Will Lewis, editore e Amministratore Delegato del Washington Post, noto giornale statunitense, ha annunciato che lascerà il giornale. L’annuncio arriva dopo che l’azienda ha deciso di licenziare circa 300 persone tra giornalisti e altri membri dello staff, che corrispondono a oltre un terzo dei dipendenti del WP. Nel suo comunicato, Lewis scrive di avere scelto di dimettersi «per assicurare un futuro sostenibile» al giornale. Al suo posto subentrerà temporaneamente Jeff D’Onofrio, attuale direttore finanziario del quotidiano.
Sabotaggi, occupazioni e cortei: le proteste travolgono le Olimpiadi invernali
La notizia è di questa mattina: intorno alle 8.30, la circolazione dei treni nella stazione di Bologna è andata in tilt per via di quello che sembrerebbe essere stato un atto di sabotaggio ai cavi lungo la linea. A danneggiarli sarebbe stato un incendio di natura dolosa. Sulla linea Bologna-Padova, poi, è stato ritrovato un ordigno rudimentale, che ha imposto lo stop alla circolazione del traffico. Alla stazione di Pesaro, invece, è andata a fuoco una cabina elettrica. Tutti gli episodi sono molto simili a quelli verificatisi durante le Olimpiadi di Parigi del 2024, quando una serie di incendi danneggiò strutture nevralgiche per la circolazione dei treni della capitale. Per questo, il ministero dei Trasporti italiano ipotizza che dietro ai gesti vi sia, anche stavolta, la volontà di boicottare l’evento in svolgimento a Cortina. E a nemmeno 24 ore dalla cerimonia inaugurale le contestazioni sono già numerose: tra sabotaggi, occupazioni e cortei, una parte di cittadinanza sta cercando di gridare con forza la propria contrarietà ai Giochi e alla presenza, tra gli altri, di delegazioni USA e israeliane e della polizia federale antimmigrazione statunitense (ICE).
Le proteste promettono di essere frequenti e di seguire l’intero svolgersi delle Olimpiadi. Nel pomeriggio di oggi, circa diecimila persone, secondo gli organizzatori, si sono radunate a Milano in piazza Medaglie d’Oro, con direzione Corvetto. Il corteo nazionale ha sfilato per i quartieri a sud-est della città e le zone maggiormente coinvolte dalla «devastazione del grande evento», costeggiando anche la zona dove sorge il Villaggio Olimpico. A partecipare sono stati «movimenti che difendono le montagne dalla cementificazione, reti dello sport popolare, spazi sociali, comitati per l’acqua pubblica che contestano il saccheggio idrico per l’innevamento artificiale, associazioni ambientaliste, comunità locali espulse dal turismo tossico, movimenti per la casa e sindacalismo conflittuale», riferisce il Comitato popolare Insostenibili Olimpiadi (CIO), organizzatore. Nella serata di ieri, sempre il CIO, insieme ad altre realtà, aveva organizzato una fiaccolata di protesta nella zona popolare di San Siro, in concomitanza con l’inizio della cerimonia inaugurale. Per «riportare coi piedi per terra la narrazione di chi vive quotidianamente problemi e difficoltà delle periferie milanesi», scrivono i comitati. Al centro delle proteste anche la presenza dell’ICE, che ha scortato gli atleti statunitensi. Nel mentre, a San Siro, migliaia di spettatori fischiavano l’arrivo del vicepresidente statunitense Vance e della delegazione israeliana. Alcune ore prima, membri dello stesso CIO avevano occupato l’ex Palasharp, struttura milanese ora abbandonata che in passato ha ospitato diversi eventi sportivi. Qui gli attivisti hanno dato il via a tre gionate di Utopiadi, tra sport popolare e iniziative di stampo politico contro le Olimpiadi.
«Crediamo che lo sport sia un patrimonio popolare e che debba avere come prima missione quella accessibilità a tutt*, a prescindere dalla classe, dal genere, dalla provenienza o dalla condizione fisica o sanitaria», riporta un comunicato. «Le Olimpiadi di Milano e Cortina sono il contrario di tutto ciò: costi insostenibili, militarizzazione delle città che ospitano i giochi e un clima che dice chiaramente che questo è un evento esclusivo». In aggiunta a ciò, «un evento sportivo non può di certo giustificare la devastazione dei territori o l’abbattimento e l’allontanamento delle persone che abitano le aree interessate dai giochi».
Da mesi, il CIO denuncia la devastazione compiuta in nome delle Olimpiadi invernali, che, oltre ad avere un enorme impatto sull’ambiente, hanno comportato anche un ingente spreco di risorse pubbliche e fondi – per poi finire con buona parte delle opere fondamentali per l’evento non terminate. Nel frattempo, una grossa parte dei biglietti è rimasta invenduta e molte delle case sfitte (in entrambe i casi per via dei prezzi astronomici), mentre il territorio è stato devastato e militarizzato, le scuole sono state chiuse, gli indigenti espulsi e il traffico per i residenti mandato completamente in tilt.
Valtellina, un morto e un disperso per valanga
Nei pressi del Comune di Albosaggia, sull’alpe Meriggio, in Valtellina, una valanga ha travolto tre scialpinisti: uno di loro sarebbe deceduto, mentre un altro sarebbe riuscito a tirarsi da solo fuori dalla neve e un terzo risulta disperso. Sul luogo stanno operando il Aoccorso Alpino e la Guardia di Finanza, mentre elicotteri dei vigili del fuoco stanno sorvolando l’area.
“Siamo sotto assedio”: Cuba lancia l’appello al Sud Globale contro l’imperialismo USA
Referendum giustizia: Cdm integra quesito, data resta 22-23 marzo
Non cambia la data del referendum: il Consiglio dei ministri, secondo quanto si apprende, ha infatti deciso di confermare la consultazione per il 22 e 23 marzo, integrando però il quesito con gli articoli della Costituzione che vengono modificati dalla riforma della Giustizia che contiene la separazione delle carriere. La decisione è frutto di un Cdm convocato oggi con urgenza dopo che l’Ufficio centrale per il referendum della Cassazione ha approvato un nuovo quesito, proposto da un comitato di 15 cittadini capace di raggiungere le 500mila firme in poche settimane.
Nevicate in Giappone: dal 20 gennaio 45 morti e 500 feriti
Le intense nevicate che colpiscono il Giappone dal 20 gennaio hanno provocato almeno 45 morti e oltre 500 feriti in tutto il Paese, secondo l’Agenzia per la gestione degli incendi e dei disastri. La situazione più grave si registra nella prefettura di Niigata, dove si contano 17 vittime e più di 170 feriti. Forti accumuli di neve sono stati segnalati anche ad Aomori e Wakkanai, con numerosi veicoli bloccati. L’Agenzia meteorologica prevede nuove nevicate nel fine settimana e invita alla massima prudenza, mentre il Paese si avvicina alle elezioni generali di domenica.
Una società in cammino
I have a dream. Ho fatto anch’io un sogno: ognuno di noi insegue qualcosa anche senza volerlo esplicitamente.
Ci si perdeva tra la folla, si seguiva una strada ma senza meta, la guida era un pensiero di fresca, anche un po’ gelida libertà, l’imperativo di un ‘non so dove’ che calpestavo passo dopo passo cantando dentro di me. Vivevo quell’«ora qui», l’«hic et nunc» degli Antichi.
Come una preghiera con cui non chiedi nulla per te ma qualcosa per il mondo intero, in cui ci si possa riconoscere, per andare avanti, come quella gente in marcia, in corteo.
Il canto stesso della vita che alternativamente è solitario e corale, mentale e musicale, il mio, il tuo, il nostro esserci che ci rende innamorati dello stesso palcoscenico, questa strada stipata che però non è un concerto, non è uno stadio, non è una coda in autostrada. È invece un io tu lei lui di cui sappiamo poco, e nemmeno forse quello che ci unisce.
Camminare, andare insieme ha anche una sua filosofia, produce una e molte vicinanze, ci rende tutto più familiare. Frédéric Gros, così scrive nel suo libro Andare a piedi ( RCS 2025): «Nella marcia…rivivo la condizione terrestre dell’uomo, incarnò di nuovo la sua povertà innata, essenziale… C’è dunque una sorta di fierezza nella marcia: siamo in piedi… La marcia promuove un’ideale di autonomia».
Pellegrinaggio urbano, una flânerie di massa, ad essere colti, le case che ribaltano fuori noi tutti, quelli di sei anni fa isolati per forza e quei piccini persino che allora non c’erano ancora.
Incontriamo chiunque e tutti sono onde-pensiero con i propri visi e le proprie espressioni, non chiediamo niente di nuovo, sono sempre quelle pretese arcane di parlarci invece che urlare, di capire prima di obbedire, di stare a sentire i bambini e i vecchi, quelli del non ancora e del non più, esclusi perché non produttivi anche se pur sempre consumatori.
Ma anche nel mio sogno l’irrazionale si prende inesorabile la sua parte. Ogni tanto qualche pazzo con l’auto va fatto passare perché non gli garba tutta questa gente in coda e vorrebbe travolgerla. Va bene, stiamo attenti!
Camminiamo, parliamo, molti hanno cominciato a urlare, qualcuno canta ma sembra stonato, perfino inutile. Il silenzio farebbe più rumore. Noi ci sentiamo maggioranza silenziosa ma questa volta siamo in strada, non più barricati in casa pieni di paura.
Sono sempre un poeta, nella folla e nel sogno. Sento che risuonano in me i versi delle “barricate misteriose” di Silvia Bre: «Ecco che piove,/come se da lontano un cuore astrale/lasciasse andare ogni ragionamento,/e noi sentiamo scorrere il minuto/che ricompone il mondo in un pensiero -/ed è il tempo di un bacio, di un saluto./Di tali cose l’esistenza ha amore».
Risveglio davvero amaro. Qualcosa, qualcuno interrompe, squarcia il tendone del palcoscenico nel solito flutto di sangue, squarcia la pace di una semplice verità che da sola non riesce a farsi notare.
Aveva ragione Pasolini: un poliziotto picchiato e picchiato con violenza e cattiveria vale molto di più di una qualsiasi altra persona. Sembra un mezzo suicidio. Ci siamo infatti anche noi dentro di lui: noi vorremmo che le barricate svanissero con giuste parole, con ascolti pazienti, vorremmo tenere separati controllo e aggressione, difendere le mille idee di una civiltà.
Decidere spetta a chi governa, ma decidere perché qualsiasi corteo, qualsiasi dissenso non riesca a diventare un reato. Perché la violenza, comunque sia, sempre, in ogni caso, darà ragione all’oppressione.
Referendum, ok della Cassazione alla modifica voluta da 500mila cittadini: cosa cambia ora
La corsa al referendum sulla giustizia è ancora lunga. Un nuovo quesito, proposto da un comitato di 15 cittadini capace di raggiungere le 500mila firme in poche settimane, è stato approvato dall’Ufficio centrale per il referendum della Cassazione. La differenza sostanziale rispetto al quesito dei parlamentari sta nell’indicazione dei sette articoli della Costituzione che cambierebbero con la vittoria del sì. Una precisazione non da poco che, secondo la Corte di Cassazione, aumenterebbe la partecipazione consapevole tra i cittadini in vista del voto. L’intervento a posteriori dei giudici ha configurato una casistica inedita, che apre ora a diversi scenari, compreso il cambio di data. Nel frattempo il governo ha convocato con urgenza un Consiglio dei ministri che tra poche ore dovrebbe fornire qualche dettaglio in più sul futuro del referendum.
Quando una settimana fa il TAR Lazio ha respinto il ricorso presentato da un comitato di 15 cittadini per un cambio di data del referendum, la partita intorno a quest’ultima sembrava avviatasi verso la sua battuta finale, allo scontro sempre più risicato tra il fronte del sì e quello del no. Usciti dalla porta, i cittadini sono rientrati presto dalla finestra: la Cassazione ha dichiarato legittimo il quesito da loro presentato poco prima di Natale, che si affianca così a quello già approvato dai parlamentari. Secondo i giudici, infatti, la precedente ordinanza che approvava il referendum dei parlamentari non ha esaurito la facoltà di altri soggetti di formulare altri quesiti sul tema. L’intervento cittadino “corregge” quello politico, adempiendo agli obblighi della legge n. 352 del 1970 e specificando dunque gli articoli interessati da un’eventuale vittoria del sì, cosa che il quesito dei parlamentari non faceva.
Adesso la palla passa nuovamente a Palazzo Chigi. La modifica del testo referendario a campagna già avviata rappresenta un unicum per l’Italia, che apre ora a diversi scenari e interpretazioni. Gli stessi giuristi si dividono su ciò che accadrà: secondo Stefano Ceccanti, docente di diritto ed ex parlamentare, la data del referendum non dovrebbe cambiare poiché già indetta per decreto, mentre verrebbe soltanto aggiornato il quesito. Per il professore emerito Michele Ainis, invece, appare probabile il cambio di data: «nel quesito proposto dal governo certamente non erano indicati gli articoli della Costituzione allo scopo di rendere più semplice la comprensione del quesito stesso. Ma se a questo punto la Cassazione, tornando sui suoi passi dopo aver approvato il precedente quesito ha stabilito che occorre rimodularlo, non c’è dubbio che slitti la data delle votazioni, perché quella data è incorporata nel decreto. Penso che possa e che debba slittare. Se questo non avverrà sarà possibile sollevare, da parte del comitato per le 500mila firme, un conflitto di attribuzione davanti alla Consulta».
Se il Consiglio dei Ministri convocato con urgenza per mezzogiorno dovesse optare per una nuova data, la prima utile risulterebbe quella del 29-30 marzo, una settimana dopo la previsione attuale. L’alternativa, tenendo conto delle festività, sarebbe il 12-13 aprile. Il campo delle ipotesi dovrebbe ad ogni modo essere sgomberato nelle prossime ore, sbrogliando la matassa giuridica venutasi a creare.
Aggiornamento ore 13.25: Non cambia la data del referendum: il Consiglio dei ministri, secondo quanto si apprende, ha infatti deciso di confermare la consultazione per il 22 e 23 marzo, integrando però il quesito con gli articoli della Costituzione che vengono modificati dalla riforma della Giustizia che contiene la separazione delle carriere.









