a vantaggio dell’esecutivo. Il ministro ha replicato definendo le critiche ideologiche e prive di fondamento giuridico, sostenendo che la separazione delle carriere rappresenterebbe un adeguamento ai princìpi del giusto processo. La diatriba che si è consumata non è stata un confronto tecnico su CSM, valutazioni di professionalità o assetto costituzionale, ma una mera contrapposizione frontale, tradotta in botta e risposta pubblico. Il referendum si è così trasformato in un banco di prova identitario: garantisti contro giustizialisti, riformatori contro difensori dello status quo.
A inasprire il clima già di per sé rovente sono intervenute le dichiarazioni del procuratore di Napoli Nicola Gratteri, che in un’intervista ha affermato che tra coloro che voteranno “Sì” vi sarebbero «indagati, imputati e la cosiddetta massoneria deviata». Gratteri ha poi parlato di frasi estrapolate dal contesto, ma il danno mediatico era fatto. Giorgio Mulè, vicepresidente della Camera, ha provocatoriamente invitato: «Arrestateci tutti», mentre il vicepremier Matteo Salvini, su X ha minacciato di “denunciare” il procuratore. Nordio ha definito “inaccettabile” il livello dello scontro, chiedendo «test psico attitudinali» a fine carriera per i magistrati. Nei giorni successivi, il sostituto procuratore presso la Direzione nazionale antimafia, Nino Di Matteo, ha rilanciato la posizione di Gratteri, spiegando che la mafia ha bisogno che agli occhi del popolo la magistratura risulti delegittimata. Anche in questo caso, il merito della riforma è rimasto sullo sfondo, coperto dal rumore della zuffa politica.
Parallelamente, la campagna referendaria è stata attraversata da una narrazione securitaria che ha utilizzato episodi di cronaca come leva retorica. Gli scontri di Torino durante lo sgombero del centro sociale Askatasuna sono stati evocati nel dibattito pubblico come simbolo di un sistema giudiziario incapace di garantire certezza della pena. Pur non avendo un legame diretto con il quesito referendario, l’episodio è entrato nella discussione come argomento politico. La destra lo ha utilizzato per rafforzare la richiesta di riforma e maggiore fermezza, mentre la sinistra ha denunciato la strumentalizzazione di fatti di piazza per influenzare il voto. Il dibattito si è così spostato su un terreno emotivo, fatto di simboli e paure, anziché su un’analisi puntuale delle conseguenze istituzionali della riforma.
A infiammare ulteriormente lo scontro è arrivata la punzecchiatura del sottosegretario alla presidenza del Consiglio Giovanbattista Fazzolari. A chi gli ha chiesta cosa voterebbe Vladimir Putin al referendum, ha risposto: «In Russia non c’è la separazione delle carriere, quindi, probabilmente voterebbe no». «Una battuta in una chiacchierata informale con i cronisti», ha precisato poco dopo, ma tanto è bastato per suscitare la dura reazione della segretaria del PD Elly Schlein, che sul palco di Latina ha lanciato la controffensiva, accusando il governo di non avere “molti argomenti”.
Il paradosso è evidente: un referendum costituzionale che imporrebbe rigore, chiarezza e spiegazioni puntuali sugli effetti della separazione delle carriere è stato inghiottito da una guerra di slogan e accuseincrociate. Invece di spiegare cosa cambierà nell’architettura costituzionale, le parti hanno preferito evocare scenari apocalittici o rassicurazioni generiche. In questo clima di delegittimazione reciproca, l’elettore resta disorientato, mentre la consultazione si trasforma in una resa dei conti tra poteri. In questo modo, la consultazione popolare perde la sua funzione deliberativa e si riduce a plebiscito simbolico. Se questa è la peggiore campagna referendaria di sempre, non lo è per l’esistenza del conflitto, fisiologico in democrazia, ma per la qualità del confronto, che si riduce a un’occasione mancata di discutere seriamente di giustizia.
Nell’Isola di Sumatra, in Indonesia, il governo locale sta puntando a trasformare centinaia di miniere illegali in attività comunitarie autorizzate. L’obiettivo dichiarato è ridurre i danni ambientali e riportare sotto controllo un’economia da centinaia di milioni di dollari che, tuttavia, oggi è in mano all’illegalità. Scettici diversi ambientalisti e alcuni scienziati, i quali avvertono che legalizzare le attività non significa salvare la foresta. Nella provincia di Sumatra Occidentale, la maggior parte delle miniere si trova nelle aree montuose e boscose che si estendono dalla costa occidentale verso la catena dei Monti Barisan, uno degli ultimi habitat della tigre di Sumatra, specie in pericolo critico.
Negli ultimi due anni il prezzo internazionale dell’oro è salito di oltre il 70%, spinto dall’incertezza geopolitica e dall’inflazione. Il risultato è stato una nuova corsa al metallo prezioso. Nella provincia di Sumatra occidentale, dove vivono 5,8 milioni di persone, tra le 200 e le 300 miniere d’oro operano senza licenza, spesso scavate sui pendii montani o lungo i letti dei fiumi. Il metodo più diffuso utilizza il mercurio per separare l’oro dal minerale, un metallo pesante altamente tossico – vietato da accordi internazionali come la Convenzione di Minamata – responsabile di gravi danni neurologici nell’uomo e di contaminazione permanente delle acque. Intere comunità rurali vi sono esposte, con i fiumi che diventano inutilizzabili per l’agricoltura e altri usi. Secondo le autorità locali, l’estrazione illegale costa allo Stato circa 360 milioni di dollari solo in questa provincia. Il governatore Mahyeldi Ansarullah ha annunciato quindi un nuovo piano: proporre al governo centrale la creazione di oltre 300 “zone minerarie comunitarie” distribuite in nove distretti. Si tratta di aree in cui i residenti potrebbero ottenere permessi legali per estrarre oro o sabbia, seguendo un modello, già adottato in altre regioni indonesiane e in Paesi come Perù e Tanzania, che mira a formalizzare l’attività invece di reprimerla. «Il danno ambientale crea problemi a lungo termine, ma dobbiamo anche garantire mezzi di sussistenza legali alle persone», ha dichiarato il governatore. La legalizzazione dovrebbe comunque consentire controlli più severi sulla sicurezza e sull’impatto ambientale, almeno sulla carta.
In tutta l’Indonesia esistono già più di 1.200 zone minerarie comunitarie distribuite in 19 province su 38, ma solo 82 hanno ricevuto permessi operativi concreti. Nella provincia di Sumatra occidentale, finora, nessuna zona mineraria comunitaria è stata attivata. Nonostante i propositi dichiarati, le misure in questione sono tutt’altro che esenti da critiche poiché, ad esempio, non chiariscono come verrà affrontato l’uso del mercurio, punto cruciale per garantire la tutela ambientale e delle comunità. Senza un divieto effettivo e controlli rigorosi, avvertono gli esperti, la formalizzazione potrebbe infatti semplicemente rendere legali pratiche altamente inquinanti. «Il problema principale resta il danno ecologico: trasformare miniere illegali in legali non lo elimina», spiega Diki Rafiqi, esponente del Legal Aid Institute locale, organizzazione che fornisce assistenza legale gratuita o sovvenzionata e sostegno alle comunità povere, emarginate e vulnerabili. Altri critici temono poi che élite politiche o imprenditori possano usare cooperative comunitarie come copertura per continuare l’estrazione su larga scala.
Certo è che la pressione sull’ambiente da parte delle attività estrattive ha già avuto conseguenze drammatiche. Nel novembre 2025 il ciclone Senyar ha colpito Sumatra provocando frane e inondazioni che hanno ucciso circa 1.200 persone. Studi indipendenti e lo stesso governo indonesiano hanno collegato la gravità del disastro alla deforestazione e alle attività minerarie, che destabilizzano i versanti montani e aumentano il rischio di smottamenti. In risposta, Jakarta ha revocato le licenze a 28 aziende accusate di violazioni ambientali, per un’area complessiva pari a circa un milione di ettari. Il provvedimento segna un cambio di approccio per cui le le autorizzazioni non vengono più revocate solo per irregolarità amministrative, ma anche per la responsabilità nei disastri naturali. In questo contesto, le istituzioni difendono la strategia delle “miniere comunitarie” come una forma di “riduzione del danno” finalizzata a controllare ciò che non si è riusciti a fermare. Ma per le organizzazioni ambientaliste il rischio resta comunque quello di normalizzare l’impatto sull’ambiente. Il futuro delle foreste di Sumatra dipenderà, in ogni caso, dall’applicazione concreta delle regole. Senza divieti sulle sostanze tossiche, programmi di riforestazione e controlli indipendenti, le miniere comunitarie potrebbero diventare solo un nuovo volto della stessa economia estrattiva che ha già trasformato intere montagne ricche di biodiversità in paesaggi erosi.
Due fratelli palestinesi sono stati uccisi da alcuni coloni israeliani durante un attacco al villaggio di Qaryut, a sud di Nablus. Il Ministero della Salute palestinese ha annunciato l’uccisione di Mohammad Taha Abdul-Majid Muammar, 52 anni, colpito da un proiettile alla testa, e di suo fratello Fahim, 47 anni, sparato al bacino. Come riferisce l’agenzia Wafa, nell’attacco sono stati sparati colpi anche sulle abitazioni.
Alle prime luci dell’alba, le operazioni di polizia hanno messo fine alla mobilitazione degli attivisti al parco Mitilini-Moneta-Stefanini, nel quartiere Pilastro di Bologna. A partire dalle 6.30, agenti in tenuta antisommossa supportati da mezzi blindati hanno fatto irruzione nell’area occupata da giorni dal comitato MuBasta per opporsi alla costruzione del nuovo Museo dei bambini (Muba), un progetto fortemente promosso dall’amministrazione comunale. Secondo i manifestanti, il bilancio dello sgombero è di sei persone condotte in Questura e almeno un ferito, soccorso dal 118 e successivamente trasportato in ospedale. Decine di residenti si sono radunati sul posto per protestare contro l’intervento delle forze dell’ordine, dando vita a momenti di alta tensione.
Lo sgombero, rapido ma concitato, è sfociato in colluttazioni. I presenti hanno raccontato che, in seguito all’arrivo di un furgone dell’impresa incaricata dei lavori, la polizia ha circondato il campo occupato, obbligando gli attivisti ad abbandonare le tende con spinte e cariche. Gli agenti hanno poi smantellato le strutture del presidio. Nel frattempo, nuovi jersey di cemento venivano posizionati per delimitare l’area e i tir con i materiali edili si apprestavano a riallestire il cantiere. Nelle ore successive, a ogni modo, la situazione è rimasta calda, con circa venti attivisti che hanno manifestato davanti alla Questura contro i fermi, srotolando uno striscione con la scritta «Tutti liberi. Difendere un parco non è reato». Ad alcuni manifestanti è stato inizialmente negato di recuperare i propri effetti personali dalle tende rimosse.
La vicenda prende le mosse da quanto avvenuto nei giorni scorsi, quando il taglio di alcuni alberi per far posto al cantiere del Muba aveva scatenato le proteste del comitato. Nello specifico, gli attivisti hanno denunciato la perdita di verde pubblico, contrapponendosi all’ennesimo caso di cementificazione. Dopo l’abbattimento delle piante, i dimostranti avevano occupato lo spazio con tende e attività, arrivando a ripiantare gli alberi espiantati. La risposta del Comune era stata dura: l’assessora Matilde Madrid aveva parlato di «sabotaggio» per alcuni presunti atti vandalici, mentre il presidente del quartiere Andrea Serra aveva tentato una mediazione. Che, come dimostra lo sgombero di stamane, è evidentemente fallita.
Tra i feriti figura Sergio Spina, ex capogruppo di Rifondazione comunista in Provincia, che ha riportato un infortunio alla spalla. «Ho allungato un braccio per ripararmi, per frenare l’impeto con cui stavano arrivando e il risultato è questo», ha dichiarato l’uomo. «Hanno caricato con gli scudi gente che non aveva nulla con cui difendersi. Non c’era alcuna necessità di intervenire in quel modo». Bersaglio delle sue critiche l’amministrazione comunale: «Se la prima persona della giunta che ha parlato di questa vicenda è stata l’assessora alla Sicurezza questo la dice lunga su come l’amministrazione affronta queste vicende. Noi continueremo il presidio e questa battaglia perché lo sviluppo di una città non può essere portato avanti in questo modo, cancellando spazi verdi e costruendo strutture che non hanno niente a che fare con la storia sociale del quartiere».
A livello politico, Potere al Popolo ha pubblicato sui social una dura nota accompagnata da un video degli scontri, scrivendo: «Quello a cui abbiamo assistito questa mattina è gravissimo: non solo un primo assaggio del clima repressivo che si sta imponendo con il cosiddetto decreto sicurezza, ma una vera dimostrazione di forza che sostituisce ogni reale percorso di confronto». Nel testo si aggiunge che da oltre due mesi residenti e cittadini chiedono un dialogo sul futuro dell’area verde, opponendosi alla «privatizzazione degli spazi pubblici», e che le parole su partecipazione ed ecologia della giunta Lepore «si scontrano con una realtà fatta di manganelli, sgomberi e militarizzazione dei quartieri». Solidarietà verso il comitato è stata manifestata anche dai Verdi, che si sono uniti al coro di critiche contro la giunta: «Solo le dimissioni potrebbero salvare la faccia a chi amministra Bologna, ma sappiamo che rimarranno tutti al loro posto, perché neanche calpestare i propri cittadini fa provare vergogna», hanno dichiarato.
Questi episodi ricordano da vicino quanto avvenuto nel corso del 2024 al Parco Don Bosco di Bologna, dove per mesi gli attivisti avevano presidiato il verde pubblico. Qui avrebbero infatti dovuto attivarsi le motoseghe, al fine di abbattere 42 alberi per aprire alla costruzione di una nuova scuola media. La protesta degli abitanti e dei comitati era culminata in un grande presidio: anche in quel caso c’erano stati intensi scontri, con cariche di agenti in tenuta antisommossa. Dopo settimane di mobilitazione cittadina, un confronto serrato con il sindaco Lepore aveva infine portato alla sospensione dei lavori, salvando il parco dal cemento.
Non è raro sentir parlare di chip impiantati nel cervello umano. Molto meno comune è invece discutere di come le cellule cerebrali possano essere impiantate su di un chip. I computer ibridi che integrano neuroni viventi restano oggigiorno un terreno di ricerca sperimentale, lontano da applicazioni immediate, tuttavia il settore sta avanzando rapidamente e le aziende coinvolte continuano a mostrare risultati sempre più sorprendenti. L’ultimo traguardo? Un chip organico capace di imparare a giocare a Doom, classico videoludico degli anni Novanta.
Il risultato è stato presentato da Cortical Labs, azienda che si propone come alternativa futuristica alle reti neurali tradizionali e all’intelligenza artificiale, puntando su un sistema di “intelligenza effettiva” ottenuto coltivando cellule cerebrali direttamente sulla superficie di un semiconduttore. Secondo le promesse dell’impresa, una volta perfezionati, questi chip saranno in grado di elaborare informazioni più rapidamente e a costi energetici inferiori rispetto alle soluzioni oggi in commercio. Richiederanno meno elettricità e avranno bisogno di quantità ridotte di dati di addestramento per portare a termine compiti complessi.
Nel 2022 lo stesso laboratorio aveva già attirato l’attenzione replicando il classico esperimento che accomuna molte realtà impegnate negli innesti cerebrali: una partita a Pong. Con una differenza sostanziale, però. In quel caso non ci si trovava davanti a una scimmia addestrata a giocare, ma era direttamente il chip a controllare la pallina. Il popolo della rete aveva subito colto l’occasione per riesumare un meme caro ai videogiocatori e agli appassionati di tecnologia, chiedendo se il prodotto fosse in grado di sostenere il videogame Doom. Con il passare degli anni, il titolo è infatti diventato la prova del nove per qualsiasi dispositivo elettronico, dai frigoriferi ai test di gravidanza, fomentando una visibilitá virale delle acrobazie che alcuni programmatori riescono a imbastire.
Missione compiuta. Cortical Labs ha sviluppato un’interfaccia che semplifica drasticamente la programmazione dei suoi chip, allineandoli di fatto allo standard di scrittura codici di Python. A quel punto è bastato l’intervento di un programmatore indipendente per addestrare il biochip e ottenere un risultato funzionante. Secondo quanto riportato dai ricercatori, le prestazioni restano lontane da quelle di un gamer esperto, ma il traguardo è comunque significativo: l’esperimento avrebbe utilizzato appena un quarto dei neuroni impiegati nella dimostrazione di Pong, richiesto tempi di addestramento molto più brevi ed sarebbe stato condotto da una persona non specializzata negli aspetti scientifici del dispositivo. In sostanza, più che rivendicare un salto di potenza, l’azienda mette in evidenza un’ottimizzazione del processo applicativo che rende i semiconduttori più accessibili e funzionali. Un passaggio essenziale per comprendere potenzialità e limiti tecnici degli stessi.
Come spesso accade in questi ambiti, l’operazione in riguardante Doom ha soprattutto una funzione promozionale: serve a dare visibilità a progetti che, altrimenti, rischierebbero di restare confinati nei laboratori e noti soltanto a una ristretta cerchia di accademici. Prima che strumenti di questo tipo trovino applicazioni diffuse passerà probabilmente molto tempo. Basti pensare che la popolarissima – e abilmente pubblicizzata – Neuralink aveva mostrato al mondo la sua versione di una partita a Pong già nel 2021, mentre la produzione su larga scala degli impianti cerebrali, stando alle dichiarazioni del proprietario Elon Musk – soggetto non esattamente famoso per la precisione delle sue previsioni –, dovrebbe prendere piede solamente quest’anno.
Sorvolando sul dilemma etico che puntualmente riaffiora quando si parla di coltivazione cellulare, resta ancora da chiarire in dettaglio come i biochip processino le informazioni, se la loro operatività sia assimilabile a quella dei semiconduttori tradizionali o se richieda preferibilmente un paradigma di gestione completamente diverso, pensato per interfacciarsi con una dimensione tecnologica inedita. Quel che è certo è che la dimostrazione goliardica di Cortical Labs ha mostrato come un sistema biologico sia già in grado di gestire un livello di complessità non trascurabile – una premessa che apre la strada a ipotesi applicative più articolate e, per ora, ancora tutte da esplorare.
L’aeroporto della città di Kisangani, nella Repubblica Democratica del Congo, è stato preso di mira da un attacco con droni. A dare la notizia sono le autorità del Paese, che hanno accusato il movimento ribelle dell’M23 dell’attacco. Kisangani si trova nell’area nordorientale del Paese, lontano dalla linea dell’avanzata portata avanti dall’M23 lo scorso anno. L’attacco all’aeroporto arriva in un momento di tensione tra le parti, nonostante l’accordo di cessate il fuoco siglato tra RDC e Ruanda, Paese accusato di sostenere l’M23, con la mediazione di Trump: negli scorsi giorni una milizia accusata di essere sostenuta dall’esercito regolare ha attaccato postazioni minerarie controllate dai ribelli.
Con lo scoppio della guerra nella regione mediorientale, si è tornato a parlare di una possibile chiusura dello Stretto di Hormuz. I pasdaran iraniani hanno annunciato che il traffico nel bacino è «praticamente» fermo, e hanno attaccato petroliere britanniche e statunitensi che transitavano nell’area, senza tuttavia formalizzare la chiusura dello Stretto. Oggi si contano diverse petroliere ferme all’ingresso e all’uscita di Hormuz, e il passaggio di navi risulta notevolmente diminuito. Una chiusura totale dello Stretto comporterebbe effetti diretti sull’economia mondiale. Da Hormuz passa circa il 20% del petrolio globale, e il 30% di quello commerciato via mare. Le tensioni e la riduzione del traffico nel passaggio hanno fatto schizzare il prezzo del gas all’ingrosso, che in apertura ha registrato un +22%, con picchi del +50%. Le stesse quotazioni del petrolio sono salite notevolmente, toccando quota +13%.
Contrariamente a quanto riportano diversi media, lo Stretto di Hormuz non pare ancora chiuso completamente. Dando un’occhiata sul sito di monitoraggio marittimo Marine Traffic, si può notare un gran numero di navi e petroliere stazionate da una parte e dall’altra dello Stretto, ma anche qualche imbarcazione che starebbe intraprendendo tale rotta. Nonostante ciò, sabato stesso, con l’inizio della guerra dopo gli attacchi israeliano-statunitensi, i pasdaran hanno annunciato che lo Stretto è «praticamente chiuso», menzionando insicurezze da parte delle imbarcazioni e delle petroliere, che vista la situazione di tensione stavano evitando di navigare nell’area. Dopo tale annuncio, è iniziato a circolare un audio attribuito alle stesse Guardie Rivoluzionarie, che dichiaravano il passaggio chiuso. L’Indipendente non è riuscito a verificare tale audio. Tra ieri e oggi, tuttavia, l’Iran ha attaccatotre petroliere degli Stati Uniti e del Regno Unito nella regione del Golfo Persico e dello Stretto di Hormuz, confermando di stare impedendo il passaggio alle navi battenti bandiere di Paesi nemici.
In ogni caso, che lo Stretto sia stato chiuso formalmente o no, il traffico nella zona risulta pressoché fermo, e le stesse organizzazioni marittime internazionali e nazionali hanno sconsigliato alle petroliere di navigarvi: l’Organizzazione Marittima Internazionale (IMO) ha dichiarato che, «dove possibile, le imbarcazioni dovrebbero evitare di transitare nella regione interessata finché le condizioni non miglioreranno»; il Dipartimento dei Trasporti Marittimi statunitense ha raccomandato alle navi di tenersi a distanza dall’area sin da sabato; analogamente, l’omologo dipartimento britannico (UKMTO) ha chiesto alle navi di approcciare lo Stretto con cautela. Gli effetti del sostanziale blocco del traffico sullo Stretto si stanno facendo sentire: oggi QatarEnergy ha annunciato la chiusura momentanea della produzione a causa dello stop al traffico, facendo aumentare il prezzo del gas all’ingrosso in Europa del 50%; il prezzo del petrolio è invece aumentato fino al 13%. La situazione è ancora troppo fresca per incidere sui portafogli delle singole famiglie, ma se non dovesse smuoversi, potrebbero iniziare a farsi sentire effetti collaterali.
Lo Stretto di Hormuz sabato 28 febbraio; i punti rossi rappresentano le petroliere stazionate o in transito.
Lo Stretto di Hormuz si trova tra l’Iran e la Penisola arabica e separa il Golfo di Oman – a sud-est – e il Golfo Persico – ad ovest. Il passaggio è largo circa 30 chilometri e presenta caratteristiche morfologiche che lo rendono adatto al transito delle grosse navi petrolifere; si colloca inoltre in un’area fortemente strategica, all’entrata del Mar Arabico: petrolio e gas naturale dei Paesi del Golfo devono infatti necessariamente passare da lì se vogliono uscire in mare e venire commerciati. Negli ultimi anni con la scoperta di nuovi giacimenti e il conseguente incremento delle attività esplorative ed estrattive nella Penisola arabica, lo Stretto ha acquisito sempre più centralità. Secondo l’ultimo rapporto del Dipartimento dell’Energia statunitense, nel 2024, il flusso di petrolio attraverso lo Stretto è stato in media di 20 milioni di barili al giorno, corrispondente a circa un quinto del consumo globale di petrolio e a un terzo del petrolio commerciato via mare. Nel 2025, secondo stime parziali, il flusso totale di petrolio attraverso lo Stretto di Hormuz sarebbe rimasto relativamente stabile rispetto all’anno precedente.
Sul versante del petrolio grezzo, il Paese esportatore che verrebbe più danneggiato da una chiusura del flusso dello Stretto è l’Arabia Saudita, che nel 2024 ha trasportato una media di 5,5 milioni di barili al giorno; seguirebbero l’Iraq, che nel 2024 vi ha fatto transitare 3,2 milioni di barili, e gli Emirati e i suoi 1,9 milioni di barili. La maggior parte di questo petrolio va alla Cina, che nel 2024 ha importato 5,4 milioni di barili al giorno, seguita dall’India, con 2,1 milioni; in Europa, nello stesso anno sono arrivati 500mila barili al giorno. Per quanto riguarda il GNL, invece, il produttore che verrebbe più danneggiato sarebbe proprio il Qatar, che risulta dopo gli USA il secondo maggiore esportatore al mondo; nel 2024 ha fatto uscire dallo Stretto 10,7 milioni di barili al giorno. Al primo posto tra gli importatori, di nuovo Cina e India, che nel 2024 hanno importato rispettivamente 2,7 milioni e 2,2 milioni di barili al girono. Anche l’Italia subirebbe l’impatto sullo stop al commercio di GNL: il Belpaese risulta infatti il sesto maggiore importatore di GNL che proviene dall’area, e nel 2024 ha importato 700mila barili al giorno, più di tutto il resto d’Europa.
L’Istat ha diffuso la stima finale del PIL italiano: nel 2025 è cresciuto dello 0,5%, in lieve calo rispetto allo 0,7% indicato a gennaio, una revisione attesa anche per il minor numero di giorni lavorativi rispetto al 2024. Il dato coincide con le previsioni del governo e segue l’aumento dello 0,7% registrato nel 2024 sul 2023. Migliora il rapporto deficit/PIL, sceso dal 3,4% al 3,1%: un segnale positivo, ma ancora sopra il limite europeo del 3%, che mantiene l’Italia nella procedura per deficit eccessivo. Il dato sarà aggiornato ad aprile.
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